italiafruit.net, 9 gennaio 2020
Marmellate, verdure sottolio e succhi di frutta: questa la produzione del nuovo laboratorio di trasformazione alimentare inaugurato nella casa circondariale di Massa Marittima (Grosseto): dodici i detenuti coinvolti (su circa 60 reclusi nell'istituto penitenziario) in un percorso formativo di alta specializzazione. A fornire le materie prime le aziende agricole locali della rete associativa Pulmino Contadino.
I prodotti porteranno l'etichetta "Reati di gola", brand creato dagli stessi detenuti che hanno già lavorato in aula con più esperti, sia per la comunicazione e grafica che per la parte alimentare, nutrizionale e biologica oltre che di cucina.
L'obiettivo è dare ai detenuti una "una buona formazione da potere spendere all'esterno", ha spiegato la direttrice del carcere, Maria Cristina Morrone, che ha anche ringraziato Carlo Mazzerbo da cui ha ereditato il progetto insieme al passaggio di consegne alla direzione del carcere.
Coinvolti nel progetto anche Slow Food condotta Monteregio, attiva nel carcere dal 2006, e la sede di Follonica del Cpia 1 Grosseto, il Centro per l'istruzione degli adulti che ha integrato nel programma formativo scolastico il progetto che collega l'istruzione alla formazione e quindi al lavoro. L'iniziativa ha avuto anche il contributo del ministero del Lavoro e delle politiche sociali insieme alla Regione Toscana, vincendo il bando regionale per il terzo settore del 2018.
viveresenigallia.it, 9 gennaio 2020
Una lettera alla propria giovinezza reclusa. Sarà letta e presentata venerdì 10 gennaio 2020, alle ore 9.30, nel carcere di Montacuto di Ancona in una mattinata con momenti di ascolto, musica, riflessione e testimonianze, organizzata dalla Fondazione Gabbiano di Senigallia, in collaborazione con la Direzione della Casa circondariale.
Davide Storlazzi, giovane detenuto, ha pensato di dare corpo ai suoi pensieri e alle sue emozioni scrivendo a se stesso, o meglio, alla sua giovinezza in catene per porle tante domande, per confrontarsi con lei su quanto vissuto, ma soprattutto sulla vita che sarà. Pagine dense di vita, di desideri e di aspettative, messe in fila nelle giornate di una detenzione che può trasformarsi in occasione per pensare al senso più profondo dell'esistenza.
La 'Lettera' nasce all'interno degli incontri di giornalismo che da anni sono proposti all'interno dell'istituto penitenziario grazie alla Fondazione Gabbiano di Senigallia (editore del settimanale diocesano 'La Voce Misena') e che dà vita alla pubblicazione del periodico 'Fuori riga', pensato e scritto dai detenuti che partecipano al corso di giornalismo.
La presentazione dell'elegante volumetto, curato dalla grafica di 'Immaginario' di Serra de Conti, sarà impreziosita dalle note della pianista Ilenia Stella, che interpreterà musiche dal vivo grazie alla disponibilità di un pianoforte (gentilmente concesso dalla ditta 'Bevilacqua'), strumento che raramente trova ospitalità tra le mura di un penitenziario. Sarà presente anche il Garante regionale dei diritti dei detenuti, Andrea Nobili, insieme al personale istituzionale e volontario che opera all'interno della struttura.
di Sandra Signorella
ilpaesenuovo.it, 9 gennaio 2020
La direttrice Russo: "Riconnessione familiare fattore di riabilitazione". Arriva con qualche giorno di ritardo la Befana nel carcere di Lecce, ma porta ugualmente un clima di festa e costituisce l'occasione per qualche momento di serenità per i detenuti e i loro figli.
