di Antonella Napoli
Il Dubbio, 15 gennaio 2020
La rassegnazione degli abitanti, l'incuria del mondo. Maele, pesa poco più di due chili. È nata venerdì scorso ad Haiti, alla vigilia dell'anniversario di uno dei più devastanti terremoti dell'ultimo secolo, quello che il 12 gennaio del 2010 polverizzò Port-au-Prince, la capitale, e devastò gran parte dell'isola. La sua nascita è un piccolo miracolo in un paese con la mortalità materna e infantile più alto della regione.
Circa 500 donne muoiono di parto ogni 100mila bambini nati, come ricorda la presidente di Medici senza Frontiere Claudia Lodesani che dieci anni fa era ad Haiti a prestare i primi soccorsi alla popolazione. Venerdì scorso Maele è venuta alla luce proprio in un'ambulanza di Msf dopo che sua madre era stata rifiutata da tre ospedali. Gli operatori che l'avevano soccorsa si sono fermati in un parcheggio. Ed è li che la giovane, in pieno travaglio, ha partorito.
Il Sistema Sanitario haitiano è al collasso. La scossa di 7 gradi Richter, oltre a causare la morte di 230mila persone che lungo una diagonale di 25 chilometri in direzione ovest- sud- ovest non ebbero scampo, distrusse il 60% delle strutture ospedaliere. Da allora, nonostante la corsa agli aiuti umanitari dei primi mesi, poco è stato fatto per la ricostruzione materiale e sociale dell'isola caraibica.
Gli annunci del post-terremoto, su tutti il "built back better" promesso in prima persona da Bill Clinton, nominato dalle Nazioni Unite commissario speciale per la ricostruzione, organismo che aveva quali principali Stati donatori gli Usa, si sono ben presto affievoliti.
Un decennio dopo il sisma, l'unico dato tangibile è l'imbarazzante e pressoché totale disinteresse della comunità internazionale verso il destino di milioni di sfollati. Nella tragedia della devastazione ciò che più colpisce, passeggiando lungo le strade ancora piene di crepe e di buche di Port-au-Prince, è la mancanza di speranza tra la gente. La rassegnazione, impastata con la rabbia e la disperazione, è palpabile.
Lontana dai riflettori, che restano spenti anche nell'anniversario di uno dei disastri naturali più gravi della storia, Haiti è segnata da una forte ondata di violenza dovuta a fattori politici e socioeconomici che hanno acuito la già grave crisi nel Paese che nel 2018 aveva portato al rincaro dei prezzi del carburante. In migliaia da mesi scendono in piazza per chiedere le dimissioni del presidente Jovenel Moise. A conferma della gravità della situazione la preoccupazione espressa dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per l'impasse politica in cui si trova Haiti.
L'Onu ha chiesto con decisione alle autorità haitiane di avviare un dialogo inclusivo e aperto per formare un nuovo governo che "risponda ai bisogni del popolo che non può più attendere". I ripetuti scontri e l'insicurezza crescente hanno determinato la chiusura di scuole e università. Stessa sorte per gli ospedali, quelli attivi operano al minimo. Al moltiplicarsi delle manifestazioni di massa sono seguite repressioni brutali da parte delle forze di sicurezza con centinaia di morti.
Non c'è forma di dissenso che si manifesti senza violenza. Il tutto ha portato a un aumento significativo dell'uso delle armi. Nell'ultimo anno Medici Senza Frontiere, tra le poche organizzazioni che continuano a operare sul campo e che il 12 gennaio del 2010 ha perso 12 operatori, ha trattato migliaia di pazienti con ferite da arma da fuoco. arrivati nel centro per le cure d'emergenza nella baraccopoli di Martissant.
Numeri impressionati, il doppio rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Le tensioni sono in crescendo e quasi ogni giorno si susseguono violenze non solo nella capitale ma anche in altre grandi città, come Les Cayes e Gonaïves. Il declino costante del potere d'acquisto degli haitiani causato dalla svalutazione della moneta, in un contesto di stallo delle istituzioni e di una corruzione dilagante, ha ridotto alla totale povertà la maggioranza della popolazione.
"I manifestanti hanno eretto barricate nelle strade principali. racconta Lindis Hurum, capomissione di Msf a Haiti - Rabbia, paura e disperazione sono palpabili ovunque. Le strade di Port-au-Prince, normalmente trafficatissime, adesso sono vuote perché gli abitanti hanno paura di improvvise esplosioni di violenza. Nessuno si sente al sicuro, incluse le nostre équipe mediche, che hanno affrontato gravi incidenti di sicurezza".
