di Angela Azzaro
Il Riformista, 22 febbraio 2020
Le intercettazioni non colpiscono solo i diritti della persona e per una giustizia giusta. Hanno lasciato per terra un'altra vittima: esangue, umiliata, senza più un filo di voce autorevole. Questa vittima si chiama informazione: di carta, web e televisiva. Decenni di intercettazioni sbattute sulle pagine dei giornali, hanno cambiato anche il modo di fare informazione, hanno modificato il rapporto che i giornalisti hanno con le notizie.
Invece di indagare, approfondire, verificare la fonte, tutto è di colpo più facile: basta prendere le intercettazioni fatte delle procure, non preoccuparsi della privacy o della dignità delle persone e pubblicare tutto, sperando di vendere di più. L'apice lo abbiamo raggiunto con Berlusconi: tutto, ma proprio tutto, è stato ripreso da media. Spesso il penale non c'entrava per nulla. E con la scusa della morale, molti giornali hanno proposto pagine e pagine che di morale avevano poco, trasudavano invece moralismo, perbenismo. E ferocia.
In nome della libertà di espressione, ormai è passata l'idea che si possa e debba mettere in piazza la vita privata delle persone e se, dicono qualcosa di sbagliato, le si sottopone al pubblico ludibrio. Inutile ricordare come una parola fuori contesto assume un significato diverso da quello originale, ancora più inutile sottolineare come una dichiarazione fatta in privato non ha la stessa valenza di una dichiarazione pubblica. Ciò che conta è spiare, osservare gli altri dal buco della serratura come davanti alla scena primaria, quella che secondo Freud mette tutti davanti alla scoperta della sessualità dei propri genitori. E qui troviamo una seconda vittima di questa messa in scena che sa tanto di gogna, lettori, spettatori e quindi cittadini e cittadine che in questi anni si sono nutriti di questi racconti.
Abbiamo letto le vite degli altri, abbiamo sorriso, a volte anche riso, delle altrui debolezze, abbiamo fatto processi sommari sulla base di un dialogo, di una frase, di un altrui risata. Siamo diventati spietati. Le intercettazioni non ci hanno reso più sensibili, più attenti, più solidali.
Al contrario hanno spezzato la possibilità di identificarci nell'altro: nei suoi errori, nelle sue debolezze, nelle sue paure. Quando leggiamo questi racconti, trascritti quasi sempre malamente e ora scopriamo anche distorcendo il significato, dimentichiamo d'un colpo millenni di cultura, di storia, di letteratura. Se con Fëdor Dostoevskij abbiamo avuto la possibilità di entrare nella testa e nel cuore di un assassino, di perdonare il suo gesto, leggendo i resoconti dello spionaggio delle procure, siamo diventati solo più cattivi, insensibili, pronti a giudicare e condannare l'altro.
Nel romanzo La Panne di Friedrich Dürrenmatt un pm, un giudice, un avvocato e un boia si divertono a rifare i grandi processi del passato oppure si accaniscono su persone prese a caso, convinte, come Davigo "che tutti abbiano una colpa da nascondere".
I quattro un giorno incontrano un commesso viaggiatore, a cui si è rotta la macchina e a cui danno ospitalità, che viene processato e condannato. A morte. Lo scherzo finisce in maniera tragica, perché l'imputato per gioco si toglie la vita per davvero. Il terribile gruppo oggi è composto anche da giornali e tv. E da tutti noi.
Finché quelle intercettazioni non sconvolgono anche le nostre vite, la nostra privacy. Ma c'è chi continua a chiamare la loro pubblicazione libertà di espressione. Almeno cambiamogli nome e chiamiamola, più precisamente, libertà di spiare e di linciare, con la benedizione dell'Ordine dei giornalisti e della Federazione nazionale della stampa che o non dicono nulla o difendono questa barbarie. Il romanzo di Dürrenmatt, che è anche un film con Alberto Sordi, ha come sottotitolo: una storia ancora possibile.
di Alberto Mingardi
Gazzetta del Mezzogiorno, 22 febbraio 2020
La discussione politica non è una conferenza fra specialisti: e dunque, giustamente, semplifica, smozzica, traduce questioni complesse in materia digeribile dai più. Fa impressione però il tenore del dibattito sulla prescrizione. I sostenitori della riforma Bonafede sono riusciti a far passare l'idea che coloro che vorrebbero abolirla o rivederla in realtà vogliano soltanto creare conflitti all'interno della compagine governativa.
Questo, nel caso di Renzi, che fa di tutto per confermare l'impressione. Nel caso dell'opposizione, va da sé che Forza Italia rappresenta i corrotti e Salvini e Meloni, pure più prudenti del solito sulla questione, vorrebbero rappresentarli, ereditando tutto il pacchetto di "deplorabili" elettori berlusconiani.
È un mondo senza sfumature di grigio, guardie da una parte ladri dall'altra, e all'italiano medio, convinto - tutto sommato non a torto - che il grosso della classe dirigente del Paese giochi nella seconda delle due squadre, riesce facile capire per chi parteggiare. In realtà i giuristi spiegano che la prescrizione è parte dell'istituto del processo penale, non va considerata di per sé ma nell'economia del funzionamento complessivo del nostro diritto.
Alla più parte di noi dovrebbe bastare sapere che la prescrizione esiste a garanzia del diritto di difesa, serve affinché nessuno di noi possa subire processi infiniti perché sospettato di un certo reato. Se adottiamo il punto di vista per cui ognuno di noi è colpevole fino a prova contraria, va da sé che si tratta di un regalo ai criminali. Ma se pensiamo che sia vero il contrario, che civiltà voglia che ciascuno di noi sia considerato innocente fmché non emergono prove chiare a dimostrarne la colpevolezza, la prescrizione fa parte di quell'insieme di norme, comportamenti, istituti che passano sotto il nome di "certezza del diritto".
Perché la certezza del diritto è tanto importante? In buona sostanza, perché è uno dei modi coi quali si limita il potere: il potere dello Stato e dei suoi tentacoli, magistratura inclusa. Perché è importante limitare quel potere? Basti pensare alla più nota delle defmizioni di Stato: il monopolio della violenza legittima. La parola "violenza" non è lì per caso. Le nostre chiacchiere di tutti i giorni sono intrise di "potere".
