di Piero Sansonetti
Il Riformista, 16 gennaio 2020
Le fake news inondano i social. Già. Le fake news, spesso, inondano anche i giornali. Non ci stupiamo più. Alle volte leggiamo le prime pagine e pensiamo che la metà delle cose scritte non sono verificate, o addirittura son propaganda. Forse però c'è da stupirsi almeno un po' se una Corte d'Appello solennemente giura che anni e anni di indagini, e di processi, e di gigantesche e potenti campagne di stampa - guidate da qualche Procura - e ore infinite di trasmissioni televisive, tutto questo è stato prodotto e alimentato da fake news create e sostenute, a voce altissima, da un gruppetto di Pm un po' arruffone. Fake news di Stato. O di palazzo. O di palazzo di Giustizia.
E poi giura che la storia della trattativa Stato-Mafia, quella che ha portato a condanne infamanti contro alti ufficiali dei carabinieri con la carriera gloriosa, come il generale Mori e il colonnello De Donno e il generale Subranni, e anche Marcello Dell'Utri, era una storia di fantasia. Anzi, di più: di una fantasia impazzita, perché non si limitava a modificare la storia reale ma la rovesciava, facendo passare per amici della mafia alcuni uomini che invece alla lotta alla mafia hanno dedicato la loro vita.
È successo esattamente questo, capite? Le motivazioni con le quali la Corte d'Appello di Palermo ha mandato assolto l'ex ministro Calogero Mannino - democristiano, accusato di essere stato il cervello e il motore della trattativa Stato-Mafia, e anche di essere un amicone dei corleonesi - non solo riabilitano Mannino e proclamano "l'inconsistenza e l'incongruenza e l'illogicità" del lavoro dei Pm, ma smantellano tutta la teoria della trattativa Stato-Mafia. Diciamolo meglio: spiegano come quello che un gruppetto di magistrati aveva scambiato per trattativa era il contrario esatto: "un'azione investigativa di polizia giudiziaria" pensata e realizzata con l'obiettivo di arrestare Totò Riina, cioè il capo della mafia.
Proprio così: la Corte d'Appello, nelle motivazioni della sentenza che ha depositato l'altra sera, conferma la sentenza di primo grado (di assoluzione piena), sostiene che le obiezioni dell'accusa sono "infondate illogiche e incongruenti", spiega che Mannino non trattò con la mafia ma al contrario contrastò la mafia, e per questo si guadagnò l'inimicizia delle cosche, afferma in modo drammaticamente solenne che non ci fu alcuna "violenza o minaccia ad un corpo politico o istituzionale dello Stato". E questa frase, testuale, è molto importante perché è esattamente questa ("violenza o minaccia...") l'accusa che era stata rivolta a Mannino, ai Ros e a Dell'Utri dalla Procura di Palermo, e precisamente prima dal Pm Ingroia e poi dal Pm Di Matteo. Poi i due processi si indivisi.
Mannino ha chiesto il rito abbreviato, e finalmente è arrivato a sentenza di secondo grado e a completa e tardivissima riabilitazione. I carabinieri e Dell'Utri invece sono andati a processo senza rito abbreviato e sono stati condannati in primo grado per un reato che ora la Corte d'appello definisce inesistente e per una trattativa anche questa negata da un collegio giudicante. Ora come si può serenamente continuare il processo di appello contro Dell'Utri e i carabinieri - che è in corso alla Corte d'Appello di Palermo - se la stessa Corte d'Appello ha già detto che quelle accuse sono fantasiose e incongruenti? Dovremo alla fine assistere a una sentenza politica che stabilisce che alcune persone sono colpevoli di qualcosa che una Corte ha accertato non essere mai avvenuta? E questo solo per provare a incastrare in qualche modo Berlusconi? Beh, è un po' troppo persino per la magistratura italiana, no?
Le motivazioni della sentenza d'appello vanno ancora oltre le cose che abbiamo scritto fin qui. Parlano di Paolo Borsellino. E rovesciano il teorema Di Matteo. Di Matteo sostiene che Borsellino fu ucciso perché stava opponendosi alla trattativa Stato-Mafia condotta dai carabinieri dei Ros (dal generale Mori, in primo luogo). Questa sentenza sostiene il contrario. Dice che Borsellino si fidava solo dei Ros, e che pochi giorni prima di morire aveva voluto incontrare il generale Mori per avere notizie sul dossier Mafia-Appalti, preparato da Mori (su input e sotto la direzione di Falcone) nel quale si puntava il dito contro molte aziende del Nord e anche contro alcuni politici.
Borsellino voleva mandare avanti quel dossier e non si fidava della procura di Palermo, né del procuratore Giammanco né dei suoi sostituti (alcuni dei quali ancora in attività). E infatti chiese a Mori di vedersi in caserma e non in Procura. La storia (quella vera) racconta che pochi giorni dopo questo incontro, e mentre stava per prendere in mano quel dossier, Borsellino fu ucciso e la sua scorta sterminata. E che la Procura di Palermo, pochi giorni dopo, archiviò il dossier Mori. Forse Mori ha pagato carissimo per quel dossier, così fastidioso.
