di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 13 gennaio 2020
Da tempo il governo polacco introduce o tenta di introdurre nel sistema costituzionale norme dirette a limitare l'indipendenza dei giudici, impedendo che essi applichino le leggi in linea con la Costituzione e con il diritto dell'Unione Europea, quando ciò sia contro l'orientamento preferito dal governo. La Corte costituzionale, la Corte suprema, il Consiglio superiore della Magistratura sono stati oggetto di riforme con misure di epurazione e di espansione dell'influenza del governo nella amministrazione della giustizia.
Poiché la Polonia è Stato membro dell'Unione Europea e quindi è vincolato ai principi dello Stato di diritto, di cui l'indipendenza della magistratura è condizione ineludibile, vi sono state reazioni da parte degli organi dell'Unione. E alle manifestazioni di protesta dei giudici polacchi hanno aderito molte associazioni di magistrati di altri Paesi europei. Il Consiglio della Magistratura polacco, poi, dopo la riforma che ha subìto, è stato sospeso dalla rete europea dei Consigli, perché privato della necessaria indipendenza.
Anche se alcune iniziative del governo sono state ritoccate o rallentate, nella sostanza la Polonia non si adegua alle indicazioni europee e perfino a sentenze della Corte di giustizia dell'Unione. Il quadro è più che preoccupante per l'Unione Europea, che, tutta insieme, è tenuta ad assicurare ciò che dettano la Convenzione europea dei diritti umani e la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione. Si tratta naturalmente dell'indipendenza della magistratura, ma anche del complesso dei diritti e libertà che le due Carte prevedono.
Ora si è aggiunta un'altra iniziativa, particolarmente originale. Ai giudici si vorrebbe vietare di esprimersi criticamente nei confronti delle riforme in materia di giustizia e del quadro istituzionale che ne deriva, sia con dichiarazioni, sia in negli atti giudiziari. Severe sanzioni disciplinari sono previste in caso di violazione; esse saranno irrogate da un organo non indipendente. Simili norme, già approvate dalla Camera, attendono ora l'esame del Senato. Il governo polacco non ascolta ciò che vien detto dagli organismi europei di cui è parte. Sembra addirittura che non sarà ricevuta a Varsavia una delegazione del Consiglio d'Europa che intende illustrare gli obblighi cui tutti gli Stati europei sono tenuti.
Negli Stati costituzionali le leggi approvate dai Parlamenti (dalla maggioranza dei loro membri) sono soggette alla Costituzione. Nell'Unione Europea, le leggi statali devono essere anche conformi alle norme europee, secondo quanto stabiliscono i Trattati. Il controllo spetta anche ai giudici e particolarmente alle Corti costituzionali. Se il controllo porta a esito negativo, necessariamente sarà negativa la valutazione manifestata dai giudici. Impedir loro di esprimersi in modo critico significa annullare la possibilità del controllo della "legalità" delle leggi.
Il divieto poi di esprimersi liberamente fuori dell'esercizio delle loro funzioni giudiziarie mette in discussione la libertà di manifestazione del pensiero, che appartiene anche ai magistrati. Essa riguarda naturalmente sia le opinioni critiche, che quelle adesive. Sembra che la legge polacca voglia vietare solo quelle critiche.
La legge polacca si inserisce in uno specifico e complesso attacco alla indipendenza della magistratura e allo Stato di diritto, ma non riflette un atteggiamento isolato. La Corte europea dei diritti umani ha dovuto occuparsi di sanzioni disciplinari anche gravi inflitte in Ungheria e Turchia a magistrati che avevano osato esprimersi negativamente su vicende e provvedimenti governativi. L'indicazione che è venuta dalla Corte è complessa.
Ovvia è la titolarità anche dei magistrati della libertà di espressione. Ma la loro speciale posizione professionale, che comporta l'obbligo di assicurare l'imparzialità nell'esercizio dei loro poteri, implica particolare prudenza, sia nei confronti dei casi di cui devono occuparsi o si sono occupati, sia in ordine ai temi oggetto di contrasto politico. Ognuno ha in mente i tanti casi in cui, in Italia particolarmente, i limiti sembrano superati, giustificando forti dubbi di opportunità, se non anche di compatibilità con la deontologia professionale dei magistrati.
