Corriere delle Alpi, 24 febbraio 2020
Belluno. Il caso dell'Uepe, l'ufficio esecuzione penale esterna, è rimbalzato da Palazzo Rosso al Parlamento. Il deputato Luca De Carlo ha presentato un'interrogazione al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede per chiedere che venga istituito un ufficio di questo tipo anche a Belluno. Oggi i bellunesi devono recarsi a Venezia per usufruire del servizio. Che è molto importante, visto che si occupa di fare le relazioni per i detenuti che richiedono l'affidamento in prova al servizio sociale. Un servizio essenziale per l'espletamento della funzione rieducativa della pena detentiva.
De Carlo si è mosso su sollecitazione del consigliere comunale Raffaele Addamiano, che aveva già portato il tema in aula a Palazzo Rosso a novembre dell'anno scorso. Il suo ordine del giorno era stato approvato all'unanimità. "Ma da allora nulla si è mosso", spiega Addamiano.
La scorsa settimana il tema è stato affrontato in terza commissione consiliare. Era presente il Garante dei detenuti Emilio Guerra, che ha illustrato ai consiglieri la situazione del carcere di Belluno e evidenziato che l'Uepe ha trattato, nel 2019, ben 787 casi bellunesi. Numero che dimostra, spiega Addamiano, la necessità di aprire un ufficio esecuzione penale esterna anche nel capoluogo.
Stessa richiesta di De Carlo, che si è rivolto al ministro Bonafede evidenziando che altre province montane, come Bolzano, Trento, Aosta e Cuneo, hanno questo servizio. Belluno no. "Ho chiesto anche che nel frattempo sia permessa la fruibilità di un centro più vicino rispetto a Venezia, Treviso in particolare", afferma De Carlo. "Avere una risposta positiva su un argomento così delicato sarebbe di fondamentale importanza, in particolare se a dover fruire di determinati servizi sono i cittadini della provincia provenienti dalle aree più marginali, con tutte le relative difficoltà che la montagna comporta".
"Lo stesso Garante dei detenuti ha invitato il sindaco a prendere una posizione decisa", aggiunge Addamiano. "Basterebbe sollecitare il ministero, abbiamo un documento votato a Palazzo Rosso da far valere". Per quanto riguarda, infine, la situazione del carcere cittadino, Guerra ha spiegato che non ci sono problemi di sovraffollamento, perché i detenuti sono 88 su 87 posti disponibili. Sessanta stanno scontando la pena definitiva, 28 si trovano in cella come misura cautelare.
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2020
Reati contro il patrimonio - Furto - Circostanze aggravanti - Nozione di bene pubblico - Accezione in senso funzionale. Risponde del reato di furto aggravato dalla circostanza di cui all'articolo 625, c. 1, n. 7), cod. pen., l'operatore ecologico che abbia rubato il carburante destinato ai mezzi di raccolta dei rifiuti, configurandosi il furto di un bene destinato a pubblico servizio. La Corte ha respinto il ricorso fondato sulla esclusione dal novero degli incaricati di un pubblico servizio di coloro che svolgono mansioni di carattere materiale, come nel caso di specie, ribadendo l'irrilevanza della natura pubblica o privata del soggetto esercente ed accogliendo una nozione di bene destinato a pubblico servizio di natura eminentemente funzionale.
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 6 febbraio 2020 n. 5078.
Furto - Oggetti lasciati all'interno di autovettura - Aggravante dell'esposizione alla pubblica fede per necessità o consuetudine - Fattispecie. In tema di furto aggravato ex articolo 625, n. 7, c.p. devono ritenersi esposti alla pubblica fede per necessità o consuetudine gli oggetti lasciati, per comodità di custodia o perché di difficile trasporto per ingombro e peso, in autovetture regolarmente chiuse (nella specie, la Suprema corte ha ravvisato l'aggravante de qua in relazione al furto - tentato o consumato - di borse, fotocamere, scatole contenenti scarpe, certificati, tessere varie e mazzi di chiavi, lasciati all'interno di autovetture parcheggiate lungo la pubblica via).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 20 settembre 2019 n. 38900.
Reati contro il patrimonio - Furto - Acquedotto comunale - Furto aggravato da impossessamento mediante allaccio abusivo. L'impossessamento abusivo di acqua già convogliata nelle condutture dell'ente gestore, configura il reato di furto aggravato ex articolo 625, n. 7, cod. pen., e non la violazione amministrativa prevista dall'art. 23 del d.lgs. 11 maggio 1999, n. 152, che si riferisce invece alle sole acque pubbliche non ancora convogliate in invasi o cisterne. (Nella specie l'imputato aveva prelevato acqua convogliata nell'acquedotto comunale in misura eccedente il limite quantitativo autorizzato).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 12 gennaio 2018 n. 1010.
