di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 17 gennaio 2020
Per i giudici chiamati a stabilire l'attendibilità delle denunce "il controllo di logicità è ormai la principale, se non l'unica, difesa dell'ordinamento". Gli stranieri arrivati in Italia con mezzi di fortuna richiedono lo status di rifugiati "sovente attraverso narrazioni stereotipate e tessute intorno a canovacci fin troppo ricorrenti" e quindi palesemente false, da smascherare attraverso "un controllo di logicità, che appare ormai la principale, se non l'unica, difesa dell'ordinamento". Così scrive la prima sezione civile della Cassazione, in una sentenza in materia di protezione internazionale.
La vicenda riguarda A.S., togolese cui sia la commissione della prefettura sia il tribunale hanno rifiutato lo status di protezione internazionale e umanitaria. A.S., musulmano, aveva raccontato di essere stato costretto a fuggire dal suo Paese per evitare le ritorsioni causate dalla distruzione di un idolo in una zona in cui si pratica la religione animista.
Ma secondo esperti della commissione amministrativa e tribunale il suo racconto non era credibile, in quanto sfornito sia di riscontri oggettivi, sia di quella intrinseca ed elementare coerenza logica, che consentirebbe di ritenere provate "circostanze che non lo sono affatto". È infatti "del tutto implausibile che A.S., appartenente alla minoranza musulmana, avesse distrutto l'idolo da solo e lo avesse fatto repentinamente pur nella consapevolezza delle reazioni alle quali sarebbe andato incontro, così da pregiudicare, per un gesto tanto insensato, non solo la buona posizione lavorativa raggiunta, ma anche la relazione familiare con la moglie e una figlia appena nata". La Cassazione difende "il controllo di logicità", senza il quale "al giudice non resterebbe che prendere supinamente atto della domanda proposta, accogliendola in ogni caso, per quanto strampalata possa apparire".
Il giudice, spiega la Cassazione, ha la possibilità di "stabilire quale sia la situazione complessiva in cui versa il Paese di provenienza (esistenza di culti animisti e di minoranze di religione musulmana)", ma non "di accertare in concreto se la narrazione dei fatti riferita dal richiedente sia vera o inventata di sana pianta". Come appare quella del musulmano A.S, "della cui fede pare nessuno si fosse mai interessato fino alla discreta età di circa 25 anni", fino a che, "improvvisamente sollecitato dal capo villaggio a partecipare a una cerimonia animista, preso da incontenibile furia iconoclasta nei riguardi di un idolo, e dimentico della famiglia e del suo avviato mestiere di sarto, lo abbia distrutto a colpi di bastone e di machete e, già con i soldi in tasca per darsi alla premeditata fuga, sia poi scappato immediatamente dopo perché una donna lo aveva visto e riconosciuto".
La Cassazione non solo boccia il ricorso del togolese A.S., ma trae da esso ulteriore conferma di una generalizzata tendenza che "emerge dall'esperienza dal collegio", al punto da poterne ricavare una casistica di "narrazioni stereotipate", che il relatore impietosamente elenca: "quella del giovane musulmano che ha messo incinta una ragazza cristiana, o del giovane cristiano che ha fatto lo stesso con una musulmana (le religioni possono peraltro variare), e scappa dalle furie dei genitori di lei; quella dell'uomo che il capo-villaggio ha destinato a sacrifici umani (il caso in esame appare una variante di questa trama) o ad altra non commendevole sorte; quella del sedicente omosessuale che, se lo fosse, sarebbe perseguitato al suo Paese; quello della lite degenerata in fatti di sangue in cui il richiedente ha, si intende senza volerlo, ferito o ucciso il proprio contendente, in un contesto in cui, quale che sia il Paese di provenienza, le forze di polizia del luogo sono sempre e irrimediabilmente corrotte ed astrette da oscuri vincoli alla potente famiglia della vittima, e così via".