L'organizzazione, nonostante il clima sempre più violento renda difficile l'azione di sostegno al sistema sanitario pubblico, fornisce assistenza con i pochi fondi, lo staff e il materiale a disposizione. La mancanza di sicurezza limita i movimenti del personale medico e il trasporto di attrezzature, sangue e medicinali. "Questa crisi ha ulteriormente indebolito una situazione sanitaria già fragile, aumentando potenzialmente il tasso di mortalità - sostiene Hurum. Da un lato, non ci sono abbastanza medici, farmaci e forniture essenziali come ossigeno ed elettricità. Dall'altro aumentano i pazienti che non possono permettersi di andare in strutture private. Ci sono tutti gli elementi per un disastro umanitario irreversibile".
Gli operatori lavorano giorno e notte per salvare vite in un contesto molto teso che mette a repentaglio la loro stessa incolumità "Quando arrivano i pazienti, li stabilizziamo e forniamo le prime cure, ma non siamo un ospedale e abbiamo bisogno di un'organizzazione efficace di trasferimenti per assicurare assistenza medica più avanzata a pazienti con traumi multipli" conclude il coordinatore del centro di Martissant, uno dei pochi pronto soccorso aperti 24 ore su 24. La grave crisi politica ed economica ad Haiti ha messo a dura prova l'intero sistema sociale sanitario del Paese, già ridotto ai minimi termini. Senza le ong internazionali che operano sul campo l'isola sarebbe totalmente abbandonata a se stessa.
di Monica Fantauzzi
Il Dubbio, 14 gennaio 2020
Era il 1994, quando, per la prima volta, cinque bambini uscirono dal carcere romano di Rebibbia femminile per vedere il mare. Alcuni di loro non volevano scendere dal pullman, altri, i due più temerari, si fiondarono sulla sabbia cercando di raccoglierne il più possibile. Lí, accovacciata sul bagnasciuga, c'era una donna. La sua storia iniziava molti anni prima, ma quel giorno avrebbe incrociato quella di altre donne, alcune delle quali oggi sono libere, altre ancora recluse.
di Giorgio Cremaschi*
La Repubblica, 14 gennaio 2020
"Salumi e formaggi tagliati a fettine sottili dello spessore massimo di due millimetri confezionate in fettine non sovrapposte... fettine di carne cotta sottili massimo 0,5 cm non panate... niente banane e arance... frutta secca solo sgusciata e confezionata ma solo noci nocciole e mandorle". Sono alcune delle tante prescrizioni in vigore nelle carceri italiane, in questo caso per chi vuol far avere cibo a detenuti che non possano mangiare quello fornito dallo stato.
Nicoletta Dosio ha 73 anni ed è vegetariana, dal 31 dicembre è reclusa alle Vallette di Torino e tra tutte le difficoltà e i problemi di un carcerato ha dovuto anche affrontare quello di come nutrirsi rispettando i propri principi e la propria salute. Nicoletta stessa sarebbe la prima a dire che c'è ben altro di cui discutere sulle carceri italiane, tuttavia a volte sono le privazioni più piccole che ci fanno capire quanto siano pesanti le più grandi.
In Italia ci sono 60.000 carcerati per 47.000 posti carcere, questo vuol dire che 13.000 reclusi non hanno luogo dove stare e devono occupare ed affollare spazi e servizi fondamentali di altri. I detenuti negli ultimi due anni hanno ripreso a crescere, mentre i delitti più gravi sono tutti diminuiti, tranne gli omicidi sul lavoro, per i quali nessuno è in carcere oggi, e la violenza familiare sulle donne, che però non ha un corrispondente incremento di reclusioni. Questo vuol dire semplicemente che la "giustizia" è più dura con chi venne condannato, ma chi viene condannato? Soprattutto i poveri.
Tutto questo lo dicono le statistiche ufficiali, che aggiungono che un terzo dei detenuti sono migranti Questo non vuol dire affatto che abbia ragione Salvini, ma al contrario che c'è una vasta persecuzione repressiva e giudiziaria per chi non sia tutelato dalla cittadinanza. Negli USA gli afroamericani affollano le carceri in misura ben maggiore di quanto compongano la popolazione libera; ma solo razzisti e reazionari affermano che sia colpa della maggiore propensione a delinquere di chi ha la pelle nera. Se una minoranza è sovra rappresentata in carcere, vuol dire che il sistema la perseguita e le leggi di Minniti e Salvini sono lì a spiegarlo.
