di Federico Rampini
La Stampa, 25 febbraio 2020
Il mondo sta facendo le prove generali di come vivere senza la Cina. L'Europa le farà su come vivere senza l'Italia? Le conseguenze economiche del coronavirus sono già pesanti. Rischiano di aggravarsi ad ogni impennata del contagio, con le inevitabili misure di quarantena che isolano intere zone del mondo.
È cominciato quando Xi Jinping - dopo aver colpevolmente censurato per un mese le notizie - ha deciso di bloccare la vita sociale ed economica di 60 milioni di persone, attorno alla città-focolaio di Wuhan: un importante centro siderurgico e metalmeccanico, definita "la Chicago cinese".
Poi il resto del mondo ha dovuto proteggersi dalla Cina, imponendo un isolamento che cancella dalla mappa terrestre un mercato di viaggiatori da 150 milioni di voli annui. Altri cominciano a prendere provvedimenti altrettanto drastici in casa propria: la Corea del Sud cinge un cordone sanitario attorno a una delle sue maggiori metropoli. Il Giappone scivola verso una recessione. Questo accade dopo due anni in cui l'America aveva già tentato di avviare un decoupling, un divorzio economico e tecnologico dalla Cina. Non solo con la guerra dei dazi di Donald Trump o con le pressioni sugli europei contro il 5G di Huawei.
In realtà tutto l'establishment americano, incluso il partito democratico e l'intellighenzia progressista, hanno rivisto radicalmente i propri giudizi sulla Cina di Xi Jinping: sinistra e destra la considerano un rivale minaccioso, la cui ascesa va fermata prima che sia troppo tardi. Il coronavirus è un cataclisma che nessuno poteva prevedere, neppure nei suoi sogni più selvaggi Trump avrebbe immaginato un simile colpo sferrato alla superpotenza avversaria. Sta di fatto che l'emergenza sanitaria accelera quelle prove generali di decoupling o de-strutturazione della globalizzazione.
Il clima da guerra fredda, già percepibile l'anno scorso, sta peggiorando. La dice lunga l'incidente diplomatico attorno al Wall Street Journal, culminato con l'espulsione dalla Cina di tre corrispondenti di quel quotidiano. L'antefatto è un editoriale pubblicato nella pagina dei commenti del Wall Street Journal, a firma di uno storico autorevole, Walter Russell Mead. La tesi di Mead - ampiamente diffusa negli Stati Uniti - è che il coronavirus mette a nudo la debolezza di un regime autoritario, che censurando le cattive notizie ha danneggiato il proprio popolo e ha esportato una malattia nel resto del mondo.
Il titolo che il giornale ha dato a quell'intervento, "La Cina è il vero malato dell'Asia", ha fatto infuriare Xi Jinping. Il governo cinese ha accusato il Wall Street Journal di riesumare pregiudizi razzisti dell'Ottocento, il mito del "pericolo giallo". La reazione di Xi è stata spropositata, con l'espulsione dei tre giornalisti, prontamente condannata dal Dipartimento di Stato americano. È una spirale che nessuno sembra in grado di fermare.
Da una parte l'istinto autoritario di Xi lo porta a vedere ovunque complotti contro la Cina, e a reagire peggiorando la propria immagine internazionale. Xi ne approfitta anche per rimangiarsi le promesse fatte a Trump su un aumento delle importazioni agricole dall'America. Sul fronte opposto, negli Usa si rafforza una visione negativa della Cina che sembra precludere un ritorno alla competizione costruttiva dei trent'anni precedenti.
Il tono dei commenti sulla stampa americana è sferzante, vedi l'ultimo sul Wall Street Journal a firma del presidente di Next Di gital, Jimmy Lai: "Non c'è vaccino per il coronavirus, ma questa malattia rivela una verità che pone un rischio maggiore per Xi: non c'è cura per il comunismo cinese se non il crollo del partito".
I costi economici? Non si contano più le grandi fiere cancellate per tenere fuori i potenziali visitatori dalla Cina (che comunque verrebbero bloccati agli aeroporti). Apple è stata la prima delle mega-imprese americane ad annunciare un ribasso nei risultati economici, sia per la caduta delle vendite sul mercato cinese sia perché le sue fabbriche cinesi non forniscono la produzione attesa. I settori produttivi cominciano a prendere le misure del danno: dopo i trasporti e il turismo anche l'auto e il farmaceutico, l'elettronica e l'abbigliamento.
