di Marco Cappato
Il Riformista, 12 gennaio 2020
Se la legalità dell'uccisione del generale iraniano Soleimani da parte degli Usa ha aperto un dibattito sul diritto umanitario internazionale, il rispetto dello Stato di Diritto internamente all'Europa resta un argomento tabù. Si stigmatizzano giustamente i vari Orbán o Kaczynski senza però entrare nel merito della negazione dei principi fondamentali dell'Unione europea.
La Polonia, in particolare, rappresenta uno dei casi più emblematici ed eclatanti di erosione dello Stato di Diritto: attacchi che ruotano principalmente attorno al controllo governativo del sistema giudiziario nazionale attraverso pre-pensionamenti di giudici, il loro differente trattamento a seconda del genere, frequenti azioni disciplinari e intimidazioni pubbliche nei confronti della magistratura con il fine di favorire nomine di figure filo-governative.
Azioni strategicamente organizzate e culminate con la recente approvazione da parte della Camera bassa polacca della legge contro l'autonomia dei giudici che, tra le altre cose, fissa pesanti sanzioni per "chi critica nomine e fa attività politica" arrivando a prevedere "l'esclusione dei magistrati che nuocciono al funzionamento del sistema di giustizia". Il messaggio è chiaro: l'amministrazione della giustizia in Polonia la controlla il potere esecutivo e non quello giudiziario.
Anche di fronte alle decisioni della Corte europea di giustizia, come quella che ha stabilito che la norma polacca sulle pensioni è contraria al diritto europeo, o le iniziative intraprese dal Parlamento europeo sulla Polonia, il Governo di Varsavia non sembra intenzionato a deflettere dalle sue azioni reazionarie. E siccome oltre ai principi universali a far le spese di queste politiche autoritarie sono tutti i cittadini, la società civile polacca continua a mobilitarsi.
Oggi si tiene a Varsavia una marcia promossa da un'ampia fetta della magistratura polacca alla quale ho deciso di partecipare perché, assieme a varie organizzazioni in giro per l'Europa, ho co-promosso un'iniziativa dei cittadini europei per il rispetto dello Stato di Diritto nell'UE preparata dal Movimento europeo di Piervirgilio Dastoli, ma soprattutto perché la tanto proclamata "cittadinanza europea" implica l'essere presenti e attivi là dove la Legge viene violata: calpestare i diritti dei polacchi vuol dire calpestare i diritti di chi vive in Europa - indipendentemente dalla nazionalità.
La manifestazione, convocata dall'organizzazione Iustitia democracja, partirà dalla Corte Suprema e arriverà al Parlamento per denunciare l'attacco sistematico di cui lo Stato di Diritto è vittima in Polonia. Si tratta del primo caso in cui il potere che dovrebbe essere "terzo" per antonomasia si è pubblicamente appellato ai propri colleghi di tutta Europa, ma anche agli avvocati, per denunciare questo gravissimo attacco a uno dei principi cardine della civiltà giuridica occidentale - se questo termine ha ancora un senso visto quel che accade dalle nostre parti.
Una quindicina di anni fa furono gli eurodeputati radicali ad attivarsi a Bruxelles perché l'Italia venisse messa in mora per la violazione dello Stato di Diritto. Il casus partiva dal ritardo nell'elezione di un paio di giudici della Consulta per arrivare alla mancata proclamazione di una dozzina di seggi della Camera dei Deputati, elencando altre "sacche di illegalità costituzionale" rappresentate da quello che Pannella chiamava il "caso Italia". Non si arrivò a una presa di posizione nel merito, ma fu pur sempre una prima volta, anche se in Italia non se ne parlò.
A maggior ragione oggi, che l'UE s'è dotata di uno strumento per la partecipazione diretta dei cittadini, specie in casi in cui le violazioni sono macroscopiche e note all'opinione pubblica continentale, occorre che le denunce siano portate avanti nei "palazzi" e nelle "piazze" con sinergie pan-europee. La manifestazione non prevede adesioni di partiti, ormai una costante conferma di come la politica tradizionale non sia più ritenuta portatrice di interessi pubblici o dotata della reputazione necessaria per promuovere riforme di libertà o giustizia giusta. Tra i convocatori, oltre a Iustitia Polska, Themis Judges Association, Defensor Iuris, Pro Familia, Free Courts, Lex Super Omnia, Family Judges Association.
Gruppi di varia provenienza e orientamento uniti nel pretendere che i trattati internazionali, nella fattispecie quello sul funzionamento dell'Unione europea, vengano rispettati in tutte le loro parti e, se negati, vengano attivati i meccanismi previsti per sanzionare violazioni strutturali della legalità costituzionale e degli obblighi internazionali di uno Stato membro. In quell'occasione rilanceremo anche l'Iniziativa formyrights.eu che chiede un rafforzamento del ruolo istituzionale dell'Agenzia europea per i diritti fondamentali e la creazione di un meccanismo imparziale di valutazione e verifica dell'applicazione del diritto europeo da parte degli Stati membri.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 12 gennaio 2020
Quello che scriviamo e non dovremmo. Potrebbe essere un buon titolo per un film, ma per adesso è solo un consiglio. Attenzione, le conseguenze non sono soltanto personali, professionali, sociali, sentimentali. Possono esserci anche conseguenze giudiziarie.
Quello che scriviamo in chat e non dovremmo. Potrebbe essere un buon titolo per un film, ma per adesso è solo un consiglio. Attenzione, le conseguenze non sono soltanto personali, professionali, sociali, sentimentali. Possono esserci anche conseguenze giudiziarie. Un gruppo WhatsApp è entrato, per la prima volta, in un'aula di tribunale. Se ne sono accorti alcuni genitori di Ferrara: convinti che un'educatrice dell'asilo-nido fosse responsabile di maltrattamenti - una sculacciata a una bimba di due anni - hanno creato un gruppo per cercare altre testimonianze. Da quel momento, ogni episodio di irascibilità, incubi o piccole regressioni dei figli veniva ricondotto alla maestra, subito licenziata.
Durante l'istruttoria, in sede penale, è emerso però che, nel gruppo dei genitori, "qualcuno aveva la tendenza a drammatizzare o esagerare le dinamiche che avrebbero potuto essere anche nella normalità di un asilo". Per il giudice, le chat hanno creato un allarme crescente, creando fenomeni di suggestione. La maestra è stata assolta con formula piena (sentenza 161 del 30 dicembre). Ora potrà chiedere un risarcimento.
Apprendo questo da un commento sul Sole 24 Ore di Marisa Marraffino, brillante avvocata toscana. Ci siamo conosciuti tramite il forum Italians nel 2010, in occasione del suo pirotecnico arrivo a Milano. È stata tra i primi a capire che i comportamenti in rete non sono irrilevanti, dal punto di vista giudiziario; e nuovi strumenti - i social e le chat, soprattutto - avrebbero introdotto questioni nuove, in materia di privacy, reputazione e diffamazione.
Non sono altrettanto perspicaci altre persone che conosco. Spesso persone con esperienza e responsabilità. Per loro, i social sono un parco-giochi. I gruppi WhatsApp, una sorta di zona franca, dove tutto è consentito. Sghignazzare e fare battutacce come adolescenti in libera uscita, o peggio: insultare questo e quello, bestemmiare, sparare battute razziste, trattare le donne come oggetti (con tanto di foto). Una volta si diceva: linguaggio da caserma.
