di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 20 novembre 2019 n. 47038. Integrano il delitto di atti persecutori anche due sole condotte di minacce, molestie o lesioni, pur se commesse in un breve arco di tempo, idonee a costituire la "reiterazione" richiesta dalla norma incriminatrice, non essendo invece necessario che gli atti persecutori si manifestino in una prolungata sequenza temporale. Lo sostiene la Cassazione con la sentenza 20 novembre 2019 n. 47038.
di Pino Corrias
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Dopo 40 anni nessuna verità sul volo Itavia. È la cattiva sorte - e la crudele memoria - ad affiancare due tragedie così distanti tra loro. Ma andrà pure riconosciuto che i generali iraniani - brutti, sporchi, cattivi e con le spalle al muro - hanno impiegato 72 ore a confessare davanti al mondo di avere abbattuto, per "imperdonabile errore", il Boeing di linea ucraino con i suoi 176 passeggeri a bordo.
di Umberto de Gregorio
Il Mattino, 13 gennaio 2020
Si è detto di tutto sull'abolizione del termine di prescrizione dopo il primo grado, in vigore dal primo giorno del nuovo anno; sul perché rappresenti la negazione del "diritto" e sia in contrasto con la nostra Costituzione abolire ogni termine alla durata del processo, che potrà quindi essere, in teoria ed in pratica, anche eterno.
di Tommaso Montesano
Libero, 13 gennaio 2020
Capece (Sappe): "Siamo tornati indietro di trent'anni". I detenuti stranieri sono il 32 per cento, ma la maggior parte di aggressioni, danneggiamenti e ferimenti è opera loro. Solo nella prima settimana di gennaio, si sono contati tre episodi: l'aggressione di un agente penitenziario da parte di un detenuto nigeriano a Forlì; le molestie - continue e ripetute - del boss del narcotraffico messicano Ramòn Cristobal Santoyo, detto il "dottor Wagner", ai danni degli altri reclusi a Regine Coeli; e infine il fatto più grave: altri tre uomini della Polizia penitenziaria sotto attacco, con calci e pugni, a Ravenna.
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 13 gennaio 2020
Un esercito di ragazzi che serve pasti caldi, preparati dalle famiglie, ai senzatetto e agli immigrati ospitandoli a scuola. Nelle stesse aule dove durante l'anno si spiegano le formule chimiche e si traducono le versioni di latino, arrivano pentole, tovaglioli e bicchieri di carta. Non è una favoletta edificante per bambini buoni, ma quello che succede ormai da molti anni a Roma, durante il periodo natalizio, presso la succursale del liceo scientifico Isacco Newton, in via dell'Olmata 4, accanto alla storica Basilica di Santa Maggiore, nel quartiere dell'Esquilino. È in posti come questo che misuriamo lo scarto lancinante fra le istituzioni e la realtà, le idee teoriche e la vita vera, i linguaggi spesso astrusi e autoreferenziali della politica e ciò che abbiamo sotto gli occhi e non vogliamo vedere.
Già dalla mattina la gente s'accalca di fronte al portone d'entrata. Stiamo parlando di un centinaio di persone che sono abituate a dormire là dove capita, alcuni ospiti di centri d'accoglienza, altri dentro baracche di fortuna. L'afflusso viene regolato dagli studenti, responsabili dell'organizzazione. Per molti di loro questa esperienza rappresenta una tappa significativa in quella che un tempo definivamo l'educazione sentimentale.
Certo, ci sono le professoresse e le famiglie che preparano i cibi da distribuire. Ma se non ci fossero gli adolescenti disposti a farsi in quattro, questo evento sarebbe impossibile soltanto pensarlo. La dirigente scolastica, Cristina Costarelli, in piedi davanti al finestrone del terzo piano, accanto alla tavolata con le pietanze succulente che stanno per venir portate giù ai commensali schierati, mi confessa che a volte le capita di chiudere gli occhi affidandosi alla Provvidenza nella speranza che non succeda niente di spiacevole. La cosa sorprendente, ma soltanto per chi concepisce la scuola secondo criteri obsoleti, è vedere fra i più attivi degli studenti quelli che di norma in classe sono distratti e svogliati. Qui, al contrario, negli stessi ambienti che di solito li fanno sbadigliare, scoprono risorse forse a loro stessi ignote.
