di Roberta Merlin
Il Gazzettino, 21 febbraio 2020
"Abbiamo chiesto un incontro con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Andrò a Roma per chiedergli personalmente lo stop al carcere minorile in via Verdi e l'ampliamento del Tribunale". Il sindaco Edoardo Gaffeo non ha ancora perso le speranze sul fronte dell'ipotesi di fermare l'arrivo dei detenuti minorenni negli spazi dell'ex penitenziario, in procinto di essere riqualificato dallo stesso ministero che in via Verdi ha deciso di investire circa 10 milioni.
Il progetto esecutivo per la realizzazione della maxi struttura destinata ad accogliere i detenuti in arrivo da Treviso, come ha spiegato l'altro giorno il presidente del Tribunale Angelo Risi, è già in fase avanzata e tra pochi mesi dovrebbe partire il cantiere. Ora, però, il sindaco ha in mano la mozione del consiglio comunale, votata all'unanimità martedì, che esprime la chiara volontà amministrativa e politica di mantenere il Tribunale in via Verdi facendo spazio all'ampliamento degli uffici nell'area dell'ex carcere.
Se il tentativo di salvare il Tribunale nel cuore del centro storico non andrà a buon fine, l'amministrazione sta lavorando contemporaneamente a un nuovo piano B, questa volta individuato nell'ex caserma Silvestri. L'ipotesi dell'ex Maddalena, dopo le proteste dei commercianti del centro, è stata accantonata.
"Ho scritto al Demanio per chiedere lo stato di avanzamento dei lavori relativamente agli Archivi di Stato e Notarile negli spazi dell'ex caserma Silvestri ha sottolineato Gaffeo - anche se ho recuperato della documentazione risalente al 2014 in cui il Demanio respinge una richiesta di acquisizione dell'area avanzata dal Comune di Rovigo. Per il Tribunale, però, servono circa 15mila metri quadri e la parte retrostante all'edificio di via Gattinara è coperto da un vincolo archeologico in quanto Giardini napoleonici. Le probabilità, dunque, che ci possa stare il Palazzo di Giustizia solo limitate da tutti questi vincoli. Senza contare i problemi relativi alla viabilità dell'area che la rende non facilmente accessibile".
La priorità in questo momento, ribadisce il primo cittadino, "è fermare il Minorile in via Verdi, una struttura non adatta alla città e oltretutto difficilmente raggiungibile dalle famiglie dei giovani detenuti, in quanto Rovigo non si trova proprio al centro del Veneto".
Il sindaco, nel caso ci fosse la disponibilità del ministro Bonafede a fermare l'appalto del Minorile, tenterà, se necessario, anche di offrire una struttura alternativa per la realizzazione del nuovo carcere. "Potrebbe trovare posto nell'ex ospedale psichiatrico di Granzette.
Non vedo altre strutture in città adatte a un carcere minorile di tale portata come quello che il ministero ha intenzione di realizzare in via Verdi, destinato a ospitare una trentina di ragazzi provenienti da tutta la regione. Nel caso di una risposta negativa del Ministero per entrambe le soluzioni, mi preme sottolineare che la colpa non sarà attribuibile a questa amministrazione, ma all'inerzia di quella che ci ha preceduti".I Comuni detengono il diritto di prelazione sui beni demaniali, ma nel caso non ci sia un manifestazione di interesse delle relative amministrazioni, il Demanio, scaduti i termini, procede con la vendita o destinazione dell'immobile in questione. Proprio come accaduto, nel 2016, con l'ex carcere di via Verdi.
L'ultima speranza, dunque, di assicurare la presenza del Tribunale in centro storico, è in un dietrofront del ministro pentastellato Bonafede sul Minorile, magari facilitato anche dal ministro delle Autonomie Francesco Boccia (Pd) che a Rovigo, qualche giorno fa, ha raccolto sul tema le istanze degli amministratori.
Il progetto di ampliamento in via Verdi proposto dall'Ordine degli avvocati, però, non va bene, ha precisato Gaffeo: "Il progettista non ha preso in considerazione aspetti fondamentali come la viabilità e le relative problematiche relative all'intensificarsi del traffico che dovranno rispondere anche alle esigenze di sicurezza del Tribunale. È tutto da rifare. Faremo un'assegnazione tramite un bando anche per quanto riguarda la progettazione".
di Oliviero Maggi
La Provincia Pavese, 21 febbraio 2020
"Personale sanitario insufficiente nelle carceri pavesi". A lanciare l'allarme è la Fp-Cgil di Pavia, che chiede all'Asst di avviare un piano di assunzioni finalizzato a garantire il diritto alla salute dei detenuti. Ad aggravare la situazione, secondo il sindacato, è anche il sovraffollamento delle carceri, che, nei tre istituti pavesi, Pavia, Vigevano e Voghera, si attesta attorno al 137%.
Una delegazione dell'Uspp (Unione sindacati polizia penitenziaria) ha fatto visita al carcere di Pavia, per verificare le condizioni di lavoro del personale di polizia penitenziaria. "Abbiamo trovato un istituto gravemente invecchiato in cui, alcuni degli ambienti visitati potrebbero essere dichiarati inagibili", ha spiegato il segretario regionale Gian Luigi Madonia.