Perfino chi è scarsamente presente in Cina, non vi ha fabbriche né reti commerciali, scopre che nei propri prodotti sono incorporati componenti che venivano da là e scarseggiano. Trent'anni di globalizzazione, fondati sul dogma dell'apertura dei mercati e della complementarietà, hanno costruito catene produttive e logistiche così complesse che si fa fatica a districare il groviglio, a estrarne la parte cinese e farne a meno.
Amazon, che domina il commercio online in Occidente, non sa esattamente quanta parte dei 100 milioni di prodotti che mediamente tiene nei suoi magazzini siano destinati a scarseggiare per qualche interruzione nei flussi dalla Cina. Le prove generali per smontare la globalizzazione ora rischiano di trasferirsi su scala minore anche in Europa, dopo che l'area più produttiva d'Italia è colpita. Le prime reazioni dalla Francia o dall'Austria indicano che rischiamo di diventare i cinesi d'Europa. Le due superpotenze rivali su una sola cosa reagiscono all'unisono.
In Cina la banca centrale ha ripreso a pompare credito a buon mercato, e il governo prepara piani d'investimenti pubblici per attenuare la crisi. In America la Federal Reserve è pronta a ridurre nuovamente i suoi tassi, e il Congresso potrebbe varare un bilancio espansivo. L'Italia e l'Europa erano già in stagnazione prima dello shock da coronavirus, hanno bisogno di reagire senza indugi: dopo aver salvato le vite umane bisogna occuparsi del tenore di vita, del lavoro e del reddito di tutti.
piacenzasera.it, 24 febbraio 2020
"In Italia ci sono complessivamente oltre 60 mila 700 persone detenute. Gli stranieri sono poco meno di 20mila ed i cinesi ristretti in carceri italiane sono circa 225 secondo gli ultimi dati al 31 dicembre 2019.
agenzianova.com, 24 febbraio 2020
Il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, informa che le misure messe a punto nel Consiglio dei ministri di ieri per l'emergenza coronavirus sono improntate alla "cautela" che "vale, ovviamente, per la protezione delle donne e degli uomini che lavorano nella giustizia".
di Liana Milella
La Repubblica, 24 febbraio 2020
Il coronavirus cambia anche il destino del decreto intercettazioni in Parlamento. Perché il centrodestra - che pure lo avversa in tutti i modi - s'interroga sulla già programmata strategia dell'ostruzionismo alla Camera per bloccarne l'entrata in vigore entro il 29 febbraio perché teme contraccolpi sul piano dell'immagine.
di Emilio Pucci
Il Messaggero, 24 febbraio 2020
Un ministro tra il serio e il faceto azzarda una battuta: "Questa storia ha salvato il governo". Anche un big renziano avalla la stessa tesi: "Resteremo sulle nostre posizioni ma non credo che il confronto proseguirà con lo stesso livore. Anzi".
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 24 febbraio 2020
Cassazione - Sezione V penale - Sentenza 2 gennaio 2020 n. 4. La responsabilità del compartecipe per il fatto più grave rispetto a quello concordato, materialmente commesso da un altro concorrente, integra il concorso ordinario ex articolo 110 del codice penale, se il compartecipe ha previsto e accettato il rischio di commissione del delitto diverso e più grave, mentre configura il concorso anomalo ex articolo 116 del codice penale, nel caso in cui l'agente, pur non avendo in concreto previsto il fatto più grave, avrebbe potuto rappresentarselo come sviluppo logicamente prevedibile dell'azione convenuta facendo uso, in relazione a tutte le circostanze del caso concreto, della dovuta diligenza.
Così la Cassazione con la sentenza 2 gennaio 2020 n. 4 in una fattispecie nella quale correttamente erano state contestate anche al correo, a titolo di concorso morale, le lesioni provocate materialmente dall'altro correo alla vittima.Risultava dimostrato, infatti, che l'azione era stata programmata per realizzare il sequestro di persona della vittima, per indurla a confessare un furto, e, dinanzi alla resistenza opposta dalla vittima, l'evoluzione dell'azione criminosa era uno sviluppo del quale i compartecipi avevano quantomeno accettato il rischio, considerando le modalità violente della condotta - posta in essere attivamente da entrambi i correi - diretta a sequestrare la persona offesa, costringendolo a salire sull'auto; sicché le lesioni personali erano state, appunto, correttamente ascritte, a titolo di concorso morale, anche al correo, diverso dall'autore materiale delle stesse.