Anch'io, nel mio piccolo, ho contribuito alla festa perché mi sono portato dietro una mamma bengalese coi suoi due figli che frequentano le elementari, un giovane siriano appena arrivato in Italia grazie ai corridoi umanitari della comunità di Sant'Egidio e un senegalese profugo politico. Ho ancora davanti agli occhi tutta la scena. Ci siamo seduti uno accanto all'altro: Dimitrj, rumeno che abita in una catapecchia all'Anagnina; Mohamed, tunisino da tanti anni nel nostro Paese che s'arrabbatta come operaio tuttofare; Ivan, moldavo triste e silenzioso; Georgj, ucraino dal sorriso malinconico e Fausto, d'origine pugliese, senza arte né parte. Le loro vite assomigliano a tronchi bruciati, ancora incandescenti.
Abbiamo parlato con una frontalità, una franchezza, una disinvoltura, difficili da trovare altrove. Bastano pochi minuti per superare timidezze e imbarazzi e subito vengono alla luce storie di famiglie distrutte, obiettivi falliti, progetti andati a monte, malattie e povertà mischiate una all'altra come gemelli siamesi. A intervallare le nostre confidenze ci sono i sedicenni che fanno presto a portare i piatti vuoti sostituendoli con altri pieni. Non mancano le battute, le barzellette, gli aneddoti scherzosi.
Dimitrj avrà già mangiato due lasagne e quattro cotolette e aspetta fiducioso il dolce sorseggiando l'aranciata: sta facendo la scorta non sapendo di cosa potrà disporre nei prossimi giorni. Molti di questi vagabondi, barboni, homeless, come li vogliamo chiamare, appena fuori di qui, si mettono agli angoli delle strade simili a fantasmi: non chiedono neppure l'elemosina, si limitano a sonnecchiare dentro la giacca a vento. La gente che passa finge di non vederli. Nessuno parla con loro. Adesso invece sembrano membri di famiglia coi quali scambiare quattro chiacchiere. Ma appena si alzano e prendono il carrello degli stracci lasciato da parte, d'improvviso li riconosci. Fai appena in tempo a salutarli e non li vedi più.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Restano le multe record per chi salva i migranti. Non tornerà il permesso umanitario ma servono garanzie a chi già lo possiede. Irritazione del ministro Lamorgese: riforma pronta da 2 mesi. Il Quirinale: le correzioni vanno fatte al più presto. Il leader delle sardine: "Così l'esecutivo non è credibile". È passato dicembre. E passerà anche gennaio perché prima delle elezioni in Emilia Romagna il governo non affronterà il nodo dei decreti sicurezza. E al Viminale, non senza una irritazione strisciante, non resta che mettere pezze.
Come quella che, in extremis, ha evitato - ma solo per i prossimi sei mesi - che al 31 dicembre migliaia di titolari di protezione umanitaria venissero cacciati via dalle strutture di seconda accoglienza e messi in strada. E tuttavia l'ambizione della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese è quella di arrivare a un intervento legislativo che ripensi profondamente anche i tagli all'accoglienza voluti da Salvini pur senza arrivare ad un ripristino totale della protezione umanitaria abolita dal primo decreto sicurezza.
Ma per il momento l'impasse politica della maggioranza sulla questione immigrazione obbliga il Viminale a limitarsi a mettere pezze solo quando e dove si può. Non firmare più i divieti di ingresso in acque territoriali per le navi umanitarie si può, impedire a un prefetto di applicare una legge dello Stato che si dice di voler cambiare ma che è però pienamente in vigore non si può.
E così, al Viminale, la Lamorgese è alle prese con gli effetti indesiderati di quei decreti sicurezza, ultimo la maximulta da 300 mila euro al comandante Claus Peter Reisch che, con la sua Marie Eleonor, il primo settembre scorso è stato l'ultimo capitano di Ong che si è visto sequestrare la nave in un porto italiano.
