di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
"Col decreto Salvini assistenza non garantita". "L'italia - scrive il tribunale federale - ha tagliato i fondi per l'accoglienza". Al centro del caso una donna nigeriana che aveva chiesto asilo alle autorità elvetiche e che ha bisogno di cure mediche.
Un tribunale svizzero ha bloccato l'espulsione verso l'Italia di una donna nigeriana richiedente asilo ritenendo che, in seguito al decreto Salvini, l'Italia non sia più in grado di garantire una adeguata assistenza umanitaria e sanitaria ai migranti. Lo ha reso noto l'agenzia Swissinfo citando una sentenza del tribunale amministrativo federale del 17 dicembre scorso. Secondo l'agenzia, il provvedimento seguirebbe una linea tenuta dai giudici elvetici anche in altri casi analoghi.
Dalla Nigeria alla Svizzera - Protagonista del caso è una donna proveniente dalla Nigeria e che si era stabilita in un primo tempo in Italia (dove si era anche sposata). Da qui però la donna era fuggita in Svizzera, in seguito a una serie di violenze subite dal marito, dove aveva presentato domanda di asilo politico.
Nel luglio del 2018 la Segreteria di Stato per l'immigrazione (Sem) di Berna aveva però respinto la domanda interpretando alla lettera l'accordo di Dublino: l'esame della richiesta di asilo spetta al primo Stato in cui il migrante fa ingresso, in questo caso l'Italia. Per la donna si prospettava un accompagnamento alla frontiera di Chiasso ma la sentenza del tribunale federale ha bloccato l'espulsione invitando la Sem a riesaminare più da vicino il caso della donna prestando attenzione "alle condizioni effettive e concrete della presa a carico delle famiglie in Italia nei centri di prima accoglienza".
Il precedente del 2014 - La sentenza del tribunale federale, presieduta dalla giudice Emilia Antonioni, ritiene che in Italia, in seguito al decreto Salvini siano peggiorate le condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, in particolare quelli che devono avere accesso a cure mediche specialistiche, come nel caso della donna nigeriana al centro del contendere.
Tutto questo perché il decreto ha smantellato il sistema degli Sprar (che prevedevano un'accoglienza diffusa, in piccoli gruppi), concentrando invece l'accoglienza in strutture di grandi dimensioni. Il tribunale - secondo quanto riporta Swissinfo - ha anche rilevato che le sovvenzioni statali per l'assistenza ai migranti sono state tagliate. I giudici si sono mossi anche sulla base di una precedente sentenza del 2014 (caso Tarakhel) in cui si raccomandava di espellere migranti solo nel caso venisse loro garantita dal paese di destinazione una adeguata assistenza umanitaria, sanitaria e giuridica.
"Tenere conto del decreto Salvini" - "Tenuto conto dei cambiamenti avvenuti in seguito all'entrata in vigore del Decreto Salvini - dice un passo della sentenza - il Tribunale è del parere che la giurisprudenza Tarakhel deve essere estesa alle persone che soffrono di malattie (somatiche o psichiche) gravi o croniche, che necessitano una presa a carico immediata al loro arrivo in Italia". Da qui la richiesta di allontanare la donna nigeriana - e tutte le persone che si trovassero nella sua identica situazione - solo dopo essersi assicurati che l'Italia garantisca livelli di assistenza adeguati. Il dipartimento dell'immigrazione ha a sua volt a diffuso una nota in cui afferma che la sentenza viene applicata solo nei casi "di persone e famiglie che necessitano di cure mediche immediate".
