di Pietro Mecarozzi
linkiesta.it, 8 gennaio 2020
Il vertice è slittato al 9 gennaio, in una settimana che si preannuncia cruciale per la maggioranza. Il M5s difende la legge Bonafede, entrata in vigore nel 2020, che abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, mentre adesso, per molti la tenuta di governo è nelle mani di Conte
"La riforma della prescrizione del ministro Bonafede ha evidenti limiti e rischi, in particolare quello di un prolungamento dei processi di appello". L'Onorevole del Pd Alfredo Bazoli raccoglie così il pensiero argomentato da Luciano Violante ed esposto poche ore fa in Piazza Montecitorio da Carlo Calenda, +Europa e Radicali.
Il tanto atteso nodo prescrizione è slittato al 9 gennaio, in un vertice che si preannuncia cruciale per la maggioranza di governo. Il M5s difende la legge Bonafede, entrata in vigore il primo di gennaio, che abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado, mentre come conferma Bazoli il "Pd chiede e attende una mediazione da parte del premier Conte".
Il rischio è quello di uno strappo tra Pd e pentastellati, sordi alle istanze sollevate dai gruppi sia di maggioranza sia di minoranza: "Non siamo riusciti a ottenere le modifiche che con vigore avevamo chiesto al Ministro Bonafede. Adesso però devono essere imposti dei paletti per evitare le distorsioni che potrebbe provocare la riforma" continua Bazoli. Senza compromesso il banco salta, e in aula si rischia un ribaltamento di fazioni con posizioni sempre più vicine, da parte dei dem, ora a Forza Italia, grazie al ddl a firma di Enrico Costa, ora a Italia Viva.
Il Partito Democratico, in altre parole, non vuole essere considerato complice dei 5 Stelle nell'entrata in vigore di una legge che è stata approvata quando al governo c'era la Lega. Una legge, anche per l'ex presidente della Camera Violante, "sbagliata e ancora più sbagliato è giustificarla con il fatto che ci aiuterà ad avere processi più brevi, perché al contrario essi si allungheranno".
Avvocati, magistrati, oltre che politici e addetti ai lavori: la prescrizione potrebbe avere vita breve, legata a doppio filo alla tenuta di un governo sempre più sotto pressione. "Questo nodo giuridico va cancellato. È una norma sbagliata profondamente, in contrasto con i principi costituzionali" commenta a Linkiesta Ettore Rosato, vicepresidente della Camera dei deputati ed esponente di Italia Viva.
Isolati dalle critiche, il M5s non intende tuttavia mollare la presa e l'unica panacea in grado di convincere Bonafede e ricucire la coalizione sembra essere Giuseppe Conte. "Avvisiamo da mesi che su questo punto siamo contrari: questa posizione, per altro, non è espressione solo di Italia Viva ma di un corpo consistente di magistrati e politici di altri partiti", chiosa Rosato.
Una crepa profonda quella della prescrizione che anche secondo Carlo Caldenda è frutto del "vivacchiare di un governo privo di una singola proposta che provenga dal Pd, affetto da un trasformismo che si palesa sia per i provvedimenti economici sia per la prescrizione".
L'effetto boomerang, pertanto, è dietro l'angolo: la riforma parte con le polveri bagnate, in quanto è proprio la conditio sine qua non a mancare. Quella del Movimento 5 Stelle, non solo per Salvini che aizza gli avvocati contro gli ex alleati, per molti è l'ennesima acrobazia di propaganda in grado di canalizzare un malcontento generale dei cittadini nei confronti delle istituzioni di giustizia e di un sistema di lungaggini oggettivamente estenuante.
Il nodo gordiano delle tempistiche (non vengono ridotti i tempi troppo lunghi delle indagini dei processi), così come un rovescio della medaglia che può rendere eterni i processi successivi a quello di primo grado (dopo che il reato cade in prescrizione, si perderebbe l'interesse a procedere con un secondo grado di giudizio), potrebbero tradurre la picconata pentastellata in un ulteriore ingolfamento degli uffici giudiziari. Riuscendo, se possibile, a ingolfare ancor di più il già problematico sistema nazionale.
di Stefano Folli
La Repubblica, 8 gennaio 2020
Il tema della prescrizione abrogata è ormai l'emblema non solo della paralisi, ma della contraddizione di fondo in cui ristagna il governo Conte. In nome della logica di coalizione, ossia della necessità di concedere parecchio, se non quasi tutto, al partner "grillino", il Pd ha accettato che il primo gennaio entrasse in vigore la legge Bonafede, destinata a creare una sorta di processo infinito dopo la sentenza di primo grado: anche nel caso di imputati dichiarati innocenti.
