di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 10 gennaio 2020
È in gioco lo stato di diritto: il Pd non può arrendersi al panpenalismo grillino. Ritengo che valga la pena insistere nel sollevare il problema del rapporto tra la cultura politica di questo governo e la giustizia penale (cfr. il mio precedente intervento su queste colonne del 2 gennaio). Che lo stesso Pd, quale attuale partner governativo, non sia in grado di contrastare la deriva punitivista sempre più incombente, o non voglia neppure farlo diventando addirittura complice del panpenalismo grillino, può sembrare comprovato da indicatori sintomatici che vanno al di là della ancora irrisolta questione prescrizione.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 10 gennaio 2020
Intervista all'ex procuratore nazionale antimafia. "Lo stop della prescrizione fatta in questo modo non serve a nulla". Abituato a giudizi trancianti, l'ex procuratore nazionale antimafia e oggi eurodeputato del Pd, Franco Roberti, indica una priorità impellente: "La riforma coraggiosa del processo penale".
Lo stop entra in vigore dal 1 gennaio. Lei è contrario?
"La riforma Bonafede non mi piace e non mi è mai piaciuta. La sospensione della prescrizione potrebbe essere accettabile ma solo per chi è stato condannato in primo grado, mentre certamente non per gli assolti, che hanno diritto a vedersi subito fissato l'appello. Il punto vero, però, è un altro: in assenza di una vera riforma del processo penale, lo stop alla prescrizione non farà altro che dilatare la durata dei giudizi, in barba al principio della ragionevole durata del processo prevista dalla Costituzione".
La prescrizione, dunque, dovrebbe continuare ad essere prevista come valvola del processo penale?
"Partiamo da un dato: se la giustizia funzionasse, la prescrizione non sarebbe affatto un problema e, anzi, non dovrebbe mai scattare. La norma nasce come presunzione: che il decorso del tempo e l'inerzia dello Stato facciano comportino il disinteresse del sistema a perseguire quel reato, che dunque muore. Oggi, però, rappresenta anche una garanzia per gli imputati, che hanno diritto a una celebrazione rapida dei processi. Il problema, però, sta qui: fatta eccezione per il doppio binario previsto per i reati di mafia, il processo penale non funziona e la prescrizione è il segnale di questa inefficienza".
Perché il processo non funziona?
"Perché mancano strutture e regole organizzative. Servirebbero interventi drastici, ma anche controlli efficaci sulla professionalità dei magistrati: per il ritardo nel deposito delle sentenze, per esempio, ma anche sui dirigenti degli uffici. In una parola, servono investimenti, perché solo così si consente alla magistratura di esercitare in pieno la sua indipendenza".
In che senso?
"In un sistema giudiziario inefficiente, i magistrati esercitano meno la loro indipendenza, che è presidio e garanzia dell'uguaglianza dei cittadini. Io credo però che proprio questa indipendenza, in Italia, piaccia a pochi e, anzi, in molti temano questa prospettiva: pensi a che cosa potrebbe fare, in un paese come il nostro, una magistratura efficiente e indipendente. Per questo non sono mai stati dati alla magistratura gli strumenti organizzativi e normativi per esercitare l'autonomia e l'indipendenza sancite dalla Costituzione".
E come si rende efficiente il processo penale?
"Io penso a una riforma radicale: abolizione totale dell'appello per i processi definiti in primo grado in dibattimento. In questo caso, infatti, la prova si forma nel dibattimento e con tutte le garanzie per la difesa, dunque non ha senso replicare lo stesso processo in appello. L'appello, invece, rimarrebbe solo per i processi svolti con riti alternativi e in particolare nel caso di giudizio abbreviato, in cui la prova si forma sugli atti di indagine. In questo modo, inoltre, ci sarebbe un incentivo per i difensori al ricorso ai riti alternativi e al dibattimento arriverebbe al massimo il 10% dei processi. Non solo, per evitare l'imbuto del secondo grado il giudice monocratico andrebbe previsto anche in appello, eliminando dunque il collegio. Da ultimo, per deflazionare anche la Cassazione, il giudizio cassatorio a metà tra il merito e la legittimità andrebbe riservato alla Corte d'Appello".
Ma così non si riducono le garanzie?
"No, perché l'imputato è perfettamente garantito dal processo dibattimentale di primo grado. Ma non si può pensare di deflazionare il sistema, se si duplica il giudizio di merito".
Invece di eliminare l'appello, si potrebbe abolire l'obbligatorietà dell'azione penale...