La sentenza, risalente all'agosto 2019, è stata pubblicata ora da Questione Giustizia, rivista online di Magistratura Democratica, e accompagnata da un commento critico di Alessandro Simoni, professore di sistemi giuridici comparati dell'Università di Firenze. Il quale, pur dubitando del criterio logico seguito dai giudici ("in astratto non sembra regola universale che ogni fervore religioso o iconoclasta si spenga una volta che si è messa su famiglia e gli affari procedono"), rispetta la decisione giudiziaria, poiché "è ben possibile che le carte non lasciassero grandi spazi di manovra anche all'ermellino più benevolo".
Tuttavia Simoni vede nell'argomentazione generalizzata, "inutile" ai fini del caso concreto, "un interessante indicatore della permeabilità dei corpi giudiziari a un modo sempre più diffuso di leggere il mondo". I giudici della Cassazione, anziché limitarsi a un'asettica valutazione probatoria sul caso di A.S., non hanno resistito "alla tentazione di fare dell'ironia" sul suo racconto e su quelli di gran parte dei richiedenti asilo, "in particolare quelli dell'Africa subsahariana (quindi di un gruppo umano accomunato da una precisa immagine razziale o etnica"), tacciandoli di ricorrere a "narrazioni di fantasia, unicamente finalizzate a vincere i ricorsi". "La rappresentazione caricaturale - conclude Simoni - produce una sensazione sgradevole", evocando "stereotipi sui migranti che hanno radici solidissime nella cultura italiana meanstream".
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 17 gennaio 2020
Dopo l'apertura del Viminale sulla possibile emersione dei lavoratori stranieri irregolari, la reazione delle parti sociali. "Una "sanatoria" per i lavoratori stranieri irregolari? Sarebbe sacrosanta". Il presidente di Assindatcolf, Andrea Zini, che rappresenta i datori di lavoro domestico, non ha dubbi: "La loro regolarizzazione è una necessità primaria, ma da sola non basterebbe: deve essere accompagnata da un concreto sostegno dello Stato alle famiglie che assumono badanti, colf e baby-sitter. Come? Con una deducibilità fiscale delle spese, per esempio".
Non un colpo di spugna ma un welfare indotto e autogestito tra le parti: è questo l'auspicio di chi paga, per esempio, tra le 850 e i 1.000 euro al mese una badante a tempo pieno (quasi sempre straniera) per assistere un anziano o un malato con problemi di autosufficienza. Non chiamiamola sanatoria, però. Per il momento è solo un'ipotesi.
A beneficiarne sarebbe un esercito "nascosto" di circa 400-500mila immigrati che potrebbe diventare "linfa vitale" per l'economia del Paese e per le disastrate casse dell'Inps, con un gettito fiscale previsto di almeno 1,4 miliardi di euro ed entrate previdenziali per una cifra che raggiungerebbe i 3 miliardi. Si parla, dunque, di un "provvedimento di emersione", di un intervento normativo che renda regolari quei cittadini stranieri (senza pendenze penali) arrivati in Italia in maniera irregolare in cerca di un'occupazione e che magari l'hanno trovata, seppure "a tempo" e "in nero": migranti che sono costretti nel 90% dei casi a impieghi stagionali, provvisori, precari, sottopagati.
"Sulla regolarizzazione si sta ragionando" ha annunciato martedì alla Camera il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, durante il question time innescato da un'interrogazione presentata dal deputato Riccardo Magi (Radicali +Europa), relatore - tra l'altro - della proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero", una riforma complessiva del testo unico sull'immigrazione che prevede canali di ingresso attraverso la mediazione di centri per l'impiego e camere di commercio, o la presentazione di garanzie a chi dimostra di essere radicato e integrato da almeno due anni avendo svolto un'attività lavorativa o partecipato a misure di politica attiva del lavoro. Un superamento della Bossi-Fini.
Ma oggi, purtroppo, siamo ancora di fronte a condizioni di grave sfruttamento degli stranieri, con salari da miseria e riduzioni dei lavoratori in schiavitù, come conferma Mohamed Saady, presidente Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere) e segretario nazionale di Fai Cisl: "La cosiddetta "sanatoria"? Una soluzione al fenomeno dell'irregolarità che può favorire una sistemazione definitiva e l'integrazione sociale del lavoratore immigrato". Secondo il sindacato, i numeri dei lavoratori "fantasma" sarebbero ben più pesanti delle stime ufficiali: circa 600 mila, considerando il bracciantato agricolo, fenomeno stagionale governato dai "caporali". "Fantasmi? No, persone in carne ed ossa, spesso trattati in modo disumano".
