traniviva.it, 18 febbraio 2020
Il Comune di Trani eleggerà il Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale. L'individuazione del profilo idoneo a ricoprire questo ruolo avverrà mediante indizione di avviso pubblico, nel rispetto della tipologia di persone che possono ricoprire tale funzione (persone competenti ed esperte nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani, dell'amministrazione penitenziaria e con conoscenza, documentata, della realtà carceraria).
La presentazione dell'avviso pubblico con la partecipazione del garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della liberta personale, Pietro Rossi, è in programma giovedì 20 febbraio alle ore 10 presso la Casa di reclusione femminile di Trani (piazza Plebiscito). La scelta di questo luogo dalla forte valenza simbolica, è stata determinata dalla volontà di questa amministrazione di sensibilizzare la comunità locale sul tema della umanizzazione e della finalità rieducativa della pena. Parteciperanno, con il garante regionale Rossi, il sindaco, Amedeo Bottaro, il presidente del Consiglio comunale, Fabrizio Ferrante, l'assessore alle culture, Felice di Lernia, l'assessore al patrimonio, Cherubina Palmieri, l'assessore ai servizi sociali Patrizia Cormio ed il direttore degli Istituti penali di Trani, Giuseppe Altomare.
di Errico Novi
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
Oggi il testo in aula, riecco l'emendamento anti-Bonafede. Sulla modifica che sopprimerebbe la norma cara ai Cinque Stelle Renzi e i suoi pronti al sì, salvo votare l'inevitabile fiducia e il maxiemendamento. C'era un vascello concepito per navigare in acque tranquille, nel mare delle riforme sulla giustizia: era il decreto intercettazioni. Che pare però destinato a ben altro destino. Lo si scoprirà a partire dalle 16 di oggi, quando il provvedimento che vanta il record di rinvii (della sua entrata in vigore) approderà nell'aula del Senato.
Il testo sarebbe persino (e inopinatamente, viste le botte su trojan e avvocati spiati) immune da contestazioni all'interno della maggioranza. Se non fosse che Forza Italia, sempre in agguato, ripropone tutti gli emendamenti presentati già in commissione Giustizia. Compresa la madre di tutte le mine anti- governo: la modifica che sopprimerebbe la prescrizione di Bonafede, non passata al primo round solo per il rotto della cuffia.
Il copione sembra scritto: ieri nella sua "Enews" Matteo Renzi ha detto che la riforma della giustizia "si deve cambiare in Parlamento", ma anche che "nessuno di noi ha detto che vogliamo sfiduciare Conte". Tradotto: i senatori di Italia Viva, lui compreso, voterebbero sì all'emendamento- trappola dei berlusconiani. Salvo votare sì anche sulla fiducia con cui il governo al 99 per cento blinderà l'intero testo sotto forma di maxiemendamento. La fucilata renziana insomma non abbatterà il quadro politico. Ma dire solo per questo che l'alleanza giallorossa vivrà ore placide, sarebbe ipocrita.
In ogni caso il passaggio a Palazzo Madama non dovrebbe alterare il quadro delle nuove intercettazioni, destinate a entrare in vigore dal 1° marzo. La Camera dovrà fare una corsa sfrenata per convertire il provvedimento entro la settimana prossima. Negli stessi giorni in cui, oltretutto, precipiterà di nuovo in Aula il meteorite chiamato legge Costa, ossia il provvedimento che ha invece la soppressione della norma Bonafede quale propria unica ragione (e contenuto).
Il punto è che il decreto intercettazioni non è una carezza, per il sistema delle garanzie. In particolare perché estende ancora l'utilizzabilità dei trojan, già sdoganata, dalla legge " spazza corrotti", in materia di reati contro la pubblica amministrazione.
L'ulteriore passo avanti (verso la pervasività) riguarda l'uso del virus spia anche quando l'indagato è un "incaricato di pubblico servizio", mentre finora lo si poteva installare solo sul telefonino del "pubblico ufficiale". Un colpo non da poco, considerato che inoltre, per tutte le categorie- bersaglio del terribile trojan, non sarà necessario indicare "il luogo e il tempo in relazione ai quali è consentita l'attivazione del microfono".
Una modifica che, durante le audizioni in commissione Giustizia, l'avvocatura ha indicato come pericolosa e, in particolare attraverso la consigliera Cnf Giovanna Ollà, ha chiesto di vincolare tassativamente alla "presenza di un consistente numero di gravi indizi", oltre che a un divieto, in radice, di approfittarne "per la ricerca a strascico di reati diversi rispetto a quelli per cui si procede". Niente da fare, almeno per ora. Sorprende dunque che su un simile aspetto neppure Italia Viva abbia assunto una posizione netta.