Le motivazioni della sentenza di Palermo dicono: se volete risolvere i misteri di quegli anni lasciate stare la trattativa, scavate qui. E cercate di capire perché polizia e settori della magistratura depistarono le indagini su Borsellino, e perché cancellarono il dossier mafia-appalti, e forse bisognerà capire come è successo che la punta di diamante della lotta contro la mafia, e cioè il colonnello Mori (che poi fu quello che catturò Riina, dando un colpo mortale a Cosa Nostra) fu addirittura mandato sotto processo sulla base di accuse strampalate. Ha ragione Mannino, che dice nell'articolo sul Riformista, che ora, per fortuna, non esiste più la storia scritta da Ingroia e Caselli. E santificata da stampa e Tv. E la storia vera qual è? È troppo tardi per stendere un velo sulle fake e provare a ricostruire la verità di quei tragicissimi anni? Forse, purtroppo, sì.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 16 gennaio 2020
Corte di cassazione, sentenza 15 gennaio 2020, n. 1432. La richiesta di rinvio a giudizio dell'ente, per illecito ammnistrativo, interrompe la prescrizione. La Cassazione, con la sentenza 1432, accoglie il ricorso del Pubblico ministero, contro la decisione della Corte d'Appello che aveva dichiarato di non doversi procedere, per avvenuta prescrizione, contro la persona fisica e un'altra società coinvolta nei fatti contestati.
Conclusione estesa alla Srl parte del procedimento come previsto dal Dlgs 231/2001, sulla responsabilità ammnistrativa degli enti. Una decisione, ovviamente, corretta per la società che riteneva di aver giustamente beneficiato della sentenza di assoluzione della compagine che aveva impugnato, per ragioni non personali e dunque valide anche per la Srl, finita nel mirino della pubblica accusa.
La Cassazione accoglie però il ricorso del procuratore generale. I giudici chiariscono che, in tema di responsabilità da reato delle persone giuridiche, la richiesta di rinvio a giudizio per l'ente, in quanto atto di contestazione dell'illecito "interrompe per il solo fatto della emissione, la prescrizione e ne sospende il decorso dei termini, fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio".
Nello stesso giorno la Suprema corte affronta ancora il tema della 231 (sentenza 1420) per affermare l'impossibilità di applicare all'ente la norma sulla non punibilità per particolare tenuità del fatto. Ancora una volta i giudici di legittimità accolgono la tesi del Pm contro l'assoluzione ai sensi dell'articolo 131-bis, di una Società in nome collettivo, in relazione al reato di recupero illecito di rifiuti speciali commesso dal suo legale rappresentante.
La Cassazione ricorda che la responsabilità dell'impresa ha natura autonoma, rispetto a quella penale della persona fisica che commette il reato presupposto. La sua "colpa" va dunque affermata, anche nel caso in cui l'autore del reato non sia stato identificato, non sia imputabile o anche quando il reato sia estinto per una causa diversa dall'amnistia.
Per questo il giudice deve procedere comunque all'autonomo accertamento della responsabilità amministrativa della persona giuridica, nel cui interesse il reato è stato commesso. Circostanza incompatibile con la non punibilità per particolare tenuità del fatto.
di Adriano Agatti
La Provincia Pavese, 16 gennaio 2020
Il corpo del 43enne riverso a terra in una pozza di sangue l'allarme dato da un altro recluso che tornava dalla doccia. Il compagno di cella lo ha trovato riverso sul pavimento in un lago di sangue. Un detenuto del carcere di Torre del Gallo, Andrea Nobile, 43 anni, della provincia di Lecco, è morto poco dopo la caduta dal suo letto nonostante la rianimazione effettuata dal personale del 118. Un decesso i cui contorni non sono stati chiariti con certezza. Ieri sera il personale della scientifica ha eseguito un sopralluogo all'interno della cella che si trova nella sesta sezione, quella riservata ai detenuti comuni.
L'ipotesi principale è che il 43enne sia stato colpito da un malore e sia caduto dalla branda battendo la testa contro un spigolo. Questo potrebbe spiegare l'abbondante perdita di sangue. Ma è solo un'ipotesi che dovrà essere verificata dall'inchiesta che è stata affidata alla polizia penitenziaria. Il compagno di cella è stato interrogato a lungo ma sembra che non abbia nulla a che fare con il decesso. Anzi è stato proprio lui a chiamare le guardie.
La tragedia è avvenuta, ieri pomeriggio vero le 16.30, nel reparto che ospita i detenuti comuni del carcere di Torre del Gallo. Un istituto penitenziario già provato per l'incendio di una cella avvenuto domenica pomeriggio all'ottava sezione. Qui siamo nella sesta. Da una prima ricostruzione della tragedia sembra che Andrea Nobile, originario della provincia di Lecco, fosse rimasto solo nella sua cella.
Il compagno era appena uscito per fare la doccia. Una giornata tranquilla senza problemi particolari per la sesta sezione. Per spiegare quello che è successo dopo si possono fare delle ipoteso perché non ci sono testimoni. Il detenuto potrebbe essere caduto dalla branda e aver battuto la testa sul pavimento oppure su qualche spigolo. In ogni caso è rimato svenuto sul pavimento della sua cella. Lo ha visto, per primo, proprio il compagno di cella che è rientrato dalla doccia. L'altro detenuto ha chiamato gli agenti della Polizia penitenziaria. Gli agenti sono entrati e si sono resi conto che il 43enne era in fin di vita.
castedduonline.it, 16 gennaio 2020
"È emergenza funzionari giuridico-pedagogici (educatori) e personale amministrativo nella Casa Circondariale di Cagliari-Uta dove tra trasferimenti e pensionamenti l'Istituto Penitenziario "Ettore Scalas" rischia di non poter garantire l'indispensabile efficienza amministrativa e la costante attenzione per il reinserimento sociale dei detenuti. La situazione critica si aggiunge alla carenza del personale penitenziario e perfino del Direttore che, com'è noto, deve gestire anche la Colonia di Isili, il carcere di Lanusei e l'Ufficio Contenzioso del Prap.