"No, perché l'obbligatorietà dell'azione penale è presidio del principio di uguaglianza e i costituenti l'hanno prevista perché temevano la discrezionalità del pm. Se la si eliminasse, si attribuirebbe al pm la funzione politica di scegliere quali reati perseguire, dunque dovrebbe essere dipendente dall'esecutivo. Ecco, io preferisco conservare l'indipendenza della magistratura ed inserire un filtro di ammissibilità dell'appello, proprio perché l'obbligatorietà dell'azione penale immette nel sistema un numero di processi esorbitante".
Come giudica, oggi, il rapporto così teso tra politica e magistratura?
"Andrebbe trovato un equilibrio. Per molto tempo, la politica ha delegato alla magistratura le scelte, assegnandole di fatto maggiori spazi di intervento discrezionale, salvo poi attaccare la categoria. Questo ha prodotto la tensione, che non si risolve certo con un passo indietro di tutti ma con il reciproco rispetto nell'esercizio dei rispettivi ruoli".
Lei è favorevole alla depenalizzazione di alcuni reati?
"Sì, è un'altra delle riforme necessarie, insieme alla riforma del sistema delle notificazioni. È impensabile nel 2020 che si continuino a mandare in giro gli ufficiali giudiziari".
Ha parlato più volte anche di depenalizzazione delle droghe leggere...
"Sì, ma continua a incontrare pregiudiziali ideologiche. Invece, bisogna accettare che il contrasto alle droghe non funziona e anzi il consumo è in aumento. Per questo, il mercato dovrebbe essere nelle mani pubbliche: questo renderebbe il prodotto più controllato, toglierebbe ampi spazi di mercato alla criminalità organizzata e darebbe profitto allo Stato".
di Giuseppe Conte
Corriere del Mezzogiorno, 10 gennaio 2020
Il premier Giuseppe Conte scrive al Corriere: "Giustizia sociale e lavoro per il Sud". Gentile direttore, ho deciso di intervenire sulle pagine di questo quotidiano per esprimere il mio pieno sostegno alla manifestazione contro la mafia che si svolge oggi a Foggia e a chi ha deciso di esserci: associazioni, studenti, sindacati, amministratori, società civile. La lotta alle mafie non deve avere bandiere né colori politici. È una lotta che deve vederci tutti uniti nella stessa direzione a difesa di libertà, legalità e giustizia. La manifestazione di Libera è un segnale incoraggiante.
Per sconfiggere le mafie la risposta deve arrivare netta e chiara anche da parte dei cittadini, che devono farsi comunità, perché solo insieme si può sconfiggere il malaffare. I foggiani non devono sentirsi soli, perché lo Stato c'è ed è con loro. Non abbandoniamo Foggia così come non abbandoneremo nessun altro territorio, dal Sud al Nord.
La risposta dello Stato agli attentati che si sono verificati a inizio anno è stata immediata, forte e tempestiva, a dimostrazione dell'attenzione che il Governo riserva al contrasto alla criminalità organizzata: le imponenti operazioni che sono state portate a termine dalle Forze di Polizia, a poche ore da quei gravi episodi, a Foggia e nel barese, hanno visto un dispiegamento massiccio di uomini e donne e una piena sinergia tra forze dell'ordine, prefetture e magistratura. Ciò dimostra che, quando si fa squadra, si ottengono sempre i risultati. Positivo è anche l'impegno annunciato dal ministro Lamorgese di istituire una sezione della Dia a Foggia: un ulteriore segno della vicinanza dello Stato e delle Istituzioni al territorio.
Questo Esecutivo è dalla parte di chi reagisce, di chi decide di non restare indifferente di fronte ai soprusi e alle violenze della criminalità organizzata. Penso ai tanti magistrati che ogni giorno combattono la propria battaglia silenziosa, ma anche ai comuni cittadini che quotidianamente lottano per difendere la libertà di ciascuno di noi. Anche recenti fatti di cronaca, proprio qui in Puglia, dimostrano che ad accendere la scintilla della legalità è spesso il coraggio di chi decide di denunciare abbattendo il muro dell'omertà.
Tra i punti programmatici del Governo abbiamo inserito il potenziamento della lotta contro le organizzazioni mafiose e siamo al lavoro tutti i giorni per dare concretezza a questo obiettivo prioritario. Abbiamo sbloccato il piano assunzioni delle forze dell'ordine per quasi 12mila unità e previsto 175 milioni di euro in più per gli straordinari arretrati. Se da un lato dichiariamo guerra alla malavita, dall'altro dobbiamo fare in modo che possano trovare spazio le tante energie positive e propulsive del territorio. Dobbiamo fare terra bruciata intorno alla mafia, dobbiamo rendere il terreno fertile per i sogni e le ambizioni dei giovani che vogliono restare al Sud e in Italia.
