di Gilberto Corbellini
Il Riformista, 11 gennaio 2020
La cultura liberale e quella progressista oggi maledicono la post-verità, che è il massimo comune denominatore di populismo, sovranismo e giustizialismo. Ma come è stato possibile che un'idea così bislacca come quella delle "verità alternative", dell'uso diverso degli stessi fatti a seconda delle convenienze, abbia avvelenato cognitivamente il mondo occidentale, dove grazie ad alcuni secoli di alleanza storica tra verità e libertà, resa possibile dalla scienza, oggi si sta meglio di sempre.
Per Karl Popper i principi e valori liberali, cioè stato di diritto, eguaglianza di fronte alla legge e libertà personale, possono sopravvivere alla constatazione che i giudici fanno errori, la giustizia reale è imperfetta e non viviamo nel migliore dei mondi possibile, ma non all'accettazione dell'idea che "non esistono fatti oggettivi". Nell'ultimo mezzo secolo la cultura umanistica e le scienze sociali in occidente hanno contratto una malattia cronica, il cui nome generico è relativismo.
Il relativismo, cioè la credenza che possiamo parlare solo di opinioni personali, tutte con la stessa dignità epistemologica e morale, è un'antica presenza nella cultura umana. Ed è anche una predisposizione psicologica, dato che gli studi che tracciano la maturazione dell'epistemologia nei giovani mostrano che essi arrivano (o noi arriviamo) spontaneamente a essere o dogmatici o relativisti, ma non a essere pluralisti, cioè a pensare in modo indipendente, a rispettare le prove, etc. Per questo serve dotarsi di una seconda natura, cioè apprendere alcune idee contro-intuitive, tra cui quelle scientifiche.
Il ceppo di relativismo che ha scavato culturalmente la fossa ai valori liberali è il postmodernismo o costruttivismo sociale o teoria critica, nato negli anni Sessanta-Settanta dall'insano matrimonio avvenuto in Francia fra marxismo, strutturalismo, fenomenologia e psicoanalisi. Il relativismo postmoderno si diffondeva come una infezione nel mondo intellettuale di sinistra, mentre declinava e si estingueva lo storicismo socialcomunista. Le parole d'ordine erano che la verità non esiste, ogni forma di pensiero è debole e l'oggettività sarebbe un miraggio generato dalle strutture e dai rapporti di forza sociali.
Tutto è narrazione, la realtà è un testo, etc. come poi qualcuno avrebbe scritto. La diffusione del postmodernismo relativista nei dipartimenti umanistici nordamericani si realizzava con il sostegno degli intellettuali social-costruttivisti e di sinistra e nell'alleanza nelle battaglie contro l'apocalisse ambientale, il dominio umano sugli altri animali, la cultura maschilista, la scienza riduzionista, il potere medico-farmaceutico, etc. Si combatterono le culture wars: da una parte scienziati sociali e umanisti e dall'altra gli scienziati sperimentali.
Questi ultimi ridicolizzarono le fumosità e vuotezze linguistico-teoriche degli argomenti postmoderni, talvolta impedendo anche che professori costruttivisti entrassero a insegnare nei templi delle scienze dure. Tra gli episodi più significativi, articoli inventati e pubblicati su riviste umanistiche, ma anche scientifiche, per dimostrare da un lato che i postmoderni scrivevano insalate di parole senza senso, e dell'altro che gli scienziati potevano essere altrettanto ingannati malgrado il loro culto dell'oggettività.
Oggi qualcuno di quegli intellettuali relativisti, un po' più intelligente come Bruno Latour, riconosce che la sfiducia nella scienza, generata anche da quelle polemiche che entravano nelle scuole e nei media, è la principale minaccia per i valori liberali dell'occidente. Perché, nel frattempo, il relativismo è stato fatto proprio, in una forma diversa, dai conservatori populisti. Negli anni Ottanta alcuni intellettuali conservatori e tradizionalisti come Allan Bloom, che in The Closing of the American Mind (1987) scriveva che il relativismo e la teoria critica chiudono invece di aprire le menti dei giovani, riportavano il fenomeno della perdita di presa della verità o della saggezza a cause socioeconomiche.