Pur essendo molto diverse come tipologia di detenuti, le carceri di Pavia, Vigevano e Voghera, hanno le stesse problematiche di gestione sanitaria. Critica è la situazione al carcere di "Torre del Gallo" di Pavia: a fronte di una capienza di 518 detenuti ne accoglie 711, per la metà stranieri; inoltre ospita l'unica sezione lombarda dell'Articolazione per la tutela della salute mentale, che avrebbe bisogno di più personale specializzato. La casa circondariale di Vigevano, invece, ospita 373 detenuti (86 donne e 287 uomini) a fronte di una capienza di 242; a Voghera, infine, ci sono 421 detenuti invece dei 242 previsti.
"Immaginiamo, in questo contesto, il carico di lavoro degli operatori sanitari, che sarebbero già insufficienti rispettando la capienza regolamentare degli istituti - sostiene Patrizia Sturini, segretaria della Fp Cgil Pavia -. Ad aggravare il tutto adesso è anche la carenza di medici, anche psichiatri". Secondo il sindacato mediamente un medico presente in uno degli istituti pavesi effettua circa 70 visite giornaliere, oltre a controlli, dimissioni e urgenze; uno psicologo effettua in media 10 colloqui.
Ristretti Orizzonti, 21 febbraio 2020
Franco Corleone, ex Garante dei detenuti della Regione Toscana lancia l'allarme di un vuoto pericoloso. Il 26 ottobre il suo mandato di sei anni è scaduto, l'attività è proseguita per tre mesi in un periodo previsto dalla legge di proroga.
Questo periodo è stato utilizzato per continuare un'attività intensa presentando ricerche e proposte su temi scottanti come le droghe, le misure di sicurezza e l'imputabilità e con visite agli istituti, monitorando situazioni di crisi che si sono presentate.
Una nota positiva è stata l'approvazione in Consiglio regionale della proposta di legge per il Parlamento elaborata dall'ufficio del Garante sul diritto all'affettività e alla sessualità in carcere. Purtroppo il Consiglio regionale non ha utilizzato questo tempo né per esaminare le proposte di modifica della normativa al fine di rafforzare autonomia e indipendenza della figura, né per accogliere l'invito delle associazioni di volontariato e dei movimenti che si occupano di giustizia in carcere per audizioni dei candidati e delle stesse associazioni allo scopo di rendere trasparente la scelta del Garante.
Vi sono stati già due rinvii della Commissione affari istituzionali, ora il tempo delle decisioni è scaduto. Su questi temi Franco Corleone terrà una conferenza stampa martedì 25 febbraio alle ore 11:00 presso la sede de La Società della Ragione, Palazzina 35, San Salvi.
Nell'occasione sarà illustrata l'agenda delle urgenze per superare una grave impasse, per rendere efficace la richiesta di adempiere a un dovere istituzionale preciso e saranno definite iniziative di mobilitazione e azioni di disobbedienza civile.
di Andrea Migliavacca
secoloditalia.it, 21 febbraio 2020
La Suprema Corte di Cassazione deve esprimersi, nella sua più autorevole composizione (le Sezioni Unite), sul tema delle "notifiche all'imputato detenuto". L'udienza è fissata per il prossimo 27 febbraio.
Come e dove va notificato l'atto che introduce il processo penale - La questione giuridica è alquanto delicata e presuppone una particolare sensibilità da parte degli operatori del diritto. Potrebbe risultare scarsamente interessante ai più, ma, ove fosse accolta la tesi di quel difensore che ha sollecitato la composizione del contrasto giurisprudenziale, impatterebbe negativamente su un numero imprecisato di processi pendenti.
Il tema, dunque, riguarda la modalità attraverso la quale (ovvero il luogo dove) vada notificato l'atto che introduce il processo penale. Quando l'imputato risulti detenuto (art. 156 cpp), anche per altra causa. Ed abbia dichiarato od eletto domicilio presso il proprio difensore. Il contrasto si rinviene proprio nelle decisioni della stessa Cassazione, la quale in un caso ha ritenuto la nullità della notifica in luogo diverso da quello di detenzione. Nell'altro, più recente, ha ritenuto, invece, la validità della notifica al difensore presso il domicilio dichiarato od eletto.
La nullità della notifica travolgerebbe l'intero processo - Se dovesse prevalere la prima tesi, la nullità della notifica travolgerebbe l'intero processo. Vanificando tutte le attività sino ad allora svolte. Non si contano le questioni sollevate proprio sul tema della notifica degli atti (in questo caso penali) e ancora oggi la loro validità condiziona l'esito dei processi. Gli avvocati penalisti attendono trepidanti, assieme ai loro assistiti, questa delicata pronuncia.