Insomma aldilà del senso di abnegazione di ciascuno la crisi c'è e si fa sentire". Lo sostiene Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme" sottolineando che "i funzionari giuridico-pedagogici sono ormai ridotti a un numero del tutto inadeguato alla realtà delle persone private della libertà. Sono infatti solo 7, compresa una figura in part-time".
"Dal 16 dicembre scorso - osserva Caligaris - lo storico capo area Claudio Massa, ha vinto il concorso e ha ottenuto il trasferimento in un'altra sede della Penisola. L'incarico è stato assunto dalla dott.ssa Giuseppina Pani che, ovviamente, dovrà occuparsi a tempo pieno di tutte le problematiche relative al suo nuovo ruolo. Fra qualche mese inoltre andrà in pensione un'altra colonna dell'area educativa dell'Istituto con la conseguenza che gli operatori, salvo un immediato intervento del Ministero, resteranno solo 5 a fronte di una presenza di detenuti che supera costantemente il numero regolamentare di 561 per raggiungere e superare spesso la soglia dei 590". In queste condizioni ciascun funzionario è messo a dura prova dovendo non solo organizzare le attività di recupero sociale e culturale dei detenuti ma anche inoltrare le istanze alla Magistratura di Sorveglianza e predisporre le relazioni di sintesi per tutte le diverse esigenze dei singoli".
"Di non minore peso - rileva ancora la presidente di Sdr - è la situazione degli impiegati amministrativi, molti dei quali prossimi alla quiescenza. Spesso si ignora il ruolo determinante di queste figure professionali che hanno il compito di rendere fruibili i diritti di tutte le componenti del sistema a partire dagli Agenti della Polizia Penitenziaria. Se non si provvede immediatamente questa carenza può determinare il blocco totale delle attività. Un problema questo che non riguarda solo la Casa Circondariale di Cagliari ma anche gli altri Istituti ed in particolare le Colonie".
"Nel formulare gli auguri di buon lavoro alla Capo Area Educativa Pani, esprimiamo l'auspicio che, in attesa dell'espletamento di concorsi, si rivedano le piante organiche e si stabiliscano criteri rispondenti a una gestione razionale del personale. Se il sistema non funziona infatti si creano situazione di disagio che si ripercuotono negativamente sui delicati equilibri tra le diverse componenti. Resta poi grave e irrisolta la questione dei Direttori. Dieci Istituti Penitenziari non possono essere gestiti solo da 4 persone che devono fare centinaia di chilometri - conclude Caligaris - per garantire l'ordinario in una realtà dove tutto è straordinario e richiede eccezionale attenzione e dedizione".
padovanet.it, 16 gennaio 2020
L'associazione "Gruppo Operatori Carcerari Volontari" celebra gli oltre quarant'anni di attività con un convegno, sabato 18 gennaio, dalle ore 10:00, nella sala Anziani di Palazzo Moroni.
L'incontro, intitolato "La funzione rieducativa all'interno del carcere, contributi di volontariato" e moderato dallo scrittore Livio Ferrari prevede, dopo i saluti di benvenuto del Sindaco e della presidente dell'associazione Ludovica Tassi, gli interventi di Giovanni Tamburino, direttore dell'ufficio Studi del Dap e coordinatore nazionale dei Magistrati di sorveglianza, Giovanni Maria Pavarin, già presidente del Tribunale di Sorveglianza di Venezia, Giorgio Ronconi, fondatore e presidente onorario del Gruppo operatori carcerari volontari, Claudio Mazzeo, direttore della Casa di Reclusione di Padova, e di Attilio Favero, referente Ocv per il Polo Universitario.
L'associazione Gruppo operatori carcerari volontari si forma all'indomani della Riforma carceraria del 1975, che riconosceva un ruolo ufficiale al volontariato carcerario, quando alcuni volontari che già frequentavano la Casa di Reclusione di piazza Castello pensarono di allargare ad altri la loro attività, facendo anche opera di informazione e sensibilizzazione sul problema del carcere e dei detenuti. Appoggiati dalla Società di San Vincenzo dè Paoli e dal Comune di Padova, organizzarono nel 1976 nella Sala della Gran Guardia un primo incontro aperto alla Città, in cui presentare le novità della Riforma e invitare alla partecipazione.
Per dare maggiore visibilità e autonomia al loro impegno civile nel 1978 si organizzarono in una associazione, dandosi uno statuto per coordinare e valorizzava le esperienze dei singoli e promuovere tutte le iniziative e le attività utili a migliorare la loro formazione.
Prese allora il via un "Centro di informazione e studi sull'assistenza carceraria" che stabilì rapporti con altri volontari del triveneto e di importanti città come Torino, Firenze e Bologna. Si organizzarono a Padova incontri formativi, di carattere giuridico, etico, sanitario, che si tennero nella sede del Pio X e nel ridotto del teatro Verdi, ai quali partecipavano anche rappresentanti di altre città del triveneto.
Nel carcere, oltre ai colloqui coi detenuti, i volontari svolgevano attività scolastiche, artigianali, come il corso di xerigrafia, e insegnamenti individualizzati per iscritti all'Università.
Col trasferimento della Casa di Reclusione in via Due Palazzi acquistò rilevanza la presenza femminile a partire dal servizio di fornitura del vestiario, specie nella Casa Circondariale.
Nella Casa di Reclusione si avviarono invece corsi per il conseguimento del diploma di geometri, che funzionarono fino al 1998, quando il sevizio fu assunto dalla Scuola pubblica.