Bloom lamentava il lassismo dei genitori nell'educazione morale dei loro figli e denunciava l'industria della musica rock. La maggior parte degli intellettuali di destra ha però negato che il postmodernismo fosse conseguenza del consumismo e di altri sviluppi sociali e tecnologici su larga scala, ma fosse dovuto principalmente agli insegnamenti di pericolosi accademici di sinistra ("professori radicali a tempo indeterminato").
Oggi, intellettuali sia di destra sia di sinistra incolpano la teoria postmoderna per il disprezzo senza precedenti per la verità da parte di Trump e dai suoi collaboratori che diffondono "fake news" in modo sistematico, invocano "fatti alternativi", affermano che "la verità non è la verità" (Rudolph Giuliani), etc.
Liberal o conservatori anti-relativisti denunciano, per esempio scrivendo sulla rivista libertaria Quillette in modi quasi ossessivi, la "teoria critica" e il postmodernismo, e sostengono che "Trump è stato il primo presidente a rivolgere il postmodernismo contro se stesso". Gli intellettuali di sinistra, si pensi ai "biopolitici", avevano difeso la ridicola idea che non esistono verità universali, ma solo percezioni soggettive plasmate dalle forze culturali e sociali dei tempi nei quali si vive. Oggi questa filosofia è usata spietatamente nella comunicazione da parte della destra populista: basta guardare mezz'ora Fox News.
Peraltro i progressisti non hanno abbandonato le tradizionali faziosità e pregiudizi, per cui il caos culturale ormai dilaga e la politica è una questione di bande che si fanno, si disfano e si rifanno nel nome qualche obiettivo giustizialista. Gli intellettuali populisti o sovranisti quasi di sicuro non hanno letto Foucault, Baudrillard o Derrida, ma il precipitato di quel messaggio illiberale è facile da capire e sfruttare per intercettare i tanti analfabeti funzionali, che non devono più chiedersi se qualcosa sia falso o vero, o chi odiare ma solo farselo dire dal pifferaio manipolatore di turno.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l'identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. L'alternativa non è tra il razzismo e l'accoglienza.
Quando si tratta di rapporti con l'"altro", con chi percepiamo come diverso perché estraneo alla collettività umana cui noi apparteniamo, l'alternativa non è tra il rifiuto aggressivo intessuto di uno sprezzante senso di superiorità da un lato, e dall'altro la disponibilità più aperta, amichevole e ospitale. C'è una terza posizione, che è poi quella istintivamente adottata dalla grande maggioranza degli esseri umani.
Ce la indica un grande antropologo, forse il più grande del Novecento, Claude Lévi-Strauss - è necessario aggiungere che difficilmente lo si sarebbe potuto definire un conservatore? - in un suo testo poco noto (De près et de loin, Odile Jacob, 1988) contenente parole di straordinaria attualità che meritano di essere conosciute e meditate. Specialmente in un momento come l'attuale in cui nella società italiana le tensioni di vario genere causate dall'immigrazione stanno accendendo intorno a questi temi un aspro dibattito pubblico nel quale si sprecano le accuse e le strumentalizzazioni politiche.
Per Lévi-Strauss il razzismo è "l'ostilità attiva" di una cultura verso un'altra, volta a "distruggerla o semplicemente ad opprimerla" sulla base di una presunta gerarchia qualitativa dei rispettivi patrimoni genetici. Questo è il razzismo: che, come è ovvio, si accompagna inevitabilmente alla negazione all'altro degli stessi diritti di cui godiamo noi.
Invece, aggiunge subito dopo Lévi-Strauss, "che delle culture, pur rispettandosi possano sentire maggiori o minori affinità le une per le altre, questa è una situazione di fatto che è sempre esistita. È un dato normale dei comportamenti umani". E fa un esempio che lo riguarda personalmente: se in metropolitana gli capita d'incontrare dei giapponesi, verso la cui cultura egli è attratto, gli viene naturale un moto di simpatia e d'interesse, e il fatto si produce, ammette senza problemi, sulla base della loro semplice apparenza fisica, del loro puro modo di comportarsi nonché della conoscenza della loro lingua.
