Il Sole 24 Ore, 17 febbraio 2020
Competenza - Spese di custodia dei beni sequestrati - Istanza di liquidazione presentata dopo l'archiviazione del procedimento penale - Giudice dell'esecuzione - Competenza del Gip. La competenza a provvedere ai sensi dell'art. 168, d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115 sulla istanza di liquidazione delle spese di custodia dei beni sequestrati presentata dopo l'archiviazione del procedimento, spetta al giudice per le indagini preliminari in qualità di giudice dell'esecuzione. Il provvedimento di archiviazione definisce la fase delle indagini preliminari facendo sì che tutti i poteri conferiti al Pm e al giudice per le indagini preliminari passino a quest'ultimo, in funzione di giudice dell'esecuzione, ai sensi dell'art. 665 c.p.p.Pertanto il magistrato "che procede" ai sensi dell'art. 168, T.U. Spese di giustizia, è il giudice delle indagini preliminari quale giudice dell'esecuzione, rilevando, ai fini della competenza non già la collocazione fisica del fascicolo archiviato, ma la materiale disponibilità del medesimo in ragione della funzione esercitata.
• Corte di cassazione, sezioni Unite penali, sentenza 3 febbraio 2020 n. 4535.
Spese di giudizio penali - Liquidazione delle spese degli ausiliari del magistrato - Competenza. Ai sensi dell'articolo 168 del decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, la liquidazione delle spettanze degli ausiliari del magistrato spetta a quello che procede (nella specie, si trattava della liquidazione dei compensi del custode), onde deve ritenersi attribuita al pubblico ministero nel corso delle indagini preliminari e dopo che il procedimento si sia concluso con l'archiviazione (sussistendo la competenza del giudice per le indagini preliminari, invece, nell'ipotesi in cui la richiesta di archiviazione del pubblico ministro non sia stata ancora evasa), al giudice dell'esecuzione dopo la sentenza irrevocabile e al giudice che ha la disponibilità del procedimento nel corso del giudizio di cognizione.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 5 dicembre 2018 n. 54227.
Prove - Mezzi di ricerca della prova - Intercettazioni di conversazioni o comunicazioni - In genere - Spese - Liquidazione - Decreto di archiviazione - Avvenuta trasmissione degli atti al p.m. - Competenza del p.m. - Sussistenza. La competenza a liquidare le spese relative all'acquisizione di tabulati telefonici appartiene al "magistrato che procede", locuzione da riferire al magistrato che ha materialmente la disponibilità degli atti al momento della richiesta di liquidazione e che - dopo l'archiviazione del procedimento e la trasmissione degli atti all'ufficio di Procura - va individuato nel pubblico ministero.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 13 febbraio 2017 n. 6657.
Impugnazioni - Provvedimenti impugnabili - Provvedimenti abnormi - Procedimento conclusosi con l'archiviazione - Provvedimento con cui il gip disponga la trasmissione al p.m. della richiesta di liquidazione dell'indennità di custodia di un veicolo - Atto abnorme - Sussistenza. È abnorme il provvedimento con cui il Gip disponga la trasmissione al Pm dell'indennità di custodia relativa a procedimento conclusosi con l'archiviazione, in quanto la competenza a provvedere spetta, in tal caso, al Gip e non al Pm.
• Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 22 gennaio 2014 n. 2924.
Spese giudiziali penali - Archiviazione del procedimento - Giudice competente a liquidare le spese di custodia dei beni sequestrati. È abnorme il provvedimento con cui il Giudice delle indagini preliminari dispone la trasmissione al pubblico ministero della richiesta di liquidazione delle spese di custodia di beni sottoposti a sequestro, in relazione a procedimento conclusosi con l'archiviazione, in quanto l'espressione "magistrato che procede" di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002 n. 115, articolo 168, deve essere intesa quale indicativa della competenza del magistrato che comunque disponga del procedimento, con la conseguenza che una volta che il giudice abbia accolto la richiesta di archiviazione proposta dal Pm, deve disporre anche della sorte delle cose sequestrate.