L'iniziativa, giunta alla sua ventunesima edizione, è promossa dall'associazione di volontariato carcerario Comunità Speranza ed è sostenuta dalla Direzione Penitenziaria nell'ambito di un percorso di umanizzazione che può avere effetti positivi sul recupero del detenuto. Si inizia domani, giovedì 9 gennaio, e si prosegue per quattro pomeriggi, animati, come di consueto, da attività, giochi e spettacoli, in collaborazione con i ragazzi e le ragazze dell'Oratorio don Bosco di Campi Salentina e l'associazione Fermenti Lattici. Come momento conclusivo saranno consegnate 300 calze, al cui confezionamento hanno dato una mano diverse realtà.
"Particolarmente generoso è stato il contributo della Parrocchia San Bernardino Realino di Lecce, della Pro Loco di Surbo e della Cgil provinciale - dicono i volontari di Comunità Speranza - Alla direttrice del carcere ed agli operatori penitenziari, che hanno sostenuto l'iniziativa e a tutti coloro che ci hanno accompagnato in questo percorso di solidarietà, rivolgiamo i nostri sentiti ringraziamenti".
"L'Istituto vuole rivolgere maggiore attenzione ai bambini che fanno visita al proprio genitore detenuto - afferma la direttrice Rita Russo. Ci stiamo impegnando affinché i piccoli (centinaia ogni settimana) arrivino in un luogo non ostile. Stiamo facendo attrezzando il carcere con spazi e occasioni per i bambini e per le loro famiglie, sposando convintamente proposte e progetti in collaborazione con associazioni ed enti pubblici e privati. Crediamo nella tutela dell'infanzia e nella riconnessione familiare come potente fattore di riabilitazione sociale dei nostri detenuti".
Askanews, 9 gennaio 2020
Le canzoni di Marcello Cirillo e il cabaret di Mario Zamma, il 7 e 8 gennaio, hanno chiuso l'edizione di "Note in Carcere sotto le feste" portando musica e risate nelle carceri di Rebibbia femminile e Rebibbia Nuovo Complesso. Insieme a Manuela Villa, che si è esibita a il 30 dicembre a Regina Coeli e il 3 gennaio alla Casa Circondariale di Velletri, i due artisti sono stati protagonisti del progetto nato da un'idea di Franco Califano, promosso dal vice presidente del Consiglio regionale del Lazio, Giuseppe Cangemi, e realizzato con l'agenzia Vie Musicale.
Cangemi ha ringraziato i direttori di Rebibbia Femminile e Nuovo Complesso, Maria Carmela Longo e Rosella Santoro, le amministrazioni di Regina Coeli e Velletri e il corpo di polizia penitenziaria "per aver consentito la realizzazione degli spettacoli.
Come l'estate scorsa anche durante le festività abbiamo voluto donare un po' di serenità ai detenuti e a tutto il personale che lavora nelle carceri. Le strutture che ci hanno ospitato hanno sempre garantito massima collaborazione per la buona riuscita degli eventi, i detenuti hanno accolto con grande partecipazione e affetto gli artisti i quali non hanno risparmiato voce e cuore dimostrando professionalità e di aver compreso fino in fondo il senso di questa iniziativa". In estate tornerà l'appuntamento con Note in Carcere.
Il Mattino, 9 gennaio 2020
Al pranzo di Natale del 23 dicembre aveva promesso ai detenuti che sarebbe ritornato e dopo due settimane Francesco Cicchella, l'attore comico reso famoso dalla trasmissione Made in Sud e vincitore di Tale e quale show, è riapparso nel carcere di Poggioreale. Questa volta con uno spettacolo tutto suo. L'evento, organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio, ha visto 154 carcerati dei vari padiglioni nella chiesa del penitenziario, gli stessi a cui l'artista aveva rivolto la promessa, con l'aggiunta di qualche new entry, facendo registrare così il tutto esaurito. Dopo i saluti della direttrice Maria Luisa Palma e di Antonio Mattone, è cominciato lo show.