Nelle caserme, oggi, dicono: linguaggio da chat. Che può finire in tribunale: imbarazzando anche coloro che, su quella chat, si sono comportati con buon senso. Suggerisco un doppio esame: di coscienza, e dei nostri gruppi WhatsApp. Ricordando una regola (che ho trasformato nel mio motto professionale): meno è meglio.
La Nuova Sardegna, 12 gennaio 2020
Il ViolaFest, rassegna organizzata dal Conservatorio per ricordare il musicista Pietro Farulli. Il suo nome è legato a quello del Quartetto italiano, celebre ensemble di cui la Nasa volle una registrazione da inserire in un disco da inviare nello spazio per far conoscere i suoni della Terra.
In realtà il violista Piero Farulli, classe 1920 (morto nel 2012) fu molto di più, con quella sua idea della musica non solo come strumento d'elevazione dell'essere umano, ma anche di integrazione sociale.
È nel suo nome che, a cento anni dalla nascita, il Conservatorio di Cagliari, in collaborazione con l'associazione italiana della Viola, propone il ViolaFest, iniziativa ideata e organizzata dal docente di viola del "Da Palestrina", Dimitri Mattu. Da lunedì 13 a mercoledì 15 gennaio saranno tre giornate scandite da masterclass, concerti, conferenze e momenti di approfondimento. Senza dimenticare, come sarebbe piaciuto a Farulli, l'impegno sociale, con un concerto la mattina del 15 nel carcere di Uta.
In occasione del festival è previsto l'arrivo di musicisti con solide esperienze internazionali alle spalle come Naomi Barlow, fondatrice e presidente del Centro sperimentale di musica per l'infanzia, il cagliaritano Giovanni Pasini, che dopo numerose esperienze in giro per il mondo è ora prima viola della Qatar simphony orchestra, sino a Dorotea Vismara, presidente dell'associazione italiana della viola.
"Proporre questa manifestazione è per noi motivo di immenso orgoglio- dice il direttore del "Da Palestrina", Giorgio Sanna- Nel centenario della nascita di un grande maestro che credeva nella diffusione della musica e della didattica proponiamo un calendario di iniziative che prevedono anche momenti di specializzazione gratuiti aperti a tutti". "Questo festival ha un significato culturale e sociale di forte impatto - sottolinea invece il presidente del "Da Palestrina" Gianluca Floris. Il Conservatorio è un presidio democratico e sociale".
Durante la tre giorni sono in programma masterclass gratuite con Dorotea Vismara, Naomi Barlow e Giovanni Pasini. I tre artisti nei giorni del festival saliranno anche sul palco con i professionisti sardi, ma anche con gli allievi di viola che si esibiranno nel concerto finale del 15. Si comincia lunedì alle 10,30 con il primo dei quattro concerti in programma: protagonisti saranno i violinisti Maria Elena Runza e Lucio Casti, il violista Dimitri Mattu, il violoncellista Vladimiro Atzeni, la pianista Angela Oliviero: proporranno musiche di Nino Rota e Anton Webern. In serata si prosegue con un nuovo concerto alle 19, mentre il giorno dopo, alle 18 recital di Giovanni Pasini e Angela Oliviero.
Il violinista Attilio Motzo e il violista Gioele Lumbau saranno protagonisti il 15 mattina del concerto per i detenuti del carcere di Uta mentre in serata, alle 20,30, gran finale con il l'esibizione delle orchestre del ViolaFest dirette da Giacomo Medas.
Ancora: la mattina del 14 è in programma una tavola rotonda tra dirigenti e docenti dei Conservatori e dei licei musicali e delle scuole civiche di musica della Sardegna, con l'obiettivo di rafforzare la loro collaborazione. Danno il loro contributo all'evento anche l'Ente concerti Marialisa De Carolis e l'associazione Incontri Musicali.
di Elisabetta Rosaspina
Corriere della Sera, 12 gennaio 2020
In aereo invece che in barca, subito accolti come rifugiati. Un modello di immigrazione gestito da Sant'Egidio (a costo zero per lo Stato). Escono dal corridoio, entrano in una normalità che avevano dimenticato o che non hanno mai conosciuto. Sono 2.482, in Italia, e non sono più soltanto dei numeri.
Sono una donna del Sud Sudan e i suoi 8 figli, di cui la primogenita incinta. È il bebè siriano di undici mesi al quale i chirurghi dell'ospedale Bambin Gesù di Roma hanno trapiantato il fegato appena in tempo prima che morisse. È la coppia di studenti universitari, lei biologa lui architetto, che stanno mettendo i loro cervelli al servizio del Paese che li ha accolti. Anzi, del Paese che è andato a cercarli nel tugurio dove sopravvivevano in Libano, un giorno dopo l'altro in attesa di nulla o, peggio, di un gommone sul quale attraversare il Mediterraneo e forse morire.
Noor, siriana, adesso fa ricerca sulla fibrosi cistica in un ospedale romano. Ad Assan, suo marito, mancano tre esami per la laurea italiana in architettura. Poco tempo dopo l'hanno raggiunto in Italia il padre e la sorella, Kamila, archeologa, che ora ha finito gli esami all'Università Federico II di Napoli e sta preparando la sua tesi. Non hanno più la mamma, ma a Roma c'è qualcuno orgoglioso dei loro progressi come se lo fosse: Daniela Pompei, responsabile del servizio migranti e integrazione della Comunità di Sant'Egidio, vive ogni successo dei suoi beniamini con l'emozione e il compiacimento di un parente stretto.
Le vacanze di Daniela - Quando nell'estate del 2014, dopo mesi di esplorazione con un gruppo di esperti giuridici nei meandri della legislazione europea, ha scovato l'articolo 25 del Regolamento (CE) n. 810/2009, una clausola trascurata che autorizza i paesi dell'Unione a rilasciare visti umanitari "a territorialità limitata" (validi soltanto per il paese che li emette), Daniela ha capito di non aver sprecato le sue vacanze.
E per migliaia di ancora inconsapevoli profughi siriani, afghani, somali, eritrei, yemeniti, sud sudanesi si è profilata l'unica rotta legittima e sicura per lasciare tende e scantinati in Libano, in Etiopia o a Lesbo, in Grecia, capolinea della loro fuga da guerre e massacri. I corridoi umanitari. Una migrazione a norma di legge. Mutuata recentemente anche da Belgio, Francia e Andorra.
Per ottenere ciò che spetterebbe loro comunque, i profughi non devono passare attraverso i taglieggiamenti e le violenze di scafisti e trafficanti, nè rischiare di affogare nel Mediterraneo: "Arrivano in aereo a Fiumicino con un visto regolare per l'Italia rilasciato prima della partenza - puntualizza Daniela Pompei -. Appena atterrati chiedono asilo politico alla polizia di frontiera e in pochi mesi la situazione viene definita. Nel 98,8% dei casi lo status di rifugiati è stato riconosciuto dalle commissioni territoriali".