Reati contro il patrimonio - Furto - Circostanze aggravanti - Esposizione alla pubblica fede - Autovettura lasciata incustodita sulla pubblica via con sportelli aperti e chiavi nel cruscotto - Sussistenza dell'aggravante. (Cp,articoli 624e 625, numero 7). In caso di furto di autovettura lasciata incustodita sulla pubblica via, la circostanza aggravante della esposizione per consuetudine alla pubblica fede, non presupponendo la predisposizione di un qualsiasi mezzo di difesa avverso eventuali azioni criminose, sussiste anche se l'autovettura sia stata lasciata con gli sportelli aperti e le chiavi inserite nel cruscotto.
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 20 giugno 2017 n. 30730.
Reati contro il patrimonio - Furto - Circostanze aggravanti - Cose esistenti in uffici o stabilimenti pubblici - Furto commesso all'interno di una banca - Insussistenza della circostanza aggravante prevista dall'articolo 625 n. 7 cod. pen. - Nozione di pubblico ufficio. In caso di furto commesso all'interno di una banca deve escludersi la sussistenza della circostanza aggravante prevista dall'articolo 625 n. 7 cod. pen. atteso che, ai fini della qualificazione di un ufficio come "pubblico", rileva esclusivamente la sua destinazione allo svolgimento di una funzione di pubblico interesse o di pubblica utilità perseguita, direttamente o indirettamente, dallo Stato o da altro ente pubblico. (In motivazione la Corte di cassazione ha escluso che la banca possa considerarsi quale stabilimento pubblico, trattandosi di un ente privato che esercita un'attività commerciale destinata alla produzione di un servizio).
• Corte di cassazione, sezione V, sentenza 31 marzo 2016 n. 13067.
Reati contro il patrimonio - Delitti - Furto - Circostanze aggravanti - Cose destinate a pubblico servizio, utilità, difesa o reverenza - Furto di somme di denaro dai locali delle "poste italiane" - Circostanza aggravante di cui all'articolo 625, comma primo, n. 7 cod. pen. - Ragioni. Integra il reato di furto aggravato (articoli 624e 625, comma primo, n. 7 cod. pen.) l'impossessamento di somme di denaro sottratte dai locali delle "Poste italiane", attualmente costituenti S.p.A., in quanto il servizio postale ha conservato natura pubblicistica, in ragione dell'interesse squisitamente pubblico che continua a perseguire, con la conseguenza che i locali nei quali detto servizio si svolge assumono la qualifica di ufficio o stabilimento pubblico, nei termini intesi dall'articolo 625, comma primo, n. 7 cod. pen., precisamente in vista della loro destinazione, concernente attività di indiscutibile interesse pubblico.
• Corte di cassazione, sezione IV, sentenza 31 ottobre 2011 n. 39257.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2020
Cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 7 gennaio 2020 n. 138. In tema di reati commessi con violazione di norme sulla circolazione stradale, il principio dell'affidamento nell'altrui osservanza delle norme di cautela trova un temperamento nell'opposto principio secondo il quale l'utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente altrui purché questo rientri nel limite della prevedibilità. Lo ricorda la Cassazione con la sentenza 7 gennaio 2020 n. 138.
Infatti, nella materia della circolazione stradale, il principio di affidamento - che costituisce applicazione di quello del rischio consentito ed è inteso a evitare l'effetto paralizzante di dover agire prospettandosi tutte le altrui possibili trascuratezze - viene meno allorché l'agente sia gravato da un obbligò di controllo o sorveglianza nei confronti di terzi o, quando, in relazione a particolari contingenze concrete, sia possibile prevedere che altri non si atterrà alle regole cautelari che disciplinano la sua attività: ciò che è quanto si verifica nella materia de qua, in ragione del rilievo che il contesto della circolazione stradale è meno definito rispetto, per esempio, a quello di équipe proprio della responsabilità derivante dall'esercizio delle professioni sanitarie, ma anche in ragione dell'ulteriore rilievo che alcune norme del codice della strada estendono al massimo l'obbligo di attenzione e prudenza, sino a ricomprendervi il dovere dell'agente di prospettarsi le altrui condotte irregolari.
Da queste premesse, è stato rigettato il ricorso del conducente di un camion coinvolto in un incidente stradale con esito mortale per il passeggero di un motoveicolo, ritenendosi irrilevante la circostanza che il conducente del motoveicolo aveva assunto anche da parte sua una condotta irregolare, sotto il profilo della velocità.
Un principio convincente - Principio assolutamente convincente e in linea con l'assunto secondo cui l'utente della strada, nel caso di infortunio subito da un terzo anche per colpa di questi, potrebbe andare esente da responsabilità solo se provi che la sua condotta fu immune da qualsiasi addebito, sia sotto il profilo della colpa specifica, che della colpa generica, sì da presentarsi in tal caso la condotta medesima quale semplice occasione dell'evento.
