di Umberto De Giovannangeli
Il Riformista, 23 febbraio 2020
Quella missione senza nome né comandante è l'ennesimo buco nell'acqua collezionato dall'Italia e dall'Europa in Libia. A spiegarne le ragioni, a Il Riformista, è Emma Bonino, già ministra degli Esteri e Commissaria Ue, oggi senatrice di +Europa.
Si può affermare che la missione Ue di cui si sta da giorni dissertando sia un altro errore dell'Europa sulla Libia?
Penso proprio di sì. Intanto è un oggetto misterioso, come le operazioni precedenti, il cui progetto non è mai stato presentato in Parlamento né discusso. Aspettiamo che qualcuno dica qualcosa di puntuale e non, per favore, di titoli. Ho cercato di seguire puntualmente per capire cosa abbiamo realmente deciso.
Risultato?
Sconsolante. Qui passiamo da un fallimento all'altro, anche se lo spacciano per un successo, vedi la Conferenza di Berlino, per riferirci solo all'ultima puntata. Probabilmente il Consiglio affari esteri che si è riunito lunedì scorso, era tenuto a fare qualcosa. Peccato che quel qualcosa è così approssimativo e confuso da dare pochissime speranze. Se capisco bene, si tratta di un'operazione che non ha né un nome né un comandante, però deve essere totalmente differente da "Sophia" e dedicata soprattutto al contrasto del traffico d'armi. Teatro dell'operazione sarebbe essenzialmente l'Est della Libia e i più ottimisti pensano da fine marzo. Ma i punti da chiarire sono talmente tanti da rendere alquanto dubbiosi su tempi ed effettiva realizzazione di questa missione.
Qual è, a suo avviso, uno dei punti cruciali da chiarire?
Bisognerà vedere le regole d'ingaggio. Se una nave di questa futuribile missione intercetta o sospetta che una nave, ad esempio turca, stia portando armi, violando l'embargo trionfalmente confermato a Berlino, che fa? Si limita a segnalarlo, interviene con un abbordaggio? O cos'altro?
Per realizzare la innominata missione ci sarebbe bisogno del via libera dei due contendenti libici, il premier del Governo di accordo nazionale Fayez al-Sarraj e del suo agguerrito competitore, il generale Khalifa Haftar...
Per lo meno. Ma la definizione delle regole d'ingaggio molto probabilmente avrebbe bisogno di un passaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, di cui possiamo prevedere l'esito. Tanto più che solo qualche giorno fa Stepanie Williams, la vice dell'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Libia, Ghassan Salamè, che l'embargo sulle armi sembrava una barzelletta. Non basta. Il ministro Di Maio in più occasioni ha ipotizzato una presenza a terra, puntualizzando, bontà sua, se le autorità libiche lo autorizzeranno. Ma di quali autorità libiche parliamo? Perché ce ne sono a volontà! Non solo Sarraj e Haftar, ma anche il presidente del Parlamento, e miriadi di milizie di tutti i tipi. E quindi? C'è solo una cosa che non è "misteriosa" in questa misteriosissima missione.
Quale sarebbe?
Il contenimento dei migranti, che per l'Italia, o almeno per chi la governa, conta molto di più del blocco delle forniture di armi ai protagonisti di questa guerra in Libia. Senza contare che, se la geografia non è una opinione, i flussi di armi per Haftar arrivano via terra, perché le può ricevere attraverso il confine egiziano? Quindi? Qualcuno, prima o poi, dovrebbe venire in Parlamento e spiegarcelo.
Anche alla luce di questa ipotetica missione, qual è la politica dell'Italia sulla Libia?
Non lo so, perché io non la conosco. A parte l'ossessione per i migranti, per il resto è buio fitto. E sì che di questioni cruciali da cui dipende il futuro della Libia ce ne sono a iosa.
Ad esempio?
Il blocco dei pozzi petroliferi, deciso da Haftar a gennaio, è un grosso problema per la Libia, perché è chiaro che venendo meno gli introiti del petrolio, le ricadute sulle condizioni di vita della popolazione libica saranno pesantissime. Chi pagherà i salari? Anche da questo punto di vista, la Libia rischia seriamente il collasso e la paralisi. E una Libia ulteriormente destabilizzato è una mina vagante per l'intero Mediterraneo, e dunque anche per noi.
