di Valerio Papadia
fanpage.it, 20 febbraio 2020
Si aggravano le condizioni di salute di Raffaele Cutolo: il boss della Nuova camorra organizzata, che ha insanguinato le strade di Napoli e della provincia soprattutto negli anni Ottanta, è stato trasferito d'urgenza all'ospedale di Parma, proprio per il peggioramento della sua salute; non è chiaro, però, lo stato attuale delle condizioni del boss di Ottaviano e dell'area vesuviana. Cutolo è detenuto proprio nel carcere di Parma: condannato a 4 ergastoli, si trova dal 1995 in regime di carcere duro.
Il legale di Cutolo, l'avvocato Gaetano Aufiero, ha preparato istanza per chiedere che la moglie e la figlia del boss possano fargli visita in ospedale: "Ieri ho riscontrato da parte de carcere e da parte dell'ospedale grandissima civiltà e disponibilità a fornirmi le notizie ho poi comunicato ai familiari" ha detto l'avvocato. Lo scorso settembre, inoltre, a quanto apprende Fanpage.it, il legale ha impugnato il regime di 41 bis ed è in attesa che il Tribunale del Riesame di Roma fissi una udienza.
La scorsa estate, intervistato dal quotidiano Il Mattino, era stato proprio Raffaele Cutolo a parlare della sua detenzione e del regime carcerario del 41 bis al quale è sottoposto, come detto, dal 1995: "Ho sbagliato, lo riconosco, ma che senso ha ridurmi in questo stato?" aveva dichiarato il boss della Nuova camorra organizzata. In segno di protesta, nel corso della intervista Cutolo aveva riferito anche di aver rinunciato all'ora d'aria.
di Nunzio Raimondi*
Corriere della Calabria, 20 febbraio 2020
Nella dinamica storica della nostra Repubblica democratica non c'è un organo costituzionale che ha dato miglior prova di efficacia dell'azione e perfetto funzionamento, come la Corte Costituzionale.
Divenuto operativo, dopo l'entrata in vigore della Carta, con un considerevole ritardo, quest'organo costituzionale sembra tuttora essere quello nel migliore stato di salute fra quelli che compongono il corpo giuridico e sociale del Paese.
Ancora di recente la Corte ha, infatti,dato prova di saper intervenire con efficacia in materia di diritti e segnatamente, sul tema della progressività trattamentale in carcere,un tema che ha fatto da sfondo anche a questa iniziativa dell'Anm, su scala nazionale, che ha affrontato da vicino, in unità fra teoria e pratica (secondo l'insegnamento di Savigny), il pilastro della visione costituzionale del carcere, che è poi la funzione rieducativa della pena.
Ecco, in questa marea montante della concezione neoretributiva, espressione di istanze populiste che dominano da tempo la vita del nostro Paese, non è certo cosa da poco che la Corte incontri il carcere per sottolineare che dietro le sbarre pulsa un'umanità dolente che anela a recuperare quote di libertà in ragione dei progressi compiuti attraverso l'osservazione durante il trattamento e,sopratutto, guardando alla partecipazione del detenuto all'opera di rieducazione.
E trovo l'iniziativa, voluta dal Presidente (oggi emerito) Giorgio Lattanzi, assai suggestiva della rigidità dell'indice che la Carta pone a base della valutazione del condannato: non quello presuntivo della cessata pericolosità, sopratutto agganciato a parametri probatori esterni, ma proprio quello della progressione trattamentale non svincolata dalla (anzi incentrata sulla) rieducazione del condannato.
Nell'ambito dell'esecuzione penale non si può,infatti,operare ancorando il giudizio a dati che prescindono dall'osservazione del condannato,dalla sua voglia di riscatto attraverso il trattamento. Così lo Stato vince in misura che non patteggia, non ricatta, non chiede collaborazione in cambio di benefici... ma lavora sul recupero del detenuto ad un rapporto attivo con la comunità dalla quale, col reato, si è potentemente allontanato.
A me pare che il film proiettato ieri all'Auditorium Casalinuovo di Catanzaro - e così autorevolmente commentato - dica in fondo questo: lo Stato democratico non cerca scorciatoie e si concentra, con grande fatica, sul recupero sociale del condannato; esso non conosce la vendetta.
*Avvocato
di Erica Manna
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Nel penitenziario sono attive le classi di grafica dell'istituto Ruffini e il corso per odontotecnici del Gaslini. Nell'ambito del progetto "Libriamoci" un incontro su "La finestra sul mondo: perché leggere i giornali".