Riteniamo che sia potente tizio oppure caio, immaginiamo poteri forti che tramano nell'ombra, consideriamo una grande impresa un "potere economico", c'è "potere" persino nei reality televisivi e nelle più scalcinate associazioni di periferia. Però nessuno di questi "poteri" può, se lo ritiene, requisirti la vita. Nessuno può bloccarti i conti correnti. Nessuno può decidere che per alcuni mesi o anni non potrai andare dove vorresti, o vedere le persone che desideri, quando lo desideri.
Il potere pubblico cerca di limitare la violenza nella società, la monopolizza per ridurre lo spazio a disposizione dei banditi di strada, di stupratori e topi d'appartamento. Ma chi monopolizza le risorse di violenza si trova a godere di immense possibilità di condizionare le vite degli altri.
"Se gli uomini fossero angeli, nessun governo sarebbe necessario. Se gli angeli governassero gli uomini, nessun controllo - esterno o interno - sul governo sarebbe necessario. Nel prefigurare un governo di uomini su altri uomini, questa è la difficoltà più grande: prima bisogna permettere al governo di controllare i governati, poi obbligare il governo a controllare se stesso".
In quattro righe, James Madison sintetizzò alla perfezione quello che è il problema di una società che voglia essere libera e ordinata. Le due cose non sono solo compatibili, lo sono necessariamente: senza un minimo di ordine, non si può godere appieno della libertà. Ma senza libertà non c'è ordine, c'è arbitrio, c'è un regime di terrore o la sua anticamera.
Ecco, il diritto è uno degli strumenti che abbiamo ereditato per cercare di mantenere questo equilibrio delicato. La prescrizione sarà pure materia che si presta a contingenti valutazioni politiche. Ma pensare che si tratti soltanto di questo, accettare che così ci venga raccontata, vuol dire rivelare che non si pensa che il potere debba essere limitato.
Effettivamente per contenere, limitare, circoscrivere il potere serve sempre una cultura che abbia proprio questa limitazione come obiettivo, una cultura che informi i comportamenti e le parole della classe politica ma anche di tutti noi. In Italia quella cultura è oggi patrimonio di pochissimi. Forse anche questo contribuisce a spiegare lo stato miserevole delle nostre istituzioni e del nostro Paese.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Non so, francamente, se a questo punto delle trattative, consultazioni e quant'altro sulla riforma del processo penale - necessaria per evitare che la prescrizione bloccata attualmente col primo grado di giudizio, si trasformi nell'ergastolo esistenziale dell'imputato, per quanto a piede libero nella maggior parte dei casi - siano più sfortunati i vertici dell'associazione nazionale, cioè del sindacato, dei magistrati o il guardasigilli Alfonso Bonafede, peraltro sotto minaccia di sfiducia individuale al Senato.
Dove i numeri della maggioranza sono per lui estremamente pericolosi e i potenziali "responsabili" sensibili alla sorte del governo, e ancor più della legislatura, tra le fila berlusconiane ben difficilmente potrebbero salvare il capo della delegazione pentastellata nell'esecutivo, anche se volessero, dato il terreno assai sensibile - quello delle giustizia - su cui si gioca la partita aperta nello schieramento giallorosso da Matteo Renzi.
Il nodo delle sanzioni disciplinari per i magistrati nelle mani dei quali si allungano troppo i tempi processuali previsti dalla riforma predisposta da Bonafede è arrivato al pettine, con il "tavolo" predisposto per il 26 febbraio, che il sindacato delle toghe ha deciso di disertare per protesta, nel momento più infelice per entrambe le parti.
Anche se volessero, i vertici dell'associazione dei magistrati non potrebbero mollare sulla strada della resistenza o contrarietà perché la pagherebbero troppo cara nelle elezioni interne del 22 marzo, come ha spiegato bene Errico Novi descrivendo la geografia molto complicata del sindacato delle toghe, analoga per correnti e quant'altro a quella dei partiti più variegati e sofferenti.
Pure il ministro Bonafede, d'altronde, anche se volesse andare maggiormente incontro alle attese, richieste e quant'altro dell'associazione dei magistrati, mobilitatitisi per respingere l'immagine che si potrebbe avere di loro come di "fannulloni", che fanno marcire i fascicoli giudiziari come frutti sugli alberi, non potrebbe perché esporrebbe il fianco a Renzi e alle opposizioni di centrodestra ancora più di quanto non abbia già fatto rifiutando la sospensione della sua disciplina della prescrizione, in vigore dal 1° gennaio scorso. È una sospensione giustamente reclamata per modificarla e contestualizzarla con la riforma del processo penale, finalizzata a garantirne la ragionevole durata imposta dall'articolo 111 della Costituzione.
La sfortuna dei vertici associativi delle toghe e del ministro della Giustizia è aggravata dalla coincidenza della crisi dei loro rapporti con la notizia fresca di stampa di una decisione presa da un giudice delle indagini preliminari a Roma sulle indagini che portano la sigla della Consip, la centrale degli acquisti della pubblica amministrazione, dopo più di un anno - sedici mesi, a quanto paredalle richieste avanzategli dalla Procura della Repubblica.
Ancora più lungo fu il tempo trascorso in passato, nello stesso ufficio, per gli sviluppi di un'altra clamorosa vicenda processuale: quella sui guadagni di borsa effettuati con le azioni delle banche popolari fatte acquistare da un imprenditore informato della loro imminente riforma dal presidente del Consiglio in carica in quei tempi.
Non faccio nomi, né del giudice né degli indagati, e della loro rilevanza politica, mediatica o d'altro tipo ancora, perché ritengo - magari ingenuamente, da ricovero in qualche struttura sanitaria, o da soccorso con qualche ambulanza lanciata a sirene spiegate per le strade di Roma- che il problema travalichi gli aspetti personali e riguardi, più generalmente, il funzionamento degli uffici e della macchina giudiziaria nel suo complesso.
Chi giustamente reclama, specie sul sensibile e appropriato fronte forense, indagini e decisioni più accurate che affrettate, a garanzia degli imputati e della Giustizia, con la maiuscola, converrà che più di un anno per esaminare un fascicolo, per quanto voluminoso, è un tempo troppo lungo per fare spallucce e passare ad un altro argomento. E tanto meno per liquidare il garantismo, che inorridisce sia per la giustizia affrettata sia per quella a tempo sostanzialmente indeterminato, come un vizio che il lupo, buono o cattivo che sia, non perde neppure cambiando pelo.
di Alessandro Parrotta*
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
Neppure il nuovo Decreto rende effettivo il divieto di captare i colloqui fra legale e assistito. Tutto in nome della remota ipotesi che quelle comunicazioni integrino dei reati. Seppure apparso cruciale solo negli ultimi giorni, dopo essere stato messo in ombra, per un paio di mesi, dalla riforma della prescrizione, il tema delle intercettazioni porta con sé altrettanto delicati risvolti in ordine alla corretta applicazione del diritto di difesa e ai principi costituzionali del giusto processo.