Anche se va riconosciuto che è proprio grazie a un senatore renziano, Giuseppe Cucca, se nel vertice sulle intercettazioni di fine dicembre sono state scongiurate, in materia, previsioni ancora più sbarazzine. Resta invece del tutto fuori dal contenzioso politico il dilemna che riguarda le intercettazioni del difensore: il divieto di trascrizione introdotto dal decreto Orlando non è stato integrato, dal nuovo provvedimento, con un vero e proprio divieto di intercettazione.
Cosicché, come ha fatto notare il Cnf ai senatori, persisterà il rischio che qualche pm non proprio correttissimo approfitti della pur casuale captazione di comunicazioni fra avvocato e assistito per scoprire indebitamente la strategia difensiva. "Andrebbe previsto anche un immediato obbligo di distruzione di tali conversazioni, quando fossero comunque acquisite", ha ricordato la consigliera Ollà alla commissione Giustizia.
Rispetto ai contenuti del decreto, la parte più delicata - e ridefinita dal decreto di fine dicembre - è inevitabilmente quella sulle misure introdotte a tutela della privacy. Il decreto Orlando era stato concepito proprio per innalzare un argine alla "sputtanopoli" delle intercettazioni irrilevanti finite chissà come ai giornali. Il controllo su tale incivile abuso torna nelle mani del pm, mentre il testo di fine 2017 lo aveva consegnato in gran parte alla polizia giudiziaria. "Il pm dà indicazioni e vigila", si legge, all'articolo 268 del codice di rito, nel nuovo comma 2- bis, "affinché nei verbali non siano riportate espressioni lesive della reputazione delle persone". Di tutte le persone, dunque, indagate o meno che siano. I verbali potranno però contenere elementi che compromettono l'immagine degli intercettati qualora le captazioni siano "rilevanti ai fini delle indagini".
La previsione si accompagna al reintegro delle procedure, modificate dal decreto Orlando, che consentono al difensore di acquisire i verbali e i file, ora accessibili anche per via telematica o quanto meno con un ascolto diretto dall'archivio riservato della Procura.
In ogni caso il filtro rispetto a "sputtanopoli" dovrebbe essere salvaguardato dalla norma che impone a pm e gip di citare nei loro atti solo i "brani essenziali" delle intercettazioni (è il comma 1ter, introdotto dal decreto del 2017, dell'articolo 291 del codice di rito). Una sobrietà rafforzata dalla norma, ora inserita, che cancella la previsione di allegare agli atti i verbali delle captazioni. Far arrivare le "bobine" ai giornali sarà un po' meno facile e, grazie alla tracciabilità degli accessi all'archivio, dovrebbe anche esporre al rischio, per la talpa, di essere scoperti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
Intervista a Franco Corleone, che ha concluso il mandato da Garante della Toscana. "In Commissione giustizia il 28 luglio 1999 accettai un ordine del giorno proposto da Tiziana Parenti sulle modalità di applicazione del carcere duro".
di Federica Cavadini
Corriere della Sera, 18 febbraio 2020
Dalle aule di giurisprudenza della Statale al reparto di Etnopsichiatria del Niguarda, ad assistere migranti che hanno bisogno anche di consulenza legale, perché hanno commesso reati o anche soltanto per ottenere il permesso di soggiorno. Dalle lezioni sui manuali alla pratica sui casi reali: è il programma proposto agli studenti del corso di "Clinica legale di giustizia penale" che riparte nei prossimi giorni e un gruppo di universitari sarà ancora all'ospedale Niguarda.
"Gli studenti possono scegliere dove fare un'esperienza pratica, tanti entrano negli studi legali ma riproponiamo anche la "street law"- spiega Angela Della Bella, docente di Diritto penale e coordinatrice del corso. La clinica legale si è rivelata uno strumento prezioso anche per sensibilizzare gli studenti e renderli più consapevoli sul ruolo del giurista che deve sentirsi chiamato a intervenire per garantire l'accesso alla giustizia a chi è in situazione di vulnerabilità come tanti migranti".
L'università Statale quest'anno ha allargato la collaborazione anche all'Ufficio del Garante dei detenuti del Comune. Un anno fa gli studenti di giurisprudenza erano stati "prestati" all'ospedale Niguarda, alla Casa della Carità della Caritas e al Cas di Casa Chiaravalle. Un giorno alla settimana di "street law" per un semestre, con la supervisione di un tutor e di un avvocato esperto di diritto dell'immigrazione.
