comune.modena.it, 21 febbraio 2020
Alla serata finale, giovedì 20 febbraio al Teatro dei Segni di Modena, il premio per la narrativa italiana va a Rosella Postorino e, per gli inediti, a tre detenuti da Pozzuoli, Pescara, Opera. Per la sezione narrativa del premio Sognalib(e)ro per le carceri italiane, che chiedeva ai gruppi di lettura degli istituti penitenziari di scegliere tra tre libri indicati dalla giuria, ha vinto Rosella Postorino con "Le assaggiatrici" (Feltrinelli 2018), prescelta rispetto a Claudia Durastanti con "La straniera" (La nave di Teseo, 2019) e a Marco Missiroli con "Fedeltà" (Einaudi, 2019).
Il verdetto è stato annunciato nella serata finale del premio - promosso da Comune di Modena con Direzione generale del Ministero della Giustizia Dipartimento amministrazione penitenziaria, Giunti editore, e con il sostegno di Bper Banca - che si è svolta giovedì 20 febbraio al Teatro dei Segni di Modena fra premiazioni, ospiti, letture e teatro, condotta da Bruno Ventavoli, direttore e ideatore del premio che ha l'obiettivo di promuovere lettura e scrittura negli istituti penitenziari dimostrando che possono essere strumento di riabilitazione, principio sancito dalla Costituzione. In apertura gli organizzatori hanno annunciato di stare già lavorando a una nuova edizione di "Sognalib(e)ro".
Tra gli inediti scritti dai detenuti (62 testi di 60 autori) in concorso alla seconda edizione del premio, la giuria degli scrittori, diretta da Bruno Ventavoli di TuttoLibri - La Stampa, ha individuato tre vincitori. Senza distinguere tra romanzo, racconto e poesia, i giurati scrittori Paolo Di Paolo, Barbara Baraldi, in sala, e Marco Makkox Dambrosio hanno scelto gli scritti, sul tema "Ho fatto un sogno...", inviati da WP detenuto a Milano Opera, FDL in carcere al femminile di Pozzuoli e CB dall'istituto penitenziario di Pescara. Il premio consiste nella donazione di libri alla biblioteca del carcere dove sono reclusi i vincitori. Il Comune di Modena pubblicherà una antologia dei testi, con la casa editrice civica digitale "il Dondolo" diretta da Beppe Cottafavi.
La vincitrice Rosella Postorino, a cui va anche il Premio di Bper Banca, rappresentata all'evento dal vicedirettore generale Eugenio Garavini, non ha potuto all'ultimo partecipare alla serata ma ha comunque affidato un suo testo alla lettura pubblica in sala. Come previsto dal meccanismo del premio ha indicato nel suo messaggio quattro libri che hanno avuto per lei una importanza particolare.
Quattro titoli di cui Comune di Modena e Bper Banca forniranno numerose copie alle biblioteche delle carceri partecipanti. Si tratta di "Il grande Gatsby" di Francis Scott Fitzgerald; "Il posto" di Annie Ernaux; "Cecità" di José Saramago; e "Il racconto dell'ancella" di Margaret Atwood.
I detenuti attori di Sant'Anna e Castelfranco, che hanno animato la serata leggendo riflessioni, giudizi e motivazioni del voto dei detenuti delle altre carceri, hanno poi partecipato, con il regista Stefano Tè alla presentazione di "Freeway per una Odissea in carcere", progetto di spettacolo a cura del Teatro dei Venti, realizzato in collaborazione con tre realtà europee che lavorano in carcere nei rispettivi Paesi, aufBruch (Germania), Fundacja Jubilo (Polonia) e Upsda (Bulgaria) con il sostengo di Creative Europe - Sottoprogramma Cultura. Una prima prova dello spettacolo andrà in scena a Modena a inizio maggio per il festival Trasparenze.
Sono stati oltre cento i detenuti dei gruppi di lettura in carcere che hanno partecipato alle due sezioni della seconda edizione di "Sognalib(e)ro" da 15 istituti carcerari dove sono attivi laboratori di lettura o scrittura: la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, quella di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Corriere di Verona, 21 febbraio 2020
Da lunedì mattina 18 detenuti del carcere di Montorio assisteranno i cittadini nell'utilizzo dei nuovissimi cassonetti intelligenti, i nuovi contenitori per la raccolta del secco e dell'umido. "Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato". Lo dice l'articolo 27 della Costituzione, peraltro non sempre applicato. Verona dà però il buon esempio, offrendo ad alcuni detenuti nel carcere di Montorio una possibilità di lavoro, ma anche di crescita personale e professionale.
