padovaoggi.it, 25 febbraio 2020
Dinamiche sanitarie in continua evoluzione, contatti frequenti con persone che frequentano i penitenziari, colloqui, detenuti con permessi premio e di lavoro. Sono tutti fattori che, secondo Sinappe, potrebbero favorire il contagio da Coronavirus anche all'interno delle carceri italiane. La segreteria padovana del sindacato di polizia penitenziaria appoggia le proposte avanzate da quella nazionale ai vertici dell'amministrazione chiedendo maggiori controlli.
Lunedì è stata redatta una nota inviata al presidente dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini dove vengono espressamente richieste misure di gestione più stringenti da applicare non solo nelle strutture vicine ai focolai del contagio (tra cui il Due Palazzi) ma in tutte le carceri, in risposta al documento diramato il 22 febbraio a livello nazionale con le direttive da adottare.
La prima richiesta è di tornare temporaneamente al sistema "a celle chiuse": la maggior parte dei penitenziari applica le "celle aperte" per gran parte del giorno, con i detenuti liberi di raggiungere gli spazi comuni e partecipare alle attività di reintegro sociale. "Anche se sono ambienti più facilmente controllabili - si legge nella nota - il contagio non si può escludere a causa dei numerosi contatti con la comunità esterna come i colloqui con familiari, avvocati, magistrati, religiosi, educatori, psicologi, volontari. Senza contare i detenuti in ingresso di cui è impossibile ricostruire storia e itinerari recenti".
Inoltre Sinappe propone di sospendere temporaneamente attività e incontri, ma anche di evitare le prestazioni sanitarie non urgenti: "Sarebbe opportuno aumentare i colloqui telefonici e diminuire quelli di persona, chiedendo il supporto delle Asl per avere personale specializzato che controlli le persone che entrano ed escono come avviene negli aeroporti, compresi i detenuti che lavorano all'estero o sono in semilibertà e in permesso".
Preoccupazione destano anche le dotazioni per gli agenti: "Auspichiamo che a tutti siano fornite mascherine, guanti e disinfettanti - prosegue Sinappe - e che venga normativizzata la regola su eventuali assenze per giorni di esenzione".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 febbraio 2020
Il carcere di Reggio Emilia è pronto a ospitare una sezione ad hoc per i nuovi arrivati che siano contagiati. L'evoluzione prevista, riportata dalle organizzazioni sindacali degli agenti di Polizia penitenziaria, riguarda appunto l'apertura di una nuova sezione dove i cosiddetti "nuovi giunti", gli arrestati nei prossimi giorni fino alla conclusione dell'epidemia, saranno ristretti in quarantena per almeno 15 giorni. Locali dove, riferiscono gli agenti, potrebbero essere confinati anche loro, auspicando in quel caso "che ci possano essere le condizioni per lavorare in tranquillità e che vengano forniti dispositivi di protezione individuale". Se si verificassero focolai nell'istituto penitenziario sarebbero cancellati anche gli spostamenti in Tribunale e annullati i colloqui con esterni.
A Reggio Emilia c'è anche la nuova struttura, ancora non operativa, nata per essere una residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems), che è stata individuata dal presidente della Regione Stefano Bonaccini per mettere in quarantena eventuali pazienti che non hanno nelle loro abitazioni le condizioni per l'isolamento domiciliare. Se, insomma, ci sarà bisogno di mettere in quarantena qualche persona che si sospetta possa sviluppare il coronavirus, si apriranno le porte del Rems che diventerà, per l'appunto, una sorta di Cecchignola dell'Emilia- Romagna.
La struttura, realizzata nella zona sud della città, non distante dal carcere, dovrà ospitare, nel prossimo futuro, i pazienti dell'ex ospedale psichiatrico giudiziario, ma è al momento inutilizzata. La costruzione è iniziata nel 2016 ed è stata portata a termine da qualche mese con una spesa di oltre 5 milioni di euro finanziati dalla Regione. Avrebbe dovuto diventare operativa a partire da gennaio, ma una serie di problemi relativi alla delicata funzione cui sarà destinata, ha fatto rinviare l'inaugurazione.
Nel frattempo il virus è entrato nelle carceri cinesi. La Cina ha segnalato circa 500 casi nelle sue prigioni, di cui almeno 200 nello stesso istitutodo i timori di ulteriori epidemie. Funzionari locali hanno confermato che almeno 200 detenuti e sette guardie di Rencheng, a Jining, nella provincia orientale dello Shandong, sono risultati positivi. "L'attuazione delle misure di prevenzione e di controllo non è stata efficace", ha riconosciuto venerdì Wu Lei, capo dell'amministrazione penitenziaria dello Shandong. Il governo centrale ha annunciato il licenziamento di Xie Weijun, responsabile della giustizia nello Shandong, così come di altri due funzionari. Per tutti e tre l'accusa è di negligenza. Individuati almeno 34 casi nella prigione di Shilifeng, nello Zhejiang. Anche a Hubei, la provincia epicentro dell'epidemia, ha segnalato venerdì 271 casi nelle sue prigioni, tra cui 220 non ancora registrati. Secondo un giornale locale, l'Hubei Daily, sono stati segnalati 230 casi nella prigione femminile di Wuhan, dove le guardie sono state licenziate per non aver contenuto l'epidemia, mentre gli altri 41 casi si sono verificati in un'unica struttura nella municipalità di Shayang.
affaritaliani.it, 25 febbraio 2020
Il Master in Psicologia Penitenziaria è unico nel panorama formativo accademico nazionale in collaborazione con il Provveditorato Regionale della Lombardia.
