di Francesco Bechis
formiche.net, 5 gennaio 2020
Intervista al giudice emerito della Corte Costituzionale. La prescrizione Bonafede? I Cinque Stelle non sanno liberarsi del mito di Robin Hood e dello Stato feroce, viola la Costituzione e il buonsenso. La controproposta Pd? Meno peggio, ma non risolve i problemi della Giustizia italiana.
Uno strappo alla Costituzione e soprattutto al buonsenso. Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale e professore emerito della Scuola Normale Superiore di Pisa, non usa mezzi termini sulla riforma della prescrizione di Alfonso Bonafede. Anche su un tema fondante come la Giustizia la maggioranza è divisa in due, ma c'è poco da sorprendersi, "ormai le opposizioni stanno nei governi".
Professore, qual è il suo giudizio definitivo sulla riforma Bonafede?
"Voltaire la chiamava "esclavage de l'esprit". Rimanere intellettualmente prigionieri di un'idea (sbagliata). Il M5S ha costruito la sua fortuna sulla valorizzazione del volto feroce dello Stato, che attira italiani che hanno visto troppi film con Robin Hood, il giustiziere".
E oggi?
"Oggi i leader del M5S non sanno liberarsene, come si sono (parzialmente) liberati della retorica della democrazia diretta".
Cosa non funziona della nuova prescrizione?
"La prescrizione senza termine viola principi costituzionali (la durata ragionevole dei processi, il fine riabilitativo della pena) e di buon senso (come può un giudice disporre di tutte le prove dopo venti anni o più? Una persona non è diversa dieci anni dopo?). Aggiungo una cosa".
Prego.
"I dati disponibili sulle accuse cadute in giudizio rendono la lunga durata della "processabilità" un'ingiustizia palese".
I proponenti sostengono che il blocco della prescrizione dopo il primo grado di giudizio aumenta la certezza della pena...
"Bisogna mettersi d'accordo sul fine della pena. È un fine retributivo, come dicono i penalisti, con parola che nasconde non pochi equivoci? Siamo sicuri che la incerta giustizia umana debba rispettare l'immagine della bilancia, nel senso che debba servire a ribilanciare l'equilibrio turbato?".
Il Pd ha presentato una proposta per sospendere la prescrizione per un massimo di trenta mesi dopo la sentenza di primo grado e di un anno dopo la sentenza di appello. Può funzionare?
"Mi pare il meno peggio, potrebbe essere un compromesso. Non risolve i problemi di giustizia ed efficienza".
Con i giusti correttivi si può evitare un processo infinito?
"Non vedo quali correttivi. Se una persona è giustiziabile senza un termine e se la giustizia arriva sempre tardi, si è nelle mani di un potere arbitrario, giudice dei tempi. I proponenti non sanno quale pessimo servigio stanno facendo alla giustizia italiana, trasformando i giudici in moderni dittatori, unici poteri in grado di tenere sotto scacco persone, senza rimedi efficienti (cioè che giungano in termini ragionevoli)".
In molti accusano una mala-gestio della prescrizione. L'istituto deve essere riformato?
"Basta leggere le statistiche per rendersi conto della situazione. Una persona con grande esperienza, come Greco, ha proposto una radicale depenalizzazione. Un'altra, come Sgubbi, ha dimostrato quanto grave sia l'introduzione del "diritto penale totale".
Quali sono le riforme più urgenti per la giustizia italiana?
"Sono decenni che se ne parla. Basta fare l'elenco. I tempi: un processo, tutti e tre i gradi, in un solo anno. L'estensione del penale: sanzionare in via amministrativa tutto ciò che non ha vera rilevanza criminale. L'accusa: sia affidata a persone che abbiano equilibrio e procedano con cautela, senza maxi-retate, pubblicità, gestione delle ricadute mediatiche, comunichino riservatamente (come vuole la Costituzione) le accuse agli interessati".
Poi?
"Da ultimo, ma non con minore importanza, una riforma della giustizia che riguarda i giornali e i media: non fare da megafono, selezionare attentamente le notizie, attendere il giudizio e non accontentarsi dell'accusa".