Per questo dobbiamo mettere in campo il massimo sforzo per garantire maggiore giustizia sociale. Le mafie trovano spazio d'azione proprio laddove mancano diritti, occasioni e opportunità per i cittadini. Per questo giustizia sociale, opportunità di crescita e lavoro sono i binari ad alta velocità con cui vogliamo allontanare il Sud da quei sentimenti di rassegnazione di cui si nutre la criminalità.
Strumenti come il reddito di cittadinanza sono un tassello nel percorso per la giustizia sociale. Il Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata si muove in questa direzione: rilancio dei cantieri, dell'occupazione e degli investimenti. In questo senso si muove anche la scelta di destinare a priori il 34% della spesa pubblica al Sud. La fiducia marcia sulle gambe di chi oggi manifesta. Io sono al vostro fianco.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 10 gennaio 2020
La giustizia è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme.
C'era una volta Oriana Fallaci. Lei era considerata la regina delle interviste. Ne fece decine, e le sue interviste erano spettacoli di lotta greco-romana. Prendeva l'intervistatore per il collo e non gliene passava una. Mise alle corde Gheddafi, ma anche Fellini e Bob Kennedy.
Sapete che anche i miti, col tempo, appassiscono. vengono superati. È successo così. Oggi il mito di Oriana è di gran lunga superato da quello di Marco Travaglio. Ieri, sul Fatto Quotidiano, Travaglio ha intervistato Piercamillo Davigo (ex Pm, ex capo dell'Anm, attualmente consigliere del Csm) e lo ha letteralmente messo alle strette: non gliene ha passata una. Lui - Davigo - si è difeso bene, certo, perché lo cose le sa. Ma ha traballato.
Ogni domanda una mazzata. Ne ricopio qui le più importanti, anche per dare ai miei più giovani colleghi un'idea di come si fa un'intervista vera. Le ricopio integrali, senza cambiare una virgola e senza ridurle, per evitare che si perda la complessità della domanda. 1) "Lei che farebbe per bloccare i processi?" 2) "Non ci sono già?" 3) "Quindi che fare?" 4) "L'avvocatura non ci sente" 5) "Altre soluzioni?". E poi la sesta domanda che davvero è il colpo del kappaò: "Basta così?".
Sull'ultima domanda Davigo ha tremato davvero. E ha dovuto confessare che no, non bastava così. Che alle idee che aveva offerto fino a quel momento, rispondendo con sagacia agli affondi del giornalista, doveva aggiungerne un'ultima che può essere riassunta con queste poche parole: aboliamo il gratuito patrocinio per gli imputati, che tanto sono tutti evasori fiscali sennò non sarebbero imputati, e usiamo quei soldi per finanziare le parti civili. Reso il giusto omaggio alla aggressività di Travaglio, forse un po' troppo rude (specie in quel perfido "Non ci sono già?"), passiamo a esaminare le idee di Davigo.
La prima si fonda su questa affermazione singolare sulla prescrizione in Europa. Davigo, come già nei giorni scorsi più volte scritto da Travaglio (chissà chi dei due è il creatore di questa fake) sostiene che solo in Grecia esiste la prescrizione. Negli altri Paesi l'azione penale, una volta iniziata, non finisce più. Difficile discutere, su questo tema, perché l'affermazione non è discutibile: è assolutamente falsa.
La prescrizione esiste in quasi tutti i Paesi europei (Germania Spagna, Francia, per citarne alcuni) e in molti di questi Paesi è molto più breve che da noi. Per esempio, in Francia i processi che prevedono pene sotto i 15 anni si prescrivono in tre anni (da noi fino a 15 anni, e in alcuni casi oltre) e l'eventuale interruzione della prescrizione non può comunque durare più di tre anni. A questo si aggiunge la prescrizione delle pene, che in Francia e in altri Paesi europei si conta dal momento del delitto, mentre da noi si conta dal momento della sentenza di terzo grado. Pensa un po'. Tanto che oggi i francesi dicono di non potere dare l'estradizione agli esuli italiani della lotta armata, perché da loro quei reati sono prescritti, da noi no. In Spagna e Germania le cose sono molto simili.
Davigo parte da qui per sostenere la sua idea di fondo. Che è questa. Per rendere più veloci i processi c'è un solo modo: ridurre i diritti della difesa. In varie forme. Abolizione della prescrizione, comunque dopo il primo grado, riduzione del diritto all'appello e introduzione della possibilità di reformatio in peius al secondo grado di giudizio (che vuol dire possibilità di aumentare le pene ricevute in primo grado, anche se l'appello è presentato dalla difesa), cancellazione o riduzione del gratuito patrocinio, obbligo per gli avvocati di pagare una multa per le impugnazioni che portano alla condanna.