Ciò si spiega in quanto le norme riguardanti la circolazione stradale impongono severi doveri di prudenza e diligenza proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano determinate da altrui comportamenti irresponsabili, cosicché la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente: il principio dell'affidamento, infatti, nello specifico campo della circolazione stradale, trova un opportuno temperamento nell'opposto principio secondo cui l'utente della strada è responsabile anche del comportamento imprudente di altri utenti purché rientri nel limite della prevedibilità (si veda, tra le altre, sezione IV, 20 febbraio 2015, Gennari, nella quale, sulla base di questi principi, la Corte ha ritenuto non erronea la determinazione del giudice di merito, che aveva ravvisato la colpa nell'eziologia dell'incidente a carico del conducente di un autoarticolato, il quale, in violazione delle regole cautelari, non solo si era impegnato nell'attraversamento di un passaggio a livello senza la certezza di poter superare l'area in sicurezza, ma, rimasto il proprio mezzo bloccato a seguito dell'abbassamento delle sbarre del passaggio a livello, aveva contravvenuto all'obbligo di attivazione per evitare il pericolo che il treno sopraggiungesse a binario ingombro e all'ulteriore obbligo di impedire che altro utente della strada, rimasto poi coinvolto nell'incidente mortale provocato dal sopraggiungere del treno, entrasse di propria iniziativa nell'area di transito del treno per cercare di aiutarlo).
istituzioni24.it, 24 febbraio 2020
Presenti il cardinale Crescenzio Sepe, il presidente di "Fondazione per il Sud" Carlo Borgomeo, il Garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello e il direttore della Pastorale carceraria don Franco Esposito. Oggi, lunedì 24 febbraio, dalle 17:00, presso la sede della Pastorale Carceraria in Via Buonomo, 39, la presentazione del progetto alla presenza del Cardinale Crescenzio Sepe.
Molto spesso ai margini di una società che non offre una concreta possibilità di reinserimento sociale. Ecco l'esigenza di un progetto in grado di sistematizzare un modello di intervento complesso e multidimensionale a favore dei detenuti ed ex detenuti, offrendo un'opportunità di integrazione con il tessuto sociale che si fonda sul reinserimento lavorativo delle persone con problemi di detenzione in area penale, sulla ricostruzione dei legami familiari e sul soddisfacimento dei bisogni contingenti, come quello abitativo e lavorativo.
Parte da Napoli "Accogliere per ricominciare" che sarà presentato Lunedì 24 febbraio dalle ore 17:00 in Via Buonomo, 39 (alla Sanità) presso la sede della Pastorale Carceraria alla presenza dell'Arcivescovo di Napoli, Cardinal Crescenzio Sepe; dal Direttore della Pastorale Carceraria, Don Franco Esposito; dal Presidente di "Fondazione per il Sud", Carlo Borgomeo; dalla referente dell'associazione "Liberi di Volare", Valentina Ilardi; dalla Presidente della cooperativa "Articolo 1", Marina D'Auria; dal Garante delle persone private della libertà personale, Samuele Ciambriello. Modera Emanuela Scotti.
Il progetto vede il sostegno della Fondazione con il Sud, della Curia Arcivescovile di Napoli, della Fondazione Peppino Vismara, della Fondazione San Gennaro e della fondazione UBI Banca. Le finalità sono ben precise e saranno raggiunte mediante una accoglienza residenziale per i detenuti e la realizzazione di lavoratori artigianali come bigiotteria, falegnameria, grafica, informatica, pittura, cuoio e laboratori combinati.
In particolare "Accogliere per ricominciare" è stato realizzato dall'Associazione "Liberi di volare onlus" che gestisce la casa di accoglienza e il centro diurno laboratoriale, dalla Cooperativa "Articolo1" che gestisce il coordinamento delle attività e i percorsi di inserimento lavorativo (bilancio delle competenze e piano di inserimento lavorativo), la Cooperativa "Il Quadrifoglio" che gestisce la comunicazione e gli eventi.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 febbraio 2020
Le associazioni e i penalisti chiedono che scelta sia fatta in base alle competenze. Dal 24 gennaio, giorno della fine del mandato di Franco Corleone, la regione Toscana è senza Garante dei diritti dei detenuti. Dopo l'ennesima fumata nera, la decisione da parte della prima commissione è stata rinviata a martedì prossimo.
C'è un'ampia rosa di nomi candidati come garante, ma c'è una preoccupazione - soprattutto da parte delle associazioni impegnate sul tema carcerario - che tale scelta potrebbe diventare il frutto prettamente politico, senza un confronto aperto e trasparente che tenga conto delle competenze.