Si tratta, come è noto, di un provvedimento a cui i Cinque Stelle annettono un valore, diciamo così, strategico e sul quale avevano ottenuto i voti di Salvíni nel precedente esecutivo Conte-1. Ma è anche una misura distruttiva per le basi dello Stato di diritto in un Paese in cui i tempi della macchina giudiziaria sono farraginosi e straordinariamente lenti.
Il che pone seri problemi al Pd, il partito che nella maggioranza dovrebbe costituire l'ancoraggio dei principi liberali riassunti nella Costituzione. Alle interviste di Giuliano Pisapia e di Luciano Violante, molto circostanziate e severe nei confronti della legge, si è aggiunto ieri il commento di Emanuele Macaluso, un protagonista della storia del Pci che da anni è diventato la coscienza critica della sinistra nelle sue varie evoluzioni fino al Pd attuale.
A suo avviso il testo Bonafede rappresenta la continuità tra il Conte-1 e il Conte-2: stesso presidente del Consiglio e stesso ministro della Giustizia per una legge votata dal governo Di Maio-Salvini e ora accettata di fatto dall'esecutivo Di Maio-Zingaretti.
"Altro che la discontinuità richiesta dal segretario del Pd" chiosa Macaluso. Vero è che il Pd ha presentato una sua proposta che edulcora il provvedimento voluto dai 5S, ma intanto i buoi sono scappati dalla stalla. La legge, come si è detto, è in vigore e il compromesso trai due capi della coalizione è tutto da costruire, ammesso che sia possibile raggiungerlo.
Sappiamo anche che Renzi non fa mistero di voler votare con il suo drappello a favore di una proposta abrogativa della legge anti-prescrizione presentata da Costa, Forza Italia. Quel che colpisce è che Macaluso invita il Pd a fare altrettanto: votare, cioè, persino il testo di Forza Italia come extrema ratio pur di non darla vinta a Bonafede e Di Maio.
È un modo per mettere il centrosinistra di fronte a sé stesso, o meglio alle conseguenze che comporta stravolgere il senso dell'alleanza con il M5S. Un conto sono le misure tipiche di un governo che si affida all'amministrazione più o meno ordinaria con la volontà di durare il più a lungo possibile ed evitare le elezioni.
Altro conto è se questo stesso governo, in omaggio alle pulsioni populiste del partner, cancella un cardine della civiltà giuridica prima di aver reso efficiente il processo penale. È la contraddizione di fondo che dimostra la difficoltà di una sintesi tra i due principali segmenti della coalizione.
Nel Pd si sono affrettati a sottolineare che il Conte-2 è un governo di coalizione, non certo un monocolore Zingaretti, per cui bisogna saper cedere. Ma rinunciare a una battaglia parlamentare sulla prescrizione non equivale a riscrivere un qualsiasi emendamento alla politica fiscale o correggere le cifre di un finanziamento. Si può anche essere costretti ad ammettere che esiste una soglia non superabile per non tradire sé stessi.
di Luca Tescaroli
Il Fatto Quotidiano, 8 gennaio 2020
Nella fase iniziale della mia attività professionale, presso gli uffici giudiziari di Venezia, avevo maturato la convinzione che il magistrato dovesse parlare solo attraverso i propri provvedimenti, perché le indagini e i processi penali vengono svolti per giungere a una sentenza che affermi o escluda la responsabilità in relazione a fatti specifici.
Una volta assunto le funzioni di sostituto presso la Procura di Caltanissetta, mi sono reso conto che il problema della comunicazione avrebbe dovuto essere affrontato anche in maniera diversa per il raggiungimento dei fini istituzionali dell'amministrazione della Giustizia: non poteva essere risolto esclusivamente sulla base dei provvedimenti.
In Sicilia - una terra lontana da Firenze, da Roma e da Venezia, minata da una gravissima sfiducia nello Stato e nei suoi organi - diventava fondamentale comunicare quello che noi, rappresentanti di un'istituzione, facevamo e perché lo facevamo, per sottolineare la volontà di non riconoscere spazi di impunità all'agire mafioso in tutte le sue proiezioni, ivi comprese quelle che permeavano la politica e la Pubblica amministrazione.
Era un modo, infatti, per sottolineare la presenza dello Stato e, al contempo, per contrastare l'interesse di Cosa Nostra al silenzio attorno al suo operato. Un tale agire implica che la divulgazione delle notizie, da parte del magistrato, venga effettuata una volta venuto meno l'obbligo del segreto.
Ho voluto ricordare la mia esperienza personale per spiegare concretamente perché penso che noi magistrati abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di comunicare gli esiti dell'attività di giustizia e di sottoporre il nostro operato al controllo sociale, vale a dire al giudizio dei cittadini.