• Corte di cassazione, sezione IV penale, sentenza 19 settembre 2011 n. 34335.
isnews.it, 17 febbraio 2020
Il sindacato evidenzia la necessità di potenziare il personale in servizio presso il penitenziario di Campobasso. Chiesto un incontro urgente con il presidente della Regione Toma. Mancano medici e infermieri in servizio nel carcere di Campobasso. Una situazione che va avanti da tempo e ancora una volta scende in campo FP Cgil Abruzzo Molise, che torna a chiedere risposte e sollecita un incontro urgente con il governatore Donato Toma.
"La cronica vacanza delle figure professionali sanitarie, purtroppo - evidenzia il sindacato - continua a destare forte preoccupazione, con ripercussione della popolazione detenuta sul quotidiano lavoro dei poliziotti penitenziari, di operatori a vario titolo e dell'organizzazione generale. Oggigiorno, da notizie in nostro possesso, vi sono solo tre infermieri professionali operanti e sembrerebbe che, vi è una carenza di specialisti del S.E.R.T deputati ai colloqui e gestione dei detenuti tossicodipendenti, senza tralasciare la carenza di medici di medicina generale.
Se la questione potrebbe, in un certo modo, coinvolgere analogamente anche altri Istituti del Paese, visto che si necessiterebbe di un efficace piano di assunzioni nel comparto sanitario italiano, riteniamo che sia doveroso affrontare la situazione del carcere campobassano, con attività interventistiche improcrastinabili, nel rispetto di tutta la collettività penitenziaria, vista anche la cospicua presenza di detenuti patologici". Il sindacato chiede dunque risposte certe e un incontro urgente con il presidente Toma "così da avviare un giusto e sano confronto".
corrieredellacalabria.it, 17 febbraio 2020
A Reggio Calabria l'iniziativa di Agape, camera Minorile e Forum associazioni familiari. "Poche le risorse destinate ai servizi sociali, ci aspettiamo risposte dal nuovo governo regionale". I numeri e le speranze dopo le "sparate della politica" nell'estate di Bibbiano "È stata l'ultima estate quella del caso Bibbiano e delle sparate dei politici contro le case famiglia, gli affidi e le adozioni.
Ma se davvero si vuole mettere mano a un sistema di accoglienza che, inclusi i minori stranieri non accompagnati, accoglie oltre 30mila minorenni in Italia occorre farlo con serietà e competenza. Ascoltando la voce in primis dei diretti interessati, tutti quei ragazzi e quelle famiglie e centri che li hanno accolti dando loro la possibilità di sperimentare una vita diversa dopo tante ferite, abbandoni, maltrattamenti".
È questo l'appello che Centro Comunitario Agape, Camera Minorile e Forum delle associazioni familiari intendo lanciare a tutte le istituzioni interessate per ribadire che l'affido, la comunità, l'allontanamento dalla propria famiglia in casi estremi, l'adozione, sono un'opportunità che nella bagarre mediatica di questi mesi, è stata colpevolmente silenziata. "C'è stata una distorsione strumentale della realtà e una rabbia incomprensibile contro i servizi. Le esperienze di accoglienza che anche in Calabria sono oggi attive, pur con enormi difficoltà, possono restituire la verità di un sistema che ha le sue falle ma che nel complesso funziona e che sarebbe folle smantellare", continua la nota.
"La Calabria e in particolare il territorio della Città metropolitana di Reggio - si legge ancora - registrano infatti la presenza di una rete di servizi significativa ma tante sono le criticità che hanno ostacolato la sperimentazione di un sistema di Welfare per le famiglie e per i minori adeguato. In primis la mancata applicazione della legge 328, di un piano sociale regionale e di zona in grado di attivare una programmazione dei servizi socio sanitari su tutto il territorio regionale, con investimento di risorse, con la copertura dei vuoti di organici nei Comuni di profili professionali fondamentali come assistenti sociali, psicologi, educatori. Compresa un riparto più equo delle risorse da parte delle regione che in atto vede penalizzate alcune aree come quelle del Reggino".