A Milano è nato il primo Master in Psicologia Penitenziaria d'Italia. Una nuova offerta formativa presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore della città meneghina. Il Master in Psicologia Penitenziaria è unico nel panorama formativo accademico nazionale. In Italia non esistono altri percorsi formativi che preparano il corsista a svolgere il ruolo e le funzioni dello psicologo in ambito penitenziario.
Il programma didattico risulta improntato alla multidisciplinarietà e sarà in grado di offrire la trasmissione del sapere, sia teorico che pratico, da parte di professionisti impegnati sul campo ai più elevati livelli. Il piano didattico innovativo offre l'opportunità di uscire dall'aula e organizzare alcune lezioni direttamente presso il contesto d'interesse, ossia gli istituti penitenziari. Ai sensi della normativa ministeriale i partecipanti saranno esonerati dall'obbligo di crediti Ecm per gli anni concomitanti alla frequentazione del master.
Il Master si configura come un percorso specifico per gli psicologi che intendono operare in ambito penitenziario. Attraverso una formazione che prevede l'uso di percorsi integrati di apprendimento dati dall'alternanza di momenti teorici e gruppali, esperienze sul campo, didattica on-line ecc.., il Master si propone l'obiettivo di fornire un'articolata e ampia preparazione nell'ambito della Psicologia penitenziaria, con particolare attenzione allo sviluppo degli strumenti necessari per svolgere attività di valutazione, osservazione e trattamento dei detenuti;supportare gli operatori e programmare interventi di accompagnamento al cambiamento istituzionale;sviluppare nuove progettualità di intervento e di lavoro in équipe.
Il Master in Psicologia penitenziaria è realizzato in collaborazione con il Provveditorato Regionale della Lombardia, al fine di garantire ai frequentanti la possibilità di esperire le differenti realtà penitenziarie.
Perché un Master in Psicologia penitenziaria e profili criminologici? Lo abbiamo chiesto alla Direttrice del Master Emanuela Saita.
"Sebbene la figura dello psicologo penitenziario ("ex art. 80") sia, ad oggi, solo "tratteggiata", il "contesto carcere" pone quotidianamente alla scienza psicologica articolate e complesse domande relative sia alla valutazione sia alle prospettive trattamentali del detenuto, vanno inoltre considerate le questioni inerenti il supporto agli operatori penitenziari.
La peculiarità degli interventi psicologici entro la realtà intramuraria non autorizza ad un uso generico della strumentazione psicologica, le caratteristiche di questa istituzione condizionano il soggetto sia sotto il profilo intrapsichico che comportamentale e influenzano le dinamiche professionali di coloro che vi operano; piuttosto si rende necessario l'utilizzo di metodologie di intervento specifiche, cioè adatte alle problematicità della esperienza detentiva, ai moventi e alle azioni che hanno determinato tale esito, alla progettualità per il futuro entro e fuori dal carcere, ai ruoli e all'identità dei professionisti penitenziari.
In questa ottica il Master in Psicologia penitenziaria e profili criminologici, nella sua prima edizione, si propone di selezionare e preparare professionisti di eccellenza che vogliono sviluppare le conoscenze e le abilità necessarie ad operare nell'ambito penitenziario"
Quali sono le maggiori criticità riscontrate nelle carceri italiane e qual è il compito di uno psicologo penitenziario?
Le maggiori criticità riguardano i detenuti con disagio psichico e disturbi psichiatrici non diagnosticati. Difficile includerli in attività trattamentali convenzionali.
Quali sono le problematiche maggiori riscontrate nei carcerati non italiani?
I reclusi stranieri, soprattutto nord africani, presentano frequenti comportamenti autolesivi ed un più elevato rischio suicidario, difficile da identificare e gestire se non parlano italiano.
di Barbara Antoni
Il Tirreno, 25 febbraio 2020
Obiettivi dell'avvocata Severi sono di instaurare più conoscenza fra dentro e fuori e dare opportunità di lavoro ai detenuti. Il 26 un incontro anche con le aziende. Dal suo insediamento è al lavoro "per aprire il carcere al dialogo" Alessandra Severi, garante dei diritti dei detenuti del carcere San Giorgio e delle persone private di libertà nominata dall'amministrazione comunale.
Trentacinque anni, lucchese, avvocata e crimonologa, Severi è arrivata a ricoprire questo ruolo dopo un percorso di approfondita conoscenza del mondo carcerario, svolto tramite il servizio civile prima e poi proseguito con un impegno di ricerca e di volontariato. Tra le esperienze che ha condotto in carcere come volontaria, in particolare, ce ne sono alcune che, racconta, non dimenticherà mai per intensità e profondità. Come "la lettura con i detenuti de "L'asino di apuleio" e del libro "Donne che corrono con i lupi". "Ci sono stati momenti toccanti, con i detenuti che raccontavano della loro vita. Mi piacerebbe che questi racconti fossero conosciuti da più persone, all'esterno, mentre ad oggi sono rimasti solo in chi li ha ascoltati. Il carcere manca di un passaggio con l'esterno", spiega Severi.
È questa, l'idea del ponte con l'esterno, dal quale possono scaturire opportunità di relazioni sociali per i carcerati, come anche di formazione e lavoro per quelli che si trovano a fine pena o comunque nei termini per affrontare un percorso di recupero anche attraverso il lavoro, che la garante vuole rendere un fatto concreto.
"Mi stupisce che la città non abbia mostrato molta curiosità verso il mondo carcerario: vorrei assolvere a questa idea, portare le persone a riflettere su cosa il carcere realmente è - spiega l'avvocata Severi, autrice insieme alla sociologa Wilma Cocci di un libro sul mostro di Firenze dal titolo"Flop criminologico: il caso Pietro Pacciani, edito da Ibiskos.