"Esperienza che ti apre la mente. E forma cittadini prima che studenti", dice Mattia Gervasoni, oggi laureato e in tirocinio al Tribunale, un anno fa era nel primo gruppo di universitari inviati al Niguarda. "In ospedale si collabora con una équipe di etnopsichiatria che comprende psichiatri, psicoterapeuti e anche assistenti sociali - spiega. Abbiamo aperto fascicoli, letto sentenze, incontrato i pazienti, contattato i difensori d'ufficio.
Ricordo il nostro primo caso, un ragazzo finito in carcere per reati legati alla droga, era tornato in cella per aver violato misure di sicurezza che non aveva nemmeno capito di avere". Dalla Statale a Niguarda anche Sara Ferrari, laureanda, oggi impegnata nella sua tesi sui reati politici: "Con la clinica legale ho visto una parte del diritto che non avevo considerato.
Abbiamo seguito ragazzi anche più giovani di noi, hanno problemi psichiatrici che accomunano tante vittime della tratta e hanno anche bisogno di assistenza, per il permesso di soggiorno, per recuperare documenti, per accedere al servizio sanitario". Il corso del dipartimento di Scienze giuridiche della Statale inizia giovedì per altri trenta studenti.
"Con la prima edizione abbiamo intercettato le problematiche giuridiche più frequenti e stiamo anche preparando un vademecum per gli operatori che lavorano con i migranti sulle questioni più controverse o oggetto di recenti modifiche normative - conclude Della Bella. E adesso il programma riparte".
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 18 febbraio 2020
Il Consiglio dei Ministri, pochi giorni fa, ha approvato la riforma del processo penale, quella che, nelle intenzioni, dovrebbe fare da contraltare all'azzeramento della prescrizione dopo il primo grado di giudizio, velocizzandolo in modo rilevante. Vediamone gli aspetti principali, che sono quattro, distinguendo di volta in volta cosa disastrosamente vuol fare il Governo e cosa invece dovrebbe fare per risolvere la situazione, ma non farà.
1) Il Governo vuole imporre una durata non superiore a quattro anni - o cinque per i reati più gravi - dei processi, modulando in modo più articolato la durata delle indagini e sanzionando i giudici se essi dovessero superare quel termine. Il Governo sposa qui la stessa logica - folle ed antigiuridica - del celebre "letto di Procuste", brigante di cui narra la mitologia greca - forse ignoto a Di Maio - che usava torturare i malcapitati di passaggio con un metodo sicuro e molto spiccio: li deponeva su di un letto molto lungo se di bassa statura e su di uno molto corto se di alta statura, stirando atrocemente le membra dei primi e segando gli arti dei secondi, allo scopo di farli aderire esattamente alla lunghezza del letto prescelto.
Il sapere mitologico stigmatizzava in questo modo l'apparire di uno stolido pensiero unico che, incapace di risolvere dall'interno i problemi reali, preferisce violentarli dall'esterno, a costo di fare più danni di quanti ne riesca a rimediare. Così Procuste. Così il Governo col processo penale. Immaginatevi poi il giudice al quale il difensore chieda di ascoltare un teste determinante per la difesa, ma ormai sulla soglia dei cinque anni: ovviamente si guarderà bene dall'ammetterlo, per salvarsi da una sanzione disciplinare, con tanti saluti alla giustizia delle sentenze, della quale, è ormai evidente, al Governo non importa assolutamente nulla. Qui, cosa dovrebbe fare il Governo, ma non farà? Dovrebbe solo depenalizzare massicciamente una mole impressionante di reati che ingolfano inutilmente i Tribunali (si pensi ai reati d'opinione come la diffamazione), sgravandoli di oltre il 30 per cento del lavoro e consentendo loro di occuparsi delle cose davvero serie. Non si farà.
2) Il Governo ha sposato il doppio binario per la prescrizione, la quale se dopo il primo grado di giudizio l'imputato è assolto continuerà a decorrere, se invece è condannato si bloccherà. Si tratta di una previsione chiaramente incostituzionale, perché dimentica che ogni imputato, secondo la Costituzione, è innocente fino alla sentenza definitiva e che perciò non si può impunemente introdurre una disciplina di favore a vantaggio di uno e a svantaggio di altro, così creando una indebita ed illegittima sperequazione. Ma questa cosa così semplice per i pentastellati è come parlare turco e comunque urta contro il loro endemico furore giacobino, incurabile finché non si tocchi uno di loro in prima persona: allora cambierà tutto. Aspettiamo. Qui, cosa dovrebbe fare il Governo, ma non farà? Dovrebbe tornare a disciplinare la prescrizione senza isterismi e furori ideologici, comprendendo di cosa si tratti e prevedendo una prescrizione diversificata a seconda della gravità del reato contestato. Non si farà.