Professore, non è singolare che due forze che governano insieme abbiano idee così antitetiche sulla Giustizia?
"Perché me lo chiede? Ormai le opposizioni stanno nei governi".
di Luigi Ferrarella
La Lettura - Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
"Riforma epocale", la esalta il ministro della Giustizia quando deve rivendicarne l'approvazione. "Si applicherà solo al 3% dei processi", la minimizza il ministro Bonafede quando per rintuzzare le critiche ne predice "effetti solo fra 3-4 anni".
di Patrizio Gonnella
L'Espresso, 5 gennaio 2020
Elena e Margherita hanno rispettivamente diciassette e diciotto anni. Studiano a Firenze. Lo scorso ottobre hanno avuto l'ardire di partecipare a una manifestazione di lavoratori a Prato solidarizzando con quegli operai che lamentavano il mancato pagamento del loro stipendio per ben lunghi sette mesi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 gennaio 2020
Ci si può dolere ma non sorprendere del fatto che le cose di giustizia in Italia abbiano preso questa piega. E non solo le cose di giustizia ma generalmente quelle riguardanti i diritti e le libertà della persona. Sorprendersene significa non aver compreso la natura profonda del sentimento italiano verso quelle due faccende, i diritti e le libertà della persona: due faccende risentite e trattate dagli italiani come realtà non solo trascurabili ma persino ripugnanti.
sassilive.it, 5 gennaio 2020
Scade il 6 gennaio il termine per richiedere l'accesso come pubblico all'esito finale del laboratorio che si svolgerà nella Casa Circondariale di Potenza giovedì 16 gennaio 2020. Ad andare in scena saranno alcuni detenuti che presenteranno una restituzione del laboratorio tenuto da Silvia Gribaudi, ospite del progetto Toil, voluto e prodotto dalla Compagnia Teatrale Petra.
Silvia Gribaudi, regista e performer, entrerà in carcere con la sua poetica per un laboratorio intensivo con i detenuti, grazie all'azione "Artisti in transito" di "Teatro oltre i limiti" la rassegna di promozione del teatro in carcere organizzata da Petra su Potenza e Matera. Artisti in transito vuole mettere in relazione detenuti e mondo teatrale. Quanto un luogo ritenuto così "lontano" nell'immaginario collettivo può aiutare la poetica degli artisti e quanto viceversa la poetica degli artisti può stimolare i detenuti?
Silvia Gribaudi, come altri artisti negli scorsi mesi, varcherà le porte del carcere per aggiungere un tassello al racconto di teatro come strumento per superare quel limite.
L'esito finale del laboratorio si svolgerà il 16 gennaio alle 15.00 nella Casa Circondariale. L'evento, aperto al pubblico come tutte le iniziative del progetto Toil, necessita però della prenotazione con un certo anticipo, per permettere il disbrigo delle pratiche di accesso alla struttura. Per chiedere di assistere alla performance è necessario inviare una mail con i propri dati anagrafici e un numero di telefono all'indirizzo
A marzo è previsto lo spettacolo finale del laboratorio teatrale con i detenuti, con in programma diverse repliche aperte al pubblico e alle scuole. "Teatro oltre i limiti" è un progetto di Petra finanziato dall'Unione delle Chiese metodiste e valdesi, con il contributo dell'Agenzia Regionale Lab - Lavoro Apprendimento Basilicata, in partenariato con il Ministero di Giustizia Dap Casa Circondariale di Potenza e Casa Circondariale di Matera, il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, il sostegno della Commissione Regionale Pari Opportunità della Basilicata e del Garante Regionale dell'infanzia e dell'Adolescenza di Basilicata, la collaborazione di Città delle 100 Scale Festival e Nessuno Resti Fuori, Festival di teatro città e persone e il patrocino dell'Ordine degli Psicologi di Basilicata.
calabriaeconomia.it, 5 gennaio 2020
Si svolgerà venerdì 10 gennaio 2020, con inizio alle ore 15.30, presso la Sala delle Culture del Palazzo della Provincia di Catanzaro, il convegno dal titolo "Il carcere in Italia, tra politiche securitarie e condanne internazionali".