Premessa necessaria e punto di partenza per una compiuta analisi a riguardo è rinvenibile nel fondamentale principio contenuto all'articolo 103, comma 5, del codice di procedura penale: "Non è consentita l'intercettazione relativa a conversazioni o comunicazioni dei difensori". Questa norma è oggi purtroppo ancora elusa, anche alla luce dei provvedimenti legislativi ed è proprio per questo che il tema merita attenzione.
Il percorso di modifica della materia delle intercettazioni trova il suo esordio nella riforma Orlando (D. Lgs. 216 del 2017), che ha - per l'appunto - apportato cambiamenti al codice di rito soprattutto in materia di riservatezza delle comunicazioni oggetto di intercettazione. Con tale provvedimento viene aggiunto un settimo comma all'articolo 103 c. p. p., ove prima vengono ribaditi i limiti ed i divieti di utilizzazione delle intercettazioni e successivamente viene precisato come, quando le comunicazioni e conversazioni sono comunque intercettate, il loro contenuto non può essere trascritto, neanche sommariamente.
Queste modifiche sembravano poter rappresentare un primo passo verso una disciplina stringente e chiara in materia, che comprendesse al suo interno anche la previsione puntuale dei limiti cui le operazioni di intercettazione devono essere sottoposte, soprattutto in relazione alle comunicazioni tra l'indagato e il suo difensore.
Tuttavia, anche alla luce del nuovo provvedimento a firma del guardasigilli Bonafede la situazione continua a lasciare irrisolte alcune questioni, non compiendo quel passo avanti necessario per tutelare completamente le conversazioni tra il professionista e l'assistito, rendendo effettivo il summenzionato principio di cui all'art. 103.
In altre parole, attualmente residuano possibilità per la pubblica accusa di poter comunque intercettare e utilizzare tali delicate conversazioni. Appare tuttavia chiaro come tale evenienza sia in contrasto con i principi costituzionali legati al diritto di difesa e al giusto processo: l'assistito deve poter essere libero di confrontarsi col proprio avvocato, definendo insieme la miglior linea difensiva e avendo certezza che la pubblica accusa non possa trarre vantaggi o comunque non possa subire influenze - dall'ascolto di queste conversazioni.
Queste esigenze sono state esposte fin dal giugno del 2018 da Andrea Mascherin, presidente del Cnf, che in un comunicato di quel periodo da un lato apprezzava le modifiche della riforma Orlando ma dall'altro lato chiariva l'assoluta esigenza di rendere vietato - in maniera effettiva - l'ascolto di colloqui difensore-assistito, senza alcuna eccezione. Come anticipato, il secondo passaggio di questo percorso di riforma è rappresentato dal D.L. 161 del 30 dicembre 2019 ora in via di conversione al senato.
Il provvedimento da un lato rafforza gli strumenti a disposizione delle Procure per eseguire le intercettazioni, e dall'altro lato cerca di implementare la tutela della riservatezza. Ma rispetto al preesistente divieto di utilizzare le intercettazioni tra avvocato e cliente non aggiunge nulla al parziale passo avanti del decreto Orlando.
Restano permesse le intercettazioni tra legale e cliente in due casi: quando le stesse persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati e per tutelare l'esigenza di utilizzare le stesse intercettazioni qualora costituiscano il corpo del reato.
Al conseguente richiamo ribadito dal Cnf, cui non si può che dar sostegno, si aggiunga come, proprio in uno Stato di diritto che si fonda su una carta costituzionale, sia necessariamente doveroso operare un bilanciamento tra i principi costituzionali: in questo caso il diritto di difesa, il diritto alla privacy e la necessità di avere un processo giusto e imparziale devono necessariamente prevalere sulla circostanza - rara e assolutamente marginale per la quale in occorrenza di un colloquio tra il cliente e l'assistito emerga un indizio di reato. Una diversa soluzione configurerebbe una palese violazione del diritto dell'imputato.
Per tali ragioni, seppur annotando come la strada perseguita per riformare il tema delle intercettazioni sia corretta, risulta doveroso rilevare ancora una volta l'esigenza di rendere assoluto il divieto di intercettare le conversazioni o le comunicazioni dei difensori, senza alcuna eccezione di sorta.
*Avvocato, direttore Ispeg - Istituto per gli studi politici, econmici e giuridici
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 22 febbraio 2020
"Chi sono i mafiosi? Sono criminali senza alcuna pietà che ritengono di essere i padroni della vita e della morte, ma sono esseri infelici che si nutrono di ingiustizie e del sangue di innocenti, spargendo lutti ed odio a piene mani".
E ancora: "Se non pagano per i loro delitti e se non si pentono dei loro peccati, li attende un baratro senza fine. Non ho spirito di vendetta e, nel loro interesse, per il mio Vito allo Stato ho chiesto giustizia e a Dio li affido perdonandoli. Infatti ritengo che, se nutriamo spirito di vendetta non faremmo altro che aggiungere barbarie a barbarie, in una catena di orrori senza fine". Sono parole di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti di scorta di Giovanni Falcone, morto insieme al magistrato nell'attentato di Capaci.
Sono meno dure di quelle pronunciate durante il rito funebre per le esequie del marito e dei morti della strage, meno dure di quelle che, nella camera ardente, chiedevano al ministro Spadolini di vendicare i martiri. Sono parole contenute in una lettera del 2015, a 23 anni di distanza, indirizzati agli alunni di una scuola ligure durante l'ennesima commemorazione del massacro. Rosaria si è trasferita in Liguria, ha messo in un canto del cuore le rovine, si è costruita una nuova famiglia portandoci dentro il figlio che aveva avuto con Vito: Emanuele, che è diventato finanziere.