"Vorrei incontrare Lamorgese e chiederle di battersi per abrogare questa legge. Di certo non pagherò una multa per aver salvato vite umane", dice Claus Peter Reisch, forte anche delle generose donazioni che hanno già consentito alla Ong tedesca Mission Lifeline di trovare i tre quarti della cifra richiesta. Il testo delle modifiche ai decreti sicurezza è pronto ormai da due mesi - dicono fonti del Viminale - ma il necessario incontro politico tra i capi delle delegazioni di governo che dovrà portare ad un accordo e decidere il punto di caduta delle modifiche annunciate non si è mai svolto.
A dicembre la finanziaria, a gennaio le regionali in Emilia Romagna e in Calabria e il caso Gregoretti di mezzo. Troppo scivoloso il tema delle modifiche al decreto sicurezza per affrontarlo in momenti in cui la tenuta della maggioranza giallo-rossa è considerata prioritaria. Anche se, almeno a parole, sul procedere secondo la strada indicata dal presidente della Repubblica Mattarella, e dunque innanzitutto riportando le multe per le Ong disobbedienti alle cifre originarie (da 1.000 a 10.000 euro), inserendo una chiara indicazione sulle tipologie delle navi e ripristinando il requisito della recidiva per la confisca, si dicono tutti d'accordo.
Così come sulla reintroduzione della particolare tenuità del fatto e della distinzione delle categorie nelle norme che puniscono l'oltraggio e la resistenza al pubblico ufficiale. Il punto di caduta, pero, potrebbe anche essere più ambizioso. Perché ai quattro nodi già individuati da Lamorgese potrebbe aggiungersi una novità sostanziale.
Gli uffici tecnici del ministero dell'Interno stanno già lavorando a un intervento legislativo per rivedere quelle norme sull'accoglienza dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione umanitaria che, così come sono state definite dal decreto sicurezza, rischiano nei prossimi mesi di veder finire per strada migliaia di migranti.
L'escamotage per prorogare grazie a fondi europei i progetti che riguardano i titolari di questo tipo di permesso ospitati in strutture di accoglienza del sistema Siproimi gestiti dai Comuni ha solo allontanato il problema di sei mesi ma l'intenzione di Lamorgese è quella di integrare la bozza del suo testo di un'ulteriore modifica che offra una soluzione normativa.
Che non arriverà certo a ripristinare il permesso umanitario, come era prima dell'era Salvini al Viminale, ma che dovrà garantire delle tutele alle migliaia di persone che, già titolari di questa forma di protezione, al momento non hanno altro destino che andare ad ingrossare le fila dell'esercito dei 600.000 irregolari in Italia.
di Bianca Luca Mazzei e Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 13 gennaio 2020
Tempi di definizione dei tribunali sempre più lunghi e numeri in crescita per i ricorsi dei migranti contro i "no" alle richieste di asilo. L'obiettivo di quattro mesi fissato dal decreto legge 13, in vigore dall'agosto 2017 e voluto dall'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti, per sveltire le procedure, è rimasto sulla carta.
Di più: in base ai dati forniti al Sole 24 Ore del Lunedì dalle sezioni specializzate in materia di immigrazione istituite proprio dal decreto del 2017 emerge che il periodo necessario per definire i ricorsi invece di ridursi si è allungato, raggiungendo picchi di 35 mesi a Catania e di 24 a Brescia e Venezia. Due le ragioni della dilatazione dei tempi: da una parte, il giro di vite sulle richieste di asilo effettuato dal primo decreto sicurezza (Dl 113/2018), che ha cancellato il permesso di soggiorno per motivi umanitari; dall'altra, l'assenza di risorse, visto che la riforma è stata fatta senza aumentare gli organici.