Nel carcere non vivono solo i detenuti ospiti, ma anche le persone che ci lavorano, in particolare gli agenti penitenziari, con tutte le difficoltà che incontrano nel quotidiano. In carcere si vive l'esasperazione delle solitudini di entrambi. Sarebbe bene invece che la comunità lucchese conoscesse molto più la realtà del San Giorgio: sono convinta che se il carcere di Lucca fosse "aperto" al dialogo, tantissime persone vi si avvicinerebbero, ci sarebbe una grande risposta dalla comunità".
Il San Giorgio è una casa circondariale: il numero dei detenuti oggi è sui 115, la polizia penitenziaria, spiega sempre la garante, è numericamente sotto organico. Ci sono detenuti in attesa di giudizio e condannati, ma con condanne entro i cinque anni. La presenza di detenuti stranieri è alta, ma molti sono anche della zona. Nel San Giorgio è attivo il Gruppo Volontari Carcere.
Al momento, oltre alle attività teatrali di Empatheatre, all'attività sportiva svolta dalla Libertas, al corso di cucina e a quello per il conseguimento della licenza Haccp, ci sono proposte per altri due progetti destinati ai detenuti. "Ho proposto un corso di formazione per volontari in carcere alla Caritas - spiega la garante -. Persone che possano entrare e semplicemente parlare con i detenuti, ascoltarli. C'è poi un progetto dell'Associazione Musicale Lucchese per un corso di chitarra e canto".
Severi in questo momento si sta concentrando su un punto di forza del recupero dei detenuti: il lavoro. Nasce da questo intento il l'incontro "Carcere e lavoro" in programma il 26 febbraio alle 15,30 nell'auditorium di San Micheletto, organizzato insieme all'amministrazione comunale e con la commissione consiliare per il sociale.
"Facendo i colloqui con gli ospiti - spiega infatti Severi - è emersa la grande esigenza che ravvisano a fine pena: la necessità di un lavoro: esco e dove vado? È molto importante aiutare le persone nel reinserimento. Per questo abbiamo deciso con il Comune di invitare all'incontro di mercoledì 26 febbraio aziende del settore agricolo e della ristorazione, quelle per le quali anche la formazione può essere più facile. Il nostro obiettivo, con l'incontro, è di far conoscere soggetti che ruotano intorno al mondo del carcere: ci saranno anche esponenti del Consorzio Mestieri Toscana, della Camera Penale di Lucca, della Caritas e di Confcommercio. Tra i relatori, anche lo studio legale Tirrito specializzato nella consulenza sugli sgravi fiscali per le aziende che assumono un detenuto. Ci saranno anche il garante dei detenuti di Firenze Eros Cruccolini, le associazioni di categoria e Slow Food Toscana. Ma anche, non ultimo, il direttore del Centro per l'Impiego di Lucca Antonio Fanucchi, l'Uepe (ufficio esecuzione penale esterna, ndr). Lo scopo, ribadisco, è accrescere la conoscenza del carcere nella comunità lucchese. Sono state realizzate anche brochure per le aziende, con i contatti e le informazioni necessarie".
di Davide Varì
Il Dubbio, 25 febbraio 2020
"Il diritto penale totale", di Filippo Sgubbi. Il "paradigma vittimario" è usato contro giudici e avvocati creando una pericolosa degenerazione del diritto. "La vittima è l'eroe moderno, ormai santificato. L'abuso del paradigma vittimario frutto del diritto penale emozionale e compassionevole, ha fatto si che lo stato di vittima sia diventato desiderabile nello Stato di oggi".
È uno dei passaggi, e forse neanche il più duro e diretto, del libro di Filippo Sgubbi "Il diritto penale totale", edizioni Il Mulino. Un testo che non fa alcuno sconto, che mira dritto al cuore del problema senza timori né riguardi. E la chiave di volta del testo di Sgubbi, avvocato e professore nelle università di Cagliari, Bologna e Roma, è proprio quel termine: "totale": "Totale perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall'intervento punitivo che vi si insinua". Totale, inoltre, perché da decenni la politica e la società civile sono convinte che ingiustizie e mali sociali possano trovare una soluzione solo ed esclusivamente nel diritto penale.
Ed è questo il motivo per cui la giustizia è diventata il centro della vita politica e l'epicentro delle scosse che di volta in volta minano la tenuta di governi e maggioranze: vedi il recente scontro sulla prescrizione e sulla riforma del processo penale. E così Filippo Sgubbi ci aiuta a mettere a fuoco il vero nodo, quel groviglio tra politica e giustizia che è più di un'osmosi: non un confronto dialettico tra pari, quanto una sottomissione della prima nei confronti della seconda.
Perché quel grido "vogliamo giustizia", (e torniamo alla teoria del "paradigma vittimario) urlato nelle aule dei nostri tribunali e usato come arma contundente contro quei giudici che si permettono di assolvere o non infliggere "pene esemplari", riecheggia nelle stanze dei Palazzi della politica e diventa centro, manifesto e proclama di gran parte dei partiti. E così accade che il processo "sia chiamato a cercare colpe prim'ancora che cause".
Nasce in questo modo "una nuova forma di ricerca processuale del capro espiatorio e nel contempo un nuovo tipo di processo politico dovuto alle pressioni politico- sociali". Non solo, "la voce intimidatoria delle vittime, adeguatamente amplificate dai media, - spiega Sgubbi - trascende l'ambito risarcitorio e vorrebbe poter determinare la sanzione, chiedendo pene più severe. E trascende perfino l'ambito del processo con la richiesta anche di sanzioni penali sociali extrapenali".