Ma nessun limite esiste quando i magistrati, liberamente con dichiarazioni o pubblicazioni oppure con l'espressione di pareri formali degli organi giudiziari, intervengono su problemi legislativi o istituzionali o su riforme del sistema giudiziario. La Corte europea ha anzi indicato che in tali casi, per la particolare competenza professionale, la partecipazione della magistratura al dibattito è fonte di arricchimento del dibattito, in funzione della qualità della legislazione e della difesa del carattere democratico delle istituzioni dello Stato. È proprio questo il tipo di intervento della magistratura che il governo polacco vuole impedire.
di Carlo Bertini
La Stampa, 13 gennaio 2020
L'esigenza di trainare il voto delle regionali con proposte forti che abbiano appeal per gli elettori sicuramente c'è. Il Pd, che va in "conclave" due giorni in vista della verifica di governo, in un'abbazia vicino Rieti, è in una strettoia, tra l'incudine e il martello.
Da una parte ci sono le sardine: il Pd vuole aprire porte e finestre per dare una casa anche a loro, come chiarito su queste colonne dal tesoriere del partito Luigi Zanda, dopo l'annuncio di Zingaretti di voler ricostruire dal basso il partito. Ma le sardine chiedono cose concrete subito, come l'abrogazione dei decreti sicurezza di Salvini.
Proprio ieri dalla Annunziata su Rai Tre, il loro leader Mattia Santori faceva notare che "sembra di essere ai tempi in cui la sinistra era al governo e non ha fatto la legge sul conflitto di interessi: ai tempi di Berlusconi l'elettorato di sinistra era spiazzato, non capiva quale fosse la posizione". Dall'altra parte però ci sono le esigenze di realpolitik: le regionali a fine mese in Emilia e Calabria potrebbero pure sconsigliare prese di posizione su temi scottanti come ius soli o decreti sicurezza proprio in una fase delicata.
Ma Zingaretti ha deciso di battere due colpi a sinistra guardando alle sardine anche per dare il messaggio che il Pd non sta nel governo a tutti i costi: nella due giorni di seminario con ministri e gruppi parlamentari, i temi della cittadinanza e della sicurezza non verranno certo elusi, anzi. "Il problema di come superare i decreti Salvini, anche su input delle sardine e di come ritoccarli, su input di Mattarella, sarà affrontato", assicura un dirigente Dem, anche perché il ministro Lamorgese aveva annunciato entro gennaio una proposta. Così come si rilancerà lo ius culturae rimasto in soffitta.
Sul piatto finirà anche una pietanza di forte appeal elettorale, la riforma del fisco, annunciata nei mesi scorsi da Gualtieri: che porterà non solo all'ampliamento dei fondi e della platea per il taglio del cuneo fiscale, con un aumento delle buste paga per i lavoratori; ma anche ad un abbassamento delle aliquote Irpef per le fasce medio-basse, insieme a una rivisitazione della giungla di detrazioni fiscali. "Eurostat ci dice che, tra i grandi Paesi europei, l'Italia è quello con il divario più alto tra ricchi e poveri. Con buona pace di quelli che dicono che le politiche di redistribuzione sono un relitto del secolo scorso", mette il dito nella piaga il numero due del partito, Andrea Orlando.
I cinque tavoli previsti nel "conclave" di oggi saranno sui nodi della crescita, lavoro e sostenibilità; Nuovo Welfare; Italia semplice; Conoscenza; Cittadinanza. Saranno lanciate proposte che i gruppi parlamentari presenteranno a Conte per la verifica di maggioranza; ma senza l'intento di logorare gli equilibri politici piantando bandierine.
Per intenderci, non ci sarà nulla su jobs act o Quota 100. Ma il segnale di apertura alle sardine non mancherà: "Il Pd si è messo in discussione e gli va dato atto - ha ammesso Santori - È il partito che ci ha dato più ascolto e mostra un'apertura vera verso di noi".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 13 gennaio 2020
Aprire a nuovi mondi come le Sardine, l'associazionismo, l'area cattolica del terzo settore significa fare un intervento serio sulle leggi bandiera di Matteo Salvini. Abrogarle sarebbe il segno della vera discontinuità con il precedente governo giallo-verde.