"Nella vita quotidiana, conclude, tutti ci comportiamo così per situare uno sconosciuto sulla carta geografica. (....) Sarebbe davvero il culmine dell'ipocrisia pretendere di vietare questo genere di approssimazione":(...) "denunciarla come razzista rischia solo di fare il gioco del nemico dal momento che molte persone ingenue si diranno: se questo è razzismo, ebbene io allora sono razzista".
Dunque non volere avere troppo a che fare con i nigeriani, dico per dire, a causa del loro modo di fare, o sentirsi infastiditi dall'odore del cibo cucinato dai bengalesi, o trovare sgradevole l'idea di avere dei vicini di casa rom, non ha niente a che fare con il razzismo. È un'altra cosa. Così come è un'altra cosa preoccuparsi del fatto che la presenza di una cultura diversa dalla propria raggiunga proporzioni tali da rendere la nostra minoritaria.
Una tale preoccupazione diventa razzismo non già quando in base ad essa si chiedono all'autorità misure per evitare che si crei la condizione suddetta (chiedendo di porre dei limiti all'immigrazione, ad esempio), bensì quando s'invocano misure a qualunque titolo discriminatorie nei confronti di chi è già tra di noi. O, come accade più spesso, quando con atti o con parole ci si comporta verso chi non condivide la nostra cultura in un modo che ci guarderemmo bene da adoperare con coloro che invece la condividono.
Le culture sono una cosa complicata e da maneggiare con cura. Per una ragione evidente: perché contribuiscono in misura decisiva a costituire l'identità di ognuno di noi, a farci essere e a farci sentire ciò che siamo, spesso al di là della nostra stessa consapevolezza. Se si è nati in questa parte del mondo, ad esempio, può capitare di essere un ateo a diciotto carati, infatti, perfino un mangiapreti, ma nel momento in cui si vede la cattedrale di Notre-Dame andare a fuoco, avvertire comunque un sentimento misterioso di tristezza e di angoscia, di perdita di qualcosa che ci riguarda profondamente.
Proprio per questo la politica è sempre tentata di sfruttare, esasperandolo, il dato culturale-identitario, dal momento che essa vede in ciò la possibilità di fare appello alla nostra parte meno razionale, di sollecitare le nostre reazioni più immediate e magari sconsiderate. È questa la strada che in Italia troppo spesso imbocca una parte della destra quando esaspera gli animi e più o meno intenzionalmente favorisce comportamenti che mirano a negare o violare i diritti altrui, siano questi emigrati, rom, o chiunque altro.
Al che però si risponde spesso dall'altra parte, dalla sinistra, in modo altrettanto esasperato e contrario, opponendo ai "bassi istinti" gli "alti principi", alla febbre identitaria un algido idealismo che affida tutta la sua capacità di convinzione alla forza del tabù che per ogni persona civilizzata rappresenta l'accusa di razzismo. Ma applicare sconsideratamente il termine razzismo, come non manca di sottolineare esplicitamente Lévi-Strauss, significa solo banalizzare il concetto, svuotarlo del suo contenuto. E così rischiare di condurre alla fine a un risultato opposto a quello desiderato.
viveresenigallia.it, 11 gennaio 2020
"L'uomo non è il suo errore". È una frase molto efficace, che interpella la nostra coscienza civile. Descrive in modo sintetico l'idea di base su cui è fondata l'esperienza del progetto CEC, Comunità Educante con i Carcerati. Se ne discuterà mercoledì prossimo, 15 gennaio, al Teatro Portone, alle ore 21, in un incontro promosso dalla Scuola di Pace del Comune di Senigallia e dalla Diocesi di Senigallia.
È il secondo incontro che la Scuola di Pace propone a tutta la città, inserito nel programma biennale "Risoluzioni. Contare i conflitti, raccontare la Pace". Le CEC sono delle comunità alternative al carcere, promosse dalla Comunità papa Giovanni XXIII, presenti soprattutto nella provincia di Rimini. Accolgono detenuti a cui mancano non più di quattro anni di carcere prima di ottenere di nuovo la libertà.