Da lunedì mattina, infatti, diciotto detenuti del carcere di Montorio assisteranno i cittadini nell'utilizzo dei nuovissimi cassonetti intelligenti, i nuovi contenitori per la raccolta del secco e dell'umido che entreranno in funzione il 24 febbraio nelle zone di Fondo Frugose e di San Michele Extra. I nuovi collaboratori dell'azienda, al servizio dei cittadini, sono carcerati a fine pena che hanno già partecipato ad un percorso di formazione ed affiancheranno gli operatori dell'Amia.
L'iniziativa sperimentale durerà tre mesi e ha come scopo il reinserimento dei soggetti selezionati per il progetto.Nelle zone di Fondo Frugose e San Michele extra, che sono vicine al carcere, i detenuti potranno aiutare i cittadini a conferire i rifiuti nei nuovi cassonetti, ma anche dare informazioni a chi ancora deve fare la tessera necessaria per aprire i bidoni o scaricare l'app. La loro presenza giornaliera sarà anche un deterrente importante all'abbandono abusivo dei rifiuti fuori dagli appositi contenitori.Il protocollo d'intesa tra Amia, la Casa Circondariale di Montorio e l'Ufficio di sorveglianza del Tribunale è stato firmato a Palazzo Barbieri dal presidente di Amia Bruno Tacchella, dal direttore della Casa Circondariale Mariagrazia Bregoli e dal magistrato Isabella Cesari.
Il sindaco, Federico Sboarina, ha sottolineato che "grazie a questo nuovo accordo alcuni detenuti avranno la possibilità di reinserirsi nella vita cittadina, supportando tutti coloro che da lunedì utilizzeranno i nuovi cassonetti rendendo più facile l'avvio di questa importante sperimentazione attivata sul territorio della sesta e settima circoscrizione. In Comune - ha ricordato il sindaco Sboarina - già da anni vi sono detenuti che collaborano nei servizi di portineria, e non solo non è mai stato riscontrato alcun problema, ma anzi, la loro presenza è un'occasione per superare tanti pregiudizi". Il presidente Tacchella ha ricordato da parte sua che "l'arrivo dei cassonetti ad accesso controllato rappresenta una sfida all'insegna della tecnologia e dell'efficienza, e queste nuove risorse, formate ed istruite dai nostri addetti, saranno di estrema utilità per le migliaia di cittadini interessati da questa novità".
Il Gazzettino, 21 febbraio 2020
È tornata in Terza Commissione consiliare di Palazzo Rosso la questione dell'apertura dell'Ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe). Una questione che aveva introdotto, lo scorso autunno, il Consigliere Raffaele Addamiano (Obiettivo Belluno) con un ordine del giorno. L'ufficio in questione si occupa - tra altre cose - di monitorare le attività degli uffici di esecuzione penale esterna e di tenere rapporti con gli enti locali e le organizzazioni di volontariato per l'attività trattamentale e per la stipula di convenzioni per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità ai fini della messa alla prova.
Bene. Due giorni fa in Commissione è stato invitato il Garante dei detenuti, Emilio Guerra, che ha esposto la sua relazione annuale, ricordando come nella casa circondariale di Baldenich ci siano attualmente 88 detenuti, su 87 posti disponibili.
Di questi 61 sono stranieri, con prevalenza albanesi e marocchini. Ma al di là dei dati, il dottor Guerra ha lanciato un appello ai consiglieri: "Muovetevi, ci ha detto, occorre forte sensibilizzazione per costituire un ufficio Uepe ha raccontato il consigliere Addamiano -. Il Garante ci ha fornito un altro dato: sono 787 casi in provincia smaltiti da quest'Ufficio lo scorso anno".
A fine novembre Addamiano aveva presentato un ordine del giorno in Comune che chiedeva di cercare di far istituire un Uepe a BL e non a Treviso sulla scorta della giustizia di prossimità, cioè vicina al cittadino. "Abbiamo lavorato di comune accordo ha ricordato il consigliere di Obiettivo Belluno - con l'onorevole Luca De Carlo che ha presentato al ministero Bonafede un'interrogazione, chiedendo si attivasse per ufficio Uepe in comune Belluno.
