di Paolo Borgna
Avvenire, 16 gennaio 2020
Un agile libro del giurista Glauco Giostra affronta il tema con precisione scientifica ed efficacia divulgativa sollevando tutti i problemi e le urgenze su cui la politica dibatte da anni senza riuscire a sciogliere i nodi: dalla certezza della pena alla responsabilità civile al rapporto spesso malato con la stampa.
Si intitola "Prima lezione di giustizia penale" (Laterza, pagine 193, euro 14). Un libro scritto per chi, spinto da curiosità e interesse civile, voglia avvicinarsi per la prima volta al tema del processo. Raggiunge il suo scopo, ma va anche oltre.
Cantore, Glauco Giostra riesce infatti a parlare ai non addetti ai lavori, con penna agile che però non elude la profondità dei temi sottesi al processo penale, affrontandoli e mettendoli a nudo nella loro essenzialità, con la chiarezza pedagogica di chi, docente di Procedura penale, su quei temi, per un'intera vita ha riflettuto, insegnato, discusso, cercato il confronto, ingaggiato battaglie. Perché giudicare è compito "impossibile ma necessario".
Perché la comunità affida nelle mani di giudici di professione lo strumento (il processo) per punire comportamenti che qualsiasi società non può lasciare privi di conseguenze. Come questo compito si coniuga con i diritti fondamentali dei cittadini. Quanto e in che misura la libertà personale, la segretezza delle comunicazioni, la inviolabilità del domicilio devono cedere all'esigenza dell'accertamento dei reati.
Le regole del processo, viste come un "guard rail metodologico" entro cui cercare e valutare la prova. Perché le regole del processo vanno vissute innanzitutto come "limiti valoriali" all'accertamento dei fatti: non si può perseguire la verità a ogni costo, non tutti i mezzi di ricerca della prova sono ammissibili. Percorrendo tale strada, in passato, si è legittimata la tortura (non a caso chiamata, dai giudici dell'epoca, rigoroso esame).
Ma tali regole non pongono solo limiti formalistici: sono criteri di accertamento della verità - definiti sulla base di una secolare esperienza storica - che impediscono scorciatoie che spesso portano ad aberrazioni ed errori di giudizio. E dunque, il contraddittorio nell'assunzione della prova come architrave del nostro processo: come metodo che, più di ogni altro, garantisce l'affidabilità della ricostruzione storica di un fatto.
Ed ecco che, qui, il libro va oltre il suo scopo dichiarato. Perché, riflettendo sui valori che sottendono l'architettura del processo e illustrando in tale luce le varie fasi della procedura - da quella delle indagini preliminari sino all'appello e al giudizio di cassazione - Glauco Giostra parla anche agli operatori di giustizia che quotidianamente sono chiamati a celebrare i processi. Ricorda loro che, ogni tanto, un buon artigiano deve lucidare i ferri del mestiere.
E ricordarsi perché quegli strumenti sono stati messi nelle sue mani. Qui la lezione si fa davvero preziosa. Perché il clima che oggi ci circonda e le aspettative che il cittadino medio nutre parlano una lingua molto diversa da quella dell'articolo 111 della Costituzione.
Processo come anticipazione della pena e risposta all'allarme sociale, a costo di andare oltre la legge; bisogno immediato della condanna; magistrati che non devono limitarsi ad applicare le regole ma, torcendole al raggiungimento della verità a ogni costo, devono condurre una guerra contro il nemico del momento, devono "moralizzare", lottare per il bene, anche a costo di sostituirsi alla politica (senza però pagare il prezzo della responsabilità che ogni eletto dal popolo deve periodicamente affrontare).
Queste le parole d'ordine dell'odierno "spirito del popolo", che sibila nelle orecchie dei magistrati e rischia di alimentare in loro quel "malinteso orgoglio della funzione" che il giudice Domenico Riccardo Peretti Griva additava come una malattia che mina "quel senso critico, quella sensibilità umana e quel timore costante di errare" che debbono far guardare alla funzione "pressoché sovrumana" del giudicare gli altri.
E qui la limpida lezione sul processo come dovrebbe essere si increspa, scontrandosi con gli enormi problemi del processo reale, così diverso dal modello ideale. La sua eccessiva lunghezza. Una fase delle indagini che dovrebbe essere semplicemente propedeutica al dibattimento in cui la prova è formata col metodo del contraddittorio; e che invece è diventata il vero cuore pulsante del processo.