E, seguendo Sgubbi, possiamo senz'altro dire che la "dittatura" del "paradigma vittimario" arriva a giustificare anche le minacce a quegli avvocati che osano difendere i diritti degli imputati. Se nelle visione distorta di media e pubblica opinione il processo non è più ricerca di cause e responsabilità ma mero dispensatore di pene esemplari, allora l'avvocato difensore diventa necessariamente "complice" insieme al giudice che non punisce in modo "adeguato". Con buona pace del diritto, delle garanzie e della democrazia stessa, la quale, spiega Sgubbi, "è travolta dagli stessi inconvenienti caratteristici dei processi politici di ogni tempo".
Ma la dittatura del "paradigma vittimario" è solo uno degli argomenti sezionati da Sgubbi. Con la stessa efficacia e durezza Sgubbi ci parla di "tipicità postuma", di "reati percepiti", fino ad affrontare il binomio "puro/ impuro" che ha sostituito quello di "innocente/colpevole". "La responsabilità penale si può allora spiegare anche con le categorie puro/impuro, come nella visione selvaggia del peccato".
Secondo Sgubbi il reato e la colpa sono infatti uno "stato" che precede la commissione di un fatto. Una sorta di peccato originale che macchia fin dall'origine alcune "caste", quella politica su tutte. Ma questa degenerazione del diritto colpisce tutti, anche chi si è ritrovato a urlare "giustizia" chiedendo pene esemplari. Perché "nel diritto penale totale il cittadino si presenta solitamente inerme e con scarso potere difensivo". Immerso in un Medioevo che ha contribuito a generare.
di Sabrina Servucci
cure-naturali.it, 25 febbraio 2020
Stefania Ferri ha incontrato lo Shiatsu alla fine degli anni 70 e si è sempre impegnata per far entrare questa tecnica nei luoghi di cura. Nella casa circondariale di Bologna "Non solo mimosa" è il progetto rivolto alle detenute.
Lo shiatsu, allora, può diventare un servizio, un contributo alla comunità in cui si vive come atto importante di impegno civile e di gratitudine. Per questo Stefania si è impegnata in particolar modo a far conoscere lo shiatsu nei contesti dove si svolgono "relazioni di cura", focalizzando la sua attenzione alle problematiche connesse ai comportamenti devianti e deviati della persona. Il carcere di Bologna è uno di questi luoghi.
Parlaci del Progetto "Non solo mimosa"...
È stato promosso nel 2014 dalla Consigliera Comunale Mariaraffaella Ferri, allora Presidente della "Commissione delle Elette" del Comune di Bologna (oggi "Parità, pari opportunità e Diritti"), insieme a Claudia Clementi, Direttrice della Casa Circondariale e dalla Dott.ssa Laganà, allora Garante per i diritti delle persone private della libertà. "Non solo Mimosa" è pensato per la salute e il benessere fisico e psicologico delle donne detenute nella Sezione femminile del carcere bolognese e vede attualmente coinvolte numerose associazioni e singole professioniste di vario genere che offrono, oltre a una simbolica mimosa il giorno dell'8 marzo quando si va in visita, una concreta e ampia programmazione di attività dedicate alle donne e al tema della detenzione. Il Progetto "Non solo Mimosa" ha visto la luce iniziando proprio con un laboratorio di shiatsu, poi è stato ampliato con Podologia e Riflessologia con l'obiettivo di coinvolgere il più ampio numero di detenute.
Lo shiatsu raccoglie in sé il significato di Contatto, Sostegno, Protezione e Ascolto, elementi che non sono solo circoscritti alla pressione con le mani durante un trattamento. Contestualmente esprimono anche una qualità empatica fisica, energetica, emozionale e spirituale di comunicazione non verbale e non violenta con l'altro. Qualità queste che mi permettono di poter accogliere e integrare nel gruppo di lavoro persone di lingue e culture diverse e soggetti più fragili, come i soggetti psichiatrici detenuti nell'Articolazione (un'area presente nella Sezione Femminile). Inizialmente la maggiore difficoltà è stata quella di rompere la diffidenza non solo delle detenute ma delle Assistenti di Guardia, poiché senza il loro supporto non avremmo potuto comunicare e informare dell'attività le donne che non parlano italiano.
Non è stato semplice stimolarle, motivarle e toglierle dal torpore dei giorni tutti uguali ma già dai primi incontri le partecipanti aumentavano di numero e tutte le praticanti si ponevano in una condizione di ascolto percettivo e disponibilità, con un atteggiamento di fiducia e di cura, di reciproco "maternage".
È stato quindi possibile costruire insieme un percorso di conoscenza, percezione e consapevolezza corporea, insegnare alle partecipanti a utilizzare strumenti utili nella gestione e nel contenimento di stati fisici ed emotivi come stress, tensione, rabbia, ansia e dolore, anche fisico, che possono emergere in una condizione di "chiusura", come quella in cui si vive all'interno del carcere.
Non è facile alienarsi dal contesto in cui si pratica, il carcere, e sono consapevole della particolare condizione che queste donne vivono, quindi agisco con massimo rispetto e cautela nel condurle in luoghi profondi del loro sentire, a contatto con la loro anima. Qui e ora. Nel Qui e Ora possiamo toccarci e guardarci negli occhi senza imbarazzo e senza il bisogno di parole, qui e ora nascono spontanei il sorriso e un autentico abbraccio affettuoso, libero da pregiudizi, che porto con me ogni volta che torno a casa. Libera.