Tale controllo è un indispensabile contrappeso all'indipendenza e all'autonomia della magistratura. In una democrazia i cittadini hanno il diritto di sapere che cosa si stia facendo per scoprire gli autori di un delitto eclatante o i responsabili di una vicenda economico-finanziaria che abbia danneggiato migliaia di persone, o un delitto riconducibile ai sodalizi mafiosi o al terrorismo, perché sia stata tratta in arresto una persona che rivesta una carica pubblica. E ciò vale, in particolare, per gli uffici di Procura.
Il controllo sociale è un aspetto del principio di responsabilità che vale per chiunque eserciti un potere. Ed è evidente che in questo caso si confrontano plurimi interessi di rango costituzionale che devono trovare un punto di equilibrio: il diritto di difesa, il diritto a un giusto processo e la presunzione di non colpevolezza sino alla condanna definitiva; la libertà di manifestazione del pensiero; il principio che la giustizia è amministrata in nome del popolo in uno alle disposizioni sullo statuto dei giudici e dei magistrati del pubblico ministero; il diritto alla riservatezza della vita privata e familiare di tutti i soggetti del processo (indagati, imputati, vittime e persone offese), con il conseguente obbligo di adottare tutte le misure utili a evitare l'ingiustificata diffusione di notizie e immagini potenzialmente lesive della loro dignità.
Le risultanze delle indagini offrono alla pubblica opinione e al dibattito democratico una massa di conoscenze che possono essere utili o addirittura preziose per la crescita sociale e civile del nostro Paese. L'interlocuzione pubblica deve avere quale unico ed esclusivo scopo quello di comunicare la giustizia al cittadino, evitando di inquinare con interessi estranei (del magistrato odi terzi) tale finalità di interesse generale.
Non può essere ricercato il consenso popolare e i propositi di creazione di un'immagine mediatica a fini di promozione personale, come del resto la creazione di rapporti privilegiati tra singoli magistrati o uffici e una o più testate giornalistiche. Sotto altro profilo, sarebbe auspicabile che il Paese disponesse di un'informazione autenticamente libera e attenta a evitare improprie influenze sul giudice e sul pubblico ministero.
Ritengo che l'obiettivo della comunicazione dovrebbe essere quello di dare dell'attività giudiziaria un'immagine comprensibile, ragionevole, non condizionata dai conflitti della società. E quindi il magistrato deve essere capace di parlare in modo chiaro, ragionevole ed equilibrato, dimostrando, al contempo, di essere a sua volta capace di ascolto, cercando la spersonalizzazione della comunicazione.
L'esistenza di un interesse pubblico a comunicare la giustizia e le modalità con le quali debba avvenire sono state riconosciute a livello europeo da numerosi documenti. Credo che il magistrato debba essere intellettualmente un uomo libero e che come tale possa esprimere, con la dovuta sobrietà derivante dalle funzioni svolte, le proprie convinzioni nel dibattito pubblico, allorché si tratti di questioni concernenti la giustizia e il suo funzionamento, perché ha la possibilità di fornire un contributo sulla base dell'esperienza maturata.
Quotidiano di Sicilia, 8 gennaio 2020
Siglata convenzione tra la Caritas di Catania e l'Ufficio distrettuale dell'esecuzione penale esterna. I ristretti potranno svolgere lavori di pubblica utilità ai fini della concessione della messa alla prova. Lavori di pubblica utilità in Caritas diocesana come misura alternativa alla detenzione. Si sintetizza in questi termini la convezione di collaborazione per servizi di assistenza e di giustizia riparativa tra l'Ufficio distrettuale di esecuzione penale esterna di Catania (Udepe) e l'organismo pastorale dell'Arcidiocesi di Catania. La sottoscrizione del documento è arrivata nelle scorse settimane da parte dei direttori Rosalba Salierno e don Piero Galvano.
L'impegno a livello locale, definito da Caritas Diocesana e Udepe di Catania, si inserisce all'interno del protocollo nazionale sottoscritto lo scorso novembre tra il presidente nazionale di Caritas Italiana e il capo gabinetto del ministero della Giustizia che promuove la stipula con i tribunali di convenzioni per svolgere lavori di pubblica utilità da parte di imputati maggiorenni, ai fini della concessione della messa alla prova.
La convenzione sottoscritta tra Caritas diocesana e Udepe di Catania sostiene la conoscenza e lo sviluppo di attività riparative a favore della collettività, puntando, contemporaneamente, alle iniziative di sensibilizzazione nei confronti della comunità locale rispetto al sostegno e al reinserimento di persone in esecuzione penale. La convenzione favorisce la costituzione di una rete di risorse che punta ad accogliere i soggetti ammessi a misura alternativa o alla sospensione del procedimento con messa alla prova che hanno aderito a un progetto riparativo.