Accompagnato dal maestro Paco Ruggiero e con Gennaro Scarpato a fargli da spalla, Cicchella ha via via messo in scena i personaggi più noti del suo repertorio, a cominciare da Gigi D'Alessio, Tiziano Ferro e per finire con Michael Bublé, l'imitazione che forse lo ha reso famoso, intervallata da quella di Gigione, il cantante mattatore delle feste popolari, mischiando così il genere folk-dance del cantautore napoletano
a quello pop-swing della star canadese. Ne è uscita una esilarante performance che è stata molto applaudita dal pubblico presente. Quindi il comico è sceso in platea coinvolgendo in modo empatico e spiritoso i detenuti e ne sono nate alcune gag divertenti che hanno riscosso applausi a più riprese. Tra il pubblico erano presenti anche alcuni operatori penitenziari, in un clima disteso e piacevole, a testimonianza di come queste iniziative facciano bene a chi è recluso ma anche a chi lavora tra quelle mura. "Con questo spettacolo voglio augurarvi l'inizio di un anno sereno" ha detto Cicchella in conclusione della esibizione ai detenuti, che gli hanno tributato una meritata e calorosa standing ovation.
di Silvio Messinetti
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
Le terre della Piana di Gioia Tauro sono luoghi di sfruttamento bracciantile ma anche di insurrezione per la libertà. Quel novello "Euno" di origine senegalese che ha permesso agli inquirenti di Palmi di scoperchiare la filiera di schiavismo a San Ferdinando non è che l'ideale epigono degli insorti di Rosarno.
Son trascorsi esattamente 10 anni da quando scesero in strada con rabbia per protestare contro il ferimento di uno di loro. Un "fratello", a cui qualcuno "per gioco" aveva squarciato un braccio sparandogli con un fucile ad aria compressa. Allo stremo per essere picchiati e derubati, per essere sfruttati negli agri e costretti a vivere come bestie in edifici fatiscenti senza né elettricità, né acqua, né bagni, i migranti avevano dato sfogo alla loro collera. Sono passati dieci anni ma le condizioni di vita dei migranti non per nulla cambiate. La politica ha soffiato sul fuoco, quella di destra. Si è voltata dall'altra parte, quella di sinistra (il Pd di Marco Minniti è solo la punta dell'iceberg). Si è preferito gestire in malo modo l'emergenza, senza riuscire a creare un modello reale di integrazione.
Non sono mancati, è vero, in questi anni storie di "resistenti" e di realtà che non si son limitate all'assistenzialismo ma che hanno lavorato per la tutela dei diritti dei migranti. Da Emergency con il poliambulatorio di Polistena ai Medici per i diritti umani (Medu) attivi nella baraccopoli di san Ferdinando, da Sos Rosarno alla cooperativa Valle del Marro. Ma la verità è che a livello centrale non c'è stata la volontà politica di dare soluzioni stabili al problema. I braccianti di Rosarno reclamano da sempre un tetto e la dignità. In cambio hanno ricevuto repressione e sgomberi. Perché come dice don Pino De Masi, parroco di Rosarno e referente di Libera a queste latitudini: "Il problema migranti nella Piana è solo una piccola scatola contenuta in una più grande che è la conduzione di servitù e di annullamento di ogni dignità umana su cui regge la produzione di ricchezza di gran parte del capitalismo. Ed è, a sua volta una piccola scatola contenuta in una ancor più grande che è la questione meridionale mai voluta risolvere in questo nostro paese".
Gli invisibili sono tanti e sparpagliati in ogni lembo della Piana. Non c'è più la baraccopoli, polverizzata dall'allora ministro Salvini. Ma i migranti vivono sempre allo stesso modo. Nel disinteresse assoluto del governi. I ministri dell'agricoltura sono come dei fantasmi da queste parti. Né l'attuale Teresa Bellanova né il predecessore Gianluca Centinaio vi hanno mai messo piede.
Intanto, i raccoglitori invisibili della Piana, all'alba di ogni giorno, compaiono agli incroci stradali in attesa di essere presi dai caporali. Nei pressi del ponte sul fiume Mesima ma anche, nell'interno, lungo le stradine sterrate nelle campagne al confine tra le province di Reggio e Vibo. Vivono, si fa per dire, in casolari diroccati, in tuguri scrostati senza infissi, solo cartoni e coperte. Sono isole di emarginazione, senza diritti e senza futuro. Non solo a Rosarno ma anche a Rizziconi e Taurianova. In un casolare di Collina di Rizziconi, intorno agli ulivi non curati ci vivono in trenta. Eppure è confiscato alla 'ndrangheta dal 2005. Poi abbandonato.