"In un Paese come il nostro - aggiunge Saady - che non è in grado di applicare una politica dei rimpatri, oltre alla sanatoria serve una programmazione dei flussi migratori: nessuno dice "apriamo le porte" senza condizioni, ma cerchiamo di individuare il fabbisogno del mercato del lavoro, settore per settore, e facciamo entrare quelli che servono".
E non è un'impresa impossibile. In Italia, il contributo economico degli immigrati è determinante. "Inoltre - conclude il sindacalista della Fai-Cisl - una sanatoria, o meglio, una "regolarizzazione" dei lavoratori stranieri, di chi ora vive nell'ombra, eliminerebbe i conflitti sociali trasmettendo un senso di sicurezza tra tutti i cittadini".
uisp.it, 17 gennaio 2020
Il comitato Uisp partecipa al "Mese della pace" 2020, collaborando con associazioni e realtà locali che si occupano dei detenuti. Per il secondo anno l'Uisp Lariano aderisce al "Mese della pace" 2020 di Como.
Quest'anno, in particolare, l'impegno del comitato Uisp si rivolge al gruppo di lavoro Carcere e periferie, al fianco di altre associazioni che svolgono attività all'interno della Casa circondariale "Il Bassone" di Como. Il Comitato Uisp, infatti, svolge da 20 anni attività sportiva insieme ai detenuti e alle detenute, con l'obiettivo di offrire uno strumento ricreativo ed educativo, utile anche per la socializzazione e come strumento per il benessere psicofisico.
Venerdì 17 gennaio alle 21, presso la Biblioteca comunale "Paolo Borsellino" di Como, si terrà l'incontro "Vi raccontiamo il carcere", per conoscere la Casa circondariale di Como e le realtà che la animano. Interverranno: Fabrizio Rinaldi, direttore del carcere del Bassone; Padre Michele, cappellano del carcere del Bassone; Patrizia Colombo, Homo Faber; Federico Ioppolo, vicepresidente Uisp Lombardia; Concetta Sapienza, vicepresidente Uisp Lariano. Modera: Marco Gatti, giornalista de Il Settimanale.
Obiettivo dell'incontro è informare la popolazione di Como sulla realtà del carcere, per contrastare la narrazione diffusa che vorrebbe il carcere come luogo di emarginazione per soggetti irrecuperabili e indegni dell'interesse della comunità. Il carcere del Bassone, invece, è come un grande quartiere, quasi una città dentro la città ed è importante riportarlo metaforicamente al centro di Como e del dibattito cittadino e farlo conoscere. Per l'evento Facebook clicca qui
Il Progetto Carcere dell'Uisp Lariano spazia dalle classiche proposte sportive fino ad attività più originali, come il qi gong. Ad esempio durante l'estate del 2019 è stata promossa la pallavolo nei settori donne e trans della Casa circondariale.
L'attività ha coinvolto le detenute per tutto il periodo estivo, due giorni alla settimana, in un percorso gestito da due giovani allenatrici, al termine del quale si è svolto un torneo cui hanno partecipato anche squadre esterne. Quest'anno il progetto ha avuto una particolare attenzione per i diritti delle persone Lgbtiq, che spesso nell'ambito del carcere incontrano maggiori difficoltà e sono vittime di episodi di emarginazione. Ad inizio anno, invece, i detenuti hanno avuto la possibilità di sperimentare il qi gong: questa disciplina orientale genera armonia a livello psico-fisico-spirituale e accresce lo stato di equilibrio energetico generale.
