di Paolo Persichetti
Il Riformista, 13 febbraio 2020
È con il referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati che l'azione della magistratura si impone come uno dei temi centrali della lotta politica. Dopo un decennio di consenso pressoché unanime attorno alla gestione della "emergenza giudiziaria" contro i movimenti sociali e i gruppi della sinistra rivoluzionaria armata, il protagonismo raggiunto dal sistema giudiziario comincia a essere messo in discussione.
Il "caso Tortora" incrina l'unanimità del sistema politico di fronte a un'azione penale che era andata oltre la delega ricevuta oltrepassando i binari della sola repressione dei gruppi antisistema. Tuttavia questi tentativi di contrasto non indeboliscono la magistratura che, trovando una solida sponda in una parte del sistema politico (il Pci), può accrescere il proprio bagaglio di legittimità sociale erigendosi a unica istituzione integra del Paese, dopo il rovinoso effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino sulle fondamenta della Prima Repubblica. Non a caso la centralità dell'azione penale si afferma definitivamente nel decennio successivo con l'avvio del ciclo d'inchieste denominate "Mani pulite", per restare nel ventennio che segue il perno attorno al quale ruota l'agenda politico-istituzionale e si mobilitano i repertori ideologici delle nuove formazioni politiche populiste che si succedono nel frattempo: Lega, Girotondi, Idv, Popolo Viola, Rivoluzione civile, Fratelli d'Italia, M5s.
Giudiziarizzazione della società - Per descrivere questa nuova realtà fu coniato un neologismo, giudiziarizzazione, un fenomeno descritto da autori come Neal Tate e Torbjorn Vallinder in un volume del 1995 che ha fatto scuola, The Global Expansion of Judicial Power, poi divulgato in Europa dai lavori di Antoine Garapon e Denis Salas. Le radici italiane della giudiziarizzazione risalgono agli anni 60, quando le porte della magistratura si aprono a ceti sociali prima esclusi favorendo lo svecchiamento della cultura giuridica. Fu allora che si mise in discussione la mancata applicazione di buona parte del dettato costituzionale, congelato da una sentenza della Corte di Cassazione negli anni in cui questa svolgeva il ruolo di supplenza della Consulta non ancora istituita. La Suprema Corte aveva suddiviso la costituzione in norme immediatamente attuabili e norme programmatiche che il legislatore avrebbe dovuto completare successivamente. Tra queste ultime si trovavano le parti a più alto contenuto innovativo in materia economico-sociale e dei diritti.
Per modificare questa situazione la corrente di sinistra della magistratura cominciò a elaborare la cosiddetta "teoria dell'interferenza", attraverso la quale - racconta Giovanni Palombarini nel suo Giudici a sinistra, 2000 - si cerca di ripristinare la completezza del dettato costituzionale attraverso un uso dell'interpretazione e delle fonti che riconosce un carattere immediatamente normativo a tutta la Costituzione.
Il reintegro del dettato costituzionale con gli strumenti della "creazione giuridica", di fronte all'inerzia o al sabotaggio legislativo della politica, fa emergere una innovativa concezione del ruolo del magistrato come "guardiano della Costituzione": non più mero organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato ma "soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile". Questa nuova funzione interventista, contrapposta alla vecchia immagine conservatrice della casta preposta a funzioni di tutela degli interessi più forti e di salvaguardia dell'ideologia dominante, raggiunge la sua maturità intorno alla metà degli anni Settanta.
La repressione emancipatrice - È questo il decennio in cui si afferma il singolare ossimoro ideologico della repressione emancipatrice, il magistrato si autopromuove avanguardia politica che interpreta i bisogni della società civile, demistifica valori e privilegi delle classi dominanti, tutela dagli abusi i ceti meno abbienti e lavora alla realizzazione di una via giudiziaria per la costruzione di una società più giusta. Il vecchio rivoluzionario di professione passa alla professione di magistrato, una contraddizione in termini che ripristina forme di Stato etico e di moralismo giudiziario, per giunta portando a invertire il rapporto tra costituzione materiale e costituzione legale, tale da indurre a credere - per esempio - che lo Statuto dei lavoratori fosse il risultato dell'azione dei "pretori d'assalto" e non delle lotte operaie.