In tema di concorso di persone nel reato - È affermazione pacifica quella secondo cui, in tema di concorso di persone nel reato, la responsabilità del compartecipe (cosiddetto "concorso anomalo") richiede, innanzitutto, l'adesione di tutti a un reato concorsualmente voluto e un evento diverso che costituisce altro reato, voluto e cagionato certamente da uno dei concorrenti nel reato voluto da tutti; si richiede, inoltre, un rapporto di causalità psichica tra la condotta dei compartecipi che hanno voluto solo il reato concordato e l'evento diverso voluto e cagionato da altro concorrente. Occorre, cioè, che il reato diverso deve potersi rappresentare, nei suoi elementi essenziali, alla psiche del concorrente, come sviluppo logicamente prevedibile e possibile del reato concordato e voluto.
Da ciò consegue il fatto che, qualora l'evento diverso, materialmente cagionato da uno dei concorrenti, non sia rimasto nella sola prevedibilità, ma sia stato ragionevolmente non solo previsto concretamente, ma anche accettato come rischio pur di realizzare l'obiettivo concordato da tutti, si versa non nell'ipotesi del "concorso anomalo", ma in quella del concorso "pieno", atteso il significativo contributo di rafforzamento "morale" all'azione criminosa dell'autore materiale, "appoggiato" dalla consapevole condotta del concorrente nel reato voluto rispetto alla realizzazione dell'evento diverso materialmente posto in essere dal predetto autore di tale reato. In questa ottica ricostruttiva, è altrettanto pacifico l'assunto secondo cui la responsabilità del compartecipe può essere esclusa solo quando il reato diverso e più grave, voluto e cagionato da uno dei concorrenti nel reato voluto da tutti, si presenti come "evento atipico", dovuto a circostanze eccezionali e del tutto imprevedibili, non collegato in alcun modo al fatto criminoso su cui si è innestato, oppure quando si verifichi un rapporto di mera occasionalità, idoneo a escludere il nesso di causalità.
Il Dubbio, 24 febbraio 2020
Il forzista Costa ritira gli emendamenti in materia di prescrizione e la commissione Giustizia dà l'ok alle nuove norme. Oggi il voto alla Camera. Salvini: "Follia parlare di intercettazioni". "Noi pensiamo che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al Parlamento ci sono altre priorità".
di Tobia De Stefano
Libero, 24 febbraio 2020
Intervista all'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dell'Unione delle camere penali. "Centinaia di condannati con rito per direttissima potranno essere perseguiti per tutta la vita. Sui legali Davigo dice falsità".
Un giorno appare in tv, pronto a battagliare con i grillini come se fosse un politico di professione, l'altro lo si vede sullo stesso piccolo schermo, impeccabile, rispondere in punto di diritto al magistrato di riferimento dei Cinque Stelle, Piercamillo Davigo. Il principe del foro del "garantiamo" contro l'eroe dei "giustizialisti".
Il presidente dell'unione delle Camere penali, Gian Domenico Caiazza, è l'avvocato del momento. Ha scritto, manifestato, scioperato e inveito contro la riforma Bonafede, quella che abolisce la prescrizione dopo la sentenza di primo grado. La considera un abominio dello stato di diritto che umilia le garanzie dell'accusato e adesso aspetta di capire come andrà a finire la disputa parlamentare dalla quale dipende il futuro del governo giallorosso.
Avvocato Caiazza, un pronostico?
"Più che quello che penso io, le posso riportare quanto detto da Renzi che due giorni fa è intervenuto alla nostra inaugurazione dell'anno giudiziario".
Prego...
"Nella sostanza, che non finirà nel modo auspicato da Bonafede".
Cioè?
"Renzi ci ha detto che finirà nell'unico modo che ha un senso dal punto di vista giuridico, con il cosiddetto lodo Annibali, la sospensione dell'efficacia della prescrizione voluta da Bonafede in attesa di una riforma della giustizia che accorci i tempi dei processi".
Vedremo. Intanto dall'inizio del 2020 la nuova prescrizione è in vigore...
"Appunto e sta già facendo danni gravissimi. Chi a gennaio o febbraio è stato condannato con rito direttissimo non ha più la garanzia che il suo processo abbia un termine, può essere perseguito per il resto dei suoi anni. E non parliamo di pochi casi, bensì di centinaia al giorno. Ma il danno peggiore sta nel principio di quella norma che umilia le normali garanzie di un indagato e mina le fondamenta dello stato di diritto".