Nel 1999 il Gruppo si ampliò in seguito all'apertura di una Casa di accoglienza temporanea per detenuti dimessi dal carcere, che si chiamò "Piccoli Passi" e che ben presto fu destinata ad ospitare detenuti che, dopo un certo periodo di detenzione, che coincideva in genere con la metà della pena, potevano godere di un permesso premio, da trascorrere coi familiari fuori del carcere.
Il Comune di Padova concesse una struttura confinante col Comune di Limena, detta casa del Dazio, che venne ristrutturata grazie a un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
Il servizio, tuttora funzionante, ha finora ospitato decine e decine di detenuti, che hanno potuto ricongiungersi ai loro familiari per un periodo di uno o più giorni, a seconda del provvedimento emesso dal magistrato di sorveglianza. Con l'avvio dei corsi regolari per il diploma di scuola media superiore si fece strada l'idea di creare i presupposti per facilitare ai detenuti l'accesso all'Università, come già avveniva a Firenze per iniziativa di universitari volontari. Alcuni docenti appartenenti al Gruppo presero contatti col Provveditore agli Istituti di Pena e col Rettore dell'Università ponendo le basi per la creazione di un "polo universitario" all'interno del carcere di Padova.
Fu coinvolta anche la Fondazione della Cassa di Risparmio, che contribuì alle spese per la sistemazione di alcuni locali del carcere, alle tasse universitarie e all'acquisto di libri e materiale didattico.
Questa nuova attività, avviata ufficialmente nel 2003, è oggi organizzata direttamente dall'Università che si avvale di tutor qualificati, mentre continua l'apporto di volontari ex docenti, in particolare per le discipline letterarie e l'informatica.
Mentre nella Casa circondariale il sostegno al detenuto aveva carattere più sporadico, prevalendo l'attività di distribuzione del vestiario ai molti chi arrivavano in carcere presi sulla strada, nella Casa di Reclusione ebbe molta rilevanza la relazione periodica coi detenuti.
L'Associazione infatti, in base ad un accordo con la Direzione, a partire dal 2006 ha dato sistematicità a questi colloqui creando dei Gruppi di ascolto, ossia coppie di volontari che si recano settimanalmente in determinati orari nei diversi reparti per incontrare i singoli detenuti, a partire da quelli che si sentono più isolati e bisognosi di sostegno, anche per impedire che il disagio provochi atti di autolesionismo o spinga al suicidio. Il servizio coinvolge una trentina di volontari.
Accanto al sostegno offerto con la vicinanza e l'ascolto, i volontari hanno cercato di coinvolgere i detenuti con attività più concrete, rivolte alla lettura, alla scrittura e ad altre espressioni creative, come il disegno, l'oggettistica e la pittura. Già negli anni novanta c'erano volontari che aiutavano a leggere i giornali o che insegnavano a dipingere, promuovendo a volte l'esposizione di questi lavori in centri parrocchiali o comunali.
In anni più recenti i volontari hanno dato vita a due laboratori, di cucito e di falegnameria, che coinvolgono una decina di detenuti del reparto di alta sicurezza, condannati a pene lunghe per reati associativi. Sono opera loro le "pigotte", bambole di pezza che vengono donata all'Unicef e all'Oncoematologia dell'Ospedale di Padova. L'esperienza e la creatività li ha portati anche a realizzare originali lavori di patchwork, con stoffe che l'Associazione riceve in regalo.
I volontari si sono fatti promotori anche di corsi di alfabetizzazione, di insegnamento di lingue straniere e di informatica.
Continuano inoltre l'attività di sostegno scolastico, grazie alla fattiva collaborazione cogli insegnati della scuola istituzionale, organizzando nelle ore pomeridiane dei doposcuola sulle più impegnative materie di studio. Questo rapporto col mondo della scuola ha suggerito di recente un'altra iniziativa: far accedere alcuni detenuti al lavoro di pubblica utilità, esterno, organizzando, con l'accordo delle autorità competenti, la ridipintura di aule scolastiche di istituti cittadini.
Il Gruppo ha sempre dato grande importanza alla formazione e all'informazione sulla realtà carceraria promuovendo incontri riservati agli associati ed altri, a carattere più generale, rivolti ai cittadini sensibili alle problematiche carcerarie. Tra questi va ricordato il ciclo di conferenze dal titolo "Il Carcere a Padova", organizzato in collaborazione con il Comune nel marzo 1999 nella sede universitaria di Palazzo Maldura, e quello successivo, dal titolo "Il volto dietro le sbarre" tenuto tra gennaio e aprile del 2003 nell'Aula magna dell'Istituto Camerini Rossi, in collaborazione con la Caritas diocesana. Altri ne sono seguiti, con varia frequenza, fino all'ultimo, del 2019, in collaborazione col Comune nella Sala "Diego Valeri".
I volontari che a vario titolo si sono impegnati nelle attività del Gruppo dalla sua fondazione sono stati più di trecento. Attualmente ne sono attivi una settantina, distribuiti fra il servizio nella Casa di accoglienza "Piccoli Passi" e nei due Istituti padovani.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 16 gennaio 2020
Il ViolaFest, tre giornate nel segno della musica per ricordare Piero Farulli nel centenario della sua nascita, violista del leggendario del Quartetto italiano e fondatore della Scuola di musica di Fiesole. Per la prima volta un concerto di musica cameristica verrà eseguito in un istituto penitenziario, in particolare in Sardegna, nella casa circondariale di Uta. In programma oggi una matinée per i detenuti con il violinista Attilio Motzo e il violista Gioele Lumbau che eseguiranno musiche di A. Vivaldi e G. P. Telemann.