E Rosaria ha un fratello che ora è stato arrestato per mafia, ed Emanuele ha uno zio che è accusato di appartenere a quell'organizzazione che lo ha privato del padre. C'è un vecchio cunto, dice: "Gli abitanti del versante orientale del Mongibello, dopo aver goduto del tepore del sole lo aspettavano sulla cima del monte e lo coprivano con una maschera, ogni giorno più mostruosa. Gli abitanti del versante occidentale non avevano mai potuto godere del suo calore. Anzi erano terrorizzati dalla sua orripilante faccia. Scappavano dal loro mondo, andando lontano o consegnandosi schiavi agli artefici dell'inganno. Tutto sin quando uno schiavo arguto, scoperto il trucco, non si nascose a levar la maschera apposta al sole dai levantini".
Il Mongibello è per i siciliani il vulcano. Per i continentali è l'Etna. Sempre fuoco sputa, ma può essere l'uno o l'altro, a seconda di come lo si voglia vedere. A certe latitudini nulla è come sembra, gli schemi generali non valgono, non possono applicarsi dappertutto, nello stesso modo. Non si possono apporre alle vicende umane e ai percorsi culturali tortuosi, figli di sovrapposizioni continue. Così nella stessa famiglia Impastato c'è il veleno e l'antidoto alla pozione mortale.
Non perde di rilievo morale la figura di Rosaria, resta intangibile il sacrificio di Vito, anche se Giuseppe Costa, per ora solo indagato, davvero dovesse essere ritenuto affiliato alla famiglia mafiosa della Vergine Maria, davvero fosse agli ordini di Gaetano Scotto.
Gaetano Scotto che attualmente è indagato per mafia, ma contemporaneamente è parte civile nel processo sul depistaggio della strage di via D'Amelio contro tre poliziotti, dopo essere stato prima condannato all'ergastolo e poi assolto per la morte del giudice Borsellino e degli uomini della sua scorta.
La notizia dell'arresto di Giuseppe Costa, muratore incensurato di 53 anni, fa scalpore, certo, per le parentele, ma è un fatto tutt'altro che sorprendente alle latitudini basse: non perché tutto sia mafia o lo possa essere. Perché la mafia è il terrazzo di don Mariano, del Giorno della Civetta, lo Stato lo guarda dalla caserma del partigiano Bellodi e non lo capisce perché la gente sale e scende da quella veranda.
Continua a guardare solo con gli occhi del carabiniere, utilizzando il bianco e il nero. Mentre don Mariano possiede un'infinita gamma di colori per dipingere gli uomini. Il Sud è un susseguirsi continuo di bivi e intersezioni, tutti senza cartelli indicatori. È facile smarrirsi. È complicato orientarsi. Si vaga cercando di capire chi siano i compagni di viaggio. E manca quasi del tutto la possibilità di riprendere il cammino dall'inizio.
di Giuseppe Sottile
Il Foglio, 22 febbraio 2020
Il palcoscenico offerto a boss e pentiti. Altro che 41bis. Da Riina a Graviano, ciascuno recita la propria epopea. Finora sul palcoscenico delle fiction e del cinematografo c'è salito il popolo dell'antimafia: con i suoi magistrati coraggiosi, con i suoi registi impegnati, con i suoi attori animati da forte impegno civile.
E per averne un esempio basta guardare il film con il quale Marco Bellocchio e Pierfrancesco Favino rendono l'onore delle armi a Masino Buscetta, il pentito che consentì al giudice Giovanni Falcone di portare alla sbarra del maxi processo oltre quattrocento boss e picciotti di Cosa nostra. Persino i figli delle vittime - da Claudio Fava a Caterina Chinnici - si sono cimentati, con le loro memorie e il loro dolore, nella scrittura di copioni in grado di rivelare all'universo mondo delitti e nefandezze delle cosche che hanno imbrattato di sangue gli anni più belli della nostra vita.
Chi non ricorda "Il capo dei capi", il romanzone a puntate con il quale Canale 5 ha ricostruito le imprese sanguinarie di Totò Riina, dalla latitanza nelle campagne di Corleone fino alle stragi col tritolo, congegnate per ammazzare giudici e uomini di tenace onestà?
Ora però, in un momento in cui l'antimafia mostra i segni di una inevitabile stanchezza, comincia ad affacciarsi sulla scena la compagnia dei sepolti vivi: di quei mafiosi che, per la loro ferocia, erano stati rinchiusi - murati, si stava per dire - tra le pareti opprimenti e invalicabili del carcere duro.
Lì avrebbero dovuto espiare le condanne all'ergastolo e lì avrebbero dovuto patire le angherie dell'isolamento: colloqui limitati, sorvegliati e puntualmente intercettati; telecamere ventiquattr'ore su ventiquattro anche nel bagno; una sola ora d'aria sotto lo sguardo occhiuto degli agenti del Gom, il gruppo scelto delle guardie carcerarie il cui compito primario è proprio quello di garantire i sistemi di massima sicurezza.
Quando il Parlamento approvò il 41bis - l'articolo che concede al ministro Guardasigilli il potere di sospendere per i mafiosi le garanzie previste dall'ordinamento penitenziario - era l'agosto del 1992. Tre mesi prima, nell'attentato di Capaci, gli uomini di Totò Riina avevano massacrato il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. E non era finita lì.
Cinquanta giorni dopo, il 19 luglio, la stessa maledetta sorte era toccata, nel rogo di via D'Amelio, a Paolo Borsellino, l'amico e collega che aveva firmato con Falcone l'ordinanza con la quale di fatto veniva scardinata e rinviata a giudizio la cupola di Cosa nostra. Lo Stato non poteva incassare una sfida così temeraria. E per segnare il confine tra il diritto e il sopruso, varò il 41bis con il preciso scopo "di impedire il passaggio di ordini e comunicazioni tra i criminali in carcere e le loro organizzazioni sul territorio".
Un proposito sacrosanto, va da sé. Ma le inquietudini barocche della giustizia italiana hanno finito, anche senza volerlo, per ridare a boss del calibro di Totò Riina o di Giuseppe Graviano il più ampio diritto di parola. Dopo anni di morte civile dentro i pozzi neri del carcere duro, i sepolti vivi sono risuscitati e come lazzari di un nuovo testamento si sono trasformati in predicatori, in sceneggiatori, in romanzieri.
