di Marco Belli
gnewsonline.it, 8 gennaio 2020
È un prefabbricato in legno di abete di poco meno di 30 metri quadrati. Il tetto ha le falde inclinate come nella tradizionale idea di casa che ci accompagna fin dall'infanzia e, quando era ancora uno scheletro ligneo in costruzione, rimandava tanto alla indimenticabile scena della costruzione della casa in "Sette spose per sette fratelli". Una "piccola, miracolosa, casetta nel parco di Rebibbia", per dirla invece con le parole di Renzo Piano, senatore a vita nonché archistar genovese, promotore e supervisore dell'iniziativa che, insieme ad altre tre, fa parte del progetto sulle periferie elaborato dal Gruppo di lavoro G124, presentato nella prestigiosa cornice della Sala Zuccari di Palazzo Madama il 28 novembre scorso.
Il Modulo Affettività e Maternità in carcere (M.A.MA.), è frutto di una collaborazione interistituzionale fra l'Ufficio Tecnico del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, guidato dall'architetto Ettore Barletta, il Provveditorato Regionale del Lazio, Abruzzo e Molise e un team di tre giovani architetti dell'Università romana La Sapienza che, guidati dalla professoressa Pisana Posocco e sotto la supervisione di Renzo Piano, hanno disegnato la casa.
Si tratta di un piccolo spazio abitativo, dotato di soggiorno, angolo cottura, zona pranzo e una piccola loggia per accedervi che sorge in un'area verde all'interno dell'istituto penitenziario Rebibbia Femminile, impreziosita dalla robusta presenza di una magnolia e di un eucalipto. La parte strutturale del modulo in legno è stata realizzata nella falegnameria della Casa circondariale Mammagialla di Viterbo da un gruppo di detenuti addetti alla lavorazione, coordinati dal direttore tecnico convenzionato con l'istituto e coadiuvati da alcuni detenuti di Rebibbia.
Ma, soprattutto, è il luogo dove le donne detenute nell'istituto romano possono incontrare i propri congiunti, mangiare insieme e insieme sedersi attorno a un tavolo. Un modo per rendere meno traumatica la distanza con i propri cari al momento del colloquio e, al tempo stesso, permettere alla detenuta di mantenere il ruolo di madre con il proprio nucleo familiare in un ambiente che intende, appunto, ricreare quello domestico.
agenzianova.com, 8 gennaio 2020
Almeno undici detenuti sono morti dall'inizio dell'anno nella prigione centrale di Makala, la più grande nella capitale congolese Kinshasa. Lo ha riferito ai media locali un funzionario del carcere, precisando che le ultime tre persone sono morte lunedì per mancanza di cure e medicinali.
Secondo Emmanuel Cole, responsabile di un'organizzazione locale attiva nella difesa dei diritti dei carcerati, la prigione di Makala e quasi tutte le carceri del paese sono sprovviste di cibo e medicinali da quando, a ottobre scorso, lo stato ha smesso di erogare fondi per queste necessità.
Il ministro della Giustizia congolese Celestin Tunda Ya Kasende ha ammesso "ritardi nei pagamenti", ma assicurato che dallo scorso lunedì la situazione è stata regolarizzata. La prigione centrale di Makala fu costruita durante la colonizzazione belga per accogliere 1.500 persone. Secondo Cole, il complesso ospita attualmente 8.618 detenuti tra cui solo 500 condannati.
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 8 gennaio 2020
Il terzo settore si ribella alla figura di mero controllore impostagli dal Decreto Salvini. A sparire sono le realtà più ridotte e diffuse specialmente nel centro e nord Italia. Il rapporto di ActionAid e Open Polis. Bandi che vanno deserti, piccole realtà locali un tempo fiore all'occhiello e simbolo di integrazione chiuse, migranti spostati di città in città come pacchi postali. Sono queste alcune delle conseguenze dei decreti sicurezza, provvedimenti simbolo del governo giallo verde, fortemente criticati dall'opposizione, ma che ad oggi non sono stati né abrogati né modificati.
Così l'accoglienza diventa mero controllo. A finire sotto i riflettori della seconda parte del rapporto pubblicato da ActionAid e Openpolis dal titolo: "La sicurezza dell'esclusione" è il corto circuito generato dai decreti sicurezza all'interno del sistema di accoglienza. La drastica riduzione degli importi per la gestione dei centri ha portato al taglio dei servizi volti all'integrazione come gli insegnanti di italiano, i consulenti legali e i mediatori.