La custodia cautelare, applicata non sulla base di prove, ma di meri indizi, che sempre più, nella percezione diffusa, sta tornando ad essere l'anticipazione della pena che, settant'anni fa, Salvatore Satta denunciava come "il surrogato di una condanna alla quale si ha la sensazione che non si riuscirà mai ad arrivare, o quanto meno di una pena che non si riuscirà mai a far espiare".
I media che, da strumento di controllo sociale del processo, si sono trasformati in strumento di condizionamento delle indagini; a volte additando il colpevole e tendendo a guidare il magistrato su una strada da loro tracciata, in una sorta di velenosa cogestione del processo. Il "malsano reticolo carsico" che si è formato tra pubblici ministeri e operatori dell'informazione che, snaturando il ruolo di quel che era il giornalismo di inchiesta, ha trasformato i cronisti giudiziari "da cani da guardia della democrazia a cani da salotto delle Procure, in attesa del boccone informativo".
Temi che aleggiano in tutte le pagine del libro e che si fanno più espliciti nel capitolo finale. E che aprono molte domande: come riportare il processo al suo scopo originario? Come diminuire la sua intollerabile lentezza (che è la benzina che alimenta tutte le forme di populismo giudiziario)?
Come assicurare ai magistrati il loro ruolo di garanti, senza sovraccaricarli di funzioni improprie? Come difendere la loro indipendenza, evitando che si trasformi in irresponsabilità e arroganza? Domande che, chiudendo il libro, fanno nascere, nel lettore, l'attesa di una "seconda lezione di giustizia penale". Che speriamo non manchi.
di Sergio Lorusso
Gazzetta del Mezzogiorno, 16 gennaio 2020
Nel 1789 il popolo parigino, vessato dalle prevaricazioni, ma anche dall'indifferenza della monarchia che lo aveva ridotto letteralmente alla fame, assalta la Bastiglia. È l'esordio della Rivoluzione francese, ma anche la premessa di quella che sarà la sua degenerazione culminata nel Terrore rosso, corollario delle lotte fratricide tra i protagonisti della rivolta. L'immagine ben si attaglia a una particolare modo di fare giustizia: la giustizia amministrata "a furor di popolo", tipica dei tempi in cui il processo si celebrava in piazza, al cospetto della popolazione, uno show ante litteram nel quale i giudici erano influenzati dagli umori e dai giudizi della folla, che si lasciava andare a tumulti e sommosse quando disapprovava i verdetti.
Lungi dall'essere stato archiviato, tale approccio-naturalmente adeguato ai tempi - si ripresenta ciclicamente, bucando epoche e forme di Stato. Ce lo ricorda, mettendoci in guardia dai suoi pericoli sempre attuali, Ennio Amodio nel suo incisivo e originale saggio "A furor di popolo" (Donzelli ed., 2019, p. 162, euro 22,00).
Autorevole docente universitario e avvocato, tra i padri del vigente codice di procedura penale, Amodio sviluppa la sua tesi leggendo in filigrana l'esperienza del governo gialloverde sulla scorta delle leggi in materia nelle quali individua un filo comune: quello della giustizia vendicativa. Il populismo penale è il fil rouge che lega due forze politiche a prima vista antitetiche, "una giustizia senza bilancia", fatta di eccessi, furori e paure.
La conseguenza? L'abbandono dei princìpi dell'illuminismo giuridico, barattati - anche per ragioni di consenso - con una visione che pone al centro la supremazia punitiva del popolo, da esercitarsi a scapito del potere.
Da un lato, l'anti-cultura del giudiziario di stampo leghista, dall'altro l'adesione all'azione della magistratura rispetto a determinati temi (come la corruzione) dei Cinque Stelle, che convergono nella medesima direzione grazie al più generale populismo politico che connota entrambe le formazioni che hanno sostenuto il primo governo Conte. Il risultato, infatti, è quello di rivalutare in qualche modo la giustizia privata (emblematica, in tal senso, è la "nuova" legittima difesa), con un'involuzione che recupera modelli premoderni materializzando - rispetto a determinate tipologie di reato - il motto la loi c'est moi e aprendo così spazi alla collera e alla ritorsione come fondamenta della sanzione penale.
La vendetta, insomma, che diventa connotato fondante della giustizia populista made in Italy. Ed è sull'antinomia esistente tra i termini "vendetta" e "giustizia" che l'Autore si sofferma, evidenziando l'abbandono di secoli di civiltà giuridica e di valori che sembravano ormai pacifici e consolidati.