L'esecuzione sistematica degli esercizi di qi gong, tramite una postura e una respirazione corretta, aiutano a migliorare sensibilmente le rigidità, acquisire maggiore capacità di rilassamento, armonia e un generale benessere psico-fisico. Praticare questa attività è molto utile per migliorare il modo di relazionarsi ed affrontare un momento faticoso dell'esistenza, come può essere quello del carcere.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 17 gennaio 2020
Fino a un paio d'anni fa, il Nepal era considerato uno degli stati asiatici più tolleranti nei confronti del dissenso e delle opinioni critiche. Dall'anno scorso, questa reputazione è fortemente a rischio. Intanto, prima della sua prevista sostituzione con norme più aggiornate, è stata riesumata una legge del 2006, quella sulle transazioni elettroniche, per stroncare le critiche. Ne hanno fatto le spese, con gli arresti, il giornalista Arju Giri per aver denunciato una serie di frodi finanziarie, l'attore Pranesh Gautam per aver pubblicato su YouTube un filmato satirico e i musicisti Durgesh Thapa e Samir Ghishing per i contenuti dei loro brani.
Nel 2019 il governo ha presentato tre diverse proposte di legge il cui obiettivo palese è di mettere il bavaglio all'espressione delle idee, soprattutto online. C'è la Legge sull'organizzazione dei mezzi d'informazione, che introduce nel codice penale i reati di calunnia e diffamazione a mezzo stampa. Segue, in ordine cronologico di presentazione, la Legge sui mezzi di comunicazione di massa, che prevede fino a 15 anni di carcere per i giornalisti che pubblicano o trasmettono contenuti ritenuti contrari alla sovranità nazionale, all'integrità territoriale e all'unità nazionale.
infine, la Legge sulla tecnologia dell'informazione su cui si sta concentrando l'attuale dibattito. Se verrà definitivamente approvata, consentirà al governo di censurare arbitrariamente contenuti online, punendo i loro autori con cinque anni di carcere e multe esorbitanti. La portata della legge è enorme. L'articolo 94 criminalizza in modo del tutto vago contenuti ritenuti contrari "all'unità nazionale, al rispetto per se stessi, agli interessi nazionali e alle relazioni tra le componenti federali". Altri articoli puniscono contenuti "irridenti", "ingannevoli", "demotivanti" e "degradanti", impedendo la loro divulgazione attraverso qualsiasi mezzo elettronico: newsletter, blog, portali e persino e-mail. L'articolo 114 prevede addirittura la costituzione di tribunali ad hoc i cui componenti saranno di nomina governativa. Il 2020 rischia dunque di essere, in Nepal, l'anno del bavaglio.
di Simone Re
tio.ch, 17 gennaio 2020
Il rapper e la sua Team Roc contro le autorità di due centri di detenzione del Mississippi: "Lo stato ha fallito". I rapper Jay-Z e Yo Gotti, attraverso Team Roc (la divisione della Roc Nation che si occupa di attività filantropiche), hanno fatto causa - in rappresentanza di 29 detenuti - alle autorità carcerarie dello stato del Mississippi per le condizioni "inumane" di alcune delle sue strutture detentive.
Se da un lato il numero di persone incarcerate in Mississippi "continua a crescere", dall'altro lo stato ha "drasticamente ridotto il finanziamento delle sue prigioni", si legge nel testo della denuncia, riportato dai media statunitensi.
Solo nelle ultime settimane, cinque detenuti hanno perso la vita nelle strutture detentive dello stato. Quattro di questi erano rimasti coinvolti in alcuni violenti disordini. La conseguenza di questo sotto finanziamento sono "condizioni di detenzione incapaci di garantire il minimo dei diritti umani", prosegue il Team Roc, chiedendo di prendere provvedimenti immediati. In caso contrario, i firmatari della denuncia si dicono "pronti a percorrere ogni via per riuscire a ottenere il sollievo della popolazione carceraria del Mississippi e dei loro familiari".
di Alberto D'Argenio
La Repubblica, 17 gennaio 2020
Domenica a Berlino la Conferenza di pace con Serraj e Haftar. L'Europa pronta a inviare militari in una seconda fase. Nella bozza del documento del vertice anche il disarmo delle milizie e l'unificazione dell'apparato di sicurezza.
Tregua duratura, missione civile per garantirne la tenuta e - successivamente - invio di militari in Libia per bloccare l'afflusso di materiale bellico e disarmare le milizie, favorendo la nascita di un governo di unità nazionale. L'Europa si prepara alla Conferenza di Berlino di domenica con qualche grado di ottimismo in più rispetto ai giorni scorsi.
