di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 18 febbraio 2020
L'indicazione al termine del vertice di maggioranza a Palazzo Chigi. previsti interventi sia in tema di sicurezza che di immigrazione. No alla cancellazione, sì a una modifica "profonda" dei decreti Salvini: è l'indicazione che emerge al termine del vertice di maggioranza conclusosi questa sera a palazzo Chigi.
Verranno adottati due provvedimenti distinti, uno in materia di sicurezza e uno in materia di immigrazione. Correzioni alle norme in vigore erano state caldeggiate fin da subito dal presidente della repubblica Sergio Mattarella (per il quale i soccorsi in mare vanno sempre garantiti) e anche più settori della maggioranza e dell'area di governo (ultimo in ordine di tempo il movimento delle Sardine) avevano chiesto l'abolizione tout court dei decreti.
"Questi decreti hanno prodotti obiettivamente più irregolarità" ha detto il viceministro degli interni Matteo Mauri (Pd). "Vanno cancellate le sanzioni alle Ong" gli ha fatto eco l'esponente di Leu Nicola Fratoianni. Altro punto sul quale sembra esserci convergenza tra tutte le componenti di governo è il ritorno degli Sprar, i centri di accoglienza diffusi e di piccole dimensione che avevano dato risultati in fatto di integrazione dei richiedenti asilo. La maggioranza ritiene sarà necessario un altro incontro sul tema, per discutere (anche) del memorandum con la Libia che regola gli attuali compiti della cosiddetta Guardia Costiera di Tripoli.
Al di là delle dichiarazioni ottimistiche, tuttavia, l'impressione è che in seno alla maggioranza le posizioni in tema di immigrazione e sicurezza le posizioni non siano univoche. Il M5S, in particolare non è disposto a cancellare l'eredità del precedente governo, come lasciano intendere le parole di Vito Crimi; quest'ultimo dice no a posizioni ideologiche sui decreti Salvini e no a gettare al vento i risultati ottenuti per effetto di quei provvedimenti.
Di fronte alla ripresa degli sbarchi dalla Libia delle ultime settimane, tuttavia, la ministra deli interni Luciana Lamorgese ha decisamente cambiato atteggiamento rispetto al passato, scegliendo di "ignorare" l'applicazione dei decreti Salvini concedendo l'approdo in Italia delle imbarcazioni che soccorrono migranti alla deriva nel mediterraneo. I provvedimenti varati dal precedente governo, come è noto, danno facoltà al Viminale di vietare l'ingresso in acque italiane alle navi ritenute un pericolo per l'ordine pubblico o gli interessi nazionali dell'Italia. Infliggono inoltre pesanti sanzioni alle Ong che violano questi divieti.
di Nicòl De Giosa
internationalwebpost.org, 18 febbraio 2020
Detenuti e studenti si sfideranno a colpi di retorica. L'iniziativa si chiama Guerra di Parole e quest'anno avverrà a Milano, con la sua IV edizione. In questo scontro si confronteranno gli studenti universitari della Statale e i detenuti del Carcere di San Vittore, ma la loro unica arma sarà la forza della parola e solo il più abile vincerà. Il tema di questa edizione, su cui i gruppi si misureranno, sarà: "L'opinione pubblica è il sale della democrazia o il dominio del populismo?".
I partecipanti (scelti esclusivamente per la loro volontà di prendere parte all'iniziativa) seguiranno un corso di formazione gratis, tenuto da professionisti nei diversi settori, di public speaking, all'interno della sede universitaria, per imparare le tecniche della retorica, del teatro e del rap. Le lezioni saranno tenute dalla presidente dell'Associazione PerLaRe (Associazione Per La Retorica) Flavia Trupia, dall'attore e regista Enrico Roccaforte e dal rapper Amir Issaa.
Le squadre saranno preparate separatamente in vista dello scontro finale che avverrà il 23 novembre nel Carcere di San Vittore e si svolgerà in due round di 15 minuti, i quali, all'inizio e alla fine, saranno accompagnati da un appello di un minuto in versione rap, in cui le due squadre devono prima difendere un'idea e poi il suo contrario. In fine, una Giuria composta da sette esperti decreterà la squadra vincitrice fra detenuti e studenti, in base ad alcuni criteri quali il rispetto delle regole, l'utilizzo del linguaggio del corpo e la forza delle argomentazioni.
Flavia Trupia, ricordando le edizioni precedenti, sottolinea: "Le prime tre edizioni della Guerra di Parole sono state vinte dai detenuti, malgrado gli studenti abbiamo dimostrato di avere tecnica e determinazione - prosegue la presidente dell'associazione PerLaRe. Nell'arte oratoria non conta solo la preparazione tradizionale, ma anche la capacità di gestire il corpo, di divertire e di comunicare con l'uditorio. Abilità che raramente vengono acquisite tra i banchi. Inoltre non è facile per gli studenti, a vent'anni, entrare in un carcere e sfidare degli adulti che si sono formati nell'università della vita. Ma quest'anno gli studenti potrebbero stupirci".