Nella seconda parte degli anni Settanta, di fronte alla contraddizione introdotta dalla spinta sociale dei movimenti rivoluzionari, si esaurisce la battaglia protesa ad abolire la sopravvivenza di leggi e codici arcaici ereditati dal vecchio Statuto albertino o fascista per sostituirli con le norme inattuate della Costituzione. Si sgretola il terreno della difesa dei diritti, delle garanzie e degli obiettivi di innovazione sociale a tutto vantaggio di una rivalorizzazione e di un ulteriore inasprimento della normativa fascista, che sanziona i reati politici e sottopone a uno Stato di polizia le libertà pubbliche. Per l'originaria concezione critica e garantista della funzione giurisprudenziale suona il de profundis, come aveva spiegato Luciano Violante, magistrato passato alla politica, sull'Unità del 27 settembre 1979: "La giurisprudenza alternativa poteva di per sé avere un significato di rottura dieci anni fa; ma oggi?".
La delega totale che il mondo politico aveva concesso alla magistratura per liquidare militarmente la dissidenza dei movimenti più radicali, porta all'affermazione del "giudice sceriffo" ". Negli anni Novanta il processo di legittimazione sociale che investe una magistratura sempre più combattente, uscita dai tribunali e scesa - come i generali golpisti - nelle piazze, nei posti di lavoro, nelle scuole, fa affiorare la percezione degli enormi spazi che l'azione penale può aprire davanti a sé. Prende forma la teoria della supplenza "del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo", che rivendica per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che mina i parametri classici della tripartizione dei poteri. Si chiude così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l'originario impianto della teoria dell'interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolve nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.
di Marcello Sorgi
La Stampa, 13 febbraio 2020
Sebbene molti leghisti siano seriamente preoccupati per la piega che hanno preso le cose nel "caso Gregoretti", Salvini ha affrontato spavaldamente, com'è suo costume, la seduta del Senato conclusa con il voto che ha autorizzato il procedimento contro di lui per sequestro di persona. Invano ha consigliato prudenza, sperando in un impossibile sovvertimento del voto finale, la senatrice avvocata Giulia Bongiorno, che di processi se ne intende, avendo difeso Andreotti in quello per mafia.
Né Renzi, tentato fino ha potuto mettersi di traverso alla ghigliottina voluta dalla maggioranza di governo - e in prima linea da Conte, ormai avversario diretto del leader leghista -, dopo aver votato con l'opposizione per due giorni di fila sulla prescrizione. La ragione per cui Salvini andrà a testa alta alla sbarra come imputato è molto semplice. A meno di sorprese da parte della magistratura (teoricamente il Gip potrebbe ancora decidere di archiviare tutto), quello contro il Capitano sarà il nuovo "processo del secolo", né più né meno come quello al Divo Giulio, accusato di essere il capo politico della mafia, lo era stato a fine Novecento.
Come ha spiegato la Bongiorno a Palazzo Madama, i giudici dovranno decidere se la volontà dell'allora ministro dell'Interno Salvini di tenere al largo, e impedire per giorni che potesse attraccare in porto, la nave italiana "Gregoretti" carica di 116 migranti costituisse un sequestro di persona, o non fosse invece la logica premessa politica - dura quanto si vuole, fino a un discutibile eccesso - del lavoro che nelle stesse ore stava facendo il premier Conte per ottenere ascolto da un'Europa sorda alla necessità di una redistribuzione continentale dei naufraghi, malgrado tanti impegni presi in proposito.
Lo era, secondo una dichiarazione di Conte citata dalla stessa Bongiorno (ma che ovviamente andrebbe riletta nel contesto in cui fu pronunciata). Il governo italiano non avrebbe ricevuto aiuto "volontario" nell'assegnazione di quote di immigrati (dal momento che non esiste alcun meccanismo automatico concordato, e tutti i vertici europei convocati a questo scopo sono falliti miseramente), da parte di altri Paesi membri della Ue, se il caso "Gregoretti" non fosse stato al centro di un'amplificazione politico-mediatica tale da sollevare un'imprescindibile questione umanitaria, che alcuni governi europei, su pressione di Conte e grazie alla risolutezza, o forse alla spietatezza di Salvini, furono praticamente costretti ad affrontare.
Si dirà che se questo è lo stato dei rapporti tra Paesi alleati, e se l'allarme anche solo per alcune decine di immigrati da sistemare è tale da rendere necessari rimedi estremi, come quelli che furono messi in atto nel luglio 2019 (con il rischio, per Salvini, di incorrere nei reati per cui adesso il Tribunale dei ministri vuol portarlo in giudizio), forse sarebbe stato meglio che il Senato avesse trovato un escamotage per evitare il processo e non fornire a Salvini il palcoscenico da cui adesso potrà esibirsi indisturbato.