L'evento, organizzato dalla Camera Penale "Alfredo Cantàfora" di Catanzaro e dall'Osservatorio Carcere della stessa Camera Penale, si pone l'obiettivo di affrontare il sempre più attuale problema del rapporto esistente tra la funzione rieducativa della pena e la concreta possibilità della sua attuazione. Nel corso dell'incontro, particolare attenzione sarà dedicata alle recenti politiche in materia di sicurezza, alla cronica problematica del sovraffollamento carcerario e alle condanne internazionali, ad opera della Cedu, che hanno sanzionato l'Italia proprio in materia penitenziaria.
Dopo i saluti istituzionali dell'avv. Antonello Talerico (Presidente dell'Ordine Distrettuale degli Avvocati di Catanzaro), dell'avv. Agostino Siviglia (Garante Regionale dei diritti delle persone detenute) e della dott.ssa Laura Antonini (magistrato presso il Tribunale di Sorveglianza di Catanzaro), i lavori saranno introdotti dall'avv. Ermenegildo Massimo Scuteri (Presidente della locale Camera Penale).
Nel prosieguo, saranno chiamati a confrontarsi sul tema il prof. Mauro Palma (Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute), la dott.ssa Angela Paravati (Direttrice della Casa Circondariale "Ugo Caridi" di Catanzaro), il Prof. Andrea Porciello (docente di Filosofia del Diritto presso l'Università Magna Graecia di Catanzaro) e l'avv. Gianpaolo Catanzariti (Responsabile dell'Osservatore Nazionale Carcere dell'Ucpi). I lavori saranno conclusi dall'avv. Orlando Sapia (Responsabile dell'Osservatorio Carcere della locale Camera Penale) che sarà anche il moderatore dell'incontro.
calabriamagnifica.it, 5 gennaio 2020
Il Palazzo della Provincia di Catanzaro ospita l'esposizione dei migliori presepi realizzati dai detenuti della Casa Circondariale di Catanzaro. L' iniziativa, promossa dalla Consigliera di parità e dalla Commissione pari opportunità della Provincia, è nata da un'idea del vicepresidente dell'ente Antonio Montuoro maturata quando, assieme alla Consigliera Morano Cinque, sono stati invitati dalla direttrice del Carcere Angela Paravati a presenziare in qualità di "giurati" alla cerimonia di premiazione dei migliori presepi avvenuta presso la Casa Circondariale il giorno 19 dicembre scorso.
È proprio in tale occasione che è maturata l'idea di consentire ai migliori presepi realizzati artigianalmente dai detenuti di avere "una vetrina speciale" rappresentata dalla sede dell'amministrazione provinciale di Catanzaro e una cassa di risonanza ulteriore per i messaggi sottesi alle opere ispirate ai temi di attualità, ma anche alla famiglia, alla pace e ai sogni.
"Questa lodevole iniziativa - ha dichiarato il presidente della Provincia di Catanzaro Sergio Abramo - sottolinea l'importanza della sinergia tra enti locali e realtà territoriali, e nello specifico è frutto della collaborazione esistente con la Casa circondariale di Catanzaro che possiamo definire un fiore all'occhiello nell'attività rieducativa in un'ottica di futuro reinserimento sociale dei detenuti".
"L'idea - ha affermato Antonio Montuoro, vicepresidente della Provincia di Catanzaro- è nata dal desiderio di valorizzare i migliori lavori realizzati dai detenuti che, ogni anno, sviluppano capacità e manualità nel settore dell'artigianato e realizzano vere e proprie opere curate nei minimi dettagli.
Per premiare il loro impegno - ha sottolineato Montuoro - abbiamo voluto dedicargli, in occasione di queste festività, una vetrina speciale e su mia richiesta, in accordo con il presidente Sergio Abramo, abbiamo deciso di ospitare le loro opere proprio sul piano della presidenza a partire dal 22 dicembre 2019. Abbiamo voluto fare sentire loro e a tutta l'amministrazione penitenziaria la nostra vicinanza in questo periodo così sentito dell'anno".