Davigo dice che in questo modo si sconsiglierebbe agli imputati e agli avvocati di ricorrere in appello, per evitare rischi. Travaglio purtroppo non chiede a Davigo se è giusto ridurre le possibilità di appello in presenza di dati molto allarmanti. Per esempio questo: il 40 per cento delle sentenze di appello rovescia o comunque attenua le sentenze di primo grado.
L'appello non è una formalità o una perdita di tempo: è la possibilità di correggere un numero gigantesco di clamorosi errori giudiziari. Pensate che tra tutti coloro che finiscono indagati, la maggioranza risulta innocente: in Italia ogni 100 indagati, 75 sono scagionati nelle indagini preliminari o in processo; la percentuale è leggermente più bassa in caso di arresto: circa il 40 per cento degli arrestati risulta innocente, il che significa che probabilmente, oggi, nelle prigioni italiane ci sono solo 10 mila persone che vedranno la loro innocenza riconosciuta nei prossimi anni dopo aver trascorso in cella una piccola parte della propria vita.
Questi dati sono utili anche per giudicare la proposta di Davigo di rendere più dura la condanna in processo, e poi in appello, per spingere gran parte degli imputati ad accettare il patteggiamento. Dice Davigo: se rendiamo conveniente il patteggiamento ridurremo i processi e finalmente i tempi della giustizia si abbrevieranno.
Il problema è che per patteggiare devo accettare una condanna e se sono innocente (cioè nel 75 per cento almeno dei casi, secondo i dati che vi abbiamo appena fornito)? Mi conviene lo stesso accettare una condanna perché - sapendo che gran parte dei diritti della difesa sono sospesi - so di rischiare di essere condannato anche da innocente? Questa è l'idea di fondo della giustizia?
La giustizia - diciamo - è una macchina per condannare, non per giudicare. Tante più condanne ottiene nei tempi più brevi, tanto più è efficiente. E a questo principio devono ispirarsi le riforme. Del resto su questa idea, Davigo trova il plauso di quasi tutta la stampa. Quante volte avete letto questo titolo: "Assolti: la giustizia ha perso". Ma perché ha perso? Perché sono stati assolti degli innocenti? E avrebbe vinto invece se fossero stati condannati? Bah.
Davigo su questo punto è convintissimo. Tanto che spiega come rinunciare all'appello sia un vantaggio per l'imputato. Perché? Perché di sicuro è colpevole, c'è poco da discutere. E dunque ricorrere in appello serve solo a rinviare la prigione. Se invece andasse subito in prigione potrebbe iniziare la rieducazione e riscattarsi prima. Non è così? Mandarlo in prigione prima è una cosa che si fa per il suo bene. Va' in cella ragazzo, lo faccio perché ti voglio bene!
Poi ci sono gli ultimi due affondi di Davigo. Il primo è una vera e propria gaffe. Davigo si scaglia contro i ricorsi in Cassazione presentati solo per guadagnare tempo e far scattare la prescrizione. Davigo dice che in questi casi, quando la Cassazione stabilisce che i ricorsi erano infondati e inammissibili, dovrebbe essere automatico l'aumento della pena. Travaglio qui tace. Perché tace (e probabilmente arrossisce)? Perché è esattamente quello che fece lui, quando ricorse contro una sentenza di condanna e chiese la prescrizione, e la Cassazione gliela negò perché giudicò strumentale il suo ricorso. Ma questo magari Davigo non lo sapeva, sennò sarebbe stato più delicato.
L'ultimo affondo - ne abbiamo accennato - è sugli avvocati. Davigo propone che gli avvocati paghino insieme ai loro clienti per le impugnazioni inammissibili. Una specie di intimidazione per ridurre l'autonomia dell'avvocatura. Gli ha risposto ieri sera Gian Domenico Caiazza, il presidente delle Camere penali: "Volgarità per volgarità, parliamone quando parleremo anche della responsabilità dei magistrati, patrimoniale e disciplinare, per le indagini poi smentite da sentenze assolutorie e da appelli contro sentenze assolutorie poi confermate. Converrà con me, caro Davigo, che i danni (sociali, morali, ed erariali) che procurate con indagini e sentenze squinternate o grossolanamente persecutorie sono sideralmente imparagonabili coi danni che lei ritiene causati dalle nostre impugnazioni".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
Sussiste reato paesaggistico anche quando il bene non ha subito modifiche estetiche ma interventi sulla cubatura. La Cassazione penale, infatti, con la sentenza n. 370 depositata il 9 gennaio ha precisato che rientrano nella nozione di abuso al paesaggio anche tutte quelle opere non autorizzate eseguite all'interno dell'edificio, in quanto anche in questo caso si determina un'alterazione dell'originario assetto dei luoghi di valutazione in sede penale.