Una crescita che pesa sul lavoro dei tribunali e che sembra non in linea rispetto al forte calo degli arrivi negli ultimi due anni. Ma nei fatti la diminuzione degli sbarchi non ha ancora avuto effetti nelle aule giudiziarie, poiché i ricorsi in tribunale riguardano le bocciature delle domande di asilo da parte delle commissioni territoriali del ministero dell'Interno, alle quali spetta il primo esame delle richieste.
La riforma del 2017 ha giocato la carta delle sezioni specializzate - istituite nei 26 tribunali che si trovano nelle città sede anche di Corte d'appello - per tentare di razionalizzare e velocizzare l'esame dei ricorsi dei migranti contro i dinieghi alla protezione internazionale. Ha inoltre dato ai tribunali la possibilità di saltare l'udienza e basare la decisione sulla videoregistrazione dell'audizione del migrante in commissione.
La riforma ha anche previsto che i ricorsi fossero decisi da un collegio di tre giudici (mentre in precedenza si applicava il rito monocratico) entro quattro mesi (prima erano sei). Ma "il passaggio alla decisione collegiale ha determinato un allungamento dei tempi, anche perché non ne possono più far parte i giudici onorari - dice il presidente del Tribunale di Bologna, Francesco Caruso. Sarebbe invece necessario poterli inserire".
"La possibilità di utilizzare le videoregistrazioni non ha portato grandi benefici - continua - perché i giudici ripetono sempre le audizioni. Senza potenti iniezioni di organico rischiamo che nel 2022 questi procedimenti diventino ultra-triennali.
A Bologna, se permane l'attuale divaricazione fra definizioni e iscrizioni, la durata potrebbe arrivare a 1.589 giorni". Per snellire l'iter, inoltre, la riforma ha abolito la possibilità di ricorrere in Corte d'appello: le decisioni dei tribunali possono essere impugnate in Cassazione. Il risultato è stato però che anche la Suprema corte è stata inondata dai ricorsi: i fascicoli in materia di immigrazione sono passati da 374 nel 2016 a 6.026 nel 2018; e nel primo semestre del 2019 sono già 4.929.
A più di due anni dal debutto, sembra quindi che l'obiettivo di sveltire le procedure non sia stato centrato anche perché le nuove sezioni sono state create contando sui magistrati e personale amministrativo già disponibile. Non solo dai tribunali arriva chiara l'indicazione che rispettare il termine di quattro mesi sia "impossibile".
Ma in molti casi i tempi di definizione sono addirittura aumentati rispetto a quelli precedenti. A pesare, in alcune sedi, è anche l'arretrato. Come a Catania, dove "sull'allungamento dei tempi sta influendo molto lo smaltimento dei fascicoli iscritti prima dell'entrata in vigore della riforma", come spiega il presidente di sezione Massimo Escher.
Nonostante il drastico calo degli arrivi dei migranti degli ultimi due anni (da 119.369 nel 2017 si è scesi a 23.370 nel 2018 e a 11.471 nel 2019), i ricorsi contro i dinieghi delle richieste di asilo sono in aumento. Se proiettiamo i dati del primo semestre (33. 232 nuove iscrizioni) su tutto i12019 si arriva a 66.464 procedimenti, con un incremento del 38% rispetto al 2018 (48.175). Ma è probabile che la crescita sia ancora maggiore: a Torino, ad esempio, in cinque mesi (da luglio a novembre 2019) sono stati presentati più ricorsi (2.388) di quelli arrivati nel primo semestre dell'anno.
Quali sono le ragioni dell'aumento dei ricorsi dei migranti? A giocare un ruolo determinante è stata la stretta voluta dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini con il primo decreto sicurezza. Il Dl 113 in vigore dal 5 ottobre 2018 ha infatti abrogato la protezione umanitaria, uno dei tre canali di rilascio del permesso di soggiorno, sostituendola con i permessi concessi per motivi speciali: gravi condizioni di salute, violenza o sfruttamento, calamità naturali e affidi valor civile.