La quale potrebbe avere un impatto negativo, oltre sulla collettività (per i costi inutilmente affrontati) anche sulle bistrattate parti offese. Parti processuali spesso ignorate dal legislatore, spinto a reagire con decisione, per sanzionare la condotta antigiuridica del reo. Ma distratto rispetto agli obblighi riparatori a favore delle vittime. Se lo spirito di riforma del processo penale è lo stesso che ha animato la promulgazione della legge "spazzacorrotti", con l'istituto dell'interruzione della prescrizione, sarebbe meglio lasciare le cose come stanno. In attesa di un legislatore più illuminato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
Raffaele Cutolo è stato ricoverato urgentemente, mercoledì sera, nel reparto detentivo per i reclusi al 41bis dell'ospedale di Parma. Il garante del comune di Parma dei diritti dei detenuti Roberto Cavalieri - raggiunto da Il Dubbio - ha spiegato che, su sollecitazione dei familiari, è andato a far visita all'ex boss. L'ha fatto sia per verificare le sue condizioni e sia per chiedere all'amministrazione penitenziaria di anticipare i colloqui con i familiari che erano già fissati per sabato, come prevede il regolamento per chi è recluso nel carcere duro.
Come anticipato da Il Dubbio nella versione on line, il fondatore della Nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo è stato ricoverato urgentemente, mercoledì sera, nel reparto detentivo per i reclusi al 41bis dell'ospedale di Parma. Il garante del comune di Parma dei diritti dei detenuti Roberto Cavalieri - raggiunto da Il Dubbio -, ha spiegato che, su sollecitazione dei familiari, è andato a far visita all'ex boss. L'ha fatto sia per verificare le sue condizioni e sia per chiedere all'amministrazione penitenziaria di anticipare i colloqui con i familiari che erano già fissati per sabato, come prevede il regolamento per chi è recluso nel carcere duro. Quella di Raffaele Cutolo è stata l'ennesima crisi respiratoria, già verificatasi nel recente passato, ma nel frattempo le sue condizioni fisiche si sono aggravate a causa della lunga detenzione. Ha quasi 80 anni, detenuto da 57 anni, e fin dagli anni 90 è sepolto vivo ininterrottamente al 41bis. Assume 14 pillole al giorno, ha problemi di diabete, quasi cieco e, come se non bastasse, è affetto da una seria prostatite e l'artrite non gli dà quasi più la possibilità di muove le mani.
Lo scorso settembre, anche in seguito alla sentenza della Corte costituzionale in merito ai reati ostativi che vietano - in assenza di collaborazione della giustizia - i benefici penitenziari, il legale ha impugnato il regime di 41bis ed è in attesa che il Tribunale di Sorveglianza di Roma fissi una udienza. Ha senso tenere recluso in regime duro una persona anziana che, di fatto, non ha più nessun legame con l'organizzazione criminale da lui fondata e disciolta da tempo immemore?
Raffaele Cutolo nasce nel 1941 a pochi passi dal Castello mediceo di Ottaviano, da genitori contadini. A soli 22 anni commette il suo primo omicidio per una questione d'onore. Dopo tre anni entra in carcere. Qui, con brevi periodi di latitanza, passerà l'intera sua vita, e da qui inizierà a lavorare al suo progetto criminale.
Cutolo, all'interno del carcere napoletano di Poggioreale, formò un'associazione criminale sul modello di quella calabrese e siciliana, con una precisa data di fondazione: il 24 ottobre del 1970. I simboli, i rituali, le cerimonie erano fondamentali per ricostruire la "vera camorra", ovvero una organizzazione che, secondo Cutolo, si sarebbe dovuta presentare come non individualistica, ma come una grande famiglia, rispettata e temuta, capace di aiutare e mantenere tutti i suoi affiliati, che, da fatto individuale, si trasformasse in una temuta macchina criminale. "La camorra- organizzazione venne formalmente ricostruita, ad oltre 70 anni dalla sua decretata fine. Era anche la camorra- massa: disoccupati, giovani sottoproletari, detenuti, in carcere per piccole rapine o furti isolati, pronti a fare il salto di qualità nel crimine organizzato. La Nuova camorra organizzata (Nco) di Cutolo rappresentò il loro senso di identità sociale", scrive Gigi Di Fiore nel suo libro "La camorra e le sue storie. La criminalità organizzata a Napoli dalle origini alle ultime guerre".
Le vecchie famiglie reagirono e si riunirono sotto il nome di Nuova Famiglia (Nf). Lo scontro tra le due organizzazioni criminali fu spietata, i morti erano centinaia, e si concluse nei primi anni ottanta con la sconfitta della Nco. Anche la Nuova fmiglia smise di esistere. Nel 1992 ci prova il boss Carmine Alfieri a dare alla malavita organizzata campana una struttura verticistica creando la Nuova mafia campana (Nmc) anch'essa scomparsa dopo poco tempo. Attualmente la camorra si presenta come un'organizzazione di tipo orizzontale, (con varie bande territoriali più o meno in lotta tra loro) non verticistico. Il suo potere le consente il controllo delle più rilevanti attività economiche locali, in particolare modo nella provincia di Napoli.