L'autorità comunale - Pertanto, per i giudici della Suprema corte, è necessario ottenere il permesso a costruire anche per realizzare immobili in tutto o in parte interrati, trattandosi di lavori per i quali l'autorità comunale deve svolgere il suo controllo diretto ad assicurare sia l'ordinato sviluppo dell'aggregato urbano, sia il rispetto delle norme urbanistiche e anche l'osservanza delle regole tecniche di costruzione prescritte dalla legge. È interessante la precisazione della sentenza che esamina la serie di lavori di diversa entità eseguiti sull'immobile. E quindi i singoli lavori effettuati e per i quali si incorrerebbe in una sanzione meno grave devono essere considerati nel loro insieme, quindi senza che sia consentito scindere e considerare separatamente i suoi singoli componenti e ciò ancor più nel caso di interventi su preesistente opera abusiva.
Conclusioni - Per concludere - si legge nella sentenza - il Legislatore, anche per allargare i confini degli illeciti contro il paesaggio, ha esteso nel tempo la nozione di reato paesistico fino ad arrivare all'articolo 131 del Dlgs 63/2008 secondo cui per paesaggio si deve intendere il territorio espressivo di identità, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali, umani e dalle loro destinazioni.
met.provincia.fi.it, 10 gennaio 2020
La vita in carcere è certamente dura per i detenuti. Ma anche il lavoro del personale sanitario e penitenziario è fonte di criticità e disagio. Per questo il Centro di riferimento regionale sulle criticità relazionali (Crrcr), in collaboratone con l'Ordine degli psicologi, ha presentato un progetto, "La salute in carcere: accoglienza, analisi ed orientamento rispetto al disagio del personale che opera negli istituti penitenziari", approvato dalla giunta in una delle ultime sedute, su proposta dell'assessore al diritto alla salute Stefania Saccardi, e finanziato con 24.000 euro.
Il progetto è stato presentato stamani nel corso di una conferenza stampa dall'assessore al diritto alla salute e al sociale Stefania Saccardi, assieme al provveditore dell'Amministrazione penitenziaria Gianfranco De Gesu, al direttore dell'Aou Careggi Rocco Damone, alla responsabile del Centro regionale criticità relazionali Laura Belloni.
Il progetto prevede la presenza, nei principali istituti penitenziari della Toscana, che saranno definiti in accordo con l'amministrazione penitenziaria, di due psicologi psicoterapeuti, con la funzione di ascolto, supporto e orientamento, rispetto alle difficoltà percepite e riferite dal personale che lavora negli istituti di pena toscani (in tutto 18: 16 per adulti e 2 per minori; il personale di polizia penitenziaria è in tutto di 2.900 persone). I due professionisti saranno presenti 2 volte al mese in ciascun istituto, sia per la realizzazione di colloqui individuali che per l'osservazione di alcuni contesti specifici.
La richiesta di fornire un supporto professionale è stata avanzata alla Regione dal provveditore regionale all'amministrazione penitenziaria, e la Regione ha individuato il Crrcr come centro idoneo per questa attività.
"Dal 2012 ad oggi l'Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria istituito dalla Regione Toscana - spiega l'assessore Stefania Saccardi - ha evidenziato temi importanti, a seguito dei quali il Servizio sanitario, in stretta collaborazione con l'amministrazione penitenziaria, ha attivato iniziative e azioni congiunte, per il contenimento dei problemi emersi e l'integrazione dei gruppi multi-professionali coinvolti nei percorsi sanitari e penitenziari dei detenuti".
"Il progetto si pone nel solco del rinnovato impegno dell'amministrazione per il benessere del personale - è il commento del provveditore Gianfranco De Gesu - ed è espressione della positiva sinergia che da anni caratterizza i rapporti tra questo Provveditorato e la Regione Toscana. In questo caso la Regione, a richiesta del Provveditorato, si fa carico dell'onere di offrire proprie risorse a favore della tutela della salute degli operatori penitenziari, come riconoscimento del gravoso impegno che essi svolgono all'interno degli istituti e per l'importanza della funzione sociale dell'opera di rieducazione dei detenuti a favore della comunità. Si tratta di un'iniziativa che non ha precedenti nelle modalità individuate per il supporto e l'orientamento del personale penitenziario e che si pone senz'altro come buona prassi".
"Con soddisfazione ho partecipato al percorso che ha portato all'approvazione di questo progetto sperimentale - fa sapere per conto dell'Ordine degli psicologi Ilaria Garosi, impossibilitata a partecipare alla conferenza stampa -, raccogliendo fin da subito la sollecitazione fatta al nostro Ordine dall'allora provveditorato Fullone in seguito al suicidio di un agente di polizia penitenziaria in servizio al carcere di San Gimignano. Il tema della prevenzione del disagio del personale dell'amministrazione penitenziaria, che si trova a svolgere un lavoro con molti componenti stressogeni, è stato approfondito insieme all'ormai precedente Consiglio dell'Ordine degli Psicologi della Toscana ed in particolare al Gruppo di lavoro di psicologia penitenziaria".