L'esibizione in carcere apre la terza e ultima giornata della rassegna cagliaritana - rientrante nelle celebrazioni nazionali Farulli 100 - che si concluderà stasera con il gran concerto e che è stata caratterizzata da numerose masterclass con musicisti di rilievo internazionale. La scelta di un istituto penitenziario come uno dei luoghi in cui portare la musica "sottolinea il significato sociale di forte impatto di tutto il festival" dice Gianluca Floris, presidente del Conservatorio "Da Palestrina" ente organizzatore delle celebrazioni cagliaritane con il sostegno dell'Associazione Italiana della Viola.
Piero Farulli, figlio di un calzolaio e ultimo di sei fratelli, vedeva nella musica un importante strumento di integrazione sociale e ha sostenuto la formazione di giovani musicisti e tante iniziative per valorizzare le attività musicali amatoriali. "La musica è un atto di amore verso l'umanità - era solito affermare - l'ho imparato dai quartetti di Beethoven e mi sono impegnato a farlo capire a tutti".
sciscianonotizie.it, 16 gennaio 2020
Emozioni intense, grandi artisti e commozione per un evento senza dubbio unico: il carcere di Sant'Angelo dei Lombardi ha ospitato, su iniziativa dell'Istituto Superiore "Francesco De Sanctis" di Sant'Angelo dei Lombardi, in collaborazione con l'Istituto Superiore "Luigi Vanvitelli" di Lioni e il Cpia di Avellino, un concerto straordinario in occasione delle festività di fine anno.
Ad esibirsi per i detenuti dell'istituto penitenziario sono stati Vincenzo Romano, Erasmo Petringa e la Scuola di Tarantella Montemaranese. Vincenzo Romano, "Cantore Pellegrino delle Tradizioni", ha portato tra le mura del carcere la sua arte popolare e etnica tra sacro e pagano, con i suoi canti che vibrano, si spandono e catturano. Sin dall'età di 9 anni si è esibito, suonando e cantando, con i grandi nomi della tradizione musicale campana, da Francesco Tiani, a Marcello Colasurdo, a Tullio De Piscopo. Erasmo Petringa, compositore, polistrumentista, direttore d'orchestra, con l'attivo collaborazioni con grandi artisti di fama nazionale ed internazionale nonché la direzione dell'Orchestra del 58esimo Festival di Sanremo, ha portato in scena i suoi virtuosismi che lo rendono unico nel panorama musicale italiano. Quindi la Scuola di Tarantella Montemaranese, con la tradizione irpina intramontabile e sempre di grande impatto, e le poesie e gli interventi musicali portati in scena dai detenuti stessi.
Per i detenuti del carcere si è trattato di un momento di grande emozione, tanto da far registrare il tutto esaurito tra i posti disponibili, in un momento molto particolare dell'anno per un istituto penitenziario come le festività natalizie, quando la lontananza da casa fa sentire di più il suo peso. Grazie alla collaborazione e gioco di squadra da parte dell'area educativa tutta (ispettrice, educatrici e docenti) e dell'amministrazione penitenziaria, si è potuto realizzare un evento importante, già con l'obiettivo di essere ripetuto, andando ad arricchire i momenti che il carcere riserva ai suoi detenuti per avvicinare il mondo esterno. Tante le autorità presenti per l'occasione: il Comandante dei Carabinieri di S. Angelo dei Lombardi, il Comandante della Guardia di Finanza di Sant'Angelo dei Lombardi, l'assessore Giuseppe Landolfi in rappresentanza dell'amministrazione comunale di Sant'Angelo dei Lombardi, la polizia penitenziaria che ha assicurato il servizio di vigilanza, il Comandante del Reparto, Commissario coordinatore Giovanni Salvati, la direttrice del carcere, anche direttrice del carcere minorile di Airola, Marianna Adanti, il Dirigente scolastico del "De Sanctis", Gerardo Cipriano, e il vicepreside Michelangelo Fischetti, per l'Istituto "Vanvitelli", la vicaria Valeria Marcucci e i responsabili dei plessi, la dirigente del Cpia Maria Stella Battista. Ad arricchire l'evento anche il buffet offerto dall'istituto alberghiero "Vanvitelli" ai detenuti, alle autorità e agli artisti, mentre il service per lo spettacolo è stato offerto da Discoservice Musicheria.
La Direttrice e tutta l'Amministrazione Penitenziaria hanno ringraziato gli istituti scolastici per la proposta e per aver collaborato nella riuscita dell'iniziativa, a conferma di un quadro generale di estrema collaborazione con il mondo della formazione all'interno del carcere. Una realtà che viene spesso definita un modello, con due corsi scolastici, Ragioneria e Alberghiero, attraverso i quali i detenuti possono acquisire un diploma di scuola superiore per approcciare al mondo del lavoro, oltre alla scuola media, primaria e all'alfabetizzazione per gli stranieri.
Il carcere ha inoltre ben quattro lavorazioni penitenziarie, dove è impiegata la maggior parte della popolazione penitenziaria: tipografia e sartoria, con commesse da tutta Italia, officina meccanica e carrozzeria e tenimenti agricoli. Per non pregiudicare l'istruzione, inoltre, i corsi scolastici si tengono di pomeriggio. Un percorso importante, dunque, per costruire un bagaglio da poter spendere una volta fuori dal carcere.