In Commissione abbiamo interpellato l'assessore Lucia Pellegrini, chiedendo cosa ha fatto il Comune in questi mesi sottolinea Addamiano. Ci ha parlato della sede, ma il dato politico è che da novembre ad oggi il Comune nulla ha fatto per rapportarsi con il Ministro della Giustizia, è stato passivo". E pensare che l'odg era stato approvato all'unanimità da 25 consiglieri.
di Daniela Fassini
Avvenire, 21 febbraio 2020
Le motivazioni della Cassazione per l'assoluzione di Carola Rackete. Carola Rackete si comportò "correttamente" in base alle disposizioni sul "salvataggio in mare". Lo conferma la Cassazione, nelle sue motivazioni diffuse ieri.
La comandante della Sea Watch (che aveva già incassato il "no" all'arresto rispetto all'accusa di aver forzato il blocco navale della motovedetta della Gdf, ndr) è entrata nel porto di Lampedusa perché "l'obbligo di prestare soccorso non si esaurisce nell'atto di sottrarre i naufraghi al pericolo di perdersi in mare, ma comporta l'obbligo accessorio e conseguente di sbarcarli in un luogo sicuro".
Sulla nave militare speronata, i giudici aggiungono che le navi della Guardia di finanza "sono certamente navi militari, ma non possono essere automaticamente ritenute anche navi da guerra". Secondo la Cassazione è stata esclusa legittimamente la natura di nave da guerra della motovedetta perché al comando non c'era un ufficiale della Marina militare, come prescrivono le norme, ma un maresciallo delle Fiamme Gialle.
"Oggi (ieri, ndr) la Corte di Cassazione ha reso note le motivazioni della decisione. Il mio arresto a giugno è stato illegittimo perché "secondo il diritto marittimo, il dovere di soccorso termina in un porto sicuro"" scrive su Twitter la capitana Carola Rackete. Immediata la protesta della Lega. "Se è vero quello che leggo, che si può speronare una nave della Guardia di Finanza con a bordo cinque militari, è un principio pericolosissimo per l'Italia e per gli italiani - ha commentato Matteo Salvini.
Perché, un conto è soccorrere dei naufraghi in mare, che è un diritto o dovere per chiunque, un conto è giustificare un atto di guerra". Intanto ci sono oltre 90 persone sparite nel nulla. L'ultima volta in cui si è avuta loro notizia risale al 9 febbraio: da un gommone in mezzo al mare avevano lanciato l'Sos. Poi il silenzio. Si pensava che fossero stati intercettati e riportati a terra dalla cosiddetta Guardia costiera libica.
Ma le richieste inviate a Tripoli, a Roma e a Malta sono successivamente cadute nel vuoto. Adesso però c'è il timore che quei poveri scappati dalla guerra e dalla violenza siano finiti in fondo al mare, nel silenzio assordante dell'Europa. Ci sono i parenti, i genitori, le madri e i padri di quelle persone, di cui non si sa più nulla, che chiedono di loro, vogliono parlare con i loro cari, vogliono sapere dove sono. "Un naufragio invisibile?".
Alarm Phone a lanciare l'allarme. "Siamo stati contattati da parenti e amici delle persone partite dalla Libia il 9 febbraio. Hanno bisogno di sapere cosa é successo ai loro cari! Le autorità devono investigare sull'accaduto" spiegano, temendo un nuovo naufragio. "Abbiamo chiesto informazioni alle autorità competenti in Libia, Malta, Itala e all'Agenzia di frontiera europea Frontex, senza ricevere alcuna risposta" scrivono su Twitter, raccontando quanto era accaduto.
"Il 9 febbraio abbiamo ricevuto una chiamata da un gommone in difficoltà che era partito da Garabulli. Abbiamo avvisato immediatamente tutte le autorità, tra cui la cosiddetta guardia costiera libica. Nell'ultima telefonata, le persone a bordo erano in preda al panico. Dissero che il motore aveva smesso di funzionare, il gommone stava imbarcando acqua e alcuni di loro erano già caduti in mare". Tutte le informazioni fanno temere il peggio.
Negli ultimi giorni un aereo di Frontex ha intercettato un gommone vuoto e sgonfio in mezzo al mare, vicino alla posizione indicata dai naufraghi nell'ultima richiesta d'aiuto. "Riteniamo che questo gommone sgonfio sia la barca di cui avevamo informato le autorità. Che cosa è successo ai suoi passeggeri? Le autorità a cui ci siamo rivolti non stanno rispondendo. Che cosa sanno? Le famiglie e gli amici dei dispersi devono conoscere il destino dei loro cari".
di Sergio Valzania
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
Eraldo Affinati: "Gli italiani non capiscono quanto bisogno c'è dell'immigrazione in un Paese che si sta spopolando, invecchiando e impoverendo". Eraldo Affinati mi riceve nella grande sala dove si svolge una delle tre lezioni settimanali della Penny Wirton, la scuola di italiano per immigrati creata nove anni fa dallo scrittore insieme a suo moglie, Anna Luce Lenzi, che si aggira sollecita fra i banchi sostenendo le decine di docenti che sono al lavoro.