"Col nostro lavoro vogliamo costruire una rete e mettere in atto un'integrazione interdisciplinare - informa Luca Amoroso, del Crrcr - Obiettivi: fornire ascolto e aiuto e fare un'analisi approfondita, per individuare poi i percorsi da seguire".
Nel 2018 sono iniziate negli istituti penitenziari toscani visite sistematiche effettuate con la collaborazione del Centro Gestione Rischio Clinico e Crrcr, per far nascere iniziative specifiche per le singole realtà; sono stati messi a punto e condivisi protocolli regionali, per esempio per la prevenzione del rischio suicidario e di gesti autolesivi, sia negli istituti per adulti che in quelli per minori; monitorate specifiche attività a cura dell'Ars, l'Agenzia regionale di sanità; istituiti percorsi formativi specifici, relativi sia al contesto della salute in carcere che al percorso di superamento dell'Ospedale psichiatrico giudiziario; attivati gruppi di lavoro su tematiche particolari (episodi di violenza nelle carceri); e condivise tematiche particolarmente importanti con la Magistratura.
Tra le criticità emerse in seguito a questo lavoro congiunto, rilevante quella del disagio del personale che lavora all'interno degli istituti penitenziari: un disagio derivante sia da determinanti ambientali che da aspetti di natura socio-culturale e organizzativa. Da qui il progetto messo a punto dal Crrcr, che si propone di creare uno spazio dedicato all'ascolto e all'analisi delle problematiche vissute dal personale e offrire supporto e orientamento rispetto ai percorsi più appropriati; e anche fornire un feedback al sistema per eventuali interventi migliorativi.
di Andreina Baccaro
Corriere della Sera, 10 gennaio 2020
La condanna dell'ex Nar dopo sei ore e mezza di camera di consiglio della Corte d'Assise. I familiari: sentenza che rende giustizia. Condanna all'ergastolo per l'ex terrorista dei Nar Gilberto Cavallini, nel processo sulla Strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
La sentenza è stata letta dalla Corte di assise, dopo sei ore e mezza di camera di consiglio. In mattinata l'imputato aveva reso dichiarazioni spontanee e parlato con la stampa dicendosi "pentito per le cose fatte e per le persone ammazzate" ma, aveva aggiunto, "non posso pentirmi per le cose che non ho fatto". "Noi Nar non c'entriamo con la strage - aveva ribadito prima della condanna Cavallini - e qui a Bologna non abbiamo da chiedere perdono a nessuno. Alla lettura della sentenza l'imputato, in semilibertà nel carcere di Terni, non era più presente in aula. Era presente alla lettura della sentenza anche la presidente dei familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca, Rosanna Zecchi.
Quarant'anni dopo arriva così un'altra sentenza dopo l'esplosione della bomba che scoppiò nella sala d'aspetto della stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Quel giorno era sabato e lo scalo era affollato di turisti che si spostavano per le ferie estive. Morirono 85 persone, 200 rimasero ferite. Per la strage sono già stati condannati nel 1995 in via definitiva Francesca Mambro, il marito Giuseppe Valerio ("Giusva") Fioravanti e Luigi Ciavardini, tutti appartenenti, come Cavallini, ai Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari, un'organizzazione di ispirazione fascista nata nella capitale e attiva fra gli anni Settanta e Ottanta.
La corte d'assise che ha condannato Cavallini all'ergastolo ha stabilito anche una provvisionale di centomila euro per ogni persona che nella Strage ha perso un parente di primo grado o il coniuge, 50mila per chi ha perso un parente di secondo grado o un affine di primo o secondo grado, 30mila per chi ha perso un parente o un affine di grado ulteriore, 15mila per ogni ferito, 10mila per chi ha un parente ferito. Sono le provvisionali immediatamente esecutive per le parti civili, decise dalla Corte di assise di Bologna nella sentenza di condanna all'ergastolo per Gilberto Cavallini. L'imputato è stato condannato anche a risarcire i danni, da liquidare nella competente sede civile. "Faremo appello", ha detto l'avvocato difensore.
I familiari: sentenza che rende giustizia - "La sentenza non cancella gli 85 morti e i 200 feriti, ma rende giustizia a noi familiari delle vittime che abbiamo sempre avuto la costanza di insistere su questi processi". È il primo commento dei familiari delle vittime della Strage di Bologna, per voce della vicepresidente Anna Pizzirana.