Raffaele Cutolo avrebbe anche avuto un ruolo importante per la liberazione di Ciro Cirillo, assessore regionale democristiano rapito nel 1981 da un comando di cinque appartenenti alle Brigate rosse nel garage della sua abitazione in Via Cimaglia, a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Una storia ancora non chiarita del tutto. Durante il sequestro, il commando delle Br apre il fuoco, uccidendo il maresciallo della Polizia Luigi Carbone e l'autista Mario Cancello, che fanno parte della scorta di Cirillo, mentre il suo assistente, Ciro Fiorillo, viene invece gambizzato. La politica e i servizi segreti - a differenza di quando avvennecon il rapimento di Aldo Moro - avrebbero intavolato subito una trattativa, a cui avrebbe dunque partecipato anche la Nuova camorra organizzata di Cutolo, per liberare l'assessore della Democrazia cristiana. Dopo il pagamento di un riscatto di un miliardo e 450 milioni di lire, dopo 89 giorni di prigionia, il 24 luglio del 1981 Cirillo viene liberato in un palazzo in abbandono in via Stadera, a Napoli. C'è un verbale di un interrogatorio di Cutolo reso nel 2016. "Aiutai - ha spiegato l'ex boss - l'assessore Cirillo, potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi". Nel ' 78 Cutolo era latitante e si sarebbe fatto avanti per cercare, ha sostenuto lui, di salvare Moro. "Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava", ha detto durante l'interrogatorio.
Cutolo fu recluso anche al carcere speciale dell'Asinara nel 1982. Fu mandato lì su sollecitazione del presidente della Repubblica Sandro Pertini per porre fine a quello che allora veniva definito "il soggiorno" del boss nel penitenziario di Ascoli Piceno, dove si dice potesse contare su una camera elegantemente arredata, un segretario e un tuttofare. Un anno più tardi, si sposò all'Asinara - riaperto soprattutto per contenere i brigatisti rossi - che ha segnato duramente la sua esistenza: arrivò infatti da boss temuto e rispettato, se ne andò dall'Asinara poeta, dopo aver scritto il suo primo libro di poesie. Parliamo del maggio 1893 quando Cutolo, detenuto nel Bunker della diramazione centrale del carcere dell'isolotto sardo (quello dove poi fu recluso Totò Riina), convola a nozze con una giovane donna di Ottaviano conosciuta quando era già detenuto.
Lei è Immacolata Iacone e rimarrà per sempre affianco a lui. Grazie all'inseminazione artificiale, autorizzata dalla magistratura di sorveglianza, dodici anni fa hanno avuto una figlia, Denyse. Per il 41bis, a 12 anni, ora è maggiorenne e non può più abbracciare il padre, ma salutarlo tramite un vetro divisorio. Ma davvero una ragazzina di 12 anni è adulta? Davvero può rinunciare senza traumi all'idea di toccare un genitore in carcere e tenergli la mano, anche se quel genitore si chiama ' O Prufessorè e a suo tempo muoveva eserciti di guappi armati e dava ordini a gente che mangiava il cuore dei nemici? Ma questa è un'altra vicenda che riguardano tutte quelle misure afflittive contemplate dal 41bis e che sono tuttora argomento di discussione.
Resta il dato oggettivo che "Don Raffaè", reso famoso da Fabrizio De Andrè in una canzone a lui dedicata, e da Giuseppe Tornatore nel film "Il camorrista", interpretato da Ben Gazzara e ispirato al libro di Joe Marrazzo, ora è vecchio, malato e attualmente ricoverato in ospedale. Ha senso il 41bis visto che lo scopo originario era finalizzato esclusivamente ad evitare che un boss mandi messaggi al proprio gruppo di appartenenza criminale?
di Marina Lomunno
vocetempo.it, 21 febbraio 2020
La Caritas Diocesana ha realizzato una guida ai servizi di base della città rivolta specificamente ai reclusi che, finita la pena, si lasciano alle spalle i cancelli della Casa circondariale torinese. Proviamo per un attimo a metterci nei panni di un detenuto o di una detenuta che, pagato il debito con la giustizia, torna in libertà, esce dai cancelli del carcere torinese "Lorusso e Cutugno" con il suo fagotto e, senza un euro in tasca non sa letteralmente dove sbattere la testa. Chi è torinese e ha parenti e amici in città in qualche modo trova una sistemazione. Ma chi è originario di un'altra città o regione o peggio è straniero e non ha mai messo piede a Torino a chi può chiedere aiuto?
A questa domanda intende rispondere "Way out", una guida ai servizi della città rivolta specificamente ai reclusi che, finita la pena, si lasciano alle spalle i cancelli della Casa circondariale torinese, riacquistano l'agognata libertà ma non hanno idea di dove andare a dormire, mangiare, ottenere i documenti necessari per ritornare ad essere un cittadino libero. "Way out", in inglese "Uscita", è un agile opuscolo di 40 pagine con tutte le informazioni di base, pensato dalla Caritas diocesana per accompagnare appunto l'uscita dei ristretti dalla galera.