Magari, data la buona stagione in arrivo, mentre sulle coste siciliane o a Lampedusa gli sbarchi di clandestini riprenderanno, con conseguente allarme dell'opinione pubblica e imbarazzo del governo giallo-rosso, che sull'immigrazione non si è ancora chiarito bene le idee. Invece, com'è sempre accaduto in questi anni (con l'eccezione dell'autorizzazione a procedere negata nel 1993 a Craxi, subito dopo aggredito per strada con lanci di monetine), i parlamentari si sono sottomessi alla magistratura e hanno mandato Salvini al processo.
Lo hanno fatto, non ci sarebbe neppure bisogno di dirlo, perché sperano che ne esca con le ossa rotte. Non potendo liberarsi politicamente di un avversario così temibile, che in un anno ha raddoppiato i suoi voti, pensano di farlo per via giudiziaria. E possibile. E già accaduto, ma è l'ambizione di una politica debole che scommette suvecchia legge non scritta. Secondo la quale, le sole incognite che un leader o uno statista devono temere sono i giudici, i soldi e le donne. La somma delle tre è senza scampo. Ma come dimostra Berlusconi, due sole, tante quante ne ha incrociate anche Salvini, possono rivelarsi letali.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 13 febbraio 2020
152 voti contro 76, passa l'autorizzazione a procedere. Cinque senatori della maggioranza si schierano con il centrodestra. Così come era stato annunciato quando si arriva al dunque, vale a dire al momento in cui bisogna votare l'autorizzazione a procedere per il loro leader, i 60 senatori della Lega abbandonano l'aula di Palazzo Madama. Gesto plateale ma richiesto dallo stesso Matteo Salvini nell'intervento che l'ex ministro dell'Interno tiene a metà mattinata, al termine del quale si sfiora anche la rissa tra il pentastellato Marco Pellegrini e il leghista William De Vecchis.
A parte questo, il giorno del giudizio parlamentare di Salvini si è concluso come previsto, con l'aula del Senato che a maggioranza (152 voti contro 76) dice sì alla richiesta del tribunale dei ministri di Catania di processarlo per sequestro di persona per la vicenda della nave Gregoretti.
Si differenziano i senatori ex 5 stelle Saverio De Bonis e Carlo Martelli, del senatore Pierferdinando Casini (citato e ringraziato da Salvini) e dei due rappresentanti delle Autonomie Dieter Seger e Durnwalder Meinhard, che hanno votato a favore dell'ordine del giorno presentato da Forza Italia e Fratelli d'Italia in cui si chiedeva di negare l'autorizzazione a procedere. Ora gli atti torneranno al tribunale dei ministri di Catania per essere poi trasmessi alla procura etnea che dovrà istruire il processo.
Per l'occasione nella tribuna del Senato si fa vedere anche Giorgia Meloni, venuta per esprimere solidarietà all'alleato. Le prime parole del leghista sono però un mezzo passo falso. "Permettetemi di dire che se in questa aula oggi qualcuno scappa, non è fra i nostri banchi ma fra quelli del governo" attacca sottolineando come in aula non sia presente neanche un ministro. E costringendo però per questo la presidente Casellati a intervenire ricordandogli come in occasioni simili, dove le decisioni spettano a soli senatori, non è richiesta la presenza dell'esecutivo. Annotazione pressoché ignorata.
In quasi trenta minuti Salvini tocca poco e tardi il merito della questione, il mancato sbarco di 131 migranti dalla nave della Guardia costiera, preferendo dilungarsi su altro. Nomina più volte i figli, fino a provocare le proteste della maggioranza alle quali risponde ricordando come nessuno tra quanti protestano "ha ricevuto un sms con scritto Forza papà".
Accusa l'esecutivo di essere litigioso e per questo di non prendere mai decisioni, parla dei cantieri chiusi, ricorda di aver abbattuto con la ruspa una villa dei Casamonica, rivendica i decreti sicurezza e di aver chiuso alcuni centri di accoglienza per migranti. E poi cita Montanelli e, senza nominarli esplicitamente, anche Falcone e Borsellino.
Quando finalmente parla della vicenda Gregoretti, lo fa per ribadire gli stessi concetti espressi da settimane: "Non ho paura del processo", ripete ribadendo come l'intera vicenda sarebbe stata gestita in accordo con il governo. "Chiunque sapeva che votando Lega avremmo fatto di tutto per chiudere i porti e combattere l'immigrazione clandestina", dice. Scelte e decisioni politiche prese "con i 5 Stelle.