Chi sono le donne che hai incontrato?
Donne di ogni età, dalle ventenni alle ultrasessantenni. Alcune sono italiane ma prevalentemente si tratta di straniere - ad esempio donne sudamericane "usate" senza scrupoli nel traffico della droga - donne dell'est, rom. Molte di loro sono afflitte da un alto grado di ansia e depressione, spesso utilizzatrici di psicofarmaci; ci sono tossicodipendenti che mi seguono benissimo e attuano un percorso di crescita che fa ben sperare. Non tutte sono provenienti da situazioni di degrado o da ceti meno abbienti, ci sono anche donne che hanno compiuto errori o sono state coinvolte, forse per ingenuità, in attività illecite legate al loro lavoro.
Sono, guardando al loro passato, preoccupate per il loro futuro ma hanno maturato maggiore consapevolezza; "approfittano" della molteplicità degli strumenti messi a loro disposizione non solo per crescere interiormente ma anche per imparare, per ottenere nuove competenze, personali, relazionali, formative, da utilizzare un giorno all'esterno. Alcune seguono corsi universitari, vogliono diventare avvocati o psicoterapeuti. Io spero in un carcere educativo e riabilitativo, non meramente punitivo come rischia di accadere oggi in molti luoghi di detenzione. Conseguentemente, tutte le attività che propongo vanno in questa direzione perché ritengo che lo shiatsu sia in grado di supportare una profonda trasformazione nelle persone, educandole e rendendole maggiormente consapevoli di ciò che sono e delle azioni che mettono in pratica.
C'è un incontro che ti ha più colpito?
In questo contesto ogni storia è unica, talvolta lacerante ma ho fatto la scelta di non chiedere troppo circa le motivazioni che le hanno condotte in carcere, per rispetto, per riservatezza e per non essere condizionata da un eventuale giudizio nei loro confronti. A proposito del pre-giudizio e del condizionamento che possiamo subire, anche inconsciamente, posso invece raccontare un episodio che mi è capitato. Prima di una lezione, mentre stavo entrando nella piccola palestra dove mi aspettava il gruppo, vengo avvicinata da un'assistente di guardia che, sottovoce, mi chiede se posso ammettere una detenuta dell'Articolazione, l'area psichiatrica della Sezione Femminile. Il fare "guardingo" dell'assistente mi turba un po' ma acconsento incuriosita. Si presenta una ragazza molto giovane con due grandissimi occhi neri, spalancati, che mi scrutano fissi da capo a piedi. Non è molto alta, ma ha una stazza "ben piazzata". Noto un filo di agitazione nelle altre partecipanti, come la superficie dell'acqua che si increspa appena con un lieve soffio e immediatamente decido di fare coppia con lei, evitando qualsiasi eventuale scena di imbarazzo. Tutte le donne si mettono a coppie e cominciamo a praticare. Ogni tanto, mentre tratto la ragazza, lei fa gesti inconsulti come per attirare l'attenzione e, all'improvviso, emette una possente e inquietante risata, poi si acquieta e, infine, si addormenta.
Al termine del trattamento si solleva un po' stranita e mentre mi giro per rispondere a una richiesta, mi prende alle spalle cingendomi il collo con le
sue braccia forti. Per un attimo ho sospeso il respiro, mi sono irrigidita e ho pensato a vie di fuga, poi lei mi ha dato un tenerissimo bacio. Mentre io mi ero lasciata inconsapevolmente condizionare dalle circostanze e dal vissuto delle varie persone coinvolte, lei voleva solo ringraziarmi per lo Shiatsu che aveva ricevuto! Mi dice, inoltre, che nessuno l'aveva mai trattata in tutta la sua vita con tanta gentilezza e affetto. Questa ragazza è stata poi tra le più assidue, appassionate e attente praticanti di Shiatsu che io abbia incontrato in carcere. Solo in seguito lo psichiatra che la segue, stupito delle sue positive reazioni, mi ha raccontato la sua raccapricciante storia personale e famigliare fatta di abusi e violenze subite in un contesto degradato.
In quali altri progetti ti sei impegnata con questa stessa motivazione?
Dal 1995 al 2013 ho promosso e coordinato iniziative per l'assistenza e il recupero di tossicodipendenti nei Sert, nei Centri Diurni, in case protette (piccole comunità) e nel reparto di "Disintossicazione, Diagnosi e Cura" di una struttura convenzionata di Modena. Nel 1996 ho attivato un progetto pilota all'interno dell'Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile e Centro Regionale per i Disturbi del comportamento alimentare (Dca) del Policlinico S. Orsola-Malpighi di Bologna, per il trattamento di anoressia e bulimia. In seguito agli eventi sismici del maggio 2012 sono stata promotrice di "Tocchiamo il cuore dell'Emilia" a San Felice sul Panaro lavorando in una casa di cura psichiatrica.
Cosa ti auguri per il futuro?
Penso che lo shiatsu sia una disciplina che può avere un forte ricaduta sociale, basta anche solo pensare ai comportamenti virtuosi che suscita e ai molteplici progetti di volontariato sparsi sul territorio italiano e nel mondo, che erogano migliaia di trattamenti a costo nullo per la comunità migliorando la qualità della vita delle persone.