E anche un messaggio verso quegli interlocutori esterni che cerca Nicola Zingaretti. Le piazze dei giovani hanno pochi punti programmatici ma uno di questi è certamente una diversa politica dell'accoglienza. La Chiesa si aspetta una correzione di rotta decisa.
E poi c'è il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ha promulgato i decreti ma il secondo è stato accompagnato da una serie di rilievi che il Quirinale si aspetta di vedere applicati al più presto. Anche perché, spiegano al Colle, "quando si scrivono delle note a corredo della firma il pensiero sottostante è che potrebbero esserci dei problemi con la Corte Costituzionale".
Ovvero, un pezzo dei decreti Salvini è contro la nostra Carta. Un allarme abbastanza esplicito e grave. Nel Pd c'è il fronte dell'abrogazione, già messa nero su bianco in un provvedimento di legge, ed è guidato da Matteo Orfini, anche avversario delle misure adottate da Marco Minniti sul fenomeno migratorio. Matteo Mauri, viceministro dell'Interno, considera il recepimento dei rilievi del capo dello Stato "il minimo sindacale".
Come dire: non basta, è troppo poco. Sulla stessa linea, da sempre, si trova il capogruppo del Pd alla Camera Graziano Delrio. Le osservazioni del Quirinale toccano una parte del sicurezza bis: sulla sproporzione delle multe per le navi che soccorrono le persone in mare e sulle aggravanti per l'aggressione a pubblici ufficiali. Ma Delrio considera altrettanto pericoloso il primo decreto. "Smontando il sistema degli Sprar e dell'accoglienza diffusa è aumentato il numero degli irregolari. E non sappiamo dove sono andati a finire".
Dunque l'intervento deve essere massiccio, incisivo. Una rottura netta col passato. Delrio sta lavorando a una mediazione nei suoi rapporti parlamentari. Con difficoltà perché il M5S frena parecchio. "Vanno adottati subito i rilievi del presidente della Repubblica.
Ma è arrivato anche il momento di una riforma organica per una nuova legge sull'immigrazione", dice il capogruppo. E su questo sta cercando di costruire un arduo compromesso. Così i tempi non sono brevissimi. "Mi aspetto il coraggio - dice Orfini - Zingaretti e il capodelegazione Franceschini diano seguito alle loro parole. Perché dal Viminale filtra la volontà di una modifica soft. Non va bene".
Il punto è come conciliare la discontinuità dell'esecutivo giallo-rosso con la presenza dei 5 stelle e di Conte, gli stessi che hanno votato e approvato i decreti sicurezza. "Noi abbiamo accettato il taglio dei parlamentari - sottolinea Orfini loro accettino le modifiche alle leggi sull'immigrazione". L'ala "sinistra" del Movimento per il momento è silente. Non si è alzata una voce né da Roberto Fico, né da chi ha espresso dubbi e mal di pancia a suo tempo come i deputati Sarti e Sportiello. "Non c'è una sensibilità simile alla nostra", ammette Delrio.
Luigi Di Maio è per il "minimo sindacale", cioè si accolgono le osservazioni del Quirinale e stop. Ma questa posizione, se accettata dal Pd, può spegnere all'origine l'allargamento immaginato dal suo segretario. Mattia Santori, leader delle Sardine, ieri ha criticato l'immobilismo: "Manca discontinuità, è come quando la sinistra ai tempi di Berlusconi non faceva la legge sul conflitto di interessi".