Raccontare la frontiera al di là del muro più impenetrabile: quello del carcere. Discutere di immigrazione, e di come i media trattano questi temi: a studenti che certe semplificazioni, e contraddizioni, le hanno vissute sulla propria pelle.
"Anni fa il diverso ero io, che vengo dall'Albania. Adesso è il nero, l'invasore: quasi mi sento discriminato!" "Io sono nigeriano. Quando esci dai percorsi di accoglienza sei solo, non hai soldi, non hai dove dormire. Eppure non hai fatto quel viaggio per niente, ti aspetti di guadagnare".
Marassi: voci degli studenti, seconda sezione. L'incontro di Repubblica con gli allievi dell'Istituto Emanuele Ruffini, detenuti nella casa circondariale che frequentano dalla prima alla quinta superiore, avviene nell'ambito di "Libriamoci a scuola", progetto del Centro per il libro e la lettura promosso in tutta Italia. Il filone scelto dall'insegnante di Italiano e Storia, Tania Del Sordo, è "La finestra sul mondo: perché leggere i giornali".
Il lavoro prende spunto dal libro "La frontiera" di Alessandro Leogrande. In classe, gli studenti hanno letto anche alcuni articoli di Repubblica: racconti da Ventimiglia, servizi dai centri di accoglienza a Genova e in Liguria.
Ci sono state discussioni, anche accese. "In classe si tende a riprodurre una divisione e una diffidenza reciproca basata su gruppi etnici - racconta la professoressa Del Sordo - e portare messaggi alternativi non è facile: spesso per loro è destabilizzante".
La frontiera è mobile: è il termometro del mondo, come scriveva Leogrande. Anche la Liguria ha il suo imbuto, la sua Lampedusa del nord: Ventimiglia, i respingimenti da parte francese, le tensioni al campo Roja. In aula si ripetono i numeri, per contestualizzare il tema: in Liguria sono circa 9 su cento i cittadini stranieri residenti, nonostante l'eco mediatica del tema, come registra il rapporto dell'Associazione Carta di Roma.
E ancora: le conseguenze del decreto sicurezza, con lo smantellamento del sistema Sprar, ora Siproimi, i casi recenti di Sori e di Recco. Gli studenti ascoltano, discutono, fanno domande. In aula ci sono italiani, tunisini, albanesi, nigeriani. Si riflette sui tempi lunghi dell'esame delle richieste di asilo. Ci si interroga sul fatto che tanti fuggono dalla fame, non dalla guerra, e per questo rischiano di vedere la propria domanda respinta.
Qualcuno confessa il sogno di trovare una realtà diversa in Italia, dopo il lungo viaggio dall'Africa: racconta della necessità di guadagnare velocemente, del facile rischio di scivolare nella criminalità. In aula c'è anche Mirella Cannata, anima di Teatro necessario onlus, che nella seconda sezione tiene il corso di arte: in questi giorni sono in corso al Teatro dell'Arca - esempio pionieristico di palcoscenico costruito da zero all'interno di una casa circondariale - le prove per il nuovo spettacolo, "Profughi da tre soldi", da Brecht.
Di nuovo, il tema caldo dell'immigrazione. A Marassi, dove il sovraffollamento è al 139 per cento, come si legge nell'ultimo rapporto di Antigone, la scuola prova a offrire un futuro in un contesto difficile. Qui si trovano le classi di grafica dell'Istituto Ruffini, anche accorpate, perché le iscrizioni avvengono in base alla domanda dei potenziali studenti.
Poi ci sono quelle del Corso professionale odontotecnico e ottico Gaslini Meucci, e ancora la prima alfabetizzazione. Qualcuno è anche iscritto all'Università. "È un carcere di transito, c'è chi arriva e chi esce, e questo rende più difficile la didattica - spiega la professoressa Del Sordo - non è facile, poi, trovarsi con persone che hanno preparazioni così diverse alle spalle. Si naviga a vista, giorno per giorno". Per provare a incrinare questa frontiera. Attraverso l'arma più potente: la cultura.