Lavorando in molti contesti e spesso in strutture sanitarie, sono frequentemente a contatto con professionalità di ogni tipo; ho sempre cercato di essere molto chiara sul tipo di intervento che propongo e non l'ho mai messo in contrapposizione o in sostituzione di altre tipologie di trattamenti o terapie. Negli anni lo Shiatsu si è fatto strada e ha conquistato la fiducia di questi professionisti. Nonostante le mie positive esperienze e quelle di tanti altri colleghi, penso che sia necessario l'impegno di tutti gli shiatsuka per riuscire a far comprendere e apprezzare i vantaggi di questa straordinaria Disciplina, perché gli attuali modelli organizzativi, i protocolli, il concetto di salute e soprattutto la cultura dominante, ostacolano la realizzazione di reali interventi integrati e sinergici dove la persona è posta al centro del proprio progetto vitale.
Quotidiano di Sicilia, 25 febbraio 2020
Una mostra fotografica per raccontare i quattro anni di lavoro svolti all'interno del carcere Pagliarelli di Palermo dalla compagnia teatrale Evasioni. "Dove abita il teatro", è il nome del progetto fotografico curato da Francesca Lucisano, che sarà possibile ammirare dal 26 febbraio dalle ore 10 e fino a domenica 1 marzo da Minimum, che si trova in via Giacalone, 33.
"Il processo creativo, seguito dalla sua genesi fino all'approdo della rappresentazione teatrale, equivale a una catarsi, una rigenerazione dell'uomo che trova nel potere della parola e nella forza del gesto i frammenti del suo essere soggetto sociale. Il progetto non è solo il documento visivo di un processo creativo, ma un frammento di una epifania esistenziale potente nella sua unicità" spiega Francesca Lucisano.
Il progetto è finanziato dall'assessorato alla Famiglia, alle politiche sociali e del lavoro della Regione Sicilia - Ministero della gioventù e del servizio civile nazionale. "Il Teatro che percorriamo ogni giorno costruisce relazioni e produce bellezza umana" afferma Daniela Mangiacavallo. Il 25 e il 26 febbraio inoltre, a Palermo, all'interno del carcere Pagliarelli si svolgerà un incontro tra i partner italiani del progetto "Per Aspera ad Astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza".
Il piano prevede una formazione professionale sui "mestieri del Teatro" dentro il carcere, secondo la metodologia e il modello della compagnia della Fortezza diretta da oltre 30 anni da Armando Punzo nel carcere di Volterra. Sono 10 le associazioni partner che operano nelle carceri italiane.
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 25 febbraio 2020
Il cartello con la scritta "Non si affitta a settentrionali" per adesso gira soltanto sui social e sui gruppi WhatsApp dove tutti sono bravi a ironizzare con il virus degli altri. Però se va avanti così, prima o poi si rischia di trovarlo anche affisso su qualche portone di un paese qualsiasi al di sotto del Garigliano.
Perché di fronte alla paura del contagio, sono in tanti a scoprirsi salviniani al contrario, pronti ad adottare una improvvisata politica di respingimenti, con gli indesiderati che stavolta non arrivano dall'Africa ma dalla Lombardia e dal Veneto.
I primi a muoversi in questo senso sono stati sei sindaci ischitani, rimessi subito in riga dal prefetto di Napoli che ha annullato l'ordinanza con la quale vietavano lo sbarco sull'isola a turisti provenienti dalle due regioni dove si è maggiormente sviluppata l'infezione. "Non ci sono i presupposti giuridici per un provvedimento del genere - spiega al Corriere il prefetto Marco Valentini - e compito delle istituzioni, in un momento del genere, è mantenere la calma e l'equilibrio, non fare inutili fughe in avanti".
Fughe che però ci sono state comunque. In Basilicata il governatore Vito Bardi ha disposto la quarantena per gli studenti lucani che rientrano da Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria e Emilia Romagna. Regioni elencate pure dal sindaco di Gravina di Puglia, Alesio Valente, che ha invitato chiunque intenda entrare in paese provenendo da quelle zone a comunicarlo telefonicamente alla polizia locale, fornendo nome, data di arrivo e indirizzo di dove si intende soggiornare. Insomma, che si tratti di connazionali o concittadini non fa molta differenza: se stanno dove il Covid-19 ha attecchito è meglio che ci restino, sembra essere l'auspicio di chi da quelle aree è lontano centinaia di chilometri.
In Irpinia, per esempio, nessuno ha accolto con piacere i due insegnanti fuggiti da Codogno prima che scattasse la quarantena, e che ora l'isolamento obbligato lo stanno facendo a casa loro, dove avranno tutto il tempo di leggere la valanga di insulti ricevuti su Facebook.
E peggio ancora è andata a una comitiva di turisti provenienti proprio da Lombardia e Veneto (ma non dalla zona rossa) che a Benevento si sono visti cancellare dal titolare dell'albergo le prenotazioni fatte nelle scorse settimane. Perché, pure se non c'è nessun cartello, in certi posti adesso davvero non si fitta a settentrionali.
di Giorgio Villa*
Il Dubbio, 25 febbraio 2020
I più scettici - e non solo gli ipocondriaci - hanno sobbalzato quando sabato scorso è stato sospeso il campionato di calcio in Lombardia e in Veneto. Tutti si sono detti: ma, allora, siamo in un pericolo serio, se perfino Codogno diventa d'un tratto il paese più noto d'Italia!
E sono corsi a comperare le mascherine per il viso e a fare incetta di pasta, frutta e carne. Non si sa mai. I complottisti (ovvero paranoici lucidi) argomentano che è tutta una manovra pilotata dalla Cia per ridurre lo strapotere economico della Cina o anche è un astuto stratagemma creato da una Spectre cinese e finalizzato a sfruttare il rebound economico post crisi. Da un punto di vista psicoanalitico ricordo che i testi più sociologici di Freud sono stati composti a cavallo della Prima Guerra Mondiale, il primo evento che ebbe una ripercussione mondiale quasi generalizzata.