Oltre alla assoluta gratuità fondata sul volontariato, caratteristica della Penny Wirton è infatti il rapporto uno a uno fra insegnanti e allievi. Ogni lezione dura due ore, di intensità al calor bianco, rapporto attento e conoscenza profonda, testimonianza reale di accoglienza e di interessamento personalizzato riservato a ogni singolo studente. La storia della scuola e del suo metodo di insegnamento costituiscono il soggetto dell'ultimo libro di Affinati, Via dalla Pazza Classe, edito da Mondadori lo scorso anno.
"Prima di quello, ho pubblicato due libri su Don Milani e la sua esperienza didattica a Barbiana", racconta Affinati. "La sua intuizione sull'importanza della lingua, in particolare quella scritta, mi pare assolutamente convincente. I ragazzi di Barbiana di oggi sono questi, arrivati da poco in Italia e privi di tutto, in particolare dei mezzi per comunicare e per interpretare la realtà. Se non sei padrone di una dimensione verbale hai difficoltà a elaborare le esperienze che hai vissuto. La razionalizzazione avviene attraverso la scrittura, se non scrivi le tue emozioni, le tue esperienze restano allo stato grezzo".
E gli immigrati effettuano questa elaborazione in italiano?
Molti di loro erano analfabeti nella loro lingua di origine. Da noi imparano a esprimersi in italiano e anche a scrivere nella nostra lingua.
Da dove arrivano i vostri studenti?
Nel corso dei mesi i luoghi dai quali provengono cambiano. È come il fiume di Eraclito, nel quale non ci si può bagnare due volte perché l'acqua non è mai la stessa. Prima sono arrivati albanesi, egiziani, nordafricani, irakeni, siriani. Adesso stanno arrivando subsahariani, che per venire da noi hanno attraversato il deserto; molte donne nigeriane, spesso con bambini. Ognuna di queste persone ha un trauma, una lacerazione, visibile o invisibile. Anche quelli che non portano sul corpo i segni di ciò che hanno subito, lo hanno dentro di sé. Da sempre sono molti anche i minori non accompagnati, le famiglie li aiutano a partire, fin dal Bangladesh, nella speranza che trovino un modo di sistemarsi, spesso con l'aiuto di qualche parente che hanno qui.
Quelli che conoscete alla Penny Wirton ci mettono molto a imparare l'italiano?
I più piccoli si integrano rapidamente. Diventano italiani. Gli slavi, i moldavi e gli ucraini, imparano la lingua in pochi mesi, agli africani occorre un anno, un anno e mezzo. Abbiamo la responsabilità di dare loro lo strumento che gli consenta di comprendere quello che gli è accaduto. L'Italia è un tetto sotto il quale si riparano popolazioni sbandate. I volontari italiani sono stati una grande scoperta. Ne sono orgoglioso.
Chi sono?
Appartengono a due categorie: pensionati, che spesso non hanno mai insegnato, e giovani, che formiamo come docenti. Liceali del Giulio Cesare, del Tasso, dell'Albertelli. Sempre nello stile uno a uno, niente classe, voto, giudizio, programma. È un rapporto di amicizia.
Un'esperienza che si sta allargando...
Sì. Da Messina a Trieste ci sono 47 Penny Wirton. Si tratta di associazioni con le quali firmiamo un patto di intesa. Una volta l'anno, a giugno, ci incontriamo tutti per confrontare le esperienze. Stanno nascendo sedi anche nel Ticinese. La terza a Locarno. Ne sono molto contento, il nonno di mia moglie era emigrato lì, suo papà, maestro, si è diplomato a Locarno.
Da questo osservatorio come giudichi la situazione dell'immigrazione?