L'iniziativa supporta la cultura e la condivisione del valore della retorica, in quanto essa sia un pacifico strumento per cambiare il modo di stare insieme nella società. Le gare di retorica hanno l'obiettivo di preparare i partecipanti ad affrontare le sfide che la vita preserverà loro in futuro, in contesti in cui è indispensabile sapersi confrontare con diverse idee e opinioni discordanti. Chi la spunterà quest'anno? Riusciranno gli studenti a farsi valere?
L'iniziativa è appoggiata e promossa da Toyota Motor Italia ed è organizzata da PerLaRe - Associazione Per La Retorica, Università degli Studi di Milano La Statale, Crui - Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, Casa Circondariale di Milano San Vittore, insieme a Unione Camere Penali Italiane - Osservatorio Carcere Ucpi, Amici della Nave. Il progetto è supportato da Ferpi - Federazione Relazioni Pubbliche Italiana.
di Emanuele Di Nicola
rassegna.it, 18 febbraio 2020
La presentazione alla Camera della Conferenza nazionale sulle droghe, il 28-29 febbraio a Milano. È urgente riformare la legge 309 del 1990, che ha imposto un approccio repressivo. Amerini (Cgil): "Serve un governo serio, non stigmatizzare le persone".
Dopo trent'anni di guerra alla droga adesso bisogna costruire la pace. Con questo slogan, che è anche una dichiarazione di intenti, si terrà la Conferenza nazionale sulle droghe a Milano il 28 e 29 febbraio, autoconvocata dai promotori (qui il sito ufficiale). "Prove generali per un governo alternativo", si legge nel sottotitolo. Tante sono le organizzazioni a sostegno della due giorni, tra cui la Cgil che nella Conferenza si è sempre impegnata. Tra gli altri troviamo A Buon Diritto, Arci, Associazione Antigone, Associazione Freeweed, Associazione Luca Coscioni, Cnca, Conferenza dei Garanti delle persone private della libertà e molti altri. L'iniziativa è stata presentata oggi (17 febbraio) a Roma, in una conferenza stampa alla Camera.
La "guerra dei trent'anni" riguarda la legge 309 approvata proprio nel 1990, che impose alle politiche sulle droghe in Italia un indirizzo soltanto punitivo. Le associazioni chiedono di cambiarla al più presto possibile, dando all'approccio sulle sostanze un'impronta di governo vero, uscendo dalla logica della repressione. A illustrare il senso della Conferenza di Milano è stata Denise Amerini, responsabile per le Dipendenze nell'area welfare della Cgil nazionale. "La legge compie trent'anni, oggi sono evidenti gli effetti che ha avuto - ha esordito -: la patologizzazione e lo stigma lanciato addosso alle persone, che è poi ricaduto su tutti coloro che lavorano nel settore. Si tratta di un approccio repressivo che ha portato a una grave regressione culturale. Basti guardare in questi giorni al caso di Verona: c'è una scuola che ha imposto i cani antidroga e perfino l'esame dell'urina per gli studenti".
Nel nostro Paese la percezione delle sostanze stupefacenti sconta una serie di stereotipi, indotti dalla politica e dai media, tanto che la cosiddetta "guerra alla droga" è tra le espressioni preferite dei giornali. "Siamo davanti a un progressivo indebolimento dei servizi - così Amerini -, che è dovuto proprio a come si ragiona rispetto alle sostanze: non si investe e non si valorizzano mai gli operatori. Alla mancanza di risorse si aggiunge poi il blocco delle assunzioni, negli ultimi anni i nuovi ingressi sono pochi e tutti precari". Alla base, come detto, c'è un più vasto problema culturale: "Molte opinioni diffuse sono profondamente sbagliate: spesso si attribuisce a una sostanza un effetto che non ha, invece bisogna studiare prima di intervenire".
La Conferenza nazionale sulle droghe per legge è prevista ogni tre anni, eppure non si svolge dal 2009. "Per questo l'autoconvocazione è particolarmente importante - secondo Amerini -, chiediamo alla politica di assumere il ruolo che le spetta: affrontare il tema non in modo emergenziale, ma con strumenti seri. Vogliamo subito la riforma della legge 309. Bisogna poi legalizzare la cannabis, per favorire l'accesso alle cure per le persone, ma anche per migliorare l'economia e colpire la criminalità. Occorre capire che esiste un utilizzo controllato e molti usi della cannabis si sono normalizzati nella società attuale. Tutto questo - infine - aiuterebbe a combattere il sovraffollamento nelle carceri".
