di Giuliana Sgrena
Il Manifesto, 10 gennaio 2020
Ci eravamo sbagliati. Quando nel 2003 gli Stati Uniti utilizzando la fake news più clamorosa degli ultimi decenni - l'inesistente presenza di armi di distruzione di massa in Iraq - hanno scatenato una guerra di conquista che ha portato inevitabilmente alla sconfitta dell'esercito iracheno e alla conquista dell'Iraq da parte degli Stati Uniti, pensavamo che questa fosse soprattutto un'azione volta alla conquista di aree energetiche strategiche, quindi una guerra per il petrolio. Se questo era un obiettivo è completamente fallito perché il primo partner commerciale dell'Iraq è la Cina che importa la metà della produzione petrolifera e ha importanti partecipazioni nelle società che estraggono l'oro nero a prezzi irrisori. Il costo per l'estrazione di un barile di petrolio in Iraq è infatti inferiore a 2 dollari.
Prevedevamo anche che la guerra avrebbe portato degli sconvolgimenti nella regione e che una guerriglia irachena si sarebbe strenuamente opposta alla presenza militare degli Stati uniti. La realtà si è dimostrata molto più complessa e articolata e molto più grave di quanto ci eravamo immaginati, la presenza americana è scoppiata come una bomba a grappolo coinvolgendo anche aree molto lontane e per decenni.
Innanzitutto gli sviluppi della situazione irachena sono apparsi incompatibili con l'occupazione americana, infatti l'Iraq è diventato uno stato vassallo dell'Iran, tanto che i giovani che manifestano per la democrazia in piazza Tahrir a Baghdad chiedono anche la partenza delle forze iraniane. L'occupazione degli Stati uniti ha favorito il peggior nemico di Washington, l'Iran. Ma quella che poteva essere la dimostrazione di un fallimento di Bush, oggi può persino tornare utile agli Usa se il vero obiettivo è quello di fare dell'Iraq il centro della destabilizzazione nell'area.
Un gioco pericoloso. Infatti la divisione del paese - dividi et impera - è sfuggita di mano se i sunniti esautorati da un potere sciita-iraniano si sono estremizzati fino ad indurre ex-baathisti a rimpolpare le forze dello Stato islamico. Combattuto dagli sciiti e dalla coalizione - finalmente si è saputo che anche i militari italiani sono impegnati in operazioni anti-terrorismo -- ma evidentemente non ancora sconfitto. Tanto che Trump ha ritirato truppe dalla Siria lasciando le forze democratiche siriane in pasto a Erdogan, mentre ha dislocato altri 5000 uomini in Iraq, rendendo sempre più esplicito il ruolo attribuito al paese dei due fiumi. Tanto che il presidente iracheno Barham Saleh aveva reagito a questa notizia dichiarando che non avrebbe permesso che l'Iraq diventasse un trampolino di lancio per l'aggressione di paesi vicini. Gli Usa e Israele puntano soprattutto sul Kurdistan iracheno e le sue velleità indipendentiste, tanto che il lancio di missili iraniani sulla base americana di Erbil potrebbe essere una sorta di avvertimento ai curdi.
Ma l'effetto più grave della guerra americana è stato quello di provocare l'acuirsi dello scontro tra sunniti e sciiti (rispettivamente 33 e 63% della popolazione irachena), che sta sconvolgendo anche tutta la regione dove la rivalità per un'egemonia - che evidentemente non è solo religiosa ma fa della religione il proprio vessillo - alimenta guerre dalla Siria allo Yemen. In questo quadro le vittime principali sono stati quei movimenti che dalle rivolte arabe (Siria, Libia, Libano) fino a questi giorni (Iraq e Iran) sono stati soffocati da ingerenze straniere, soprattutto, dall'invio di armi, "consiglieri militari", finanziamenti destinati a destabilizzare la regione con la cacciata di Assad e le pressioni sull'Iran.
L'assassinio di Soleimani non farà altro che mettere a tacere le rivolte in Iran, in nome della difesa del paese, come quella irachena sarà schiacciata dallo scontro tra americani e iraniani. Sullo sfondo resta il Kurdistan che potrebbe essere tentato dall'"alleato" americano ad approfittarne per allontanarsi sempre più da Baghdad. Sembra di essere tornati al 1991, quando gli americani appoggiati da Gran Bretagna e Francia - che poi si è ritirata - crearono le no-fly zone come incentivo alla rivolta contro Saddam di kurdi e sciiti che poi furono abbandonati alla loro sorte e massacrati dal raìs.