Quali i pericoli? La marginalizzazione del processo penale e della sua disciplina, di per sé oscura per i non addetti ai lavori e dunque in contrasto con lo stereotipo della semplicità incarnata dall'uomo comune, privo di competenze specifiche, cavalcato soprattutto dai Cinque Stelle; l'assenza di attenzione per le garanzie dell'imputato; la sfiducia nei confronti della magistratura, della quale vanno drasticamente ridotti gli spazi di discrezionalità, perché ritenuta buonista, remissiva e incapace di tutelare la collettività; la correlativa propensione per le forze dell'ordine, stante la loro immediatezza operativa che consente di "punire" istantaneamente, etichettata in maniera colorita da Amodio come favor militiae; la distorsione della custodia cautelare in carcere, percepita - specie dalla vittima - come sanzione tempestiva e lenitiva dell'allarme sociale; il proliferare della giustizia mediatica, che dei tempi e delle forme del processo fa a meno, trasformando quest'ultimo in un talk show dove trionfa la giustizia rapida e sommaria celebrata da conduttori ed "esperti" che appaga il telespettatore e fa lievitare l'audience.
Un luogo in cui innocentisti e colpevolisti si scontrano, prima di un verdetto tranchant e inappellabile. Uno scenario fosco ed oscuro, che evoca un futuro pesantemente regressivo per la nostra giustizia penale. E che rimane attuale anche dopo il mutamento di maggioranza verificatosi nell'estate scorsa, se si guarda allo stato di empasse della riforma che avrebbe dovuto garantire tempi ragionevoli al nostro processo quale contrappeso della scure abbattutasi sulla prescrizione.
Riflessioni come quelle di Amodio, che riesce a rendere fruibile il dato tecnico anche ai non addetti ai lavori collocandolo in una più ampia prospettiva storica e culturale, possono aiutare tutti a comprendere i rischi cui andiamo inconsapevolmente incontro barattando la giustizia con gli impeti vendicativi. Anche perché Maria Antonietta non c'è più e neanche il popolo affamato cui promettere brioche.
di Ugo Intini
Il Dubbio, 16 gennaio 2020
Perché nei paesi sviluppati la globalizzazione genera rabbia e scontento. "L'inverno dello scontento", di cui ho scritto il mese scorso su queste colonne, non riguarda soltanto l'Italia ma tutto l'Occidente. Da noi è più rigido, perché l'economia va molto peggio, perché le diseguaglianze si sono aggravate più che altrove e perché siamo sempre stati l'anello debole tra le democrazie. Ma l'inverno si avverte dappertutto, dovunque alimenta il voto di protesta, la destra e l'antipolitica.
Le cause sono comuni (e anche le conseguenze). Cominciamo dalle prime. I nostri nonni e bisnonni, anche quelli nelle condizioni più modeste, si consideravano (ed erano) economicamente e culturalmente superiori al resto del mondo. Di gran lunga. Alla fine dell'Ottocento, la ricchezza prodotta da Francia, Germania e Gran Bretagna (da sole) rappresentava il 35 per cento di quella mondiale, non poco più del 10 come oggi (e con un trend in continuo calo).
Eravamo il centro del mondo: all'inizio del Novecento, l'Europa aveva un quarto della popolazione mondiale (non si avviava come oggi a pesare meno del 5 per cento). Ospitava tutti gli avvenimenti scientifici e culturali di rilievo. I nostri nonni e bisnonni erano giovani, proiettati verso il futuro e anche verso gli altri continenti. Un surplus di popolazione si muoveva infatti in direzione opposta all'attuale: gli inglesi in Asia, Africa e Medioriente; i francesi in Nord Africa e Indocina; gli italiani in Etiopia e Libia, dove negli anni 30 eravamo oltre il 13 per cento e quindi un terzo più numerosi di quanto oggi gli stranieri siano in Italia. Gli immigrati eravamo noi, ma come dominatori sul piano economico, militare e culturale.
Gli occidentali in generale (e gli europei in particolare) hanno perso status e anche reddito. Non in senso assoluto (a parte purtroppo l'Italia). Ma in senso relativo: sono sempre più o meno allo stesso livello, mentre nel resto del mondo è esploso un boom economico. Eravamo ad altezze apparentemente irraggiungibili, mentre oggi i cinesi, gli indiani (anche alcune repubbliche ex sovietiche) si avvicinano ai nostri livelli. E questo conta moltissimo. Perché l'autostima e la percezione di sé, nella vita degli individui come in quella delle Nazioni, si valuta spesso nel confronto rispetto agli altri. Con le invidie, le superbie, i complessi di inferiorità e superiorità Inevitabilmente connessi.