Tra i vari interventi alla presentazione c'è stato quello di Fabrizio Mariani, presidente del Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza): "L'attuale legge sulle droghe è ingiusta perché impone un approccio punitivo: sono cresciute le morti per overdose, le persone in carcere, la quantità di eroina sul mercato. È necessaria una profonda riflessione legislativa, che deve passare anche attraverso l'offerta di servizi al passo coi tempi". Così Alessio Guidotti, presidente di Itanpud, associazione di promozione sociale costituita da consumatori di sostanze: "La Conferenza accoglierà la voce dei consumatori. Nel Paese c'è una difficoltà a iniziare un percorso di questo genere: i consumatori vanno ascoltati, perché proprio loro sono al centro di una guerra inutile che ha fatto solo danni. Quindi devono portare le loro posizioni anche ai tavoli istituzionali".
Per Stefano Vecchio (Forum Droghe) "la legge 309 ha fallito anche negli obiettivi che si era posta: tutt'ora la presenza di sostanze fortemente diversificate è articolato, il mercato è vivo e si riorganizza continuamente. Inoltre nel 2018 il 35% dei detenuti italiani erano lì per violazione dell'articolo 73 della legge 309 (detenzione di sostanze stupefacenti, ndr), quindi con politiche di depenalizzazione si possono svuotare le carceri. Serve un cambio radicale, bisogna passare dalla colpevolizzazione al governo del fenomeno". La Conferenza nazionale vuole redigere una "Carta di Milano" con le richieste da inviare alla politica. Appuntamento dunque il 28-29 febbraio nel capoluogo lombardo.
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 18 febbraio 2020
L'obiettivo della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese è dichiarato: "Impedire di trasformare il testo che cambia i decreti sicurezza in materia di scontro politico". Anche perché la strada da seguire per le modifiche era stata indicata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella al momento di controfirmare il provvedimento voluto dall'allora titolare del Viminale Matteo Salvini. E dunque i nuovi decreti vanno tenuti al riparo dal fuoco incrociato interno alla maggioranza. Anche tenendo conto della delicatezza della materia trattata, che impatta direttamente con la salvaguardia dei diritti umani.
Perché si vorrebbe ridurre da 180 a 120 i giorni di massima permanenza nei centri per chi deve essere rimpatriato, ma anche tornare alle multe per le Ong che non superino i 50 mila euro e soprattutto senza far scattare automaticamente la confisca delle navi utilizzate per il soccorso dei migranti. E poi riconoscere la "tenuità del fatto" in alcuni casi di oltraggio e minacce a pubblico ufficiale, norma che rischia di provocare malcontento all'interno delle forze dell'ordine. E dunque, come continua a sottolineare la ministra "ci vuole coesione, condivisione vera". Una strada sulla quale insiste il viceministro Matteo Mauri del Pd, quando spiega che "se Salvini aveva ottenuto una riduzione dell'integrazione degli stranieri e un aumento dell'irregolarità, noi non vogliamo perdere l'occasione di una revisione complessiva di materie fondamentali come l'immigrazione e la sicurezza".
Ecco perché il "tavolo" a palazzo Chigi è stata l'occasione per illustrare i punti fondamentali, ma un esame del testo approfondito dovrà essere fatto con ministri e capidelegazione. Appare fin troppo evidente che i decreti sicurezza saranno l'argomento preferito di Salvini per attaccare il governo. E Lamorgese - peraltro ministra tecnica - non ha alcuna intenzione di diventare il bersaglio. Del resto la delicatezza delle nuove norme è fin troppo evidente esaminando le bozze preparate al Viminale. Perché al centro c'è la "salvaguardia dei diritti umani" a partire da quell'articolo che impedisce "il divieto di espulsione per le persone a rischio di tortura", come lo aveva scritto Salvini, ma viene integrato prevedendolo anche per chi rischia "trattamenti inumani e degradanti".
Le commissioni territoriali avranno maggiori poteri sia per riesaminare "la domanda reiterata in fase di esecuzione di un provvedimento di allontanamento" sia nel "rilascio di un permesso di soggiorno agli stranieri in condizioni di salute di particolare gravità" oppure "per la concessione dell'autorizzazione giudiziaria a permanere sul territorio per assistenza a familiari minori". La proposta di far scendere a 120 giorni la permanenza nei centri mira a snellire le procedure di rimpatrio, ma si prevedono pene più severe "per l'allontanamento arbitrario da tali strutture e per le condotte violente commesse nei Cpr", dove andranno anche "gli stranieri condannati e quelli in attesa di rimpatrio negli Stati che hanno un'intesa con l'Italia".