"Durante la cerimonia di premiazione avvenuta presso la Casa Circondariale mi sono sinceramente emozionata - ricorda la Consigliera di Parità Elena Morano Cinque- "I presepi realizzati dai detenuti infatti coniugano un'evidente maestria artigianale con una carica umana straordinaria.
Durante la cerimonia in Carcere, sentire le voci dei detenuti, spesso rotte dal pianto mentre spiegavano l'idea progettuale del proprio manufatto, è stata per me un'emozione fortissima. Persone che hanno sbagliato nella loro vita ma che hanno rielaborato il male trasformandolo in motivazione al bene e al bello.
Ricordi dei loro familiari, evidenti suggestioni tratte da giornate formative tenute in carcere su tematiche di attualità quali la violenza contro le donne in merito alla quale io stessa qualche tempo fa avevo tenuto loro una relazione, o il valore della ricerca per la lotta contro le malattie rare dei bambini o ancora i temi ambientali.
Insomma ho avuto la netta sensazione che la funzione rieducativa della pena prevista dalla nostra Costituzione, qui presso la Casa Circondariale di Catanzaro, egregiamente diretta dalla dott.ssa Paravati, abbia davvero un significato importante e concreto. Ecco perché anzitutto, in via del tutto estemporanea e non prevista, durante la cerimonia in Carcere ho sentito di istituire una sorta di "ulteriore premio della Consigliera di Parità" oltre a quelli già previsti, provvedendo personalmente ad inviare ai nuovi premiati un cesto per "addolcire" il loro Natale. Ed ecco perché, ovviamente, ho immediatamente sposato con gioia l'idea del vice presidente Montuoro di esporre i presepi presso il Palazzo della Provincia".
"Abbiamo condiviso da subito l'idea del vicepresidente Montuoro - ha dichiarato Donatella Soluri, presidente della Commissione pari opportunità della Provincia di Catanzaro - e riteniamo che i presepi realizzati dai detenuti abbiano saputo ben rappresentare, con attenzione e cura dei dettagli, la natività anche reinterpretandola attraverso dei progetti alternativi. Tra questi - ha evidenziato Soluri - particolarmente toccante è stato il riferimento alle battaglie di Martin Luther King.
Il suo "I have a dream", quel sogno di pace e di un mondo senza discriminazioni, illumina ogni nostra azione finalizzata alla promozione delle pari opportunità. Da sottolineare anche le grandi capacità manuali dei detenuti, la loro creatività, e la volontà di utilizzare per la realizzazione delle varie opere materiale riciclato, nel pieno rispetto dell'ambiente. Ci auguriamo che queste capacità artigiane, sviluppate nell'ambito dei vari laboratori, possano rappresentare nel loro futuro una possibilità di reinserimento nel mondo del lavoro e nella società".
"Questa iniziativa - ha affermato Angela Paravati, direttrice della Casa circondariale di Catanzaro - è l'esempio dei risultati proficui che si possono raggiungere grazie alla collaborazione con le associazioni, gli enti locali, le realtà del territorio. L'iniziativa è giunta alla quinta edizione con il sostegno della Consolidal e della presidente Teresa Gualtieri.
L'esposizione delle opere presso la Provincia - ha evidenziato Paravati - permette al mondo fuori 'le mura' di vedere cosa succede 'dentro' e capire che ogni detenuto può essere una storia e una volontà di cambiare. L'occasione di realizzazione dei presepi, che ha impegnato i ristrettì sin dal mese di settembre, ha anche rappresentato un modo per superare la sofferenza e la solitudine che accompagnano il trascorrere delle festività natalizie all'interno di un carcere".
di Flavio Lombardi
Il Tirreno, 5 gennaio 2020
Si tratta di una realtà nata per l'inclusione sociale. Solimano: "Per noi è motivo di orgoglio essere presenti dentro il grande evento di Modì". E con essa, anche la dimostrazione pratica di come si producono le "shopper", cioè le borse in pura canapa, che fanno parte dei prodotti di merchandising venduti per la mostra di Modigliani.