La Caritas diocesana ha stabilito di assegnare i soggetti individuati dall'Udepe alle attività a bassa soglia dell'Help Center della Stazione Centrale, quindi principalmente nei servizi di accoglienza, colazione, preparazione pasti per la mensa, pulizia dei locali e distribuzione del vestiario nei confronti di persone in situazione di disagio e di estrema difficoltà. Una possibilità offerta ai soggetti che aderiscono alla proposta di svolgere attività a favore della collettività e segnalati dall'Udepe alla Caritas Diocesana che in seguito svolgerà un colloquio conoscitivo.
Per Don Piero Galvano, direttore della Caritas, è un'opportunità per quanti hanno deciso di ripartire aiutando chi ne ha maggiormente bisogno: "la misericordia di Dio è sempre grande per chi vuole veramente cambiare vita e mettersi a servizio del prossimo; pertanto, l'attività in Caritas è una concreta opportunità per chi, autenticamente pentito, vuole riabilitarsi davanti a Dio e agli uomini".
Un rapporto, quello tra Caritas e Udepe, che si è strutturato anche sulla base di una comune visione del recupero della persona: "Sono particolarmente contenta di aver stilato questo accordo con la Caritas - ha spiegato il direttore dell'Udepe, Rosalba Salierno - perché a mio avviso anche gli aspetti legati alla spiritualità e alla religione sono molto importanti per il recupero dei nostri utenti, anzi vengono molto spesso trascurati e messi sullo sfondo quando invece, secondo noi, il vero cambiamento passa attraverso una diversa visione della vita e della realtà delle cose".
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 8 gennaio 2020
Chi critica il lavoro di certi magistrati è esposto a un'accusa molto sleale: e cioè che quella critica attenta alla legittimazione di uomini che mettono a rischio la loro vita. Si dice: quelli sono eroicamente impegnati per il bene di tutti, e tu ti permetti di fargli le pulci.
È un'accusa sleale perché criticare un comportamento o un provvedimento di un magistrato non significa negare che il suo sia un lavoro pericoloso, né tanto meno rinunciare a pretendere che sia rigorosamente protetto. Ma un'indagine sbagliata non diventa corretta solo perché la ordina un magistrato che vive sotto scorta; una sentenza ingiusta non diventa buona solo perché scritta da un giudice eroe. È un discorso difficile, ma finalmente bisogna farlo.
Non è impossibile ritrovare prova di atti eroici nella vicenda di qualche aguzzino nazista: pure, non si crede che ciò basti a impedire il dovuto giudizio sulle sue responsabilità. O sì? E non c'erano forse eroi tra quelli che evangelizzavano con la spada? Pure, non rinunceremmo a fare la storia dei loro crimini solo perché hanno sofferto la rivolta dei selvaggi. O sì?
Non sono paragoni impropri: perché anche in quei casi, come sempre nei casi di ingiustizia, la violenza, l'arbitrio, la sopraffazione sono giustificati in nome di un bene supremo, di un interesse superiore. E si dica se questo non avviene anche da noi e oggi.
Si dica se l'ingiustizia in Italia, quando non è puramente e semplicemente negata o sottaciuta, non pretende di giustificarsi nel nome di questo o quel fine supremo: la vittoria sul crimine organizzato, il trionfo dell'onestà sulla corruzione, l'affermazione della politica sana su quella impresentabile.
E tutto questo, appunto, condotto in modo incensurabile da magistrati "eroi". Dovrebbe dispiacere innanzitutto al magistrato l'idea che l'ingiustizia possa trovare giustificazione nel suo eroismo. E se quest'idea non gli dispiace, allora il rischio è che il suo eroismo sia non solo giustificazione, ma causa di ingiustizia.
di Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2020
Mentre si attende che la Corte costituzionale completi i suoi giudizi sulla procedibilità d'ufficio del reato di lesioni stradali, il Tribunale di Milano indica una strada alternativa: la non punibilità del fatto. Un modo per arrivare allo stesso risultato: evitare di aprire fascicoli anche per incidenti tutt'altro che gravi, in cui tuttavia c'è stato il ferimento di una persona con prognosi superiore a 40 giorni.
In questo caso, per il Codice penale siamo di fronte a lesioni gravi. Per le quali la legge 41/2016 (che introdusse nel Codice penale gli articolo 589-bis e 590-bis, rispettivamente con i reati di omicidio e lesioni stradali) prevede la procedibilità d'ufficio. Ma il legislatore sembrò fare rapidamente retromarcia con il Dlgs 36/2018 che ha previsto la procedibilità a querela di parte per una serie di reati, tra cui in prima battuta le lesioni stradali. Solo che alla fine questo reato fu escluso dal Dlgs 36/2018 e questa scelta ha già superato il vaglio di costituzionalità (sentenza 223/2019 della Consulta).