Nei decreti sicurezza Salvini ha previsto pene più severe - fino a 5 anni di carcere - per minacce e ingiurie a pubblico ufficiale, inserendo nell'elenco anche i dipendenti pubblici. Un'impostazione che secondo il Quirinale "impedisce al giudice di valutare la concreta offensività delle condotte poste in essere" e "solleva dubbi sulla sua conformità al nostro ordinamento e sulla sua ragionevolezza nel perseguire in termini così rigorosi condotte di scarsa rilevanza". Per questo nella nuova formulazione si inseriscono nell'elenco gli agenti di polizia, gli ufficiali di pubblica sicurezza, i vigili urbani e i magistrati in udienza. Ma è di tutta evidenza che per arrivare a questo risultato bisognerà superare le resistenze delle varie categorie di lavoratori e soprattutto tenere testa agli assalti dell'opposizione. E per farlo - su questo Lamorgese ha l'appoggio di Conte - il governo deve mostrarsi compatto, la maggioranza parlare a una sola voce. Esattamente il contrario di ciò che accade in questi giorni.
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 18 febbraio 2020
Conferenza di Monaco, accordo (a metà) sulla linea italiana: monitoraggio aereo. L'embargo sulle forniture d'armi in Libia deciso dalla comunità internazionale alla Conferenza di Berlino "è diventato una barzelletta" e occorre "fare un salto di qualità". Anche perché la situazione sul terreno, "nonostante alcuni segnali positivi, rimane molto preoccupante e la tregua è appesa un filo". Parole chiare e drammatiche quelle di Stephanie Williams, vice del Rappresentante Speciale dell'Onu per la Libia, Ghassan Salamè, al termine dell'incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi che lavorano a una soluzione della crisi nord-africana.
Ospitato dalla Germania in margine all'annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il vertice si è concluso con una dichiarazione comune, in cui i capi delle 13 diplomazie hanno rinnovato la loro "determinazione a contribuire alla piena applicazione dell'embargo".Le ripetute violazioni al divieto di fornire armi alle parti in conflitto sono state denunciate dalle Nazioni Unite, senza tuttavia fare i nomi dei Paesi responsabili. Ma tutti sanno che si tratta soprattutto di Emirati Arabi ed Egitto sul fronte che appoggia i ribelli del generale Khalifa Haftar, e della Turchia su quello che sostiene il governo di Tripoli guidato da Fayez al Serraj.
L'ostacolo maggiore - La dichiarazione di Monaco lascia aperta la questione cruciale sugli strumenti con cui l'embargo verrà sorvegliato e applicato, nonché sulle eventuali sanzioni per chi lo viola. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, presente alla riunione, ha detto che per renderlo efficace "ci vuole una missione dell'Unione europea che sia in grado di monitorare e bloccare l'ingresso delle armi nel Paese". Della missione si parlerà oggi a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri della Ue. Il maggior ostacolo è l'opposizione di Austria e Ungheria alla parte navale: Vienna e Budapest sostengono che una nuova operazione tipo "Sophia" (ma limitata al controllo delle forniture d'armi) finirebbe per riprendere i soccorsi in mare, incoraggiando nuove ondate migratorie. Ieri il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha lasciato intravedere una soluzione spiegando che "potrebbe non esserci bisogno di navi europee nel Mediterraneo, poiché tutte le vie, marine, terrestri e aeree, possono essere monitorate dal cielo". A Bruxelles si parlerà anche di misure punitive: "Chiunque continuerà a violare il blocco - ha detto Maas - deve sapere che sarà individuato pubblicamente e sanzionato". Il ministro ha annunciato che la prossima riunione dell'International Follow-up Committee, il gruppo che segue l'attuazione della road-map di Berlino, si svolgerà a Roma in marzo.
L'Italia nell'E3 - A Monaco, l'Italia incassa comunque un importante successo diplomatico, con il prossimo ingresso, su proposta tedesca, nel formato E3, il gruppo europeo fin qui composto da Germania, Francia e Regno Unito, che si occupa del dossier iraniano. Sia Luigi Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini hanno espresso soddisfazione per questo riconoscimento al lavoro del nostro Paese nelle crisi internazionali.
di Giovanni Augello
Redattore Sociale, 18 febbraio 2020
Presentato oggi nella sala stampa della Camera dei deputati l'evento convocato da una vasta rete di soggetti della società civile. Appuntamento il 28 e 29 febbraio a Milano. "Avviare un dialogo per la riforma di una normativa sulle droghe palesemente inadeguata".