Vita, 9 gennaio 2020
Secondo gli ultimi dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria aggiornati al 31 dicembre 2019, nelle carceri italiane ci sono 60.769 detenuti contro una capienza regolamentare degli istituti di 50.688 posti. In calo gli stranieri: sono 19,9 mila. Oltre 2,6 mila le donne.
ansa.it, 9 gennaio 2020
L'iniziativa è stata presa in considerazione dell'attuale scenario internazionale. Il Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Francesco Basentini, ha inviato ieri una nota ai direttori e ai comandanti degli istituti penitenziari per elevare il livello di allerta e di sensibilità nei confronti di un possibile innalzamento della minaccia terroristica. L'iniziativa è stata presa in considerazione dell'attuale scenario internazionale e della recente crisi dei rapporti fra Stati Uniti e Iran a seguito dell'uccisione del generale Soleimani.
di Errico Novi
Il Dubbio, 9 gennaio 2020
Ultimo vertice: Zingaretti attende "un compromesso" dal premier. L'ipotesi: limitare la norma alle condanne. "Aspettiamo il compromesso che il premier si è impegnato a produrre". Sono le parole con cui Zingaretti prepara il vertice di oggi pomeriggio sulla prescrizione. Servirà un'intesa, favorita anche da Conte, altrimenti i dem andranno per la loro strada.
di Guido Salvini*
Il Dubbio, 9 gennaio 2020
La nuova legge sulla prescrizione non è un aiuto alla giustizia. Sono norme quasi del tutto inutili che nascondono forse non una catastrofe ma danni probabili e rilevanti. Proviamo a rifletterci seriamente non dal punto di vista di chi promuove una legge per ottenere un successo politico a breve termine ma da quello di chi in un grande Tribunale come quello di Milano fascicoli di tutti i tipi li maneggia e non ne parla solamente.
di Stefano Parisi
Il Riformista, 9 gennaio 2020
Con l'abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio è stato dato un ulteriore colpo allo Stato di Diritto. La sua reintroduzione è un imperativo assoluto che va oltre il bisogno contingente di mantenere in vita un Governo. Le forze che si auto-definiscono democratiche oggi possono approvare la proposta di legge di Enrico Costa. Se non lo facessero e, con strani escamotage, dovessero ulteriormente assecondare questa barbarie giuridica, sarebbero definitivamente complici del populismo penale eversivo. I valori della democrazia liberale non sono negoziabili. E invece...
di Valter Vecellio
Il Dubbio, 9 gennaio 2020
Sembra che qualcuno, finalmente, si stia rendendo conto che la vera, grande, emergenza di questo paese - che pure di emergenze ne ha tante - è costituita dalla Giustizia. Sembra che molti si rendano conto che la cosiddetta riforma sulla prescrizione, fortissimamente voluta dall'attuale ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, dal Movimento 5 Stelle, e da alcuni eterogenei settori della magistratura e del giornalismo, è un'offesa, un oltraggio alla civiltà giuridica, alla stessa Costituzione. Par di vederlo il povero Cesare Beccaria, chissà quante volte si è rivoltato nella tomba; e quanto mai esatta l'amara definizione di Leonardo Sciascia: "Italia, paese culla del diritto, ma ormai la sua bara".
di Rosaria Amato
La Repubblica, 9 gennaio 2020
Con l'addio al secondo grado di giudizio più facile un ruolo forte della Corte dei conti. Cinque progetti di legge e due commissioni parlamentari al lavoro per la riforma della giustizia tributaria. Una quadra difficile da trovare soprattutto da quando nel dibattito è entrato il presidente del Consiglio Conte, annunciando prima nel discorso di fine anno e poi nell'intervista a Repubblica del 6 gennaio che la giustizia tributaria "va ridotta a soli due gradi di giudizio". L'affermazione è contestata da magistrati, avvocati e commercialisti, che, senza negare le ragioni della riforma (la revisione dell'attuale sistema sarebbe dovuta avvenire a 5 anni dall'entrata in vigore della Costituzione) rivendicano il diritto del cittadino ad avere un giudice imparziale e due gradi di giudizio di merito.