Le cifre - Ancora qualche cifra. Secondo i dati di Sant'Egidio, il 92% dei profughi è costituito da famiglie, e i bambini rappresentano il 40%. Il 64% è di religione musulmana, il 33% cristiana. Il 25% era in condizioni di salute molto critiche, tre persone erano così malate da non riuscire a sopravvivere, ma in compenso ci sono state 15 nascite e vari matrimoni. Ad accoglierli sono stati 94 comuni di 17 regioni italiane, con in testa rispettivamente Roma e il Piemonte.
Costo per le casse dello Stato: zero. I corridoi umanitari dall'Etiopia, comprese accoglienza e integrazione, sono finanziati, oltre che dai benefattori di Sant'Egidio, da una parte dell'8 per mille incassato ogni anno dalla Conferenza Episcopale Italiana; e, quelli dal Libano, da parte dell'8 per mille della Tavola Valdese.
Il primo - "È stato il Papa ad aprire il primo corridoio umanitario da Lesbo" ricorda Daniela Pompei. Era la primavera del 2016 e, dopo essersi congratulato durante l'Angelus con Sant'Egidio per l'iniziativa, il Pontefice aveva contattato la Comunità: era in partenza per visitare il campo profughi dell'isola greca e intendeva portare in Italia qualche famiglia. Daniela lo precedette e individuò tre famiglie, in tutto 21 siriani, nove dei quali sono saliti sull'aereo papale di ritorno a Roma il 12 aprile. Gli altri li hanno raggiunti poche settimane dopo.
"Tutto ciò è stato reso possibile dal protocollo d'intesa firmato nel dicembre 2015, e rinnovabile ogni due anni, con il ministero degli Interni e quello degli Esteri, dopo un anno di laboriose trattative". L'accordo raggiunto prevede che i promotori dei corridoi umanitari siano "sponsor" o garanti dell'accoglienza dei profughi almeno fino al riconoscimento del loro diritto d'asilo.
Il benestare del governo - "I tecnici dei ministeri si erano opposti all'inizio, ma il presidente di Sant'Egidio, Marco Impagliazzo, il moderatore della Tavola Valdese, Eugenio Bernardini, e il presidente della Federazione delle Chiese Evangeliche hanno scritto all'allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni e il negoziato è proseguito", fino al benestare di Gentiloni e di Angelino Alfano, allora ministro degli Interni nel governo di Matteo Renzi. "Siamo partiti con la richiesta di duemila visti, abbiamo chiuso a mille - rammenta Daniela Pompei -. Il primo volo verso l'Italia è partito nel febbraio 2016".
Se già salire su quell'aereo era una vincita alla lotteria per quanti lasciavano l'affollato campo di Tel Abbas nel nord del Libano, il dispiegamento di energie per ospitarli assomiglia a un miracolo: "Non soltanto strutture, associazioni e parrocchie. Si sono mobilitati famiglie e privati - racconta Daniela -. Una maestra elementare in pensione, che vive al sud ma insegnava in Toscana, ha messo a disposizione l'appartamento acquistato a Lucca con i suoi risparmi. E non è la sola. Molti connazionali hanno chiamato da tutta Italia offrendoci in comodato gratuito la loro seconda casa".
Li ripagherà sapere che i loro sforzi producono risultati al di sopra delle aspettative. Quasi 400 dei loro ospiti già lavorano stabilmente e gli altri studiano o prestano servizio civile.
di Angela Ricci
Il Manifesto, 12 gennaio 2020
Nei container-prigione dell'isola di Lesbo, tra psicofarmaci e muri, vivono 21 mila persone che chiedono di entrare in Europa. La maggior parte è afghana. Ieri l'ultimo tentativo di approdo finito in naufragio ha causato almeno 12 vittime. Ancora una tragedia dei migranti ieri nel mar Egeo, con il naufragio di un'imbarcazione che ha causato la morte di almeno 12 migranti, tra cui alcuni bambini. Ci sono 21 superstiti, salvati dalla Guardia Costiera che precisa che le operazioni di salvataggio continuavano a sud est dell'isola greca di Paxi, ma ci sarebbero anche molti dispersi, pochissime le speranze di trarli in salvo, perché a bordo dell'imbarcazione ci sarebbero stati almeno 50 migranti, alcuni dei quali pare fossero afghani. Secondo Unhcr, l'agenzia Onu che si occupa dei rifugiati, nel 2019 sono stati 74.500 i migranti passati dalla Turchia alla Grecia, molti finiti sulle isole, in particolare a Lesbo.
E infatti a Lesbo c'è una giungla, la stessa di Calais. Umanità alla deriva, come nel Mediterraneo. Un vero inferno, a 2.000 chilometri da Bruxelles. "Non abbiamo acqua, non abbiamo elettricità. Moria problem!".
Così i ragazzini dell'enorme campo profughi, nell'isola greca di fronte alla Turchia, che hanno guidato la protesta nei giorni scorsi mentre gli adulti andavano a recuperare legna fra gli ulivi per garantirsi, almeno, il minimo di calore e luce durante la lunga notte che non passa mai.
Gli attivisti del Nord Est e i volontari di Lesvos Calling (fra cui Stefano Ferro, consigliere comunale di Coalizione Civica a Padova) sono tornati a Moria all'insegna della solidarietà espressa anche riempiendo furgoni con i generi di prima necessità.
Alle donne e alle ragazze è stato consegnato il "kit" con assorbenti biodegradabili, detergente e abbigliamento intimo: la campagna di finanziamento dal basso a sostegno dell'iniziativa, gestita da Banca Etica, aveva superato i 4 mila euro.
La situazione a Moria sta continuando a deteriorarsi, giorno dopo giorno. È entrata in vigore la nuova legge del governo di Atene e si ripetono, soprattutto all'alba, i rastrellamenti della polizia greca "a caccia" di chi non ha documenti o è stato "bocciato" (spesso senza nemmeno saperlo) nella richiesta di asilo.
I container-prigione all'interno della "zona rossa" - protetta da muri e filo spinato - sembrano ormai più che sovraffollati. E gira la voce incontrollabile di un suicidio e di episodi di autolesionismo fra chi rischia il rimpatrio o, peggio, il respingimento in Turchia. "Rispetto alla mega-tendopoli di Idomeni nel 2016, nelle isole dell'Egeo le condizioni sono vieppiù peggiorate", sottolinea Marco Sirotti di Melting Pot Europa, "È impossibile non vedere quanta droga gira nel campo, insieme agli psicofarmaci prescritti con ricetta dagli operatori della zona controllata istituzionalmente. E se al confine fra Grecia e Macedonia i migranti erano bloccati sul binario ferroviario da un confine presidiato, a Moria la loro prospettiva è solo l'isolamento in una sorta di lager dove si aspetta da anni un destino che lascia indifferente l'Europa".
In poche settimane, le tensioni si sono moltiplicate. Dietro i "mercatini" di una città straniera a pochi chilometri da Mitilene, la capitale dell'isola, c'è il racket che controlla la vendita dei bancali come la prostituzione minorile. E se le Ong di mezzo mondo si sforzano di offrire sopravvivenza in una gigantesca catastrofe umanitaria, i pasti "ufficiali" vengono distribuiti in vere e proprie gabbie oppure mancano le cure mediche più elementari specialmente ai neonati.
"The jungle is for animals, not for humans", ripetono gli abitanti del campo di Moria. Aegean Boat Report (fondata nell'estate 2015 dal norvegese Tommy Olsen) contabilizza nelle statistiche di fine anno 26.974 arrivi a Lesbo, a bordo di 726 imbarcazioni: nel 2018 i migranti approdati erano stati 14.969 con 371 fra gommoni e piccole barche.