Il carcere non dovrebbe essere una vendetta, ma una punizione scontata la quale si dovrebbe avere il diritto e le possibilità di tornare a pieno titolo nella società. Invece sempre le statistiche ci dicono che il 97% di coloro che entrano in carcere ci sono già stati, cioè il carcere in Italia non ha educato e redento nessuno. Il circuito del carcere è come la trappola della precarietà sul lavoro, se ci si entra è difficilissimo uscirne. Più di 1000 reclusi ogni anno cercano di uscire da questo circuito tentando il suicidio, più di 50 ci riescono. Oltre 10000 recluse e reclusi, uno su sei, si infliggono ferite perché non reggono le condizioni delle nostre carceri.
La popolazione carceraria italiana è oggi fatta di poveri, emarginati, esclusi e di ribelli all'ordine esistente, come in una prigione del 1800. E anche le condizioni carcerarie sono sempre più quelle di un'altra epoca. Qualche giovane ingenuo e generoso compagno, dopo l'arresto di Nicoletta Dosio mi ha chiesto quale indirizzo email e quali social avesse in carcere per scriverle. Siamo così abituati ad avere internet nelle nostre vite che non riusciamo a concepire più una relazione sociale senza di essa. In carcere internet in tutte le sue forme non è permessa e neppure telefonare si può. Si scrivono e si ricevono lettere di carta sottoposte a controllo.
Insomma il carcere è il carcere e quello italiano è al di sotto dei livelli di giustizia e civiltà che normalmente si proclamano. La civiltà di un paese si misura dalle sue carceri, disse per primo Voltaire, oggi possiamo dire che da noi il degrado del sistema pubblico e quello delle carceri vanno di pari passo. Così come si distruggono servizi e diritti sociali, così la prigione torna ad essere il luogo ove la società cancella la questione sociale e la trasforma in ordine pubblico e detenzione. Non vorrete che si spendano soldi per le carceri quando non li abbiamo per gli ospedali, urlano reazionari. Noi vorremmo spendere più soldi per carceri ed ospedali ma i conti pubblici non lo permettono, affermano liberali. E alla fine con entrambi in galera c'è sempre più gente, in condizioni sempre peggiori.
Nicoletta Dosio era consapevole di tutto questo quando ha deciso di rifiutare le misure alternative e di affrontare il carcere. Perché un sistema che condanna lei e altri undici No-Tav a complessivi diciotto anni di reclusione per aver tenuto 30 minuti le sbarre alzate dell'autostrada, facendo passare gratis gli automobilisti. Un sistema, che con un danno complessivo accertato di 700 euro, commina un anno di pena ogni 37 euro di mancati incassi autostradali, è un sistema che sempre più scivola verso lo stato di polizia. E gli stati di polizia sono ingiusti e feroci non solo nelle condanne, ma anche nelle condizioni nelle quali i condannati devono espiarle.
Per questo Nicoletta Dosio ha detto no agli appelli, pur in ottima fede, affinché le sia concessa la grazia. Perché non considera il suo un caso individuale, ma la punta ed il risultato di un processo politico contro tutto il movimento No-Tav. E perché c'è troppa gente condannata per reati che in fondo sono solo un aspetto della questione sociale. E infine perché tutto il sistema carcerario italiano oggi sta sprofondando nell'inciviltà. Mentre c'è già chi propone come soluzione conclusiva la privatizzazione delle carceri, come è già avvenuto per i servizi sociali e le autostrade; e come e già negli Stati Uniti.
Nicoletta ha invece proposto che ci si mobiliti per una amnistia sociale che liberi dalla reclusione chi è stato condannato per aver lottato o anche solo per aver reagito illegalmente a povertà ed emarginazione. Bisogna costruire una grande mobilitazione democratica, che chieda l'abrogazione dei decreti e delle leggi liberticide assieme alla ricostruzione di un sistema carcerario civile, corrispondente alla ricchezza reale del paese. Ma questa ricchezza è in poche mani si dirà, appunto, una ragione ed uno scopo in più per redistribuirla. La lotta di libertà di Nicoletta Dosio va avanti in carcere.
*Potere al Popolo
di Bruno Tinti
Italia Oggi, 14 gennaio 2020
Si applicherebbe la sostanza di sentenze della Consulta. Non solo quando sono relative a reati gravi ma anche quando riguardano pubblici ufficiali. Certe volte i casi più miserabili inducono a riflessioni di maggiore levatura.