L'equilibrio del governo, già molto fragile, rischia di spezzarsi su questo terreno incandescente. Lo ha capito bene Matteo Renzi che infatti rinuncia ad aprire un altro fronte dopo la prescrizione. "Bisogna avere almeno la decenza di ascoltare il capo dello Stato. Poi aspettiamo le valutazioni del governo". La partita, prima ancora che in Parlamento, si gioca in Consiglio dei ministri dove il titolare dell'Interno Luciana Lamorgese deve portare la sua proposta di revisione. E dove i 5 stelle sarebbero chiamati a cambiare la loro posizione sui migranti in maniera radicale.
di Manuel Delia
articolo21.org, 13 gennaio 2020
Joseph Muscat ha fatto in modo che un suo clone gli succedesse. I dubbi iniziali tra i ranghi del Partito Laburista quando Joseph Muscat fu costretto a dimettersi sono stati annullati da una campagna di propaganda agiografica che ha glorificato Joseph Muscat e sollecitato i membri del partito a cercare un sostituto che non facesse rimpiangere di aver sostenuto Joseph Muscat in precedenza.
La scelta è ricaduta su Robert Abela. Durante la campagna per la leadership ha rifiutato tutte le richieste di interviste dei giornalisti ed ha evitato qualsiasi evento pubblico. In questo periodo ha evitato di riconoscere la crisi in atto a Malta, la corruzione nel precedente governo e la necessità di indagare sul coinvolgimento dello stato nell'assassinio di Daphne Caruana Galizia.
E così ha sconfitto il suo avversario che aveva riconosciuto pubblicamente la necessità del dialogo con la società civile per ripristinare lo stato di diritto a Malta.
Questa è una situazione molto preoccupante per Malta. Joseph Muscat ha annunciato la scorsa settimana che intende rimanere un personaggio pubblico e ora sembra voler intraprendere il ruolo di attivista per i diritti civili. Dice che vuole fare una campagna per introdurre l'aborto a Malta (c'è un divieto assoluto) un problema che sa essere controverso e che spera dividerà il movimento della società civile che si è unito per rimuoverlo. Nel frattempo, a meno che non sorprenda tutti, in particolare Joseph Muscat, il governo di Robert Abela sembra destinato a garantire l'impunità per qualsiasi leader o ex leader del Partito laburista coinvolto in casi di corruzione e forse persino nell'omicidio di Daphne.
di Lirio Abbate
L'Espresso, 12 gennaio 2020
Il 41bis, come dimostrano i fatti degli ultimi dieci anni, non serve a far collaborare i boss con la giustizia, perché la decisione di "pentirsi" arriva subito dopo l'arresto.
Quando il fascista Roberto Fiore era un parlamentare europeo, riuscì a far violare il regime di carcere impermeabile del 41bis a uno dei capi della camorra, Antonio Varriale. Si presentò alle dieci di sera all'ingresso del carcere di massima sicurezza di Viterbo accompagnato da due collaboratori e chiese e ottenne di parlare con un solo detenuto.
di Enzo Quaratino
ansa.it, 12 gennaio 2020
Bossetti ripara macchine da caffè, Olindo ai fornelli, Rosa al cuoio. C'è chi studia, chi sta ai fornelli, chi risponde al centralino del call center, chi rigenera macchine per caffè: dopo aver diviso più volte l'Italia tra innocentisti e colpevolisti, quei detenuti che per settimane o mesi, fino alla condanna definitiva, hanno "resistito" sulle prime pagine dei quotidiani vivono ora la reclusione impegnandosi in attività lavorative che consentono loro di mantenere un ponte con la società. Sono retribuiti con la mercede (così si chiama lo stipendio dei reclusi), da poche centinaia di euro e in qualche caso fino a mille euro: denaro che alcuni riservano per sé, altri destinano alle loro famiglie.
di Alessio Lo Giudice
Left, 12 gennaio 2020
A trent'anni dalla morte di Leonardo Sciascia ho riletto alcuni suoi scritti tornando ad apprezzare, tra l'altro, l'ossessione - come egli stesso la definiva - per il diritto e la giustizia. In altre parole, l'ossessione per il valore culturale dello Stato di diritto. Una tale tensione era sicuramente dovuta alla sua adesione alla tradizione illuministica, ma scaturiva, in ogni caso, da una profonda comprensione filosofica della portata morale dello Stato di diritto.
di Liana Milella
La Repubblica, 12 gennaio 2020
A cominciare dagli "amici curiae" si potrà entrare nei giudizi, sarà possibile raccogliere ufficialmente pareri al di fuori del perimetro della Corte. E infine nei giudizi sollevati da un giudice potranno partecipare soggetti interessati che avranno accesso agli atti. La Consulta "ascolta le voci di fuori". Detto altrimenti "le voci di fuori entrano alla Corte". È questo il primo passo che compie la nuova presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, la giurista milanese votata all'unanimità dai colleghi giudici l'11 dicembre.