Ciò che avvertono i comuni cittadini occidentali (magari a volte confusamente) è assolutamente confermato - per una volta - da tutti gli studi scientifici degli economisti. Branko Milanovic ad esempio, un autorevole esponente del Fondo Monetario Internazionale, ha reso famoso un grafico che viene chiamato, per la sua forma, "l'elefante". Spiega con chiarezza che la globalizzazione ha trasformato in classi medie, togliendole dalla povertà, due miliardi di persone nei Paesi emergenti.
E che ciò è avvenuto a scapito delle classi medie nei Paesi occidentali. Per le quali "l'inverno dello scontento" è reso più grigio dall' enorme aumento delle diseguaglianze. L'elefante di Milanovic aggiunge infatti (con la linea del grafico svettante clamorosamente verso l'alto) che l' 1 per cento più ricco dei Paesi avanzati ha moltiplicato a dismisura il suo reddito. Le diseguaglianze si sono accresciute soprattutto negli Stati Uniti (probabilmente per la politica iper- liberista vincente) e, tra i Paesi europei, in Italia (probabilmente per la "non politica"). Il che spiega molto sulla rabbia dei nostri elettori.
La tecnologia ha cancellato le distanze e la conseguente globalizzazione rende tutto ciò inevitabile. Il problema non è più soltanto la delocalizzazione materiale delle fabbriche, ma quella immateriale. E non soltanto dei servizi a basso livello. Perché l'impiegato della Tim può informarti sulle tariffe in italiano dall'Albania, il call center di Los Angeles può ordinarti in inglese una Margherita telefonando dall'India alla pizzeria a te più vicina. Ma l'ingegnere o il matematico può impostarti il disegno di una macchina oppure il piano di fatturazione, via computer, indifferentemente, da Shanghai e da Mumbai come da Roma.
La sfida è aggiungere a ogni unità di prodotto o servizio occidentale una percentuale di tecnologia, cultura o creatività sempre superiore. Esportare i nostri diritti umani e sindacali nei Paesi che non li hanno, rendendoli quindi meno competitivi, grazie alla perdita graduale del vantaggio costituito per loro dal basso costo della manodopera.
Sfida difficile. Difficilissima per Paesi come l'Italia dove l'istruzione peggiora anziché migliorare e dove si tende a importare lo sfruttamento dei lavoratori piuttosto che a esportare i diritti sindacali. L'inverno dello scontento ha dunque cause simili in tutto l'Occidente. Ma anche conseguenze politiche assolutamente comuni. Esse sono quasi inevitabilmente una spinta indietro, verso il passato ed epoche che non possono più tornare: nazionalismo (o come si dice oggi sovranismo), chiusura sospettosa in se stessi, timore del nuovo e del diverso.
La spinta all'indietro, naturalmente, non è generalizzata. Divide anzi profondamente le società occidentali secondo linee nette, visibili dovunque. Da una parte quanti accettano i tempi nuovi: i giovani, i più istruiti, gli abitanti delle metropoli. Dall'altra quanti vogliono tornare al passato: gli anziani, i meno scolarizzati, gli abitanti delle province. Lo si vede dalle statistiche sul comportamento elettorale: ultime e più clamorose quelle in Gran Bretagna sul voto dei giovani per l'Europa e a sinistra, dei vecchi per la Brexit e per Johnson.
Lo si vede soprattutto nella geografia politica: il vento della modernità elegge sindaci democratici "liberal" o socialisti a Los Angeles, New York, Londra, Parigi, Berlino, Praga, Vienna, Varsavia, Budapest e persino Istanbul. Quindi anche in Paesi dove le province portano invece al governo nazionale i conservatori. E non c'è da stupirsi. I giovani e i ceti professionali viaggiano, lavorano in società spesso multinazionali e in metropoli cosmopolite che appaiono, anche nella loro composizione etnica, microcosmi del mondo. Cavalcano la globalizzazione e il vento del 21° secolo.