La guardia costiera turca nel 2019 - in base all'accordo con l'Unione europea - ha bloccato nel Mar Egeo altri 3.140 migranti all'inizio della traversata, su 973 imbarcazioni. In totale sono 21mila i migranti nel campo di Moria che chiedono - molti da più di due anni - di entrare in Europa. La costa di Skala Sikamineas è un paesaggio eloquente: bottigliette di plastica, relitti dei gommoni, giocattoli, indumenti, giubbotti di salvataggio. E il mare quotidianamente restituisce pezzi del puzzle di storie, vite, identità che hanno sfidato le onde nell'ultima tappa della lunga fuga.
Sulla cima del monte, un ex caseificio abbandonato è stato trasformato in centro di prima accoglienza: aree protette, un piccolo ambulatorio, il magazzino di vestiario. Nei giorni scorsi l'associazione Lighthouse Relief ha potuto contare sull'aiuto della delegazione italiana per poter rimettere in funzione la warehouse che era stata bersaglio di una serie di vandalismi. Il bollettino di dicembre pubblicato da Lighthouse Relief (che garantisce soccorso e assistenza durante gli approdi dei gommoni lungo la costa nord di Lesbo) parla di 2.034 persone, di cui 525 bambini e 210 minori non accompagnati.
Fino a Moria, è arrivato anche un ex soldato iraniano. Ha disertato dopo aver combattuto le truppe di Daesh. Si ritrova la cicatrice nel ventre squarciato da una lama. E con mille peripezie alle spalle nella lunga Odissea comune a chi fugge dal Medio Oriente fatica a capire com'è la sua nuova vita in quest'angolo di Europa. Deve soprattutto nascondersi, più invisibile degli altri invisibili del campo che dall'autunno si è allargato a dismisura.
La netta maggioranza dei migranti riproduce in terra greca le diverse etnie dell'Afghanistan. Gli ultimi arrivati hanno "colonizzato" un'intera collina di ulivi, dove si accumulano montagne di rifiuti che per altro contrappuntano l'intero campo di Moria. Paradossalmente, proprio gli afgani rischiano di essere rimpatriati in quello che è definito come "Paese sicuro". Alcune famiglie occupano i container Unhcr, ma molti uomini e ragazzi sono costretti in tenda con l'inverno che avanza.
Curdi, siriani, iracheni cercano di riprodurre le rispettive comunità. Non mancano gli africani che si riuniscono anche in preghiera, ma che a volte innescano scintille di risse. Si ritrovano tutti insieme in fila davanti al compound della burocrazia biblica, cui sono affidate le pratiche di asilo sempre più spesso sprovviste di un'effettiva assistenza legale (in particolare nel caso dell'unico ricorso possibile).
"Noi continuiamo a lavorare con i migranti, anche nelle assemblee e nei luoghi in cui sono loro i veri protagonisti: corsi di ogni genere, laboratori creativi, ristorazione, spazi di inclusione", racconta una giovane turca che ha dovuto (e scelto) di vivere a Lesbo, "Mosaik, Medici senza frontiere o Hope Project lo dimostrano. I migranti qui non sono soltanto individui invisibili che hanno accettato il loro destino tragico e aspettano l'aiuto degli occidentali. Fra Natale e Capodanno, non sono mancati momenti di festa con tavole aperte offerte dai greci". E a Moria torneranno presto gli attivisti e i volontari del Nord Est, che a febbraio saranno anche lungo la rotta balcanica di quest'esodo biblico verso l'Europa.
di Elisa Chiari
Famiglia Cristiana, 12 gennaio 2020
Se un Governo limita l'indipendenza della giurisdizione nel cuore dell'Europa, il tema non è "interno", interessa i cittadini di tutta l'Unione, perché c'è di mezzo la democrazia e l'uguaglianza delle persone davanti alla legge. L'11 gennaio 2020 i giudici polacchi si sono dati appuntamento in piazza per una marcia silenziosa a Varsavia. Denunciano, in mezzo all'Europa, un'involuzione riguardo al tema, cruciale per ogni sistema che voglia definirsi democratico, dell'indipendenza della magistratura.
"Assistiamo", scrivono nell'appello che convoca la manifestazione, "ad un'ulteriore involuzione della crisi sistemica dello stato di diritto in Polonia, innescata da riforme che hanno gravemente compromesso l'indipendenza del sistema giudiziario e del suo sistema di governo autonomo. Dopo la pronuncia della Corte di Giustizia dell' UE del 19 novembre 2019 e quella della Corte Suprema di Polonia del 5 dicembre, che ha ritenuto il Consiglio di Giustizia (Krs) organo non indipendente, il Governo polacco ha presentato un progetto di legge che limita gravemente la libertà dei giudici, sia nell'attività giurisdizionale che in quella associativa: sono previste gravi sanzioni disciplinari (fino alla destituzione) per i giudici che daranno attuazione ai principi della sentenza della Corte di Giustizia e in relazione agli obblighi di dichiarare l'appartenenza ad associazioni o a valutazioni critiche espresse sull'operato di altre Istituzioni. Inoltre, le decisioni che riguardano i tribunali e i giudici sono trasferite ai Presidenti di tribunale direttamente nominati dal Ministro della giustizia".
Sembra tutto molto lontano, ma nel momento in cui tutto questo avviene e non è la prima volta - anche in Ungheria ci sono state spinte nella stessa direzione - nel cuore dell'Unione europea ci riguarda tutti. Lo stesso tema dell'indipendenza della magistratura che ci può sembrare astratto ci riguarda come cittadini europei e dunque anche italiani.
Si tende forse distrattamente a pensare all'indipendenza della magistratura come a un privilegio di categoria, in realtà quell'indipendenza - interna del singolo giudice riguardo ai rapporti gerarchici all'interno della sua istituzione, ed esterna del terzo potere rispetto agli altri due e soprattutto ai Governi - è ciò che più ci garantisce come cittadini uguali davanti alla legge.
L'indipendenza, formale e sostanziale, dell'organo chiamato a giudicare e a giudicarci, il fatto che non possa essere condizionato dall'esterno, spostato a piacimento di qualcuno, ricattato in termini di carriera, è ciò che ci consente di non essere, citando Orwell, "meno uguali degli altri" in giudizio quando a ledere i nostri diritti è un potente, un ente economicamente più grande di noi. E tanto più deboli siamo singolarmente, tanto più dobbiamo difendere quell'istituto dell'indipendenza della giurisdizione, che sempre, nel civile e nel penale, agisce a garanzia della parte più debole.
La storia dei sistemi democratici, e segnatamente delle democrazie pluraliste occidentali, anche in linea teorica procede in direzione del rafforzamento dell'indipendenza della giurisdizione. In quella direzione vanno i principi base delle Nazioni unite del 1985, ribaditi ed esplicitati nella Carta Europea sullo Statuto del Giudice del Consiglio d'Europa del 1998.