3) Il Governo intende incentivare il ricorso al patteggiamento, estendendone la possibilità anche per i reati puniti fino ad otto anni di reclusione e dichiarandosi sorpreso per lo scarso ricorso ai riti alternativi finora sperimentato. Il Governo ignora che se i riti alternativi son poco frequentati è perché il patteggiamento è e rimane comunque fortemente punitivo, non rappresentando per nulla quella "via di fuga" che si sperava potesse diventare rispetto al processo penale: basti pensare che chi abbia patteggiato deve comunque pagare le spese processuali (ma perché, se non si tratta di condanna, ma di un accordo?) e va incontro ad impedimenti di notevole portata: per esempio, non potrà svolgere le funzioni di amministratore di società per cinque anni. E allora perché - di grazia - un amministratore di società dovrebbe patteggiare, sapendo che questo accordo gli impedirà per lungo tempo di lavorare? Preferisce il processo normale, sperando di essere assolto. Mi pare ovvio. Ma non per il Governo. Qui, cosa dovrebbe fare il Governo, ma non farà? Dovrebbe rendere il patteggiamento davvero appetibile, escludendo il pagamento delle spese processuali e soprattutto ogni effetto penalizzante su chi voglia patteggiare. Non si farà.
4) Il Governo intende abolire la obbligatorietà dell'azione penale, dando facoltà al Procuratore della Repubblica di concordare con il Procuratore Generale e con il Presidente del Tribunale quali reati perseguire a preferenza di altri, tenendo conto delle risorse umane, tecnologiche e finanziarie dell'ufficio e della realtà territoriale e criminale su cui esso opera. Peccato che la obbligatorietà dell'azione penale sia prevista dall'articolo 112 della Costituzione che recita: "Il pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale".
La previsione del Governo è perciò chiaramente incostituzionale e stupisce che Giuseppe Conte - docente ed avvocato - non lo percepisca subito. Qui, cosa dovrebbe fare il Governo, ma non farà? Dovrebbe riformare la Costituzione attraverso l'apposito procedimento, dicendo a tutti che intende abolire la obbligatorietà dell'azione penale, invece di farlo di nascosto, quasi sperando che nessuno se ne accorga. E poi studiare un congegno di collegamento fra Procure e Governo sulla selezione dei reati da perseguire, che sia pubblico e trasparente e sottratto perciò al chiuso delle stanze degli uffici di Procure e Tribunali alle quali si vorrebbe invece totalmente delegare la scelta. Non si farà.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
Area e Magistratura Indipendente si scontrano sull'Anm ma si ritrovano alleate nella critica alla nuova giustizia penale. Magistrati contro la riforma del processo penale, ma anche gli uni contro gli altri. Ad aprire il fuoco contro il testo licenziato dal Consiglio dei Ministri, è per prima Magistratura Indipendente.
Senza mezzi termini, esprime "profondo dissenso" su una riforma che, "pur recependo alcune delle proposte da sempre avanzate da Magistratura Indipendente, come la modifica delle norme in tema di notifiche, la digitalizzazione del processo, l'ampliamento delle possibilità di ricorso ai riti alternativi, interviene soprattutto sulla durata dei processi, sui tempi delle indagini e sulle sanzioni disciplinari dei magistrati".
Queste ultime misure, secondo Mi, "che potranno avere un impatto devastante sulla magistratura" perché "Imporre termini rigidi per la durata delle indagini preliminari e per la durata del processo, prevedendo sanzioni disciplinari a carico dei magistrati in caso di loro mancato rispetto, così come riversare sul dirigente dell'ufficio scelte organizzative che competono alla politica, al fine di assicurare una celere durata dei processi, sono misure che non realizzano alcun nuovo assetto della situazione attuale e dimostrano, ancora una volta, la mancanza di conoscenza dei reali problemi che affliggono il mondo della giustizia e l'incapacità della politica di farsene carico".