In un altro terreno requisito alle cosche, in contrada Russo Spina di Taurianova, vivono più di 250 braccianti, in dimore diroccate, baracche, roulotte e perfino nelle porcilaie. Infine, in questo girone della disperazione, c'è la nuova tendopoli di San Ferdinando, realizzata nel 2017. È quella istituzionale. Attualmente ospita oltre 500 persone.
Di fronte ci sono ancora i cumuli dei resti delle baracche, tonnellate di rifiuti pericolosi, lì da dieci mesi, dall'arrivo delle ruspe di Salvini. "I fondi promessi dal Viminale non li abbiamo mai visti", denuncia il sindaco Andrea Tripodi. Solo promesse disattese in questo decennale. Tuttavia, don De Masi non perde l'ottimismo: "Non lasciamoci rubare la speranza. Non stiamo a guardare. Prima che sia troppo tardi, diamoci tutti da fare, sporchiamoci le mani per costruire il cambiamento. E allora in questo lembo di terra del sud ci sarà spazio e dignità per noi. Per i nostri giovani e per i dannati della terra".
di Antonio Maria Mira
Avvenire, 9 gennaio 2020
Per la prima volta nella Piana di Gioia Tauro due braccianti immigrati denunciano caporali e imprenditori. Così, dopo un'inchiesta durata più di un anno, e in coincidenza col decennale della rivolta di Rosarno, sono scattati gli arresti per 13 caporali africani e 7 imprenditori calabresi, anche grossi, e sono state sequestrate tre aziende agricole.
È l'operazione Euno, la più importante per questo territorio, che prende il nome dallo schiavo siciliano che nel 136 a.C. guidò la prima guerra servile contro il possidente terriero Damofilo. Ma, denuncia il procuratore di Palmi, Ottavio Sferlazza, "c'è l'amarezza per il fatto che ancora una volta la magistratura è chiamata a una funzione di supplenza.
Abbiamo interrotto un'attività criminale, assicurando giustizia a persone alle quali era stato negato il diritto di avere diritti e in particolare il diritto di affrancarsi dal bisogno. Ma - insiste il magistrato - dobbiamo registrare l'assenza della politica, quella alta, che dovrebbe risolvere queste condizioni di mancanza di accoglienza e integrazione che favoriscono lo sfruttamento". Il procuratore dà atto "ai prefetti di essersi impegnati, all'umanità delle forze dell'ordine", ricorda lo smantellamento della baraccopoli di San Ferdinando, "ma si continua a vivere in una condizione di emarginazione". E accusa: "Dopo 10 anni non è cambiato molto".
Fa i nomi dei braccianti morti bruciati, ma anche dell'ultimo trovato morto in un campo "per una grave forma di Tbc, morto per il freddo, morto sul lavoro". Lavoratori, insiste Sferlazza, "sacrificati sull'altare dell'inefficienza della politica". Le indagini, condotte dai carabinieri della stazione di San Ferdinando e della compagnia di Gioia Tauro, col supporto del nucleo ispettorato del lavoro di Reggio Calabria, hanno permesso di raccogliere concrete prove su "un fenomeno odioso e inaccettabile".
Alle 5 del mattino presso la baraccopoli di San Ferdinando e il campo container di Rosarno, i caporali obbligavano i braccianti, anche quelli che avrebbero voluto usare la bici, a salire a bordo di furgoni dove ne venivano stipati più di 15, su tavole di legno, secchi di plastica, cassette e copertoni. In alcuni casi i carabinieri hanno scoperto alcuni lavoratori che, rannicchiati nel bagagliaio di station wagon, alla vista dei militari scappavo per non farsi identificare.