Ora la missione innominata, prima Sophia. Tutto per far dimenticare l'unica missione che aveva dato dei risultati, Mare Nostrum?
Quella fu bloccata dall'altra premier Matteo Renzi perché "costava troppo". Quello è stato un duplice errore: primo, averla cancellata, e poi sostituita con Triton, - scattata nel novembre 2014 e che aveva come finalità la sorveglianza delle frontiere marittime dell'Unione europea nel Mediterraneo e il piano operativo fu concordato da Frontex con l'Italia come Paese ospitante - e successivamente con "Sophia". Avviata nel luglio 2015.
La questione migranti porta anche ai decreti sicurezza. Su questo terreno, c'è stata una modifica di linea da parte dell'attuale governo rispetto al Conte I?
Per il momento niente di nuovo, al di là dei toni. Perché i decreti sicurezza ad oggi sono ancora lì con tutte le conseguenze nefaste per gli irregolari nel nostro Paese, con tutti i risultati penosi che vediamo.
Da ex ministra degli Esteri, che idea si è fatta della politica estera del governo?
Che la politica estera non è una priorità, e questa è una miopia di prospettiva di cui non abbiamo chiari neanche i costi, e ci interessa solo e quando ci siano eventuali impatti sulla politica interna, perdendo di vista quello che si muove nel mondo e in Europa. L'ossessione rimangono i migranti. Peraltro vale la pena segnalare che in attesa di questa futuribile missione, nel Mediterraneo oggi ci sono soltanto le tanto vituperate Ong. E va aggiunto che dopo tre anni di inchieste, di insulti, non c'è una condanna una e le navi delle Ong vengono dissequestrate: su 11 sequestrate, i dissequestri sono stati 9 e delle 11 indagini contro le Ong, nessuna condanna e 5 archiviazioni.
di Roberto Saviano
L'Espresso, 23 febbraio 2020
Migranti, armi, droghe, aborto. Tutti temi che si possono affrontare in modo intelligente e pratico. E che invece vengono branditi a scopo di "trend topic".
Non esistono tanti modi per affrontare temi importanti, ma solo due: uno di buonsenso e uno stupido. Salvini affronta tempi importanti in modo stupido. Non è l'unico, ovviamente, ma oggi è il campione. Consapevole. felice e orgoglioso di esserlo. Parlare di armi e invitare le persone a farsi giustizia da sé è un modo stupido di affrontare la presunta emergenza sicurezza.
Presunta perché i dati, che tutti possiamo leggere facendo una rudimentale ricerca in rete, dicono chiaramente che i reati predatori sono in diminuzione. Cosa significa questo? Che non ci sono più ladri, scippatori, rapinatori? No, certo che ci sono, ma significa che c'è una tendenza alla costante diminuzione perché evidentemente le forze dell'ordine lavorano meglio di quanto l'ex ministro voglia farci credere.
E significa anche che un episodio singolo non può essere preso a regola generale. L'invito di un politico non dico serio, ma normale, dovrebbe essere quello a fidarsi delle forze dell'ordine, a sporgere denuncia e non a prendere il porto d'armi per eventualmente sparare a chi ti entra in casa. Anche perché, mi è capitato di scriverlo, se spari e uccidi, la tua vita cambia irrimediabilmente.
Anche perché, mi è capitato di viverlo, se reagisci a una rapina non sai come va a finire e non vale davvero la pena rischiare la vita per la propaganda stupida, ma fatta per calcolo, di un politico incosciente. E poi ancora sulle droghe: nessuna tolleranza verso gli spacciatori di morte!, dice Salvini: li andremo a prendere casa per casa. Quante volte l'ho sentita questa cosa del "casa per casa"!
Che enorme buffonata. Possibile ci sia ancora chi ci crede? Le droghe vanno legalizzate, subito e vanno legalizzate tutte perché è l'unico modo per raggiungere due obiettivi che considero rivoluzionari. Il primo è che a circolare siano sostanze controllate e non la merda che oggi "i nostri ragazzi", come amano chiamarli i politici più inconsistenti, si iniettano nelle vene, sniffano o fumano.
Perché anche qui, basta davvero fare una banalissima ricerchina in rete: se le droghe sono legali non aumentano i consumatori; che aumentino con la legalizzazione è leggenda metropolitana come quella dello spinello anticamera dell'eroina. Il secondo è prosciugare la prima voce di guadagno delle organizzazioni criminali, ovvero i proventi del narcotraffico.