1.114 espulsi verso l'Italia - Il flusso di migranti tra l'Italia e la Svizzera risente dell'andamento generale degli sbarchi dal sud del Mediterraneo ed è drasticamente calato negli ultimi anni. Tuttavia ancora oggi diverse centinaia di persone l'anno riescono ad attraversare il confine di nascosto. Applicando l'accordo di Dublino sui richiedenti asilo le autorità elvetiche tra gennaio e novembre del 2019 hanno rimandato in Italia 1.114 richiedenti asilo.
recensione di Francesco Petrelli*
Il Dubbio, 15 gennaio 2020
Quel vincolo che lega la natura del processo a libertà e democrazia. Il motivo per cui le comunità degli uomini abbiano voluto e continuino a volere il processo, nonostante l'atto del giudicare sia tanto "necessario" quanto "impossibile", è da cercare proprio nell'ostinato e azzardato tentativo di superare quello "stallo" creando quell'"imperfetto" ma ineliminabile strumento conoscitivo che è il processo penale. Glauco Giostra, nel suo saggio edito da Laterza, "Prima lezione sulla giustizia penale", ne illumina la fluttuante ingegneria, il suo essere un esile ponte gettato fra due sponde, fra la res judicanda e la res judicata.
Un percorso apparentemente lineare che, al contrario, svela sotto i passi di chi lo percorra la complessità di un organismo vivente con i suoi principi vitali e con le sue patologie. E sebbene si tratti di un organismo la cui struttura complessa non è altro che una macchina cognitiva volta alla ricostruzione dei fatti e delle responsabilità di un reato, tuttavia quella sua stessa funzione si intreccia, non solo con i limiti intrinseci delle nostre capacità conoscitive ("I limiti epistemologici alla ricerca della verità"), ma anche con tutti quei valori morali e quei principi etico- politici di cui è intessuta la nostra convivenza civile che ci impongono di rinunciare ad una prova se quella acquisizione dovesse comportare la violazione di tali principi e il tradimento di quei valori ("I limiti valoriali alla ricerca della verità").
Ed è proprio quest'ultimo aspetto a mettere in tensione il sistema ed a svelare come nel fondo il processo penale porti inevitabilmente con sé un intero bagaglio valoriale che da millenni ci fa interrogare sul fatto se la ricerca del reo e la repressione del crimine siano in ogni caso più importanti dei principi, se dunque la preda valga più delle regole della caccia e se, infine, violare quelle regole non significhi rinnegare proprio la nostra stessa natura di animali politici destinati a sottoporre noi stessi al limite della ragione.
Da quando la più antica furia vendicativa del ghenos si scontrava con i nuovi valori della polis, sino al più moderno scontro fra pulsioni securitarie ed equilibri costituzionali, fra diritto penale del nemico e difesa della dignità dell'individuo, un filo rosso sembra snodarsi nel tempo alla ricerca di quel limite razionale. È tuttavia anche vero che il processo penale, come spiega l'Autore, non può raggiungere i suoi scopi se la comunità in cui vive non ne condivide le regole ed i valori fondanti, se non accoglie come razionalmente adeguato il suo metodo di ricerca e di conoscenza e come convenzionalmente vero il suo risultato, così "riattivando il moto circolare che esprime la vitalità democratica e civile del Paese".
Quella profonda unità di senso che secondo Glauco Giostra si deve cogliere all'interno di una comunità nel riconoscimento delle regole del processo, dovrebbe tuttavia risultare tanto più necessaria proprio con riferimento alla legittimazione della figura del Giudice che in una moderna società democratica non può non trovare la sua radice più credibile in una riaffermata "terzietà".
Se oltre che essere "imparziale" - visto che, come riconosce l'Autore, appare assai improbabile che il testo costituzionale contenga una ridondante endiadi il Giudice dovrà essere anche "terzo", occorrerà riconoscere che quella effettiva "terzietà" non si potrà realizzare pienamente se non attraverso un netto rifiuto di ogni condivisione ordinamentale, disciplinare e di carriera del giudice e del pubblico ministero, la cui persistenza priva il processo penale di un suo essenziale punto di equilibrio.
Sarebbe, infatti da chiedersi se tutte quelle derive istituzionali, quelle prassi degenerative e quelle "torsioni" del sistema processuale, che affliggono oggi la giurisdizione penale, così acutamente e puntualmente individuate dall'Autore (dalla applicazione in chiave sostanziale delle nullità, alla interpretazione della norma che "esonda dagli argini dell'alveo semantico tracciato dalla legge" risolvendosi di fatto nel compimento di "scelte politiche") non abbiano una origine proprio in quella mancata riforma ordinamentale che avrebbe dovuto accompagnare ab origine l'introduzione del modello accusatorio nel nostro Paese, in quell'ormai lontano 1989.