Un'inchiesta "vecchia maniera", hanno sottolineato gli investigatori, frutto soprattutto di pedinamenti, osservazioni, videoriprese, ma anche nascondendo dei Gps sui mezzi dei caporali per seguirli e identificare le imprese coinvolte. Qui i braccianti erano costretti a lavorare 7 giorni su 7, festivi compresi, per 10-12 ore, senza alcuno dispositivo di protezione e con ogni tempo. "Anche se piove, se diluvia, devono andare a lavorare", è l'ordine che si sente in un'intercettazione. La paga giornaliera era di un euro a cassetta di frutta raccolta, comunque non superiore a 2-3 euro per ogni ora di lavoro.
Così invece dei 50 euro giornalieri previsti da contratto nel ricevevano 25-30, ma poi ne dovevano consegnare 6 al caporale e altri 7 per non chiari "contributi". Uno sfruttamento che si è riusciti a provare "grazie al coraggio di due immigrati che hanno avuto fiducia nelle istituzioni", sottolinea il procuratore. Il primo è stato un senegalese picchiato e ferito con un forcone "solo perché aveva chiesto quanto pattuito col caporale".
Il secondo, un nigeriano, "aveva osato pretendere 297 euro che doveva avere". Nove persone sono così venute a cercarlo per dargli una lezione ma lui è riuscito a scappare. Gli arrestati e gli indagati, in tutto 35, sono accusati di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione di alcune ragazze nigeriane.
Tra le accuse a un caporale e un imprenditore anche l'estorsione, per aver non solo non corrisposto quanto dovuto a un bracciante, ma anche per avergli impedito di venire a lavorare, "un licenziamento di fatto". Davvero un trattamento di sottomissione, documentato anche dal filmato che riprende il baciamano dei braccianti a un caporale, risultato poi anche un imam. "Questa inchiesta- ci tiene a sottolineare il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Giuseppe Battaglia - ha il fine nobile di tutelare le fasce deboli. Non siamo qui solo per combattere la 'ndrangheta, ma per proteggere tutti, italiani e immigrati".
Lo conferma il comandante Gruppo di Gioia Tauro, tenente colonnello, Andrea Milani. "Non abbiamo assolutamente trascurato il fenomeno del caporalato, e la lotta a questo fenomeno criminale". E finalmente qualcuno collabora. "Non potevamo ascoltare inermi questa loro richiesta di aiuto - conferma il comandante della compagnia di Gioia Tauro, capitano Gabriele Lombardo. Così per 6 mesi abbiamo vissuto coi braccianti, alzandoci alle 4 col freddo e la pioggia.
Anche nei giorni di allerta meteo, mentre scuole e uffici restavano chiusi, noi eravamo nei campi in mezzo al fango. Ora auspico che altri decidano di denunciare, noi saremo ben lieti di ascoltarli". Intanto le tre aziende sequestrate saranno affidate ad amministratori che ne gestiranno l'attività mettendo in regola i lavoratori. Per loro la vita cambia. Ma l'inchiesta non è certo finita.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
"Non ci possono essere dialoghi o incontri con il criminale di guerra Haftar" attacca da Bruxelles Hafed Gaddur, ambasciatore libico presso l'Unione europea. Passano poche ore e anche da Mosca arrivano bordate pesanti nei confronti dell'Italia, accusata di fatto dal capo del gruppo di contatto russo per la Libia, Lev Dengov, di incapacità per non essere riuscita a organizzare in maniera corretta l'incontro tra il premier libico Fayez al Serraj e il generale Khalifa Haftar che ieri ha di nuovo scatenato raid aerei contro Misurata nel tentativo di aprirsi la strada verso Tripoli.
Rischia di complicare ancora di più la crisi libica lo scivolone diplomatico compiuto ieri dall'Italia. Nel tentativo di scavarsi un ruolo di mediatore mostrandosi equidistante tra le parti, il premier Conte ha convocato a Roma i due principali protagonisti della crisi dimenticando, a quanto pare, di avvertire l'uno della presenza dell'altro. Il risultato è che mentre l'uomo forte della Cirenaica si è presentato all'incontro sapendo di non avere nulla da perdere, ma soprattutto di poter contare sul sostegno di Egitto, Russia e Francia, a Serraj la mossa italiana non è piaciuta affatto. Da Bruxelles, dove ieri ha incontrato il capo della diplomazia Ue Josep Borrell, anziché partire per Roma dove nel pomeriggio era atteso da Conte a palazzo Chigi, ha preferito tornare direttamente a Tripoli.