Abbiamo codici insanguinati. Rispettiamo una legislazione che non tiene conto delle esperienze dei migranti, chi arriva qui mi racconta cose terribili: violenze, di ogni tipo, stupri, omicidi. Non dico che si debbono aprire le frontiere, so che bisogna organizzare, legiferare, strutturare, ma vedo che non si fa quello che si dovrebbe fare a livello di integrazione vera, culturale. Non bastano un letto e un piatto di pasta, e adesso anche quelli sono in forse. I decreti sicurezza hanno peggiorato le cose, molti di quelli che avevano una sistemazione sono andati allo sbando, sono diventati clandestini. Con i rischi per l'ordine pubblico che questo comporta. Qui c'era il Baobab, una zona di accoglienza che hanno chiuso, da allora, come tutta la zona periferica romana, questa zona è occupata da gente che non sa dove andare, la situazione dell'assistenza è peggiorata. Gli sbarchi sono diminuiti, ma sono diminuiti anche i fondi per insegnare l'italiano. Alla Penny Wirton vengono sempre più persone perché lo facciamo gratis; mentre da altre parti sono costretti a chiudere.
Qual è il problema più grave?
È culturale. La maggioranza degli italiani non comprende che abbiamo bisogno dei migranti. Non solo sul piano anagrafico, per fare i lavori che gli italiani non vogliono fare, per assistere gli anziani, per ripopolare un paese che si sta desertificando da un punto di vista demografico. Su un piano più alto. Don Milani diceva "è maestro chi non ha nessun interesse culturale quando è solo". Di questo abbiamo bisogno, di confrontarci con nuovi sguardi, nuove sensibilità, nuovi caratteri, nuovi colori, altrimenti siamo un paese senile. Noi italiani, ed europei, siamo un paese vecchio.
Che fare?
Nella scuola ci giochiamo tutto. Non è facile, i nuovi arrivati a volte sono corpi estranei, ma tante scuole si sono organizzate, con la buona volontà degli insegnanti. Fanno sostegno linguistico, corsi di integrazione. Sono ottimista. L'obbiettivo è anche far capire agli adolescenti che non solo i deboli hanno bisogno dei forti: anche i forti hanno bisogno dei deboli.
Avvenire, 21 febbraio 2020
Il documentario girato nel carcere di Lucera, prodotto da Apulia Film Commission e Fondazione con il Sud. Madri che si vergognano di incontrare i figli dietro le sbarre; bambini che, spesso, non sono messi a conoscenza della ragione perché i genitori non tornano a casa da anni. Un problema sociale, quello del rapporto dei detenuti con i loro figli, portato all'attenzione delle istituzioni - nell'aula dei gruppi della Camera - con la proiezione de "La luce dentro", struggente film documentario di Luciano Toriello, prodotto da Apulia Film Commission in collaborazione Fondazione Con il Sud e girato nel carcere di Lucera, in provincia di Foggia e vincitore del Social Film Fund Con il Sud.
L'iniziativa è stata patrocinata dal gruppo misto con Antonio Tasso. "Il film ci spinge a guardare chi vive e subisce il carcere, anche se ne è fuori, come i familiari del detenuto", ha detto il vicepresidente di Montecitorio Ettore Rosato. Presente anche il questore Francesco D'Uva (M5S), come "segno della vicinanza delle istituzioni alla realtà carceraria".
"La luce dentro" è stato realizzato in collaborazione con l'associazione Lavori in corso e con Paidòs onlus, realtà del Terzo settore attive sul territorio di Lucera al fianco dei detenuti e delle loro famiglie.
Soddisfatto Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione Con il Sud: "Abbiamo voluto sperimentare un meccanismo nuovo che ci facesse perseguire la nostra missione che è quella di sviluppare cultura della solidarietà e capitale sociale attraverso un linguaggio nuovo per noi, moderno ed efficace come il cinema. L'esperimento è clamorosamente riuscito".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 21 febbraio 2020
Oltre alla consueta retorica diplomatica, c'è stato il coinvolgimento di forze militari con una approssimazione che non fa ben sperare. Il cirenaico Haftar spara a volontà, il tripolino Serraj sospende la sua partecipazione al negoziato militare di Ginevra, e così le residue speranze di stabilizzare la Libia affogano in un mare di parole che vede l'Italia tra i più loquaci protagonisti. Aveva cominciato, nella corsa ai proclami a uso interno, la tanto attesa conferenza di Berlino che pur di non fallire subito ha prodotto a cuor leggero un lungo elenco di traguardi irraggiungibili. Riuscendo in tal modo a fallire dal giorno dopo, quando si è visto che la tregua d'armi non reggeva, che le forniture di armi provenienti dai padrini dei due schieramenti continuavano imperterrite, che Turchia con Serraj e Russia con Haftar accentuavano la loro presenza sul terreno invece di ridurla, che gli Usa guardavano dall'altra parte e che l'Europa rimaneva divisa e inefficace malgrado i suoi indiscutibili interessi in Libia. Poi, fatto più unico che raro, è stata l'Onu ad alzare la voce osservando che l'embargo sulle armi "somigliava ormai a una barzelletta". Il giorno dopo, lunedì scorso, si riuniva il Consiglio dei ministri degli Esteri europei. Non poteva più far finta di niente, e incassare l'accusa di far ridere. Doveva decidere "qualcosa", e così è stato. Ma questa volta accanto alla consueta retorica diplomatica c'è stato il coinvolgimento di forze militari, con una approssimazione che non fa ben sperare. Anche perché subito dopo Haftar ha lanciato i suoi missili sul porto di Tripoli, e Serraj ha abbandonato i negoziati militari che dovevano consolidare la tregua.