Il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, è volato a Bengasi dove ha ottenuto la certezza che, oltre al premier di Tripoli Serraj, anche il generale Haftar tra due giorni sarà nella capitale tedesca. Dopo l'incontro con l'uomo forte della Cirenaica, Maas si è sbilanciato: è pronto a rispettare il cessate il fuoco. Gli europei intravedono un possibile successo nel summit organizzato da Angela Merkel - al quale tra gli altri parteciperanno Pompeo, Putin ed Erdogan, oltre ai leader Ue - e iniziano a prepararsi per il dopo.
In una bozza di conclusioni pubblicata ieri da Agenzia Nova, la Conferenza di Berlino oltre a un cessate il fuoco duraturo e un embargo alle armi, chiederebbe la smobilitazione delle forze sul terreno, unificazione degli apparati di sicurezza, rifiuto di ingerenze straniere (Russia e Turchia), garanzia di integrità territoriale e "nascita di un nuovo, rappresentativo e unificato governo di accordo nazionale che eserciti la sua autorità su tutto il territorio libico" favorendo una soluzione politica al conflitto e la ricostruzione del Paese.
Al momento manca ogni riferimento alla missione che garantisca il cessate il fuoco e l'avvio del processo politico chiamato a mettere fine al conflitto. Su questo spingono ora gli europei, con gli americani più cauti. "La partecipazione di Sarraj e Haftar a Berlino è un successo della diplomazia europea a dimostrazione che quando l'Ue agisce unita è in grado di far sentire la propria voce", dice il presidente dell'Europarlamento, David Sassoli.
Che aggiunge: "Per il monitoraggio del cessate il fuoco dobbiamo essere pronti ad utilizzare ogni strumento a disposizione, sia civile che militare". Per il premier Giuseppe Conte, l'Italia "è disponibile a partecipare a un contingente di interposizione e di pace". L'Europa non vuole correre il rischio che un eventuale successo a Berlino venga travolto da nuove escalation sul terreno. Ecco perché già lunedì a Bruxelles l'Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, presenterà ai ministri europei le opzioni per la forza di interposizione.
Secondo quanto il "ministro degli Esteri" dell'Unione ha già comunicato alle capitali, raccontano fonti europee, sono possibili diverse opzioni. Per Borrell una prima possibilità consiste nel dispiegamento di una missione civile in Libia in tempi rapidi, al massimo entro qualche settimana, sul modello di quella inviata in Georgia nel 2008.11 personale europeo dovrebbe tracciare i confini tra le parti belligeranti e interporsi tra loro, monitorando la tenuta del cessate il fuoco.
Per questa missione servirebbero un forte mandato politico della comunità internazionale e il consenso delle parti libiche. La seconda opzione prevede una missione militare sul modello Libano (Unifil), che però richiederebbe tempi più lunghi per essere dispiegata tra pianificazione, risoluzione delle Nazioni Unite e voto dei parlamenti nazionali dei Paesi coinvolti. In entrambi i casi i numeri del personale non sarebbero altissimi: si parla di poche centinaia di uomini al massimo.
La forza militare avrebbe un comando a rotazione tra i partecipanti che, a differenza di quanto ipotizzato nei giorni scorsi, potrebbero non essere solo europei, ma anche partner dell'Unione africana e di stati asiatici. Borrell ipotizza anche un sostegno alle forze di sicurezza: disarmo, smobilitazione e reintegrazione nella società delle milizie.
Scarponi sul terreno dunque, ma anche e soprattutto aerei per assicurare efficacia all'embargo delle armi monitorando dal cielo gli estesi confini libici. Oltre a una forza navale per un analogo controllo in mare: Bruxelles non esclude di riattivare Sophia, bloccata lo scorso anno da Salvini, come chiede la Francia perché rapida da mettere in acqua. Roma invece spinge su una missione nuova a meno che non vengano cambiate le regole sullo sbarco dei migranti, che per Sophia è previsto solo in Italia.