Resta però il problema che aveva suscitato critiche all'articolo 590-bis: vengono attivati gli uffici giudiziari per vicende in cui spesso la colpa dell'imputato è solo lieve (anche in una banale manovra di parcheggio può capitare di provocare ferite a una gamba non guaribili entro 40 giorni) e normalmente la vittima - anche quando sporge querela - la rimette appena ottiene il risarcimento integrale.
Ciò è accaduto anche nella vicenda su cui si è pronunciato il Tribunale di Milano, Quinta sezione penale (giudice Anna Zamagni), nella causa 8428/19 (sentenza del 9 dicembre). Un automobilista, avanzando lentamente a un incrocio per recuperare la visibilità limitata da alcuni veicoli parcheggiati, aveva investito un motociclista. Tra le richieste della difesa c'era il non doversi procedere perché la querela era stata rimessa, ma il giudice ha ricordato che ora il reato è procedibile d'ufficio e già la Consulta ha dichiarato manifestamente infondata la questione di incostituzionalità dell'articolo 590-bis. Non solo: un'altra questione di legittimità costituzionale era partita proprio da Milano, ma il giudice non si attendeva un esito diverso.
Di qui la decisione di accogliere un'altra richiesta della difesa: il riconoscimento della non punibilità per particolare tenuità del fatto. In questo modo, di fatto il giudice indica il modo diverso per chiudere rapidamente un procedimento aperto obbligatoriamente d'ufficio. Il giudice ha ravvisato che ci fossero tutti i requisiti previsti dalla norma sulla tenuità?(articolo 131-bis del Codice): pena massima non superiore a cinque anni, condotta colposa non abituale ed esiguità del danno o del pericolo. In particolare, la sentenza sottolinea che la prognosi riguardava solo escoriazioni ed era appena superiore al limite oltre il quale secondo il Codice si entra nelle lesioni gravi. Quest'ultimo dato viene superato dal giudice osservando che è stata la stessa vittima a valutare tenue il fatto, avendo rimesso la querela. Infine, la dinamica dell'incidente (velocità bassissima e necessità di avanzare per vedere di più) è un comportamento ben poco pericoloso.
di Calogero Mannino
Il Riformista, 8 gennaio 2020
Il tragico attentato che quarant'anni fa ha stroncato la vita di Piersanti Mattarella ha aperto una ferita non cicatrizzabile. Non soltanto per i familiari più intimi. Ma anche per una cerchia, che il tempo restringe, di compagni della sua vicenda politica (di questa cerchia faccio parte anch'io). Tutti fortemente interessati alla ricostruzione della verità su questo assassinio, le cui conseguenze non si sono ancora esaurite, e del contesto d'insieme in cui fu compiuto.
Quando un avvenimento di questa portata (come anche il delitto Moro), non trova la ricostruzione oggettiva e quindi ragionevolmente veritiera, il vulnus aperto non viene sanato dal tempo e dallo sbiadimento della memoria. Anzi, a volte, e certamente sin dal primo momento, vengono addensati e cristallizzati elementi di confusione e di vero e proprio sviamento dalla verità storica.
Intanto la figura stessa di Piersanti Mattarella non può essere imbalsamata nel santino agiografico che ne viene fatto, a volte con marcati segni di forzatura arbitraria da parte di coloro che ancora oggi ne usano la memoria per scopi di parte. Soprattutto se si ha riguardo per la sua figura, ricca e complessa. Lo stesso crimine che lo ha colpito nasce dalla barbara reazione ai tratti forti della sua personalità. Un uomo dal carattere fermo e spigoloso, figlio, sposo, padre, politico, che si presenta sempre con i caratteri straordinari per la ricchezza della sua umanità matura e profonda, sempre illuminata da una fede religiosa autenticamente sentita. È probabile che nella determinazione dei suoi assassini ci sia stata la delusione di chi sperava di poterlo piegare. Egli fu, con un'espressione letteraria, un "uomo verticale". Il suo impegno politico da democristiano nella Democrazia Cristiana, della cui storia - luci e ombre - andava consapevole e coerente interprete, fu un impegno totale. Le stesse linee del disegno politico che portò avanti si muovevano entro queste caratteristiche.
Eletto deputato all'Ars nel 1967, si era collegato, indipendentemente dalla caratterizzazione di corrente che aveva in quel tempo, a un gruppo che faceva capo all'onorevole Nino Lombardo, il quale portava avanti in quella legislatura una politica di rinnovamento del costume, con l'abolizione del voto segreto, che nella cronaca della vita politica regionale aveva determinato non pochi passaggi complicati, anche quello del milazzismo.