È del 2000 la raccomandazione del Consiglio d'Europa che pone il problema di garantire l'indipendenza effettiva del Pubblico Ministero, indicando di fatto il modello italiano dell'indipendenza dell'Ufficio di procura, come un ideale cui tendere nell'ottica di una sempre maggiore armonizzazione dei sistemi giudiziari dell'Unione. Nella Rome Charter, approvata dal Consiglio consultivo dei Pubblici ministeri europei nel 2014, si afferma che: "L'indipendenza e l'autonomia dell'ufficio di Procura costituisce un corollario indispensabile dell'indipendenza della giurisdizione".
Se la teoria della separazione dei poteri è nota fin dal Settecento, teorizzata da Montesquieu, la sua attuazione subisce continue spinte controspinte, nella tentazione mai sopita dei poteri esecutivi di rivendicare una libertà governare svincolata da lacci e lacciuoli, che quasi sempre si accompagna all'accusa di "supplenza" (volendo dire "sconfinamento") da parte terzo potere e che nella sua versione estrema porta alla pretesa di Governi con pieni poteri, al di sopra di ogni legge. Di solito sono i Governi sotto cui i cittadini non vivono liberi, che l'Europa ha conosciuto e che farebbe bene a non dimenticare, se vuole restare un'istituzione - con una storia di diritti e di libertà da preservare e in cui riconoscersi - capace di garantire i suoi cittadini.
di Andrea Tarquini
La Repubblica, 12 gennaio 2020
Migliaia di persone con loro per dire "no" alla legge che sottopone la magistratura al controllo del governo. Almeno un migliaio di giudici polacchi hanno aperto il corteo sfilando in toga. Al loro fianco, magistrati italiani, tedeschi, francesi, spagnoli, venuti in tutto da una ventina di Paesi dell'Unione europea. La "marcia delle mille toghe" ha percorso in silenzio oggi pomeriggio il centro di Varsavia. Con almeno 25mila partecipanti.
È stata la più importante manifestazione a livello europeo per difendere l'indipendenza della magistratura, gravemente minacciata dalle nuove leggi del governo di maggioranza sovranista al potere dall'autunno 2015 nel più grande paese orientale membro di Ue e Nato. La legge approntata dal partito di governo PiS (nazionalpopulista, sovranista ed euroscettico) e approvata lo scorso mese dalla Camera polacca istituisce un forte controllo politico sulla magistratura e secondo la Ue non rispetta i Trattati europei. Potrebbe ancora essere bocciata al Senato, dove l'opposizione ha una debole maggioranza.
"Diritto alla nostra indipendenza", "Diritto all'Europa", si leggeva negli striscioni tenuti dai giudici. Il presidente di Iustitia, l'associazione dei magistrati polacchi che ha promosso la marcia, Krystian Markiewicy ha detto all'agenzia Reuters: "Non siamo abituati a scendere in piazza in toga per difendere il diritto di ognuno ad avere la garanzia di una giustizia indipendente, ma abbiamo deciso di organizzare la manifestazione per proteggere i cittadini".
Presenti anche molti magistrati italiani della Anm, e di Magistratura democratica e di altre organizzazioni. "Chiediamo la creazione di un sistema di monitoraggio del rispetto dei valori dello Stato di diritto", ha dichiarato Marco Cappato, presidente dell'Associazione Luca Coscioni, aggiungendo: "Le aggressioni contro i magistrati polacchi non sono solo un problema interno del Paese, ma un attacco alla libertà di tutti i cittadini europei".
Dunja Mijatovic, commissario ai diritti Umani del Consiglio d'Europa, denuncia la legge come "strumento per far tacere ogni voce critica dei giudici". La Corte suprema polacca ha ammonito che "se entrerà in vigore, ci farà uscire dalla Ue". L'esecutivo ha detto che "la riforma mira solo a rendere la giustizia più efficiente", accusando i giudici, "cui non spetta far politica e marciare in piazza". Dura risposta del giudice irlandese John McMenamin al corteo delle mille toghe: "Non ci schieriamo in politica, difendiamo lo Stato di diritto".
di Mahya Karbalaii
L'Espresso, 12 gennaio 2020
Da quando sono cominciate le sanzioni i prezzi sono folli. A causa dell'aumento dei costi crollano i matrimoni, le cure dentistiche, gli sport. Lo scontro aperto coinvolge un Paese già stremato dalle sanzioni. E anche in questi giorni drammatici sembrano essere le preoccupazioni economiche in cima ai pensieri degli iraniani.
In Fadak Boulder Hall, Shiva inizia ad arrampicarsi su una via. Prima sistema le dita della mano destra su un appiglio e poi quella di sinistra. Avvicina il suo corpo al muro, premendo le dita dei piedi su due mini-appoggi. In una frazione di secondo, lancia il suo corpo magro ma muscoloso verso l'alto e afferra un appiglio. "Brava! Sei un mostro!", gridano le altre ragazze nella sala per incoraggiamento.
Tre giorni alla settimana la Fadak Boulder Hall in Piazza di Tajrish, a nord di Teheran, è riservata esclusivamente alle donne. Negli altri giorni della settimana, tranne il venerdì che è festivo, possono allenarsi gli uomini. Con la separazione dei sessi, le ragazze possono esercitarsi in top e pantaloncini. Arrampicarsi è diventato molto popolare negli ultimi anni, anche perché Teheran è circondata da montagne che offrono luoghi meravigliosi per scalare. Per la preparazione o durante l'inverno, tanti però si arrampicano nelle palestre.
"Da quando che le sanzioni sono tornate, le attrezzature per l'arrampicata sono diventate talmente costose che quasi nessuno può più iniziare", spiega Nasreen Abdolrahimi, 34enne, Campionessa asiatica di Ice e Dry Tooling. "Mentre un anno fa un paio di scarpe da arrampicata straniere costava 7 milioni di Rial (150 euro) oggi ne costa 40 milioni (circa 850 euro). Ora per 7 milioni di Rial puoi trovare solo un marchio iraniano. Ho acquistato la mia ascia per l'arrampicata su ghiaccio nel 2017 per 15 milioni di Rial. La stessa ascia oggi costa 180 milioni di Rial. I prezzi sono così folli, che cominciare questo sport oggi è assolutamente impossibile".
Nasreen, che si arrampica sin dalla bambina, lavora come allenatrice da 15 anni. "Nella nostra sala boulder, abbiamo avuto un'idea per far praticare più possibile questo sport: quando i ragazzi acquistano un nuovo paio di scarpe, chiediamo loro di donare le loro vecchie scarpe alla palestra. In questo modo, i nuovi arrivati possono iniziare l'allenamento senza i costi iniziali dell'attrezzatura".
Sebbene questa geniale idea abbia aiutato molti giovani a provare il Boulder, meno persone possono permettersi l'ingresso alla palestra, visto che la situazione sta diventando più dura in Iran. "Abbiamo sicuramente meno di metà delle iscrizioni rispetto a un anno fa", continua Nasreen, "Diverse persone hanno perso il lavoro e quindi non possono permettersi di pagare per lo sport o molti di loro lavorano su due turni o più ore e non hanno tempo di venire in sala". Shiva, che ha già fatto Top sulla via, si toglie le sue scarpe di marca La Sportiva. È un dentista e lavora in due ambulatori; uno nel centro della città e l'altro nel nord, il quartiere dei benestanti. Nei giorni in cui lavora al nord, viene ad arrampicarsi prima o dopo il lavoro, a seconda dei suoi turni. Con 18 anni di esperienza, guadagna molto più della media in Iran, ma anche il suo settore è influenzato dalle sanzioni, così come le sue entrate.