Con queste opzioni sul tavolo, in queste ore nelle telefonate tra le cancellerie continentali sta emergendo l'orientamento dei leader europei di spingere affinché i partecipanti a Berlino approvino questo schema: missione civile subito per stabilizzare la tregua in tempi rapidi ed evitare il rischio di un attacco a sorpresa di Haftar su Tripoli. Quindi una più solida missione militare in un secondo tempo, appena i passaggi tecnici e politici lo consentiranno. Non è detto che a Berlino finirà così, ma questo è quello su cui al momento puntano i governi dell'Unione.
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 17 gennaio 2020
L'ultima trovata dell'assessore leghista di Trieste. Il Cpr di Gradisca come un carcere di massima sicurezza per chi non ha commesso reati. La Lega non demorde: l'assessore regionale alla Sicurezza e all'Immigrazione (che già il connubio è significativo) ha dichiarato di voler collocare "fototrappole spia" lungo il confine con la Slovenia per contrastare l'afflusso dei migranti. Almeno nella zona di Trieste dove lo sconfinamento è quotidiano.
Dopo aver promesso droni e reticolati, la fantasia dell'assessore Roberti continua a dilagare. Dovrebbe conoscere le proprie competenze, l'assessore leghista, ma evidentemente non è così: non è informato, evidentemente, che la Regione non ha alcuna competenza su questo e mai potrebbe, su proprio bilancio, collocare sistemi di rilevazione e controllo. Dice che così le riammissioni in Slovenia dei migranti sarebbero automatiche, dimostrando di non conoscere la normativa e probabilmente senza rendersi conto che tra Italia e Slovenia da anni esiste soltanto un "confine interno" alla Ue, con tutto quello che ne consegue.
Intanto, coerentemente, la gestione dei migranti in Friuli Venezia Giulia peggiora di giorno in giorno e sta diventando esplosiva. Soprattutto a Gradisca d'Isonzo dove operano affiancate due strutture carcerarie, il Cara e il nuovo Cpr aperto in sordina a fine dicembre: stesso muro perimetrale di cemento alto quattro metri con aguzzi frammenti di vetro e reticolati sulla sommità, nuovo sistema di videosorveglianza, doppia recinzione esterna, gabbie nei cortili interni per tenere isolati i gruppi di persone. Due strutture assieme: un unicum per l'Italia del Nord.
Alcuni operatori dei Centri gradiscani, pochi giorni fa, hanno inviato una lettera aperta al quotidiano il Piccolo descrivendo una realtà intollerabile: "È ora che si venga a sapere che cosa succede in questi posti dimenticati da Dio e dagli uomini" hanno scritto. La cooperativa che gestisce il Cpr è la Edeco di Padova, tra l'altro indagata per precedenti gestioni irregolari e, scrivono ancora i lavoratori: "ogni settimana arrivano da Padova due persone che mangiano, si lavano e dormono dentro il Cpr. Lavorano 12 ore al giorno e fanno anche il turno di notte alternandosi con un solo operatore in servizio. In caso di problemi, uno sveglia l'atro". Gli stessi due operatori fanno anche le pulizie ma non esiste igiene e nessuno degli operatori è vaccinato. I pasti arrivano ogni mattina da Padova e, tenuti dentro contenitori di acciaio, devono bastare sia per il pranzo che per la cena. Non c'è un ambulatorio, un'infermeria, il medico è presente per quattro ore ma solo tre giorni alla settimana. Di mediazione culturale, assistenza legale, o quant'altro, nemmeno l'ombra.
Frutto avvelenato, del tutto prevedibile, del decreto Salvini che fissa in 19 euro il budget giornaliero per ospite del Cpr, a scapito del servizio e degli operatori che, con un gioco al massacro di riduzioni di orario e turnazioni, portano a casa stipendi da 5-600 euro al mese: "Ci chiediamo come lo Stato possa far finta di non sapere nulla di ciò che accade all'interno di questo meccanismo". "Ci portano da mangiare come ai cagnolini!" è riuscito a dire un migrante rinchiuso nel nuovo Cpr di Gradisca durante una breve drammatica telefonata filtrata all'esterno. Non c'è un refettorio, non c'è nulla, solo celle da sei persone dove chi aspetta il rimpatrio deve restare chiuso per gran parte del tempo con una feritoia sulla porta che fa anche da passavivande.