In quei giorni, a far notizia, sembrava soprattutto il fatto che a presiedere il "giudice delle leggi" fosse, per la prima volta in Italia, una donna. Quasi oscurando l'identità giuridica di Cartabia, docente di diritto costituzionale che da anni lavora con i colleghi esteri, pronta a portare anche in Italia tutto quello che c'è di giuridicamente e proceduralmente utile in quelle esperienze.
Eccola, allora, mettere a segno la prima scommessa. Le "voci di fuori", ad esempio quelle degli "amici curiae", entrano alla Corte dalla porta principale. Dopo la pausa di Natale, Cartabia appone la sua prima firma su una rivoluzione, neppure tanto piccola, nei giudizi della Corte. Un'apertura all'esterno - appunto a cominciare dai cosiddetti "amici curiae" - che potranno entrare nei giudizi dai quali finora sono stati tenuti fuori, alla possibilità di raccogliere ufficialmente pareri al di fuori del perimetro della Corte, infine al fatto che nei giudizi sollevati da un giudice entrino anche in questo caso soggetti interessati che avranno accesso agli atti. Si tratta di cambiamenti destinati a trasformare, nel tempo, il meccanismo del giudizio costituzionale.
Le modifiche al regolamento, decise l'8 gennaio, saranno operative non appena verranno pubblicate sulla Gazzetta ufficiale. È una questione di giorni. Ovviamente riguarderanno i "giudizi futuri", certo non ancora la decisione del 15 gennaio sul referendum leghista, ma sortiranno l'effetto di aprire il palazzo, rendere le decisioni più partecipi rispetto a opinioni differenti, che fino a oggi avevano spazio soltanto sui giornali. Pensiamo a tutti i temi etici, dal fine vita, alla fecondazione, alle coppie gay, all'ergastolo.
In futuro invece, come accade nelle Corti europee, in quella dei diritti umani di Strasburgo ad esempio, gli "amici curiae" assumeranno un ruolo ufficiale. Scrive la Corte nella nota che ha reso pubbliche le novità: "Qualsiasi formazione sociale senza scopo di lucro e qualunque soggetto istituzionale, se portatori di interessi collettivi o diffusi attinenti alla questione in discussione, potranno presentare brevi opinioni scritte per offrire alla Corte elementi utili alla conoscenza e alla valutazione del caso sottoposto al suo giudizio".
Finora si trattava solo di memorie scritte, che per lo più restavano fuori dai giudizi. Come nel caso Cappato, quando la Corte a novembre ha deciso sull'aiuto al suicidio (che ha poi portato alla piena assoluzione di Marco Cappato). Un esperto come Massimo Donini aveva inviato dei pareri. Che però sono stati acquisiti solo in modo informale. In futuro quel contributo potrà entrare a pieno titolo nel giudizio e potrà assumere un peso nella decisione finale, dall'interno della Corte, e non solo come una qualsiasi opinione esterna.
Degli esempi? I sindacati, la Confindustria, l'Anci o l'Ance, associazioni come la Coscioni, Antigone, Scienza e vita, il Garante dei detenuti, tant'è che Mauro Palma, che oggi riveste quel ruolo, già promuove il passo della Corte. Nel novero rientrano tutti quei soggetti che fino a oggi hanno cercato di partecipare alle decisioni, ma sono stati respinti perché la Corte era chiusa all'esterno. Oggi, in linea con la lunga tradizione Usa, la stessa Corte si apre alle associazioni senza scopo di lucro. Vedremo se soggetti istituzionali come le authority potranno entrare nei giudizi. Anche gli "esperti di chiara fama" potranno diventare interlocutori ufficiali della Corte, qualora essa "ritenga necessario acquisire informazioni su specifiche discipline".