Riflettere dunque sui fondamenti, anche quelli apparentemente più elementari, del sistema processuale è quanto mai importante e necessario in un momento in cui i presupposti liberali delle nostre stesse democrazie vengono messi in dubbio.
Non solo dalle nuove ideologie conservatrici e sovraniste, ma anche nel sentire comune, in quella cultura della disintermediazione che ha in odio il pensiero ed ha silenziosamente trasformato l'opinione pubblica in un "pubblico senza opinione" ed il cittadino in suddito plaudente, grato al suo nuovo sovrano del ruolo generosamente assegnatogli.
Ripensare allo statuto del processo penale ed alle sue regole epistemologiche come risultato di una lunga elaborazione democratica, oltre che filosofica e scientifica, significa infatti inevitabilmente ricondurre il discorso - come ricorda l'Autore - alla radice dei rapporti fra libertà del singolo e autorità dello Stato, ed a quel vincolo profondo che lega la natura del processo alla natura della democrazia, all'interno della quale esso è nato ed è cresciuto.
Trasmutando spesso, cercando forme nuove e nuovi modelli ed anche tramontando, ma per poi risorgere e riaffermarsi con i suoi valori inestinguibili, anche quando la presunzione dell'uomo ha creduto di poterne fare a meno, scioccamente pensando che il processo penale riguardi solo la repressione dei crimini e non le libertà di ciascuno di noi. Se dunque quella barca affonda non possiamo restare ad osservarla fra i flutti con indifferenza. Dimenticando in proposito il terribile ammonimento di Blaise Pascal: "vous êtes embarqué".
*Avvocato penalista, già segretario dell'Ucpi
piacenzasera.it, 15 gennaio 2020
"Uno spicchio di cielo dietro le sbarre", il diario dal carcere di un obiettore di coscienza al servizio militare negli anni 70, scritto da Claudio Pozzi, sarà presentato nella Scuola azzurra di Fabbrica & Nuvole in via Roma a Piacenza mercoledì 15 gennaio alle ore 18.
Dialogherà con l'autore Brunello Bonocore, interverranno anche Giuseppe Bruzzone, obiettore di coscienza, Rocco Altieri, direttore del Centro Gandhi Edizioni e Federico Fioretto, Associazione Neotopia.
Il 15 dicembre del 1972 fu approvata la legge sull'obiezione di coscienza al servizio militare che permise ai giovani di poter svolgere un servizio civile alternativo. A ciò si arrivò sull'onda di un forte movimento di opinione pacifista e antimilitarista, creatosi attorno ad alcune decine di giovani che avevano affrontato il carcere pur di non contravvenire ai propri principi, come Giuseppe Bruzzone che, negli anni 66-68, rifiutò la divisa per ben quattro volte derivandone 26 mesi complessivi di carcere.
L'autore di questo libro, allora 24enne, fu uno di questi. Avendo rifiutato di fare il servizio militare, fu detenuto nel carcere militare di Gaeta per 5 mesi e 10 giorni. Tra quelle mura scrisse il diario che qui pubblichiamo. Vogliamo che i giovani e le giovani di oggi, spesso vittime della propaganda per l'arruolamento militare, conoscano la sua testimonianza e ne traggano ispirazione per il loro impegno contro la guerra.
di Claudia Fanti
Il Manifesto, 15 gennaio 2020
Nel "regno dell'impunità". Le nuove stime al rialzo della Comisión nacional de búsqueda. Neppure il governo di Andrés Manuel López Obrador (Amlo) è finora riuscito a contrastare il cancro che divora il tessuto sociale messicano, uccidendo, occultando, facendo scomparire. In un paese devastato dalla criminalità organizzata, dal connubio tra narcos e potere politico, dalla corruzione dilagante - il Tribunale permanente dei popoli lo descriveva, nel 2014, come il "regno dell'impunità in cui vi sono omicidi senza assassini, torture senza torturatori e violenza sessuale senza stupratori" - i desaparecidos risultano 61.637, di cui la quasi totalità, 60.053, tra il 2006 e il 2019. Cioè da quando l'ex presidente Felipe Calderón scatenò la guerra contro il narcotraffico, portata poi avanti con eguale energia dal suo successore Enrique Peña Nieto, al ritmo di oltre 50 persone uccise ogni giorno.