La recente approvazione della delibera sui regolamenti attuativi ha aperto un primo spiraglio che ora il nuovo governo regionale dovrebbe dare concreta applicazione. Su questi temi, per contribuire all'avvio di una nuova fase nelle risposte all'infanzia a rischio e alla fragilità delle famiglie che in Calabria tocca un minore su due, è stato promosso un incontro di studio che focalizzerà in particolare il ruolo dei Tribunali per i Minorenni e quello della città metropolitana per politiche e metodologie di intervento in grado in garantire a tutti i minori il diritto a vivere in una famiglia, privilegiando quella d'origine oppure quella affidataria e adottiva.
Su questo tema il Tribunale per i Minorenni sta lavorando per delle linee guida in grado di migliorare il sistema, di garantire sempre più trasparenza, tempestività negli interventi, coinvolgimento della rete degli attori istituzionali e sociali del territorio. Il programma prevede dopo l'introduzione di Mario Nasone del Centro comunitario Agape, un breve video, il saluto del parroco del crocefisso don Marco Scordo, la relazione per il Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria di Saverio Sergi, psicologo e giudice onorario del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, interventi di Maria Grazia Marcianò, psicologa referente area minori Comune di Reggio Calabria, avv. Alessandra Callea della Camera Minorile, Elisa Mottola, psicologa per la rete dei Consultori dell'Asp, le testimonianza di una famiglie adottiva (Suraci Nicolò) e di una famiglie affidataria (Palumbo Cilione), di Gerhard Bantel e Suor Angela Paglione componenti di associazioni e comunità impegnate nella Locride e nella Piana di Gioia Tauro.
A margine dell'incontro sarà fatta comunicazione sull'evento che si svolgerà il 28 marzo a Reggio Calabria su iniziativa del Forum nazionale delle associazioni familiari inserito nella campagna Donàti-Dònati, una festa sull'accoglienza aperta a famiglie ed associazioni che si terrà nella stessa data in tutte le regioni.
Con interventi di Lucia Nucera, Assessore alle politiche sociali comune di Reggio Calabria, Aldo Riso, referente Forum famiglie di Reggio Calabria. Il garante per l'infanzia della Città Metropolitana Emmanuele Mattia infine presenterà una iniziativa del suo ufficio in grado di offrire una prima risposta sul piano istituzionale alle richieste che emergeranno in grado di dare anche continuità all'iniziativa.
di Erica Gigante*
linkabile.it, 17 febbraio 2020
L'impotenza di chi abita il carcere, soprattutto se ad essa si accompagna un momento disperato e drammatico come quello di sentirsi lontano dai propri affetti, può essere un passo fondamentale per chi, al contempo, la trasforma in un valido motivo di riscatto.
Fiore all'occhiello è stato proprio il progetto sulla genitorialità, a cui, io stessa come criminologa, ho partecipato, promosso dall'Associazione "Città della Gioia" che, assieme al Garante dei detenuti della Regione Campania, ha dato l'opportunità a tre Istituti penitenziari, sezione femminile di Bellizzi Irpino, Pozzuoli e Salerno, di valorizzare il concetto di genitorialità nel suo significato più profondo: crescere come persona in qualità di genitore, poter migliorare le relazioni con i propri figli, accettare una situazione familiare particolare, riconoscere l'affettività come diritto della persona detenuta, sono stati i principi per i quali noi tutti abbiamo creduto e combattuto.
In tal senso, ci siamo adoperati a dare alle detenute gli strumenti necessari per attenuare, almeno in parte, l'impatto con la vita detentiva. È stata l'occasione per abbracciare le loro debolezze, per ascoltare il loro cuore, per guardare il loro volto malinconico e lontano dalla speranza di chi, da quel volto, ne vorrebbe trarre un po' di gioia e di chi, in realtà, vorrebbe essere ancora mamma, figlia, sorella, compagna.
Dopo una fase preliminare di conoscenza, si è passati ad una fase operativa che ha permesso di avvicinarci al tema della genitorialità. La proiezione di film, cortometraggi, la lettura di libri, di testi di canzoni, iniziative teatrali, hanno permesso alle detenute di trovare il modo di affrontare domande riguardanti la realtà complessa in cui vivono ovvero "chi siamo"? "Cosa siamo diventate"?, "Dove andremo a finire"? "Ma soprattutto perché, da detenuta, non riesco a trovare il modo più adatto per spiegare il mio ruolo di madre o figlia"?