"I prezzi dei materiali per l'odontoiatria aumentano di settimana in settimana", spiega Shiva, "fino a due anni fa potevamo effettuare grandi ordini di materiale, oggi a causa dell'inflazione, i fornitori non lo accettano. Ad esempio, la scatola per l'anestesia del carpool costava 750 mila rial; oggi costa 4,5 milioni di rial. Il dental bonding ora costa 8 milioni di rial, mentre prima ne costava 3. I prezzi dei compositi si sono quadruplicati".
Sebbene Shiva e il suo partner provino a mantenere le loro tariffe più basse possibile per non perdere molti clienti, non c'è quasi nessuna richiesta di cure non essenziali come lo sbiancamento dei denti o l'ortodonzia. "Le persone ora vengono solo per problemi urgenti. Per adulti e bambini la situazione è diversa: mentre a volte gli adulti cercano di usare antidolorifici per un po', non esitano a portare i loro figli non appena hanno dolore a un dente. Tuttavia, anche qui vedi un cambiamento: oggi, si limitano solo a dove c'è un dolore e pospongono il fissaggio di un altro dente a quando c'è un vero problema".
Effettivamente le sanzioni stanno cambiando i modelli di consumo in vari settori. L'Iran è il secondo mercato più grande di cosmetici in Medio Oriente, dopo l'Arabia Saudita. Ma adesso i saloni di bellezza sono frequentati solo dalle famiglie ad alto reddito e per servizi che non possono fare da soli, come il taglio dei capelli.
Le cerimonie nuziali in Iran sono normalmente grandi feste in cui gli sposi spendono molti soldi per la preparazione in cosmetici e in abiti. "Anche in questo settore abbiamo meno clienti", si lamenta Fariba. "Se un anno fa, in un mese avevamo in media 15 spose, adesso abbiamo a malapena una sposa al mese". In realtà con la situazione che peggiora, tanti cercano di emigrare dal paese. Ma ci sono anche alcuni che cercano di sfruttare la mancanza di concorrenti e la crescente domanda per i prodotti che ora non entrano dall'estero.
"Le sanzioni hanno diversi effetti negativi nel breve periodo", spiega Ahmad Sadeghian, fondatore e membro del consiglio di amministrazione della società Tak Makaron, uno dei maggiori produttori di pasta in Iran, "Ma hanno anche buoni effetti a lungo termine. Se non abbiamo accesso ai mercati esteri per acquistare determinati beni, alla fine impareremo a produrli".
La carenza di materie prime straniere e anche i loro prezzi più elevati ha portato diversi produttori a sostituire le loro esigenze con la produzione locale. Questa nuova tendenza incoraggia i produttori locali a migliorare la loro qualità al fine di costruire un rapporto più forte con i loro nuovi clienti. "Il mercato dei prodotti iraniani è diventato abbastanza competitivo ora", continua Sadeghian, "inoltre, per far fronte alla nuova situazione economica, molte aziende iraniane hanno capito che se vogliono sopravvivere, devono gestire i propri costi. Alcuni anni fa, le persone potevano gestire la propria attività con minore attenzione alle spese. Tuttavia le recenti difficoltà li spingono a diventare più efficienti. Ciò spiega anche in parte perché alcune aziende hanno licenziato la forza lavoro in esubero".
La necessità di modernizzare i metodi di gestione attira alcuni consulenti dai paesi sviluppati da parte di tante aziende iraniane. Tak Makaron è un esempio che ha assunto degli esperti dal Belgio per poter produrre una farina di migliore qualità. "Attualmente i nostri consulenti vivono nella città di Yazd", afferma Sadeghian, "e trovano l'Iran pieno di potenzialità. Conosco altri consulenti stranieri in altre società. Puoi sempre trovare alcune persone nel mondo, che la pensano diversamente. Se dobbiamo imparare e migliorare, perché non dovremmo usare questi esperti?".
Ma, naturalmente, non è facile trovare quei manager che sono disposti a vedere il lato dinamico dell'Iran. "Durante l'ultimo periodo delle sanzioni, molti paesi partecipanti hanno perso un mercato considerevole", dice Alireza Kolahi Samadi, membro del Board of Representatives della Camera di commercio di Teheran. "Ad esempio la produzione dei pezzi d'auto: per decenni, i produttori iraniani sono stati affezionati ai prodotti tedeschi, ma durante le ultime sanzioni, siamo stati costretti a trovare queste parti altrove. Anche se inizialmente avevamo paura del mercato cinese, gradualmente lo abbiamo capito sempre meglio. Alla fine abbiamo identificato i produttori di qualità e stabilito una solida relazione con loro. Con la revoca delle sanzioni nel 2015 in alcuni settori non avevamo più bisogno di prodotti europei. Lo stesso scenario può ripresentarsi. Le collaborazioni con gli indiani si stanno sviluppando molto bene ora. Se sostituiamo i produttori europei, perché dovremmo cambiare in seguito?".
"Ogni paese desidera vivere in pace", continua Kolahi, "Ma ciò che in realtà gli Stati Uniti stanno imponendo a tutto il mondo, si basa solo sul loro potere economico. Bisogna chiedersi quanti dei movimenti statunitensi e le loro politiche estere sono legali a livello internazionale". Le industrie iraniane hanno imparato diverse lezioni dalla guerra di otto anni contro l'Iraq e dall'ultimo periodo di sanzioni nel 2012. L'Iran è un paese giovane con il 60% della popolazione di età inferiore ai 35 anni. Molti di questi giovani hanno un titolo universitario. Nel 2016, quasi cinque milioni sono stati scritti nelle università.
Ma oggi c'è la possibilità che l'Iran perda questi giovani. Non ci sono statistiche ufficiali su quanti iraniani lascino definitivamente il paese ogni anno. Ma secondo Hossein Abdoh Tabrizi, l'economista ed ex-Segretario Generale della Security and Exchange Organization of Iran, già nel 2018 1,5 milioni degli iraniani stavano aspettando il loro visto di emigrazione solo per il Canada e l'Australia.
Questa cifra equivale al 2% della popolazione totale e al 4 per cento di quelli di età inferiore ai 30 anni. Resta ancora sconosciuto quanti iraniani abbiano chiesto di emigrare in altri paesi e quanti richiedano asilo. Tuttavia, l'amarezza di questo movimento può essere sentita in uno scherzo che gli iraniani si raccontano: "La situazione nel paese è diventata tale che tranne Reza Pahlavi, il figlio dello Scià, che vive in America ma vorrebbe ritornare, tutti gli altri cercano di andarsene via".
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 12 gennaio 2020
Ora l'Iran ammette l'abbattimento del Boeing che ha provocato la morte di 176 civili anch'essi iraniani, molti con doppia nazionalità. Dopo l'intervento della guida suprema Khamenei che aveva chiesto "una indagine onesta e la verità" erano state consegnate a Kiev le scatole nere, e ora l'ammissione: "È stato un errore". Rialzano la voce sui duri del regime sotto tiro per l'assassinio di Soleimani, i moderati come il ministro degli esteri Zarif e e il premier Rohani che accusano: "I colpevoli pagheranno" e definiscono "imperdonabile" l'abbattimento. È quasi una resa dei conti. Anche perché è una specie di auto-bombardamento, per ora molto più pesante in termini di sangue di ogni ritorsione possibile che poteva arrivare da Trump.