Le strutture non prevedono celle di isolamento, non ci sono guardie carcerarie, non c'è un clima punitivo. Sono comunità in cui a tutti è richiesto un servizio a favore degli altri. Alle persone che vivono in una comunità CEC vengono proposti dei percorsi educativi, che aiutano a misurarsi con il proprio passato, a recuperare la propria autostima e a prepararsi per un autentico reinserimento nella società. Si guarda, dunque, all'uomo, non al suo errore, in un'ottica che, a partire da una proposta di fede cristiana, punta a recuperare la propria dignità umana e il senso di solidarietà con le altre persone.
Ogni detenuto ha vissuto sulla propria pelle un conflitto che lo ha portato a compiere azioni sbagliate. Superare questi conflitti, nell'ottica della giustizia riparativa, significa fare Pace con il proprio passato e porre le basi per un futuro di Pace con se stessi, con il proprio contesto familiare e sociale.
Da ormai diversi mesi, un gruppo di giovani di Senigallia, a cui si sono affiancate anche delle persone adulte, sta svolgendo un'attività di volontariato recandosi presso alcune comunità CEC. È un'attenzione che sta crescendo e che interpella la coscienza di ogni autentico costruttore di Pace. Si sta pensando di aprire anche a Senigallia una comunità CEC, coinvolgendo le tante associazioni presenti in città che sono attente al mondo dei carcerati. Ospite della serata del 15 gennaio sarà Giorgio Pieri, uno dei fondatori del progetto CEC, insieme ad alcuni detenuti che, attraverso il racconto della loro storia, faranno capire l'importanza dei percorsi alternativi al carcere per dare nuova vita e speranza a chi ha un debito con la società.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 11 gennaio 2020
"La scrittura è un modo possibile di comprensione non solo di ciò che si è fatto ma anche di quello che si sarebbe voluto fare e di ciò che si vuole fare. La scrittura non è soltanto memoria, non è soltanto un ricordo, non è soltanto ricapitolazione della propria vita ma è anche apertura verso altre vite".
Con queste parole lo scrittore Edoardo Albinati, premio Strega 2016, ha introdotto la premiazione, in qualità di presidente della giuria, della prima edizione del premio letterario "Camera con vista" in favore dei detenuti della Casa circondariale di Velletri.
L'evento si è tenuto nel teatro del carcere, dedicato ad Enzo Tortora, ed è stato condotto dall'avvocato Sabrina Lucantoni, presidente della Camera penale di Velletri, e ideatrice del progetto: "Con i membri del direttivo abbiamo ritenuto necessario creare un collegamento concreto tra la società civile e la popolazione carceraria. A noi operatori del diritto, a chi rifugge una idea moralizzatrice della giustizia, tocca promuovere queste iniziative culturali. I detenuti ci hanno donato i propri sentimenti, il dolore, il rammarico, la vergogna ma anche la speranza".
E di speranza ha parlato l'esponente radicale Rita Bernardini: "Pannella diceva che non bisogna solo avere speranza ma anche essere speranza. Se tu la incarni ti rendi conto che cambi la realtà intorno a te. Fra questi elaborati c'è questo concetto, alcuni detenuti hanno scritto di volere speranza per se stessi ed esserlo per gli altri. E questo è molto bello perché significa voler costruire qualcosa e dare qualcosa agli altri".
Un intervento molto profondo, che ha buttato giù il muro che divide i giusti dagli ingiusti, è stato quello di Maria Antonia Vertaldi, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Roma: "Posso dire con certezza, alla fine della mia carriera, che forse i migliori giorni della mia vita sono quelli che ho trascorso all'interno del carcere dove ho avuto modo di capire e principalmente conoscere me stessa, i miei limiti, le mie paure, i miei timori, le mie speranze che sono gli stessi sentimenti di coloro che nel carcere vivono in espiazione di una pena. Noi tutti vorremmo, io voglio e molti come me, che la pena si espiata in condizioni umane, rispettando la dignità".
Per Lia Simonetti, presidente dell'ordine avvocati di Velletri, "ai detenuti, secondo il dettato costituzionale, va data una possibilità concreta di risocializzazione, hanno diritto non soltanto a belle parole ma anche al rispetto sociale, alla possibilità di essere utili, al lavoro e a nuove spinte rigenerative, ad una vita vera futura". L'avvocato Francesco Lodise ha denunciato come "oggi non si tiene la barra dritta sull'articolo 27 della Costituzione, un faro che dobbiamo tenere sempre presente anche nella notte buia di un carcere".