A tale proposito mi sono chiesta, in che modo, il carcere devasta le relazioni innescando sensi di colpa, turbinio di emozioni contrastanti, assenza di ruoli. Ma soprattutto qual è la strada più idonea da mettere a disposizione di chi vive un momento delicato come la detenzione. In linea teorica, sebbene l'ordinamento penitenziario tuteli l'affettività e i rapporti familiari, tuttavia nelle pratica, non è di facile attuazione: Le relazioni vengono vissute quasi in senso negativo come mancanza, perdita, dove niente dipende più da chi è carcerato ma da chi, al contrario, rappresenta un'autorità onnipotente e, forse, quasi invisibile.
Molto spesso sia gli uomini che le donne, se non hanno commesso reati in famiglia, vengono privati della possibilità di mantenere un legame con i figli. Se pensiamo agli stessi familiari che non li portano a colloquio solo perché il proprio papà o la propria mamma sono in carcere fingendo, casomai, che siano lontano per lavoro. Eppure non dimentichiamo che, anche se sono persone recluse, mantengono il diritto alla genitorialità e all'affettività.
Ed è proprio da questa complessità di relazioni, aggravate dalla stessa detenzione, che il progetto ha sostenuto e favorito tale diritto, un diritto che, nel caso di specie, ha subito conseguenze devastanti e sofferte soprattutto per quelle detenute che non vedono i propri figli da mesi o addirittura anni.
È il caso di R. che, al suo grido disperato di voler vedere e riabbracciare la sua bambina di 7 anni che si trova in casa famiglia, si è cercato di dare supporto e sostegno al suo ruolo di madre; o il caso di detenute dove l'essere madre si manifestava nel mostrare foto dei propri bambini o nel considerare il figlio come un essere bisognoso di cure e, in quanto tale, affidato ai nonni, sorelle o ai papà se, questi ultimi non erano, a loro volta, rinchiusi in carcere. O il caso di A. che come figlia ha messo a nudo, senza vergogna ma con coraggio le sue emozioni, quelle che, con le parole, sono diventate in una lettera un esempio di vita non solo per chi è in carcere, ma anche uno spunto di riflessione per chi, quel contesto, non l'ha mai vissuto.
A tale proposito ho voluto riportarla qui con grande orgoglio! "Qui nessuno si conosce, ma la strada, le storie sono sempre le stesse, nessuno è più lontano, niente è impossibile, niente e mai nessuno ci fermerà. La strada è la stessa, le stesse illusioni, le stesse emozioni, le stesse occasioni, nessuno è diverso, qui siamo tutti uguali. C'è chi ha troppo e chi non ha nulla, chi ha una stella, chi un cielo nero, chi può parlare, chi deve solo ascoltare, chi ha una strada e chi cammina sui sassi, c'è chi è bianco e nero, c'è chi si trasforma come me per esigenza, c'è chi cerca sempre la speranza, qui nessuno si conosce, ma la musica, i fatti, le storie, la sofferenza, il patimento sono gli stessi.
Non è per niente facile restare in bilico e né è facile sognare... nessuno è diverso, siamo tutti uguali, non è per niente facile restare stabile, nessuno è distinto siamo tutti uguali, identici e niente e nessuno ci fermerà. Non è per niente facile restare in equilibrio, nessuno è più diverso, siamo tutti identici, uniformi, coerenti, nemmeno più l'Africa è lontana, e il vuoto di chi è solo si riempirà. Questo posto così oscuro per chi non lo conosce, mette i brividi... tu carcere pensi che ti sia tutto concesso, ma ti sbagli, non capisci che sai solo uccidere. Tu carceriere del mio corpo, ma mai e quando dico mai, mai del mio io, tu qui ci rimarrai a vita mentre noi siamo solo di passaggio".
Quanto, quindi, è necessario favorire i legami all'interno di un carcere soprattutto se, gli stessi, costituiscono un fattore fondamentale nella vita del detenuto. Il duro regime carcerario, la sottocultura carceraria, la difficoltà per il detenuto di sviluppare la propria autonomia sempre in contrasto con l'ambiente carcerario, sono fattori che, di certo, non favoriscono l'attuazione concreta di programmi rivolti, non solo ai bisogni dei detenuti ma anche a tutte quelle persone coinvolte, come ad esempio la famiglia.