La Stampa, 20 febbraio 2020
Iniziativa del Lions club in collaborazione con l'Asl per i reclusori di piazza Don Soria e di San Michele. Quattrocento paia di occhiali rigenerati sono stati donati dal Lions club per essere destinati ai detenuti delle due carceri alessandrine: il reclusorio di piazza Don Soria e quello di San Michele. L'iniziativa è in collaborazione con l'Asl. Gli occhiali provengono dal "Centro italiano Lions occhiali usati" di Chivasso, che è uno dei tre centri europei (sono 18 in tutto il mondo) che, spiegano i promotori, "gestisce a livello nazionale la raccolta, la rigenerazione, la classificazione (individuandone la gradazione), la confezione singola e la redistribuzione, anche a livello internazionale, di occhiali usati".
Il centro di Chivasso, di cui sono responsabili Franco Guerra e Luisa Minella, ogni anno rigenera o ricicla (nel caso gli occhiali non siano più riutilizzabili) oltre 350.000 occhiali frutto della raccolta effettuata attraverso la rete dei nei negozi di ottica. Alla cerimonia di consegna sono intervenuti il governatore del Distretto Lions Alfredo Canobbio, il presidente del Lions Tortona Host, Beniamino Palenzona, quello del Lions Alessandria Marengo Host, Walter Giacchero, la direttrice del casa di reclusione di San Michele, Elena Lombardi Vallauri, e il direttore del Distretto Asl di Alessandria Valenza, Roberto Stura.
di Tommaso Frosini
Il Dubbio, 20 febbraio 2020
Autorità senza autorevolezza. È questa una sintesi semplificata della situazione in cui rischiano di trovarsi, da quasi un anno, due autorità amministrative indipendenti: l'autorità garante della privacy e quella delle comunicazioni. Infatti, da meno di un anno entrambi i presidenti e gli otto componenti (quattro per autorità) sono scaduti dal mandato e il Parlamento non sembra intenzionato a sostituirli.
Addirittura e opportunamente, nel caso della privacy, venne aperta una manifestazione di interesse online, sui siti web di Camera e Senato. Arrivarono 300 e oltre curricula. Salvo che dopo il termine di chiusura venne inopinatamente riaperta la call, probabilmente per consentire a qualche "ritardatario" di presentare anch'egli il suo curriculum. Circolano tanti nomi di possibili presidenti e commissari ma la regola, in questi casi, è proprio di evitare di fare circolare il nome giusto per "non bruciarlo", come si dice.
Questa la parte colorita della vicenda. Poi c'è la parte in chiaroscuro, che riguarda la natura e la funzione delle autorità. Che rappresentano e manifestano la vera crisi della rappresentanza politica. La quale ha abdicato al compito di normare su settori strategici della convivenza sociale ed economica delegando a delle autorità, di cui però si cerca di mantenere il controllo attraverso la scelta dei componenti. Si pensi al settore delle comunicazioni, dove ormai tutto viene deciso dall'autorità (Agcom) attraverso una normativa tecnica fatta di delibere, circolari, raccomandazioni che hanno una forza imperativa maggiore della legge.
E poi ancora, le sanzioni economiche, che possono essere emesse nei confronti degli operatori del settore, anche di assai rilevante entità. Per questa sua attività di tipo para- legislativo e para- giurisdizionale, oltre a quella amministrativa riconosciutagli già nella qualificazione dell'organo, hanno acquisito una legittimazione di fatto, magari derivata dal diritto europeo, ma priva di una sua identità costituzionale.
Insomma, le autorità svolgono funzioni e azioni pari ai tre poteri dello stato (legislativo, esecutivo e giurisdizionale) senza però che abbiano un riconoscimento espresso nella Carta costituzionale, sono quindi dei fantasmi costituzionali. Eppure, continuano a fiorire sia pure in maniera differenziata. Concorrenza, comunicazioni, privacy, sciopero, trasporti, energie, mercato della borsa: tutte queste competenze oggi sono delegate a delle autorità, con buona pace della centralità del parlamento.
Ci vorrebbe, piuttosto, un'unica legge che le disciplinasse e soprattutto le razionalizzasse. E che rendesse trasparente la scelta dei suoi componenti, che hanno un compito assai delicato, che comporta una competenza riconosciuta. E invece la scelta è riservata e decisa nelle stanze di ciò che rimane dei partiti, magari in favore di qualcuno che ha perso una sua posizione proprio nel partito e che quindi chiede una sorta di "ricompensa".
In violazione proprio della natura stessa delle autorità che devono essere indipendenti, dai partiti e dalla politica innanzitutto. Mentre invece non sono previsti requisiti per i componenti, se non talvolta una anodina formula di "esperti" della materia.