Undici anni di silenzio della politica sul tema delle droghe possono bastare. Dopo l'ultima conferenza nazionale sul tema tenutasi a Trieste nel 2009, una vasta rete di soggetti della società civile ha presentato questa mattina presso la sala stampa della Camera dei deputati la Conferenza nazionale autoconvocata per la riforma delle politiche sulle droghe che avrà luogo a Milano il 28 e 29 febbraio prossimi. Un appuntamento, spiegano gli organizzatori, voluto "per aprire un confronto con tutte le realtà Istituzionali, dei servizi pubblici e del terzo settore, con gli operatori e con le persone che usano sostanze ed avviare un dialogo per la riforma di una normativa sulle droghe palesemente inadeguata".
Mentre la Conferenza convocata dal governo manca da 11 anni (sebbene la legge 309 del '90 preveda che venga organizzata ogni tre anni), ha qualche anno in più sulle spalle la stessa normativa, ferma a trent'anni fa. "Gli effetti della legge sono sotto gli occhi di tutti - ha affermato Denise Amerini, responsabile Medicina di genere della Cgil nazionale -. Sappiamo gli effetti che ha avuto sul carcere, quelli che ha avuto sulle persone che fanno uso di sostanze e gli effetti che ha avuto nell'organizzazione dei servizi. In questi anni abbiamo assistito alla criminalizzazione delle persone e allo stigma anche degli operatori che lavorano nei servizi rivolti alle dipendenze".
Al mondo della politica la richiesta di prendere una posizione e "di assumere il tema delle droghe non in maniera esclusivamente emergenziale - ha aggiunto Amerini - di convocare la Conferenza e di istituire gli organismi previsti dalle norme. Già a marzo 2019 avevamo inviato una lettera di diffida al governo, lettera che non ha mai ricevuto alcuna risposta". Per questo, ha aggiunto Amerini, a Milano "vogliamo discutere di come si possa produrre il cambiamento, di come pensare e agire politiche ufficiali nei confronti dell'uso e dell'abuso di sostanze".
Tra i tanti temi da affrontare nella Conferenza autoconvocata anche quello della riduzione del danno e della limitazione dei rischi. "La riduzione del danno è entrata nei livelli essenziali di assistenza ormai dal 2017 - ha aggiunto Amerini - ma ad oggi ben poco, troppo poco, è stato fatto riguardo a questa pratica che ha dimostrato ampiamente il proprio valore e la propria efficacia".
Di legge "ingiusta" e "inefficace", riferendosi alla 309 del '90, ha parlato Fabrizio Mariani, del Cnca. "La legge sulle droghe attuale esprime un approccio securitario, punitivo e ha dimostrato in questi 30 anni la sua palese inefficacia - ha aggiunto Mariani -. Inefficacia che si è espressa anche con dati ed evidenze scientifiche, ma lo vediamo dalla stessa Relazione al Parlamento licenziata non molto tempo fa: un aumento delle morti per overdose, un aumento delle persone incarcerate per una interpretazione discrezionale dell'art. 73 della legge 309 e un aumento della disponibilità sul mercato dell'eroina così come un maggiore accesso in termini quantitativi da parte dei giovani delle nuove sostanze psicoattive". Per questo, ha aggiunto Mariani, occorre "una profonda riflessione dal punto di vista normativo, dell'organizzazione e della messa a disposizione di servizi che possano correre al passo con i tempi - ha specificato -, con bisogni nuovi e correlati a nuove sostanze, nuove tipologie di consumo e nuove fasce di popolazione che consumano sostanze".
Altro tema su cui si lavorerà alla Conferenza autoconvocata di Milano sarà di sicuro quello della diffusione dei servizi sul territorio nazionale. "Attualmente in Italia c'è un'estrema frammentarietà - ha spiegato Mariani. Ogni regione ha un proprio sistema e una propria organizzazione. Come i servizi di riduzione del danno e limitazione dei rischi, centrali e strategici nel nostro lavoro, che tuttavia mancano in tutto il Centro Sud Italia. O come anche le misure alternative alla detenzione spesso e volentieri disattese per problemi dei territori".
Alla Conferenza autoconvocata non mancheranno i consumatori, come ha raccontato Alessio Guidotti, presidente di Itanpud, il network italiano delle persone che utilizzano droghe. "La presenza di una rappresentanza dei consumatori è sicuramente un grande punto di cambiamento - ha sottolineato Guidotti -. La voce dei consumatori che non è qualcosa di simbolico. Speriamo che questa conferenza sia un punto di partenza per avviare un percorso verso un cambiamento reale". Della necessità di un "cambio di rotta radicale" nelle politiche ha parlato anche Stefano Vecchio del Forum Droghe, secondo cui è necessario passare "da politiche incentrate sulla patologizzazione a politiche centrate sul governo del fenomeno - ha aggiunto -. I fenomeni sociali vanno governati con politiche adeguate, così come accade a livello internazionale in molti paesi".