È il caso di alcune intercettazioni del noto Luca Palamara, già sostituto procuratore della Repubblica, già Presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati (Anm), già componente del Csm, recentemente sospeso dalla magistratura per una serie di sconcezze. Le malefatte del Palamara sono venute alla luce grazie a intercettazioni telefoniche che hanno permesso di individuare altri suoi degni compari. Da ultimo tale Marco Mancinetti, giudice anche lui e anche lui, al momento, componente del Csm.
Si lamenta, il Palamara, di scarsa riconoscenza (cosa si aspettasse non so) da parte di Mancinetti, essendosi egli adoperato nell'interesse del figlio di lui, desideroso di intraprendere studi di medicina presso l'Università Tor Vergata di Roma e tuttavia respinto con perdite essendo giunto 3.820tesimo ai test di ammissione. Motivo per il quale la famiglia Mancinetti pensò di aggirare il problema, facendolo iscrivere all'Università Cattolica del Buon Consiglio di Tirana (Albania, già meta di altri illustri rampolli, tipo il Trota Bossi, peraltro laureatosi in diversa e privata università albanese).
Anche qui tuttavia era richiesto il superamento di un test di ammissione. Intervenne dunque il Palamara, sfruttando la sua conoscenza con Giuseppe Novelli, rettore dell'Università romana di Tor Vergata con la quale quella albanese era convenzionata. Ottenne un appuntamento al quale si presentò in compagnia della madre del Trota bis, Annamaria Soldi, che (per non farci mancare niente) è sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione. Dopodiché il ragazzo superò il test, se per merito suo o dell'intreccio di relazioni su descritte non è dato sapere. Tanto risulta dalle intercettate affermazioni di Palamara. Come ho detto, un ordinario miserabile caso di raccomandazioni. Forse un po' meno ordinario perché attivamente partecipato da magistrati che (si ritiene) dovrebbero essere adusi a respingere sdegnosamente iniziative del genere se loro rivolte a causa e nell'esercizio delle loro funzioni.
Insomma, vi piacerebbe un giudice che, avvicinato da un amico di un amico che gli proponesse di assolvere questo o quel delinquente, rispondesse "Vedemo che se po' fa"? Ma non è di questo che voglio scrivere. L'importante è che qui, come altrove, si pone il problema della utilizzabilità delle intercettazioni. E sarebbe bello, per una volta, avere le idee chiare: poi ognuno potrebbe trarre consapevoli conclusioni.
Sulla utilità in funzione anti criminale delle intercettazioni nessuno può obbiettare alcunché. Le intercettazioni incastrano, c'è poco da dire. E, come spiegato dalla Corte costituzionale (366/1991), l'esigenza di repressione dei reati corrisponde "a un interesse pubblico primario, costituzionalmente rilevante, il cui soddisfacimento è assolutamente inderogabile", interesse che giustifica "anche il ricorso a un mezzo dotato di formidabile capacità intrusiva, quale l'intercettazione telefonica".
E però c'è un però. Sempre la Corte, nella stessa sentenza, ricorda che, ex articolo 2 della Costituzione, "il diritto a una comunicazione libera e segreta è inviolabile" e che, ex art. 15, "non può subire restrizioni o limitazioni se non in ragione dell'inderogabile soddisfacimento di un interesse pubblico primario costituzionalmente rilevante". Si tratta del ben noto problema del contemperamento di due principi costituzionali, l'applicazione di uno dei quali inevitabilmente travolge il secondo.
Come è noto, la questione è stata risolta in modo, tutto sommato, logico: quando i fatti criminali sono di rilevante gravità, si sacrifica il principio della riservatezza; quando sono di minore gravità, si sacrifica l'interesse alla repressione della criminalità. Naturalmente la battaglia si è spostata sulla identificazione dei criteri che conducono a definire di maggiore o minore gravità i fatti criminali in questione; e qui mi pare si sia trascurato un punto fondamentale della questione.
Il fatto è che la maggiore o minore gravità di un reato non dipende solo dall'aspetto oggettivo del fatto ma anche dalle qualità personali dell'autore di questo. Lo si capisce bene se si ricorda che il codice penale prevede alcune aggravanti di natura soggettiva, cioè attinenti alla persona del reo (articolo 61). Sicché sarebbe ragionevole che le intercettazioni fossero consentite anche in funzione delle qualità personali di chi ha commesso un reato che, in astratto, non le consentirebbe: no per il comune cittadino, sì per chi riveste particolari funzioni.