Anche il Dubbio era tra i giurati: "Noi giornalisti siamo abituati a sbattere in prima pagina i mostri, che siano semplicemente indagati o colpevoli. Appena entrano in carcere ci dimentichiamo di loro e decidiamo irresponsabilmente di non raccontare il loro cambiamento".
Al termine degli interventi, sulle note del cantautore Stefano Pavan, e con la lettura di alcuni brani del doppiatore Mino Caprio, sono stati premiati i migliori racconti "Talento sprecato", "La vita in carcer"', "Cosa mi ha portato qui" - e il miglior disegno. Una casa editrice si è già fatta avanti per pubblicare tutti i racconti ma intanto per chi volesse acquistare le prime copie autoprodotte, i cui proventi andranno ai detenuti vincitori, può scrivere a: s.lucantoni@ gmail. com.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 11 gennaio 2020
Per le strade della capitale con i manifestanti pro-democrazia. Anche il premier iracheno insiste, secco no di Pompeo. Quasi tutti i soldati italiani a Erbil. "Via, via, via l'America e via l'Iran dall'Iraq", scandiscono a migliaia battendo le mani: "Non siamo il campo di battaglia della guerra tra Washington e Teheran". Uno slogan che è anche una richiesta di legittimazione ai governanti: "L'Iraq agli iracheni, fuori tutte le truppe straniere".
Il grido echeggiava ieri da piazza Tahrir all'antica Rasheed Street, sino alle stradine del "mercato dei libri" di Muthanabbi e lungo i quartieri di casupole in mattoni rossi sul Tigri, di fronte alla Zona Verde, la cittadella del potere dove c'è l'ambasciata Usa (più blindata che mai).
A una settimana dal blitz Usa contro Qassem Soleimani ("Voleva colpire quattro ambasciate americane", ha detto ieri Donald Trump), i giovani delle rivolte rilanciano la mobilitazione per abbattere il governo, porre fine alla corruzione, ottenere "lavoro e dignità".
Dai primi di ottobre la polizia e le milizie hanno ucciso quasi 600 dei loro, e i feriti sono oltre 22.500. Lungo la strada ecco i memoriali dei "martiri", candele, libri del Corano e foto, tanti ripresi moribondi sul selciato insanguinato. Barricate, auto bruciate e tanti sogni. Temevano che il raid Usa, seguito dal lancio di missili iraniani, offuscasse le loro voci. Ma oggi gli slogan invadono i siti, i social, la stampa locale.
Cercando una nuova legittimità politica, che proprio questi giovani avevano indebolito sino a costringerlo alle dimissioni in dicembre e a guidare ora un governo transitorio, anche il premier Adel Abdul Mahdi si riferisce a loro nel chiedere agli americani di organizzare il ritiro delle truppe. Mahdi l'ha fatto con una telefonata diretta giovedì sera al Segretario di Stato Usa, Mark Pompeo.
"Ho chiesto a Pompeo di inviare una delegazione e preparare il ritiro delle truppe straniere", spiega in un comunicato. Un passo che segue la decisione (non vincolante) di domenica scorsa, quando il parlamento di Bagdad ha votato a risicata maggioranza (tutti deputati sciiti, assenti sunniti e curdi) "l'espulsione del contingente internazionale". Nel Paese si dibatte sulla validità del voto. In ogni caso, Mahdi ripete che il blitz Usa "costituisce una violazione dello spazio aereo iracheno", un'offesa della sua sovranità e degli accordi militari con Washington.
Muro contro muro. "Le truppe non se ne vanno", replica secco Pompeo. Ieri il Dipartimento di Stato ha ribadito che la presenza americana resta fondamentale per sconfiggere l'Isis e impedirne la rinascita. "Qualsiasi delegazione inviata in Iraq servirà per ricostruire la nostra collaborazione strategica, non per discutere il ritiro delle truppe".