Proprio per questo motivo le Associazione di tutela dei diritti dei detenuti (Arci Toscana, Associazione Progetto Firenze, Associazione volontariato penitenziario, Diaconia Valdese Fiorentina, Società della Ragione, L'altro diritto), i rappresentanti delle Camere penali di Firenze e di Prato, i Garanti comunali di Firenze e di San Gimignano, hanno inviato una lettera agli organismi preposti e ai consiglieri regionali dove chiedono, appunto, che la decisione sul nome del nuovo Garante sia fatta a partire dalle competenze e dal programma di lavoro presentato, non concordata nelle riunioni di partito.
Le associazione hanno scritto, in particolare, al presidente del Consiglio, al presidente della Prima Commissione e ai presidenti dei Gruppi politici per porre la questione urgente della nomina del nuovo Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, sottolineando l'opportunità, oltre che di una celere presa in carico della questione da parte della Prima Commissione, anche di considerare gli indirizzi contenuti nelle Linea d'indirizzo sugli organi di garanzia prima di procedere alla nomina.
Ma purtroppo nessuna risposta. Il Consiglio della regione Toscana aveva votato all'unanimità una mozione, il 23 ottobre 2019 scorso, presentata dalla consigliera Serena Spinelli del gruppo misto, in cui si impegnava a valutare le Linee di indirizzo in merito alla disciplina degli organi di garanzia prima della nomina del nuovo Garante, esaminando in particolare le nuove Linee d'indirizzo delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, già adottate dalla Conferenza dei presidenti dei Consigli regionali, tese a rafforzare le prerogative e le condizioni operative del ruolo del Garante. Ma la mozione non ha avuto seguito, nonostante ci fossero i tempi necessari per esaminare il testo.
"Quello che chiediamo - spiega Massimo Lensi, militante radicale e presidente di Progetto Firenze - è che la Regione valuti sulle competenze e non sulla ragion di partito". Le associazioni, considerando che i tempi per la nomina si stanno allungando a causa di rinvii senza discussione nel merito, hanno chiesto alla consigliera Spinelli di sostenere la sua mozione e di portare nella Prima Commissione la discussione in merito alle Linee d'indirizzo, e in ogni caso di invitare alla sua seduta le persone che hanno presentato le autocandidature e procedere alla loro audizione, in modo che possano esporre il proprio programma di lavoro come eventuali Garanti. La Spinelli non è stata indifferente alla lettera delle associazioni e ha sollecitato la Commissione a indire il prima possibile la riunione e tenere conto, appunto, delle competenze.
Molti, come detto, sono i candidati. Esattamente sono nove e martedì la Commissione dovrebbe farne una scrematura. Tra loro c'è il professore Francesco Ceraduo, riconosciuto per essere stato il pioniere della Medicina penitenziaria italiana, che per 40 anni ha diretto, da medico di primissimo ordine, il centro clinico del carcere Don Bosco di Pisa.
Recentemente un gruppo di detenuti di varie carceri toscane hanno inviato una lettera al presidente della regione Enrico Rossi per sostenerlo. La sua figura si è distinta per la sua indipendenza, ma forse questa sua posizione potrebbe essere un problema se l'elezione del Garante regionale dipenda dalle riunioni di partito e non dalla valutazione delle competenze.
di Renata Polverini
Il Riformista, 24 febbraio 2020
Caro direttore, come certamente saprà sono la presentatrice della proposta di legge sullo "ius-culturae" che, tra mille difficoltà, sta finalmente percorrendo il suo iter in Parlamento. L'altro ieri Galli della Loggia ha firmato in prima pagina sul Corriere della Sera un lungo articolo nel quale, pur senza mai citarmi, commenta questa iniziativa provando a demolirla con argomenti tanto assurdi quanto pretestuosi.
Il professore considera la proposta di concedere la cittadinanza - al compimento di un intero ciclo di studi - ai ragazzi nati in Italia, contraria al sentimento prevalente degli italiani che, evidentemente, deduce dai consensi che i sondaggi assegnerebbero a Salvini e a quanti sostengono le tesi sovraniste sul rischio di una immigrazione incontrollata. Tante volte siamo stati rimproverati, come legislatori, di agire sotto l'impulso della piazza ma mai mi era capitato di essere accusata del contrario, e questo, si badi bene, mentre si denuncia, come fa l'autore, "la vista corta" della classe politica italiana. Ma c'è di peggio; il professore ci chiede di "guardare avanti" ma propone metodi didattici per questi ragazzi (campeggi estivi, concorsi culturali, soggiorni presso prestigiose scuole Militari, ecc.) che sembrano avere lo sguardo rivolto all'indietro quantomeno di una ottantina di anni.