"Siamo contenti non solo per il successo che ha avuto l'aspetto commerciale - dichiara il presidente dell'Arci Marco Solimano - ma anche perché si tratta di una realtà nata per l'inclusione sociale che si occupa di persone che si misurano con i percorsi della detenzione e post detenzione o di giustizia riparativa. Si è entrati insomma, in una operazione straordinaria sotto il punto di vista culturale di questa città".
La mostra di Modigliani ha reso a Gatta Buia ulteriore visibilità e la Regione ha appena riconosciuto il valore di questo sforzo, concedendo un contributo economico che consentirà al laboratorio la totale autonomia produttiva per la stampa ad alta definizione. Una macchina dal costo di 3 mila euro, il cui assegno arriverà in un mese circa. Niente più lavori esternalizzati quindi. A fare i complimenti a questo ulteriore scatto in avanti di Gatta Buia, il sindaco che ha anche provato, con successo, a stampare lui stesso una "shopper" con la Fillette en Bleu.
Pressa calda, presi i punti di riferimento per la giusta centratura, temperatura 180 gradi e piastra sul tessuto per 25 secondi. Poi, lo sfoglio della pellicola e l'immagine perfetta. Pronta per una qualità eccellente che convinse Sillabe, la concessionaria merchandising per Modigliani, a scegliere Gatta Buia sul resto della concorrenza per questo singolo prodotto.
Salvetti, entusiasta. "Si parla di un mondo per il quale Arci sta facendo cose belle e sono soddisfatto di tutto questo. E le "shopper", sono solo un esempio. Scelte per l'alta qualità delle immagini, unite al grande valore sociale di poter coinvolgere dei detenuti e il loro reinserimento. Nessun regalo, tuttavia. C'è stato un attento vaglio, e quel che Gatta Buia ha ottenuto, se l'è meritato sul campo".
Chiude Solimano. "Per noi è motivo di orgoglio essere presenti con un piccolo ruolo all'interno di uno dei più grandi eventi degli ultimi anni organizzati a Livorno. Speriamo che questa visibilità sia foriera di altre situazioni. Tutto ciò dà un grande valore alla missione che si propone Gatta Buia. Negli ultimi cinque anni, oltre cento persone sono passate attraverso storie diverse per lunghi o brevi periodi dal nostro laboratorio. Siamo una associazione senza finalità di lucro, siamo in convenzione col Tribunale di Livorno e titolati a fare accoglienza. I risultati, giungono grazie anche alle contaminazioni coi nostri volontari e dei ragazzi che svolgono il servizio civile".
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
I conflitti per noi costituiscono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Fino a quando non si avvicinano.
A Bagdad sono stato una volta sola, nel 1988. Faceva un caldo formidabile, finiva la guerra con l'Iran, Saddam Hussein sorrideva sotto i baffoni dai manifesti, per strada sparavano in aria per festeggiare e all'aeroporto insistevano per sottoporre i nuovi arrivati a un test dell'Aids. La guerra, costata almeno un milione di morti, era durata otto anni: sembrava un tempo infinito.
Oggi guardo su uno schermo le immagini dalla stessa città. Le fiamme, le tracce dei missili e della morte di Qassem Soleimani. Ascolto le urla e le minacce di nuova morte; e penso quanto poco sia cambiato. Ancora sciiti e sunniti, ancora Iran e America, ancora il mondo spettatore: forse è la stessa guerra, e non è mai finita. Come tante altre.
Pensate all'Afghanistan - un conflitto che dura dal 2001 - o alla guerra civile in Somalia, iniziata nel 1991. Pensate al conflitto arabo-israeliano, iniziato nel 1948 e mai chiuso. Pensate allo scontro tra israeliani e palestinesi. Nella sua forma attuale - un conflitto a bassa intensità, con fiammate improvvise - dura da trentatré anni: la prima intifada risale al 1987. Le stragi di Boko Haram in Nigeria vanno avanti dal 2009 (decine di vittime nella zona del lago Ciad, notizia di ieri).