Intanto l'Isis stesso in un comunicato plaude alla morte di Soleimani, mentre una fonte del Washington Post ha rivelato che l'operazione approvata dalla Casa Bianca era più vasta di quanto si pensasse: Il giorno prima che il drone uccidesse il generale iraniano e il numero due delle milizie sciite irachene, gli Usa hanno cercato di uccidere un altro comandante dei pasdaran, in missione nello Yemen (ma l'attacco contro Abdul Reza Shahlai è fallito).
A Washington si pensa a un ruolo più rilevante della Nato per l'addestramento delle forze di sicurezza irachene. Il tema è scottante e confuso. Per il momento le attività di addestramento degli iracheni da parte della settantina di contingenti della coalizione internazionale a guida Usa (10.000 soldati in tutto) sono congelate. Gran parte dei 926 soldati della missione italiana sono dall'altro ieri concentrati a Erbil con il comandante, generale Paolo Fortezza. A Camp Dublin, presso l'aeroporto di Bagdad, restano circa 120 carabinieri.
di Federica Delogu
Il Manifesto, 11 gennaio 2020
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori. "In Portogallo la violenza domestica è il crimine che fa più vittime e uno dei principali problemi del paese": queste le parole pronunciate nel primo giorno della nuova legislatura dal leader parlamentare del Bloco de Esquerda, Pedro Filipe Soares, che ha presentato due proposte di legge per intervenire su quello che ha definito "un autentico flagello".
Dal 2004 l'Osservatorio sulle donne assassinate, nato nell'ambito dell'Umar, União de Mulheres Alternativa e Resposta, storica associazione femminista portoghese, analizza i casi di violenza sulle donne riportati dalla stampa e registra età delle vittime, luogo e tipologia delle violenze. Da quando ha iniziato la sua analisi l'Osservatorio ha registrato 531 femminicidi e 618 tentativi di femminicidio (i dati più recenti sono aggiornati al 12 novembre 2019 e presentati a fine novembre in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne).
Ogni mese cinque donne in Portogallo sono vittime della violenza maschile più estrema, e ogni mese due di loro muoiono a causa di questa violenza. Il bilancio provvisorio del 2019, secondo l'Osservatorio, era di 28 donne uccise nell'ambito di relazioni sentimentali o familiari, due assassinate da sconosciuti, 27 tentati femminicidi e 45 orfani. Da allora altre due donne sono state uccise dai propri compagni negli ultimi giorni dell'anno.
Un numero altissimo, per un paese che ha poco più di dieci milioni di abitanti. Delle 28 vittime registrate fino a novembre 2019, il 53% sono state uccise dall'uomo con cui avevano una relazione in corso al momento dell'assassinio e il 21% dall'ex marito o compagno (mentre nel resto dei casi da familiari diretti o indiretti). Il 71% delle donne uccise aveva già subito violenza durante la relazione, e nella maggior parte dei casi denunciato.
Secondo i dati pubblicati dal governo, invece, le vittime di violenza domestica fino a novembre sarebbero 33: 25 donne, un bambino e 7 uomini. Il panorama che ne emerge non solo conferma che il femminicidio è l'epilogo di violenze perpetrate per anni da compagni e mariti ma ci dice anche che in molti casi altre persone, o addirittura istituzioni, erano a conoscenza delle violenze.
Oltre ai casi di violenze in ambito familiare, nel 2019 due donne sono state uccise da sconosciuti. A gennaio una prostituta è stata accoltellata a morte da un cliente durante un incontro mentre il figlio della donna, un ventenne affetto da sindrome di down, aspettava la madre in macchina, e a settembre una suora di 61 anni è stata uccisa e violentata da un quarantenne.
Secondo Joana Grilo, attivista della rete 8 marzo, "il Portogallo ha delle leggi molto più avanzate della sua società e la violenza di genere ne è un esempio. C'è una grande disparità tra le grandi città e i piccoli paesi dal punto di vista della cultura di genere e in questo contesto si inserisce il grande lavoro portato avanti dai movimenti femministi". Nel 2019 per lo sciopero femminista internazionale dell'8 marzo sono scese in piazza 30mila persone, "ma la grande vittoria - prosegue Grilo - non è stata tanto vederne 20mila a Lisbona, quanto portarne cinquecento a Braga, coinvolgere piccole realtà, dare forza alle donne che non hanno mai raccontato le loro storie".