Infine trovo incompatibile con la nostra Costituzione e con la concezione di uno Stato di diritto e liberale la considerazione di Galli della Loggia circa il fatto che l'osservanza della religione islamica possa, anzi debba, in qualche modo compromettere il riconoscimento della cittadinanza italiana.
Per rafforzare questo incredibile concetto l'autore fa l'esempio di genitori di religione islamica che hanno costretto (costretto, appunto) i propri figli a seguire tradizioni tribali o religiose tipiche di altre culture e Paesi. Insomma, il classico caso in cui le colpe dei padri (cioè l'attaccamento a tradizioni che nel nostro Paese possono arrivare a costituire anche un reato) debbano ricadere inevitabilmente sui figli, ancorché questi pratichino ed anelino diversi stili di vita.
Con queste motivazioni e con un malcelato disprezzo per il ruolo che la scuola svolge nel nostro Paese, il professore liquida una proposta sulla quale, invece e per fortuna, convergono tanti parlamentari ma, soprattutto, gran parte del mondo del volontariato e del terzo settore che si occupa di diritti dei minori e di integrazione. Personalmente nutro maggiore fiducia sia nei ragazzi e nella loro, a volte disperata, volontà di integrarsi, sia nella nostra scuola; che non sarà forse più maestra di vita ma che rappresenta un'istituzione fondamentale per forgiare e realizzare una nuova cittadinanza.
di Davide Varì
Il Dubbio, 24 febbraio 2020
Il libro di Filippo Sgubbi: duro, tagliente e senza sconti. "La vittima è l'eroe moderno, ormai santificato. L'abuso del paradigma vittimario frutto del diritto penale emozionale e compassionevole, ha fatto si che lo stato di vittima sia diventato desiderabile nello stato di oggi". È solo uno dei passaggi, e forse neanche il più duro e diretto, del libro di Filippo Sgubbi: "Il diritto penale totale", edizioni Il Mulino.
Un testo che non fa alcuno sconto, che mira dritto al cuore del problema senza timori né riguardi. E la chiave di volta del testo di Sgubbi, avvocato e professore nelle università di Cagliari, Bologna e Roma, è proprio quel termine: "totale".
"Totale perché ogni spazio della vita individuale e sociale è penetrato dall'intervento punitivo che vi si insinua". Totale, inoltre, perché da anni, decenni, la politica e la società civile sono convinte che ingiustizie e mali sociali possano trovare una soluzione solo ed esclusivamente nel diritto penale.
Ed è questo il motivo per cui la giustizia è diventata il centro della vita politica e l'epicentro delle scosse che di volta in volta minano la tenuta di governi e maggioranze: vedi il recente scontro sulla prescrizione e sulla riforma del processo penale. E così Filippo Sgubbi ci aiuta a mettere a fuoco il vero nodo, quel groviglio tra politica e giustizia che è più di un'osmosi: non un confronto dialettico tra pari, quanto una sottomissione della prima nei confronti della seconda.
Perché quel grido "vogliamo giustizia", (e torniamo alla teoria del "paradigma vittimario) urlato nelle aule dei nostri tribunali e usato come arma contundente contro quei giudici che si permettono di assolvere o non infliggere "pene esemplari", riecheggia nelle stanze dei palazzi della politica e diventa centro, manifesto e proclama di gran parte dei partiti. E così accade che il processo "sia chiamato a cercare colpe prim'ancora che cause".
Nasce in questo modo "una nuova forma di ricerca processuale del capro espiatorio e nel contempo un nuovo tipo di processo politico dovuto alle pressioni politico-sociali". Non solo, "la voce intimidatoria delle vittime, adeguatamente amplificate dai media, - spiega Sgubbi - trascende l'ambito risarcitorio e vorrebbe poter determinare la sanzione, chiedendo pene più severe. E trascende perfino l'ambito del processo con la richiesta anche di sanzioni penali sociali extrapenali".
E, seguendo Sgubbi, possiamo senz'altro dire che la "dittatura" del "paradigma vittimario" arriva a giustificare anche le minacce a quegli avvocati che "osano" difendere i diritti degli imputati. Se nelle visione distorta di media e pubblica opinione il processo non è più ricerca di cause e responsabilità ma mero dispensatore di pene esemplari, allora l'avvocato difensore diventa necessariamente "complice" insieme al giudice che non punisce in modo "adeguato". Con buona pace del diritto, delle garanzie e della democrazia stessa, la quale, spiega Sgubbi, "è travolta dagli stessi inconvenienti caratteristici dei processi politici di ogni tempo".