Basti pensare che la famosa pandemia di Febbre Spagnola (una influenza da Mixovirus) che sterminò fra il 1919 e il 1922 almeno cento milioni di persone nella sola Europa, fu così denominata perché nel vecchio continente solo i giornali spagnoli non erano sottoposti a censura, giacché la Spagna fu estranea al conflitto. Erroneamente si diffuse l'idea che il morbo provenisse dalla Spagna e non, come sempre, dall'Oriente.
Ciò dipende dalla maggiore pressione demografica e dai flussi migratori che hanno portato l'umanità a colonizzare il pianeta compiendo un curioso percorso che, partito dall'Africa, ha raggiunto l'Asia e, da qui, andando verso Occidente, l'Europa. D'altro canto la misteriosa entità della causa patogena è sempre alla base delle grandi pestilenze del passato.
Che sia la peste descritta da Tucidide nella Grecia classica di Pericle, o la peste della metà del Trecento che dimezzò la popolazione europea, o l'epidemia misteriosa che afflisse Londra alla fine del regno di Elisabetta I, o la peste lombarda del secondo decennio del Seicento descritta dal Manzoni, o il disastroso colera che ridusse ad un quarto in pochi anni la popolazione di Napoli a metà del Seicento o anche il tremendo colera (ancora lui!) descritto da Jean Jono ne L'ussaro sul tetto nella Provenza di metà Ottocento... ebbene in tutti i casi siamo di fronte a un grave evento infettivo che determina una straordinaria mortalità.
Nel palazzo Abbatellis a Palermo è conservato uno stupefacente affresco che ritrae gli effetti tremendi provocati da una Morte indiscriminata che si abbatte su ricchi e poveri, su potenti e indigenti. Uno scheletro spietato cavalca un cavallo spettrale che calpesta una incredibile varietà umana caratterizzata da una appartenenza sociale che la Morte rende, d'un tratto, ridicola.
È proprio questo carattere universale che colpisce e che ci permette di esaminare gli effetti psicologici sulla popolazione in generale. La vita è pericolosa e ciò genera, a tratti, una paura di cui diventiamo consumatori, correndo il rischio di vedere nella paura una forma diffusa di intrattenimento (Franco Arminio). Una ulteriore risposta è quella volta a individuare gli ipotetici responsabili del male, isolarli e ritualmente eliminarli come veri e propri Capri Espiatori.
Questo processo di trasferimento del male è stato magistralmente illustrato ed esemplificato da René Girard che ha mostrato come neppure una raffinata cultura potesse impedire a un intellettuale come Guillaume de Machaut, di individuare negli ebrei gli avvelenatori di fiumi all'origine della pestilenza del Trecento e, quindi, di portare al rogo centinaia di poveracci. L'eliminazione dei Pharmakòi greci, la pratica dell'ostracismo, la caccia alle streghe su su fino alla Storia della Colonna Infame del Manzoni, mostrano il bisogno profondo dell'umanità di utilizzare una procedura di trasferimento del male (e, quindi, dell'ansia) dalla collettività a pochi individui.
La difesa depressiva fa sì che la vitalità si restringa e non si compiano più tanti gesti e occupazioni che riempivano la nostra vita. Non si esce, non si vedono amici e parenti, si cessa anche di portare al parco il cane, uscendo solo per pochi minuti, sotto casa, naturalmente con la mascherina.
Si tratta di una vera e propria vita catacombale che ricorda le fasi della nostra vita che seguono i grandi lutti. È un po' come se noi stessi diventassimo delle ombre e la nostra immagine ci viene restituita dagli specchi come se fosse fuori fuoco. Tutto ciò è spesso un residuo post epidemico che colpisce molte persone che trovano straordinarie difficoltà a riprendere la vita cosiddetta normale. Il prevalere delle difese ossessive era alla base della costruzione dei Lazzaretti e delle norme di Quarantena in epoca prescientifica.
Naturalmente tutto ciò non aveva nessuna incidenza positiva rispetto al fine di arginare il male, anzi talora ne aumentava la diffusione. Allo stesso modo, accanto alla salutare indicazione a lavarsi spesso e accuratamente le mani, si vanno diffondendo pratiche bizzarre del genere: non cambiarsi gli abiti usati ritenuti indenni, come argomentava proprio ieri un mio paziente che pensava, invece, fossero contaminati i vestiti provenienti dalla lavanderia o dal guardaroba; lavarsi le mani con l'aceto; mangiare almeno sette spicchi di aglio crudi al giorno; recitare il Rosario quotidianamente e così via.
Nelle epoche segnate dalle pandemie trionfano, poi, le difese ipocondriache e non è un caso che i primi segni di surmenage siano registrati proprio dai Medici di Medicina Generale che sono letteralmente "presi d'assalto" dai propri assistiti terrorizzati al solo pensiero di avere un accenno sintomatologico sospetto. In questi periodi critici assumono un aspetto saliente tutte le "difese" paranoiche, depressive, ossessive insieme a quelle ipocondriache.
Occorre osservare che, tuttavia, di fronte ad una emergenza reale vengano meno molti aspetti deteriori legati alla quotidianità, cosiddetta normale. Cessano i balletti della politica, gli insulti fra maggioranza e opposizione, le performance balorde di un uomo di spettacolo o, comunque, pubblico. Sembra, quindi, di essere calati più concretamente nel Registro del Reale, con una netta attenuazione della chiacchiera e della fantasticheria vacua.