La guerra in Siria è iniziata nel 2011: sembra ieri.
I due grandi conflitti mondiali del Novecento sono durati, rispettivamente, quattro e sei anni: pareva un tempo lunghissimo. Ma hanno coinvolto l'Europa e l'Italia, e ci hanno cambiato. Per questo le abbiamo comprese, nella loro complessità e nel loro orrore: erano guerre vicine. La guerra, oggi, appare distante. Immagini spaventose consumate per divertimento, video sanguinari e serie televisive farcite di violenza hanno finito per ottundere la nostra capacità di immaginazione e di spavento.
Sì, siamo ottusi. Ci stiamo abituando. Se le brutte notizie si avvicinano troppo, cambiamo destinazione per il viaggio e la vacanza: ma non capiamo la condizione di milioni di essere umani; né la complessità di alcune aree del mondo. Le guerre lontane sono un rumore di fondo, una suggestione spettacolare, un'espressione di circostanza, un argomento di conversazione: che dite, Trump ha fatto bene o ha fatto male? Le guerre lontane ci fanno compagnia. Finché non si avvicinano. Allora, capiremmo.
di Ferruccio de Bortoli
Corriere della Sera, 5 gennaio 2020
Gli stranieri regolari residenti alla fine del 2018, secondo l'Istat, erano l'8,7% del totale. La Svizzera è al 25%, la Germania all'11,7. In realtà la vera emergenza è l'emigrazione.
Le immagini dei primi nati dell'anno sono commoventi. I neonati, in un Paese che invecchia, sono ancora più i benvenuti. Il primo nato a Torino è stato Hadega; a Brescia Youssef; in Calabria Harshita; in Liguria Daniel; in Friuli Venezia Giulia Amar; in Sicilia Mohammed; in Puglia Iuliana. Che cos'hanno in comune questi bimbi? Sono tutti figli di immigrati. L'Italia è il loro Paese. L'Unicef ha stimato per il giorno di Capodanno la nascita in Italia di oltre mille e duecento bimbi. Speriamo siano stati di più. Comunque uno ogni 39 cinesi.
Questo articolo presumo non piacerà. Forse, alla fine, nemmeno al suo autore. Perché anche chi scrive vorrebbe non vivere la contraddizione italiana di temere l'immigrazione, specie se disordinata, e, nello stesso tempo, di averne razionalmente bisogno. E, dunque, rimuove il pensiero. Una sorta di tabù inconfessabile.
Uno sdoppiamento consapevole della nostra personalità di cittadini. Aperti e disponibili verso lavoratori immigrati operosi, badanti e collaboratori domestici. Insostituibili, preziosi. Gli immigrati di cui conosciamo utilità e impegno sono i benvenuti. A loro concederemmo volentieri la cittadinanza, salvo opporci fermamente alla sola idea appena il discorso si sposta sul piano generale. Ma gli altri immigrati, indistinti, sconosciuti, che vediamo nelle strade e nelle piazze, non sono i benvenuti. Al di là dei buoni sentimenti e dello spirito solidale di cui è ricco per fortuna il Paese.
Scoprire di essere minoranza italiana nel vagone della metropolitana di una nostra città può suscitare un senso incontrollabile di estraneità. Normale. Lo scacciamo per buona educazione. La stragrande maggioranza degli imprenditori apprezza il lavoro degli immigrati che impiega. Sa che non potrebbe farne a meno. Ma nello stesso tempo non è raro vedere molti industriali o commercianti applaudire ai porti chiusi - che mai peraltro lo sono stati - e alla politica delle frontiere sigillate, alla Orbán. La porta serrata in faccia agli altri. Quelli che non si conoscono. Ma i propri bravi collaboratori sono lombardi, veneti, pugliesi, ormai da sempre.