Una cifra, quella resa nota dalla Comisión nacional de búsqueda, che appare più alta del 54% rispetto a quella riportata nel 2018, grazie alla revisione dei rapporti trasmessi dalle procure dei singoli stati, con conseguente inclusione dei casi di scomparsa prima diversamente classificati. "Bisogna dirlo: si è voluto per molto tempo minimizzare il problema e renderlo invisibile", ha dichiarato il sottosegretario per i Diritti umani della Segreteria di governo Alejandro Encinas, diffondendo anche i dati relativi alle fosse clandestine: 873 quelle scoperte negli ultimi 13 mesi, per un totale di 1.124 cadaveri, di cui solo 395 identificati e appena 243 consegnati ai familiari.
Nessuna svolta si è finora registrata con l'attuale governo: se il numero di persone scomparse è passato dalle 5.976 del 2018 alle 5.184 dell'anno successivo, si tratta di un passo avanti davvero troppo piccolo considerando la promessa di López Obrador ai familiari dei desaparecidos di fare tutto il necessario per trovarli, senza "limiti di bilancio e tetto di spesa".
Ed è stato lo stesso presidente ad ammetterlo, definendo i risultati "ancora inferiori alle aspettative", pur evidenziando l'impegno a non "occultare assolutamente alcuna informazione". "Continueremo a lavorare perché non ci siano più desaparecidos e si riduca il numero dei reati in generale", ha dichiarato, ponendo l'accento, tra l'altro, sulla necessità di consolidare la Guardia nacional, di migliorare il sistema di intelligence e di rivolgere l'attenzione ai giovani, soprattutto riguardo al diritto allo studio.
Ma proprio la creazione di una Guardia nazionale militarizzata con compiti di sicurezza pubblica è stata oggetto di critiche assai aspre da parte dei movimenti sociali, tanto più perché in contrasto con l'impegno, affermato da López Obrador in campagna elettorale, ad allontanare l'esercito dalle strade in quanto "impreparato per tale funzione".
askanews.it, 15 gennaio 2020
Un cittadino americano è deceduto dopo aver trascorso oltre sei anni nelle carceri egiziane. Mustafa Kassem, 54 anni, aveva la doppia cittadinanza egiziano-americana ed era stato arrestato al Cairo nell'agosto del 2013, durante la repressione seguita alla presa di potere da parte dell'allora generale Abdel Fattah al Sisi, oggi presidente dell'Egitto.
Come ricorda oggi la Cnn, Kassem venne picchiato dalle forze di sicurezza e tenuto in detenzione preventiva per oltre cinque anni prima di essere condannato, nel settembre 2018, a 15 anni di prigione. Poco dopo la sentenza, inviò una lettera al presidente Donald Trump chiedendogli di aiutarlo: "Prego che lei abbia un piano per me".
Nella missiva, Kassem informò il presidente americano che soffriva di diabete e che avrebbe iniziato uno sciopero della fame "sapendo molto bene che potrei non sopravvivere". Ci sono almeno altri sei cittadini americani detenuti in Egitto, secondo quanto riferito alla Cnn da un ex prigioniero politico egiziano.
di Claudio Magris
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
La crociata del 2003 contro Bagdad e le "armi chimiche" (inventate) del suo dittatore ci regalò Isis e la polveriera libica. Non ripetiamo lo scriteriato errore contro l'Iran. Nel 2003 c'è stata la crociata contro l'Iraq, allora governato da Saddam Hussein. Lui e il suo regime lo meritavano, ma le conseguenze sono state un disastro.