La difesa Cavallini aveva detto che 40 anni dopo è inumano condannare una persona: "No, non è inumano, perché hanno condannato anche quelli della Shoah dopo 70 anni, non vedo perché debba essere inumano. È una giustizia che viene fatta ai familiari delle vittime, per la nostra perseveranza. E, se le carte processuali lette, rilette esaminate da questa Corte hanno stabilito così è una sentenza corretta", ha detto Pizzirani.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 gennaio 2020
Il Consiglio superiore della magistratura ha aperto un procedimento a tutela del pm antimafia di Catanzaro, per le dichiarazioni del procuratore generale e per le critiche di una parlamentare Pd. Rischia di dover lasciare il suo posto il procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini. Il motivo? Le dichiarazioni su Nicola Gratteri. La prima commissione del Csm ha deciso all'unanimità di aprire una pratica di incompatibilità ambientale nei suoi confronti. Tra i provvedimenti che potrebbe adottare, il trasferimento in un'altra sede.
Alla base della vicenda l'intervento del pg del capoluogo calabrese a TgCom24. Una settimana dopo l'operazione anti 'ndrangheta "Rinascita-Scott" - che aveva portato all'arresto di 330 persone - Lupacchini aveva definito le inchieste di Gratteri "evanescenti". Non solo. Aveva poi fatto allusione a un presunto mancato coordinamento tra le procure. "I nomi degli arrestati e le ragioni degli arresti li abbiamo conosciuti soltanto a seguito della pubblicazione sulla stampa che evidentemente è molto più importante della procura generale contattare e informare", sono alcune delle sue parole.
Poche ore dopo Area, l'associazione delle toghe progressiste, e Magistratura Indipendente, che raggruppa i giudici moderati, avevano chiesto di aprire un procedimento per valutare i trasferimento di Lupacchini. E per proteggere Gratteri. Anche l'Anm aveva mostrato disappunto nei confronti del pg di Catanzaro, definendo le sue dichiarazioni "sconcertanti in sé e ancor più perché provenienti dal vertice della magistratura requirente del distretto". Lupacchini sarà ascoltato dalla commissione lunedì 13, e dovrà rispondere all'accusa che gli ha mosso il Csm: aver delegittimato il magistrato antimafia e la sua procura. Le due toghe non sono nuove a scontri a distanza. Già in estate, spiega il Fatto Quotidiano, la questione era finita davanti al Csm per iniziativa di Gratteri. Anche in quel caso Lupacchini lamentava il mancato coordinamento. La vicenda si era poi risolta. È stata riaperta poche settimane fa, dopo quella che è stata definita, numericamente, "la più grande operazione dopo il maxi processo di Palermo".
Quanto a Gratteri, il Csm ha aperto una pratica in sua tutela non solo per le dichiarazioni di Lupacchini, ma anche per l'attacco social che aveva subito da parte della deputata dem Enza Bruno Bossi. In un post del 19 dicembre la parlamentare - moglie di dell'ex consigliere regionale Nicola Adamo, colpito da un divieto di dimora nell'ambito dell'inchiesta - aveva scritto: "La lotta alla mafia è una cosa seria non uno spettacolo da prima pagina, né un libro venduto nelle scuole, e mi auguro che davvero Gratteri riesca a smantellare la mafia più pericolosa che ci sia. Ma mi auguro anche che si arrivi a processo e non finisca, come il 90% delle indagini di Gratteri, in una bolla di sapone che non pulisce nulla ma cancella nel frattempo la dignità di chi ne viene toccato". Parole che non sono passate inosservate. E che hanno suscitato indignazione. Anche all'interno del suo partito.
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 10 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 9 gennaio 2020 n. 397. Il cumulo di sanzioni penali e amministrative in caso di reati di market abuse non è affatto illegittimo, ma non può eccedere, tra gli altri, il canone della proporzionalità. Così la Corte di cassazione penale con la sentenza n. 397 di ieri ha accolto il ricorso di un manager chief investiment officier, annullando la sentenza della Corte di appello di Milano di condanna per il reato di abuso di informazioni privilegiate, limitatamente al trattamento sanzionatorio e alla misura del risarcimento del danno riconosciuto alla Consob, come parte civile.
Infatti, dicono i giudici che se è vero che non scatta il divieto di bis in idem per la duplicazione degli strumenti repressivi - uno affidato al giudice penale e uno all'autorità amministrativa competente - è pur vero che il risultato del trattamento sanzionatorio concreto non può essere frutto di una pura duplicazione di strumenti repressivi sul medesimo fatto. Perciò se ad esempio - come nel caso concreto - il procedimento Consob si è concluso per la mancata impugnazione della delibera il giudice penale non può non tener conto di quanto già comminato al responsabile del reato finanziario nel procedimento amministrativo.