Mi scusi ma lei ha mai parlato di tutto questo con il ministro Bonafede?
"Certo, più di una volta. E devo riconoscergli una certa coerenza. Nel senso che qualsiasi argomento gli venga posto lui segue sempre con grande attenzione e poi risponde che è il rappresentante del popolo e che quel popolo gli ha dato il mandato di abolire la prescrizione, senza mai entrare però nel merito della questione che gli è stata prospettata".
Davigo accusa voi avvocati di essere tra le cause principali dei tempi lunghi del processi perché usereste tutti "i trucchetti" del mestiere per arrivare alla prescrizione...
"E Davigo dice una cosa falsa, perché con le norme in vigore dal 2006 tutte le istanze di rinvio o impedimento che possono essere proposte dai legali (malattia, astensione, ecc.) comportano la sospensione dei termini di prescrizione. Insomma, se fino a quindici anni fa gli avvocati avevano degli strumenti per portare un processo verso la prescrizione, oggi non ce li hanno più".
Mi scusi, ma vuol dirmi che Davigo ignora queste norme?
"Assolutamente no. E visto che non le ignora penso solo che dia una rappresentazione distorta dalla realtà che parte da una visione ideologizzata del diritto. Tant'è che quando lui parla della percentuale altissima di appelli e impugnazioni che ci sono in Italia si dimentica di dire che i tre quarti delle prescrizioni arrivano prima della sentenza di primo grado. Quindi, appelli e impugnazioni degli avvocati non c'entrano nulla".
Resta il fatto che i processi In Italia durano troppo..
"Certo, ma la colpe non è degli avvocati. Bisogna lavorare su altre criticità del sistema".
Ce le dica...
"Bisogna per esempio ridurre il numero dei dibattimenti. In Italia si fanno solo dibattimenti e pochi patteggiamenti e riti abbreviati".
Perché?
"Perché evidentemente sono poco appetibili, bisognerebbe renderli più "convenienti"... Negli Stati Uniti, per dire, dove l'azione penale è discrezionale, è possibile patteggiare anche per un solo reato, l'omicidio per esempio, mentre la procura rinuncia a perseguirne altri come può succedere per la rapina nella quale è avvenuto l'omicidio. Poi va potenziata la funzione da filtro dell'udienza preliminare".
E perché non si va in questa direzione?
"Beh, con il precedente governo (Lega-Cinque Stelle) ci stavamo lavorando, innalzando i limiti delle pene patteggiabili e potenziando il rito abbreviato, con quello attuale mi sembra che invece si stiano facendo passi indietro".
Ma lei crede che basterebbero queste riforme per portare i processi in Italia a una livello di durata ragionevole?
"No, ma migliorerebbero di certo la situazione. Poi c'è il vero grande tema, come accennavo prima, cioè quello dell'obbligatorietà dell'azione penale".
Dovremmo eliminarla?
"Già oggi l'azione penale non è obbligatoria in assoluto, nel senso che c'è un potere discrezionale, quello delle procure che decide quali processi hanno la priorità rispetto ad altri e quindi di conseguenza quali vertenze debbano essere indirizzate verso la prescrizione".
Quindi?
"Quei pm non rispondono a nessuno di quelle scelte di politica criminale, e questo è democraticamente inaccettabile. Dunque quel potere di scelta deve essere dato al parlamento che dirà di volta in volta quali sono i reati che vanno perseguiti prioritariamente rispetto ad altri, rispondendone davanti al corpo elettorale".
Avvocato, non è che tra poco la ritroviamo in politica?
"Guardi, ho avuto diverse volte questa possibilità e non l'ho sfruttata quando avevo 30 anni, si figuri se mi interessa adesso che ne ho più di 60 anni".
Glielo aveva proposto Pannella...
"Certo, me l'aveva proposto Marco, ma la mia priorità restava la professione legale. Oggi purtroppo non vedo politici di quel livello. C'è un vuoto di rappresentanza della cultura liberale... un vuoto che per il bene del Paese deve essere riempito nel più breve tempo possibile".
di Alessia Zabatino
L'Espresso, 24 febbraio 2020
Quando alcune persone e gruppi non vengono considerati da parte dei policy maker si prepara il terreno alle disuguaglianze economiche e sociali. Perché i singoli e i gruppi non riconosciuti così scompaiono dai disegni delle politiche pubbliche.