Insomma, accusa Mi, la riforma del processo penale "ha solo l'etichetta dell'efficienza, proclamata in modo propagandistico dall'attuale governo". Critiche precise ed evidentemente indirizzate al Guardasigilli Alfonso Bonafede e a tutto il governo, quelle di Magistratura indipendente.
La corrente delle toghe, tuttavia, attacca frontalmente anche la giunta dell'Associazione nazionale magistrati, attualmente composta da rappresentanti di Area, Unicost e Autonomia e indipendenza. "Sorprende quanto tiepida e del tutto inconsistente sia stata, in questo iter, l'azione di contrasto dell'attuale giunta dell'Anm", scrivono i togati, chiedendosi, in questi mesi, dove fosse la giunta e come abbia interloquito con la politica: "È evidente che le interlocuzioni che ci sono state si sono rivelate del tutto insufficienti", hanno concluso, stigmatizzando la tardività del "comunicato formalmente indignato dell'Anm", che - oltre tutto - contrasta "adeguatamente il complessivo impianto della riforma".
A ben vedere, lo scontro più forte è proprio tra magistrati eletti, con Mi che denuncia "l'inesistenza di una efficace azione di contrasto dell'Anm" e "una incapacità politica della giunta nella difesa delle prerogative della magistratura tutta e, con essa, del servizio giustizia".
Le bordate di Mi accendono un duro scontro con i magistrati progressisti di Area, nella maggioranza della giunta (il presidente Luca Poniz è iscritto ad Area) che hanno replicato senza mezzi termini: "Le operazioni comunicative di Mi, il cui contributo in Anm è da mesi assente, hanno una esclusiva vocazione elettoralistica, che tenta di obliare le pesanti responsabilità del gruppo nei recenti episodi, che hanno appannato la credibilità dell'intera magistratura e dato pretesto alle riforme che ora tutti rischiamo di subire".
In particolare, nel suo comunicato Area sottolinea come "In questi mesi l'Anm ha avvertito contro l'inutilità, da un lato, e la strumentalità, dall'altro, delle misure varate dal Cdm giovedì scorso ed ha fatto sentire la ferma critica contro questa operazione di trasferimento indebito di responsabilità che gravano solo sulla politica", rigettando dunque al mittente le critiche di Mi.
I due estremi, tuttavia, si toccano: nel merito della riforma del processo penale, infatti, Area che Mi sono su posizioni convergenti.
Area, infatti, sottolinea come "Questa riforma, lungi dal garantire tempi certi del processo, assicura solo che i magistrati siano investiti da una valanga di procedimenti disciplinari per non aver realizzato l'impossibile", inoltre "Il sistema penale e processuale, la mancanza di risorse umane e materiali, il degrado degli ambienti nei quali esercitiamo giustizia chiamano alle loro responsabilità generazioni di ministri e di governi, che non hanno però avuto l'impudenza di indicare nella magistratura la responsabile di questo sfascio come oggi, con questa riforma, viene fatto". Differenti sono solo le conclusioni: quella di Mi appunto contro la Giunta, quella di Area, invece, di "pieno sostegno all'Anm, che ha già in cantiere apposito Cdc convocato il 7 marzo, in questo momento di grande difficoltà".
di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 18 febbraio 2020
L'intervista rilasciata a Repubblica, domenica, da Marta Cartabia, che è la presidente della Corte costituzionale - e cioè la principale custode della nostra democrazia - rappresenta uno dei momenti più alti del dibattito pubblico, in Italia, sul tema della giustizia. Ha un gigantesco valore politico e un valore morale e culturale ancora più grande.
Per la prima volta, da molti anni, dai vertici del nostro Stato si spezza una lancia contro il giustizialismo e il legalitarismo esasperato e a favore dei deboli, degli ultimi, e - soprattutto - dei grandi principi liberali e umanitari sui quali si tiene in piedi, o si dovrebbe tenere in piedi, lo stato di diritto.
A me, qui, interessa sottolineare alcuni passaggi, anche permettendomi di forzare un tantino le parole necessariamente diplomatiche, ma molto forti, della professoressa Cartabia. La presidente della Corte ha rilasciato questa intervista a un giornale che certamente non ha mai brillato per il suo garantismo. Da quando è nato - dai tempi della lotta armata e poi di Tangentopoli - ha sempre marciato nelle prime file del giornalismo militante amico delle Procure. In modo forte, impegnato e coerente.