Carcere di massima sicurezza destinato non a chi ha commesso reati: le "irregolarità" sono puramente amministrative e molte lo sono diventate soltanto in forza dei decreti salviniani. Galera, e di quelle peggiori, dove rinchiudere anche gli stranieri che già avevano avuto un permesso di soggiorno, che lavoravano, che studiavano, che si erano illusi di aver trovato un luogo dove ricostruirsi una vita. E così si moltiplicano gli episodi di autolesionismo ed i tentativi di fuga (già in una decina sono riusciti a scappare). E cresce anche la conta dei morti annegati nell'Isonzo. La Regione, secondo l'ordinamento giuridico, dovrebbe realizzare progetti di inclusione sociale per gli stranieri, ma alla maggioranza leghista non interessa: meglio le fototrappole per la loro sguaiata propaganda. È il metodo migliore per creare disordine e insicurezza, ma tant'è.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 17 gennaio 2020
Dice di essere sbarcato a Dubai per un viaggio di piacere, assieme alla moglie e ai due figli. Dice di essere un imprenditore napoletano, da tempo titolare di un ristorante pizzeria a Panama, giunto all'aeroporto di Dubai da turista, assieme alla famiglia, con tanto di biglietto di rientro prenotato e di albergo riservato per trascorrere una vacanza.
Una storia sempre più strana, un intrigo internazionale che resta tale, a dispetto della fitta corrispondenza che in questi giorni ha riguardato reparti investigativi di Napoli, di Roma e della stessa capitale degli Emirati. A tenere in piedi il caso è una lettera dettata telefonicamente da Domenico Alfano, proprio lui, il napoletano arrestato prima di Natale con l'accusa di essere in realtà Bruno Carbone, broker del narcotraffico, ricercato da anni per ordine del Tribunale di Napoli e di Catania.
Una vicenda che si arrotola su se stessa, in attesa di una risposta delle autorità emiratine e - di rimbalzo - delle istituzioni italiane. Un giallo, al momento, fin troppo facile da ripercorrere: pochi giorni prima di Natale - tra il 19 e il 20 dicembre scorsi - Domenico Alfano è stato arrestato a Dubai.
Per gli inquirenti non ci sono dubbi: si tratta di Carbone, braccio destro di Raffaele Imperiale, uno che gestisce centinaia di migliaia di euro, trafficando cocaina con il Sudamerica, con i paesi bassi, con l'est europeo. Scattano le manette ai polsi, ma la notizia arriva in Italia solo ai primi di gennaio, con un buco informativo di almeno una decina di giorni.
Cosa è accaduto a Dubai? Stando all'interrogatorio di garanzia, ma anche alla denuncia del sedicente Domenico Alfano (a cui è stato consentito di stabilire contatti telefonici con la famiglia, il legale e che è stato visitato dal console italiano), l'Interpol avrebbe preso un granchio. Avrebbero arrestato l'uomo sbagliato, o meglio, un soggetto estraneo alle accuse credendolo un pericoloso narcotrafficante. Ed è in questo scenario che si fa avanti un sospetto. È possibile infatti che la polizia emiratina abbia saputo dell'arrivo a Dubai, nei giorni prima di Natale, del latitante Bruno Carbone, con un volo proveniente da Panama.
Una traccia investigativa che potrebbe aver spinto le autorità locali a verificare, tramite i terminali, tutti i cittadini napoletani in arrivo da Panama, più o meno della stessa età di Carbone, anche alla luce di una precedente traccia investigativa. Già in un recente passato, Carbone sarebbe arrivato a Dubai sotto falso nome, sempre battendo rotte internazionali legate al Sud America o all'est europeo.
E sarebbe sfuggito agli arresti - secondo un pentito - grazie a una tangente versata da Imperiale in persona. Fatto sta che in questi giorni, anche gli inquirenti napoletani si sono mossi, con un blitz nella casa partenopea di Alfano, nel tentativo di acquisire impronte digitali, fotografie e altri indizi in grado di chiudere il caso, in un senso o nell'altro, sulla cattura messa a segno a Dubai dalle forze dell'ordine locali.