Per capire meglio occorre fare un passo indietro, al nostro governo gialloverde nel quale Matteo Salvini era l'uomo forte. Fu quel governo italiano, e fu Salvini con la sua politica dei "porti chiusi", ad azzoppare la missione navale Sophia che doveva pattugliare il Mediterraneo nell'ambito della lotta ai trafficanti di carne umana. Sophia, si disse, moltiplicava il numero di migranti aumentando le loro probabilità di salvezza, dunque andava stroncata. Così fu. Ma l'idea circolava ancora in Europa, con Germania, Francia e Spagna favorevoli, Austria e Ungheria contrari per paura di nuovi rifugiati (che peraltro in Ungheria non entrano), e il nostro ministro degli esteri Di Maio, senza darlo troppo a vedere, d'accordo con Vienna e con Budapest. Non per copiare la dottrina Salvini, bensì stavolta per evitare che Salvini potesse impallinare il governo giallorosso con accuse di cedimento sul tema sempre sensibile dei flussi migratori.
Ecco allora che con il varo di una nuova operazione aeronavale "interamente diversa da Sophia" l'Europa ha formalmente sovrapposto il tema migranti e il tema Libia, al punto che se venisse constatato un "effetto richiamo" per i trafficanti anche nella nuova zona di operazioni, le navi verrebbero subito spostate o rinviate nei loro porti. Il che stabilisce, fino a prova contraria, una chiara priorità: per i Paesi europei e per l'Italia in particolare, visto che a differenza di Austria e di Ungheria noi il mare lo abbiamo intorno, il contenimento dei migranti conta molto più di quello delle forniture d'armi ai protagonisti della guerra civile libica.
E non basta, perché Di Maio, oltre all'operazione aeronavale, ha vagamente ipotizzato anche una componente terrestre "se le autorità libiche la autorizzeranno". Ma quali autorità libiche visto che sono almeno due, per vegliare su quali confini, con quale viatico Onu, con quali regole di ingaggio? Forse il ministro alludeva a un indiretto rafforzamento delle operazioni franco-americane nel Sahel, oppure siamo ancora alle parole incaute? Nell'attesa si deve rilevare che l'alto rappresentante per la politica estera Ue, lo spagnolo Borrell, si è precipitato a frenare.
Anche il solo aspetto aeronavale del nuovo progetto, peraltro, è ricco di interrogativi ai quali stanno già lavorando gli esperti nella speranza di far partire l'operazione a fine marzo. Se le navi della missione coglieranno sul fatto navi militari turche dirette a Tripoli, cosa faranno concretamente considerando che ci si troverà tra soci della Nato? Haftar, molto più facilmente di Serraj e della Tripolitania, può ricevere le sue forniture belliche via terra attraverso il confine egiziano: non si rischia di bloccare la Turchia e il Qatar e di dare invece poco fastidio agli Emirati, alla Giordania, all'Arabia Saudita, alla Russia che servono la Cirenaica? L'operazione, spostata a Oriente, sarà comunque ricattabile dai trafficanti di esseri umani, basterà aumentare il numero dei barconi in quell'area e le navi toglieranno il disturbo.