Assai più - probabilmente - di giornali più recenti e più arruffoni, come Il Fatto Quotidiano o La Verità. E anche la giornalista che l'ha interrogata, Liana Milella, è una professionista, certamente molto preparata e di gran valore e altrettanto certamente mai sfiorata dal sospetto di essere una garantista. Credo che la presidente della Consulta abbia scelto bene, perché la sua intervista e le parole che ha pronunciato acquistano un valore ancora più grande e più netto. E mi pare che vada anche reso atto a Repubblica di avere compiuto una operazione giornalistica di valore, rafforzata, ieri, da una intervista al vicepresidente del Csm, Davide Ermini, che - seppure con molta prudenza - si è sistemato su posizioni vicine a quelle espresse da Marta Cartabia.
Sono quattro le cose che più mi hanno colpito nell'intervista della Presidente. La prima è la nettezza con la quale prende di petto le contestazioni alla sentenza della Corte che nega la retroattività della cosiddetta spazza-corrotti. Spiegando a polemisti vari, e agli esponenti più scamiciati del partito dei Pm, che quello della non retroattività è un principio antichissimo e inviolabile del diritto. Lo fa con assoluta tranquillità, e senza intenti polemici. Ma il suo ragionamento è una frustata in faccia a quelli che hanno scritto e blaterato, probabilmente perché privi delle conoscenze più elementari del diritto.
La seconda è il coraggio con il quale la professoressa Cartabia si rivolta contro il senso comune e spiega che la certezza della pena non solo non è un valore, ma è un segno di inciviltà. Una società è tanto più moderna e civile, sul piano del diritto, quanto più la pena è flessibile e adeguata alle esigenze essenziali della giustizia, e non alla richiesta di vendetta o ritorsione.
La terza è la semplicità con la quale - di nuovo in urto aperto con il senso comune dominante - ci presenta i detenuti non come gaglioffi ma come deboli, poveri, ultimi, da proteggere, da difendere, da rassicurare sui propri diritti. La quarta cosa, grandiosa, del discorso della Cartabia è la contestazione in radice del carcere.
Lo so che sto forzando, ma dalle sue parole si trova un incoraggiamento a chi pensa che l'idea stessa del carcere, nel 2020, vada messa in discussione. Cartabia spiega che l'articolo 27 della Costituzione non parla di carcere ma di pena. E che la pena non deve consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Sarà una bestemmia, dirlo, ma io lo dico: siamo sicuri che privare una persona della libertà, tenerla per cinque anni, o dieci, o venti, dentro una cella di tre metri, impedirgli di vedere i figli, o la mamma, o di avere una vita sessuale, di lavorare, di esprimersi liberamente, siamo sicuri che tutto questo non sia un trattamento inumano?
Non so se la Cartabia condivida questo mio dubbio. Non mi pare discutibile, però, che con quelle sue affermazioni abbia pesantemente messo in discussione il regime del 41bis. Sul fatto che il 41bis sia un trattamento inumano, e che non tenda alla rieducazione e che perciò sia in contrasto clamoroso con l'articolo 27 della Costituzione non mi sembra che ci sia discussione. E la professoressa Cartabia, con il suo modo diplomatico e gentile di parlare, ce lo ha fatto notare.
Dette queste cose - e tralasciati gli apprezzamenti per altre parti, altrettanto importanti dell'intervista - pongo un'altra questione. Se la presidente della Corte costituzionale - ripeto: la massima custode dei principi e del funzionamento della nostra democrazia - mette in discussione in modo così "frontale" tutta la politica giudiziaria - giustizialista - di questo governo e del governo precedente, possibile che né il governo stesso, né i partiti, e neppure i giornali se ne accorgano? O se ne sono accorti e fingono di non avere ascoltato?
E il nostro giornalismo, che lascia l'anima se vede la possibilità di avere una dichiarazione di un sottosegretario, persino se cinquestellato, non ha nessun interesse per i discorsi della presidente della Corte costituzionale? Il nostro giornalismo conosce l'esistenza della Corte costituzionale? E il suo ruolo? E il suo peso?