Mattarella era antagonista irriducibile di questo modo di far politica. Le elezioni del 1971 segnarono per la Dc un momento negativo. Accanto alla riforma della burocrazia regionale era stata portata avanti una riforma della legge urbanistica che aveva determinato una reazione di destra molto forte: un'autentica onda nera, in parallelo alla contemporanea rivolta di Reggio Calabria. La Dc siciliana - tutta - ma soprattutto con il gruppo dirigente che aveva avviato il rinnovamento - D'Angelo, Lombardo, Nicoletti, Parisi e Mannino - fu ferma nell'opposizione e resistenza a un'opinione che tendeva invece verso l'avvicinamento al Movimento Sociale.
Era anche una stagione politica difficile sul piano nazionale. Il centro-sinistra non godeva più dell'appoggio del Psi, si era esaurita la fase del secondo centro-sinistra. In quelle circostanze l'onorevole Moro aprì nella Dc la fase della strategia dell'attenzione verso il Pci. Con la segreteria regionale Nicoletti, che successe all'onorevole D'Angelo, la linea di riflessione proposta da Moro diventò la linea della Dc siciliana. L'onorevole Piersanti Mattarella con il padre onorevole Bernardo (scomparso nel 1971) seguivano le idee di Aldo Moro.
E In Sicilia, con la segreteria Nicoletti, furono realizzate, prima di ogni esperienza nazionale, forme avanzate di collaborazione con il Pci. Il segretario del Pci, allora, era Achille Occhetto. E quando maturò il tempo, Piersanti divenne presidente della Regione sulla base di una maggioranza che ricomprendeva il Pci. Fu eletto appena cinque settimane prima del sequestro Moro e della formazione del governo Andreotti e cioè del governo di solidarietà nazionale con il Pci di Berlinguer in maggioranza.
Intanto nella linea politica della Dc siciliana, proprio in quel tempo, maturò una più attenta considerazione del problema mafia. Il ritardo dello sviluppo del Mezzogiorno, con l'aggravante di una insidiosa emergenza mafiosa, determinarono l'impegno della Dc siciliana che rappresentò la base politica della presidenza Mattarella. Per fedele ricostruzione ai fatti: nel Comitato Regionale della Dc siciliana si determinò una divaricazione tra maggioranza e minoranza sulla proposta di Nicoletti di collaborazione con il Pci e la proposta per la presidenza della Regione dell'onorevole Mattarella. Gli andreottiani, cioè l'onorevole Lima, si schierarono a favore.
Anche per la sincronia con il Governo Andreotti. Costituito il Governo con una maggioranza che comprendeva il Pci, che assumeva la Presidenza dell'ARS con l'on. Pancrazio De Pasquale, il presidente Mattarella fu artefice di una concreta politica di cambiamento e di forte impegno per lo sviluppo della Sicilia. Il contrasto alla criminalità mafiosa fu caratterizzato da un impegno civile e culturale del quale fanno fede gli atti pubblici del tempo.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 8 gennaio 2020
Ci risiamo. Ogni volta che si pronunciano le parole "permesso-premio" è come agitare il classico drappo rosso davanti al toro. È capitato nei giorni scorsi alla notizia che, dopo 25 anni di carcere, l'ergastolano Alberto Savi aveva trascorso il natale in famiglia.
Savi è il minore dei tre fratelli che sul finire degli anni Ottanta insanguinarono l'Emilia con rapine, ferimenti, omicidi. Si chiamavano la "banda della Uno bianca". Erano poliziotti, erano feroci. Sono stati arrestati, processati, condannati all'ergastolo. Il maggiore dei tre, Roberto, ha chiesto per due volte la grazia, gli è stata rifiutata. Alberto, il minore, era già uscito in permesso altre due volte, ma il fatto era passato inosservato.
Ma questa volta la sua uscita dal carcere ha coinciso casualmente con la data dell'uccisione di tre carabinieri, che venivano commemorati proprio negli stessi giorni. E la commozione si è trasformata in rabbia, non solo da parte dei parenti delle vittime, ma dal solito contorno di giornalisti, esponenti politici, magistrati. Ma la rabbia non può ispirare il legislatore né il magistrato. E neanche le parti civili, crediamo.
Anche se è più difficile dirlo. Perché è vero che, in questo come in altri casi, gli assassini sono pur sempre vivi e le vittime sono morte. Ma la giustizia ha funzionato, visto che i colpevoli hanno avuto un regolare processo e sono stati condannati alla pena massima prevista dal nostro ordinamento. In cui non è contemplata la pena di morte, per fortuna. E siamo sicuri che nessuno tra i parenti delle vittime che protestano ogni volta che un condannato per un grave delitto ottiene un permesso di uscita dal carcere sarebbe favorevole al ripristino della pena capitale. Nessuno vuole vendetta, si sente ripetere, ma solo "giustizia".