Chi ha lavori a livello più esecutivo soffre la concorrenza sia dell'immigrato che del dipendente di multinazionali In Asia e Africa. L'anziano o il residente in provincia si chiude nel suo passato e nei suoi orizzonti ristretti, avvertendo più i danni che i vantaggi della modernità. Naturalmente, la risposta non è quella di protestare contro la globalizzazione. Innanzitutto perché questa è assolutamente inevitabile, ma anche per altri due solidissimi motivi.
Primo. Detto crudamente, se due miliardi di persone sono uscite dalla povertà, lo scontento di poche centinaia di milioni (i ceti medi di Europa e Stati Uniti) risulta negli equilibri mondiali assolutamente marginale.
Secondo. I giovani e i ceti metropolitani moderni dell'Occidente lo intuiscono; lo sanno e lo spiegano gli economisti che (come Milanovic con il suo "elefante") hanno chiarito la situazione reale: le conseguenze negative della globalizzazione sui ceti medi dell'Occidente non sono affatto inevitabili (già lo si accennava nelle osservazioni precedenti).
Possono essere corrette da politiche adeguate. Naturalmente (e qui sta la contraddizione dei sovranisti) si tratta di politiche che nessun singolo Stato nazionale può perseguire da solo. Può farlo soltanto (forse) l'azione congiunta tra un'Europa politicamente unita e gli Stati Uniti.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 16 gennaio 2020
Lo studioso contesta il "negazionismo" di chi pensa che l'Islam non avrebbe niente a che fare con gli attentati in Europa, esressione di disagio sociale o esistenziale. Uno dei libri del momento in Francia è il voluminoso saggio di Hugo Micheron sul "Jihadismo francese: quartieri, Siria, prigioni", pubblicato da Gallimard con la prefazione di Gilles Kepel. Micheron, 31 anni, ricercatore all'École normale supérieure e docente a Sciences Po, per cinque anni ha indagato nelle periferie e nelle altre zone a forte penetrazione islamista, ha viaggiato in Siria e ha intervistato 80 jihadisti detenuti nelle carceri francesi. Il risultato è una descrizione molto argomentata e poco ideologica dell'universo "salafo-jihadista".
Già questa espressione rivela le conclusioni dell'indagine di Micheron: il salafismo (il ritorno a un islam ortodosso, basato sull'osservanza rigida dei precetti del Corano) e il jihadismo sono secondo lui fenomeni correlati, gli attentati terroristici islamici sono quasi sempre il passaggio all'atto di persone che da tempo avevano abbracciato una visione salafita dell'islam, simile a quella del wahabismo saudita.
Quella di Micheron non è una visione banale in Francia, dove la stagione degli attentati islamici del 2015 ha prodotto una serie di teorie da lui definite "negazioniste": l'islam non avrebbe niente a che fare con la jihad europea, il terrorismo islamico sarebbe una espressione di disagio esistenziale o sociale, i terroristi sarebbero solo degli emarginati, oppure semplicemente squilibrati che non sanno quello che fanno. Alcuni esperti in Francia hanno sostenuto che il salafismo con le sue pretese - dalla sottomissione quotidiana della donna agli orari separati per uomini e donne nelle piscine - fosse sì un problema per la convivenza civile, ma senza relazione con gli attentati. Micheron invece sostiene che il presente e purtroppo anche il futuro del terrorismo in Europa non si fonda sull'esistenza o meno di uno Stato islamico in Siria o in Iraq, ma sulla presenza sul nostro territorio di "enclave", quartieri dove i salafiti vogliono vivere come nella Raqqa dell'Isis.
di Nicoletta Cottone
Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2020
Magi: "Una importantissima apertura, non scontata". All'esame della commissione Affari costituzionali della Camera c'è la pdl popolare "Ero straniero". "L'intenzione del Governo e del ministero dell'Interno è quella di valutare le questioni poste all'ordine del giorno che richiamavo in premessa, nel quadro più generale di una complessiva rivisitazione delle diverse disposizioni che incidono sulle politiche migratorie e sulla condizione dello straniero in Italia". Nel rispondere all'interrogazione del deputato Riccardo Magi (+Europa), la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese ha annunciato che è intenzione del Governo valutare un provvedimento straordinario di regolarizzazione degli irregolari già presenti in Italia a fronte dell'immediata disponibilità di un contratto di lavoro.