Anche a volerci fermare qui la nuova missione, che non ha ancora un nome e nemmeno un comandante mentre quello di Sophia era italiano, sembra disegnata per radicalizzare ulteriormente la partita per il predominio nel mondo sunnita (pro e contro i Fratelli musulmani) che i Paesi islamici con l'aggiunta della Russia combattono in Libia, sulla pelle dei libici e anche dei migranti. Con ampi margini di ambiguità: quelli che abbiamo brevemente citato, ma anche il doppio gioco di Mosca che con Lavrov in visita a Roma invoca l'Onu e nulla dice dei suoi mercenari alle porte di Tripoli, che litiga con la Turchia in Siria ma ci va d'accordo in Libia. E anche l'America di Trump che nulla dice del blocco petrolifero imposto da Haftar dopo averlo indicato come linea rossa insuperabile (forse lo spettacolo di un'Europa nei guai non dispiace al presidente in campagna elettorale?). E anche tutti quanti vanno ripetendo che in Libia "non esiste una soluzione militare". Sarà anche vero, ma alla fine pure gli europei hanno dovuto tirar fuori l'effetto dissuasivo di navi bene armate. Con il rischio che gli altri siano disposti a sparare e noi no.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
I due testi hanno un'impostazione completamente diversa: uno affronta la questione in modo sanzionatorio e repressivo l'altro si ispira alla proporzionalità. Mentre spunta fuori la proposta della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese che propone l'arresto immediato con custodia cautelare in carcere anche per chi spaccia piccole quantità di sostanze stupefacenti, alla Commissione Giustizia sono in esame - con tanto di audizioni - le proposte di legge in materia di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope nei casi di lieve entità. Martedì scorso ci sono state le prime audizioni ascoltando i rappresentanti della Comunità San Patrignano e dell'Unione Camere penali italiane.
Sono due le proposte di legge in discussione. Una della Lega a firma di Riccardo Molinari, l'altra a firma del deputato Riccardo Magi di + Europa. Le proposte hanno solo in comune il nome di battesimo dei primi firmatari, Riccardo, ma sono agli antipodi. La proposta della Lega interviene infatti sulle fattispecie di lieve entità rendendo possibile l'arresto in flagranza (così come di fatto proposto dalla ministra dell'Interno), aumentando i minimi e i massimi edittali (e quindi rendendo possibile l'applicazione delle misure cautelari) e cancellando la possibilità di riservare un trattamento di favore in caso di reati commessi da persone tossicodipendenti.
La proposta di legge a firma di Riccardo Magi, invece, riporta il trattamento sanzionatorio in un alveo di proporzionalità, in linea con i principi costituzionali, accentua il carattere di autonomia della fattispecie penale relativa ai fatti di lieve entità, e infine differenzia il regime sanzionatorio in funzione della diversa natura della sostanza, al fine di graduare il trattamento punitivo in relazione alla gravità delle condotte. Si prevede inoltre che non è punibile chi coltiva un numero limitato di piante di cannabis finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti a un uso esclusivamente personale.
La dichiarazione di incostituzionalità della "legge Fini-Giovanardi" da parte della Corte costituzionale nel 2014, infatti, non ha risolto ma al contrario ha reso ancora più urgente la revisione del testo unico sulle droghe dell'art. 73 del Dpr 309/ 90. Nonostante tutti i dati siano di dominio pubblico, il carcere viene tuttora utilizzato come strumento di lotta alle droghe. Come si legge nell'ultima edizione (anno 2019) del Libro Bianco promosso da Società della Ragione, Forum Droghe, Antigone, Cgil, Cnca e Associazione Luca Coscioni con l'adesione di molti altri soggetti, nel 2018 il 30% degli ingressi in carcere è stato legato a un unico articolo di legge, il 73 del Testo Unico sulle droghe, che sostanzialmente riguarda la detenzione di sostanze illecite a fini di spaccio. Su 59.655 persone presenti nelle carceri italiane al 31 dicembre 2018, 14.579 erano detenute con la sola imputazione di questo articolo.
Il sovraffollamento carcerario, in sostanza, è frutto di scelte politiche precise. In questo caso, la scelta è quella di criminalizzare i consumatori di sostanze per i quali il piccolo spaccio è conseguente alla condizione di tossicodipendenza. Abbiamo un testo unico sulle droghe risalente a 30 anni fa. Dopo tutto questo tempo l'impianto repressivo e sanzionatorio che lo ispira non ha impedito l'aumento della circolazione di sostanze stupefacenti e continua, di fatto, ad essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri.