La Corte di appello nel confermare la condanna di primo grado a un anno di reclusione e al pagamento di 20mila euro di multa aveva in più riconosciuto 25mila euro di risarcimento danni alla Consob, costituitasi parte civile nel processo penale. Il ricorso per cassazione lamenta però che la somma delle sanzioni pecuniarie amministrative derivanti dal giudizio penale e dal procedimento guidato dalla Consob, comprensive della confisca del profitto del reato e degli strumenti atti a commetterlo, aveva raggiunto la somma di 300mila euro a fronte di un illecito profitto di 50mila.
La Cassazione rinvia al giudice di secondo grado la commisurazione tra le multe in sede penale e le sanzioni Consob che solo formalmente sono amministrative, ma di fatto penali per la loro funzione fondamentalmente sanzionatorio-repressiva. Stesso discorso vale per la riparazione economica accordata dal giudice penale all'ente amministrativo di controllo dei mercati finanziari, che va fissata tenendo conto che la facoltà di Consob di avere accesso al processo penale, come previsto dall'articolo 187 undicies del Tuf, è una facoltà scissa in due componenti. Quella ordinaria di costituirsi come parte civile in quanto portatrice di interessi e quella specifica di vedere riparati i danni conseguenti ad abusi di mercato. Di conseguenza il giudice nell'esaminare il quantum della riparazione ex articolo 187 undicies deve fissare l'importo in modo che la parte
Ne bis in idem - La sentenza di legittimità è imperniata sulla recente evoluzione della giurisprudenza sovranazionale europea della Corte di giustizia Ue della Corte dei diritti dell'uomo, che attualmente adottano un'interpretazione meno rigida del divieto di bis in idem non escludendo la possibilità di una duplicazione di procedimenti penale e amministrativo, a patto che vi sia tra questi un contemperamento.
Ma c'è un limite che non può essere travalicato nella previsione di diverse conseguenze "repressive": a chi, colpevole o sospettato di aver commesso un reato, si trovi sotto la lente di un "meccanismo integrato" (in sé non illecito) non deve risultare impossibile, ma neanche eccessivamente gravoso l'esercizio di una concreta difesa.
Proporzionalità delle sanzioni - data la possibilità che per il medesimo fatto si attivino tanto il processo penale Non basta a sgombrare il campo da dubbi l'affermazione della memoria depositata da Consob che fa rilevare la mancata impugnazione della delibera sanzionatoria. Comunque - come spiega la Cassazione - nella repressione di un reato attraverso strumenti diversi indipendenti va affermata la necessità di un nesso materiale e di un nesso temporale, che impongono la presa in considerazione delle risultanze dei diversi procedimenti e la loro più possibile contiguità nel tempo. Due binari separati che non possono però ignorarsi a meno di incorrere nel rischio di duplicare sanzioni raggiungendo un'entità sproporzionata rispetto al fatto criminoso.
inail.it, 10 gennaio 2020
L'Inail ha sottoscritto un accordo per diffondere la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona nella casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino) che coinvolge sia i detenuti, sia gli agenti di polizia penitenziaria.
Il progetto "La sicurezza dentro", alla sua seconda edizione, è finalizzato a promuovere e rafforzare la cultura della prevenzione degli infortuni e la tutela della persona negli ambienti di vita e di lavoro. Un percorso che prevede una serie di incontri informativi e formativi rivolti ai detenuti "lavoratori" della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi.
L'amministrazione penitenziaria valorizza le competenze dei singoli. Questo progetto nasce da un accordo di collaborazione sottoscritto tra Luca Ponticello, comandante provinciale dei Vigili del fuoco di Avellino, Marianna Adanti, direttrice della casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, Grazia Memmolo, direttrice reggente della Direzione territoriale Inail di Avellino e Carmine Piccolo, direttore della Unità operativa territoriale di Certificazione verifica e ricerca di Avellino. Il penitenziario di Sant'Angelo di Lombardi è da anni un esempio di casa di reclusione completamente autosufficiente in cui i detenuti, oltre ad essere assunti dall'amministrazione penitenziaria, vengono valorizzati nelle loro competenze e inseriti in un progetto di rieducazione e di reinserimento lavorativo globale.
Un percorso didattico per acquisire esperienze professionali. L'Inail, in collaborazione con il Comando dei Vigili del fuoco di Avellino, coinvolge circa 200 detenuti e 10 agenti di Polizia penitenziaria in un percorso didattico i cui moduli formativi vanno dalla classificazione dei rischi negli ambienti di lavoro, al primo soccorso fino alla sicurezza antincendio.
L'Istituto affianca la casa circondariale in questo progetto di acquisizione di competenze professionali di alta specializzazione che sono spendibili sia all'interno della struttura, sia al termine del periodo di detenzione. Sono previsti sette incontri a partire dal 16 gennaio 2020.