Per giustificare la guerra in Iraq si sono inventate, mentendo, armi terribili di cui l'Iraq del feroce dittatore sarebbe stato in possesso e che era necessario distruggere. Lo dissero, mentendo - e ammettendo più tardi, troppo tardi, di aver mentito - personaggi illustri quali Colin Powell, segretario di Stato americano, e Tony Blair, primo ministro inglese.
Se Giovanni Paolo II era così decisamente contrario non era per pacifismo ad oltranza, che non dimostrò durante la guerra in Jugoslavia, né tantomeno per simpatie terzomondiste. Semplicemente conosceva la Storia; era esperto - grazie alla sua origine, alle sue vicende e alla sua conoscenza dei tremendi focolai latenti nei Paesi di frontiera e di nazionalità e religioni diverse - delle disastrose conseguenze di tali tamburi di guerra. Grazie a quella guerra in Iraq baldanzosamente proclamata si sono scatenate in quelle terre conflitti di ogni genere fra siriani, turchi, curdi, iraniani, arabi. È quella guerra ad averci più tardi regalato l'Isis, così come ora occorre fronteggiare la polveriera libica creata pure da benintenzionati interventi militari, ovviamente democratici e umanitari.
Papa Wojtyla non fu ascoltato perché parlava a sordi e ad ignoranti; ignoranti di storia e di geografia, così come Dick Cheney, vice presidente degli Stati Uniti al tempo di George W. Bush, non sapeva bene dove fosse Francoforte. Nella sua autobiografia Powell dichiarò, dieci anni più tardi, che le sue informazioni che avevano contribuito a provocare quella guerra non erano credibili e che sentiva il dovere di ammetterlo per salvare il suo onore di soldato. Anche Blair, pur proclamando la sua buona fede, fece un mea culpa a proposito di quella guerra, dei morti inglesi e iracheni e dello sciagurato errore politico.
Sembra ed è sperabile che ora non si voglia ripetere lo scriteriato errore con l'Iran. Il Medio Oriente brucia già abbastanza per conto suo e l'Occidente non ha bisogno di nuovi incendi.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 gennaio 2020
In un rapporto di 38 pagine intitolato "Senza la mia famiglia", tre organizzazioni non governative britanniche (Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati) hanno accusato il governo di Londra di impedire "volutamente e in modo distruttivo" i ricongiungimenti dei minorenni rifugiati con le loro famiglie.
Il rapporto, realizzato attraverso una serie di interviste con persone di età compresa tra 15 e 25 anni, tutte arrivate nel Regno Unito quando avevano meno di 18 anni, elenca gli effetti devastanti della separazione tra i minori rifugiati e le loro famiglie: ansia permanente, timore per i propri familiari rimasti nel paese di origine e, in alcuni casi, gravi disturbi mentali.
Gli operatori sociali e gli altri professionisti che seguono i minori rifugiati senza famiglia hanno espresso tutto il loro disagio sottolineando quanto la famiglia abbia un ruolo cruciale nel benessere dei minori e nella fase dello sviluppo dell'identità, dell'istruzione e dell'integrazione sociale. I minori rifugiati sono soggetti a ripetuti eventi traumatici, che si aggiungono allo stress del vivere soli e lontano dal proprio paese. Nel 2019 il Regno Unito ha riconosciuto come rifugiati solo 1070 minori, meno di tre al giorno. Nel farlo, le autorità hanno dunque riconosciuto che i richiedenti asilo erano fuggiti da conflitti, persecuzioni e altre violazioni dei diritti umani e che sarebbe stato insicuro rinviarli nei paesi da cui erano scappati. Eppure, esse impediscono a questi rifugiati di ricongiungersi ai loro genitori, ai loro fratelli e alle loro sorelle.
Infatti le norme vigenti prevedono che solo i rifugiati maggiorenni che desiderano ricostruire le loro vite nel Regno Unito possano chiedere il ricongiungimento con i familiari stretti. Non anche i rifugiati minorenni e le autorità britanniche sono le uniche in Europa a comportarsi in questo modo. Il governo di Londra sostiene, senza portare alcuna prova al riguardo, che le riunificazioni familiari potrebbero incoraggiare le famiglie a inviare in Europa dei minori non accompagnati in modo da farne delle "ancore" per gli altri membri della famiglia.