Così, mentre il potere a Teheran anche per effetto dell'abbattimento del Boeing è sotto accusa e torna in piazza la protesta studentesca perfino al grido "Khamenei vattene", a Washington lo psycho presidente canta vittoria su tutti i fronti e mette in un angolo la timida protesta dei democratici, quasi archiviando il voto sul veto ai poteri di guerra presidenziali.
È lo stesso Trump del quale non riusciamo a dimenticare il ghigno furbastro, quando dopo avere annunciato dure risposte all'attacco pur "telefonato" dei missili iraniani contro la base in Iraq, ha detto con smorfia malcelata: "Qualcuno si è sbagliato", parlando del disastro del Boeing. Era quasi sorridente lo staff militare che gli stava intorno Casa bianca.
In un colpo solo, dopo l'uccisione di Soleimani, la risposta di Teheran - con tanto di informazione a Iraq e Usa del lancio dei missili - era senza vittime americane e allo stesso tempo gli iraniani si sono colpiti da soli "per errore". Poi ieri la verità e la sequela di orrore mediatico, non bastasse quello vero, che mette sotto accusa la sola "barbarie" iraniana che abbatte un aereo civile.
Quasi a voler dimenticare che la gerarchia della guerra, nella fattispecie americana, ha passate e presenti responsabilità - anche perché uccidere Soleimani, il numero 2 iraniano e leader in pectore del Paese, vuol dire dichiarare guerra all'Iran e di fatto dichiararla "zona di guerra". E poi come si può dimenticare l'abbattimento di un aereo civile iraniano con 290 persone a bordo (66 erano bambini) sui cieli dello stretto di Hormuz da parte di due missili della nave Vincennes nel 1988 contro quello che "per errore" l'aviazione Usa definiva un aereo militare. Nelle parole del presidente Ronald Reagan era stato "un atto di autodifesa verso quello che si credeva fosse un aereo militare iraniano", anche allora in una zona di guerra, dichiarata tale da Washington che contro lo "Stato canaglia" avevano armato l'allora "nostro" Saddam Hussein.
Uno stile, non dell'errore ma dell'"orrore umano" per il quale non c'è giustificazione che tenga, ma che a quanto pare viene fatto proprio anche dai militari e dai pasdaran di Teheran.
Perché quell'aereo o è stato scambiato per un inizio di raid aerei Usa contro obiettivi nella capitale iraniana; oppure - peggio e davvero sarebbe molto più criminale - è stato abbattuto perché tornando in difficoltà di volo all'aeroporto di partenza, rischiava di precipitare mettendo a repentaglio obiettivi militari sensibili.
Ecco che si riaprono troppe "zone di guerra" nella crisi iniziata con la scellerata eliminazione di Soleimani, l'uomo che ha guidato la campagna contro l'Isis in Siria e già interlocutore per gli stessi Stati uniti in molte aree di conflitto come l'Afghanistan. Senza dimenticare l'Iraq e la Siria dove non è ancora finita: ora a Baghdad manifestano perché vogliono un Paese non più sotto il gioco di Stati uniti e Iran; a Idlib invece Stato islamico e al-Qaeda festeggiano l'uccisione di Soleimani.
Non esistono più, se mai sono esistiti, obiettivi solo militari nella guerra. Nella modernità, almeno a partire dalla guerra civile americana, il poeta e scrittore Herman Melville testimoniò l'invenzione di cannoni e bombe al solo scopo di incendiare le città. Tanto più con la nuova guerra hi-tech con protagonisti computer e droni. Del resto le guerre "umanitarie" occidentali hanno avuto come scopo non dichiarato - è bastato chiamare le vittime civili "effetti collaterali" - di terrorizzare le popolazioni, trasformarle in fuggiaschi, spingerle a rivoltarsi e così isolare politicamente i governi nemici.
La "zona di guerra" nella globalizzazione dei conflitti trova una sanguinosa legittimità. Le consuetudini civili, la vita di tutti i giorni, le vie sotto casa e perfino il divertimento - a Teheran così si devono sentirsi anche grazie a Trump - in città, paesi e coste dove brulicano micidiali basi militari nascoste da parchi e boschi, sono a nostra insaputa da tempo diventate zone di guerra. Varrebbe la pena o no lavorare per la costruzione di "zone di pace"?
di Floriana Bulfon
L'Espresso, 12 gennaio 2020
"Per noi è come stare in prigione". Nei campi profughi continuano gli arrivi. Mentre la guerra in Siria continua e si dimentica la speranza di tornare a casa. Marea ha nove anni ed è barricata in tre metri per due di plastica bianca. Fuori una distesa di vite incagliate in un mare di fango. Marea però non le vede.
Chiude gli occhi e trema ogni volta che il vento scuote la tenda aprendo uno squarcio luce. È così da quando lo scorso ottobre nel suo giardino ha visto "il cielo piangere". Lo chiama così l'attacco turco che ha distrutto la sua casa a Qamishli in Siria. Da allora il suo mondo s'è chiuso in questa monade, d'unità assoluta e minimale. Settore D, n° 24 del campo rifugiati di Bardarash, nel nord est del Kurdistan iracheno.
È qui insieme a 10mila persone, in una terra dove i profughi si stratificano. L'ondata di curdi siriani cacciati da Recep Tayyip Erdogan e abbandonati dagli americani, si aggiunge a quella dei compatrioti iracheni scampati dalla furia di Daesh. Solo in questa provincia i campi che ospitano il popolo in fuga sono una ventina.
E ogni volta che la situazione sembra assestarsi, una nuova emergenza mette a dura prova il paese. A Bardarash avevano già iniziato a smontare, convinti che tutto fosse finito e invece si ricomincia e c'è persino chi come Ahmed vive un eterno ritorno: "Ho quindici anni ed è già la seconda volta che faccio avanti e indietro dalla Siria".
L'Organizzazione internazionale delle migrazioni nel 2008 parlava di un numero di sfollati interni "senza precedenti". Erano oltre 2 milioni. Oggi è ancora peggio: si sono aggiunti altri 230mila rifugiati come Ahmed e Marea. Sovrapposti l'uno sull'altro, mutano l'essere e lo stare mentre niente attorno sembra cambiare. Si muovono a tentoni cercando di inventare una quotidianità. C'è chi vende banane e sigarette portando le ceste di plastica al collo e chi come Ibrahim difende i libri dalla pioggia. "Avevo appena superato il test per accedere alla scuola di inglese. Mi ero impegnato tanto, invece ora non potrò inscrivermi", spiega.
Una donna gira tra le pozzanghere con una cartellina piena di fogli. "Non riesco a fargli usare altri colori. Solo il rosso e il nero. Questi bambini hanno paura delle luci e dei rumori perché pensano ai bombardamenti, vivono un senso di smarrimento". Anna Pelamatti è una psicologa e lavora per l'ong italiana Aispo, legata all'ospedale San Raffaele di Milano che qui gestisce un centro di salute mentale e sostegno per minori. Fuad urla e se la prende con tutti: a sei anni disegna sempre la stessa casa con dentro un uomo. Gli cadono i fulmini in testa. È suo padre, rimasto in Siria per difendere le poche cose rimaste. Haia invece colora di nero una guerriera che difende i bambini. In realtà è sua zia Sena. Ha quarant'anni e l'ha adottata. Sena cerca il cherosene che è già finito e guarda sempre in basso "perché ho vergogna di stare qui".