L'ordine del giorno accolto il 23 dicembre - La ministra ha ricordato l'ordine del giorno accolto il 23 dicembre scorso, in sede di approvazione della legge di bilancio, con il quale il Governo "si è impegnato a valutare l'opportunità di varare un provvedimento che, a fronte dell'immediata disponibilità di un contratto di lavoro, consenta la regolarizzazione di cittadini stranieri irregolari già presenti in Italia, prevedendo, all'atto della stipula del contratto, il pagamento di un contributo forfettario da parte del datore di lavoro e il rilascio del permesso di soggiorno per il lavoratore".
La richiesta di Magi al question time - Nel question time Riccardo Magi aveva chiesto alla ministra se, in attesa di una riforma della normativa sull'immigrazione, si stesse riflettendo su un provvedimento straordinario di emersione di questi cittadini, che consenta la regolarizzazione, a fronte di una immediata disponibilità all'assunzione. Una operazione, ha sottolineato Magi, che "consentirebbe al nostro Paese di effettuare una grande operazione di legalità e anche di effettiva e reale sicurezza". Si tratta, ha spiegato, di circa 700mila "fantasmi irregolari", che "magari, hanno un datore di lavoro pronto ad
assumerli domani". La risposta della ministra, ha detto Magi al Sole24ore.com, "è stata una importantissima apertura, non scontata". Ora Magi si augura che "questa volontà politica si concretizzi in tempi rapidi, in attesa di una riforma strutturale che consenta la regolarizzazione su base individuale degli stranieri già radicati nel territorio, come prevede la proposta di legge d'iniziativa popolare "Ero straniero" attualmente in discussione in commissione Affari costituzionali alla Camera".
La proposta di legge "Ero straniero" - La proposta di legge di iniziativa popolare, di cui Magi è relatore, è frutto della campagna"Ero straniero". Si tratta di una riforma complessiva del testo unico sull'immigrazione. Presentata alla Camera nella XVII legislatura - il 27 ottobre 2017 - è stata mantenuta all'ordine del giorno nella XVIII legislatura e assegnata alla commissione Affari costituzionali in sede referente. Obiettivo della proposta è quello di "superare l'attuale modello di gestione dell'immigrazione in Italia". La proposta di legge propone l'abrogazione del decreto flussi, con le quote di ingresso annuali e l'adozione di due nuovi canali di ingresso.
I canali di ingresso previsti dalla pdl - Il primo è basato sull'attività di intermediazione svolta da soggetti istituzionali autorizzati, come centri per l'impiego e camere di commercio, che si impegnano a promuovere l'incontro tra l'offerta di lavoro da parte di stranieri e la richiesta di lavoro da parte di datori di lavoro in Italia. Il lavoratore viene autorizzato all'ingresso nel Paese e gli viene rilasciato un permesso di soggiorno per ricerca di lavoro.
Il secondo canale è invece costituito dalla prestazione di garanzia per l'accesso al lavoro - la cosiddetta sponsorizzazione - da parte di soggetti pubblici (regioni, enti locali, associazioni no-profit, sindacati) e privati, finalizzato all'inserimento nel mercato del lavoro del lavoratore straniero con la garanzia di risorse finanziarie adeguate e la disponibilità di un alloggio per il periodo di permanenza sul territorio, agevolando in primo luogo quanti abbiano già avuto precedenti esperienze lavorative in Italia o abbiano frequentato corsi di lingua italiana o di formazione professionale.
La terza possibilità riguarda gli stranieri già presenti nel territorio del Paese. A loro, in presenza di condizioni che ne dimostrino l'effettivo radicamento e integrazione nel Paese, è riconosciuto il permesso di soggiorno per comprovata integrazione di due anni. Il permesso può essere rinnovato solo se l'interessato ha svolto nel frattempo una attività lavorativa o ha partecipato a misure di politica attiva del lavoro.
di Emma Bonino
Il Riformista, 16 gennaio 2020
La questione migranti per essere affrontata avrebbe bisogno di una libertà politica che i partiti di maggioranza, diversi dai 5 stelle, non hanno. A meno che non siano disposti a far cadere l'esecutivo.
Sei mesi fa non credevo che il governo Conte2 avrebbe rappresentato una alternativa al governo Conte 1 e mi pare che i fatti abbiano confermato questa facile previsione. Allo stesso modo oggi temo che la coalizione che sostiene l'esecutivo non prenderà alcuna decisione significativa sui decreti sicurezza, fino a che per Pd e Italia Viva la tenuta del governo verrà considerata una "variabile indipendente" e un "valore non negoziabile" a cui qualunque altro principio e obiettivo deve essere subordinato.