Senza dubbio un modello da imitare, tanto da far registrare il record di costituiti, che scelgono di scontare la propria pena a Sant'Angelo dei Lombardi proprio per l'ampio ventaglio di opportunità di formazione scolastica e professionale, e vincendo nel 2011 il Premio Qualità delle Pubbliche Amministrazioni promosso dal Dipartimento della Funzione Pubblica in collaborazione con il Consiglio Nazionale Consumatori e Utenti (Cncu), da Confindustria e dall'Associazione Premio Qualità Italia (Apqi).
di Romano Pitaro
Corriere della Calabria, 16 gennaio 2020
Cos'hanno in comune Luca Montorsino, maestro pasticcere di fama internazionale, e Fabio Valenti, ergastolano da 25 anni fra le sbarre di un carcere? Gravitano in mondi paralleli: rutilante di successi e di sogni possibili quello di Montorsino, sfibrante di passi senza speranza nel silenzio della notte che non passa quello di Valenti. Il primo è nato a Torino, ha 46 anni, calca le scene della cucina più trendy in tv, quando non è in Italia è a New York o a Tokio ed ha ideato la prima pasticceria salutistica e alternativa italiana.
"Non sono i dolci i nemici della salute - spiega - ma la qualità degli ingredienti e la scarsa attenzione per valori nutrizionali e calorici". Il secondo è nato ad Alessandria della Rocca (Agrigento) e ha 50 anni, s'è fatto dieci anni di isolamento duro e, dopo aver viaggiato per vari istituti penitenziari, sta scontando l'ergastolo più lugubre (e contrario alla Costituzione) della "fine pena mai" nel carcere "Ugo Caridi" di Catanzaro diretto da Angela Paravati, una tosta funzionaria dello Stato che sdegna la pena inutilmente afflittiva e si è adoperata per avere un Laboratorio di pasticceria.
Confida Valenti: "Ho iniziato a ricreare dolci pasticciando tra fornelli e farine. Volevo provare a risentire quei profumi che ormai da tempo non mi appartenevano più. Erano gli odori del forno di fronte il negozio di papà. Profumi che mi raccontavano di un'altra vita che mi sembrava perduta per sempre ed io volevo disperatamente tornare, anche per pochi istanti, a quello che avevo lasciato".
Distanti geograficamente e per storie di vita, galeotta la passione per la cucina dolciaria che in questo caso non centra nulla con i peccati di gola né coi peccatori che Dante caccia all'Inferno, i due finiscono per conoscersi, parlarsi.
E così il blasonato chef pasticcere firma la prefazione al libro del detenuto appena pubblicato: "Dolci/c/reati" (Città del Sole - Edizioni, a cura di Ilaria Tirinato con nota introduttiva del Garante regionale per i diritti delle persone detenute Agostino Siviglia e postfazione del pedagogista Nicola Siciliani de Cumis). Il calembour del titolo svela l'originalità di questo nuovo ricettario, mentre le due vispe bambole della copertina, Dolcina e Dolcetto, sono state realizzate in carcere. Valenti è diventato ergastolano pasticcere, con facoltà di uscite dal carcere per "creativamente" occuparsi di eventi importanti come l'inaugurazione dell'Anno accademico dell'Università Magna Grecia di Catanzaro, studiando sui libri di Montersino. Che commenta: "Sapendo che Fabio si è costruito addirittura la bilancia, gli stampi per i babà, e che ricava la farina di mandorle grattugiandole a una a una su una scatola di tonno forata, mi è tornato in mente il mio inizio carriera, confermando una delle teorie che sostengo da sempre: nella vita le cose basta volerle profondamente per poterle ottenere. Persino un Laboratorio di pasticceria in un carcere per esempio".
Sono i dolci, piuttosto che l'esortazione dei Vangeli a far visita ai carcerati, la molla di questo singolare scambio di esperienze pregno d'umanità. Se Fabio ha appreso l'arte dal "professore di pasticceria" Luca Montersino di cui ha seguito tutte le trasmissioni televisive ("I dolci li ho ricreati senza dimenticare i reati che hanno portato dolore nella mia esistenza a cui ho voluto dare un senso nuovo. E cosi ho provato a pasticciare e a rimescolare non solo farine ed ingredienti, ma anche sensazioni e pezzetti di giornate vissute...al fresco"), Luca ha imparato a conoscere l'universo dietro le sbarre da Fabio.
Premettendo "di essere sempre stato poco tollerante verso chi ha commesso cose gravi", scrive Montorisino nella prefazione, "ho sempre pensato: io ce la farei mai a perdonare una persona che magari ha toccato la mia famiglia?" È la richiesta del suo contributo al libro che gli fa irrompere la curiosità verso un detenuto "che ha voglia di aggrapparsi a un mestiere per riempire le lunghe giornate dentro un carcere. Ho letto le ricette e le descrizioni, e si evince che si è formato sulle mie lezioni. Questo mi fa molto piacere e devo dire che mai avrei immaginato di essere utile nella vita di un detenuto. Grazie a Fabio mi sono avvicinato a un mondo che per me era sconosciuto".
Nato "per gioco, come una scommessa con me stesso" racconta Valenti, il cui primo forno in carcere era una doppia padella alta mentre una piccola asta di legno fungeva da bilancia, il libro ci delizia (gli occhi) con le creme pasticciere, le confetture di albicocche, il cioccolato fondente, la panna semimontata, il burro, le uova.
E ogni ricetta, ben 50 (selezionate da un folto archivio), di qui il calembour del titolo, è associata a specifici reati del codice penale. I profiteroles con l'associazione a delinquere (art.416 c.p.), i cioccolatini alla calunnia (art.368 c.p.), i saccottini alla pesca con il favoreggiamento personale (art. 378 c.p.) e i cantucci all'abuso d'ufficio (art.323 c.p.).