"Way out verrà distribuito nei prossimi giorni dai nostri volontari a chi esce dal carcere torinese" spiega Pierluigi Dovis, direttore della Caritas diocesana. "È una delle iniziative pensate in coprogettazione con il Comune di Torino per favorire l'inclusione sociale delle persone in povertà estrema: chi è più povero di un detenuto o di una detenuta che, dopo mesi, anni, nel peggiore dei casi decenni, deve tornare ad una vita normale ma ha perso le coordinate spazio-temporali?
Chi esce dalla prigione e conosce Torino, dopo tanto tempo di assenza dalla vita sociale può aver smarrito l'orientamento in una città che è cambiata anche nei servizi, mentre per chi di Torino conosce solo il carcere il disorientamento è ancora più accentuato. Così i nostri volontari che frequentano il penitenziario hanno raccolto 'dal basso' la necessità dei detenuti a fine pena di capire come ritornare a vivere in libertà, come rientrare in città o anche solo passare qualche tempo prima di raggiungere il proprio Comune di origine".
La guida è un'altra tappa del percorso Caritas di accompagnamento al reinserimento dei detenuti nato da lontano e che si è intensificato a partire dal 2001 con la gestione di un alloggio ("Casa Silvana" in via delle Primule nel quartiere Vallette nelle vicinanze del carcere) a disposizione di parenti dei carcerati che vengono in città per incontrare i congiunti e non possono permettersi di soggiornare in albergo.
"La Caritas da tempo è parte attiva nell'accompagnamento progettuale in uscita dei detenuti, recentemente è stato firmato un protocollo d'intesa con la direzione del carcere. La guida, che è pensata soprattutto per le persone senza dimora e che hanno bisogno di un salvagente per tornare a galla, risponde proprio all'esigenza di far sentire agli ex ristretti che la città non è 'ostilè ma è pronta ad accogliere chi chiede di essere reintegrato come cittadino".
Sfogliamo "Way out" insieme a Wally Falchi, responsabile del Centro di Ascolto della Caritas diocesana "Le due tuniche" (a Torino in corso Mortara 46/c) dove molti ex detenuti si rivolgono appena fuori dal "Lorusso e Cutugno".
"La guida è suddivisa in 12 capitoli dove vengono forniti indirizzi orari e indicazioni di mezzi pubblici su tutti i dormitori, mense, servizi sanitari e dentistici, igiene della persona, lavoro, assistenza legale, vestiario, centri diurni, ostelli, centri di ascolto con i relativi riferimenti dei luoghi sulla mappa della città in modo che siano raggiungibili anche da chi non è pratico di Torino. Alcune indicazioni sono anche in inglese" precisa Wally Falchi.
"Abbiamo introdotto la pubblicazione con un sintetico vademecum sugli uffici informativi del Comune che si occupano di persone senza dimora, del Garante dei diritti dei detenuti, dell'anagrafe. Ci sono poi informazioni sui servizi riservati ai cittadini stranieri (permesso di soggiorno, Informa stranieri, Ufficio pastorale migranti) e sulle modalità per scegliere il medico di base, per richiedere il reddito di cittadinanza e per gestire un eventuale conto corrente".
Insomma l'opuscolo contiene tutto ciò che serve per ritornare a vivere anche senza punti di riferimento e per "bussare alle porte giuste". I detenuti che sono in uscita e a cui i volontari Caritas distribuiranno la guida sono segnalati alla Caritas dall'Ufficio della Garante dei detenuti del Comune di Torino, Monica Cristina Gallo, che ha contribuito alla pubblicazione del libretto.
"Con Way out" aggiunge Wally Falchi "distribuiamo ai reclusi in uscita anche un 'kit' di materiale di prima necessità: spesso chi esce dal carcere ha con sé solo una busta di nylon con pochi effetti personali: noi forniamo un borsone dignitoso, prodotti igienici come spazzolino e carta igienica, un telefono cellulare per mettersi in contatto con i famigliari o con i servizi indicati nella guida, i biglietti del bus a significare che tornare ad essere cittadini liberi corrisponde anche a pagare i mezzi pubblici... E poi, a chi ne fa richiesta, forniamo il biglietto per il treno per raggiungere la propria casa, abbigliamento e altro materiale utile".
"Le persone ex detenute che incontro dopo un periodo in carcere" conclude Roberto, volontario Caritas a "Casa Silvana", "non sanno dove rivolgersi: per qualcuno la galera è l'unico punto di riferimento che hanno avuto per anni, la maggior parte, soprattutto gli stranieri, non hanno mezzi economici e, se non accompagnati, rischiano di tornare nelle reti dell'illegalità.
In Italia la recidiva è molto alta anche perché chi esce dal carcere spesso non ha alternative: se dietro le sbarre non ha trovato opportunità formative o lavorative torna a delinquere. Il volontariato ha un ruolo molto importante nel sostegno al reinserimento, supplisce alle carenze dello Stato, è l'unica àncora di salvezza. La guida è un prezioso tassello di questo mosaico di gratuità che fa riemergere chi si perde per strada".