Ma intanto si leva la denuncia dell'uomo detenuto a Dubai. In sintesi, da quasi un mese, la sua famiglia è in un hotel, mentre lui si trova in cella, alle prese con accuse da brividi: "Mi chiamo Domenico Alfano, sono cittadino italiano, ho una moglie colombiana con cittadinanza italiana e due bambini, una di 13 anni e un altro di 9. Da tredici anni viviamo a Panama. Siamo partiti da Panama il 18 dicembre per una vacanza di trenta giorni qui a Dubai. Possiedo un ristorante pizzeria a Panama Santiago de Veraguas. Abbiamo fatto una sosta in Francia, prima di atterrare negli Emirati, ma quando siamo atterrati è iniziato un incubo.
Un uomo con la giacca viene a cercarci e ci invita a seguirlo, passiamo davanti agli altri passeggeri. Alla porta numero due, mi chiedono il passaporto, declino le mie generalità, gli dico che sono Domenico Alfano. Mi dicono di far parte dell'Interpol, ci portano nell'ufficio migrazione: a questo punto, uno dell'Interpol porta mia moglie con i bambini verso una finestra, mentre io seguo attraverso un percorso un altro uomo. Controllano la mia valigia, poi mi portano in un ufficio. Mostro loro la scheda di presentazione del mio ristorante, mentre mi fanno foto, prima di mettermi in una cella. Passano due o tre ore, mi fanno altre foto, mi mettono le manette e mi trasferiscono in prigione".
E non è finita. "Lì, in cella, arrivano altri funzionari dell'Interpol, che mi mostrano le foto di due uomini con due nomi e cognomi diversi, dicendomi che in realtà si tratta della stessa persona. Mi accusano di essere un leader della mafia, che mi stanno cercando da diversi anni.
A questo punto, dentro di me, mi sento rassicurato, perché so che hanno sbagliato persona e che prima o poi la cosa verrà fuori. Intanto, mi prendono le impronte digitali, mi prendono il sangue per fare un test del Dna, mi scattano le foto e mi tranquillizzano: mi dicono di stare calmo, che alla fine - se non sono Bruno Carbone - mi libereranno presto".
Un mese dopo, il sedicente Domenico Alfano è ancora detenuto, il caso resta aperto, nell'imbarazzo generale. Ecco il finale della lettera: "Oggi 16.1.2020 sono da 28 giorni in cella, ma non sono la persona che stanno cercando. Tutta la mia vita sta finendo, tutte i miei impegni di lavoro infranti, il danno psicologico alla mia famiglia è indescrivibile, scrivo questa lettera in modo che tutti sappiano la verità sull'incubo che stiamo vivendo".
di Paola Lo Mele
Gazzetta di Parma, 16 gennaio 2020
"Non fatemi uscire, non so dove andare, fatemi morire in pace qui". In carcere. La richiesta, tanto accorata quanto inimmaginabile per i non addetti ai lavori, è arrivata personalmente alla garante dei detenuti di Roma Gabriella Stramaccioni.
di Riccardo Pallotta*
ipsoa.it, 16 gennaio 2020
Anche nel 2020 imprese private e cooperative sociali possono fruire di uno sconto del 95% sui contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro e dei lavoratori per l'assunzione di detenuti o internati. Gli sgravi contributivi si applicano, a determinate condizioni, per ulteriori 18 o 24 mesi successivi alla cessazione dello stato detentivo e sono riconosciuti dall'Inps in base all'ordine cronologico di presentazione online delle domande da effettuare con il modulo "Deti". La domanda deve essere rinnovata ogni anno anche per i rapporti di lavoro già autorizzati. A fronte delle medesime assunzioni alle imprese spetta anche un credito d'imposta.
- L'Inail assicura anche i detenuti che fanno lavori di pubblica utilità
- Stato-mafia: dei 336 detenuti al 41bis solo 18 erano di Cosa nostra e a sette fu riapplicato
- Religione in carcere: un diritto reale per 50mila detenuti credenti
- Consulta, la Cartabia apre agli "amici della Corte"
- Giustizia, più Falcone e meno Bonafede