Tra gli interventi anche quello di Franco Corleone, garante dei diritti delle persone private della libertà personale della Regione Toscana e da sempre impegnato in prima linea sul tema delle droghe e delle dipendenze. Secondo Corleone, la questione delle droghe è stata "declinata nel mondo e in Italia come questione criminale - ha spiegato -. I dati sono imponenti: 1,3 milioni di giovani dal 1990 ad oggi segnalati alle prefetture, l'80% solo per essere stati colti nel fumare uno spinello. In carcere abbiamo oltre il 35% fra le presenze in carcere per violazione dell'art. 73 che riguarda la detenzione di sostanze stupefacenti". A questi numeri, ha aggiunto Corleone, si aggiungono anche nuove preoccupazioni per il futuro.
"A Milano dobbiamo lanciare una mobilitazione di tutti i soggetti interessati perché abbiamo dei rischi tremendi - ha spiegato Corleone -. Nella commissione Giustizia della Camera è incardinata la proposta Salvini per abolire la previsione dei fatti di lieve entità per quanto riguarda il cosiddetto piccolo spaccio. Significa che da 60 mila detenuti in carcere rischiamo di arrivare a 70 mila presenze di persone che non hanno alcuna ragione di essere incarcerate. Questo sarà uno dei temi della conferenza".
A chiudere la conferenza stampa l'intervento del deputato Riccardo Magi che ha ringraziato gli organizzatori della Conferenza autoconvocata di Milano per aver svolto "ancora una volta un ruolo di supplenza rispetto alle istituzioni", ha spiegato Magi.
"La conferenza triennale dovrebbe essere uno strumento fondamentale per il lavoro dei legislatori - ha aggiunto Magi. La conferenza, unitamente alle Relazioni annuali, è uno strumento essenziale per prendere atto dei risultati dell'applicazione della normativa e orientarsi in direzione di modifiche della normativa stessa". Secondo Magi, sul tema delle droghe c'è una "banalizzazione", una "strumentalizzazione", ma anche una "rimozione".
"Veniamo da settimane di scontro sul tema della giustizia focalizzato unicamente sulla questione della prescrizione - ha sottolineato Magi -, chiedendosi poi come attuare misure deflattive rispetto ai processi e non si è discusso del motivo principale per cui le persone finiscono in carcere nel nostro paese. Questo dimostra tutta la distorsione che c'è da un punto di vista mediatico e di quello che si offre all'opinione pubblica".
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 18 febbraio 2020
Dopo il consiglio dei ministri degli esteri dell'Ue sulla Libia, Luigi Di Maio si è detto contento: "Abbiamo trovato l'accordo per una missione che blocchi il flusso di armi; l'Ue si impegna con una missione navale, aerea e con disponibilità anche terrestre, per bloccare l'ingresso delle armi". Un annuncio sul quale pesano però le profonde divisioni europee sull'accoglienza dei migranti - da parte di Austria e Ungheria e non solo - al punto che Di Maio si è affrettato ad aggiungere: "Se l'embargo stimolerà le partenze lo bloccheremo".
Come a dire che se il blocco delle armi non sia mai funzionasse e ne "approfittassero" i profughi disperati, allora meglio che la guerra continui. Sull'accordo pesa inoltre la forte incredulità delle Nazioni unite che, con Stephanie Williams, vice dell'inviato speciale Onu Ghassan Salamè, ha dichiarato che "l'embargo sulle armi in Libia è una barzelletta", segnalando 150 violazioni della tregua. Perché al colto e al profano una cosa è chiara: se si vuole davvero avviare un embargo di armi alla Libia, in guerra intestina tra fazioni eredi del disastro della guerra Nato del 2011 prima e poi del conflitto per procura - vista la quantità di interessi e di Stati coinvolti - tra il governo "riconosciuto" di al Serraj a Tripoli e quello della Cirenaica del generale Haftar, quel che si deve concretamente fare è bloccare l'export di armi verso il Paese in guerra.
E avviare una politica di decrescita del mercato mondiale delle armi, visto che armamenti e guerre si espandono come un'epidemia. E per il quale, il bilancio dell'export italiano è di circa 5 miliardi di euro l'anno, con circa la metà destinata ai Paesi del Nord Africa come la Libia e il Medio Oriente. Allora, come si fa ad embargare le armi se il Paese proponente, vale a dire l'Italia, è tra i principali fornitori dei fronti che sul terreno libico si contrappongono? Il rischio della barzelletta è davvero fortissimo. Perché l'alleato Turchia, baluardo Nato con Trump al suo fianco, traffica in armi atlantiche con noi e con l'area mediorientale, e allo stesso tempo non lesiniamo certo commesse militari all'Egitto anzi, grazie alla nostra ambasciata diventata un fortilizio d'affari, implementiamo nuove forniture (in navi ed aerei) in questi giorni per 9 miliardi di dollari.