Il che del resto trova un puntuale aggancio costituzionale nell'articolo 54 della Costituzione (I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore), ragione per la quale quel bilanciamento tra principi costituzionali, così ben descritto dalla Corte nella sentenza 336/91, dovrebbe essere applicato anche quando entrasse in gioco quest'ultimo principio.
Le conseguenze sarebbero devastanti per i pubblici ufficiali di tipo palamaresco. Bisogna sapere che, a norma dell'articolo 270 codice di procedura penale, "I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento di delitti per i quali è obbligatorio l'arresto in flagranza"; quelli più gravi insomma, quelli per cui il bilanciamento si sposta sulla repressione invece che sulla tutela della privacy.
Una recentissima sentenza della Cassazione a Sezioni unite (51/2020), ne ha però estesa l'utilizzabilità ai casi di cui all'articolo 12 del codice di procedura (se dei reati per cui si procede gli uni sono stati commessi per eseguire o per occultare gli altri); sempre che questi reati rientrino tra quelli per cui le intercettazioni sarebbero ammesse. Ebbene, cosa osterebbe a ritenere ammissibili le intercettazioni nei casi in cui questi reati, ancorché non gravissimi per i cittadini ordinari, fossero commessi da persone che si sono assunti il compito di svolgere funzioni pubbliche nell'interesse della collettività? Quale tradimento dei principi costituzionali potrebbe essere più grave di questo? E perché dunque non garantirsi una repressione penale più efficace in questi casi?
Alla fine, il comportamento di Palamara, Mancinetti e soci non è soltanto miserabile come lo sarebbe per ognuno di noi. È gravissimo perché commesso da persone che hanno scelto, pensate in po', di amministrare giustizia, di imporre ai cittadini le loro scelte tra ciò che è giusto e ciò che non lo è; e che - verosimilmente - svolgono le loro funzioni con lo stesso disgustoso opportunismo proprio della loro vita privata. E dovrebbero restare impuniti per un presunto rispetto della loro squallida privacy?
chiesadimilano.it, 14 gennaio 2020
La cosiddetta "riforma" Bonafede dimentica secoli di storia e di riflessione culturale. "È noto che nel Paese di Acchiappacitrulli per svuotare le carceri si facevano le amnistie, cioè si cancellavano i carcerati e si rilasciavano i malandrini" (Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, capitolo 19, in fine).
di Ermes Antonucci
Tempi, 14 gennaio 2020
Intervista a Gian Domenico Caiazza (Ucpi): "L'abolizione della prescrizione è controproducente e dannosa. E colpirà i cittadini anonimi". "Con la riforma della prescrizione si sancisce in modo formale un principio barbarico, cioè che il cittadino debba rimanere in balìa della giustizia penale, sia come imputato che come persona offesa del reato, fino a quando e se lo Stato avrà modo di definire la sua posizione processuale.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 14 gennaio 2020
Prescrizione, sfuma l'ultima chance di abolire la riforma. Patto con gli alleati: modifiche al decreto sicurezza in cambio del voto contrario dei dem al ddl Costa in Commissione Giustizia.
Dal conclave di Contigliano si solleva una fumata bianca. È sulla prescrizione: un argomento caldissimo, a dispetto del gelido convento reatino in cui sono chiusi ministri, parlamentari e dirigenti Pd. Nelle segrete stanze dell'abbazia circola, come nella suggestione di Umberto Eco, il nome della rosa: un patto segreto cui tutti i convenuti giurano fedeltà.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 14 gennaio 2020
Tra i punti chiave dell'intesa nella maggioranza anche controlli sui tempi dei giudizi. Possibile l'azione disciplinare contro i magistrati negligenti. Sospensione temporanea (e non blocco definitivo) dei termini per gli imputati assolti in primo grado. Meccanismo di controllo sul rispetto dei tempi che può condurre all'azione disciplinare contro il magistrato negligente.
di Fausta Chiesa
Corriere della Sera, 14 gennaio 2020
Parte alla fine del mese nel carcere di Civitavecchia il progetto di formazione professionale "Mi riscatto per il futuro", frutto di un protocollo d'intesa che il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede e l'amministratore delegato di Enel Francesco Starace hanno firmato il 18 dicembre nella sede del ministero.