La paura ha, quindi, un lato positivo e dinamico e può attivare straordinarie energie volte alla cooperazione, le uniche, a ben vedere, che possono evitare che il singolo sprofondi nel panico. Vi è, comunque, una difesa economica e meravigliosa ad un tempo. Si tratta della difesa che il Boccaccio rese immortale con il suo Decameron.
Di fronte alla paura possiamo sempre ricorrere alle risorse della fantasia e della narrazione, non solo perché ciò ha un evidente effetto consolatorio, ma soprattutto perché ascoltare e raccontarsi delle storie stimola la nostra capacità di condividere i momenti di sporgenza della esistenza e di sviluppare la risorsa neotenica dell'aver fiducia, di sperare sempre che un nuovo e migliore mondo sia possibile.
*Psichiatra e Psicoterapeuta
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 25 febbraio 2020
L'amaro e spaventoso senso della solitudine. Una domenica trascorsa ad inseguire motivi di vita, mentre intorno si assiepavano dinieghi, rifiuti, richieste di sigilli, perfino militari, alle nostre frontiere. E mentre i motivi di vita si rarefacevano ora dopo ora, accompagnati da apprensioni crescenti man mano che le notizie affogavano la resistenza psicologica in un torbido lago di premonizioni, svaniva una certa idea di umana solidarietà che mi rimbalzava nella mente affollata dalle pagine manzoniane.
Agonizzanti e monatti, senza nessuna pietà intrecciavano una danza macabra tra giornali stropicciati accatastati sul tavolo, notizie in affanno, aggiornamenti continui. Poi alcune grida, disumane come sanno essere quelle che invocano protezione, incuranti delle ambasce dei propri vicini. Dalla Francia, dall'Austria, ai Paesi dell'Est (quelli a cui non risparmiammo le carezze pericolose del nostro dolore, tanti anni fa), e perfino alle Mauritius, abbiamo sopportato increduli l'intimazione della chiusura dei confini "a prescindere" per i nuovi lebbrosi. E capisco così che quest'Europa non può davvero essere la mia Europa.
Perfino nel vortice di un momento dannato è lecito attendersi una mano tesa. Ho sentito, invece, il risentimento latino e quello slavo nel mettere in guardia tutti i governi dall'offrire un briciolo di solidarietà a chi probabilmente si è fatta male da sola, alla mia nazione, piegata dal malsano vento cinese spirato da Wuhan. E guardando il cielo increspato non di nuvole grigie, ma di rancori mai immaginati, di egoismi imprevisti, di accese parole prive di virtù civili, ho capito che l'Europa non esiste. Per carità, la signora Marine Le Pen può stare tranquilla: nessun untore italiano attraverserà le Alpi per turbare la serenità francese.
"Oggi o domani potrebbero essere necessari controlli alle frontiere", ha sentenziato l'esponente del neo-patriottismo transalpino. E, se non fosse stata abbastanza chiara, ha aggiunto: "Il governo deve essere in grado di prevederlo e preferisco che faccia di più o troppo che non abbastanza. Al momento non ha fatto abbastanza visto che consente i voli dalla Cina". E chi potrebbe negarglielo. Ma avremmo gradito che spendesse qualche altra parola sul dolore in cui è immerso il nostro Paese, a prescindere dal fatto che il suo governo tiene ancora in piedi il sistema di voli con Pechino. Sospettiamo per affari.
Da parte nostra cercheremo di dare il minor disturbo, così anche Salvini, che le ha dato ragione, sarà contento. Ma che discorso: è ovvio che i controlli sono indispensabili; quanta finezza, quanta eleganza nell'intimare l'adozione di un provvedimento che era ed è nell'ordine delle cose. Vorremmo ricordare alla signora Le Pen che quando in Francia si è registrato il primo decesso causato dal Covid- 19 (la vittima un turista cinese ultra ottantenne), l'Italia se n'è rammaricata, ma non ha intimato aut-aut, e adesso apprezza la notizia data dal ministro della Salute Olivier Véran secondo il quale il suo Paese si sta preparando ad aumentare "il numero di laboratori dotati di test diagnostici per poter arrivare a condurre diverse migliaia di analisi al giorno e su tutto il territorio, contro i 400 di oggi".
Ed eccessivo ci è sembrato il blocco della circolazione ferroviaria deciso dal governo di Vienna tra l'Austria e l'Italia dopo che un Eurocity proveniente da Venezia e diretto a Monaco era stato fermato al Brennero per la presenza a bordo di due casi sospetti di Coronavirus. Forse occorrerebbe una misura diversa, più sobria, nel valutare pericoli di infezioni. La Romania, nazione amica, ha disposto, la quarantena obbligatoria per tutte le persone in arrivo dalla Lombardia e dal Veneto o che siano stati nelle due regioni italiane negli ultimi 14 giorni.
Di fronte alle centinaia di contagiati in Italia, ai pazienti in rianimazione, a coloro che non ce l'hanno fatta, a quanti sono in quarantena, a tutti quelli che temono di ammalarsi, alle famiglie divise tra Sud e Nord che non sanno come e quando potranno ricongiungersi, vorremmo che l'Europa "sana" o meno acciaccata fosse più vicina non tanto con gesti concreti - si può fare poco - quanto con sentimenti e atteggiamenti semplicemente più umani, a meno che la disumanità non sia necessaria... La solitudine di domenica vorrei che fiorisse nel tempo stretto di una settimana in un campo di solidarietà. E che l'Europa, per una volta almeno, si ritrovasse non su ciò che solitamente non c'è, la politica, ma nello sguardo sconcertato e affaticato di ricercatori, medici, biologi che insonni lavorano perché una Nazione torni al più presto a vivere.