Proprio per questo, è necessario una giustizia che, nella pratica, metta in atto una serie di interventi utili al cambiamento della vita di ognuno di loro, un cambiamento finalizzato alla riflessione della propria dimensione genitoriale attraverso maggiori incontri individuali con i propri figli, attraverso incontri volti alla formazione personale sia del detenuto/genitore che del proprio figlio, attraverso maggiori contatti con il mondo esterno. È necessario, altresì, non impedire la comunicazione e la relazione con il genitore recluso che potrebbe comunque sviluppare, attraverso adeguati interventi, una buona capacità genitoriale, senza che il carcere diventi così un luogo devastante non solo per chi è dentro ma anche per chi è fuori innescando sentimenti di abbandono per chi è figlio e sentimenti di rabbia e colpevolezza per chi è detenuto.
Ecco perché valorizzare i legami personali all'interno del carcere, attribuisce valore al percorso di recupero, un percorso fondamentale per chi vuole reinserirsi in modo responsabile nella società. Non dimentichiamo gli artt. 29 e 31 della Costituzione, che tutelano i rapporti parentali e le relazioni affettive salvaguardando i rapporti familiari e i doveri del genitore, così come l'art. 28 dell'Ordinamento Penitenziario secondo cui " particolare cura è dedicata a mantenere, migliorare o ristabilire le relazioni dei detenuti con le famiglie".
Dalla mia esperienza come criminologa, concludo nel considerare che, ogni progetto in carcere ha una sua utilità nei confronti non solo di chi crede nel recupero, nella reintegrazione sociale e nella prevenzione della recidiva, ma anche di chi si impegna a creare un ambiente che possa accogliere adeguatamente la vita intramuraria di ogni detenuto preservando soprattutto il mantenimento delle relazioni familiari.
*Criminologa
di Maure Leonardi
mauroleonardi.it, 17 febbraio 2020
A 27 anni Daniel si è laureato in Scienze della formazione all'Università Cattolica di Milano. Questa è già una bella notizia e, coi tempi che corrono, è bello assistere ad una bella notizia qualsiasi e la laurea è più di una bella notizia qualsiasi: riguarda non solo una persona ma una famiglia, tanti amici e tante famiglie.
Nel caso di Daniel la notizia diventa commovente perché chi raggiunge la laurea non è un giovanotto qualsiasi ma un ex detenuto e alla cerimonia non sono presenti solo amici e parenti come da copione ma anche il pubblico ministero che aveva chiesto il processo e la condanna del ragazzo. Le statistiche dicono che nel 68% dei casi i detenuti tornano a delinquere ("vanno in recidiva") ma se sono affidati a misure alternative il tasso scende al 19% e, se addirittura il delinquente trova lavoro, si arriva al 2% o 3%. Nel caso di Daniel l'obiettivo è raggiunto attraverso la comunità di recupero Kayròs di don Claudio Burgio. E così, l'ex detenuto che ha commesso tanti errori durante la sua adolescenza ora diventa un educatore che vuole aiutare tanti giovani a non commettere gli stessi errori.
La cosa più difficile per chi sta in carcere è trasformare quel periodo - che può anche essere molto lungo - non in una parentesi della propria vita ma in un pezzo di vita vera. Gli anni passati in carcere devono diventare non anni nei quali è come se non avessi vissuto - o anni in cui ho vissuto al peggio - ma tessere di un mosaico che è quello della mia vita.
Daniel, con l'aiuto di chi gli è stato vicino, anche del pm che lo ha messo in carcere, c'è riuscito. Lavoriamo perché ci riescano tanti altri. Prima di tutto quelli di noi che sono liberi e che proprio per questo hanno il compito urgente di non passare la vita in un'enorme parentesi, in una grande sala d'attesa aspettando chissà un treno che, così facendo, non passerà mai
tarantobuonasera.it, 17 febbraio 2020
Franzoso: Regione e Asl intervengano. Il Consigliere regionale Francesca Franzoso al carcere di Bari con i Radicali. Sovraffollamento, carenza di agenti, assistenza sanitaria inadeguata. È il bilancio del sopralluogo nel carcere di Bari che Francesca Franzoso, consigliere regionale, ha effettuato ieri mattina insieme a Massimiliano Iervolino, segretario dei Radicali Italiani e Annarita Di Giorgio, di Associazione Pannella.