Ma la dittatura del "paradigma vittimario" è solo uno degli argomenti sezionati da Sgubbi. Con la stessa efficacia e durezza Sgubbi ci parla di "tipicità postuma", di "reati percepiti", fino al binomio "puro/impuro" che ha sostituito quello di "innocente/colpevole". "La responsabilità penale si può allora spiegare anche con le categorie puro/impuro, come nella visione selvaggia del peccato". Secondo Sgubbi il reato e la colpa sono uno "stato" che precede la commissione di un fatto. Una sorta di peccato originale che macchia fin dall'origine alcune "caste", quella politica su tutte.
Ma questa degenerazione del diritto colpisce tutti, anche chi si è ritrovato a urlare "giustizia" chiedendo pene esemplari. Perché "nel diritto penale totale il cittadino si presenta solitamente inerme e con scarso potere difensivo". Immerso in un medioevo che ha contribuito a generare.
di Mauro Leonardi*
agi.it, 24 febbraio 2020
La promiscuità assoluta delle prigioni renderebbe rapidissimo il contagio. E non si può evacuare un intero carcere. L'opinione di Mauro Leonardi, prete della Casa circondariale. Cosa accadrebbe a Rebibbia se arrivasse il Coronavirus? Anzi, formulo la domanda all'indicativo, cosa accadrà a Rebibbia quando arriverà il Coronavirus?
Da quando sono prete ex. art 17 nella casa circondariale della capitale - all'interno delle mura di cinta, quattro carceri per un totale di detenuti che varia tra i 2000 e i 3000 - non mi era mai capitato di sentir crescere l'angoscia dentro di me entrando e di sentirla ancor più uscendo. Mi è accaduto ieri, per la consueta Messa dove offro il mio servizio, il reparto dei detenuti "precauzionali": pedofili, autori di femminicidi, ex carabinieri, ex-poliziotti, e così via. Tanti nomi che a loro tempo hanno preso le prime pagine dei giornali e che non vale la pena ripetere ora perché, quando sei lì, quando siamo lì, siamo tutte persone qualsiasi, uomini con il corpo e l'anima nuda.
Cosa avviene al Nuovo Complesso, il carcere dove sono volontario, 1.700 detenuti circa, quando arriva l'influenza? Che la prendono immediatamente tutti. Celle da sei con promiscuità assoluta, quasi completa assenza di farmaci, una piccola infermeria, un reparto "protetto" per poche unità al Pertini per i casi più gravi.
Tanto per essere chiari, a Rebibbia è persino complicato misurarsi la febbre, tanto scarseggiano i termometri. In genere si conta sulla buona salute degli "ospiti" e ce la si cava, ma se arrivasse il Coronavirus non ci sarebbe scampo. Né per i detenuti, né per le guardie carcerarie, né per i volontari. Quando arriva l'influenza la prendono tutti: tutta la cella, tutto il corridoio, tutto il reparto. Diciamo la verità, in genere non è un enorme problema: passare la maggior parte del tempo in branda purtroppo è per un detenuto una deprecabile consuetudine. Farlo con un po' di febbre e qualche sintomo è un fastidio, non una tragedia.
Ma se e quando dovesse arrivare il Coronavirus (se e quando il Coronavirus arriverà) sarà una tragedia dalle enormi proporzioni. Rischia di essere una carneficina, non esagero. Se si ammalano tutti o quasi tutti i detenuti non c'è alcuna possibilità di isolamento e di cura. Non si può evacuare un intero carcere per evidenti motivi: primo dei quali la necessità che per ogni detenuto ci siano parecchie guardie. E poi dove li porti? Si aprono scenari apocalittici.
È urgente che le autorità prendano delle misure affinché il Coronavirus non entri in carcere: a Rebibbia e in ogni altro carcere. Al momento, non esiste alcun controllo sul personale, sugli avvocati, sui parenti che vanno ai colloqui, sui fornitori, sui preti, sui volontari. Non esiste, ancora più grave, alcun controllo sui nuovi arrivi. I nuovi arrestati che, presi ovunque, spesso per strada e sotto i ponti, non sono sottoposti ad alcun tipo di controllo, vengono da vite assolutamente improbabili e potrebbero benissimo essere stati in contatto con il virus.
Nessuna di quelle precauzioni che, per dire, sono messe in atto negli aeroporti di Fiumicino e di Ciampino, vengono adottate a Rebibbia. Chiunque di noi arrivi a Rebibbia potrebbe, inavvertitamente, essere il protagonista di una strage. Prima che sia troppo tardi, urge, assolutamente urge, che le autorità prendano dei provvedimenti. Sarebbe bello che qualcuno mi smentisse e dichiarasse che proprio questa mattina, la mattina di domenica 23 febbraio 2020, a Rebibbia sono iniziati dei controlli rigorosi su tutti coloro che varcano la soglia del carcere. Sarebbe bellissimo. Ieri pomeriggio alle 18 non era così. Non aspettiamo.