L'idea di pubblicizzare i curricula degli aspiranti commissari - si è fatto per la privacy ma non per la comunicazione - è buona, a condizione che si apra davvero un dibattito pubblico sulle persone da nominare, magari attraverso una rosa di tecnici da fare audire dalle commissioni parlamentari competenti per materia. La competenza e l'autorevolezza sono gli elementi che devono caratterizzare chi va a svolgere un mandato presso le autorità amministrative indipendenti. Altrimenti queste rischiano di perdere autorità, indipendenza senza fare una buona amministrazione.
di Andrea Pasqualetto
Corriere della Sera, 20 febbraio 2020
Arrestato il comandante libanese del cargo Bana. La procura ligure lo accusa di traffico internazionale d'armi. Testimone, un ufficiale libanese: "Li abbiamo caricati a Mersin, in Turchia, con razzi e mitragliatori, e scaricati a Tripoli".
I verbali. Secondo i documenti di bordo la nave doveva trasportare automobili radiate. Ma da quanto ha raccontato e documentato un ufficiale dell'equipaggio, le cose stavano diversamente. Le vetture, destinate ai mercati del Nord Africa e del Libano, sarebbero state una copertura perché nella stiva c'erano carri armati, mitragliatrici, lanciarazzi ed esplosivi.
"Li abbiamo caricati a Mersin, in Turchia - ha messo a verbale l'ufficiale, una volta sceso a terra al porto di Genova - In Turchia siamo stati due giorni. Poi siamo salpati per la Libia e abbiamo scaricato tutto nel corso di una nottata a Tripoli".
Il comandante del cargo libanese Bana, Joussef Tartoussi, 54 anni, di Beirut, è stato così arrestato a Genova per traffico internazionale d'armi. Mentre il testimone è ora sotto protezione in una località segreta. Sulle ragioni della sua spontanea collaborazione, al momento nulla è dato sapere anche se lo scenario sembra quello di una spy story. Il resto dell'equipaggio, una ventina di marittimi, sono invece rimasti in porto a Genova, a disposizione degli inquirenti.
"Ecco cosa c'era nella stiva" - Polizia di frontiera e Digos, coordinati dai Pm della Dda Marco Zozzo e Maria Chiara Paolucci, hanno sentito più volte il supertestimone. "Ho visto carri armati con cannoni e altri più piccoli senza cannoni. Ho visto camion Mercedes militari, alcuni dei quali dotati di radar. Nei mezzi c'erano anche delle grandi borse. Un soldato turco mi ha detto che contenevano uniformi militari.
Ho visto anche molti sacchi a pelo. Tutte queste cose erano sulla rampa. Nel garage c'erano jeep Mercedes con cannoni anticarro, container con un triangolo giallo e la scritta esplosivo, oltre a mitra, cannoni e razzi...". A suo dire, le tappe in Turchia e poi in Libia non erano previste. Il porto d'arrivo era Genova, dove il cargo avrebbe caricato automobili da portare in Nord Africa e in Libano.
"Gli agenti controllavano a vista" - Il tutto, sempre secondo l'ufficiale libanese, era controllato a vista da una decina di agenti turchi, alcuni militari, altri dei servizi segreti. "Hanno viaggiato con noi fino alla Libia e stavano nel garage vicino ai carri armati... Non erano armati e quando stavano all'interno dei garage non indossavano l'uniforme ma se vedevano qualcuno che usava il telefonino glielo prendevano". La navigazione e l'approdo in Libia. "Dopo essere arrivati a Tripoli nel pomeriggio, abbiamo attraccato... Hanno aperto la rampa e hanno detto a tutti di andare a dormire nelle nostre cabine".
"Mentite sulla Libia" - L'ufficiale turco ha anche rivelato che il comandante avrebbe suggerito all'equipaggio di mentire sulla sosta in Libia. "Dite che lo scalo a Tripoli si è reso necessario a causa di un'avaria". Il sospetto degli inquirenti è che la nave, oggi attraccata al porto di Genova e con la stiva vuota, abbia effettuato più di qualche viaggio fra Turchia e Libia, sempre per trasportare armamenti.
"Il comandante, in concorso con altre persone da identificare, tra le quali militari turchi, hanno portato illegalmente in acque internazionali e poi in Libia, dunque in luogo pubblico, con la Bana, un numero imprecisato di armamenti, ceduti a Tripoli a persone non identificate". Traffico non autorizzato, naturalmente, "e comunque non previsto e non concedibile in virtù del divieto assoluto previsto dalla legge in caso di embargo totale dell'Onu", scrivono gli inquirenti ricordando che la fornitura è stata fatta in aperta violazione del "cessate il fuoco" esistente in Libia.