Il penitenziario, "Rucci" ha una capienza massima di 299 persone ma, ad oggi, ospita 435 detenuti. Di questi 150 hanno disagi psichiatrici. La struttura, del 1920, dispone anche di un carcere sanitario da 24 posti letto, con strumentazione e personale insufficiente. "Ed è proprio la sanità, di competenza regionale, sostiene Franzoso, una delle principali note dolenti.
Nessuna delle strumentazioni medico-sanitarie previste con lo stanziamento di 300 mila euro, appostati nella finanziaria 2019 con un mio emendamento è mai entrata nella struttura. Non solo. La Asl Bari non ha attivato un sistema unico di prenotazione, così un detenuto, per effettuare più esami diagnostici, deve essere trasferito in giorni diversi presso la struttura ospedaliera con notevole disagio per il personale penitenziario già ridotto al minimo.
Il piano di riordino della rete ospedaliera di Emiliano prevede per questi detenuti l'attivazione presso l'Ospedale San Paolo di un reparto di medicina protetta da 16 posti letto, che ad oggi è solo sulla carta. Una situazione esplosiva, tenuta sotto controllo solo grazie alla professionalità e agli sforzi della direttrice del Carcere, Valeria Pirè.
Le istituzioni, invece, Regione Puglia in primis, sono assenti. Invito Emiliano e Asl Bari ad attivarsi quanto prima per sanare una situazione di insopportabile emarginazione dei detenuti e restituire dignità alla vita carceraria. I diritti fondamentali non si cancellano neppure dietro le sbarre, e questo il Governatore della Puglia, che dice di aver giurato trevolte sulla Costituzione, dovrebbe saperlo".
recensione di Irma Loredana Galgano
articolo21.org, 17 febbraio 2020
Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi. Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere "femminile". Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della "cattiva madre".
Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell'orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.
Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell'accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.
Sottolinea Susanna Ronconi, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società. Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.
Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell'ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.
Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l'ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l'accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.
Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all'intero mondo del carcere.
A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l'operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.
I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l'applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l'istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.
Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.
L'incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali. Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l'affettività e l'esercizio della sessualità in carcere.
Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l'autunno 2018 e l'estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.
Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 17 febbraio 2020
Conferenza di Monaco, accordo (a metà) sulla linea italiana: monitoraggio aereo. L'embargo sulle forniture d'armi in Libia deciso dalla comunità internazionale alla Conferenza di Berlino "è diventato una barzelletta" e occorre "fare un salto di qualità". Anche perché la situazione sul terreno, "nonostante alcuni segnali positivi, rimane molto preoccupante e la tregua è appesa un filo". Parole chiare e drammatiche quelle di Stephanie Williams, vice del Rappresentante Speciale dell'Onu per la Libia, Ghassan Salamè, al termine dell'incontro dei ministri degli Esteri dei Paesi che lavorano a una soluzione della crisi nord-africana.
Ospitato dalla Germania in margine all'annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il vertice si è concluso con una dichiarazione comune, in cui i capi delle 13 diplomazie hanno rinnovato la loro "determinazione a contribuire alla piena applicazione dell'embargo".
Le ripetute violazioni al divieto di fornire armi alle parti in conflitto sono state denunciate dalle Nazioni Unite, senza tuttavia fare i nomi dei Paesi responsabili. Ma tutti sanno che si tratta soprattutto di Emirati Arabi ed Egitto sul fronte che appoggia i ribelli del generale Khalifa Haftar, e della Turchia su quello che sostiene il governo di Tripoli guidato da Fayez al Serraj.
La dichiarazione di Monaco lascia aperta la questione cruciale sugli strumenti con cui l'embargo verrà sorvegliato e applicato, nonché sulle eventuali sanzioni per chi lo viola. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, presente alla riunione, ha detto che per renderlo efficace "ci vuole una missione dell'Unione europea che sia in grado di monitorare e bloccare l'ingresso delle armi nel Paese".