Il rapporto evidenzia anche le costanti critiche mosse al governo di Londra da alti rappresentanti della magistratura, da commissioni parlamentari e dal Comitato per i diritti dell'infanzia. Sebbene nel 2018 un'ampia maggioranza trasversale di parlamentari avesse approvato una mozione per cambiare la normativa, il governo ha continuato a bloccare e a rinviare l'iniziativa. Amnesty International, Save the children e il Consiglio dei rifugiati chiedono con urgenza che i minori rifugiati abbiano le stesse opportunità degli adulti di ricongiungersi coi loro familiari.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 15 gennaio 2020
"Ampliare le categorie di permessi umanitari". La ministra dell'Interno studia modifiche al decreto sicurezza per evitare che a giugno migliaia di persone finiscano in strada. Ampliare le tipologie di protezione umanitaria per evitare che a giugno migliaia di migranti perdano il diritto all'accoglienza e finiscano in strada.
È questa la strada che la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese intende percorrere, con un'ulteriore modifica al decreto sicurezza (anticipata da Repubblica) che riguarda i tagli all'accoglienza da cui al momento vengono messi fuori coloro che sono titolari di protezione umanitaria e ovviamente tutti quelli (la maggioranza) che non si vedranno rinnovare il permesso alla prima scadenza.
Intervenendo a "Otto e mezzo", la ministra dell'Interno ha detto:" "Va ampliata la categoria dei permessi umanitari per evitare quanto stava per succedere a dicembre, ovvero che chi era senza permesso finisse per strada. Oltre a recepire i punti indicati dal presidente della Repubblica - ha spiegato Lamorgese - va fatto anche un discorso più complessivo. Come permessi umanitari eravamo arrivati al 28 per cento contro il 3-4 per cento di altri Paesi ma limitare al massimo questa forma di protezione non va bene".
Come anticipato da Repubblica, non si arriverà ad un ripristino della protezione umanitaria (abolita di fatto dal primo decreto sicurezza) ma gli uffici legislativi del Viminale stanno ipotizzando ulteriori forme di protezione speciale, oltre a quelle che hanno sostituito l'umanitaria, in modo da potere aumentare la percentuale di persone da proteggere, a cominciare da quelle che hanno già un permesso in scadenza e che dunque (dopo la proroga di sei mesi concessa dal Viminale grazie a fondi europei) a giugno dovrebbero lasciare le strutture di seconda accoglienza in cui sono ospitate.
La ministra dell'Interno chiede al governo maggiore coraggio: " Può fare ancora tanto ma serve coraggio. Se si crede in un progetto, anche se le scelte non sono sempre condivise bisogna avere il coraggio di portarlo avanti". E su Salvini: " In quanto ministri nessuno di noi è sottratto o può sottrarsi alle leggi vigenti. Come ex ministro va davanti al Tribunale dei ministri e lì si decide se deve essere processato o meno".
Lamorgese dice anche di temere che l'instabilità in Libia possa portare ad una ripresa dei flussi migratori: "La preoccupazione esiste. Un Paese instabile come è ora la Libia può avere grandi ripercussioni sull'entità dei flussi migratori. Non è possibile far numeri, ma certamente sono numeri consistenti. Bisogna lavorare ad una soluzione politica a livello europeo, in questo senso la Conferenza di Berlino può fare tanto".
mi-lorenteggio.com, 15 gennaio 2020
Martedì 21 gennaio alle ore 18.00 al Museo Diocesano "Carlo Maria Martini", 20 detenuti provenienti da 9 carceri della Lombardia porteranno in scena il reading "La prima libertà. Vivere la religione in carcere".
Il testo, presentato in una precedente versione due anni fa, è ricavato dagli appunti e le note che gli stessi reclusi, appartenenti a differenti confessioni, hanno elaborato dopo la lettura di un antico poema persiano "Simurgh, la conferenza degli uccelli".