Pure, la frase è sempre la stessa: buttare via la chiave. Cioè, inconsapevolmente, pur non volendo uccidere si vuole creare i sepolti vivi. Chi ha ucciso deve a sua volta essere ucciso, lasciato a languire in una sorta di segreta fino a morirne. Senza speranza, quasi una sorta di Dorian Gray mummificato nell'immagine di come era quel giorno, quando era giovane, spavaldo e assassino. Il suo invecchiamento non è previsto, e così il suo cambiamento.
Alberto Savi, che ieri era l'immagine stessa di Caino, oggi ha 54 anni e ha trascorso metà della sua vita in carcere. Secondo le statistiche della natalità oggi in Italia, ha una previsione di vita di circa altri 30 anni. Se ha ottenuto già tre permessi, significa che il magistrato di sorveglianza, e con lui tutta la squadra che ha osservato il suo percorso, ha rilevato il cambiamento.
E non crediamo che oggi lui si rimetterebbe mai dentro una Uno bianca con le armi in pugno. È un'altra persona, e ha scontato 25 anni di carcere, una vita. Non è giunto il momento di dare concretezza all'articolo 27 della Costituzione, di crederci davvero? O consentiamo alla rabbia, quella dei parenti ma anche quella di giornalisti-politici-magistrati, di farsi legislatore e giudice? E quindi di comminare, nei fatti, una nuova forma di pena di morte?
Ma la rabbia non è figlia unica, è gemella siamese della vendetta, la vendetta impotente dello Stato che non riesce a processare in tempi congrui, a dare giustizia a colpevoli e innocenti e neanche alle vittime dei reati. Di fronte al proprio fallimento, di fronte all'ipocrisia della finta obbligatorietà dell'azione penale, di fronte all'incapacità di applicare processi brevi e misure alternative, si sceglie la via della vendetta. Che cosa è se non vendetta, come nella favola del lupo e l'agnello, nei confronti dei soggetti deboli del processo, cioè l'imputato e la vittima, l'abolizione della prescrizione, il processo eterno? La vendetta è l'opposto della giustizia.
La terza sorella è meno conosciuta delle altre due, è la paranoia, quella che fa invocare (si potrebbero citare tanti famosi processi) la ricerca dei mandanti, ogni volta che una sentenza non ci soddisfa del tutto. Capita nei processi sulle stragi o sui grandi eventi come sciagure ferroviarie o incendi. La ricerca paranoide del capro espiatorio "in alto" è molto consolatoria ma non porta lontano. Come del resto la rabbia e la vendetta. Perché quando le tre sorelle, rabbia, vendetta e paranoia entrano dalla porta, è la giustizia a uscire dalla finestra.
di Danilo Paolini
Avvenire, 8 gennaio 2020
A marzo saranno quattro anni dall'entrata in vigore del reato di omicidio stradale. Non aggravante, si badi, ma reato a sé stante, previsto dall'articolo 589-bis del Codice penale che punisce con il carcere da due a sette anni "chiunque cagioni per colpa la morte di una persona con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale", pena che aumenta (da 8 a 12 anni) se il delitto è commesso "in stato di ebbrezza alcolica" o di alterazione indotta da droghe.
La serie impressionante di vite umane stroncate da investimenti automobilistici in queste ultime settimane mette in discussione non tanto l'efficacia della sanzione in sé, ma la filosofia di fondo: affidarsi al solo inasprimento delle pene per affrontare fenomeni sociali gravi e spaventosi. È un po' il discorso che si fa in alcuni Stati degli Usa, dove si conta sulla pena di morte per arginare omicidi e stragi, ma poi la violenza continua a imporsi come diffuso "stile di vita" e le armi automatiche si comprano nei supermercati. Per sua definizione, la repressione non previene.
Sì, si può contare sull'effetto deterrente, ma per funzionare deve restare in piedi almeno un po' di stigma sociale, di riprovazione collettiva. Precedenti al fatto, s'intende, in quanto a tragedia avvenuta tutti sono pronti a indignarsi o a gridare contro chi era al volante, con i soliti eccessi barbari e, magari, senza ancora sapere come siano andate le cose. Il fatto è che siamo ormai come anestetizzati, abituati a certi comportamenti scellerati divenuti di massa.
E non si tratta di alcune zone del Paese, come purtroppo la geografia tragica della cronaca sta a dimostrare. Si va dalla "semplice" inciviltà alla follia potenzialmente omicida, dall'auto lasciata in doppia o tripla fila ("ma solo per pochi minuti, ero nel negozio qui davanti...") al sorpasso con la doppia striscia continua, dal parcheggio negli spazi riservati ai disabili o sulle strisce pedonali alla circolazione contromano ("ma erano pochi metri!"). Si potrebbe continuare, purtroppo: il messaggio sul cellulare (sempre "un attimo"), l'alcol ("solo due bicchieri"), la droga (i fiumi di cocaina che inondano le nostre città hanno un sicuro impatto, di certo non positivo, sui comportamenti al volante e al manubrio). Soprattutto nei grandi centri urbani, si esce di casa consapevoli dei seri rischi che si corrono.