A questo punto se davvero ancora esiste una possibilità che la situazione in Libia non peggiori ulteriormente con l'intervento turco a sostegno di Tripoli, questa è affidata agli ultimi scampoli di capacità diplomatiche che l'Unione europea deve dimostrare di possedere. Anche l'incontro avuto ieri al Cairo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro non ha dato infatti i risultati che forse il capo della Farnesina sperava.
La riprova è nel fatto che a conclusione dell'incontro l'Italia non ha firmato il documento finale perché ritenuto troppo sbilanciato a favore di Haftar. venerdì a Bruxelles i ministri degli esteri dei 28 si riuniranno per un vertice straordinario nel quale, oltre che di Libia, si parlerà anche di Iran e Iraq, ma sembra difficile che possa uscire qualcosa di più di una data nella quale tenere la più volte annunciata conferenza di Berlino alla quale dovrebbe partecipare anche la Russia.
Nel frattempo in Libia potrebbe scattare anche il cessate il fuoco a partire dalla mezzanotte di domenica. Da Istanbul, dove si trovavano per l'inaugurazione del gasdotto Turkstream, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan - che appoggia Serraj - e quello russo Vladimir Putin - che sostiene Haftar - lo hanno chiesto ai due contendenti a dimostrazione di come il premier libico e il generale della Cirenaica siano sempre meno determinanti nel decidere quanto accadrà in Libia.
La possibilità di un cessate il fuoco non sarebbe intanto stata esclusa da Haftar. Stando a fonti di palazzo Chigi, infatti, il generale ne avrebbe parlato con il premier Conte nell'incontro di tre ore che i due hanno avuto ieri a palazzo Chigi. "E' la precondizione per un dialogo, che è la sola soluzione possibile", avrebbe spiegato Conte che non avrebbe nascosto il suo disappunto per l'attentato alla caserma dei cadetti libici. Per venerdì il premier ha convocato un vertice con maggioranza e opposizione per discutere della situazione nel Paese nordafricano ma anche di Ira e Iraq. Conte ha inoltre sentito il presidente della Repubblica Mattarella, aggiornandolo sul dossier libico.
Dopo lo scivolone di ieri la Libia rischia però di diventare l'ennesima grana per il governo giallorosso che ieri sera ha cercato i ricostruire i contatti con Tripoli. Stando a una versione, dietro la decisione di Serraj di non fermarsi a Roma ci sarebbero state alcune fake news secondo le quali Conte avrebbe cercato di far incontrare il premier libico con Haftar. Ipotesi negata categoricamente da palazzo Chigi. Spiegazioni che non bastano alle opposizioni, con Matteo Salvini che dà al premier del "pericoloso incapace" "per una semplice questione di protocollo, prima ancora che di politica".
di Alberto Negri
Il Manifesto, 9 gennaio 2020
I nostri sonnambuli si sono svegliati bruscamente con la testa nel vaso di pandora di una guerra voluta da Trump contro l'Iran e i piedi insabbiati nel conflitto libico sotto casa. Noi da inguaribili catenacciari vorremmo venirne fuori con un pareggio: ma è un'illusione.
In Iraq dove abbiamo oltre 900 soldati e non sappiamo bene cosa farne ha già deciso Trump che vuole un maggiore impegno della Nato: figuriamoci se non ci accodiamo. In poche parole Trump vuole sostituire le truppe americane con quelle europee e atlantiche, mantenere quindi la presenza in Iraq, ridurre il rischio di perdite umane per gli Usa e trasferirlo agli alleati occidentali in modo da potere condurre a mano libera il prossimo capitolo della guerra missilistica e dei droni contro Teheran.