Sono diventati - con gli applausi, manco a dirlo, dell'antimafia più lussureggiante - registi e attori delle nuove fiction, recitate nelle aule dei tribunali o nei palchetti attrezzati per loro da quei magistrati che, per zelo o per ambizione, passano i loro giorni a scavare nelle tenebre del passato per portare alla luce scelleratezze mafiose e complicità politiche, trame oscure e mandanti occulti. E loro, quelli che erano stati murati nel carcere duro, escono uno dopo l'altro dalla tomba e predicano urbi et orbi le loro verità. Tanto, chi potrà mai smentirli?
Prendiamo la performance - un misto di memory e melodramma - scandita da Totò Riina nel carcere milanese di Opera. I magistrati di prima fila, quelli che a Palermo stavano per affrontare come pubblici ministeri il mastodontico processo sulla Trattativa tra i boss di Cosa nostra e alcuni uomini dello Stato, avevano pensato bene di architettare, tra agosto e novembre del 2013, il colpo del secolo. Hanno ordinato ai funzionari della Dia, direzione investigativa antimafia, di imbottire di microspie il cortile dove Riina era costretto a trascorrere la sua ora d'aria.
Poi hanno ingaggiato un malvissuto di origine pugliese, Alberto Lorusso, e gli hanno assegnato il compito di recitare la parte del compagno di sventura tanto desideroso di condividere col boss rancori e risentimenti, sfoghi e giudizi al veleno. Ma la vecchia belva corleonese s'è mangiata la foglia e ha colto subito l'occasione per dettare ai posteri le sue memorie: ha smentito, punto per punto, le verità giudiziarie consacrate da tribunali, corti d'appello e Cassazione; ha lanciato a destra e a manca ogni sorta di minaccia e di avvertimento; ha diramato in codice, con la sublime arte del dire e del non dire, tutti i messaggi che voleva diramare ad amici, picciotti e affiliati; si è fatto beffa dei nemici e dei magistrati che lo avevano perseguito. Quando gli agenti della Dia hanno messo su carta tre mesi di intercettazioni è venuto fuori un librone di 1.300 pagine. Un'epopea della mafia. Un romanzo. Buono per i giornali ma non per la giustizia.
Ricordate i titoloni del febbraio 2014 quando i risultati del lavoraccio fatto tra le mura di Opera venne dato alla stampa? Sembrò che le fondamenta della Repubblica stessero per crollare. Sembrò che da un momento all'altro chissà quale sventura si sarebbe abbattuta su Silvio Berlusconi e che l'apocalisse del suo impero fosse dietro l'angolo: "Le isole fuggirono e le montagne non si ritrovarono mai più".
Ma era tutta una montatura. Perché il serpigno boss, sulla trattativa, non aveva detto una parola. Il 18 agosto Lorusso, il provocatore, lo istiga persino a parlare del democristiano Nicola Mancino, l'ex ministro dell'Interno, rinviato a giudizio per falsa testimonianza ma lui stronca ogni aspettativa: "Ma che vogliono sperimentare che questo Mancino trattò con me? Loro vorrebbero così, ma se questo non è avvenuto mai!".
Chissà dove sono finite quelle 1.300 pagine. Chissà in quale fascicolo sono state inserite e abbandonate. Di certo non hanno squarciato alcuna omertà, non hanno svelato nessuna trama oscura, non hanno smascherato alcun mandante occulto delle stragi, non hanno rivelato nessuna complicità tra la mafia e i poteri dello Stato. Tanto è vero che, ad un certo punto, l'attenzione è stata spostata sull'unica notizia cupa e perciò stesso rilevante: le minacce esplicite a Nino Di Matteo, il pm che assieme ad altri tre colleghi rappresentava l'accusa nel processo sulla Trattativa appena iniziato davanti alla Corte di Assise: "Quello lì deve morire, fosse l'ultima cosa che faccio", aveva sentenziato il boss. "E lo faremo in modo eclatante".
Apriti cielo. Di Matteo - e non poteva essere diversamente - è diventato il magistrato più scortato d'Italia e un simbolo dell'antimafia. Il processo è andato avanti per cinque anni; Riina è morto nel novembre del 2017, per un tumore al rene, nel carcere di Parma; la sentenza sulla Trattativa - con pesantissime condanne per i boss, per l'ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell'Utri e per tre alti ufficiali del Ros - è stata letta dal presidente Alfredo Montalto sei mesi dopo, nell'aprile del 2018.
Ora si attende il verdetto dei giudici d'appello che, a differenza dei magistrati più intraprendenti delle procure, non sempre sono disposti a concedere il podio ai mafiosi che tentano di riscrivere, in termini eroici e straordinari, il romanzo nero della mafia. Glie ne capitano di tutti i colori. L'esempio più recente e, all'un tempo più clamoroso, è quello di Francesco Geraci il pentito che al tempo in cui i boss contavano era appena un gregario di quarta fila e oggi tenta di spacciare ai giudici un racconto d'alta mafia, manco fosse un Le Carré o un Chandler o un Graham Greene; e racconta di quando lui, l'inafferrabile Matteo Messina Denaro e altri due soldati delle cosche trapanesi si recarono a Roma per compiere una missione che corroborasse il ricatto allo Stato lanciato, con le stragi di Palermo, dai corleonesi di Totò Riina.
La missione prevedeva una serie di omicidi eclatanti che facessero scrusciu, rumore. Dovevano morire Pippo Baudo, Michele Santoro, Maurizio Costanzo. Il pentito entra nei dettagli. Racconta con quale automobile hanno raggiunto la Capitale, in quale albergo hanno dormito, con quale carta di credito hanno pagato il conto, quale arsenale si sono portati dietro, quali sopralluoghi hanno compiuto prima di passare all'azione.
Ma la Corte d'appello si è solo annoiata. E anche irritata: il collaboratore di giustizia non ha saputo spiegare i motivi per i quali, alla fine, gli omicidi non sono scattati. Non solo, ma il suo racconto non avrebbe potuto mai trovare un riscontro: Matteo Messina Denaro è latitante e gli altri due compagni di avventura sono nel frattempo deceduti.
Ma la Corte d'appello che dibatte sulla Trattativa, presidente Angelo Pellino, sarà probabilmente chiamata nei prossimi giorni a prendere una decisione non su un pentiticchio d'avanspettacolo come Geraci ma su un'attore di primissimo piano che finora ha tenuto la scena con la padronanza di un Marlon Brando.