Un confronto che si svolgerà in camera di consiglio, alla presenza delle parti del giudizio. E proprio sulle parti del giudizio arriva l'ultima novità, sicuramente quella che farà più discutere, perché "nei giudizi in via incidentale, proposti da un giudice nel corso di un giudizio civile, penale o amministrativo, potranno intervenire anche altri soggetti, sempre che siano titolari di un interesse qualificato, inerente in modo diretto e immediato a quel giudizio". Oltre ai 15 giudici, all'Avvocatura dello Stato per conto del governo o delle Regioni, agli avvocati delle parti coinvolte, diventerà ufficiale la presenza di chi, a prescindere dal caso specifico trattato, avrà un interesse all'esito della decisione.
di Marisa Ingrosso
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 gennaio 2020
Intervista al responsabile del Dap: "Quando ci sono momenti di squilibrio internazionale è facile immaginare dei riverberi anche all'interno degli istituti penitenziari". Il fragore dell'assassinio del gen. Qasem Soleimani in Iraq da parte delle Forze armate Usa è stato udito nitidamente in tutto il mondo islamico (e non solo), schiantandosi nel petto anche delle migliaia di detenuti presenti in Italia.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Dunque la giustizia non funziona perché c'è troppa gente che fa appello. Non tutti lo dicono proprio apertamente (alcuni, i più disinibiti, sì): ma la teoria è appunto che la giustizia sarebbe affaticata per colpa dei troppi che impugnano le decisioni di cui sono insoddisfatti. E di qui il vagheggiamento, ma spesso proprio la proposta, di ridurre ulteriormente la possibilità che il cittadino chieda la riforma di un provvedimento ritenuto ingiusto.
È pur vero che i processi sono tanti (ma sono tanti anche perché c'è una selva di leggi che incriminano tutto), ed è vero che gestirli efficacemente è difficile. Ma dietro lo schermo tecnico di queste rappresentazioni lavora oscuramente una concezione speciale e inconfessabilmente incivile della giustizia, e cioè l'idea che la difesa non costituisca un diritto da proteggere ma una specie di riprovevole insubordinazione che bisogna reprimere: l'atto di rivolta compiuto da chi osa non piegare la testa davanti alla celebrazione di un rito che si pretende impassibile.
Chi chiede un secondo giudizio è dunque responsabile di una duplice colpa: quella di non accettare l'esito del processo, e quella di contribuire in tal modo ad aggravare il lavoro dei magistrati impedendogli di fare giustizia come si deve. Naturalmente, si spiega, con pregiudizio dei cittadini onesti, chiamati a pagare per l'intasamento provocato dai malvissuti che depositano ricorsi per conseguire impunità.
Il fatto che la Costituzione della Repubblica dica che la difesa è un diritto inviolabile importa abbastanza poco. Così come è trascurabile la precisazione che quel diritto è inviolabile "in ogni stato e grado del procedimento". Eliminiamolo, il diritto di ricorrere, di fare appello; e pace, poi, se a quel punto la nostra legge suprema proteggerà un diritto ridotto a un simulacro, perché non ha più nessuna sede di esercizio. Hai il diritto di pregare, ma ti smantello le chiese.
La verità è che l'esistenza di quel diritto è assai mal sopportata, e quel che si suggerisce è che ad esercitarlo possa essere a tutto concedere l'innocente, così trascurando di considerare che innocenti, sempre per Costituzione, devono essere ritenuti tutti almeno sino alla decisione definitiva. Un impiccio insopportabile, per alcuni, e infatti la loro pretesa è che diventi definitiva la decisione unica, un colpo e via. Il sospetto che il diritto di impugnare una sentenza protegga un bene più vasto e importante, e cioè che lo Stato non sia sfrenato e incontrollabile nel suo potere di infliggere la violenza del processo e della pena, è completamente estraneo agli intendimenti dell'apostolato giudiziario. Si preoccupano della possibilità che il colpevole la faccia franca, e sono indifferenti davanti alla certezza che con la preclusione del diritto di difesa è l'ingiustizia di Stato a farla franca.
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