Temo di no. Il mio editore - ve lo confesso - mi rimprovera sempre perché dice che sono pessimista. Mi dice: vedi che esiste una cultura alta e garantista che vive ai vertici di alcune nostre istituzioni? E sorride. (Mi ha detto così anche in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario). Io non gli do retta: temo che anche questa scudisciata della Cartabia andrà a vuoto. La Cartabia verrà messa al silenzio, e continueranno a vociare quelli tipo Travaglio.
di Fabrizio Ventimiglia
Il Sole 24 Ore, 18 febbraio 2020
Prime considerazioni ed alcuni spunti di riflessione a margine del convegno svoltosi presso il Centro Studi Borgogna di Milano. Mercoledì 5 febbraio ha avuto luogo, presso la sede dell'associazione Centro Studi Borgogna, l'incontro formativo intitolato "La nuova fisionomia dell'ergastolo ostativo: un dialogo tra Corti. Fine pena mai?".
di Sofia Dinolfo
Il Giornale, 18 febbraio 2020
La notizia è stata diffusa solamente tre giorni fa dopo che un agente di polizia penitenziaria ne è rimasto colpito. Il poliziotto è stato contagiato da un detenuto affetto dalla malattia dal mese di novembre. La notizia fino ad oggi è stata tenuta all'oscuro di tutti ed è venuta alla luce solamente quando uno degli agenti di polizia penitenziaria ne è rimasto affetto.
Il fatto di venire a conoscenza del potenziale pericolo soltanto adesso ha suscitato rabbia e indignazione fra il personale che lavora all'interno della struttura penitenziaria "Pasquale Di Lorenzo". Per capire cos'è successo, bisogna andare indietro nel tempo e fermarsi al mese di novembre scorso.
Tutto sarebbe partito da un detenuto arrivato in quel periodo dentro il carcere. L'uomo, affetto dalla tubercolosi, avrebbe condotto una vita "normale" come quella degli altri detenuti. Avrebbe condiviso con loro tutti i momenti fuori dalle sbarre, senza essere mai isolato o sottoposto ad un regime di adeguata tutela per se e per gli altri. Da novembre ad oggi, il malato sarebbe entrato in contatto con centinaia di persone, non solo detenuti, ma anche tutto il personale che lavora all'interno della struttura.
La notizia mai resa pubblica fino ad ora è stata appresa dagli agenti di polizia penitenziaria solamente tre giorni fa perché un loro collega è stato colpito dalla malattia. L'agente è stato contagiato dal detenuto. Come noto, la tubercolosi si trasmette per via aerea. Basta uno starnuto, un colpo di tosse emessi da chi ne è affetto e la persona che si trova vicino, inspirando i batteri può infettarsi. Nella maggior parte dei casi la malattia colpisce i polmoni e se non curata in tempo può portare alla morte.
Per quanto riguarda la possibilità del rischio contagio, il problema non è solamente circoscritto ai detenuti e agli impiegati ma anche a tutte le loro famiglie. Intanto i membri del corpo di polizia penitenziaria verranno sottoposti al test di Mantoux che permetterà di verificare il loro stato di salute. Lo stesso esame non è però previsto per i componenti la loro famiglia, motivo questo che suscita collera e preoccupazione per i poliziotti che i sentono abbandonati.
Da tempo i sindacati di categoria denunciano una situazione di disinteresse da parte dello Stato sulle condizioni di lavoro cui gli agenti si trovano a dover far fronte. In primis la carenza di personale. Più di quaranta le persone che mancano al completamento dell'organico con conseguenti turni massacranti per i pochi poliziotti.
All'interno della struttura mancano anche gli strumenti necessari per poter dare risposta alle esigenze dei detenuti con problemi psichici, di tossicodipendenza e con altri problemi. Più volte, negli ultimi mesi, il carcere è stato teatro di aggressioni gratuite ai poliziotti che non riescono più a lavorare in questo modo.
di Brunella Giovara
La Repubblica, 18 febbraio 2020
Che senso grande, nella laurea honoris causa a Manlio Milani. Dottore in Giurisprudenza, il riconoscimento giusto per un uomo che ha passato almeno 43 armi in vari tribunali, più di molti avvocati e magistrati in circolazione. Dall'inizio di tutto - 28 maggio 1974, strage di piazza della Loggia - all'ultima sentenza, Cassazione del 20 giugno 2017, conferma della condanna all'ergastolo nei confronti di Carlo Maria Maggi, medico, ex ispettore veneto dell'organizzazione neofascista Ordine nuovo, e di Maurizio Tramonte, ex fonte "Tritone" dei servizi segreti.
Non c'è solo la presenza costante nelle aule. L'università di Brescia non ha solo voluto riconoscere la sapienza acquisita - che pure c'è - ma il fatto che questo uomo di 81 anni è "il vero uomo di legge, che possiede una tale padronanza dei principi giuridici da essere sempre in grado di applicarli con facilità alla matassa - perennemente arruffate - delle faccende umane", ha detto il professor Carlo Alberto Romani nella sua laudatio.