In questo quadro, la trattativa sui decreti sicurezza è destinata a finire come quella su quota cento, sul reddito di cittadinanza, sul blocco della prescrizione e sul taglio dei parlamentari: nella certificata subalternità alla linea populista del MSS. I decreti sicurezza sono stati un deliberato sabotaggio alle politiche di integrazione e alle attività di soccorso dei naufraghi raccolti nel Mediterraneo. Sono stati, molto più degli sbarchi, il primo fattore di incremento del numero degli irregolari e hanno rischiato di aprire una vera e propria emergenza umanitaria interna, che il ministro Lamorgese ha provvisoriamente scongiurato evitando, ma solo per i prossimi sei mesi, che migliaia di titolari di protezione umanitaria finissero, da un giorno all'altro, in mezzo a una strada.
Inoltre, il decreto sicurezza bis ha autorizzato il governo a adottare provvedimenti contrari non solo al buon senso e ai doveri di umanità, ma agli stessi obblighi stabiliti dalle convenzioni sul soccorso in mare e sui rifugiati, ratificate dall'Italia. Oltre alle conseguenze dirompenti sul piano normativo, i decreti sicurezza hanno dirottato l'attenzione degli italiani dalle cause agli effetti della destabilizzazione politica dell'area sud del Mediterraneo, dando loro l'impressione che l'Italia si sarebbe messa al riparo dalle conseguenze del disordine generale semplicemente impedendo gli sbarchi dei disperati in fuga.
Il risultato è che mentre il Ministro degli interni Salvini gonfiava il petto vantandosi di avere difeso i confini della patria dalle navi delle Ong, eleggendo la Libia a porto sicuro, proprio l'esplosione libica dimostrava la totale marginalità dell'Italia in un'area in cui si concentrano nostri rilevanti interessi economici e strategici. Per queste ragioni ritengo che sarebbero del tutto irrilevanti i semplici e minimali aggiustamenti, che vengono oggi prospettati, come quelli suggeriti dal Quirinale sulla graduazione delle sanzioni per l'ingresso non autorizzato nelle acque nazionali e sulla precisazione dei criteri di determinazione della natura e gravità delle violazioni.
Né ci si può accontentare, come sembra suggerire il Viminale. di una parziale estensione dei permessi straordinari che hanno sostituito il permesso per protezione umanitaria. I decreti sicurezza per la parte che attiene alle politiche migratorie vanno aboliti, non "migliorati", perché non c'è niente da migliorare in due provvedimenti che sono serviti unicamente alla strategia di consenso dell'ex titolare del Viminale. Peraltro, neppure questo sarebbe sufficiente, senza intervenire su quanto sta a monte dei decreti sicurezza e ne ha anticipato contenuti e direzioni.
Il primo e più urgente problema riguarda i termini dell'accordo con la Libia, che il 2 febbraio dovrebbe essere rinnovato per il prossimo triennio e che l'evoluzione della situazione libica rende da un certo punto di vista astratto e dall'altro particolarmente sinistro, perché la situazione del Paese, in assenza di una effettiva autorità statuale, non consente neppure più quella finzione che per tre anni ci ha permesso di qualificare come interlocutori locali i capi di vere e proprie milizie para-criminali.
Il secondo problema, che si va cronicizzando in modo sempre più grave, è la situazione di quei seicentomila stranieri irregolari che vivono e lavorano stabilmente in Italia e che, come è evidente, per il numero e per l'assenza di accordi con la maggior parte dei paesi di origine, non possono essere rimpatriati. L'irregolarità di questo pezzo di Italia formalmente invisibile è davvero un problema di sicurezza: in primo luogo per gli interessati, che sono privi di tutele e riconoscimento, e in secondo luogo per la società.
La loro regolarizzazione garantirebbe invece ricavi fiscali e contributivi di almeno 4 miliardi di euro annui e ridurrebbe questa forma di inquinamento illegale dell'economia reale. Rispondendo ieri a una interrogazione del deputato di +Europa Riccardo Magi, che è anche relatore della proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero", per la riforma della legge Bossi-Fini, il ministro Lamorgese ha espresso la disponibilità a ragionare su un provvedimento di regolarizzazione, di cui in Italia non mancano i precedenti, in due occasioni (nel 2002 e nel 2009) sotto governi di centro-destra.