I Cas dunque divengono strutture dove i migranti devono attendere la decisione sulle richieste di asilo, trasformando di conseguenza il ruolo del Terzo settore denigrato a mero controllore dei soggetti 'accolti'. Un cambiamento non gradito alla maggior parte degli attori che hanno quindi disertato i bandi di gara. Le prefetture nel caos. Ad essere in difficoltà in primis sono le prefetture che vedono andare deserti i bandi e non possono far altro che ripeterli. Questo ha portato nel tempo alla perdita di decine di posti e messo le prefetture in una condizione di immobilità tra regole inapplicabili e l'obbligo di garantire il servizio.
"I dati - sottolinea Livia Zoli, responsabile Global inequality and migration di ActionAid - confermano come il nuovo capitolato svantaggi l'accoglienza diffusa. Non a caso il tema dei bandi deserti e delle gare riproposte emerge in maniera più decisa nel Centro e nel Nord Italia, dove prefetture e realtà del Terzo Settore avevano negli scorsi anni puntato su centri di dimensioni medio piccole, in un'ottica di inclusione dei migranti".
Il caso Toscana. Tra i tre tipi di centro ora previsti (singole unità abitative, centri collettivi fino a 50 posti e centri fino a 300 posti) i tagli più consistenti coinvolgono proprio quelli che prevedono l'accoglienza diffusa in appartamenti. La Toscana è presa ad esempio in quanto una delle regioni più colpite: a Livorno su mille posti messi a bando dopo l'approvazione del dl sicurezza solo 564 sono stati effettivamente assegnati mentre a Firenze le nuove gare hanno portato alla firma di solo tre convenzioni per un totale di 285 posti sui 1.800 inizialmente offerti.
Per questo alcune regioni si stanno muovendo. A giugno la stessa Toscana ha stanziato 4 milioni di euro da destinare come cofinanziamento a favore di enti pubblici o del terzo settore per progetti destinati alle persone straniere rimaste prive di reti di inserimento sociale.
Mentre la regione Lazio, che già lo scorso anno aveva stanziato 1,2 milioni di euro per sopperire ai tagli del decreto sicurezza, grazie a un emendamento al bilancio del consigliere Alessandro Capriccioli ha destinato 700mila euro per realizzare percorsi di autonomia, corsi di italiano, assistenza legale e formazione per richiedenti asilo, rifugiati e beneficiari di altre forme di protezione internazionale.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 8 gennaio 2020
L'aria che tira è quella della spartizione tra Tripolitania e Cirenaica. A puntate, con una riunione internazionale dopo l'altra, si va verso una sorta di "declassamento" di fatto del riconoscimento dell'Onu assegnato al governo di Tripoli per aprire la strada, al massimo, a qualche labile soluzione confederale dove il nocciolo vero della questione è la divisione delle risorse petrolifere.
Per evitare l'escalation del conflitto non ci sono altre soluzioni: cosa che era già evidente nel 2011 quando il 19 marzo Francia, Gran Bretagna e Usa attaccarono Gheddafi per sostenere i ribelli di Bengasi.
Tutti sapevano già allora che le divisioni tribali ma anche regionali e locali avrebbero avuto un ruolo decisivo perché lo Stato libico esisteva da 40 anni solo nella persona di Gheddafi e nella sua cerchia di potere, non in una realtà amministrativa e militare tenuta dal raìs in una condizione quanto mai labile per il timore che si costituisse qualche realtà nazionale a lui ostile. E infatti una volta che la Francia di Sarkozy - a sua volta foraggiato da Gheddafi - ha infiltrato la cerchia di potere nei mesi precedenti la rivolta lo stato libico ha cominciato a liquefarsi e non è mai più riaffiorato, preda delle divisioni interne, del radicalismo islamico e delle influenze internazionali.
Come avviene per ogni Stato "fallito" ma potenzialmente assai ricco che produce gas e petrolio gli appetiti interni ed esterni sono forti, qui come in Iraq o in Yemen. In più la vastissima Libia è un incrocio nevralgico tra Mediterraneo e Africa che fa troppo gola alle potenze coinvolte nella regione. Tutto dunque è la Libia, tranne una cosa: un porto sicuro per i migranti come hanno cercato di illudersi e illudere i nostri governi. Anche in questo abbiamo sbagliato di grosso perdendo di vista la vera partita geopolitica.