"Cappellano della Casa circondariale di Roma Rebibbia
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 24 febbraio 2020
"Svuotare i Centri con corridoi tra Tripoli e la Ue". Missione militare navale e corridoi umanitari per affrontare la crisi libica, modifica radicale dei decreti sicurezza. Marco Minniti - l'ex ministro dell'Interno indicato dal vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans come "mediatore ideale tra le parti in conflitto" - non usa mezzi termini per indicare la strada da seguire.
Matteo Salvini chiede la chiusura di porti e frontiere per il coronavirus...
"Al di là di inaccettabili strumentalizzazioni, quanto sta accadendo ci impone di avere una strategia verso l'Africa che contrasti con fermezza i canali illegali, i trafficanti di esseri umani, è costruisca canali legali, controllati dal punto di vista sanitario d'intesa con le nazioni unite e l'Oms. Più in generale non sottovaluto il pericolo della destra radicale e il nazional populismo. E per questo dico che bisogna svuotare i giacimenti di consenso a queste forze politiche con un'imponente operazione riformista".
Modificando i decreti?
"Apprezzo molto la ministra Lamorgese. Quei decreti vanno profondamente cambiati perché hanno creato le condizioni per una profonda insicurezza. La strada è obbligata: bisogna tornare all'accoglienza diffusa e ripristinare la protezione umanitaria. Un vero piano di integrazione passa per la gestione di piccoli gruppi di persone. In questo modo sí superano le diffidenze e si smonta un pezzo importante della fabbrica della paura".
L'opposto di quanto fatto da Salvini al Viminale...
"La protezione umanitaria tiene le persone nella legalità, impedisce che diventino preda della criminalità. L'integrazione non è un riflesso caritatevole, ma è il cuore delle politiche di sicurezza. Chi meglio integra è più sicuro. Basta alzare lo sguardo e vedere quello che succede nel resto dell'Europa. Sono principi ineludibili non si deve avere timore che il popolo non le capisca".
Vuol dire che l'opinione pubblica non conta?
"Esattamente l'opposto. Una coalizione, un partito deve essere molto preoccupato quando ritiene che i propri principi siano impopolari. Se così fosse questo colpirebbe al cuore la funzione di un partito. Partiamo dai principi per tornare al popolo attraverso le politiche concrete".
La coalizione mostra di avere numerosi problemi...
"L'azione di governo non può essere prigioniera di rendite di posizione. Un sistema o un esecutivo che si affida alle "utilità marginali" non fa gli interessi del Paese".
Pensa che Italia viva uscirà dalla maggioranza?
"Non credo sia questo il problema. Ma non può essere tutto tattica, un vecchio saggio cinese molto prima di Cristo parlando dell'arte della guerra diceva: la strategia senza tattica è la via lunga per la vittoria; la tattica senza strategia è la via più breve per la sconfitta".
L'Italia ha una strategia per la Libia?
"Deve averla, ma deve averla soprattutto l'Ue. Noi stiamo assistendo a un radicale cambiamento geopolitico nel Mediterraneo. Il ruolo di primo piano di Russia e Turchia in Libia costituiscono un cambiamento epocale con cui bisogna fare fino in fondo i conti. Nessuno in Europa può accettare una nuova Siria a poche decine di miglia dalle nostre coste. E una gigantesca sfida sulla quale ci giochiamo un pezzo decisivo del nostro futuro. Sarebbe un drammatico errore se "democrazie riluttanti" lasciassero ai cosiddetti "sistemi forti" il compito della sicurezza e della stabilizzazione del Mediterraneo".
Come si affronta?
"La conferenza di Berlino ha segnato un primo passo, ora si tratta di essere coerenti con quello che si è firmato. E venuto il momento di chiudere per sempre il doppio forno delle diplomazie nascoste, in stretto rapporto con l'Onu e con la risoluzione del consiglio di sicurezza".
Come?
"Bisogna far partire la missione navale che controlli il Mediterraneo centrale per bloccare il traffico d'armi. L'Europa non deve aver paura di garantire una presenza militare. In questo momento nel Mediteranno centrale e orientale ci sono presenze imponenti di Paesi non dell'Unione europea Anche la Nato deve porsi il problema di avere una strategia su queste questioni. Non dimentichiamo che la Turchia è un'importante Paese Nato. L'Europa, la comunità internazionale devono comprendere che possono essere strette dentro una tenaglia fatta da due formidabili strumenti di pressione: il blocco dei pozzi petroliferi e i flussi migratori. Siamo a un passo dall'allarme rosso".
A che cosa si riferisce?