Le dichiarazioni di quei giorni di Toninelli, Bonafede e Di Maio sono del 28, 30 e 31 luglio. O c'erano, ed erano d'accordo, o c'erano e non hanno capito. E sarebbe ancora più grave". Rivendica infine di aver difeso i confini nazionali, motivo per cui "chiariamo una volta per tutte davanti ai giudici se ho fatto il mio dovere e sono un sequestratore".
Ma la vera difesa di Salvini è affidata al suo avvocato, la senatrice Giulia Bongiorno. Per la responsabile giustizia del Carroccio nella vicenda Gregoretti "tutto il governo prese decisioni, ma non lo dico per chiamare in correità nessuno, perché nessuno ha commesso reati". E a riprova delle collegialità delle decisioni la senatrice ricorda una frase del premier, quando Conte disse: "Noi della presidenza del consiglio abbiamo lavorato perché bisogna ricollocare e poi consentire lo sbarco". Sarebbe sbagliato quindi, per Bongiorno, parlare di sequestro di persona: "Chi ritiene che ci sia un disvalore - è la conclusione - dovrebbe creare una fattispecie incriminatrice: rallentamento allo sbarco e poi processare Salvini".
Non la pensa così, tra gli altri, l'ex comandante della Guardia costiera ed ex M5S Gregorio De Falco che sottolinea le differenze tecniche tra la Gregoretti e la nave Diciotti per la quale in passato è stato richiesta l'autorizzazione a procedere sempre per Salvini (respinta in quel caso grazie ai voti dei M5S): "La Diciotti è una nave di 100 metri, costruita e allestita per il soccorso d'altura - ricorda il senatore -, la Gregoretti è di 60 metri e costruita per l'attività di vigilanza alla pesca e non può tenere a bordo un gran numero di persone per tanto tempo e sotto il sole: fu un'inutile crudeltà".
di Paolo Armaroli
Il Dubbio, 13 febbraio 2020
Suppongo che in questi giorni la senatrice della Lega Giulia Bongiorno, allieva di Franco Coppi e pupilla di Giulio Andreotti, abbia rimuginato su un episodio del lontano ottobre del 1922. Alla vigilia della marcia su Roma, Vittorio Emanuele III domanda al suo aiutante di campo, salvo errore il generale Cittadini, come si sarebbe comportato l'esercito nel caso di stato d'assedio. Questa la risposta: "Maestà, l'esercito farà il proprio dovere. Come sempre". Ma poi, dopo una studiata pausa, aggiunge: "Però sarebbe meglio non metterlo alla prova". Ecco, la Bongiorno sa bene che la magistratura è come la moglie di Cesare: al di sopra di ogni sospetto. Ci mancherebbe.
Ma, previdente com'è, avrà concluso che sarebbe meglio non metterla alla prova. Non si sa mai. Ieri, nell'aula di Palazzo Madama, la Bongiorno non ha solo perorato da par suo una causa nella quale crede dal profondo del cuore. Ha fatto di più: ha battibeccato con il suo leader, nella fattispecie una sorta di suo assistito, con spunti degni di un teatro di gran classe. Lei che avrebbe voluto rubare un po' di minuti al suo Capitano nel timore che questi si facesse del male con parole tipiche del guascone che c'è in lui. E Salvini che prima le nega un altro po' di spazio e poi, dopo un batti e ribatti, glielo concede. Ma a malincuore.
Perché questo di Palazzo Madama è stato un palcoscenico tutto per lui. Ha preteso di essere, più che soggetto percosso, protagonista assoluto. Come la sposa ai matrimoni e il morto ai funerali. Anche a costo di far disperare la Bongiorno. E già, perché un grande attore si riconosce per come entra in scena. E lui è scivolato quando ha denunciato maldestramente l'assenza dei ministri, a cominciare dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dai banchi del governo. Una critica senza il benché minimo fondamento giuridico. Perché il governo è assente a ragion veduta. Ci mancherebbe altro che dicesse la sua su un ex ministro.