Decideranno le battaglie sul campo come quella in corso a Sirte tra il generale Khalifa Haftar, il governo di Tripoli e la città-stato di Misurata, dove ci sono oltre 300 militari italiani a guardia di un ospedale. Ma a fare la differenza saranno soprattutto i due protagonisti delle vicende mediterranee, Putin ed Erdogan, che oggi si incontrano ad Ankara a inaugurare il Turkish Stream ma a parlare anche di molto altro, dalla Libia alla Siria, alla tensione Usa-Iran. Erdogan, alleato della Nato ormai fuori controllo, ha inviato le truppe a Tripoli e mercenari jihadisti per aiutare Sarraj e i Fratelli Musulmani, Putin appoggia con i suoi mercenari Haftar, insieme a Egitto, Emirati, Arabia Saudita, con Francia e Stati Uniti che esibiscono un atteggiamento sempre assai ambiguo ma di fatto più favorevole al generale che a Tripoli. Dalla parte di Haftar, a parte Putin, ci sono i maggiori acquirenti di armi di Washington come sauditi ed emiratini, alleati tra l'altro di Usa e Israele contro l'Iran degli ayatollah.
L'Italia non sta in mezzo ma sotto. Ufficialmente è con Tripoli ma sta cercando di riposizionarsi intensificando i rapporti con Haftar incontrato da Di Maio a dicembre e che dovrebbe tornare presto a Roma. L'Italia sta sotto perché i suoi alleati occidentali hanno turlupinato il governo Berlusconi nel 2011 quando attaccarono Gheddafi e la spinsero, su decisione dell'ex presidente Napolitano, a unirsi ai raid della Nato. Sta sotto perché deve salvare capra e cavoli, in particolare l'Eni, che è ancora la maggiore azienda libica, gestisce il gasdotto Green Stream e fornisce il 70% dell'elettricità al Paese, insieme a quelle commesse che il defunto raìs ci aveva promesso (50 miliardi di euro). La Libia era la nostra torta di frutta candita ma da tempo le fette le decidono gli altri.
Un decennio fa nella tenda di Gheddafi il raìs distribuì onorificenze e medaglie a Giulio Andreotti, Lamberto Dini, all'ex ministro Giuseppe Pisanu, a Vittorio Sgarbi, al premier Berlusconi, a Frattini, Prodi e D'Alema. Aveva in pratica premiato tutta la classe dirigente della Repubblica che di lì a poco poi lo avrebbe abbandonato.
L'attuale ministro degli Esteri italiano Di Maio, ieri alla riunione Ue sulla Libia a Bruxelles e oggi al Cairo con Francia Grecia e Cipro, invece deve stare attento a non fare gaffe. Così prima di incontrare il fronte pro-Haftar e anti-turco vedrà il ministro degli Esteri di Ankara Mevlut Cavusoglu. Sulla Libia non abbiamo più nessuna leva, non piacciamo troppo ad Haftar e neppure a Sarraj che ormai parla solo con Erdogan. Per questo stiamo sotto botta: è finita da un pezzo per noi l'era dei ricchi premi e cotillons, quelli li dava solo il raìs.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 8 gennaio 2020
Saranno impiccati il 22 gennaio gli stupratori di Jyoti Singh, nota a tutti come Nirbhaya (colei che non ha paura), la studentessa di 23 anni che a dicembre del 2012 salì su un autobus a Nuova Delhi insieme con il suo fidanzato e ne uscì in fin di vita. Il caso fece scalpore in tutto il mondo, in India la gente scese in piazza e denunciò il dilagare di una cultura dello stupro.
Oggi la Corte d'assise di Nuova Delhi ha stabilito la data delle sentenze di condanna a morte per lo stupro di gruppo. Sul patibolo saliranno quattro dei sei aggressori perché, nel frattempo, uno di loro è morto e l'altro, minorenne al momento del delitto, ha scontato tre anni in un riformatorio.