Il femminismo portoghese ha una storia antica e intensa, che nel periodo repubblicano che ha preceduto la dittatura di Salazar ha visto lotte e rivendicazioni di pensatrici femministe. "Quelle rivendicazioni furono rese invisibili durante la lunga notte del fascismo, e noi che crescemmo durante la dittatura non avevamo coscienza di quelle lotte - spiega Manuela Tavares, una delle fondatrici dell'Umar - All'indomani della rivoluzione dei garofani del 1974 il femminismo portoghese è dovuto rinascere, ma aveva completamente perso la memoria storica e questa fragilità ha tutt'ora conseguenze evidenti".
La legge che depenalizza l'aborto, ad esempio, è arrivata solo nel 2007 dopo anni di lotte femministe. "Concentrando l'attenzione su quel tema abbiamo dovuto lasciarne indietro altri e siamo arrivate a far entrare i discorsi di violenza domestica e di genere nel dibattito pubblico con vent'anni di ritardo rispetto ad altri paesi europei" prosegue Tavares - Mentre i primi centri antiviolenza in Inghilterra sono degli anni 70 noi ci siamo arrivate solo negli anni 90".
Se però molti passi avanti sono stati fatti da allora la violenza domestica resta un problema culturale che affligge non solo la società ma anche i tribunali. "Mia figlia Carla ha vissuto per sei anni con un compagno violento che la maltrattava. - racconta Amélia Santos, che ha perso entrambi i figli per mano dello stesso uomo - Quando nel 2010 ha deciso di separarsi, lui ha minacciato di uccidere tutta la sua famiglia. Quello stesso anno l'ha sequestrata, torturata e violentata davanti al figlio di 22 mesi. Le ha fatto tutta la violenza possibile".
Il giorno dopo il sequestro l'uomo, Moisés Fonseca, fu arrestato, processato e condannato a un anno e mezzo con sospensione della pena. "La giudice disse a mia figlia che lui aveva agito per amore" prosegue Amélia Santos, e in seguito, "come la maggior parte delle donne di questo paese, è stata obbligata all'affidamento congiunto del figlio con l'uomo che l'aveva sequestrata e violentata". Tre anni dopo l'uomo sequestrò il fratello di Carla, lo uccise e ne nascose il corpo, prima di uccidere anche lei.
"La mentalità esistente nei tribunali è quella della colpevolizzazione delle donne - spiega Manuela Tavares - Sono stati istituiti dei corsi di formazione sul tema ma sono rivolti ai giovani mentre sono proprio i giudici più anziani quelli che hanno più potere". Quello del giudice Neto de Moura ne è l'esempio più evidente: in una sentenza del 2015 il magistrato giustificò la violenza a una donna da parte del compagno e dell'ex marito sostenendo che "l'adulterio è una condotta che la società ha sempre condannato, e le donne oneste sono le prime a stigmatizzare le adultere". Nella sentenza citò la Bibbia e una legge penale del 1886 che di fatto prevedeva il delitto d'onore.
In seguito, in un processo d'appello a un uomo che aveva rotto il timpano alla compagna con un pugno, attenuò la pena decisa in primo grado e ritirò il braccialetto elettronico. Dopo le denunce e le proteste delle femministe e dell'opinione pubblica il giudice aveva chiesto di essere dispensato dai processi di violenza domestica ma la decisione era stata rigettata dal Tribunale Supremo. A marzo di quest'anno è stato rimosso dal suo ruolo e assegnato a un tribunale civile.
Oggi, grazie al lavoro dell'Umar e dei movimenti femministi, il tema sulla violenza ha trovato uno spazio nel dibattito pubblico e nel parlamento portoghese. Il governo socialista di António Costa, confermato nella tornata elettorale dello scorso 6 ottobre, aveva proclamato per il 7 marzo una giornata di lutto nazionale per le donne vittime di femminicidio e istituito una commissione tecnica multidisciplinare per migliorare la prevenzione e combattere la violenza domestica.