Altro che pareggio, come può sembrare dopo la raffica di missili iraniani sulle basi Usa in Iraq: il presidente americano intende in futuro proseguire il conflitto e usarci a terra come carne da cannone. Che poi ieri nella vendetta iraniana per il "martire" Qassem Soleimani non ci siano state, secondo Trump, perdite americane appare tutto da verificare: se fosse vero questo sarebbe il raid più "telefonato" della storia recente.
In Libia decidono per noi Erdogan e Putin mentre all'Italia, grazie probabilmente a una mediazione del Cremlino, è stata lasciata una passerella diplomatica con il generale Khalifa Haftar a Palazzo Chigi. Sarraj, che obbedisce ormai solo a Erdogan, non si è fatto vedere.
Erdogan e Putin sono favorevoli a una tregua a partire da domenica in Libia e attraverso i loro alleati hanno di fatto in mano la sorte dei nostri interessi energetici libici mentre il leader turco ribadisce un diritto di sovranità sul gas che anche l'Italia estrae dalla piattaforma greca e cipriota. Mattarella nel suo discorso di Capodanno disse che siamo "protesi nel Mediterraneo" e "all'incrocio dei processi regionali": qui è meglio non infierire perché i sonnambuli potrebbero avere improvvisi e fatali risvegli.
Gli interessi nazionali italiani così sono stati stati serviti in salsa turca ad Ankara dove Putin è andato a inaugurare il Turkish Stream, che è bene ricordarlo, ha sostituito il progetto italiano della Saipem bloccato da Europa e Stati uniti. Agli italici sonnambuli resta il gasdotto Green Stream con la Libia e i pozzi petroliferi Eni la cui sorte dipende da come Mosca e Ankara manovreranno Haftar e Sarraj.
Sul fronte Iran-Iraq i sonnambuli che tengono le nostre truppe laggiù, infilate nei bunker o spostate in velocità da una parte all'altra del Paese, sperano nel pareggio, ovvero che la raffica di missili iraniani sia l'episodio conclusivo seguito all'atto di guerra di Trump con cui ha assassinato il generale Qassem Soleimani all'aereoporto civile di Baghdad.
Questo atteggiamento in cui rifulge il genio italico dell'inguattamento e una mentalità da catenaccio è accompagna dalla "campagna di rettifica" della stampa italiana. Secondo la quale: 1) Gli italiani sono benvoluti sia da iracheni che iraniani. Ignorando che in caso di guerra e attentati può accadere qualunque cosa, come ci insegnò nel 2003 la tragedia di Nassiriya. Inoltre gli italiani fanno parte della Nato e gli Usa impiegano basi come Sigonella e Niscemi per colpire ovunque senza informarci di nulla. Siamo coinvolti nelle guerre di Trump ma facciamo fatica a smarcarci 2) Nella campagna di rettifica rientra anche accreditare che sia stato l'Iran a cominciare questo conflitto e che il generale Qassem Soleimani stava organizzando devastanti attentati. Non solo. Si dice che l'Iran potrebbe procurarsi l'atomica ma si trascura di sottolineare che Trump ha stracciato l'accordo sul nucleare del 2015 perché voleva rinegoziarlo nella parte missilistica ma non ha fatto nulla al riguardo. Insomma si cerca in ogni modo di addossare la tensione nell'area agli iraniani.
Così si coltivano nuove e pericolose illusioni. L'escalation tra Usa e Iran si può fermare ma siamo soltanto al primo capitolo della quarta guerra del Golfo preceduta da altre due guerre anti-iraniane, quella in Siria - alimentata dalla Turchia, dalle monarchie arabe e incoraggiata dall'ex segretario di stato Hillary Clinton - e in Iraq, condotta dall'Isis contro il governo sciita di Baghdad. In questi due Paesi il terrorismo è stato combattuto da iraniani, russi, Hezbollah, curdi siriani, siriani e milizie irachene che hanno fermato i jihadisti su due fronti: senza Soleimani il Califfato sarebbe entrato anche a Baghdad.