Questo ha fatto aumentare le bocciature delle richieste di asilo da parte delle commissioni territoriali: la percentuale di no è salita all'80% rispetto al 60% precedente. Ma a incidere è stato anche l'aumento delle decisioni delle commissioni dopo i rinforzi dati da Salvini: le domande esaminate sono state 81.527 nel 2017, mentre nel 2019,proiettando i dati dei primi dieci mesi a fine anno, sarebbero 97.676.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 13 gennaio 2020
Il richiamo di Glauco Giostra nella "Prima lezione sulla giustizia penale" (Laterza). Attenti a mostrare insofferenza verso le garanzie processuali. Non sono formalismi, ma i pilastri su cui si fonda la libertà.
Tra tante ludopatie che affliggono le persone, ce n'è al contrario una - verrebbe quasi da pensare a leggere la "Prima lezione sulla giustizia penale" del professor Glauco Giostra - di cui ciascun cittadino sarebbe bene soffrisse, e dalla quale invece spesso neppure si avvede di essere purtroppo immune: la consapevolezza di quale "azzardo necessario", benché insopprimibile nella fallibilità e imperfetto nelle regole e costoso nel metodo del contraddittorio, sia l'affidare a un soggetto "terzo" e indipendente (il giudice) quell'itinerario conoscitivo chiamato processo, che dal fatto in discussione consente di passare alla decisione sulla sua esistenza e sul rilievo penale, e così di approdare a una conclusione che la comunità sia disposta socialmente ad accettare come vera.
Una scommessa non soltanto eticamente, ma pure politicamente irrinunciabile, rimarca il professore di Procedura penale alla Sapienza di Roma, perché le norme che governano l'amministrazione della giustizia sono "argini contro la ricorrente tentazione del potere di denunciarne le indiscutibili carenze per sostituirvi il proprio arbitrio, invocando una male intesa investitura del popolo": tanto più in "una china quanto mai democraticamente scivolosa per uno Stivale come il nostro, ciclicamente pronto a calzare il piede dell'uomo della Provvidenza".
Viste da questa angolazione, le regole processuali, e in particolare tutte quelle invalidità processuali (nullità, inutilizzabilità, inammissibilità) troppo spesso liquidate come cavilli da azzeccagarbugli, recuperano il proprio significato di reazione dell'ordinamento agli scostamenti dall'itinerario cognitivo adottato: sono "il guardrail metodologico" entro il quale il giudice deve guidare il volante del proprio statuto epistemologico nel cercare e valutare le prove, sono il bisturi che asporta la parte malata prima che contagi l'intero organismo processuale.
E la formazione della prova nel contraddittorio tra le parti - compreso il fatto che il risultato della prova possa risentire di chi e di come lo "estragga", e che il metodo impiegato per "partorire" la verità debba badare a neutralizzare gli irreversibili danni da "forcipe" - non è una perdita di tempo o persino un ostacolo sulla strada della verità, come spesso viene spacciata, ma è il miglior strumento per accertarla, certo imperfetto ma pur sempre il meno imperfetto per ridurre il più possibile lo scarto tra verità giudiziale e verità storica.
Perché l'applicazione della legge - si sforza di far comprendere l'ex membro laico del Csm dal 2010 al 2014 - non è un'operazione meccanica, ma nemmeno una pittura libera su fondo intonso: da un lato il giudice "non solo può, ma deve" cercare all'interno delle interpretazioni sintatticamente possibili della norma quella più in linea con la Costituzione e con la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, ma dall'altro lato "ogni volta che esonda dagli argini dell'alveo semantico tracciato dalla legge compie scelte politiche, prestando il fianco alla corrosiva opera di studiato discredito che sempre precede l'eclissi dello Stato di diritto".
Molte delle 200 pagine edite da Laterza - coltivando la metafora del processo come stretto "ponte tibetano malfermo, fragile, dal costrutto contorto, insopportabilmente lungo ma da tenersi caro", e delle sue "funi portanti" (quali l'inviolabilità di libertà personale e domicilio e riservatezza delle comunicazioni, il diritto di difesa, l'obbligatorietà dell'azione penale, il giudice naturale precostituito e soggetto soltanto alla legge, la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva, la dipendenza della polizia giudiziaria dal pm) - si propongono di mostrare quanto l'ordinamento curi delicati bilanciamenti quando la natura dello strumento investigativo o la fonte delle informazioni entrino in attrito con diritti fondamentali della persona. Tanto che non è un caso "la naturale ripulsa dei sistemi assolutistici" verso modelli processuali che ammettano un dialettico confronto tra Autorità (inquirente) e Individuo (inquisito), e nei quali anzi "il principio di Autorità possa risultare, almeno in via tendenziale, recessivo nei confronti dei diritti fondamentali dell'Individuo".