Della missione si parlerà oggi a Bruxelles al Consiglio Affari Esteri della Ue. Il maggior ostacolo è l'opposizione di Austria e Ungheria alla parte navale: Vienna e Budapest sostengono che una nuova operazione tipo "Sophia" (ma limitata al controllo delle forniture d'armi) finirebbe per riprendere i soccorsi in mare, incoraggiando nuove ondate migratorie. Ieri il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, ha lasciato intravedere una soluzione spiegando che "potrebbe non esserci bisogno di navi europee nel Mediterraneo, poiché tutte le vie, marine, terrestri e aeree, possono essere monitorate dal cielo". A Bruxelles si parlerà anche di misure punitive: "Chiunque continuerà a violare il blocco - ha detto Maas - deve sapere che sarà individuato pubblicamente e sanzionato". Il ministro ha annunciato che la prossima riunione dell'International Follow-up Committee, il gruppo che segue l'attuazione della road-map di Berlino, si svolgerà a Roma in marzo.
A Monaco, l'Italia incassa comunque un importante successo diplomatico, con il prossimo ingresso, su proposta tedesca, nel formato E3, il gruppo europeo fin qui composto da Germania, Francia e Regno Unito, che si occupa del dossier iraniano. Sia Luigi Di Maio che il ministro della Difesa Lorenzo Guerini hanno espresso soddisfazione per questo riconoscimento al lavoro del nostro Paese nelle crisi internazionali.
Il Riformista, 17 febbraio 2020
Dopo una lunga attesa e le sollecitazioni della piazza ecco il piano della ministra dell'Interno Luciana Lamorgese per smontare i decreti sicurezza firmati da Matteo Salvini. La ministra porterà oggi al tavolo della maggioranza che dovrà cercare un accordo un testo scritto per smontare l'ossatura della legge che prevede tra l'altro due temi forti: cittadinanza e diritto all'iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo.
Un piano per cambiare i decreti sicurezza targati Salvini. È quello che poterà al tavolo della maggioranza previsto in giornata il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, che dovrebbe 'smontarè la legge fortemente voluta dal leader della Lega in particolare sul tema della cittadinanza a del diritto all'iscrizione all'anagrafe per i richiedenti asilo. Una bozza a lungo rimandata dal governo anche per gli appuntamenti elettorali in Emilia Romagna e Calabria.
Secondo quanto filtra, sarebbero quattro le "grandi modifiche" ai decreti sicurezza. Si parte dalle sanzioni alle Ong: le multe scenderanno ad un massimo di 50mila euro (attualmente è un milione di euro) mentre la confisca della nave e l'arresto del suo comandate scatterà solo in caso di reiterazione della condotta contestata. Tornerà poi ad ad un massimo di 24 mesi (attualmente è da 2 a 4 anni) il termine per concludere l'iter per la connessione della cittadinanza per residenza al compimento dei 18 anni dei figli di cittadini di stranieri nati in Italia. Nel piano Lamorgese è quindi prevista la cancellazione della norma del decreto sicurezza di Salvini che prevede che il permesso di soggiorno per richiedente asilo non costituisce più titolo per l'iscrizione all'anagrafe. Infine il permesso umanitario dovrebbe venire reinserito, con un ampliamento delle protezioni speciali per i casi di vittime di tratta.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 17 febbraio 2020
Oggi vertice con Lamorgese sui dl Salvini. Dem e Leu: aprire sui permessi umanitari. Altolà dei 5Stelle. Verso il ripristino delle iscrizioni all'anagrafe per i richiedenti asilo. È con l'approccio del tecnico che punta a risolvere i problemi e non alle polemiche che il ministro dell'Interno Lamorgese oggi porterà sul tavolo di palazzo Chigi testi e ipotesi di lavoro per cambiare i decreti sicurezza emanati da Matteo Salvini. Si prepara la svolta sul fronte delle polemiche migratorie nel vertice di maggioranza convocato dal premier Conte.