Diversamente dal precedente allestimento, in questa nuova edizione i protagonisti assoluti saranno proprio i carcerati. Lo spettacolo darà voce alla loro personale reinterpretazione del racconto poetico compiuta al termine di un lungo percorso incentrato su un'apparente contradizione: vivere la libertà religiosa in un luogo che si fonda sulla limitazione della libertà.
"In realtà - osserva Ileana Montagnini, responsabile dell'area Carcere di Caritas Ambrosiana - proprio in carcere c'è chi si avvicina alla fede, chi la riscopre e anche chi la rivendica come limite invalicabile.
Questi differenti atteggiamenti possono avere esiti molti diversi. Per lo più il percorso spirituale che si compie dietro le sbarre è espressione di una più generale presa di coscienza individuale dei propri limiti ed errori e quindi favorisce il processo riabilitativo. Altre volte, se questo cammino non è accompagnato, può diventare problematico in un contesto multi-religioso come è la realtà carceraria di oggi".
Il reading è la conclusione di un progetto triennale dedicato proprio alla gestione del pluralismo religioso nella carceri lombarde. Il corso ha coinvolto detenuti, agenti di polizia penitenziaria, insegnanti, cappellani e volontari dei 9 penitenziari inseriti nella sperimentazione unica in Italia, durante la quale il tema è stato affrontato sotto il profilo antropologico, sociologico-giuridico, etico-formativo, grazie agli interventi di esperti come il professore Paolo Branca dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, i professori Silvio Ferrari e Daniela Milani dell'Università degli Studi di Milano ed esponenti di diverse tradizioni religiose: Hamid Roberto Distefano della Comunità Religiosa Islamica Italiana, monsignor Luca Bressan vicario episcopale della Diocesi di Milano e mons. Pier Francesco Fumagalli vice prefetto della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, il rabbino Davide Sciunnach della Comunità Ebraica di Milano.
"Attraverso questi incontri si è favorita una migliore conoscenza delle tradizioni religiose e culturali presenti negli istituti di pena del distretto lombardo, fornendo al personale carcerario strumenti per comprendere meglio la diversità delle culture e delle religioni, evitare il crearsi di resistenze o forme di pregiudizio e contrastare i fenomeni di radicalizzazione e di proselitismo aggressivo. In questo contesto sono state anche affrontate tematiche concrete e specifiche che incidono in maniera rilevante sulla vita dei detenuti quali l'alimentazione, la preghiera, i rapporti con la famiglia", spiega la professoressa Daniela Milani, coordinatrice del progetto, che illustrerà i risultati insieme a Giovanna Longo, responsabile dell'ufficio detenuti del Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia.
"Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani professa altre fedi. Riconoscere effettivamente la libertà di culto ai carcerati, prevista per altro dal nostro ordinamento per legge già dal 1975, significa prendere atto della realtà e quindi evitare degenerazioni, come i fenomeni di radicalizzazione, pericolosi all'interno e fuori, nella società civile, al termine delle misure restrittive. Ci auguriamo che progetti come questo spingano le istituzioni pubbliche a fare i passi necessari per la piena attuazione delle norme", osserva Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana.
Dopo il reading, introdotto da mons. Luca Bressan, i detenuti della Casa Circondariale di Monza si esibiranno in una performance di percussioni dal titolo "I ritmi dal mondo".
Il progetto Simurgh, cofinanziato dalla Fondazione Cariplo, è stato promosso dall'Università degli Studi di Milano, il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Provveditorato regionale della Lombardia, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis) dalla Diocesi di Milano, dalla Caritas Ambrosiana e dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana, dall'Istituto di Studi di Buddismo Tibetano di Milano Ghe Pel Ling. I laboratori formativi si sono svolti negli istituti penitenziari di Milano (il carcere di San Vittore), Pavia e Brescia (nel 2017), Como, Cremona, Vigevano (nel 2018), Opera, Monza, Bergamo (nel 2019).
di Antonella Soldo*
Il Manifesto, 15 gennaio 2020
Quello che è necessario nel nostro paese è che il dibattito su questo tema venga ricondotto in una dimensione di confronto scientifico e razionale. Quello del passaggio dalle droghe leggere alle pesanti è uno degli argomenti più utilizzati dai proibizionisti italiani.