Chiudere quel rubinetto significa dare alle mafie un colpo da cui difficilmente si rialzeranno. Anche se le sostanze stupefacenti venissero legalizzare, ci sarebbe ancora un mercato parallelo e illegale, obbiettano alcuni. Può darsi, ma chi rischierebbe sanzioni e un processo se può procurarsi hashish. erba e magari anche cocaina ed eroina in maniera legale? Abbiamo davvero tutti gli strumenti per sbugiardare chi si presenta, come farebbe il condomino più rompipalle del quartiere, al citofono di una famiglia di immigrati per disturbare a ora di cena.
Che dire poi sul come ha comunicato, più che gestito, l'immigrazione. Gli effetti dei decreti sicurezza sono disastrosi e oggi bisogna correre ai ripari provando a non far fare al Presidente del Consiglio e agli ex alleati di governo la figura degli scendiletto di un buffone. Sarà difficile. Ma veniamo all'ultima: Salvini ha parlato di aborto e ne ha parlato come se abortire fosse una cattiva abitudine, uno stile di vita sbagliato.
Fai tardi la sera? Bevi uno spritz di troppo? Abortisci? Ecco, il piano è lo stesso. Ma cosa sto qui a dire che l'aborto, in verità, in Italia è un diritto negato... Cosa sto qui a dire che ci sono regioni in cui mancano medici abortisti negli ospedali pubblici... Parliamoci chiaro, il gioco orma è scoperto: dico una cazzata, occupo tutti gli spazi possibili, tutti replicano perché le sparo davvero grosse e così do l'impressione di esistere.
Anzi, esisto. Il giochino dura qualche giorno: sono sempre primo in trend topic, me la gioco con Mussolini, un giorno lui, un giorno io: bene, altro "padre nobile", un sempreverde. Guardate che il problema non è il fesso che occupa il segmento del fesso; il problema. riflettiamoci, non è Salvini, che ogni questione importante la affronta alla maniera del giullare cattivello, un po pignolo ma comunque perdigiorno, inconcludente, come quegli studenti impreparati che per far passare l'ora dell'interrogazione fanno ammuina.
Il problema è che l'opzione di buonsenso non sia percorsa da nessuno: una strada deserta, vento, qualche rotolacampo. Mi perdoni Emma Bonino, che ha sempre un'opinione pragmatica, ma da sola, a bilanciare, non può farcela. Allora non chiediamoci perché ci sia stupidità nella politica, ma dove sia il suo contrario e perché in trend topic non ci arrivi mai.
di Alfio Pennisi
ilsussidiario.net, 23 febbraio 2020
Da numerosi anni un gruppetto di "ospiti" della Casa circondariale si coinvolge in un laboratorio teatrale che porta in scena testi classici. Telemaco è dentro per spaccio; anche Ulisse, d'altronde, e buona parte dei Proci. La maga Circe, laureata, colta, ha in carnet una lunga serie di reati finanziari. C'è chi ha sulle spalle un ergastolo per omicidio e chi, come Penelope, ha truffato le vecchiette. Antinoo, il capo dei Proci, è uno di rispetto; è bravo, ha imparato tra i primi la parte a memoria, e se la gode un sacco a impersonare un prepotente.
Siamo in carcere - in Sicilia, a Catania - e siamo sul palcoscenico. Da numerosi anni, infatti, un gruppetto di "ospiti" della Casa Circondariale (cambiano ogni volta, o quasi) si coinvolge in un laboratorio teatrale che porta in scena testi di diverso impatto, alcuni ardui, altri più leggeri: I miserabili e Barabba, La giara e San Giovanni decollato, tanto per intendersi. Quest'anno il passo è stato coraggioso: l'Odissea, si sarà capito.
Non è solo roba di regista e di attori, ma l'esito di un grande lavoro solidale, che mette insieme istituzione, detenuti e volontari. Le musiche, ad esempio, le ha scelte un volontario che ne capisce. Il laboratorio di falegnameria ha forgiato le armi, incluso il famoso arco di Ulisse; il laboratorio di taglio e cucito - reparto femminile - prepara gli abiti di scena, la Mof (Manutenzione ordinaria fabbricati, curata da detenuti lavoratori alle dipendenze dell'Amministrazione penitenziaria) si è messa sotto per montare palco e sipario. Alle scenografie pensa uno degli attori che ha particolare vena creativa: con pennarelli, cartone, taglierino e sparachiodi ha realizzato alberi, cespugli e i giganteschi oggetti della caverna di Polifemo.