L'unica cosa che ha in mente Trump da quando è salito alla presidenza è eliminare il regime iraniano su pressione di Israele e dell'Arabia saudita. Ha stracciato l'accordo sul nucleare civile del 2015 voluto da Obama, ma nasconde che Israele ha 200 testate atomiche, imposto sanzioni giugulatorie a Teheran per soffocarne l'economia, ha riconosciuto l'annessione israeliana del Golan e di Gerusalemme, stretto la mano al principe assassino Mohammed bin Salman, che è il suo maggiore acquirente di armi, e poi ha provocato Teheran uccidendo il vero numero due iraniano. La sua versione della storia che ha combattuto il terrorismo serve come fumo negli occhi per il prossimo strike.
di Stefano Montefiori
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
Trovato all'aeroporto Charles De Gaulle. Si era nascosto lì dentro in Costa d'Avorio, vestito con abiti leggeri. Air France: "Dramma umano". Indaga la Gendarmeria. Il volo Air France AF 703 tra Abidjan, la capitale economica della Costa d'Avorio, e Parigi si è concluso in orario, poco dopo le 6 del mattino, martedì all'aeroporto Charles De Gaulle.
Il tempo di fare scendere i passeggeri, e sono cominciati i preparativi per il viaggio in direzione opposta verso il Paese africano. I tecnici si sono avvicinati come al solito al carrello di atterraggio del Boeing 777, ma stavolta, intorno alle 6 e 40, la routine si è interrotta. Nel vano del carrello c'era il cadavere di un bambino. "Si direbbe intorno ai dieci anni", hanno detto le autorità. Non aveva con sé documenti o lettere, per adesso la sua età e il nome sono sconosciuti e forse lo resteranno per sempre. Il bambino è morto per il freddo - a 10 mila metri di quota la temperatura arriva a meno 50 gradi - e per la mancanza di ossigeno, come tanti adolescenti (e qualche adulto) prima di lui, cercando di raggiungere l'Europa da clandestino.
È una delle morti più terribili e inevitabili che attendono i migranti pronti a tutto pur di lasciare il loro Paese di origine. Fonti della sicurezza ivoriane fanno notare che l'aeroporto di Abidjan è dotato di controlli speciali per evitare questo tipo di tragedie, e a differenza di un adulto un bambino non può farsi passare per dipendente dello scalo per eluderli. Si sospetta quindi che un complice adulto lo abbia aiutato a passare, magari facendosi pagare, pur sapendo che il tentativo si sarebbe concluso con la morte del bambino.
Casi come questo non sono purtroppo isolati. Negli anni Duemila accadde anche in Italia, all'aeroporto di Malpensa, e di recente ci sono state altre morti drammatiche in Africa e in Europa. I clandestini muoiono nel vano che non è riscaldato né pressurizzato, e vengono scoperti all'atterraggio, ma talvolta i cadaveri precipitano a terra non appena il pilota inizia le manovre per l'atterraggio ed estrae il carrello.
Il corpo di un clandestino è stato ritrovato il 1 luglio scorso nel giardino di una casa di Clapham, poco lontano dall'aeroporto di Heathrow. Era caduto dal volo Nairobi-Londra della Kenya Airways, nel vano carrello la polizia in quel caso trovò uno zaino, dell'acqua e un po' di cibo. Nel 2012 un altro clandestino, José Matada, era precipitato vicino a Heathrow da un aereo proveniente dall'Angola. Più di recente, un uomo è stato trovato senza vita nel vano carrello di un aereo della Royal Air Maroc atterrato a Casablanca dopo essere partito da Conakry, in Guinea. Air France ha espresso "compassione" e "deplora questo dramma umano".
Il corpo del bambino è stato portato all'istituto medico-legale, i gendarmi dei trasporti aerei (Bgta) stanno conducendo l'inchiesta, mentre un'indagine è in corso anche in Costa d'Avorio, dove Air France ha attivato i suoi uomini all'aereoporto di Abidjan per cercare di scoprire la falla nella sicurezza e evitare nuove tragedie.
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