E nelle parole di Conte leggono un assist alla Corte dei conti, che in un comunicato del 24 ottobre si candidava come giudice per la "salvaguardia degli interessi dell'Erario e del Fisco". "La riforma deve essere gestita nell'ambito del giusto processo - dice Daniela Gobbi, presidente dell'Associazione Magistrati Tributari. Non è chiaro se si vuole abrogare il secondo grado di merito, che costituisce un importante filtro per la Cassazione: l'80% delle cause si fermano lì.
In questo modo si intaserebbe la Cassazione, prolungando i tempi della giustizia. Oppure se si vuole trasferire la competenza alla Corte dei conti: ma la materia tributaria non è materia contabile, ci sono in gioco diritti fondamentali, il giudice deve valutare le questioni di diritto nella loro interezza".
Forte anche di un andamento decrescente dell'arretrato negli ultimi sette anni (i ricorsi pendenti sono scesi dagli oltre 720 mila del 2011 ai 373.685 di fine 2018), l'Amt ha scritto a Conte per chiedere un incontro. Contro le affermazioni del premier anche l'Uncat (l'associazione degli avvocati tributaristi), e il Consiglio nazionale dei commercialisti. "Si tratta di un grado di giudizio assolutamente necessario nell'ambito della giurisdizione tributaria", dice il presidente del Consiglio Nazionale dei commercialisti Massimo Miani, sottolineando che l'abrogazione "si risolverebbe in un unicum nel nostro sistema processuale, oltre a limitare, del tutto ingiustificatamente, il diritto di difesa dei contribuenti".
La Corte dei conti non si esprime. Ma l'Associazione Magistrati della Corte dei conti sì, contestando "talune affermazioni tese a etichettare la Corte quale garante dell'Erario anziché del contribuente": "Siamo garanti solo ed esclusivamente della corretta applicazione della legge", rivendica il presidente dell'Associazione, Luigi Caso, ricordando che la Corte svolge già funzioni a tutela del cittadino, come nel giudizio sulle pensioni.
Neanche al Senato, dove le commissioni Finanze e Giustizia sono al lavoro per unificare i 5 progetti di legge (4 già depositati, ai quali, a breve, si aggiungerà quello del M5S), hanno preso bene la sortita di Conte: "Bisogna rispettare l'autonomia del Parlamento: siamo in una fase di costruzione e di ascolto, poi ci sarà la redazione di un testo unificato che cercherà di mettere insieme le istanze principali", dice Andrea Ostellari (Lega), presidente della commissione Giustizia. "La riforma deve portare con sé certezza del diritto, dei tempi, delle competenze - dice Luciano D'Alfonso, capogruppo Pd in commissione Finanze. Fondamentale sarà disporre anche per il processo tributario di una magistratura "dedicata" riconosciuta come tale".
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 9 gennaio 2020
Giuseppe Spadaro, attuale presidente del Tribunale dei minorenni di Bologna, pagherà per tutti: sarà lui la vittima sacrificale dell'inchiesta "Angeli e demoni". Con un ribaltone di fine anno, il Csm ha stroncato la sua aspirazione di andare a dirigere la Procura dei minorenni di Roma. Per lui un solo voto su cinque, quello della togata di Magistratura indipendente Loredana Micciché.
Eppure a luglio la strada per Roma sembrava spianata: a suo favore si era espresso addirittura Piercamillo Davigo. Strano destino, dunque, per l'ufficio giudiziario bolognese e per il suo presidente, sempre elogiato durante ogni ispezione ministeriale, soprattutto per aver innalzato la produttività eliminando arretrato, nonostante carenza di personale amministrativo e sottodimensionamento dell'organico dei giudici.
Durante la sua presidenza sono stati anche emessi provvedimenti innovativi, ad esempio in materia di stepchild adoption. Un modello, insomma, nel complesso mondo della giustizia minorile.
Fino a quest'estate quando esplode, appunto, l'inchiesta "Angeli e demoni" e Spadaro finisce sotto i riflettori dei mass media per i presunti allontanamenti illegittimi dei bambini di Bibbiano.