"Una Libia destabilizzata e con una permanente guerra civile a bassa intensità può diventare un rifugio sicuro per i foreign fighters e produrre una gigantesca emergenza umanitaria. La stessa presenza di milizie turco siriane con una storia jihadista incontrandosi con la realtà libica, potrebbe portare ulteriori elementi di radicalizzazione. Secondo le Nazioni Unite già adesso ci sono più di 200 mila sfollati. A partire potrebbero essere dunque gli stessi libici. Per questo quel Paese va aiutato anche nella dimensione umanitaria. I centri di accoglienza ufficiali vanno svuotati attraverso una missione europea. Corridoi per mettere in sicurezza i migranti esposti a una guerra civile e aiutino il popolo libico".
Anche scatenando proteste e polemiche in Italia?
"Non stiamo parlando di grandi cifre, tantomeno impossibili per l'Europa. Si tratta di avere una visione strategica che tenga insieme il profilo militare, profilo umanitario, protagonismo del popolo libico".
Pensa che trattare con Al Sarraj e Haftar sia sbagliato?
"Penso che bisogna avere il coraggio di andare oltre. È evidente che non si può prescindere da loro, ma la Libia anche quella attuale, è molte altre cose. In una società in cui l'unico elemento di tenuta in tutti questi anni è stato garantito dalle tribù, penso sia necessario coinvolgere i sindaci. Sono loro che in qualche modo rappresentano il popolo che paga il prezzo più alto al conflitto. Una grande assemblea dei rappresentanti del popolo libico".
L'Italia ha sbagliato a rinnovare il Memorandum?
"No, così come ha fatto bene a chiedere modifiche. Il problema più delicato è che nelle more c'è stata una piccola novità: Tripoli ha firmato un trattato di cooperazione militare con la Turchia che, temo, ha cambiato la gerarchia delle influenze politiche nella capitale libica".
di Astolfo Di Amato
Il Riformista, 24 febbraio 2020
La lettura della motivazione della sentenza della Corte di Cassazione, che ha escluso la legittimità dell'arresto di Carola Rackete, può suscitare le seguenti connessioni di pensiero: il Giudice è soggetto solo alla legge = il Giudice è la Legge = il Giudice è come il Marchese del Grillo, la cui celebre frase suona così "che ci volete fare: io so' io e voi non siete un c...". Come è noto Carola Rackete al timone della nave Sea Watch, con a bordo alcuni migranti salvati in mare, nella notte tra il 28 e 29 giugno ha deciso di entrare nello scalo portuale di Lampedusa, violando l'alt dato dalla Guardia di Finanza e rischiando lo schiacciamento contro il molo di una motovedetta della stessa. Arrestata, siccome in flagranza di reato, il Gip del Tribunale di Agrigento non convalidò l'arresto. La Cassazione ha ritenuto che quella decisione fosse pienamente legittima.
Le riflessioni che sono immediatamente sollecitate dalla lettura della motivazione sono essenzialmente tre. Esse muovono da una preliminare considerazione. In questo caso il tema non era se Carola Rackete meritasse o no la sanzione penale, ma se gli organi di polizia avessero o no agito correttamente nell'arrestarla.
La prima è che la decisione della Corte di Cassazione sembra porre a carico delle forze di polizia una valutazione in ordine alla esistenza o no di controverse condizioni per la operatività della scriminante. Anche l'adempimento di un dovere richiede, come ogni altra scriminante, una valutazione di proporzionalità. Per fare un esempio estremo, ma comprensibile, l'adempimento del dovere avrebbe legittimato Carola Rackete ad uccidere qualcuno? Si tratta di valutazioni complesse e che richiedono analisi non superficiali, del tutto inconciliabili con i tempi, i criteri, i poteri che hanno le forze di polizia. Le quali si sono trovate di fronte alla violazione di un alt ed allo speronamento di una loro motovedetta. Di qui evidenti perplessità sulla pretesa illegittimità della loro condotta.
La seconda riflessione, ancora più rilevante, è che gli effetti scriminanti dell'adempimento di un dovere sono considerati, nella decisione, in modo del tutto astratto, ideologico, senza alcuno specifico riferimento alle condizioni reali, in cui si trovavano i migranti e senza alcuna considerazione della circostanza che al momento del salvataggio in mare segue una fase procedurale. Manca una adeguata valutazione della possibilità di considerare un luogo sicuro, in quel momento e con le esistenti condizioni di mare, la Sea Watch, tenuto conto dei trasbordi effettuati sino a quel momento delle persone bisognevoli di cure e dell'assistenza prestata alla nave.
La motivazione esprime, in definitiva, non già una valutazione in ordine alla concreta situazione in essere nel momento, in cui è stato eseguito l'arresto, ma una astratta presa di posizione meramente ideologica, che nulla ha a che fare con il momento giurisdizionale. La terza riflessione è che una presa posizione da parte dei supremi Giudici, cosi smaccatamente ispirata da motivazioni di ordine ideologico e politico, appare solo utile a fornire ulteriore alimento alla ventata populista che sta attraversando l'Italia.
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