E proprio perché il convinto affidamento dei cittadini nell'amministrazione della giustizia svolge una importantissima funzione di coesione sociale, disinnescando il ricorso alla vendetta privata e alla corsa alla legge del più forte, Giostra (che fu tra i padri del codice di procedura penale del 1989) si dedica a trasmettere al lettore il proprio autentico terrore per la crisi di credibilità del "collante" sociale della giurisdizione.
Pesa la sfasatura di tempi e di contenuti che la collettività registra tra le proprie aspettative e la risposta giurisdizionale, e che "la induce a coltivare la fallace e pericolosa idea di poter meglio conoscere la verità prescindendo dal troppo impegnativo e troppo lungo percorso imposto dal "ponte tibetano" del processo.
Ma Giostra si spende molto anche per additare quanto esasperi questa sfiducia nella giustizia la postura sensazionalista e approssimativa con la quale larga parte dell'informazione giudiziaria, ridotta a passivo megafono di interessi di bottega, funziona da specchio che non si limita a riflettere le vicende processuali raccontate, ma spesso ne rimanda un'immagine distorta e distorcente le esigenze dell'informazione, della giustizia e della riservatezza individuale, le quali alla disamina delle norme e delle prassi appaiono a Giostra "mal tutelate le prime, iper-protette le seconde, sostanzialmente ignorate le ultime".
Con il risultato non soltanto che la sentenza che si discosta dal verdetto mediatico viene guardata con diffidenza, come discutibile frutto di formalismi e regole che hanno finito per allontanare dalla verità", ma anche e soprattutto che l'irrisolto rapporto tra racconto del procedimento penale e tutela della riservatezza "incide in modo rilevante sulla qualità democratica e civile di un Paese".
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 13 gennaio 2020
Il 1° gennaio scorso l'Iran ha impiccato 8 uomini nel carcere di Rajai-Shahr della città di Karaj. Si è lasciato alle spalle almeno 285 esecuzioni nell'anno appena passato, il che, secondo i dati di Nessuno tocchi Caino, porta ad oltre 3.882 i giustiziati sotto la presidenza Rouhani, in carica dal 1° luglio 2013.
Il 1° gennaio era anche il 48° giorno in cui cittadini iraniani in massa scendevano in piazza contro il regime, nonostante la repressione di quelle manifestazioni avesse provocato almeno 1.500 morti tra uomini, donne e bambini, freddati per lo più da proiettili sparati a bruciapelo dai Pasdaran, e almeno 12.000 arresti. Di loro oggi non si sa più nulla e nessuno se ne interessa, nonostante penda la minaccia di finire con un cappio intorno al collo.
Poi è accaduto che il 2 gennaio un iraniano, tra i più feroci tra i generali in circolazione, Qassem Soleimani, capo delle forze Quds, corpo speciale dei Pasdaran, fosse ucciso da un drone americano e diventando perciò, da carnefice, un martire e un eroe. Questo ha acceso i riflettori sull'Iran, ma di una luce che non dirada le tenebre perché non fa conoscere la vera natura del regime di Teheran e i crimini di cui costantemente si rende responsabile.
Soleimani era disprezzato dalla stragrande maggioranza degli iraniani. Durante le rivolte, nel 2018 e nel 2019, i dimostranti hanno strappato i suoi manifesti in diverse città. E in Iraq, dove i manifestanti ne chiedevano da tempo l'espulsione, hanno accolto la sua morte con favore, come un segno della fine del controllo del regime dei mullah sul loro Paese.