L'idea, suggerita dagli stessi detenuti che hanno fatto da consulenti a latere di Valenti e perfezionata dalla curatrice del volume, "mira a convertire i reati del codice in reati dolciari. Quasi a voler dire al lettore: io e i miei compagni siamo consapevoli delle realtà che ci hanno riguardato, al punto da trasformare ciò che è stato in qualcosa da cui prendere le distanze con serenità e ironia". Un libro leggero, dove la leggerezza (secondo Nicola Siciliani de Cumis che cita Italo Calvino), è da intendersi come antidoto alla pietrificazione dei sentimenti.
Che trascende se stesso. Significando che, aldilà delle leccornie e delle immagini "mangiami mangiami" che corredano le ricette, benché sulle prigioni l'indifferenza della società e dei decisori pubblici (stoltamente) regni sovrana, c'è tuttavia gente che si prende (a costo di sacrifici) la responsabilità di dare un senso alle pene.
Ha affermato Angela Paravati nel corso della presentazione del libro (in carcere) a cui ha partecipato anche il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute Mauro Palma: "Nei confronti dei detenuti va realizzato un sistema di attività volto alla rieducazione e al reinserimento nel rispetto della persona umana. Con il mondo esterno che si mescola e si preoccupa di attuare, assieme a noi, le previsioni dell'articolo 27 della Costituzione". Ed è quanto sta accadendo all' "Ugo Caridi", un carcere con 700 detenuti, anche attraverso uova, farina e pan di Spagna.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 16 gennaio 2020
Oggi 15 gennaio 2020, dalle 18, alla biblioteca Moby Dick, in via Edgardo Ferrati, 3, a Roma si presenta "Naufraghi... in cerca di una stella" che è un libro edito da UniversItalia, frutto del laboratorio di pratica filosofica che i professori Emilio Baccarini e Fernanda Francesca Aversa hanno tenuto nell'arco di quattro anni nel carcere di Rebibbia a Roma con detenuti dell'alta sicurezza.
Sono quasi tutti laureati: Juan Dario Bonetti in lettere come Pietro Lo Faro, Maurizio De Luca e Giuseppe Gambacorta; Fabio Falbo, Filippo Rigano e Giacomo Silvano in giurisprudenza; Giovanni Colonia in drammaturgia antica; Giuseppe Perrone al Dams. Tra gli autori figurano anche Mario Sgambellone ed Enrico Zuppo. Grazie a loro ha preso corpo questo testo straordinario, una guida per i naufraghi della vita, e chi non si è sentito tale almeno una volta nell'arco della sua esistenza.
Se i testi introduttivi scritti dai docenti spiegano il senso del laboratorio, quelli dei detenuti compiono quel senso con il vissuto del loro naufragio che ha coinciso con l'ingresso in carcere e la condanna a una lunga pena detentiva. Perso così il salvagente, cioè la strategia esistenziale, che fino a quel momento li ha tenuti a galla nel mare della vita, hanno scoperto in carcere che ognuno può cambiare, può "trascendersi" e trovare nel proprio sé autentico le risorse per far fronte a quell'insieme di tempeste, onde, correnti e calma piatta in cui si può identificare il tempo della pena.
Questo libro spiega come la conoscenza autentica sia un processo che coinvolge tutta la persona, non solo la ragione che schematizza e semplifica per giudicare, e come la verità non possa mai cogliersi da un'unica prospettiva esistenziale. Insomma è un testo di altissimo livello umano, civile, filosofico e giuridico che non solo dimostra come siano uomini autenticamente liberi coloro che lo hanno scritto ma che può aiutare chiunque a liberarsi da semplificazioni e pregiudizi malsani per chi li pensa e per chi gli sta attorno.
Nella lettura di questo libro e nella presentazione che se ne è fatta nel teatro di Rebibbia alcuni giorni fa mi è risuonato molto di quanto Nessuno tocchi Caino fa nei laboratori "Spes contra spem" delle sezioni di alta sicurezza, perché la stella di riferimento, guida e orientamento, che i naufraghi di Rebibbia hanno cercato per quattro anni nel loro laboratorio, non l'hanno vista luccicare lontana in alto nel cielo, l'hanno scoperta dentro di sé brillare di una luce più potente e irresistibile di quella di una stella cometa, quale è la luce che emana dalla propria coscienza.
"Perché chi è capace di scavare in sé stesso, perforando e frantumando gli strati profondi di quelle irreali e false certezze di cui tutti, più o meno, siamo portatori, è degno di fiducia. Perché l'unica via che porta a un "radicale cambiamento" è quella che ha la sua origine nella profondità del proprio sé, in quel cammino detto dell'auto-trascendenza" come scrive Juan Dario Bonetti.
Partecipano alla presentazione di oggi, insieme ai curatori, anche Filippo La Porta ed Eligio Resta mentre modera Stefano Anastasia. Sarà presente Rita Bernardini che con Nessuno tocchi Caino anima il laboratorio a Rebibbia. So anche che alcuni dei detenuti, autori del libro, avevano chiesto un permesso per partecipare alla presentazione di questo importante loro lavoro che più di ogni altro argomento testimonia il cambiamento nel loro modo di pensare e di agire.
di Paolo Borgna
Avvenire, 16 gennaio 2020
Un agile libro del giurista Glauco Giostra affronta il tema con precisione scientifica ed efficacia divulgativa sollevando tutti i problemi e le urgenze su cui la politica dibatte da anni senza riuscire a sciogliere i nodi: dalla certezza della pena alla responsabilità civile al rapporto spesso malato con la stampa.