Così, il presidente dell'Associazione familiari dei caduti di piazza della Loggia, nonché uno dei fondatori della Casa della Memoria di Brescia, è stato ieri onorato nel teatro Grande, in una cerimonia che si è aperta con un minuto di silenzio per le vittime. Otto morti, oltre cento feriti, "vittime innocenti, ma non vittime qualsiasi".
Perché "la strage di Brescia reca in sé un inequivocabile marchio identificativo: la natura neofascista della trama, ordita da esponenti della destra radicale in stretto rapporto con apparati delle istituzioni", ha riassunto Romano. Ma la strage era politica: "Un attacco volutamente micidiale, in una manifestazione dichiaratamente antifascista e non, come sostenuto talvolta, un attentato volto a colpire vittime innocenti".
Quel giorno in piazza c'era Milani, con la moglie Livia Bottardi, insegnante di 32 anni, e "la vidi sparire nel fumo", disse lui poi. Un fotografo scattò l'immagine famosa: Milani in ginocchio sopra il cadavere di Livia, un braccio teso a chiedere aiuto. L'esplosione della bomba - gelignite e dinamite - fu l'inizio di un cammino lunghissimo, peraltro non ancora finito. "Senza mai abbandonarsi a una condizione di autistica sofferenza - ha detto il professor Antonio Saccoccio nella motivazione della laurea - si è adoperato per tenere vivo per tutto questo tempo il desiderio di verità e giustizia, con un costante lavoro di indagine, ricerca, memoria, contrasto alle mistificazioni e ai depistaggi, a volte lottando anche contro la lontananza manifestata da alcuni nuclei di apparati dello Stato".
Ma, ha detto il rettore Maurizio Tira, "il lavoro di Milani ha inciso per il bene di tutta la nostra comunità: la verità, la memoria e la riconciliazione". L'ultimo punto, il più attuale, per alcuni addirittura scandaloso, ribadito nelle motivazioni: "Per i percorsi di incontro e di dialogo tra vittime ed ex terroristi di cui si è reso promotore, e da cui è scaturito un modello riconosciuto e apprezzato in tutto il mondo giuridico, orientato verso logiche di giustizia riparativa e non solo retributiva, per l'attenzione alla dignità dei detenuti, affinché la pena non sia mai disgiunta dal significato rieducativo e umano che la Costituzione le ha affidato".
Una "straordinaria lezione di educazione alla cittadinanza e alla legalità". Subito dopo la strage, Milani tornò in piazza della Loggia, "quasi per ritrovarmi in quel luogo che sentivo appartenermi" ha detto nella Lectio magistralis. E la piazza ancora devastata "era piena di persone che mi dissero: "Ricordati che quella bomba ci ha colpito tutti".
Sentii quel "ci ha colpiti tutti" come un dovere morale e civile di non abbandonare quella piazza". E ai funerali, il vescovo esortò a "non dimenticare Caino", il che fece arrabbiare molti, e "quella frase continuò a risuonarmi dentro". E alla prima udienza del processo, guardando gli imputati, quasi tutti giovanissimi, "mi domandai: da dove venivano? à stato l'inizio di un percorso", capire chi erano, quali idee avevano "perché nessuno nasce con la pistola in mano".
Un binario doppio, quello su cui ha camminato Milani per tutti questi anni. Parte civile nei processi, supporto "al lavoro dei magistrati perché non si sentano soli", coordinamento del "lavoro di scavo fatto dagli avvocati affiancando ai primi altri giovani avvocati, che porteranno uno sguardo nuovo su quelle carte processuali".
Così si è retto "il tempo delle delusioni", anche così si è potuta "curare la ferita della città", e superare fratture e incomprensioni. Questo processo - questi processi, alla fine sono stati undici - è durato una vita, "ci sono voluti 43 anni ma grazie a questo impegno collettivo la verità giudiziaria è stata alla fine raggiunta. Una verità incompleta ma che fissa nella storia le responsabilità politiche, ne definisce il marchio di fabbrica, la destra eversiva".
"Tutti abbiamo capito le motivazioni di questa laurea - ha detto il sindaco Emilio Del Ecco - è stato un cammino individuale e collettivo". Poi, c'è l'altro binario: "La tutela dell'innocente non può non stare profondamente a cuore proprio a chi è persona offesa da un reato. La tutela dell'innocente è prolungamento logico della ricerca della verità". E cita la presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia, che nell'intervista a Repubblica di due giorni fa diceva: "La giustizia giusta è riconciliazione, non vendetta".
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