Nato 55 anni fa in Calabria, magistrato dal 1990 e dal 2013 a Bologna, Spadaro per il Csm è un giudice con "un vero e proprio amore per la funzione". "Senza dubbio - si poteva leggere nel parere redatto per la sua domanda - il magistrato più idoneo, per attitudini e merito" ad occupare il posto a Roma. Scoppiato lo scandalo, lui ed il suo ufficio si dichiarano le "prime vittime" degli assistenti sociali coinvolti nell'inchiesta. All'inizio dell'estate il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede avvia un'indagine amministrativa sul Tribunale dei minorenni di Bologna.
L'11 novembre il Guardasigilli richiede una nuova d'indagine "sui rapporti tra giudici e operatori che potrebbero aver determinato situazioni d'incompatibilità, e sulle misure adottate dal presidente". Il supplemento d'ispezione è motivato dal fatto che nelle intercettazioni di "Angeli e demoni" erano emersi rapporti di vicinanza tra uno dei giudici bolognesi e gli psicologi Claudio Foti e Nadia Bolognini, al centro delle indagini.
Il 27 agosto Spadaro aveva comunque sostituito il magistrato in questione. Ma oltre all'ispezione ministeriale, Spadaro deve fronteggiare l'Ordine degli avvocati di Reggio Emilia che aveva inviato a Bonafede e al Csm un rapporto sulle presunte inadempienze del Tribunale bolognese. Ci sono procedure di sospensione della potestà genitoriale, e addirittura di adottabilità dei bambini, "in cui da oltre un anno non vengono fissate le udienze".
Si evidenzia "il sistematico, mancato reperimento dei fascicoli in cancelleria e negli uffici dei magistrati" e lo "smarrimento di fascicoli". La presidente dell'Ordine, Celestina Tinelli, ha sostenuto che spesso "gli avvocati non possono nemmeno partecipare alle udienze". Il 14 novembre Spadaro si presenta allora davanti alla Commissione d'inchiesta sugli affidi minorili, varata dalla Regione Emilia-Romagna.
"Mi hanno chiamato sequestratore di bambini", ricorda, raccontando le offese e le minacce ricevute sui social media. "Siamo tra i migliori in Italia", aggiunge con orgoglio, illustrando i numeri del suo ufficio. Un dato, però, insospettisce la Commissione: tra il 2018 e 2019 i Servizi sociali avevano chiesto al Tribunale 100 allontanamenti e i suoi giudici ne avevano respinti ben 85.
Come mai gli assistenti sociali avevano chiesto allontanamenti infondati nell'85 per cento dei casi? E come mai, davanti a questi errori, i giudici non avevano preso provvedimenti? Spadaro risponde: "Perché i Servizi sociali non chiedevano 100 allontanamenti, altrimenti sarebbe stato un dato estremamente allarmante e io stesso sarei andato in Procura a segnalarlo". Gli assistenti sociali avevano presentato 100 "segnalazioni di potenziale pregiudizio", cioè relazioni assai meno definitive. E non così preoccupanti. Tutto chiarito? Affatto: per l'opinione pubblica e per il Csm ormai è lui il colpevole.
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2020
Da Patrizia Aldrovandi a Ilaria Cucchi, da Rudra Bianzino a Domenica Ferrulli. Combattono per la verità in casi controversi dove, sul banco degli imputati, siedono poliziotti e carabinieri. Una lotta in cui rabbia e sofferenza si intrecciano senza fine.
La stanza del figlio non l'ha mai chiusa. E, in questi anni, lei ha continuato a portarvi la vita da fuori. E i suoi pensieri. Il cane, il gatto. Gli amici. Nel tempo, all'odore di Federico si è mescolata prima l'incredulità e la rabbia, poi la determinazione. Mista a un dolore che "non passa mai e a quel vulcano che continua a bruciare sempre".
Nella stanza del figlio, ogni tanto, lei conduce anche le lacrime. Insieme alla ricerca di un nuovo equilibrio. Qui tutto continua a restare sospeso tra il letto, l'armadio, la scrivania. Ed è "con tutto questo dentro, che ho seguito ogni passaggio del caso Cucchi.