La Stampa, 21 febbraio 2020
È passato un mese da quando Maurizio Rasero, sindaco di Asti, leggendo il dossier sulle problematiche delle carceri piemontesi, presentato da Bruno Mellano, garante regionale dei detenuti, è venuto a sapere per caso che a Quarto sarebbe stato costruito un secondo carcere. Nessuno lo ha mai comunicato all'Amministrazione comunale. Da qui il coinvolgimento dei parlamentari piemontesi per cercare di capire e l'interrogazione dell'onorevole Andrea Giaccone al ministro della Giustizia.
"Mentre aspettiamo la risposta del ministro e la convocazione al Dipartimento della Polizia penitenziaria di Roma, chiesta da noi per avere chiarezza, mi sono confrontata con i garanti dei detenuti. Abbiamo così saputo che a Quarto sono iniziati i sopralluoghi dei tecnici", dice l'assessore ai Servizi sociali Mariangela Cotto.
Il sindaco è furente: "Una decisione calata dall'alto e senza alcuna condivisione o informazione. C'è una assenza totale di correttezza. Sono assolutamente contrario a un secondo carcere, voglio che sia ben chiaro. Questo per le ricadute negative sulla frazione e sulla città intera. Dietro a un detenuto c'è una famiglia e ci sono dei problemi che ricadranno sui servizi sociali e su tutti. Non è vero che il secondo carcere si fa perché il primo ad alta sicurezza è troppo affollato. Il secondo è destinato a detenuti con fine pena (comuni). Farò di tutto per ostacolare questo progetto".
Preoccupazioni condivise dall'assessore Mariangela Cotto: "Ci auguriamo un ripensamento, non è ipotizzabile che a Quarto possano arrivare ad esserci circa 500 detenuti. Ci sono paesi nell'Astigiano con molti meno abitanti. Non è una questione di chiusura, ma di sicurezza e equilibrio, tenuto conto della cascata di problemi che si riverserebbero sul territorio".
Interviiene anche Andrea Giaccone, deputato della Lega: "Un simile progetto dovrebbe coinvolgere il Comune e l'Asl, in considerazione delle inevitabili ricadute sui servizi sociali locali e una collocazione diversa dal carcere di Asti che è già una casa di reclusione ad alta sicurezza con una popolazione carceraria formata prevalentemente da detenuti con "fine pena mai" o condanne lunghissime. Inoltre gli organici della polizia Penitenziaria continuano ad essere sguarniti. Come si fa a pensare ad una seconda struttura? Ho fatto presente queste considerazioni al Ministro e aspetto una risposta scritta. Sul carcere di Asti è la terza interrogazione che presento".
di Bartolomeo Romano*
Il Dubbio, 21 febbraio 2020
Dalla prescrizione alle idee di alcuni pm, cresce la spinta autoritaria. Viviamo tempi bui, nei quali princìpi di civiltà giuridica, faticosamente costruiti e difesi nei decenni e persino nei secoli passati, sembrano vacillare per effetto di attacchi, sempre più duri e decisi, che rischiano di colpire il cuore delle nostre libertà e della nostra democrazia.
La cartina di tornasole del dibattito tra garantisti e giustizialisti sembra essere rappresentata dalla riforma della prescrizione, tenacemente voluta dal ministro Bonafede, che di fatto elimina la prescrizione dopo una decisione di primo grado. Una previsione che trasformerà l'imputato in eterno giudicabile, con la conseguenza che si darà vita all'ergastolo processuale.
E che pregiudicherà le stesse persone offese, le quali hanno il diritto di ottenere giustizia in tempi certi. Il tutto in spregio agli articoli 27 (principio di non colpevolezza) e 111 (principio della ragionevole durata dei processi) della Costituzione e all'articolo 6 della Convenzione europea dei Diritti dell'uomo (che stabilisce la ragionevole durata dei processi e definisce la persona accusata "presunta innocente").
Spero, dunque, che si fermi questa barbarie, che rischia di pregiudicare le stesse libertà civili e politiche dei cittadini, eliminando la riforma Bonafede (proposta Costa) o, almeno, spostandone l'efficacia di un anno (come nel lodo Annibali, però respinto in commissione). Le altre ipotesi attualmente sul campo, come il lodo Conte- bis, non più nel "milleproroghe" ma nel ddl delega sul processo penale, approvato in Consiglio dei ministri, il 14 febbraio, sembrano del tutto inappropriate, come del resto l'intero disegno di legge.
Appunto: la mia preoccupazione è più profonda e ampia di quella, già serissima, legata alla prescrizione. Anzi, temo che il dibattito sulla prescrizione sia utilizzato come un pericoloso e subdolo cavallo di Troia per scardinare il sistema di garanzie e lo stesso Stato di diritto. Nella corsa al populismo mediatico- giudiziario, ho avvertito - e credo di non essere il solo - un continuo alzare i toni, con proposte sempre più estreme, che hanno richiamato alla mente la storia della Rivoluzione francese, nella quale i puri sono stati superati dai più puri, con conseguenze tragiche.