Ora il ministro Di Maio dichiara finita la missione Sophia" e parla di una nuova missione "navale, aerea e con disponibilità anche terrestre". Ma quali forze aeree e con quale legittimità bloccheranno cargo volanti con armi atlantiche alle forze turche dislocate a Misurata, oppure armi russe alle forze egiziane che fanno arrivare armamenti - con i fondi delle monarchie del Golfo invise ai Fratelli musulmani - al governo in Cirenaica, sul fronte di Misurata ma dall'altra parte "nemica"? E ancora, quali "scarponi a terra" controlleranno i confini della Tunisia, dell'Egitto, dell'immensa area del Sahel, da Mali, Niger, Ciad (per una frontiera di più di 5mila chilometri? E per finire, come verrà punito il Paese che violerà l'embargo?
Il vero embargo di armi dovrebbe partire dallo stop ai traffici "legali" dei principali Paesi impegnati a soffiare sul fuoco della guerra in Libia. Paesi come gli Stati uniti che con Trump sono corsi a portare in dote alla "democratica" monarchia dei Saud - schierata con Haftar - un arsenale di armamenti per il valore di 100 miliardi di dollari. Non è chiaro dunque in che modo questo "accordo" di facciata possa mai arrivare al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, evitare una litania di veti contrapposti e diventare così una reale, quanto necessaria, missione di blocco della guerra.
Un elemento è subito evidente. Che l'Italia del nuovo governo giallo-rosa, persegua "a sua insaputa" la stessa politica estera strumentale che, dallo scranno di ministro degli interni, dirigeva Matteo Salvini, soprattutto prono ai ricatti degli Stati uniti e delle loro strategie per il Medio Oriente. Dove scopriamo che l'Italia non fa parte del gruppo che in Europa in queste ore si sta costituendo per rilanciare per la Palestina la legittimità internazionale delle Risoluzioni Onu che parlano di "due Stati" e per dire no "all'accordo del secolo" con il quale Trump consegna definitivamente i Territori occupati palestinesi nelle mani dello Stato d'Israele, delle sue colonie e del suo Muro, senza possibilità d'appello se non l'accettazione di bantustan e apartheid.
Un'Italia che s'affida più all'"eccellenza" della produzione e import-export di armi che non ai diritti umani, come dimostra il silenzio governativo e non solo sull'arrivo "normale" della nave Bahri Yanbu nel porto di Genova con il suo carico di morte destinato allo schieramento alleato saudita nella guerra in Yemen, le cui vittime sono soprattutto miglia di civili.
Allora, che senso ha riempire allegramente di armi un'altra insanguinata terra mediorientale e annunciare l'embargo a chiacchiere per la guerra in Libia che ci preoccupa solo perché temiamo l'arrivo dei profughi disperati, ormai bersaglio dei combattimenti, e per le sue decisive fonti energetiche ? "La più grande struttura dell'ingiustizia è la stessa industria della guerra": possibile che l'affermazione sia del papa e non il tema centrale delle piazze, delle convention della sinistra e dei sindacati?
di Monica Rubino
La Repubblica, 18 febbraio 2020
L'appello dello scrittore su Twitter. Cirinnà e altri senatori Pd chiedono a Casellati una missione in Egitto. La lettera è già sul tavolo della presidente del Senato. La senatrice dem: "Chiediamo di verificare le condizioni di detenzione del ragazzo, ma vogliamo dare supporto anche ai suoi familiari e agli avvocati". E punta il dito contro la presidente leghista della Commissione diritti civili.
Diamo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, incarcerato in Egitto a causa delle sue idee. L'Italia deve tutelarlo affinché possa tornare a Bologna, nella sua università, tra i suoi amici e colleghi, nel Paese che già l'ha accolto e che non vede l'ora di riabbracciarlo", così su Twitter lo scrittore Roberto Saviano, sul caso di Patrick Zaky, il giovane egiziano allievo del master internazionale in Women's and Gender Studies presso l'Università di Bologna arrestato il 7 febbraio al suo rientro in Egitto.
"Diamo la cittadinanza italiana a Patrick Zaki, incarcerato in Egitto a causa delle sue idee. L'Italia deve tutelarlo affinché possa tornare a Bologna, nella sua università, tra i suoi amici e colleghi, nel Paese che già l'ha accolto e che non vede l'ora di riabbracciarlo", così su Twitter lo scrittore Roberto Saviano, sul caso di Patrick Zaky, il giovane egiziano allievo del master internazionale in Women's and Gender Studies presso l'Università di Bologna arrestato il 7 febbraio al suo rientro in Egitto. L'appello dello scrittore coincide con la manifestazione organizzata a Bologna, dove migliaia di persone, con in testa il sindaco Virginio Merola e il rettore.