Il suo nome è Giuseppe Graviano, condannato assieme al fratello Filippo all'ergastolo come mandante delle stragi di mafia, al pari di Riina. Incontrastato boss di Brancaccio - il quartiere dove fu assassinato, sempre per ordine suo, padre Pino Puglisi, sacerdote di grande carisma e di limpida coscienza antimafiosa - Graviano è stato arrestato nel 1994 mentre era in trasferta a Milano. Condannato in via definita con sentenza della Cassazione, è stato murato vivo, senza soluzione di continuità, tra le pareti blindate del 41bis e da lì ha assistito senza fiatare ai processi che hanno inchiodato i suoi compari e i suoi favoreggiatori; ha ascoltato impassibile tutte le testimonianze dei pentiti e dei collaboratori di giustizia; e, da spettatore, ha visto scorrere davanti ai suoi occhi processi e condanne, vendette e regolamenti di conto.
Poi, probabilmente senza rendersene conto, si ritrova nel carcere di Ascoli Piceno con un detenuto per camorra, Alberto Adinolfi, che come l'agente provocatore di Riina, lo invita a piangere sulla sua spalla. E lui, il boss, si lascia andare a uno sfogo destinato a diventare il prologo del suo lungo romanzo.
"Al signor Crasto gli faccio fare la mala vecchiaia", dice con un livore covato chissà per quanto tempo. È il 4 aprile del 2016. Il signor Crasto, che in palermitano stretto significa cornuto, sarebbe Silvio Berlusconi, che gli avrebbe negato una mano dopo avergli chiesto egli anni Novanta di tenersi pronto perché prima o poi avrebbe avuto bisogno di lui. E basta questo per convincere i magistrati inquirenti - quelli sempre in cerca di conferme sul patto scellerato tra la mafia e la politica - a puntare le microspie nel cortile del carcere e a registrare per un anno intero, fino all'aprile del 2017, trentadue conversazioni.
Graviano parla di tutto. Si vanta di avere avuto, anche se murato nel carcere duro, un rapporto intimo con la moglie, rapporto dal quale è nato un figlio; racconta i misteri e le stranezze che avrebbero avvolto il suo arresto, si proclama ovviamente innocente di tutte le infamie che la giustizia gli ha scaricato sulle spalle e si prepara a scrivere, dopo il prologo, i capitoli più sostanziosi del suo romanzo.
Il palcoscenico glielo mette a disposizione il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, che lo chiama a testimoniare nel processo intentato contro la 'ndrangheta stragista. Ed è lì che Giuseppe Graviano sfodera un repertorio dentro il quale nemmeno i giornalisti più smagati e più vicini alle procure riescono a tradurre i messaggi criptati né a decifrare la strategia. La più accreditata letteratura giudiziaria presenta il pentito Gaspare Spatuzza come il vangelo che cancella di colpo, al processo per la strage di Via D'Amelio, le fandonie raccontate dal balordo Scarantino e che hanno portato alla condanna di sette poveri innocenti?
Bene. Graviano dice che Spatuzza è tutto una montatura e che è più falso di Scarantino. I magistrati di Palermo si battono perinde ac cadaver per dimostrare che la Trattativa c'è stata? Bene. Graviano sostiene che non gli risulta nessun patto scellerato. Ma poi, quando la platea si è già scaldata, il boss si sposta sul boccascena - che è il luogo geometrico in cui la voce dell'attore si fa baritonale - e intona il monologo delle grandi occasioni.
Altro che Laurence Olivier. Dice che lui, da latitante, è andato a trovare due o tre volte Berlusconi, e una sera andò pure a cena con lui. I rapporti erano buoni: latte e miele. Ma poi il vento cambiò. Come mai? Al tempo in cui il tycoon di Arcore costruiva Milano Due e gettava le premesse per creare l'impero della televisione, "mio nonno partì da Palermo con venti miliardi di lire nella valigia" e li investì in quella impresa.
Gli era stato promesso un utile del venti per cento. Ma quei guadagni non sono mai tornati alla base. "Se ne lamentava il nonno e anche mio cugino Salvo Quartararo, che seguì da vicino tutto l'affare": il Crasto, li tenne tutti per sé e non rispettò i patti.
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino
I dubbi: "Non aveva motivi per togliersi la vita" Lunedì l'autopsia disposta dalla pm De Donà. Era stato spostato a causa di un litigio con un altro detenuto, ma poco più tardi gli agenti di polizia penitenziaria lo hanno trovato impiccato nella nuova cella. Il corpo senza vita del veneziano Marco Antonio Fasan, 37 anni, è stato rinvenuto lunedì mattina e, ieri, la sostituto procuratore di Treviso, Mara Giovanna De Donà, ha disposto l'autopsia, affidando l'incarico al dottor Marco Furlanetto, che inizierà gli accertamenti lunedì prossimo, alle 11. Con molte probabilità la compagna e il figlio della vittima, assistiti dall'avvocato Mauro Serpico, nomineranno un consulente di fiducia per contribuire a fare piena luce sull'accaduto.
"La mia assistita non vuole accusare nessuno, ma non riesce a trovare giustificazione per un gesto di questo tipo e vuole capire se vi possano essere responsabilità", ha dichiarato ieri l'avvocato Serpico.Fasan, cileno di origini, adottato da una famiglia veneziana, si trovava in carcere a Treviso per finire di scontare una pena residua di un anno e quattro mesi di reclusione ed era in attesa della decisione del Tribunale di sorveglianza, al quale il suo legale aveva presentato domanda di concessione dei domiciliari.
Il padre, a cui era molto legato, è morto da poco e Marco Antonio, provato per il lutto, aveva ereditato un discreto patrimonio per gestire il quale dal carcere aveva chiesto aiuto e consigli proprio al suo legale. Recentemente si era anche riavvicinato alla compagna, con la quale ha avuto un figlio, ed è questo uno dei motivi per cui la giovane donna non crede all'ipotesi del suicidio. Nel corso dell'ultimo colloquio in carcere, il trentasettenne si era confidato con lei, lamentando di essere tormentato da qualcuno.
Il carcere non era per lui una novità in quanto era rimasto coinvolto in più di una vicenda di rilevanza penale, connessa principalmente al mondo della droga, oltre ad alcune piccole rapine. Nel 2014 era stato arrestato assieme ad un amico in campo San Polo, in relazione ad un episodi di violenza ai danni di una coppia di cittadini del Bangladesh, dal cui banchetto aveva cercato di rubare una felpa. L'anno successivo finì nuovamente in carcere con l'accusa di tentata rapina ai danni di un uomo che stava rincasando dopo il lavoro, al quale aveva cercato di sottrarre la borsa e il cellulare.