Il progetto punta a realizzare programmi formativi qualificanti per far acquisire competenze spendibili nel mondo del lavoro. "In particolare - spiega Vincenzo Lo Coscio, responsabile dell'Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti, istituito nel novembre scorso dal ministero - saranno organizzati corsi di specializzazione per avviare i detenuti ad attività di lavoro nel mondo dell'elettricità: per esempio, saranno formati per diventare elettricisti.
Un lavoro spendibile, dove è richiesta una formazione particolare". li tavolo operativo si riunirà a breve e il progetto entrerà nel vivo a fine gennaio con la selezione dei detenuti e poi a febbraio con il corso. Dopo il carcere di Civitavecchia, sarà esteso ad altri istituti penitenziari del Lazio e poi alle altre regioni.
"Con il progetto - ha commentato l'amministratore delegato di Enel Francesco Starace - proponiamo una formazione professionale in linea con la rapida evoluzione del mondo del lavoro. E questo per favorire un'uscita più rapida dalla "zona grigia", quella tra l'uscita dal carcere e il reinserimento nella società civile". Terminato il corso, i detenuti potranno cominciare a lavorare già all'interno delle carceri.
"Ricordo che le luci nelle carceri sono accese giorno e notte - spiega Lo Cascio. Intendiamo tra l'altro lavorare con Enel per rendere più efficiente l'illuminazione". L'interesse del ministero e del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria è quello di ridurre il rischio di recidiva e favorire il reinserimento dei detenuti nella società.
"Il nostro impegno - ha dichiarato Bonafede - non mira solo alla rieducazione del detenuto ma comprende anche la sicurezza della collettività perché, quando un detenuto esce dal carcere, grazie a progetti come questo difficilmente torna a delinquere".
piacenzasera.it, 14 gennaio 2020
È stato siglato ieri, lunedì 13 gennaio, il rinnovo della convenzione triennale tra l'Amministrazione comunale e il Tribunale di Piacenza - su delega del Ministero della Giustizia - per la regolamentazione del lavoro di pubblica utilità. L'accordo, firmato presso la sede di vicolo del Consiglio dal presidente Stefano Brusati e dal sindaco Patrizia Barbieri, prevede l'inserimento negli uffici comunali di 35 persone ogni anno, per lo svolgimento di un servizio non retribuito a favore della collettività.
Come stabilito dal decreto legislativo 274/2000 e dalle successive integrazioni, tale opportunità può essere richiesta dall'imputato come pena alternativa per alcune tipologie di reati (tra cui le violazioni agli articoli 186 e 187 del Codice della Strada) o configurarsi, in base alla legge 67 del 2014, come parte integrante del periodo di "messa alla prova" con sospensione del procedimento giudiziario, in caso di reati che comportino la sola pena pecuniaria o pena detentiva non superiore ai 4 anni, nonché per gli illeciti individuati dall'articolo 550, comma 2, del Codice Penale.
Negli otto anni trascorsi dall'attivazione del progetto, avviato nel 2011, sono state destinate al lavoro di pubblica utilità o alla messa in prova presso il Comune di Piacenza 265 persone, che senza percepire alcun compenso hanno prestato servizio - chi per alcune decine di ore, chi per diversi mesi - in via prioritaria, come prevede la convenzione, nei settori afferenti alla sicurezza e all'educazione stradale, nonché in attività di manutenzione stradale, tutela del patrimonio ambientale e verde pubblico, beni culturali, musei, turismo e biblioteche, tutela dei beni comunali, servizi alla persona e al cittadino. Nell'affidamento della mansione, si prendono in considerazione anche le esperienze professionali e le attitudini lavorative, verificate nel corso di un colloquio conoscitivo preliminare.
"Grazie alla consolidata collaborazione tra l'Amministrazione comunale e il Tribunale di Piacenza - sottolineano il sindaco Patrizia Barbieri e il presidente Stefano Brusati - si dà continuità a un progetto di forte valenza sociale, improntato a promuovere la cultura della legalità e del rispetto delle regole di convivenza civile. Attraverso l'impegno in attività a beneficio della comunità locale, si valorizza la consapevolezza e l'assunzione di responsabilità, nei confronti della collettività, da parte dei cittadini coinvolti. Nel contempo, si concretezza un costruttivo percorso di riabilitazione e recupero che può contribuire a prevenire situazioni di disagio e conseguenti difficoltà di reintegrazione, sia sotto il profilo occupazionale, sia nelle relazioni interpersonali".
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