Intanto, sulla vicenda, la senatrice del Pd Monica Cirinnà dà la sveglia alle istituzioni. E manda alla presidente del Senato Elisabetta Casellati una lettera - firmata anche da altri quattro senatori dem - per chiedere una missione in Egitto allo scopo di andare a visitare il giovane, trattenuto in carcere a Mansura con l'accusa di "rovesciamento del regime al potere". Accusa per la quale la pena, secondo la legge egiziana, è la prigione a vita.
"Dal giorno dell'arresto si susseguono notizie - si legge nella missiva firmata anche da Luigi Zanda, Alessandro Alfieri, Roberto Rampi e Franco Mirabelli - di torture ed episodi di violenza ai danni del giovane e, in occasione dell'udienza di ieri, è stato reso noto che egli si trova attualmente recluso in una cella con altri 35 detenuti e non ha modo di incontrare i propri familiari se non per brevissimi momenti. Inoltre, come dichiarato dai legali e dalla famiglia, non si ha certezza alcuna sulla effettiva consistenza delle accuse, così come sulla durata delle indagini e del processo. La vicenda sta destando grave preoccupazione e, sia in Egitto che in Italia, è in corso una mobilitazione di singoli e associazioni che chiedono di tenere alta l'attenzione sul caso, il quale rievoca tristemente la drammatica fine di Giulio Regeni. Anche il Presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha chiesto l'immediata scarcerazione del giovane. Pertanto ci rivolgiamo a Lei nella certezza che voglia autorizzare una delegazione di senatrici e senatori a recarsi in Egitto per potere, d'intesa con la rappresentanza diplomatica italiana, visitare la famiglia di Zaki, interloquire con i suoi legali e, se le condizioni lo permetteranno, visitarlo in carcere".
La senatrice dem, da sempre in prima linea nella difesa dei diritti civili, raggiunta da Repubblica aggiunge: "L'emergenza è andare non solo a verificare le condizioni di detenzione di Zaky ma anche dare supporto ai familiari e ai difensori del ragazzo, perché il regime inibisce il diritto di difesa e arresta anche gli avvocati. Non si possono avere relazioni economiche e commerciali con l'Egitto quando i diritti umani vengono calpestati. La lettera è già sul tavolo di Casellati, speriamo che la nostra richiesta venga accolta quanto prima anche di concerto con la Farnesina, benché si tratti di un'iniziativa parlamentare".
Cirinnà inoltre punta il dito contro la leghista Stefania Pucciarelli, che presiede la commissione Diritti umani di Palazzo Madama. "C'è grande insoddisfazione rispetto a una latenza della commissione sui grandi temi. Vengono fatte solo audizioni e non viene mai proposta alcuna iniziativa. Confidiamo nel fatto che tra un mese bisognerà rinnovare le presidenze di tutte le commissioni".
Il Dubbio, 17 febbraio 2020
Magistratura Indipendente contro le azioni disciplinari a carico dei pm che non rispettano i tempi. Magistratura Indipendente, la corrente moderata delle toghe - fino a qualche tempo fa associazione di riferimento di Piercamillo Davigo - esprime "profondo dissenso rispetto allo schema di disegno di legge del Governo sul processo penale varato dal Consiglio dei ministri" che "pur recependo alcune delle proposte di riforma da sempre avanzate da Magistratura Indipendente, come la modifica delle norme in tema di notifiche, la digitalizzazione del processo, l'ampliamento delle possibilità di ricorso ai riti alternativi, interviene soprattutto sulla durata dei processi, sui tempi delle indagini e sulle sanzioni disciplinari dei magistrati, con previsioni che potranno avere un impatto devastante sulla magistratura".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 17 febbraio 2020
La forza letteraria del bellissimo racconto di A Raymond Carver "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", (1981) si annuncia già nella sorprendente elementarità del titolo, che riporta tutto un mondo di emozioni e di pensieri al fondamento primo della passione.
Non mi sembra una troppo ardita associazione mentale, suggerire come titolo dell'intervista rilasciata da Marta Cartabia a Liana Milella di Repubblica la seguente versione "di cosa parliamo quando parliamo di Giustizia?".
- Prima di abolire la prescrizione fate lavorare meglio i giudici
- Cartabia: "Il carcere dia al detenuto una seconda chance"
- Un nuovo spread chiamato stato di diritto
- Prima di abolire la prescrizione fate lavorare meglio i giudici
- Ilaria Capua, la virologa che finì in "quarantena" per uno scandalo inventato