Si intitola "Prima lezione di giustizia penale" (Laterza, pagine 193, euro 14). Un libro scritto per chi, spinto da curiosità e interesse civile, voglia avvicinarsi per la prima volta al tema del processo. Raggiunge il suo scopo, ma va anche oltre.
Cantore, Glauco Giostra riesce infatti a parlare ai non addetti ai lavori, con penna agile che però non elude la profondità dei temi sottesi al processo penale, affrontandoli e mettendoli a nudo nella loro essenzialità, con la chiarezza pedagogica di chi, docente di Procedura penale, su quei temi, per un'intera vita ha riflettuto, insegnato, discusso, cercato il confronto, ingaggiato battaglie. Perché giudicare è compito "impossibile ma necessario".
Perché la comunità affida nelle mani di giudici di professione lo strumento (il processo) per punire comportamenti che qualsiasi società non può lasciare privi di conseguenze. Come questo compito si coniuga con i diritti fondamentali dei cittadini. Quanto e in che misura la libertà personale, la segretezza delle comunicazioni, la inviolabilità del domicilio devono cedere all'esigenza dell'accertamento dei reati.
Le regole del processo, viste come un "guard rail metodologico" entro cui cercare e valutare la prova. Perché le regole del processo vanno vissute innanzitutto come "limiti valoriali" all'accertamento dei fatti: non si può perseguire la verità a ogni costo, non tutti i mezzi di ricerca della prova sono ammissibili. Percorrendo tale strada, in passato, si è legittimata la tortura (non a caso chiamata, dai giudici dell'epoca, rigoroso esame).
Ma tali regole non pongono solo limiti formalistici: sono criteri di accertamento della verità - definiti sulla base di una secolare esperienza storica - che impediscono scorciatoie che spesso portano ad aberrazioni ed errori di giudizio. E dunque, il contraddittorio nell'assunzione della prova come architrave del nostro processo: come metodo che, più di ogni altro, garantisce l'affidabilità della ricostruzione storica di un fatto.
Ed ecco che, qui, il libro va oltre il suo scopo dichiarato. Perché, riflettendo sui valori che sottendono l'architettura del processo e illustrando in tale luce le varie fasi della procedura - da quella delle indagini preliminari sino all'appello e al giudizio di cassazione - Glauco Giostra parla anche agli operatori di giustizia che quotidianamente sono chiamati a celebrare i processi. Ricorda loro che, ogni tanto, un buon artigiano deve lucidare i ferri del mestiere.
E ricordarsi perché quegli strumenti sono stati messi nelle sue mani. Qui la lezione si fa davvero preziosa. Perché il clima che oggi ci circonda e le aspettative che il cittadino medio nutre parlano una lingua molto diversa da quella dell'articolo 111 della Costituzione.
Processo come anticipazione della pena e risposta all'allarme sociale, a costo di andare oltre la legge; bisogno immediato della condanna; magistrati che non devono limitarsi ad applicare le regole ma, torcendole al raggiungimento della verità a ogni costo, devono condurre una guerra contro il nemico del momento, devono "moralizzare", lottare per il bene, anche a costo di sostituirsi alla politica (senza però pagare il prezzo della responsabilità che ogni eletto dal popolo deve periodicamente affrontare).
Queste le parole d'ordine dell'odierno "spirito del popolo", che sibila nelle orecchie dei magistrati e rischia di alimentare in loro quel "malinteso orgoglio della funzione" che il giudice Domenico Riccardo Peretti Griva additava come una malattia che mina "quel senso critico, quella sensibilità umana e quel timore costante di errare" che debbono far guardare alla funzione "pressoché sovrumana" del giudicare gli altri.
E qui la limpida lezione sul processo come dovrebbe essere si increspa, scontrandosi con gli enormi problemi del processo reale, così diverso dal modello ideale. La sua eccessiva lunghezza. Una fase delle indagini che dovrebbe essere semplicemente propedeutica al dibattimento in cui la prova è formata col metodo del contraddittorio; e che invece è diventata il vero cuore pulsante del processo.
La custodia cautelare, applicata non sulla base di prove, ma di meri indizi, che sempre più, nella percezione diffusa, sta tornando ad essere l'anticipazione della pena che, settant'anni fa, Salvatore Satta denunciava come "il surrogato di una condanna alla quale si ha la sensazione che non si riuscirà mai ad arrivare, o quanto meno di una pena che non si riuscirà mai a far espiare".
I media che, da strumento di controllo sociale del processo, si sono trasformati in strumento di condizionamento delle indagini; a volte additando il colpevole e tendendo a guidare il magistrato su una strada da loro tracciata, in una sorta di velenosa cogestione del processo. Il "malsano reticolo carsico" che si è formato tra pubblici ministeri e operatori dell'informazione che, snaturando il ruolo di quel che era il giornalismo di inchiesta, ha trasformato i cronisti giudiziari "da cani da guardia della democrazia a cani da salotto delle Procure, in attesa del boccone informativo".
Temi che aleggiano in tutte le pagine del libro e che si fanno più espliciti nel capitolo finale. E che aprono molte domande: come riportare il processo al suo scopo originario? Come diminuire la sua intollerabile lentezza (che è la benzina che alimenta tutte le forme di populismo giudiziario)?
Come assicurare ai magistrati il loro ruolo di garanti, senza sovraccaricarli di funzioni improprie? Come difendere la loro indipendenza, evitando che si trasformi in irresponsabilità e arroganza? Domande che, chiudendo il libro, fanno nascere, nel lettore, l'attesa di una "seconda lezione di giustizia penale". Che speriamo non manchi.
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