Il nostro Paese è ingiusto. I dati sulla disparità di reddito, di ricchezza, di accesso ai servizi fondamentali e in generale le disuguaglianze economiche e sociali rendono inconfutabile questa percezione nel senso comune. Sono queste le responsabili dell'ingiustizia sociale? Ne sono sicuramente le componenti più visibili e le più facili da misurare. C'è però una terza dimensione dell'ingiustizia sociale sulla quale poco si dice e su cui quasi nulla si fa, che spesso anticipa le altre due: la disuguaglianza di riconoscimento.
Le disuguaglianze di riconoscimento si manifestano quando il ruolo, i valori e le aspirazioni di alcune persone e gruppi non vengono considerati da parte della collettività e dei policy maker. Si prepara così anche il terreno alle disuguaglianze economiche e sociali perché i singoli e i gruppi non riconosciuti non hanno alcun potere negoziale e scompaiono dai disegni delle politiche pubbliche. Pensiamo agli abitanti di quartieri e aree fragili e marginali o ai lavoratori e alle lavoratrici di settori poco presenti nel dibattito politico come il settore agricolo, culturale o quello dell'industria meccanica. Le disuguaglianze di riconoscimento alimentano un senso di esclusione e di mancanza di rispetto per la dignità personale che può generare paure, risentimenti e rabbia, avvicinando le fasce sociali non riconosciute a chi è fautore di politiche autoritarie.
Rispetto alle altre forme di disuguaglianza, quelle di riconoscimento sono più difficili da misurare e concettualizzare, per questo appare più complicato intervenire per mitigarle. Appare, ma non lo è: per iniziare, basterebbe attivare processi partecipativi quando si progettano politiche e pratiche per lo sviluppo territoriale e il miglioramento della qualità della vita. Oggi si percepisce spesso un velo di scetticismo sui processi partecipativi, cioè al rapporto binario tra rilevazione dei bisogni e disegno di una risposta soddisfacente.
Diversi processi di questo tipo si sono rivelati degli esercizi di stile, nei quali l'innovazione di una risposta soddisfacente è stata connessa più al metodo che alla qualità e all'attuazione degli esiti del processo, riproponendo inoltre le gerarchie sociali dominanti nell'anagrafica dei partecipanti, lasciando fuori le fasce sociali deboli e non riconosciute. È vero anche, però, che i processi partecipativi, a determinate condizioni, hanno avuto e hanno ancora un enorme potenziale di attivazione della visione comune, del desiderio e della capacità di trasformazione delle persone e dei luoghi, rivelano possibilità, costruiscono capacità collettive, cioè opportunità che nascono grazie all'azione congiunta e all'intelligenza collettiva.
Alcune storie recenti in Italia lo testimoniano a diverse latitudini. Nel 2004 il piano di gestione dei rifiuti della Regione Sicilia decide che nella Valle del fiume Simeto verrà costruito un inceneritore. Nell'area, già provata da scarichi illegali nel fiume e discariche abusive, la comunità locale si mobilita per controproporre una via diversa per lo sviluppo locale. L'università di Catania, chiamata a supporto, facilita un processo partecipativo che coinvolge centinaia di cittadini in una mappatura di comunità, la quale disegna una rappresentazione condivisa dello stato attuale e del futuro possibile (priorità e progetti) della valle. La comunità locale è talmente compatta in questo percorso che gli amministratori sottoscrivono un Contratto di Fiume, cioè un protocollo giuridico per la rigenerazione ambientale del bacino idrogeografico di un corso d'acqua, come strumento di tutela attiva del territorio.
La costruzione dell'inceneritore viene così bloccata e il contratto di fiume apre la strada per una nuova fase di sviluppo dell'area, che ha trovato risorse economiche nella Strategia Nazionale per le Aree Interne e che oggi viene portata avanti dal Presidio partecipativo del patto di fiume Simeto con una leadership di giovani che ha scelto di non emigrare e di dare vita a startup e progetti per la tutela del territorio.
Nel 2017, nella provincia di Bari, ActionAid Italia, in collaborazione con Labsus, laboratorio per la sussidiarietà, sperimenta una progettazione partecipata di servizi di welfare comunitario con le braccianti agricole, le amministrazioni locali, alcune imprenditrici e organizzazioni del terzo settore. Il progetto si chiama Cambia Terra e ha l'intento di creare con le braccianti le condizioni per un cambiamento della loro condizione di esclusione socio-economica, attivando anche strumenti per la fuoriuscita dai sistemi illegali di sfruttamento.