Se dovesse arrivare - ma è difficile - subito l'accordo, i dl Salvini andranno già nel prossimo Consiglio dei ministri. Ma bisognerà vedere se i rilievi avanzati dal Capo dello Stato nelle due lettere inviate al premier (ottobre 2018 e agosto 2019) saranno tradotti in maniera restrittiva o espansiva. Per M5S (linea Di Maio, infatti, bisogna attenersi solo a quelle indicazioni, non è possibile andare oltre. Il Pd vorrebbe ben di più. Si prevede per esempio un braccio di ferro sul tema dei permessi umanitari, il cui numero è crollato in Italia dal 40 al 18%.
L'orientamento del governo che continua a puntare sul criterio della redistribuzione dei migranti in Europa è quello di ripristinare la protezione umanitaria per alcune categorie a rischio. A quei migranti che arrivano in cattivo stato di salute, a chi manifesta disagio psichico, con la possibilità di considerare anche esigenze legate ai nuclei familiari. Pd, Leu, Iv e l'ala M5S che fa riferimento al presidente della Camera Fico, puntano ad allargare le maglie, a far sì che l'Italia si allinei con il resto d'Europa.
I fedelissimi di Di Maio fanno muro: sarà possibile solo un aumento marginale. "Il ministro si è tenuto le deleghe sull'immigrazione ma sa che non potrà spingersi più di tanto", spiega un big M5S, "il sistema non tiene, non possiamo tornare al passato". Ma le novità in arrivo sono diverse. Più fondi per il sistema di accoglienza: lo stanziamento del Viminale era sceso nell'estate del 2018 da 35 a 19 euro al giorno a migrante.
Una circolare del ministero ha aumentato i rimborsi, sull'onda dei ripetuti allarmi dei prefetti perché i bandi di gara andavano deserti. Verrà confermata questa direzione e dovrebbe essere inserito un criterio di flessibilità, dal momento che - questa la tesi - i costi sono diversi di regione in regione. Multe alle Ong: si ritorna a un massimo di 50mila euro, un ventesimo della cifra monstre, fino ad un milione di euro, partorita durante la conversione del decreto, con l'eventualità anche di eliminare del tutto le sanzioni qualora si registrasse una convergenza nella maggioranza di governo.
E a tenere - come richiesto dal Colle - in debita considerazione, per l'eventuale confisca delle navi, la reiterazione della violazione dell'eventuale divieto di ingresso in acque territoriali e la tipizzazione dei mezzi che possono essere oggetto di multe. L'obiettivo è far sì che le Ong si muovano all'interno di una griglia di regole seguendo un codice firmato a livello Ue dagli Stati che battono bandiera.
Verrà inoltre rivista la circolare Salvini che impedisce ai richiedenti asilo di iscriversi all'anagrafe comunale. Iscrizione necessaria - spiegano fonti parlamentari della maggioranza - per il rilascio del certificato di residenza e del documento d'identità senza i quali non è possibile iscriversi a scuola, stipulare un contratto di lavoro e di affitto.
Si punta a cambiare anche le regole sulle richieste di cittadinanza per matrimonio: prima dei dl Salvini se a seguito della domanda non veniva riscontrata entro il termine perentorio di 2 anni nessuna difformità o anomalia, si prefigurava il cosiddetto silenzio- assenso, ovvero la domanda non poteva più essere respinta.
L'idea ora è tornare appunto a quel silenzio-assenso. Per quanto riguarda il dl Salvini bis si mira a reintrodurre la discrezionalità del magistrato sulla tenuità del fatto con la distinzione delle categorie nelle norme che puniscono l'oltraggio e la resistenza al pubblico ufficiale. Sulle modifiche ai due decreti Pd, Leu e Iv dovranno convincere M5S e l'operazione non è semplice perché anche il premier Conte non intende mostrare il fianco agli attacchi di Salvini.
Nel Pd la strategia è al contrario di andare in profondità: "Tanto Salvini ci dà addosso anche se ci muoviamo di un centimetro", osserva un big dem. Poi c'è un'ala 'oltranzista'. "Inutile fare vertice. Basta un tratto di penna e cancellare i dl Salvini", afferma Orfini. I renziani vogliono un dispositivo organico per ridisegnare l'intero sistema per ripristinare la protezione umanitaria, salvaguardare le Ong e revisionare il meccanismo della cittadinanza. Ma il braccio di ferro, come si diceva, è solo agli inizi.
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