Ora spetta alla Procura di Treviso il compito di fare piena luce su quanto accaduto al Santa Bona di Treviso: Fasan aveva una mano fasciata ed ematomi in varie parti del corpo. Nel corso dell'ultimo anno in tutti i penitenziari veneti si sono verificati complessivamente 4 casi di suicidio (uno a Padova e tre a Verona), 81 tentati suicidi e 674 episodi di autolesionismo.
di Vito Faenza
Il Riformista, 22 febbraio 2020
Raffaele Cutolo, il fondatore della Nuova camorra organizzata, uno dei boss più temuti della storia del crimine, l'ispiratore di trame vere e immaginarie, nonché di film, canzoni e romanzi, è stato trasferito d'urgenza all'ospedale di Parma per un peggioramento delle sue condizioni di salute. In carcere dal 1979, è dal 1995 in regime di carcere duro al 41bis. "Non è grave, ma ha bisogno di cure migliori" ha detto il suo avvocato, Gaetano Aufiero che di recente ha presentato istanza al Tribunale di Sorveglianza affinché Il suo assistito, che ha 78 anni, possa abbracciare la figlia di 13 anni, concepita attraverso l'inseminazione artificiale con autorizzazione ottenuta dal ministero di Giustizia nel 2001.
Tragedia e parodia, vero e falso, possibile e verosimile: tutto è vissuto in lui, e tutto ha contribuito a farne un mito, sebbene negativo. Un giorno, nel 1988, si sparse la voce che stava lì lì per pentirsi. Da Napoli accorse il pm Greco per interrogarlo. Macché.
"Le mie donne mi hanno chiesto di non pentirmi", si sentì dire. La sua "carriera" criminale Cutolo la comincia il 24 settembre del 1963, quando uccide Mario Viscido che aveva offeso la sorella. Rimane in fuga due giorni, poi si costituisce e resta in carcere fino al 1970, ma torna libero per decorrenza dei termini. Quando la Corte di Appello di Napoli riduce la pena dell'ergastolo a 24 anni, Cutolo deve tornare in carcere, ma diventa uccel di bosco. Nel 1971 viene però nuovamente arrestato per un errore grossolano: imbocca una strada a senso unico e si trova parata davanti un'auto dei carabinieri.
Nonostante abbia frequentato solo la quinta elementare e non abbia dimostrato particolare attitudine allo studio (dai 14 anni fino all'omicidio ha svolto lavori di varia natura) in carcere diventa "o' prufessore" (il professore), perché sa leggere e scrivere. Il prestigio tra i reclusi gli deriva da un episodio controverso: avrebbe sfidato, secondo i suoi fedelissimi, Antonio Spavone, un boss della camorra, che però ha smentito l'episodio. In realtà, Cutolo si era affiliato alla 'ndrangheta e grazie a questa affiliazione riesce ad ottenere vari privilegi. Poi, seguendo proprio i riti di affiliazione della mafia calabrese, crea la Nco, cioè dà un vertice a una realtà criminale storicamente acefala, e fa aderire alla sua nuova creatura centinaia di detenuti (alla fine degli anni 70 le forze di polizia li stimeranno in 3.000). Il sistema è dei più elementari. L'organizzazione distribuisce i proventi delle estorsioni fra gli affiliati e pensa, economicamente, alle famiglie nel caso finiscano in carcere. La struttura è piramidale, al vertice c'è Raffaele Cutolo (il Vangelo) sotto i Santisti, poi i capizona e infine i semplici affiliati.
Il capo resta a Poggioreale fino al 1977, quando gli viene riconosciuta l'infermità mentale. È ricoverato prima all'ospedale psichiatrico di Sant'Eframo nuovo, a Napoli, poi in quello di Aversa, dal quale evade il 5 febbraio del 1978, nelle prime ore del pomeriggio, grazie a un piano organizzato da Giuseppe Puca (uno dei santisti) che fa saltare il muro di cinta, mentre il boss era nel giardino.
Durante la latitanza ad Albanella, un centro in provincia di Salerno, sostiene di aver offerto ai servizi segreti il suo interessamento per rintracciare Aldo Moro, e che il suo aiuto viene rifiutato. Lo ribadisce anche qualche anno dopo davanti alla commissione di inchiesta del Parlamento. Durante la latitanza va a spasso per l'Italia con i documenti di un ingegnere incensurato.
"A Milano fummo bloccati dalla polizia, dopo il controllo delle generalità il capo pattuglia mi prese da parte e - ha raccontato più volte - mi disse: attenzione ingegnere, che il suo autista è un pregiudicato". Un altro errore lo commette il 10 maggio del 1979, quando telefona a un giornale per intimare la liberazione di un ragazzo rapito a San Giuseppe Vesuviano.
Valentina Stella
Il Dubbio, 22 febbraio 2020
La visita dell'associazione Marco Pannella. Annarita Di Giorgio: "Ci spiace constatare che la direzione di Taranto ci abbia negato gli ultimi permessi richiesti"
L'associazione Marco Pannella il 15 febbraio, con il consigliere regionale Francesca Franzoso e il segretario di Radicali Italiani Massimiliano Iervolino, ha effettuato una visita presso il carcere di Bari. "Una struttura- racconta Annarita Digiorgio, membro del direttivo dell'Associazione - che conosciamo bene date le numerose visite effettuate, e che pure, nonostante le tante segnalazioni, ancora vige in uno stato drammatico tanto che la settimana scorsa persino il Procuratore Generale di Bari Anna Maria Tosto (che ne ha fatto visita sollecitata dal direttore) ha parlato di trattamento disumano". Inoltre, aggiunge l'esponente radicale, "rispetto all'ultima visita che avevamo effettuato l'anno scorso, sono stati completati i lavori, chiesti dal direttore, per le docce in tutte le celle e una porta che separa le celle da bagno e cucina".
I detenuti presenti sabato mattina erano 436 su 399 posti disponibili. Per quanto concerne gli agenti di polizia penitenziaria, poche unità devono sopperire a traduzioni, copertura dei colleghi anziani, straordinari, 104, malattie, e "la loro esiguità va ad incidere su tutte le restanti attività trattamentali, rieducative e sanitarie, nonché di sicurezza stessa dei detenuti e del personale tutto. A volte un solo agente deve coprire tre piani. Motivo per cui, oltre alle esigenze legate alla pericolosità e incompatibilità tra detenuti, in questa struttura le porte delle celle restano chiuse tutto il giorno".