Le sentenze, emesse in primo grado nel 2013, sono state confermate nel 2014 in appello; nel 2017 la Corte suprema ha respinto le istanze di revisione. La data dell'esecuzione è stata fissata dal giudice Satish Kumar Arora ma ora i condannati hanno 14 giorni per presentare eventuali ricorsi. La madre della vittima, Asha Devi, ha dichiarato che la figlia "ha avuto giustizia" e che l'esecuzione rafforzerà le donne e la fiducia delle persone nel sistema giudiziario.
La sera del 16 dicembre 2012 i due ragazzi erano andati al cinema. All'uscita avevano preso il bus per tornare a casa ma furono aggrediti dai sei uomini presenti a bordo, compreso l'autista. Dopo lo stupro e le torture gli aggressori buttarono i due corpi in mezzo alla strada.
Nirbhaya morì due settimane dopo a Singapore dove era stata trasferita nell'estremo tentativo di salvarle la vita. La ragazza divenne un simbolo. La sua storia è stata raccontata anche dal documentario della Bbc India's Daughter e dal film di Deepa Mehta Anatomy of Violence.
Secondo dati del National Crime Records Bureau (Ncrb), l'agenzia governativa indiana responsabile delle statistiche giudiziarie, e dell'Asian Centre for Human Rights (Achr), un'organizzazione per i diritti umani, l'ultima condanna capitale in India è stata eseguita nel 2015. Dal 1991 le esecuzioni sono state 26.
Nel 2018 sono state pronunciate 400 condanne a morte e la presidenza della Repubblica ha emesso 1.200 atti di commutazione della pena con l'ergastolo. Nel 2007 l'India ha votato contro la moratoria universale della pena di morte ratificata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite e nel 2012 contro il progetto di risoluzione della stessa Assemblea volto a porre fine all'istituzione della pena capitale a livello globale. Nel 2015, la Commissione legale dell'India ha presentato al governo un rapporto che raccomandava l'abolizione della pena capitale per tutti i reati, ad eccezione dei crimini di guerra o di quelli connessi al terrorismo.
di Francesco Occhetta
Il Riformista, 7 gennaio 2020
Con una recidiva al 68% e una spesa di 95 centesimi al giorno per rieducare i detenuti il modello di riabilitazione previsto dall'art. 27 della Costituzione non funziona. Per la Bibbia la giustizia penale cura le relazioni ferite e il suo significato a livello giuridico rimanda ad un aspetto di doverosità verso gli altri e di esigibilità verso sé stessi.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
Parla Gian Domenico Caiazza presidente dell'Ucpi. "Impossibile raccogliere le firme per la consultazione senza l'impegno di forze politiche e sociali nel comitato promotore. La classe forense dovrà essere in prima fila, ma senza avventurismi improduttivi e ansie di protagonismo".
"Ma avete idea di cosa significhi? Io sì, ho avuto la fortuna, la considero tale, di sperimentare sulla mia pelle la titanica impresa di un referendum abrogativo".
di Giuseppe Gargani
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
L'inizio del nuovo anno è segnato da una legge che elimina la prescrizione del reato: un istituto giuridico di lunga tradizione, coerente con l'impianto costituzionale che stabilisce che il processo debba avere "una ragionevole durata", che la presunzione di incoerenza sia effettiva fin alla sentenza definitiva, e che la sanzione cioè la pena sia finalizzata a redimere il colpevole e reintegrarlo nella società.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
Sulla carta e nelle agenzie si tratta di uno slittamento dovuto a per "ragioni legate all'agenda di palazzo Chigi". In realtà, il vertice sulla prescrizione atteso per oggi e posticipato al 9 gennaio rischia di provocare l'ennesimo scossone nella maggioranza e per questo il premier Conte ha deciso di prendersi qualche manciata di ore in più. Per far sbollire gli animi, soprattutto, in modo da evitare un rientro dalle ferie con un violento muro contro muro tra alleati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 gennaio 2020
Il primo decesso a Voghera a Natale, l'altro a Poggioreale il 27 dicembre. Due sono i casi emblematici che hanno chiuso tragicamente l'anno 2019. Parliamo di due persone affette di un tumore che sono morte quando oramai la loro malattia risultava in stato avanzato. Il primo riguarda il caso di Salvatore Giordano, già segnalato da Il Dubbio grazie alla denuncia resa pubblica dall'associazione Yairaiha Onlus.