Il ritardo costante e la mancata programmazione del decreto flussi (ultimo nell'aprile scorso) non facilitano il reperimento di manodopera. E giustamente chi ha un'azienda, e non riesce a coprire i profili lavorativi di cui ha bisogno, ne sollecita l'allargamento delle maglie. I nostri connazionali che si lamentano, a torto, del lavoro loro sottratto mai si adatterebbero a mansioni riservate ormai solo agli immigrati. Un apprezzato imprenditore marchigiano dell'agroalimentare Giovanni Fileni ("Scegli il bio", recita lo spot) confessa che senza immigrati avrebbe già chiuso.
Sono rari i suoi conterranei che accettano di lavorare in un pollaio, seppure biologico. L'amministratore delegato della Fincantieri, Giuseppe Bono, ha spiegato che nei prossimi due o tre anni avrà bisogno di almeno 6 mila lavoratori, operai, tecnici, saldatori, ma non sa dove trovarli. In Italia il numero delle (dei) badanti, è ormai superiore al milione. Quasi il doppio dei dipendenti del sistema sanitario nazionale. Se si fermassero tutti insieme tante famiglie sarebbero alla paralisi, nella disperazione.
L'Istat ha appena aggiornato i dati sulla popolazione italiana. O non li leggiamo oppure ci siamo già fatalmente rassegnati al declino. A cominciare da coloro che invocano "prima gli italiani", che sono sempre di meno. Al primo gennaio del 2019 eravamo residenti in 60 milioni 359 mila 546. In un anno 124 mila in meno. Ma il saldo naturale (vivi e morti) è ancora peggiore. Nel 2018 era negativo per 193 mila 386 unità. I nati vivi nel 2018 (439 mila 747) sono al minimo dall'Unità d'Italia. Il tasso di fecondità è 1,32 per donna. Dovrebbe essere superiore a 2 per garantire la stabilità della popolazione. "Ultimi gli italiani", senza volerlo. Questo è lo slogan vero.
La popolazione straniera residente era pari, alla fine del 2018, sempre secondo i dati Istat, a 5 milioni 255 mila 503 unità, l'8,7 per cento del totale con un incremento di 111 mila unità, senza tenere conto ovviamente degli irregolari. La Svizzera è al 25 per cento; la Germania all'11,7. Siamo all'undicesimo posto in Europa per presenza di immigrati. Nel 2018 i nuovi permessi di soggiorno rilasciati ai cittadini non comunitari sono stati 242 mila, il 7,9 per cento in meno rispetto a un anno prima. Il sollievo di meno sbarchi, meno arrivi per la prima volta dall'Africa - di cui si è parlato tanto in questi giorni - è compensato dalla constatazione, più amara e silenziosa, che l'Italia come terra di emigrazione non sia più così tanto attrattiva. Perché non cresce.
E, infatti, aumentano dell'1,9 per cento i nostri connazionali che si trasferiscono all'estero in cerca di un lavoro. In realtà sono molti di più perché le statistiche registrano solo le cancellazioni all'anagrafe. Oltre il 65 per cento dei nuovi permessi a immigrati è andato a persone con meno di 30 anni. Mentre i nostri giovani - l'emergenza emigrazione di cui non ci occupiamo - soprattutto laureati e in particolare dal Sud se ne vanno in massa. Il saldo migratorio, da anni ormai, non compensa la negatività del saldo naturale. Fa peggio di noi, in Europa, solo la Romania che è un Paese a fortissima emigrazione. Insomma, non c'è una invasione, semmai una lenta inesorabile evacuazione.
Qualche riflessione in più, pacata e non strumentale, sul tema dell'immigrazione (la necessità di avere manodopera di qualità, programmando gli arrivi) e dell'emigrazione, soprattutto dei nostri giovani laureati, guardando al futuro del Paese, al suo benessere reale, sarebbe opportuna. Vivere di slogan, false percezioni e pregiudizi, è il modo migliore per invecchiare ciecamente, impoverendosi nel rancore, lasciando in eredità non solo debiti ma anche l'incapacità di capire l'evoluzione futura del Paese. Una società multietnica è inevitabile. Bisogna solo scegliere se governarla o semplicemente subirla.