Il processo di progettazione partecipata fa emergere che basta apportare piccoli cambiamenti a servizi esistenti (come gli orari degli asili) o facilitare l'accessibilità a servizi (come l'assistenza socio-sanitaria) oppure ancora creare dei servizi (come il trasporto verso i luoghi di lavoro) per migliorare la qualità del lavoro agricolo. Il prototipo di Cambia Terra funziona al punto che, con la collaborazione del Consiglio Nazionale per la Ricerca in Economia Agraria, nel 2018 è stato replicato in Cambia Terra Sud che allarga il progetto ad altre aree rurali di Puglia, Basilicata e Calabria.
Sono due storie diverse, ma dalla matrice comune, che mostrano come i processi di partecipazione incidano sulle disuguaglianze di riconoscimento perché aprono spazio all'autodeterminazione degli individui e delle comunità ai margini riconoscendo legittimità al loro sguardo, formando capacità progettuale, redistribuendo potere decisionale.nPerché ciò avvenga bisogna però riconoscere che si può lavorare sulle disuguaglianze di riconoscimento solo se si mettono da parte le forme usuali di programmazione e controllo, introducendo buone dosi di flessibilità.
I centri urbani sono spaccati al loro interno: disoccupazione, accesso ai mezzi pubblici, scuole e molto altro differiscono immensamente da una zona all'altra. I progetti per cambiare non mancano, ma la politica li ignora. Nei processi partecipativi raccontati si è deciso prima cosa fare e poi come farlo cioè quante e quali risorse economiche usare e quali iter burocratico-amministrativi seguire, inventandone di nuovi se necessario.
Questo ha permesso di evitare una predeterminazione degli esiti e una reale attuazione di ciò che il processo partecipativo ha generato. Inoltre si riconosce una persona o un gruppo non solo se si invitano a partecipare, ma quando i tempi e i luoghi della partecipazione sono per loro comodi e si prende in considerazione ciò che esprimono al pari di un sapere tecnico, dando loro il tempo di vivere a fondo spazi di libertà di espressione e dunque anche di confronto e conflitto. Così le politiche e le azioni co-progettate fanno lievitare il senso di comunità e la fiducia.
Per tutte queste ragioni, una delle 15 proposte per la giustizia sociale del Forum Disuguaglianze Diversità riguarda il disegno e l'attuazione di strategie di sviluppo "rivolte ai luoghi" nelle aree fragili e nelle periferie basate su una forte partecipazione di tutti gli abitanti, combinando il miglioramento dei servizi fondamentali con lo sviluppo economico e nuove opportunità date da un utilizzo giusto e sostenibile delle nuove tecnologie. Diverse amministrazioni si sono alleate per l'attuazione della proposta, i lavori sono in corso, nuove storie stanno per arrivare.
La Nuova Sardegna, 24 febbraio 2020
Rispetto allo scorso anno, e a diversi giorni di distanza dalla data dell'evento, sono stati già venduti 200 kit in più. Ma l'obiettivo, da adesso in poi, è quello di venderne altri 300 per segnare un nuovo piccolo record di vendite nel nome della solidarietà e della lotta contro la violenza sulle donne.
All'avvio della sesta edizione della "Corsa rosa" che si terrà domenica prossimo 8 marzo, organizzata, come sempre, dall'Atletica amatori Nuoro presieduta da Tonino Ladu, mancano due settimane ma tra vendita delle magliette e del kit e una valanga di nuovi iscritti, le premesse sin da ora promettono decisamente più che bene.ù
E spunta anche qualche nuova adesione del tutto speciale. Un gruppo di detenuti del carcere di Badu e Carros, infatti, proprio in queste ore ha deciso di dare il suo contributo all'evento chiedendo e ottenendo di poter essere presente, il giorno della manifestazione, con un banchetto in piazza Vittorio Emanuele dove i detenuti potranno vendere le loro creazioni. Quelle che hanno realizzato durante i laboratori che organizza l'insegnante Pasquina Ledda.
Ci saranno anche loro, dunque, domenica 8 marzo, in piazza, a dare una mano alla causa della Corsa rosa. Il ricavato della "Corsa Rosa" sarà devoluto a tre associazioni: l'associazione L'Isola che non c'è di Nuoro, l'associazione trapiantati Aitf Nuoro-Ogliastra, e l'associazione italiana sclerosi laterale amiotrofica Nuoro. I kit si possono acquistare in diversi negozi della città ma un punto vendita, nei prossimi giorni, potrebbe essere sistemato anche nella hall dell'ospedale San Francesco.
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