Ma tutto questo gran lavoro non servirebbe a nulla, anzi, neanche ci sarebbe, se i primi a crederci non fossero Direzione e Polizia penitenziaria, che dispiegano ogni energia perché il laboratorio vada avanti e lo spettacolo ci sia. Il perché di questo grande impegno non è difficile da capire. Sul valore redentivo del teatro in carcere hanno scritto in tanti, e ci sono esperienze - in questo ambito - che si sono guadagnate stima diffusa e riconoscimenti prestigiosi: la Compagnia della Fortezza, a Volterra, le Compagnie del Teatro Libero di Rebibbia: l'Odissea catanese - bisogna ammetterlo - non è a questo livello, non ancora, per lo meno; ma ciò nulla toglie al valore umano ed educativo della vicenda.
Che se è vero che l'educazione è il cammino verso la scoperta non solo delle cose ma del senso che esse hanno, è altrettanto vero che questo cammino può cominciare - per tutti, ma specialmente per queste vite per tanti versi "sbagliate" e indurite - solo per una passione che muove e commuove, e una passione si muove solo per una bellezza incontrata.
L'ultima replica dello spettacolo, quella che i detenuti realizzano di fronte ai loro familiari, lo dice con evidenza. Per motivi di sicurezza, siamo nella sala colloqui: niente palcoscenico, niente sipario, scenografia ridotta all'osso. Ed anche la recitazione ogni tanto si inceppa: esibirsi di fronte agli occhi sgranati di madri, mariti, compagne, figli fa tremare la voce, anche a quel gradasso di Antinoo.
Alla fine, più degli applausi, restano nella mente alcune parole. Le prime sono quelle di chi ha dato voce a Polifemo: "Professore, e ora? Che facciamo? Sa, noi le prove del venerdì le aspettiamo tutta la settimana". Le seconde sono quelle di Telemaco, che spera di uscire a marzo: "Quando sono fuori, come faccio a continuare? Me lo presentate qualcuno che mi fa fare ancora teatro?". Le ultime sono quelle della mamma di un attore, il più giovane del gruppo, all'indomani dello spettacolo. È una donna semplice ed una brava mamma, che si strugge per quel suo figlio che è dietro le sbarre e che "dentro è buono, ne sono sicura". Quello che dice farebbe felice qualunque insegnante. "Sa, professore? Ieri sera, tornati a casa dopo lo spettacolo, con mio marito ci siamo messi al computer e siamo andati a cercare l'Odissea. Che cosa bella!". Si ferma un po', sovrappensiero, poi aggiunge: "Continuate, per favore. Le cose belle fanno nascere cose belle".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 23 febbraio 2020
Prossima udienza il 7 marzo. La mobilitazione internazionale senza precedenti non basta, detenzione rinnovata e attacchi omofobi per lo studente egiziano. Patrick George Zaki resterà dietro le sbarre per altri 15 giorni. Lo ha deciso ieri la Procura del Mansoura-2, nella città natale di Patrick, a circa 120 km dal Cairo. Il ricercatore è comparso al palazzo di giustizia con i capelli rasati, l'udienza è cominciata intorno alle 11 ora italiana ed è durata meno di un'ora. In aula erano presenti anche Peter Salling, funzionario della delegazione dell'Unione europea, e alcuni rappresentanti dell'ambasciata statunitense. Patrick manca dall'Italia ormai da due settimane, da quando il 7 febbraio scorso appena atterrato al Cairo è stato sequestrato e torturato. Su di lui pendono accuse pesanti, tra cui propaganda sovversiva e istigazione al terrorismo.
Non sono bastate le pressioni internazionali, dalle dichiarazioni di vari esponenti politici e di governo italiani alle decine di piazze europee riempite in queste settimane fino alla curva del Bologna che a Patrick, tifoso e appassionato di calcio, ha dedicato uno striscione.