Le accuse e Haftar - In passato la nave è stata nel mirino del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Un paio d'anni fa avrebbe trasportato pick up blindati a Tobruch, comprati dalle milizie. La Marina francese di recente ha poi confermato che una fregata turca aveva scortato il 29 gennaio una nave con a bordo blindati per il trasporto truppe a Tripoli, confermando così certe accuse dei media vicini al generale Haftar.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 20 febbraio 2020
Dare la cittadinanza a un minore solleva una questione delicata: e cioè il rapporto che il minore ha con la sua famiglia e il suo contesto. La proposta di legge che va sotto il nome di ius culturae si propone di dare la cittadinanza italiana a tutti i giovani immigrati minorenni i quali, anche se non nati nella Penisola, abbiano tuttavia frequentato con profitto qui da noi almeno un ciclo scolastico di cinque anni o un corso di formazione professionale triennale.
Come ho già detto in un articolo precedente, sono personalmente convinto che sia un precipuo interesse dell'Italia avere cittadini di origine diverse da quelle tradizionali del nostro Paese, immigrati o figli di immigrati. Il sospetto alimentato dalla destra che chi sostiene questo lo faccia solo perché conta sui voti di nuovi elettori mi sembra, devo dire la verità, una pura ridicolaggine. Ciò detto penso però che qualunque allargamento del diritto di cittadinanza debba obbedire a due precise condizioni: rispondere a rigorosi criteri di sicurezza e godere del massimo consenso degli italiani. Una legge volta a creare nuovi cittadini non può nascere dividendo quelli che già lo sono.
L'idea di fondo dello ius culturae è chiara: chi ha frequentato un ciclo scolastico o un corso di formazione è già di fatto pienamente integrato nella nostra società. Ma che cosa intendiamo esattamente quando parliamo di integrazione? Intendiamo, immagino, l'inserimento nel contesto sociale, economico e culturale italiano di chi, pur provenendo da un contesto diverso, tuttavia accetta il nostro sistema di vita e i suoi valori caratterizzanti.
È una definizione che non sembra porre problemi. Invece ne pone uno importante, questo: si può accettare il sistema di vita e i valori caratterizzanti di una società, senza praticarli sia pure in parte? In teoria forse sì, ma non credo che sia possibile nella pratica.
Nella realtà delle cose, infatti, non condividere certi valori difficilmente va d'accordo con la loro effettiva accettazione. Mi spiego: se tizio nel proprio ambito familiare non osserva ad esempio i valori di eguaglianza tra uomo e donna e ne pratica invece altri e diversi fondati mettiamo sulla diseguaglianza, sulla totale supremazia del marito sulla moglie, del padre sulle figlie, magari impedendo all'una e alle altre di uscire di casa o di avere certe relazioni sociali, si può ciò nonostante considerare questo tizio integrato con il contesto italiano per il semplice fatto che in pubblico egli non si pronuncia contro le regole di tale contesto e dichiari perfino di accettarle?
Mi sembra difficile rispondere affermativamente. Ma proprio una tale risposta rende inevitabile concludere che accettare un sistema di vita e i valori di una società significa anche praticarli, farli propri. Si è realmente integrati solo se c'è una condivisione di tal genere. Se però le cose stanno così, in che senso si può supporre, ad esempio, che un adolescente di 12-13 anni, per il semplice fatto di avere frequentato un ciclo scolastico quinquennale (ad esempio il primo ciclo della scuola dell'obbligo, la vecchia scuola elementare), e a maggior ragione uno dei tanti corsi triennali di formazione professionale (organizzati, lo ricordo, dalle Regioni e dalle Provincie: si ha un'idea della loro reale natura, della loro povertà culturale?), in che senso si può supporre, dicevo, che un tale adolescente sia virtualmente "integrato" nella società italiana, cioè ne condivida e pratichi i valori? Quale sistema di vita, quali valori può aver mai praticato o praticare a quell'età, che non siano tifare per la Juve, amare gli spaghetti e flirtare con qualche compagna/o? La scuola italiana non ha assolutamente un'impronta identitaria e d'altro canto la lettura della Costituzione unita a qualche discorso edificante sulla medesima non servono certo a molto; nei corsi di formazione poi manca perfino quello.