L'ultimo a rispolverato, nelle settimane scorse, è stato l'ex presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani: "Quelli che fanno uso di droghe pesanti hanno iniziato facendosi una canna". Così commentando la sentenza delle Sezioni unite della Cassazione che decriminalizza la coltivazione di cannabis per uso personale.
Quello della "cannabis porta di tutte le droghe" è un argomento che sopravvive agli anni, attraversa le stagioni, è rivendicato da politici di ogni colore, conquista titoli nelle maggiori testate giornalistiche, e la sua diffusione - nei bar, nelle parrocchie, nelle file alle poste - lo ha reso luogo comune. E perciò, verità inconfutata. Per questo vale la pena provare a prenderlo sul serio e ribattervi, anche se è forte la tentazione di liquidarlo con una battuta (persino uno come Roberto Burioni ci è caduto: "Tutti quelli che hanno infilzato il cognato con un serramanico hanno iniziato tagliando il filetto con un coltello da cucina").
Dunque, cosa c'è di vero - se c'è - nell'affermazione che chi usa "cocaina eroina o acidi" ha cominciato con la cannabis? Come nasce questa convinzione? Quante persone coinvolgerebbe questo fenomeno? E che cosa si può fare per affrontarlo?
Partiamo dai dati. Secondo l'ultima relazione del Dipartimento per le politiche antidroga, le persone in cura presso i servizi pubblici per le dipendenze patologiche (SerD) consumano soprattutto eroina e cocaina/crack, e poi cannabinoidi e alcool. Si tratta, per la gran parte di persone già conosciute dai servizi negli anni precedenti: solo il 14% sono nuovi utenti. Ciò che è curioso è che gli utenti trattati per uso di oppiacei risultano in costante diminuzione negli ultimi vent'anni, mentre aumentano quelli che consumano cocaina/crack e cannabinoidi.
Inoltre, ciò che accomuna quasi tutti i consumatori problematici è il cosiddetto poli-consumo: ovvero il fatto di associare all'utilizzo di una sostanza quello di altre sostanze psicotrope e/o dell'alcol. I dati che riguardano il fenomeno del consumo delle droghe più di altri meritano di essere disaggregati e guardati molto da vicino.
Ci si dovrebbe chiedere, ad esempio, chi sono queste persone? Soprattutto per quanto riguarda i cannabinoidi si tratta di migranti che hanno visto fallire il proprio progetto e vivono in situazioni di grande marginalità. La letteratura scientifica sull'argomento è scarsa, ma basta ascoltare quello che dicono gli operatori delle unità di strada per farsi un'idea di come si tratti di una costante.
E ancora, dovremmo andare a vedere cosa succede nelle carceri dove oltre un quarto dell'intera popolazione carceraria (27,9%) è tossicodipendente. Ma tornando alla nostra questione, possiamo dire che da un punto di vista scientifico non vi è alcuno studio che dimostri come la cannabis possa fare da "ponte" al consumo di altre sostanze.
Quello che è incontrovertibile, invece, è che il mercato nero mette in contatto le persone con le sostanze più disparate. Questa constatazione banale ha portato altri governi ad adottare misure diverse da quelle proibizioniste. I coffee shop olandesi nascono così: in un regime di tolleranza che ha il preciso scopo di tenere separato chi consuma cannabis dallo spaccio. E il premier canadese Justin Trudeau ha sostenuto la legalizzazione spiegando di voler tenere i giovani lontani dal contatto con la criminalità.
Ecco, quello che è necessario nel nostro paese è che il dibattito su questo tema venga ricondotto in una dimensione di confronto scientifico e razionale. Un primo, semplicissimo, passo dovrebbe essere quello di discutere in Aula la relazione del Dipartimento per le politiche antidroga, invece di lasciarla sempre lettera morta.
*Direzione di Radicali italiani