Secondo una fonte vicina al team legale di Patrick in questi giorni la Sicurezza di stato avrebbe fatto diverse telefonate a persone impegnate per la liberazione dello studente copto, chiedendo di tenere un profilo più basso e di non esporsi con i media internazionali. Non è chiaro se si tratti di una mossa mirata a placare le polemiche per poi liberare Patrick alla prossima udienza senza troppo clamore, o se invece sia un tentativo per far smobilitare la campagna e far cadere anche questa storia nel dimenticatoio. Il rinnovo della detenzione è una formalità che per molti detenuti politici in Egitto si ripete anche decine di volte senza un rinvio a giudizio e senza che l'indagato venga messo davanti a prove o testimonianze.
La frustrazione è tanta tra gli amici e i solidali della campagna, che ha visto una mobilitazione senza precedenti per un prigioniero egiziano. Ieri in molti si aspettavano che il regime avrebbe ceduto di fronte all'opinione pubblica internazionale e alle pressioni politiche. "Sono stanco, mi sento impotente e inutile", ha twittato Amr Abdelwahab, amico di Patrick in esilio a Berlino, tra i promotori della campagna social.
In queste settimane in risposta alla mobilitazione internazionale in Egitto si è intensificata anche la campagna di attacchi denigratori sui media pro-regime. "L'argomento degli studi di Patrick Zaki sono i "diritti dei gay" e lui è un attivista per i diritti dei gay e transgender. Questo mette a tacere tutti coloro che lo difendono e che vogliono farlo apparire come vittima" ha scritto il sito Akhbar el-Yom, sfruttando la diffusa omofobia per legittimare un arresto politico.
Intanto l'Eipr (Egyptian Initiative Ffor Personal Rights, l'ong con cui Patrick aveva collaborato) ha presentato un ricorso per chiedere che venga aperta un'inchiesta sulle violenze subite dal giovane nelle prime ore del fermo. La prossima udienza per il rinnovo della detenzione è prevista ora per il 7 marzo, ma secondo l'Eipr il procuratore ha il potere di decidere in qualsiasi momento il rilascio di Patrick.
"Lo Stato egiziano pensa che nessuno possa chiamarlo a rispondere delle sue azioni" scrive Abdelwahab. "Ora non c'è più tempo per discorsi e dichiarazioni vuote - dice riferendosi alle iniziative delle istituzioni italiane ed europee. Avviare immediatamente un'escalation di pressioni sull'Egitto: richiamare gli ambasciatori, interrompere i rapporti economici, fermare l'esportazione di armi". La campagna ora deve prepararsi a una mobilitazione di lungo periodo.
Ed è emblematico che, sempre nella giornata di ieri, mentre Patrick era in manette trattato da terrorista, i due figli dell'ex dittatore Mubarak, Alaa e Gamal (a piede libero), venivano assolti da una corte del Cairo per una spregiudicata speculazione in borsa risalente a oltre 10 anni fa.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 22 febbraio 2020
Il proposito del ministro Lamorgese potrebbe far tracimare le galere di nuovi detenuti in custodia "cautelare". La signora ministro dell'Interno, Lamorgese, che allontana da sé le tentazioni partitiche, ha dalla sua un'esperienza professionale e un riconosciuto buon senso. Doti che sembrano ambedue tradite dal proposito di modificare le norme in vigore (già effetto di una correzione costituzionale) così da attuare la reclusione in carcere per i responsabili recidivi di piccolo spaccio.
di Guglielmo Gulotta
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Prescrivere la prescrizione? Analisi sulle opzioni in campo. C'è un confronto di due atteggiamenti nei rispetti della prescrizione che lasciano trasparire delle prospettive ben più profonde. Da un lato c'è chi pensa che stabilire dei tempi non brevi per far venir meno l'interesse dello Stato a punire il colpevole, sia un'ingiustizia sociale.
di Liana Milella
La Repubblica, 22 febbraio 2020
La scadenza di fine mese potrebbe saltare per l'ostruzionismo. Ipotesi "ghigliottina". Nubi nere sul decreto intercettazioni. È appena alle spalle la buriana del Senato, e già si apre quella di Montecitorio. Con la minaccia per il governo di non farcela a convertirlo per il 29 febbraio, giorno della sua scadenza.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 22 febbraio 2020
A colloquio con Gian Domenico Caiazza, folgorato sulla via della giustizia liberale da Pannella e Tortora. La sua guerra al "magistrato monologante". Pannella lo folgora una sera dalla tv, "un confronto con il segretario del Pci, Giancarlo Pajetta. Un confronto impossibile. La modernità di Pannella, che parlava del non perdere la dimensione libertaria a sinistra, una cosa che io avevo sempre sentito, che mi impediva di essere totalmente comunista"
Così entra nell'orbita pannelliana, ancora studente frequenta la fondazione Piero Calamandrei, "e nonostante fossi certo di voler fare il penalista, incontro Stefano Rodotà, allora su posizioni molto avanzate. Altra folgorazione: i diritti della persona, il diritto all'identità personale, all'identità politica. Cose che oggi noi diamo per scontate ma che all'epoca erano avanguardia assoluta. Rodotà mi affidò una tesi sui rimedi risarcitori della lesione dei diritti della personalità. Tipo il danno biologico. Comincio a collaborare con la fondazione. Ma sempre mettendo davanti la carriera da avvocato".