Direttamente sulla mia pelle", sospira Patrizia Moretti Aldrovandi. La pelle di una mamma, che da quattordici anni piange il figlio, Federico, morto a diciott'anni, al rientro da una festa. Morto dopo un fermo di polizia e un violento pestaggio: 54 lesioni sul corpo.
Come fu per Stefano Cucchi. "Ma oggi è già diverso da allora, oggi qualche passo avanti è stato fatto rispetto a quel giorno". L'attimo che ha travolto tutto ha una data: è il 25 settembre 2005. Quel giorno, lei e il marito, Lino, arrivano all'obitorio di Ferrara. Erano stati chiamati che il sole era già alto da ore. In quel momento, davanti al corpo gonfio, tumefatto e insanguinato di Federico, comincia la battaglia di Patrizia.
Che è stata la stessa lotta, innanzitutto di comprensione, di Ilaria Cucchi, di Lucia Uva, di Domenica Ferrulli, di Rudra Bianzino. O ancora di Luciana Rasman. O, se pur in un contesto differente, di Heidi Giuliani, mamma di Carlo, ucciso durante i disordini del G8 di Genova. Storie diverse, ma anche simili, di madri, di sorelle, di figli, di individui che erano nelle mani dello Stato e che, nelle mani dello Stato, sono morti. Famiglie al cui dolore si è aggiunto l'affronto dei pestaggi.
"Per me, come sarà anni dopo per l'aria Cucchi, tutto è cambiato con la foto di quel corpo", premette Patrizia Moretti. E stata "durissima, ma mostrare quell'immagine è stata una scelta quasi obbligata", ammette. Nella voce è ancora intatto il travaglio di quei giorni. "All'inizio, non volevo farlo, non volevo esporre il corpo di Federico, ma quel ritratto parlava. Raccontava quello che aveva subito. E noi abbiamo toccato con mano che, se non hai il sostegno dell'opinione pubblica, tutto viene facilmente archiviato, dimenticato".
Allora, esaurite le parole, Patrizia stampa le fotografie, le mostra nelle piazze di Ferrara, le porta ai cronisti. E ottiene che "i giornali locali allentino il freno" davanti a quei genitori che gridano per il figlio, il figlio morto dopo una festa con gli amici a Bologna, dopo un fermo di polizia e dopo "un'asfissia da posizione": con il torace schiacciato a terra dalle ginocchia degli agenti.
Sulla stampa, da quel momento in poi, le "brevi" cominciano a diventare trafiletti, poi articoli. La storia diventa così un caso nazionale, anche grazie all'eco del blog che Patrizia, da antesignana, decide di aprire per far conoscere quello che è accaduto a Federico e alla sua famiglia. Scrive lo studioso Marco Belpoliti: "Appena le fotografie si accoppiano alle parole producono un effetto di certezza". Le domande che rischiavano di restare insolute, "una volta abbracciate dall'opinione pubblica, vengono invece acquisite anche dalla giustizia.
Nel nostro caso, infatti, le indagini hanno avuto un'accelerazione in una seconda fase", ricostruisce Patrizia Moretti. Una fase terminata nel 2009 con la condanna a tre anni e mezzo di carcere, per eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi, di quattro poliziotti. La Cassazione conferma tutto, ma, a causa dell'indulto, gli agenti escono di prigione dopo sei mesi. Dopo un anno, sono di nuovo al lavoro.
Contemporaneamente, comincia il secondo processo per i depistaggi. "E questo è il principale punto di contatto con il caso Cucchi e il filo conduttore con altri analoghi. Ed è anche il punto su cui è più urgente intervenire, per un cambiamento", scandisce Patrizia mentre scorre il tempo coni pensieri. Va indietro, ai giorni della loro battaglia, mediatica e giudiziaria, e va avanti, a quelli più recenti della determinazione di l'aria Cucchi.
Quest'ultima ha ascoltato il 14 novembre 2019 il presidente della Corte emettere, in primo grado, condanne a dodici anni per due carabinieri per omicidio preterintenzionale: è il secondo processo celebrato per la morte del fratello. Il dibattimento sui depistaggi si era aperto invece due giorni prima. Tra le parti civili, ci sono anche l'Arma dei carabinieri e i ministeri della Difesa e dell'Interno. "Io ho sentito, invece, quell'assenza.