Soleimani è stato descritto come uno stratega a capo di milizie implicate in vari scenari funzionali a un disegno espansionista iraniano, ma non è stata comunicata con altrettanta enfasi la natura sanguinaria delle sue milizie. Alcuni magari le ricordano per l'assedio di Aleppo in Siria. Io le ricordo per il massacro di 141 oppositori al regime iraniano, membri dell'Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano, che godevano dello status di rifugiati in Iraq, dove, inermi, sono stati attaccati a più riprese tra il 2009 ed il 2016.
Ricordo in particolare l'attacco del 1° settembre 2013 a Campo Ashraf, quando in 52 furono freddati dai miliziani di Soleimani. Il tentativo di una soluzione finale degna di un regime nazista. E non uso questo termine a sproposito, perché l'Iran proclama la cancellazione di Israele dalla carta geografica.
Lo stesso successore di Soleimani, quell'Esmail Ghaani che per vent'anni è stato suo vice e il cui curriculum nulla ha da invidiare al suo defunto capo, sembra oggi assai più incline a un approccio violento contro Israele. D'altro canto parliamo di uno Stato in cui componenti della "commissione della morte", che nel 1988 si rese responsabile del massacro di 30.000 prigionieri politici, ricoprono tutt'ora posti apicali, a partire dall'attuale Ministro della Giustizia Ebrahim Raisi.
Di fronte a questo, non sono risposte adeguate gli appelli alla moderazione rivolti alle parti in causa da chi non distingue le responsabilità, non fa differenza tra aggressori e aggrediti e non pone il rispetto dei diritti umani quale unico indice, serio ed universalmente riconosciuto, per valutare se un Paese rappresenta una minaccia alla pace e alla sicurezza. L'Italia questa moderazione l'ha invocata in nome di una normalizzazione e di una stabilità necessarie a evitare che dalla tensione traggano vantaggio l'estremismo violento e il terrorismo. Come se il detonatore dell'estremismo violento e del terrorismo non fosse l'Iran stesso.
Né la soluzione può essere quella dei droni, non solo perché il loro uso avviene al di fuori di ogni norma e disciplina previste dal diritto internazionale, ma anche perché questo metodo mascherato, sbrigativo e segreto di esecuzione capitale avviene nei confronti di acerrimi nemici dell'America, come Soleimani, e anche di cittadini americani all'estero sospettati di attività anti-americane: cittadini stranieri e americani uccisi sommariamente con i droni, che in America avrebbero avuto un processo con tutte le garanzie possibili, anche quelle previste dal sistema arcaico della pena capitale.
Vale dunque anche per Qassem Soleimani il nostro "Nessuno tocchi Caino", motto che Pannella applicò anche per Saddam Hussein, non per difendere il carnefice, ma per denunciare l'aberrazione di uno Stato che nel nome di Abele diventa esso stesso Caino.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 13 gennaio 2020
"Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, con noi ci sono le nostre famiglie". Da ottobre si protesta in tutto il paese e tra le canzoni dei ragazzi c'è quella dei nostri partigiani. Le parole del loro "Bella ciao" sono "noi siamo qui, restiamo qui, resteremo sempre qui".
Diverse dal motivo dei partigiani italiani, ma cantate battendo le mani allo stesso ritmo. Semplici e pregnanti, come del resto è lo slogan madre delle proteste: "arida watan", voglio un Paese, che spesso è seguito da "nazel achuf aqqi", "vengo a prendere i miei diritti".
Li ripetono di continuo Fatima Ramadan, 23enne studentessa di Farmacia, e Rua Zeidi, tre anni più anziana e laureata in Economia alla ricerca del primo impiego. "Sono le canzoni, i motti della nostra giornata. In questi giorni dormiamo a casa e non più qui nelle tende di piazza Tahrir, perché ora fa freddo e girano i cecchini delle milizie pagate da Teheran. È pericoloso la notte. Ma dalle 10 alle 19 siamo presenti. Non abbiamo alternative, non si torna indietro. L'Iraq deve cambiare", spiegano felici.