E avvocato significa penalista, "una cosa diversa da tutte le altre", si eccita Caiazzone. "Feci qualche tempo di pratica da un civilista, giusto per capire che non mi interessava proprio. Poi feci un po' di tutto, ed ero solo procuratore legale quando un avvocato grosso, Marcello Petrelli, mi chiede di entrare a studio, grazie al nipote che studiava con me".
La storia che gli cambia la vita è il processo Tortora, il più incredibile scandalo giudiziario italiano. Arrestato nel 1983 in favore di telecamera, con tredici pentiti che accusano incredibilmente il più famoso anchorman del momento di essere uno spacciatore per conto della camorra. Una cosa difficile da capire, oggi. Quant'era famoso Tortora? Come Fiorello? "No, era il giornalista più famoso d'Italia". "Un giornalista che faceva una trasmissione popolare. Faceva 20-21 milioni di spettatori, una cosa oggi impensabile. Aveva fatto la Domenica sportiva". Quando viene assolto, già malato di cancro, Tortora nomina Caiazza "per una serie di querele contro i giornali che lo massacrarono".
Il rapporto tra stampa e magistratura era particolarmente virulento. "Era l'uomo più popolare d'Italia, che a un certo punto aveva tradito gli italiani. Era l'untore. I giornali erano feroci. Un clima micidiale: facemmo due cause contro Il giornale di Napoli, un quotidiano che oggi non esiste più, che era l'house organ della procura.
Due querele, due assoluzioni del giornalista scandalose, che il giornalista sapeva prima, e mi preannunciò. Mentre i giudici erano ancora in Camera di consiglio mi venne a dire: 'Sarà insufficienza di prove su dolo", e così fu. Per dire il clima di quegli anni. Chi erano i giornalisti che non presero parte al coro? "Enzo Biagi, Giorgio Bocca, e Vittorio Feltri, inviato del Corriere al processo a Napoli".
Poi, insieme a Vincenzo Zeno Zencovich "fummo gli avvocati nella causa per responsabilità civile dei giudici". Perché Tortora tentò di rivalersi per i processi avventati, le accuse assurde, le manette. Persa. "No, non arrivammo neanche a farla. Prima ci querelarono per calunnia". Ma come per calunnia? "In quanto avvocati". "Poi sollevarono la questione costituzionale. Poi la Corte costituzionale ci dette ragione. Ma dopo quattro anni e mezzo decidemmo di lasciar perdere. Citare per responsabilità civile dei magistrati che erano stati tutti promossi 'con encomio', ci arrendemmo". Tortora morì durante la causa.
Poco prima: "Quanto chiediamo di danni?", gli chiesi. Io pensavo di lasciar fare al giudice. "Lui invece mi citò il Signor Bonaventura, il personaggio del Corriere dei piccoli, quello di "Qui comincia la sventura del signor Bonaventura".
Le storie di questo personaggio, un omino misterioso e elegante vestito di rosso, seguivano uno schema sempre identico: la sventura del protagonista si trasformava in un beneficio altrui e culminava inevitabilmente nella fortunata vincita di "un milione" (di lire: cifra pazzesca per l'epoca, diventato "un miliardo" negli anni Cinquanta). Quanto gli chiediamo, Enzo? "Cento miliardi", risponde Tortora, dal suo letto di ospedale. Una cifra astronomica, assurda, il milione del signor Bonaventura, che però colpisce l'attenzione di tutti, e infatti quella richiesta, che pure rimase simbolica, finì su tutte le prime pagine".