In realtà, dunque, dare la cittadinanza a un minore solleva inevitabilmente una questione delicata ma non perciò meno cruciale: e cioè il rapporto che il minore stesso ha con il suo contesto, con la famiglia, il peso dell'ambiente familiare. Questione che è tanto più importante sulla base di un innegabile dato di fatto: e cioè che in alcune culture di provenienza di molti immigrati, in particolare in quella islamica, l'influenza ambientale-familiare e quella del circuito dei connazionali/correligionari è tradizionalmente assai forte, spesso totalmente condizionante.
Posto tuttavia che sarebbe impossibile (oltre che probabilmente illegale) qualunque indagine in tali ambiti, non rimane che una conclusione: l'attribuzione della cittadinanza agli immigrati non può avvenire su una base automatica e generalizzata, bensì è consigliabile che avvenga sempre su base individuale e previo accertamento delle qualità specifiche del richiedente (automatico e generalizzato deve essere ovviamente il criterio di accesso a tale accertamento), nonché con un suo impegno adeguatamente formale e solenne. Anche per questo mi sembra che l'attribuzione non possa avvenire che al compimento della maggiore età: così come del resto accade in molti Paesi con antica tradizione di immigrazione e di accoglienza.
Ma proprio quanto fin qui detto sottolinea la necessità che l'Italia adotti al più presto una politica d'integrazione specificatamente rivolta ai giovani e giovanissimi provenienti da altri Paesi: politica che può essere svolta nell'ambito della scuola ma non dalla scuola solamente, che ha già fin troppe cose di cui occuparsi. Quei giovani e giovanissimi, sono una delle fonti preziose del nostro avvenire, con loro abbiamo l'obbligo (e la convenienza) di essere generosi di mezzi e larghi di iniziative.
In che modo? Ad esempio - e naturalmente avendo sempre cura di mettere insieme ragazzi e ragazze e con l'ovvia presenza anche di una quota di giovani italiani - programmando viaggi gratuiti d'istruzione nei luoghi storico-artistici del nostro Paese, organizzando campeggi estivi nei suoi territori più tipici, organizzando brevi soggiorni estivi nelle nostre scuole militari (la Nunziatella, il Morosini), promuovendo concorsi culturali a loro riservati (il migliore racconto, il più bel tema su una figura o un momento di storia italiana), destinando loro ma soprattutto alle ragazze vasti programmi di borse di studio, mandando in onda programmi radiofonici e televisivi a loro dedicati e da loro gestiti.
I modi sono mille, basta pensarci. Manca l'istituzione ad hoc? Si crei. Tra tanti enti inutili e costosi perché non si può pensare ad esempio a un Sottosegretariato alla gioventù dedicato specialmente a questo scopo? Perché la classe politica italiana deve sempre segnalarsi per la sua pochezza, le sue diatribe inconcludenti e la sua vista corta e una volta tanto non prova, invece, a pensare un po' in grande e a guardare un po' più lontano?
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 20 febbraio 2020
Appello dell'Oim: "Si trovino alternative di sbarco sicure". Ocean Viking e Sea Watch 3 con 365 persone a bordo. Federico Soda, capomissione Oim in Libia: "Di 600 detenuti non si sa più nulla". Quattro soccorsi in 48 ore, 385 migranti presi a bordo da due navi umanitarie mentre a Lampedusa continuano gli sbarchi autonomi e la guardia costiera libica riporta indietro altre centinaia di persone. E l'Oim lancia un accorato appello alla comunità internazionale: "Si trovino alternative e meccanismi di sbarco sicuri per i migranti soccorsi in mare e che sono in fuga dalla Libia".
Almeno 200 migranti sono stati riportati a Tripoli poche ore dopo che il porto della capitale libica venisse bombardato. "La Libia non può aspettare", afferma Federico Soda, Capo Missione per l'OIM in Libia.
"È il momento di mettere in atto azioni concrete per assicurarsi che le persone soccorse in mare siano fatte sbarcare in porti sicuri e che il sistema di detenzione arbitrario venga terminato. A dieci mesi dall'inizio del conflitto, in Libia la situazione umanitaria continua a peggiorare. Oltre 2.000 migranti sono ancora detenuti in condizioni drammatiche, e gli operatori umanitari hanno sempre più difficoltà pratiche nel fornir loro assistenza. Nelle prime due settimane di gennaio circa 1.000 migranti sono stati riportati in Libia e 600 di loro sono stati trasferiti in una struttura controllata dal ministero dell'Interno libico.