Così, con stupore e imbarazzo prima, e (confesso) con timore e preoccupazione poi, ho ascoltato le affermazioni di Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri, non solo in materia di prescrizione, ma - in senso più ampio - di giustizia penale. Le opinioni dei due alti magistrati sono note e esigenze di sintesi impongono di non discuterle nel merito. Basti richiamarle a grandi linee.
Per Davigo: occorre eliminare il divieto di reformatio in peius; rendere responsabile in solido l'avvocato (che dovrebbe depositare fino a 6mila euro!) in caso di inammissibilità del ricorso; consentire cambi di giudice senza rinnovare gli atti; rivedere il gratuito patrocinio.
Per Gratteri: occorrerebbe generalizzare il processo a distanza per tutte le vicende penali; bisognerebbe creare campi di lavoro gratuiti per i detenuti come terapia e rieducazione; il carcere di Bollate, la casa di reclusione aperta nel 2000 nell'hinterland milanese, sarebbe un mero spot. Ma, ad altri, le proposte sopra richiamate devono essere sembrate moderate: così, Giancarlo Caselli ha suggerito, addirittura, di eliminare del tutto l'appello. Pericolo concreto, se il prossimo 21 e 22 febbraio, a Brescia, l'inaugurazione dell'anno giudiziario dei Penalisti Italiani sarà proprio su "l'appello irrinunciabile. In difesa del doppio grado di giudizio".
Inoltre, certa stampa accoglie e rilancia tutte tali tesi: sul presupposto che, se una persona è sottoposta a processo, è, quasi certamente, colpevole; e, del resto, lo stesso ministro della Giustizia in carica ha affermato che in carcere gli innocenti non vanno... A ciò si aggiunga che, per alcuni editorialisti, chi la pensa diversamente è fannullone, ladro, corrotto e, comunque, in cattiva fede o agisce per biechi interessi personali. Non si criticano (eventualmente) le idee, ma si attaccano direttamente le persone che hanno opinioni diverse.
Viviamo tempi bui, non solo per il contenuto di molte delle idee che circolano, tipiche dell'inquisizione o di Stati autoritari, ma anche per il modo di affermarle. E questo dovrebbe preoccupare tutti, comunque la si pensi. Credo però che, se continuiamo così, una seria riforma della giustizia non la farà un guardasigilli ma un ministro dell'Economia, perché dovremo - tutti noi - risarcire (anzi, indennizzare) chi ha subito processi troppo lunghi (che la eliminazione della prescrizione diluirà ancora) e ingiuste detenzioni. E, forse, allora, la nostra civiltà giuridica sarà più salda, evoluta e moderna.
*Ordinario di Diritto penale nell'Università di Palermo
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 21 febbraio 2020
Allo studio l'obbligo della carcerazione preventiva per i piccoli spacciatori recidivi. A Roma gli esperti della narcotici di 57 Paesi: "Le narcomafie sono un rischio per la democrazia". La distanza tra Roma e Bruxelles non è mai stata così grande.
Paradossalmente più il Pd tenta di rimanere ancorato a Palazzo Chigi, più dimentica le sue voci migliori, come quella dell'ex Procuratore nazionale antimafia Franco Roberti, attualmente nella capitale belga come eurodeputato dem, che appena qualche anno fa avvertì il parlamento italiano sulla necessità di adottare "una rigorosa e chiara politica di legalizzazione della vendita della cannabis, accompagnata da una parallela azione a livello internazionale".
Un punto di vista distante anni luce da quello che sembra aver ispirato l'annunciata riforma della legge sulle droghe, prospettata mercoledì dalla ministra Lamorgese quasi come un contentino da dare alle forze di polizia, frustrate dall'inutilità di arrestare piccoli spacciatori che - guarda un po' - non possono essere trattenuti in carcere prima del processo. Mentre, va ricordato, la delega alle politiche antidroga non è stata ancora assegnata all'interno del governo e l'ultima conferenza nazionale che per legge dovrebbe tenersi ogni tre anni risale al 2009 (ma è stata autoconvocata dagli operatori e dalle associazioni che si occupano di tossicodipendenze per il 28 e 29 febbraio a Milano).
In ogni caso, un testo vero e proprio sembra ancora mancante a Palazzo Chigi, ma la norma con la quale il Viminale, in accordo con il Guardasigilli Bonafede, vorrebbe "superare l'attuale disposizione dell'articolo 73 comma 5" - che per lo spaccio di "lieve entità" (di droghe sia leggere che pesanti) prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni, dunque pene al di sotto di quelle per le quali è applicabile la custodia cautelare - potrebbe rendere obbligatoria appunto la carcerazione preventiva per i recidivi. Come se ce ne fosse bisogno, nei nostri sovraffollati penitenziari: secondo Antigone, infatti, i detenuti in carcere in attesa di sentenza definitiva alla fine del 2018 erano il 32,8% del totale, contro la media europea del 22,4%.