Il rapporto tra magistratura e informazione si capisce che è il cuore del problema, siamo sempre nella scuola pannelliana. "Quando l'opinione pubblica capì con l'assoluzione che Tortora era una vittima, la stessa opinione pubblica che era massicciamente colpevolista, con l'84 per cento andò a votare il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Sono le stesse persone che tre anni prima lo linciavano. Ecco perché non si può legiferare in base alla pancia delle persone, soprattutto in una materia come il diritto penale", si infiamma Caiazza.
"Ecco perché il diritto penale è un tema che va governato da chi ha saldezza di principi. Non si possono seguire gli umori della gente". E come si fa? Togliamo il suffragio universale? Io sono d'accordo. "No, si tratta di pretendere che la politica torni a fare il proprio mestiere. Ascoltare ma non seguire. Decidere".
Il problema, dice ancora Caiazza, è che quelli di una giustizia liberale "sono valori controintuitivi. Come il principio di non colpevolezza. Se uno è stato arrestato, di no, e rimasi però l'avvocato di Marco e dei radicali. Le cause più stravaganti. Tutti i processi per droga. Preparavamo le bustine di marijuana, con una dose limite, che fosse superiore al consentito, di pochissimo, poi andavamo a sventolarla sotto il naso dei poliziotti.
Loro erano stufi, facevano finta di non vedere, andavamo a chiamarli, allora erano costretti ad arrestarli. Allora si faceva una perizia, sulla "dose drogante", arrivavano i farmacologi, si faceva un gran casino e la cosa finiva sui giornali".
Insomma, nonostante lo studio lussuoso, pare che Caiazzone non abbia venduto l'anima al grande capitale, né ha sposato la figlia del boss. La moglie è invece Ada Pagliarulo, caporedattrice a Radio radicale, "ci conoscemmo da ragazzini, lei era figlia di un magistrato, i nostri genitori erano entrambi di Polla, in provincia di Salerno, dove entrambi andavamo in vacanza.
Quando sono venuto a Roma l'ho chiamata, così, senza immaginare. Lei era molto più avanti: femminista, radicale da sempre, ha cominciato a fare la giornalista a TeleRoma56", che pure era una fucina radicale. Se si fosse dedicato a processi un po' più sostanziosi e tradizionali avrebbe fatto più soldi. "Eh", sospira, "va bene così", e questi quadri? Giosetta Fioroni?
"Sono tutti regali di clienti", e ce n'è uno però non riconoscibile, "è di Ottaviano Del Turco", ultimo segretario del Psi e presidente della regione Abruzzo, arrestato dodici anni fa per una vicenda di malasanità. "Lui massacrato, la sua giunta sciolta, tutti arrestati, sulle sole parole di un imprenditore che disse di aver dato 6 milioni di euro di tangenti.
Soldi che non sono mai stati trovati. Siamo stati assolti da quasi tutto. Intanto anni di carcere, ostracismo sociale, una cosa simile a quella di Tortora, una delle più grandi battaglie a cui io abbia mai partecipato". Ma insomma fa anche dei casi normali? Qualche omicidio? "Sì, sì, certo, omicidi, criminalità comune. Faccio tutto". Perché in fondo è un avvocato. Anche se non avvocato del popolo, come il premier. "Un'espressione che mi fa rabbrividire".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Pubblicate le Linee guida 2020 del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Secondo il Dap le sentenze avrebbero modificato la ratio del carcere duro, ma sia la Cedu sia le Corti italiane hanno ribadito che le misure non devono essere inutilmente afflittive.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 22 febbraio 2020
C'è però la crescita delle segnalazioni di minori per associazione mafiosa. Necessaria una maggiore attenzione alle esigenze di dialogo e vita con il "fuori", per i ragazzi che sono dentro.
Il rapporto Guarire i ciliegi prende spunto da un verso della canzone di Fabrizio De André "Un medico" e costituisce l'ossatura del V Rapporto Antigone sugli Istituti Penitenziari Minorili (IPM). In estrema sintesi: diminuiscono sia i reati che i detenuti; irrilevante la prescrizione; i ragazzi in IPM sono soprattutto italiani; soddisfacente il sistema delle comunità. Antigone sottolinea tuttavia la crescita delle segnalazioni di minori per associazione mafiosa; l'interpretazione troppo restrittiva della riforma della normativa minorile del 2018; e chiede maggiore attenzione alle esigenze di dialogo e vita col fuori, per i ragazzi dentro.
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