Di questi migranti non si ha più notizia. Le Nazioni Unite continuano a documentare abusi, torture, sparizioni e condizioni spaventose nei centri di detenzioni libici. È inaccettabile che l'attuale sistema di detenzione sia ancora vigente, nonostante i ripetuti appelli al suo smantellamento e a favore dell'apertura di soluzioni alternative che possano garantire almeno un minimo livello di sicurezza".
Dopo i due soccorsi operati ieri, la Ocean Viking di Msf e Sos Mediterranée ha preso a bordo nel primo pomeriggio altre 92 persone, tra cui diverse donne e bambini (due gemelli di sette mesi e un bimbo di un anno) che erano su un gommone ormai sgonfio vicino ad una piattaforma petrolifera nel golfo di Sabratha. Adesso sono 166 i migranti sulla nave umanitaria che non ha ancora chiesto l'assegnazione di un porto sicuro.
E in 121 sono stati invece recuperati dalla Sea Watch 3. Erano a bordo di un gommone in difficoltà che imbarcava acqua, a circa 24 miglia dalla Libia. Il centralino Alarm phone aveva raccolto il loro Sos e avvisato le autorità competenti. Se dovessero chiedere e ottenere un porto dall'Italia, allo sbarco - così come già avvenuto la scorsa settimana a Messina - i migranti verranno tutti sottoposti ai protocolli per il coronavirus, a differenza di quelli che riescono ad arrivare alla spicciolata a Lampedusa o sulle coste siciliane con i barchini fantasma.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 20 febbraio 2020
L'obiettivo é alzare la pena minima per evitare che possano tornare subito in liberta, soddisfazione delle forze dell'ordine. Arresto immediato, con custodia cautelare in carcere, per gli spacciatori recidivi in libertà, anche se il reato è "di lieve entità". Il Governo pensa a una stretta "per arrestare immediatamente coloro che si macchino di questo reato".
A dare l'annuncio è stata la ministra Luciana Lamorgese, che ha confermato di essere al lavoro su una norma insieme con il collega della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il fenomeno è ben noto ed è da tempo fonte di frustrazione per le forze dell'ordine: pusher seriali trovati a vendere droga dagli agenti vengono portati in caserma, ma il giorno dopo sono di nuovo "al lavoro".
La scappatoia è fornita dai commi 5 e 5 bis dell'articolo 73 del testo unico sulle droghe del 1990 che prevede per i reati di spaccio "di lieve entità" la possibilità di accedere alla sospensione condizionale della pena (reclusione da sei mesi a quattro anni e della multa da euro 1.032 a euro 10.329) e al lavoro di pubblica utilità invece di scontare la pena detentiva. Insieme a Bonafede, ha spiegato Lamorgese, "lavoriamo a una norma per superare l'attuale disposizione dell'art. 73 comma cinque che non prevede l'arresto immediato per questi casi e abbiamo trovato una soluzione che ci convince". L'opzione che si sta mettendo a fuoco è quella di alzare la pena minima per i recidivi in modo che non possano sfuggire all'arresto.
"E stato rilevato il fatto - ha sottolineato la ministra - che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante". Soddisfazione per la novità in cantiere è stata espressa dall'Associazione nazionale funzionari polizia. "Le attività di spaccio al minuto - dichiara il portavoce Girolamo Lacquaniti - sono ormai caratterizzate da venditori di morte che, approfittando dell'attuale normativa, sono in possesso di quantitativi ridotti proprio per evitare il carcere.
Da sempre - prosegue - insistiamo sulla necessità di avere un sistema che garantisca l'effettività della sanzione. L'impegno e il lavoro delle forze di polizia è mortificato dalla impossibilità, di fatto, di applicare misure limitative della libertà personale nei confronti di soggetti sorpresi in flagranza di reato di cessione di stupefacenti, regolarmente rilasciati dopo meno di 48 ore. Ci auguriamo - conclude Lacquaniti - che quanto dichiarato dalla ministra possa trovare attuazione in tempi brevi".
L'introduzione di una nuova norma ha già aperto un fronte alle polemiche politiche. In commissione Giustizia della Camera sono al vaglio due proposte di modifica del Testo unico di stupefacenti: una di + Europa, l'altra della Lega. Per Riccardo Magi, primo firmatario della proposta di +Europa, tra i promotori dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, la norma ipotizzata da Interno e Giustizia creerà ancora più disagi nelle carceri.