Noi abbiamo provato un grande senso di isolamento e di abbandono. Da questa percezione nasce la scelta della lotta pubblica come unica soluzione", constata Patrizia Moretti. Il baciamano di un maresciallo alla sorella di Stefano Cucchi, nell'aula bunker di Rebibbia, è stato "un gesto estemporaneo, piaciuto" anche a Patrizia, che, ugualmente, ricorda di aver ricevuto "attestati di solidarietà da agenti, ma anche da capi della Polizia e da ministri dell'Interno. Ma poi, basta. Le azioni successive le stiamo ancora aspettando", allarga le braccia.
Ed è qui, in questo snodo del processo di elaborazione del lutto, che si concentra maggiormente la sua rabbia. Al pensiero di quei poliziotti, "nelle cui mani è morto mio figlio", che sono rientrati al lavoro "come se nulla fosse: la condanna non prevedeva l'interdizione dai pubblici uffici e nessun procedimento disciplinare interno è stato mai avviato".
Anni dopo, per il caso Cucchi, anche su questo fronte, le conseguenze sono state diverse: l'Arma ha iniziato un iter che potrebbe portare fino alla destituzione dei militari. E già prima, un altro muro era caduto, quello dell'omertà che spesso silenziava molti misfatti consumati all'interno dei corpi militari.
Una regola non scritta, protratta nel tempo, ma alla fine infranta. "Per la morte di Federico, nessuno ha mai raccontato qualcosa di diverso da quanto concordato a tavolino", ricorda riferendosi al processo per i depistaggi. Processo che si è concluso in Cassazione con otto mesi di carcere per uno degli agenti e l'annullamento per prescrizione per un altro.
Invece, contro i carabinieri condannati per la morte di Stefano Cucchi sono state messe a verbale soprattutto le accuse di altri carabinieri. Che c'erano, che all'inizio hanno taciuto, ma che alla fine hanno rotto la consegna del silenzio. E denunciato. Questo - stando all'accusa della Procura di Roma - nonostante i tentativi dei graduati di tacere la verità, di modificare la ricostruzione dei fatti.
E "l'Arma che si è costituita parte civile e che ha preso le distanze dai reati è un segnale positivo di un'evoluzione, di un percorso culturale in atto", dice Patrizia. Perché, ne è convinta, questa trasformazione dovrebbe iniziare proprio "nelle caserme, fuori dai riflettori". Superando anche alcuni tabù. A cominciare dal fatto che "come mi hanno raccontato molti poliziotti, non è ben visto il ricorso a un supporto psicologico, necessario per gestire l'uso della forza". Con Ilaria, Patrizia ha condiviso molte cose, oltre allo stesso avvocato, Fabio Anselmo. "Me la presentò la prima volta che venne a Ferrara a parlargli".
E con lei, come con altri, si è creata una rete. "Ci siamo incontrati in occasioni pubbliche, abbiamo condiviso le nostre storie. E sono nate anche amicizie, come quella con Lucia Uva", la sorella di Giuseppe, morto a 43 anni nel 2008, dopo essere stato fermato e trattenuto in caserma a Varese. I due carabinieri e i sei poliziotti coinvolti sono stati però assolti, in via definitiva dalla Cassazione, dall'accusa di omicidio preterintenzionale e sequestro.
È soprattutto nei momenti più attesi e difficili che il loro reciproco sostegno diventa anche pubblica vicinanza. Così Lucia Uva, per la sentenza d'appello, ha voluto essere in Tribunale a Milano, al fianco di Domenica Ferrulli, la figlia di Michele, il manovale morto d'infarto, dopo un fermo nel 2011. Anche a lei è toccato ascoltare, con sconcerto, la voce del giudice far cadere le accuse per i quattro poliziotti processati.
"Avevamo pensato di trasformare questa rete in un'associazione, ma alla fine sono stata io a sottrarmi", quasi si scusa Patrizia, che è la mamma di Federico, ma anche di Stefano. "Non ce la faccio più, ormai scoppio solo a piangere, ho avuto bisogno di sottrarmi alla sfera pubblica. Un tempo, la battaglia all'esterno mi ha dato forza, ora ho bisogno della mia dimensione privata". Di attraversare l'aria sospesa della stanza del figlio.
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