Nella casa circondariale di Bari quasi tutti detenuti sono in attesa di giustizia: ciò per la Digiorgio significa che "a differenza dei definitivi, non possono accedere ad attività trattamentale, rieducativa, permessi, né al lavoro. Tutti i detenuti lavoranti sono alle dipendenze del carcere (i cui fondi sono limitati), mancano completamente ditte esterne che li assumono usufruendo della legge Smuraglia, così come enti locali che sfruttino l'articolo 21 per lavori socialmente utili. A questo proposito è urgente segnalare la totale assenza degli enti locali, che pure dovrebbero occuparsene non solo perché il carcere è parte integrante della città e della società, ma anche perché diretti responsabili di impegni come il reinserimento".
Conclude Digiorgio: "Ci spiace constatare che la direzione del carcere di Taranto ci abbia negato gli ultimi permessi richiesti. Mentre sempre proficuo e fruttuoso è stato il rapporto instaurato negli anni con la direzione del carcere di Bari e in particolare con la dottoressa Pirè e il responsabile sanitario Nicola Bonvino. Tra l'altro le nostre visite si rendono ancora più necessarie dal momento che invece il Garante in carica da 7 anni e nominato dalla Regione Puglia, presidente di Confcoperative, è totalmente carente nel ruolo che gli spetta, ovvero garantire i diritti dei detenuti che nelle carceri pugliesi non sono garantiti affatto. E ogni volta che effettuiamo visite nelle carceri e parliamo con i detenuti ci dicono che mentre a noi ci vedono sempre, il garante regionale non lo hanno mai visto neppure una volta. Del resto pure la relazione annuale che dovrebbe consegnare è ferma al 2017".
di Nello Scavo
Avvenire, 22 febbraio 2020
Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: "La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali". Migranti in un centro di detenzione libico. Ce ne sono anche di segreti, dove è ancora più facile per autorità e miliziani commettere abusi di ogni tipo e anche usare le persone come schiavi.
Un'altra prigione segreta, dove nascondere i migranti catturati in mare e tenerli alla larga dalle verifiche delle organizzazioni internazionali. L'ennesimo luogo di tortura da cui si può uscire solo pagando le guardie. "Mi hanno chiesto 700 euro", dice uno dei migranti che con pochi altri è riuscito a scappare dopo aver fatto arrivare attraverso amici in Europa e parenti in patria il riscatto di mille dinari libici.
Grazie a queste testimonianze è stato possibile individuare un'area, alla periferia di Tripoli e lungo la strada per Zawiyah, nella quale i migranti sarebbero stati ammassati dalle autorità libiche. Le coordinate geografiche indicano una serie di edifici a est della capitale, non lontano da un'arteria costiera in mezzo a edifici governativi e quartieri densamente popolati. La struttura, però, non risulta in nessun elenco ufficiale noto dalle organizzazioni internazionali.
A denunciare ufficialmente la scomparsa di centinaia di persone erano stati i funzionari delle Nazioni Unite. A settembre il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, era stato chiaro: "La Guardia costiera libica trasferisce migranti in centri di detenzione non ufficiali", dove si ritiene che funzionari del governo "vendano i migranti ai trafficanti di uomini".
Solo nelle prime due settimane di gennaio "circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell'Interno libico. Di questi migranti non si ha più notizia". L'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ha lanciato un appello alla comunità internazionale, a cominciare dall'Unione Europea, affinché si trovino "alternative e meccanismi di sbarco sicuri".
Altri rifugiati sono stati spostati nella famigerata prigione di Triq al Sikka, in passato al centro di gravi episodi di sevizie e scontri con i guardiani. "A dieci mesi dall'inizio del conflitto - dice l'Oim - in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza". Al 21 febbraio 1.737 rifugiati e i migranti sono stati intercettati in mare dalla cosiddetta Guardia costiera e riportati in Libia in violazione delle norme internazionali sul respingimento.
"La Libia in alcun modo può essere considerato un Paese sicuro di sbarco per migranti e richiedenti asilo", ribadiscono le Nazioni Unite. "Il 18 febbraio c'è stato un netto aumento" delle attività "con tre operazioni registrate quel giorno, per un totale di 535 persone", annota l'ultimo report di Unhcr-Acnur. "La maggior parte sono stati trasferiti in centri di detenzione delle autorità libiche", si legge nell'aggiornamento dell'alto commissariato per i rifugiati.
La maggioranza dei migranti intercettati proviene dal Sudan, dalla Somalia, dall'Eritrea, dall'Etiopia e dalla Palestina, tutte nazionalità che avrebbero diritto alla protezione umanitaria in Europa. Maggior cura, però, sembra vi sia per gli animali. Migliaia di cammelli in marcia nella notte, in fuga dal porto di Tripoli bombardato dalle forze del generale Khalifa Haftar sono stati fotografati testimoniando le conseguenze del conflitto.
Secondo ricostruzioni diffuse dal portale "Alwasat Libya" e da testate internazionali, a decidere per il trasferimento dei quadrupedi sono stati i commercianti-proprietari, preoccupati per la perdita del bestiame. I cammelli, circa 3mila, richiesti in Libia anche per la loro carne, sarebbero stati importati dall'Australia. Secondo testimonianze concordanti, gli animali hanno percorso in una notte circa 45 chilometri, giungendo nei pressi della città di Zawiyah, a ovest della capitale. Durante il tragitto, a Janzour, un sobborgo di Tripoli controllato dalle milizie, 125 esemplari sarebbero stati confiscati da un gruppo armato. Un dazio pagato per poter proseguire la corsa verso il confine con la Tunisia.
Nessuno scampo invece per i profughi rinchiusi in promiuscuità, senza assistenza né garanzie. Persone "sistematicamente sottoposte a detenzione arbitraria e tortura" da parte di "funzionari governativi", denuncia l'ultimo report del segretario generale Guterres, consegnato al Consiglio di sicurezza a fine gennaio. "Vi sono serie preoccupazioni riguardo al trasferimento di migranti intercettati dalla Guardia costiera libica verso centri di detenzione ufficiali e non ufficiali", dove si hanno notizie di "omicidi illegali" che, aveva detto, sono diventati "molto diffusi".
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