Però, per tornare a quanto si diceva all'inizio, un discorso serio su tutto questo dossier, che comprende i decreti sicurezza ma non si esaurisce in essi, avrebbe bisogno di una libertà politica che i partiti di maggioranza diversi dal M5S non hanno e di tutta evidenza non vogliono avere, se non sono disposti a mettere sul piatto la vita stessa dell'esecutivo.
di Viviana Mazza
Corriere della Sera, 16 gennaio 2020
L'annuncio di Gelare Jabbari della televisione di Stato dopo la notizia che l'abbattimento dell'aereo ucraino è stata causata da missili iraniani. Altre due presentatrici hanno fatto la stessa scelta. La tv di Stato iraniana aveva riportato la notizia della morte dei 80 soldati americani negli attacchi contro le basi in Iraq, in risposta all'uccisione del generale Soleimani.
Non era vero. Poi per giorni ha continuato a ripetere che l'aereo ucraino partito da Teheran era precipitato per problemi tecnici, anche questa una notizia rivelatasi falsa. Così, tra le proteste nel mondo della cultura, ci sono state lunedì scorso quelle di tre presentatrici della televisione di Stato iraniana, che hanno annunciato le dimissioni.
Una di loro, Gelare Jabbari, ha scritto su Instagram: "Perdonatemi per avervi mentito per 13 anni. Non tornerò mai più in televisione". A farle eco è anche l'associazione dei giornalisti di Teheran, che ha diffuso una dichiarazione molto dura: "Ciò che mette a rischio la nostra società in questo momento non sono soltanto i missili o gli attacchi militari, ma la mancanza di media liberi. Nascondere la verità e diffondere bugie traumatizza l'opinione pubblica. Quel che è accaduto è una catastrofe per i media in Iran".
L'impatto è più che altro simbolico, dato che l'influenza della tv di Stato è da tempo in declino e la maggior parte degli iraniani non apprendono là le notizie. Da tempo gli iraniani hanno accesso attraverso la tv satellitare e internet a canali anche in farsi gestiti dall'estero. Il fatto stesso che Jabbari abbia dato la notizia su Instagram, raggiungendo così milioni di potenziali lettori, lo conferma. Anche Telegram e WhatsApp sono molto usate.
Molti siti di informazione stranieri non sono bloccati e se lo sono è possibile usare il Vpn per connettersi. Per questo lo scorso novembre le autorità hanno deciso di bloccare completamente internet per una settimana. Secondo un sondaggio di Gallup condotto nel 2012, gli iraniani sono sospettosi sia nei confronti dei contenuti della loro tv di Stato che dei media stranieri. I media locali possono creare confusione e dubbi nella mente delle persone, e far loro dubitare la narrativa occidentale, ma mai sostituirla del tutto. Le dimissioni di tre presentatrici mostrano tuttavia i limiti di questa strategia.
retekurdistan.it, 16 gennaio 2020
La prigioniera politica Nurcan Bakir in carcere da 28 anni, si è tolta la vita per protesta contro le misure repressive nella carceri turche.La 47enne prigioniera politica era stata trasferita contro la sua volontà dal carcere femminile di Gebze nel carcere di Burhaniye. Questa mattina la sua famiglia questa mattina è stata informata dalla direzione del carcere che la prigioniera si era tolta la vita in cella.
La prigioniera aveva davanti ancora due anni fino al rilascio e si era rivolta alla Corte di Giustizia Europea per i Diritti Umani a causa della sua grave malattia. Martedì in un colloquio con la sua famiglia aveva dichiarato di "non tacere di fronte alla repressione" e di ricordare "ogni notte nei sogni i suoi figli assassinati". Questa mattina la famiglia si è messa in viaggio per prelevare la salma di Bakir dal carcere di Burhaniye nei pressi di Mêrdîn (Mardin).
di Francesco d'Agostino
Avvenire, 15 gennaio 2020
Che il sistema penale sia in crisi profonda dovrebbe essere sotto gli occhi di tutti: basti pensare alle tanto accese quanto sterili discussioni che stanno accompagnando la riforma dell'istituto della prescrizione, avviata tra mille polemiche all'inizio del nuovo anno e nella sostanziale indifferenza della pubblica opinione, incapace di percepire correttamente le valenze tecniche della questione.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 gennaio 2020
Domani in commissione giustizia alla Camera. Il Guardasigilli chiede la prova di lealtà: dire sì all'emendamento grillino che sbarra al testo di fi la via dell'Aula. I Dem guadagnano tempo e fanno slittare il voto di un giorno. Cosa farà il Pd?
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