di Mariano Giustino
Il Riformista, 21 febbraio 2020
Nulla di tutto ciò che sta accadendo in queste ore in Turchia ha a che fare con lo Stato di diritto. Osman Kavala, 62 anni, presidente dell'istituto Anadolu Kültür da lui fondato, punto di riferimento prezioso per comprendere la societa civile turca, le minoranze e la loro condizione, è stato prima assolto e poi di nuovo arrestato. La potremmo definire "assoluzione apparente". È la tecnica usata da Erdogan contro gli avversari politici. Martedì 18 febbraio, la trentesima Corte Penale di Istanbul assolve Osman Kavala dall'accusa di sovversione dell'ordine costituzionale per aver sostenuto le proteste antigovernative del movimento di Gezi nel 2013, ritenuto dal governo turco una organizzazione sovversiva, e poche ore dopo la Procura della Repubblica di Istanbul spicca un nuovo mandato di arresto per Kavala con l'accusa di avere avuto un ruolo di primo piano nel tentativo di golpe del 15 luglio 2016. Il Consiglio Superiore della Magistratura della Turchia ha aperto una inchiesta contro i giudici che martedì hanno emesso la sentenza di assoluzione.
Il processo Kavala è stato fin dall'inizio in palese contrasto con l'ordinamento giuridico vigente in Turchia. L'accusa è surreale. La Corte non ha mai preso in considerazione la documentazione prodotta dalla difesa. Il 10 dicembre 2019 la Corte europea dei diritti dell'uomo ne avevo chiesto l'immediata scarcerazione, ma i giudici turchi, come è successo in altri casi, come in quello del leader del Partito democratico dei popoli, Selahattin Demirtaş, non hanno tenuto conto della sentenza perentoria della Cedu. Erdogan ha giustificato tale ingerenza politica davanti al suo gruppo parlamentare dell'Akp, sferrando un duro attacco a quella corrente della magistratura rispettosa del dettato costituzionale accusandola di aver messo in atto una "manovra a sostegno dei sovversivi di Gezi". Parlando delle proteste antigovernative del 2013, Erdogan ha affermato che "Soros era dietro le quinte come regista occulto di una trama eversiva come in un golpe" e che "in quelle rivolte nessuno era innocente". Ha puntato il dito anche contro il leader del maggior partito di opposizione Chp per aver sostenuto quelle proteste definite ancora una volta come "un attacco contro i poteri dello Stato, alla stregua di veri golpe".
Appare evidente che nel mondo della magistratura turca vi è una corrente influente più attenta al codice e al dettame della Carta costituzionale che spesso entra in conflitto col potere politico incarnato dal presidente della Repubblica e se la magistratura più vicina all'area "liberal" del Paese emette sentenze non gradite a Erdoğan, quest'ultimo le "corregge" esercitando la sua influenza. Ma qual è la strategia adottata da Erdoğan in questa lotta intestina tra il potere giudiziario non ancora completamente nelle sue mani e il potere politico all'interno del quale il presidente è l'uomo solo al comando?
L'ex parlamentare del Partito repubblicano del popolo (Chp), Eren Erdem, aveva vissuto la stessa situazione in precedenza. Erdem, difensore dei diritti umani del maggior partito d'opposizione, anch'egli accusato di sovversione dell'ordine costituzionale, aveva condiviso la stessa prigione con Kavala e aveva subito lo stesso dramma. Prima assolto dal Tribunale di Istanbul e dopo poco di nuovo arrestato per un nuovo mandato di cattura dal Procuratore della Repubblica e poi di nuovo liberato. I due casi giudiziari sono molto simili, la tecnica è sempre la stessa: aprire nei riguardi di oppositori molto apprezzati nella società civile almeno due procedimenti penali diversi, in modo che se in uno di essi venisse assolto, scatterebbe subito l'arresto per l'altro. Ed è anche quello che è accaduto anche agli intellettuali Ahmet e Mehmet Altan e a Şahin Alpay.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 20 febbraio 2020
Il centrosinistra punta a recuperare la riforma Orlando, messa su un binario morto proprio dal ministro Bonafede e dai 5 Stelle. La giustizia continua a dividere il governo, ma sul carcere gli schieramenti cambiano.
Al vertice di maggioranza che si è svolto ieri si è fatto il punto sulla riforma del processo penale, che ha scavato un solco profondo tra Movimento 5 Stelle, Pd e Leu da una parte e Italia Viva dall'altra; processo civile; riforma della giustizia tributaria e del Csm. A riunire il centrosinistra e i renziani, però, sono state le misure sul carcere. L'argomento è complicato e all'incontro si è solo cominciato a ragionare, ma è subito risultato evidente come, in questo campo, ad essere isolati siano i 5 Stelle e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
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