A Roma, per esempio, ci sorprendiamo spesso con la mano a mezz'aria in segno di ringraziamento all'automobilista che si ferma all'attraversamento pedonale, quasi fosse una cortesia che ci usa. E alla fine, paradossalmente e purtroppo, lo è: la regola sta diventando l'eccezione. Di fronte a una simile regressione, avvenuta gradualmente, la politica non ha saputo che rispondere come ha fatto con tante altre materie: con la scorciatoia facile facile, e perciò inefficace, delle "pene più severe". Se contassimo tutte le volte in cui le pene sono state inasprite, dovremmo concludere che il nostro è il Paese più virtuoso del mondo. Ma sappiamo ormai che si tratta soltanto di un'illusione.
La sanzione è necessaria, naturalmente. Ma accanto alla risposta penale, anzi prima, serve anche altro, molto altro. Non si cambiano le teste e i cuori delle persone per legge, è indispensabile uno sforzo collettivo, un cambiamento generale di mentalità, una nuova cultura della comunità.
E considerando quanto abbiamo ormai eroso di quel patrimonio umano e civile che l'Italia era stata capace di ricostruire sulle macerie della dittatura e della seconda guerra mondiale, si tratta di un'impresa titanica che dovrà necessariamente partire dal ruolo educativo della famiglia e dal lavoro fondamentale della scuola. Nel suo messaggio di Capodanno, il presidente della Repubblica ha chiesto a tutti di sviluppare "una cultura della responsabilità". Almeno proviamoci.
di Angelo Busani
Il Sole 24 Ore, 8 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 7 gennaio 2020 n. 209. Rischia il reato di falso ideologico il notaio che "avalla" la dichiarazione, resa da un donante nel contesto di un contratto di donazione, di aver usucapito l'immobile oggetto della donazione. Lo si desume dalla sentenza della cassazione n. 209. I l caso riguarda una grave vicenda di concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso e di truffa: la sentenza parla di una "complessa attività posta in essere" "attraverso la fittizia intestazione di terreni e mediante fittizi contratti di locazione" con lo scopo di consentire al sodalizio di stampo mafioso "di usufruire di contributi comunitari ottenuti illecitamente" "facendo apparire la titolarità di numerose particelle di terreno su cui si svolgevano attività agricole". Si può quindi immaginare che la gravità dei fatti presi in considerazione dai giudici abbia avuto un ruolo determinante nel far ritenere il notaio "corresponsabile" del comportamento di chi dichiara l'avvenuta usucapione fino a diventare reo del reato di falsità ideologica.
Nella sentenza, al riguardo, si legge che le indagini della polizia giudiziaria avevano appurato la natura demaniale dei terreni oggetto della donazione e che tale titolarità demaniale "sarebbe stata non difficilmente accertabile da parte dell'ufficiale rogante e comunque era ben nota al donante, che non poteva ignorare di non essere titolare del diritto di proprietà sui fondi oggetto dell'atto di donazione".
La Cassazione inoltre sottolinea che si trattava di mappali che in catasto risultavano privi di intestatario, "il che avrebbe dovuto indurre il pubblico ufficiale a ritenere la natura demaniale dei beni, poiché nel nostro ordinamento non esistono beni immobili di nessuno ma o appartengono a un privato o vengono di diritto acquisiti al patrimonio dello Stato". In ambito notarile, nei casi in cui il soggetto alienante non abbia un titolo d'acquisto, ma dichiari di aver usucapito il bene che intende alienare, si ritiene che si possa comunque procedere alla stipula del contratto, sia pure con il monito di tenere il massimo della prudenza possibile.
Nemmeno la mancanza di intestazione catastale in capo a chi dichiara l'avvenuta usucapione (non esistendo un titolo d'acquisto, non è evidentemente possibile procedere ad alcuna voltura catastale) viene considerata un impedimento (Circolare del Consiglio Nazionale del Notariato del 28 giugno 2010). Si ritiene, infatti, che la questione del cosiddetto "allineamento soggettivo" (preteso dall'articolo 29, comma 1-bis, legge 52/1985) e, cioè, la coincidenza tra il soggetto alienante, le risultanze dei Registri immobiliari e quelle dei Registri catastali, troverebbe un limite nelle ipotesi in cui il "disallineamento" sia "fisiologico".
Tale situazione si avrebbe, dunque, proprio nelle situazioni in cui il mancato aggiornamento dei Registri immobiliari e del catasto derivi da ragioni di "carattere sistematico" come avviene per le ipotesi di acquisti per i quali è irrilevante la pubblicità immobiliare e che prescindono da chi abbia avuto la precedente titolarità dei beni di cui è affermata l'intervenuta usucapione.
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