Le abbiamo incontrate ieri pomeriggio di fronte alla "Casa degli artisti", una delle centinaia di tende che costellano il paesaggio della rivoluzione irachena nel centro di Bagdad. La chiamano proprio così, "thaura", rivoluzione, molto più profonda e importante di una semplice "intifada" (rivolta). Sono serissime e allo stesso tempo allegre. "I nostri genitori sono con noi. Mio papà, professore di giornalismo qui all'università, dice che dobbiamo stare in piazza e farci sentire. Mia mamma aggiunge solo che devo scappare se sento sparare. Quasi tutti i giovani che conosco fanno lo stesso, partecipano con il sostegno delle famiglie. Così, per sapere quanti siamo, non dovete contare solo chi protesta in pubblico. Dietro di noi c'è gran parte degli iracheni", dice Rua.
Il suo programma preferito alla televisione è il talk show al venerdì sera di Ahmad Bashir, un giovane giornalista minacciato di morte che adesso parla dagli studi dell'emittente Dijla Tv in Germania: i loro uffici a Bagdad e quelli della popolare emittente Al-Hurra sono stati di recente attaccati dalle milizie. Dalla tenda emerge incuriosito "Gibuti", un 21enne studente alla scuola d'arte, che gira e musica brevi filmati della rivolta.
"Non rivelo il mio nome vero. Appena uno di noi diventa noto viene eliminato", spiega. Ma intanto mostra un suo video che sta andando forte: un appello alla gente, perché torni a manifestare. Il ritmo ricorda quelli del Sessantotto europeo: stessi slogan, come "continuare uniti la lotta". Ama declinare "Bella ciao" in arabo. "Mi sono messo a fare canzoni dopo i nostri primi morti. Molti erano scappati per paura. E noi abbiamo contribuito al loro ritorno", aggiunge.
Più avanti due ambulanzieri, Ala Karim di trent'anni e Ali Mohammad, 26, si sono offerti volontari per intere giornate. "Dal primo ottobre ci sono stati almeno 600 morti e oltre 22.500 feriti. I danni più gravi li causano i cecchini che sparano dai tetti. Ma ci sono anche sicari delle milizie che accoltellano di nascosto per le strade. I punti più pericolosi sono le periferie della piazza. E c'è anche un largo numero di rapiti di cui non si sa nulla", raccontano mostrando la carrozzeria dell'ambulanza, danneggiata dai candelotti.
Sicuri che siano le milizie sciite? "Certo, qui tanti dicono che Qassem Soleimani era venuto a Bagdad per organizzare la repressione totale delle nostre rivolte. Ma ovvio che nessuno lo dirà mai a Teheran e neppure tra i loro alleati iracheni. Non volevano ammettere le loro responsabilità nell'abbattimento dell'aereo ucraino neppure di fronte alle prove schiaccianti presentati da Nato e canadesi, come possiamo credere che confessino le loro colpe qui in Iraq?"
Dove vogliono arrivare questi ragazzi? "Qui sta nascendo un nuovo Iraq laico, senza differenze tra sciiti, sunniti, cristiani, ebrei, yazidi o atei. Una società civile che rispetta i diritti del cittadino a prescindere da etnia, fede o appartenenza tribale. I nostri riferimenti devono essere Voltaire e Montesquieu, non il Corano", risponde netto Hussein Basem, 22enne studente di Legge.
Concorda senza riserve il 23enne Abdel Rachman, che abbassa la voce quando si dice "ateo" e alterna la mobilitazione politica con la pratica da violoncellista in una scuola di musica lungo l'Eufrate. Per la prima volta dall'invasione americana e la caduta della dittatura di Saddam Hussein nel 2003 sono queste migliaia di manifestanti a marcare un vero salto di qualità.
Chiedono lavoro, fine della corruzione, politici nuovi. "Continuerete a sentire le nostre parole come raffiche di mitragliatrice", dice una loro canzone, che esalta la povertà dei tuc tuc. E la ricchezza generosa di chi per la causa è pronto a morire.