La relazione presentata a fine giugno dalla commissione chiedeva al governo di intervenire su tre ambiti principali: una raccolta dei dati dettagliata, modalità e protocolli d'intervento nelle 72 ore successive alla denuncia per garantire la protezione adeguata, e infine una formazione specifica delle figure professionali a vario titolo coinvolte.
Il governo attuale ha inserito la violenza domestica tra i temi da affrontare nella legislatura appena avviata, inserendo tra le misure da adottare lo sviluppo di un sistema integrato di segnalazione di potenziali vittime e aggressori, investimenti nell'educazione e l'allargamento della Rete nazionale di appoggio alle vittime di violenza domestica. Inoltre da tempo il primo ministro Costa valuta una riforma costituzionale per la creazione di tribunali specializzati in violenza domestica, per permettere un approccio giudiziario integrato.
Il Partito Ecologista dei Verdi (Pev) in occasione della giornata per l'eliminazione della violenza contro le donne ha proposto un sussidio statale alle vittime di violenza e a ottobre il Bloco de Esquerda ha riproposto i due progetti di legge a cui lavora dalla scorsa legislatura, ma che non erano stati approvati dal parlamento.
Il primo prevede che le testimonianze delle vittime di violenza domestica nelle 72 ore successive alla denuncia possano essere usate come prova durante il processo, sia perché raccolte in un momento immediatamente successivo ai fatti e quindi più precise e ricche di dettagli, sia per evitare alle donne di ripetere l'audizione. Il secondo progetto di legge prevede invece il conferimento dello status di vittima ai minori che assistono o testimoniano nei casi di violenza domestica, come previsto dall'articolo 26 della Convenzione di Istanbul.
All'indomani della giornata contro la violenza sulle donne il gruppo delle Mulheres de Braga, costituitosi dopo il femminicidio di Gabriela Monteiro a settembre, ha consegnato al presidente dell'Assemblea della Repubblica una petizione firmata da ottomila persone per chiedere al Parlamento di intervenire con misure efficaci sulla violenza, e in particolare nella tutela dei figli delle vittime. Per questo si batte anche Amélia Santos, che ha dovuto lottare per ottenere la custodia del nipote contro la famiglia dell'assassino dei suoi figli. "I bambini che vivono in contesti di violenza di genere subiscono enormi traumi - sostiene - e devono essere considerati vittime, perché è questo che sono. Finora siamo stati vittime prima dell'aggressore e poi della giustizia di questo paese".
di Errico Novi
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
In extremis il premier Conte impone il compromesso al vertice di maggioranza sulla giustizia: lo stop ai termini di estinzione dei reati non ci sarà per chi in primo grado è assolto. Bonafede: "Importante passo avanti". Verini (Pd) dice sì anche alla riforma complessiva del processo penale: "In Consiglio dei ministri già la settimana prossima".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
La riforma Bonafede verrebbe rivista invece per i casi di assoluzione. Situazione ancora in bilico sulla giustizia penale. Ma con buone possibilità di una soluzione che, secondo le ultime indiscrezioni filtrate dal summit di maggioranza, ancora in corso nella tarda serata di ieri, potrebbe passare per la distinzione tra sentenze di condanna e di assoluzione.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 10 gennaio 2020
Si fa strada la proposta di Federico Conte, Leu: prescrizione cancellata, ma solo per i condannati in primo grado. Tempo quasi scaduto. Il vertice di maggioranza convocato per sciogliere il nodo della prescrizione parte in contemporanea con il conto alla rovescia. Dopo quattro riunioni andate a vuoto il Pd ha deciso di forzare i tempi.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 10 gennaio 2020
È in gioco lo stato di diritto: il Pd non può arrendersi al panpenalismo grillino. Ritengo che valga la pena insistere nel sollevare il problema del rapporto tra la cultura politica di questo governo e la giustizia penale (cfr. il mio precedente intervento su queste colonne del 2 gennaio). Che lo stesso Pd, quale attuale partner governativo, non sia in grado di contrastare la deriva punitivista sempre più incombente, o non voglia neppure farlo diventando addirittura complice del panpenalismo grillino, può sembrare comprovato da indicatori sintomatici che vanno al di là della ancora irrisolta questione prescrizione.
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