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 20 febbraio 2020
La ministra dell'Interno Lamorgese annuncia una nuova norma studiata con il ministero della Giustizia per evitare che i pusher fermati almeno due volte dalle forze dell'ordine tornino immediatamente liberi. Arresto immediato, con custodia cautelare in carcere, anche per chi spaccia piccole quantità di sostanze stupefacenti. Obiettivo: punire chi viene fermato, rilasciato e riprende a spacciare poche ore dopo.
Ad Ancona, dove ha incontrato i familiari delle vittime della strage della Lanterna azzurra di Corinaldo, la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese annuncia una stretta nella lotta alla droga. Una modifica al codice penale che - se dovesse essere approvata - farebbe rischiare la cella ai pusher, molti giovanissimi, che vengono utilizzati come pusher nelle piazze dello spaccio. L'arresto scatterebbe dopo il secondo fermo, quindi alla contestazione della recidiva.
"Il provvedimento predisposto una norma per superare l'attuale disposizione dell'articolo 73 comma cinque che non prevede l'arresto immediato per i casi di spaccio di droga - ha detto Lamorgese - Abbiamo fatto un tavolo di lavoro con il ministero della Giustizia e abbiamo trovato una soluzione che convince sia noi sia la Giustizia, dando la possibilità di arrestare immediatamente con la custodia in carcere coloro che si macchiano di questo reato".
"È stato rilevato il fatto che arrestare, senza custodia in carcere, e il giorno dopo vedere nello stesso angolo di strada lo spacciatore preso il giorno prima, incide anche sulla demotivazione del personale di polizia che tanto si impegna su questo versante e vede la propria attività essere posta nel nulla quando il giorno dopo li ritroviamo nello stesso posto", ha aggiunto la ministra dell'Interno raccogliendo le segnalazioni di diversi Comitati per l'ordine e la sicurezza pubblica e gli allarmi sull'abbassamento dell'età dei consumatori.
"Accogliamo con particolare favore l'ipotesi normativa predisposta dal ministero dell'Interno che consentirà l'applicazione di misure cautelari in carcere per chi spaccia sostanze stupefacenti indipendentemente dalla quantità ceduta. I dati in nostro possesso sono allarmanti non solo e non tanto per quanto riguarda l'uso di stupefacenti ma anche e soprattutto per il dilagare del suo consumo tra i più giovani - il commento dell'Associazione nazionale funzionari di Polizia.
L'impegno ed il lavoro svolto quotidianamente dagli appartenenti alle forze di polizia nelle piazze dello spaccio di tutti i centri urbani è infatti oggi mortificato dalla impossibilità, di fatto, di applicare misure limitative della libertà personale nei confronti di soggetti sorpresi in flagranza di reato di cessione di stupefacenti e regolarmente rilasciati dopo meno di 48 ore".
Plauso anche dal sindacato di polizia Siap. "L'applicazione di misure cautelari in carcere per chi spaccia sostanze stupefacenti indipendentemente dalla quantità ceduta è una misura che accoglieremo con soddisfazione", dice Pietro Di Lorenzo, segretario provinciale del Siap di Torino.
In commissione Giustizia della Camera è intanto arrivata la proposta di modifica del Testo unico di stupefacenti, primo firmatario Riccardo Magi di + Europa tra i promotori dell'Intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, sottoscritta da parlamentari di tutti i gruppi di maggioranza.
"Dai dati contenuti nel decimo Libro bianco sulle droghe del giugno 2019 emerge che il 30 per cento degli ingressi in carcere nel 2018 è stato causato da imputazioni o da condanne per spaccio - dice - Sebbene a quasi trent'anni dall'approvazione del testo unico degli stupefacenti l'impianto repressivo e sanzionatorio che lo ispira non abbia impedito l'aumento della circolazione di sostanze stupefacenti e continui a essere il principale veicolo di ingresso nel sistema della giustizia e nelle carceri, le risposte che vengono da destra continuano ad andare nella stessa, fallimentare direzione.
Al contrario la nostra proposta riporta il trattamento sanzionatorio in un alveo di proporzionalità, in linea con i principi costituzionali e infine differenzia il regime sanzionatorio in funzione della diversa natura della sostanza, al fine di graduare il trattamento punitivo in relazione alla gravità delle condotte. Si prevede inoltre che non è punibile chi coltiva un numero limitato di piante di cannabis finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti a un uso esclusivamente personale".
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