Arriva da Afrin, il cantone più a est del Rojava, il primo occupato dai turchi: "da lì siamo andate a Kobane, scappiamo da due anni. Da Daesh e da Erdogan che vuole terrorizzarci per far lasciare l'area libera così da ripopolarla. È un progetto di sostituzione etnica. Ma io voglio tornare per riprenderci la nostra vita". La mamma di Marea invece vuole tirare fuori dall'inferno sua madre e sua sorella. I trafficanti per portarle fino al confine chiedono 400 dollari. "Per scappare ho venduto gli orecchini d'oro, loro non li hanno". Altri pensano di scavare un buco sotto alla recinzione, vogliono raggiungere le case dei parenti. "Qui è come stare in prigione", dicono. Le forze di sicurezza pattugliano e concedono il permesso solo dopo accurati controlli, perché tra le tende potrebbero essere nascosti i terroristi del sedicente Stato Islamico, scappati dopo il collasso dei centri di detenzione siriani. La rete dell'Isis è già dispersa sui monti, nelle zone contese tra Baghdad ed il Kurdistan, e ha dimostrato di saper sopravvivere alle peggiori disfatte, adattandosi in fretta alle nuove condizioni sul campo per mettere a segno altri massacri.
Fuori dalla cinta del campo un signore cammina stretto nel suo completo blu. È elegantissimo, le scarpe lucide. Si chiama Samman el Daniel e ha un bel negozio di tende. È uno sfollato da Mosul, scappato proprio da quel Califfato "che non è un'organizzazione terroristica ma un'ideologia: se non viene combattuta su questo piano non verrà mai cancellata". È qui da tre anni. Guarda dentro Samman e si augura che "escano da lì e si rimettano in piedi".
Ritrovare la normalità e dover accettare che la normalità siano cimiteri e cemento spezzato di case distrutte in ondate di battaglie combattute fino alla morte. Ferite sempre aperte e tentativi di cancellare un mosaico di identità diverse per imporre un'unica etnia e una sola religione.
È la "terra adorata separata da un tratto sottile chiamato confine" evocata dal poeta Hemin Mukriyani. Oggi il Kurdistan iracheno è una regione indipendente e abbastanza stabile, ma segnata da anni di crisi finanziaria, stipendi del personale pubblico in ritardo e poche possibilità di lavoro. Una sessantina di chilometri a sud-ovest di Arbil, il campo di Makhmour ospita ancora 12mila curdi turchi fuggiti nel 1994 durante l'offensiva contro con il Pkk, il partito dei lavoratori di Ocalan considerato da alcuni paesi un'organizzazione terroristica.
Meno di duecento chilometri più a sud, a Barika, i rifugiati curdi scappati dall'Iran in un paio di decenni hanno trasformato una situazione precaria in permanente e hanno di fatto costruito una città. Accanto altri curdi fuggiti dalla guerra iniziata in Siria nel 2012. E poi arabi e yazidi iracheni: ad Asthi sono oltre 10mila. Rasha Ahmed è arrivata qui nel 2015, ha ventisei anni ed è separata. Era un'estetista prima che le bandiere nere negassero ogni possibilità di bellezza femminile. E allora si è data da fare.
In una tenda ha aperto il salone di cosmetica dove accorrono decine di donne. "Si chiacchiera e ci si trucca. Bastano due euro, vanno per la maggiore sopracciglia folte e mèche bionde. Ma per le grandi occasioni il make-up richiede ore". Accanto, tra bandoni di latta e insegne di organizzazioni umanitarie che nel tempo sono passate qui, si apre la magia. Una tenda atelier dove sono esposti abiti da sposa. Rasha compra stoffe in conto vendita e le confeziona. Prezzo medio 300 euro. "Perché qui ci si sposa, si fa anche festa ed è un diritto di tutte noi farci belle per vivere".
In fila ci sono una ragazza araba e una yazida. "Abitiamo insieme, ci stiamo riuscendo anche se Daesh ce lo voleva impedire, nonostante tutto non gliel'abbiamo permesso", spiega Murad Salih. Arriva dal Sinjar ed è un sopravvissuto, la gente è stata sterminata. Anche Murad si è inventato un lavoro perché "tutti vorrebbero tornare a casa, ma non possiamo. È pericoloso, i terroristi di Daesh stanno attaccando di nuovo, c'è il rischio che risorgano. E allora ho pensato di mettermi a disposizione, di aiutare a salvare esseri umani".
Murad ogni mattina apre le porte della clinica che fornisce assistenza medica, ginecologica e vaccinazioni di Emergency. È il loro logista: accoglie i pazienti, controlla il generatore di corrente, la presenza dell'acqua, ripara i piccoli e grandi problemi. Qui vicino a Sulimani, città verso il confine della frontiera iraniana, Gino Strada ha aperto anche un centro di riabilitazione. Era il 1998. I pazienti vengono sottoposti a trattamenti di fisioterapia, all'applicazione di protesi e possono frequentare corsi di formazione professionale per imparare un lavoro compatibile con la disabilità. Uno dei primi a ricevere aiuto è stato Muhamed Saied Dilashad, colpito da un razzo iraniano a inizio degli anni Ottanta. Da allora non ha più il braccio sinistro. Se ne sta seduto accanto a un ragazzino che indossa con orgoglio la maglietta del Napoli.
"Ciao, italiano?", gli sorride. Nulla da fare, tiene la testa bassa e trema. Muhamed lo consola: "Vedrai che potrai giocare a pallone". Daud è arrivato stamattina da un villaggio vicino a Mosul. Era in giro a portare le pecore ed ha appoggiato un piede su una mina. Ha perso la gamba sinistra e la mano. A quattordici anni. In questo centro di Emergency artigiani modellano sogni, fogli materici che diventano arti. Sono ortopedici come Shadman Murad-khan Shakaram. Quando aveva diciassette anni viveva ad Halabja, non lontano da qui.
"Era guerra da giorni, ma quando abbiamo visto gli aerei sembrava bello, perché non c'è stato un rumore forte. Abbiamo pensato "siamo fortunati, le bombe non sono esplose". E invece erano armi chimiche di Saddam Hussein. Ci siamo salvati solo perché eravamo poveri, vivevamo in periferia e il vento si è messo a soffiare dall'altra parte". Un'uccisione pianificata, nei villaggi sparsi tra le montagne al confine con Iran gli abitanti portano ancora i segni.
Shadman aiuta tutti perché si sente fortunato. E non importa che entrino anche iracheni che in quegli anni facevano parte dell'esercito oppressore. Qui si realizzano gratuitamente protesi per arti per riprendere la vita. Daud a fine giornata sorride. Il padre gli ha portato un pallone e lui tira un calcio forte contro il muro. Oltre duecento chilometri più in su Marea stringe con una mano la mamma e con l'altra la dottoressa Pelamatti. Un passo alla volta affonda nelle pozzanghere anche se fuori piove ancora.