Le parole della ministra Lamorgese hanno soddisfatto, come era prevedibile, alcuni sindacati di polizia. Ma anche la Lega, firmataria con il deputato Riccardo Molinari del ddl "droga zero" che martedì ha iniziato il suo iter in commissione Giustizia, abbinato alla proposta del radicale Riccardo Magi. Il deputato di +Europa, che è anche tra i promotori dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, intervenendo in Aula ha invece ricordato che "i processi per violazione delle leggi sugli stupefacenti sono il principale motivo di intasamento delle aule giudiziarie" e che per velocizzare la giustizia italiana bisognerebbe "depenalizzare, invece che inseguire il panpenalismo, o fermarsi a discutere di prescrizione".
La pdl presentata da Magi prevede, al contrario di quella della Lega, "il trattamento sanzionatorio in un alveo di proporzionalità, in linea con i principi costituzionali, accentua il carattere di autonomia della fattispecie penale relativa ai fatti di lieve entità, e differenzia il regime sanzionatorio in funzione della diversa natura della sostanza", anche per tentare di separare i mercati illegali delle sostanze e renderli meno pericolosi. La proposta di +Europa dà inoltre corpo legislativo alla sentenza delle sezioni unite della Cassazione del dicembre 2019 rendendo non punibile chi coltiva in casa un numero limitato di piante di marijuana ad uso strettamente personale.
Anche Magistratura Democratica ha criticato il progetto governativo annunciato dalla ministra dell'Interno e ha chiesto invece "un cambio di paradigma": "Siamo il Paese del Consiglio d'Europa - scrivono i magistrati - con il più alto numero di ristretti per violazione della legge sulla droga (circa il 30% della popolazione detenuta) e con un tasso elevatissimo di detenuti tossicodipendenti (il 25% dei detenuti complessivi). Eppure non abbiamo fatto passi in avanti nella lotta alla droga sulla salute e lo spaccio continua a proliferare nelle strade".
Proprio ieri a Roma è iniziato il congresso internazionale degli esperti delle Agenzie antidroga tra cui Dea e Interpol e dei corpi di polizia, in rappresetnanza di 57 Paesi. L'allarme lanciato tra gli altri dal direttore dell'Osservatorio europeo delle droghe, Alexis Goosdeel, e rilanciato anche dal generale dei carabinieri Giovanni Nistri e dal capo della polizia Franco Gabrielli riguarda una superprolificazione di droghe di tutti i tipi, "naturali e sintetiche, pure e potenti, a costi sempre più bassi". E a questo mercato illegale, che non è mai stato così unificato, si servono "sempre più consumatori e sempre più giovani". Il narcotraffico, quello vero e potente che permette alle organizzazioni criminali di fatturare "decine di miliardi di euro", "è un cancro per l'intera società" e, ha ammonito il comandante della Guardia di Finanza, Giuseppe Zafarana, può "arrivare ad incidere anche sulla vita democratica del Paese".
Ecco perché andrebbe ricordato sempre, come fanno le esponenti del Partito Radicale Carla Rossi, dell'Unodc, e Maria Antonietta Farina Coscioni, che le forze dell'ordine andrebbero impiegate meglio, al fine di contrastare il grande spaccio: "Secondo i dati pubblicati dalla Dia - spiegano - dal 2009 a oggi l'indice di efficacia delle operazioni antidroga nei confronti dei piccoli spacciatori, oscilla dal 5,7% (2013), al 6,9% (2016); i soggetti denunciati, quando finiscono in carcere sono immediatamente rimpiazzati, e comunque la quantità di sostanza sequestrata è compresa tra il 5 e il 10%". Per questo, scrivono le due radicali, quello annunciato "è l'ennesimo provvedimento-manifesto di nessuna utilità e sicuro danno".
di Massimo Brusasco
ilpiccolo.net, 21 febbraio 2020
Doppia iniziativa di una fotografa alessandrina impegnata con i detenuti. Si chiama obiettivo probabilmente perché deve avere uno scopo. Quello della macchina fotografica di Mara Mayer è un bello strumento che consente a lei, artista alessandrina, di mandare messaggi a chi ha voglia di capirli. Vicina alle istanze di chi spesso è difeso solo da un avvocato, Mara Mayer ha condotto due lavori per le carceri cittadine, finalizzati entrambi a riavvicinare i detenuti alla realtà che sono stati costretti ad abbandonare.
Alla casa di reclusione di San Michele, attraverso immagini e parole, è stato impostato un percorso sull'identità: destinatari i collaboratori di giustizia. Più incentrata sulle immagini l'iniziativa che, sostenuta dall'Istituto per la cooperazione e lo sviluppo, si è svolta, invece, nella casa circondariale Cantiello Gaeta, di piazza Don Soria.
"Sono partita da un un dato di fatto - racconta la Mayer - Nel 2015, nelle carceri italiane, si sono registrati ben 43 suicidi. È stato, per me, un campanello d'allarme. Significa che qualcosa non va in un sistema che dovrebbe essere riabilitativo. Ho riflettuto su questo aspetto, cercando di far capire che al carcere si può resistere. Cosa ho fatto? Ho mostrato immagini di persone che, appunto, al carcere hanno resistito". 43 i suicidi, 43 le foto scattate da Mara ad altrettanti detenuti che "ce l'hanno fatta" o che, comunque, "ce la stavano facendo".
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