Pro o contro, poco importa. Difatti il giudizio su Salvini è una gelosa prerogativa del Senato della Repubblica. Un discorso a braccio, il suo. Con luci e qualche ombra. Interessato a coinvolgere un po' tutti i ministri del Conte uno. Dopo tutto, un gioco da ragazzi. Ma con qualche citazione di troppo. Sia pure anema e core: dai diletti figlioli alla cara nonna. D'altra parte, Salvini si considera un Capitano senza macchia. E, per ciò stesso, senza paura. Come dire: mandatemi sotto processo e poi ne vedremo delle belle. Se Salvini è stato la disperazione della Bongiorno, è venuto in soccorso di quest'ultima il decano del Parlamento italiano Pier Ferdinando Casini, a suo tempo impareggiabile presidente della Camera. Le cose non le ha mandate a dire. Se la Bongiorno aveva dichiarato che in questa fase il Senato deve valutare con imparzialità i due piatti della bilancia - Salvini da un lato e la magistratura dall'altro - Casini non è stato da meno. Ha dichiarato: "Non possiamo delegare questa azione (ovverosia il giudizio su Salvini, n. d. r.) alla magistratura, in una sorta di supplenza impropria.
Peraltro, la magistratura ha fatto valutazioni di merito diverse, perché la procura della Repubblica non ha fatto la stessa valutazione del Tribunale dei ministri". In un crescendo rossiniano, Casini è stato ancora più esplicito: "Salvini oggi è un leader emergente e una figura divisiva ed è chiaro che si fa fatica a fare un discorso in astratto, come se parlassimo di Pinco Pallino e non del principale oppositore di questo governo. Ma dobbiamo sforzarci di fare così. Ricordate, colleghi, che quello che oggi capita a Salvini in teoria può capitare a tutti coloro che hanno responsabilità di governo. La ruota gira, colleghi, e quello che capita a Salvini oggi può capitare domani a Zingaretti o a qualcun altro". Un discorso degno di affissione, come si diceva nel lessico parlamentare di una volta.
Purtroppo è come se avesse parlato al muro. Salvo lodevoli eccezioni, ieri si è registrato al Senato un dialogo tra sordi. Ravvivato a tratti da una involontaria comicità. Valga per tutti l'interrogativo del democratico Dario Parrini: "Noi avremmo politicizzato la vicenda?". Figurarsi. Parrini è un superesperto di sistemi elettorali e un buon conoscitore di storia patria. Non pago di queste indiscusse qualità, ha pensato bene di rallegrare l'assemblea con una impareggiabile facezia. Da parte sua, Salvini ha mostrato il petto al fuoco nemico. Con la speranza che giudici degni di questo nome ci siano non solo a Berlino, come confidava il mugnaio di Potsdam, ma anche a Catania. In ogni caso, da professionista della politica qual è, sa bene che al di sopra dei magistrati c'è un altro tribunale. È il tribunale dell'opinione pubblica. E così sia.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 13 febbraio 2020
La procura di Catania aveva già negato l'esistenza del reato di sequestro di persona. La decisione finale dopo l'udienza davanti al gup. I paradossi del caso Gregoretti non si sono esauriti al Senato - dov'è andato in scena il balletto dei rinvii, dei voti a favore di chi era contrario e infine del non voto leghista - ma sono destinati a proseguire nel palazzo di giustizia di Catania. È lì che adesso torneranno gli atti del procedimento, e la Procura (dopo un nuovo rimbalzo di carte con il Tribunale dei ministri) dovrà chiedere la fissazione di un'udienza preliminare. Ma a chi? Di nuovo al collegio che ha già chiesto e ora anche ottenuto di processare Matteo Salvini, oppure a un ordinario giudice dell'udienza preliminare (gup) da individuare tra i sedici in servizio alle falde del l'Etna?
L'iter ordinario - Una sentenza della Corte costituzionale del 2002 sembra aver chiarito che si debba andare davanti al gup, quando stabilì che l'iter processuale a carico del ministro debba proseguire "secondo le forme ordinarie, vale a dire per impulso del pubblico ministero e davanti agli ordinari organi giudicanti competenti".
Ma proprio nell'ufficio dei pm guidati dal procuratore Carmelo Zuccaro ci si sta interrogando in queste ore se quella pronuncia (che fu "interpretativa di rigetto" di un'eccezione di incostituzionalità, non di accoglimento) sia vincolante o meno. La legge costituzionale del 1989 sui reati ministeriali dispone infatti che dopo l'autorizzazione il fascicolo venga restituito al tribunale dei ministri "perché continui il procedimento secondo le norme vigenti".
Come se il soggetto chiamato a continuare fosse lo stesso tribunale e non un altro giudice. Ma un po' perché la Consulta ha già detto la sua, e un po' perché il tribunale dei ministri ha svolto fin qui le funzioni di inquirente, sarebbe strano che ora dovesse anche vestire i panni del giudicante chiamato a decidere sul rinvio a giudizio di Salvini.
L'udienza preliminare - È dunque presumibile che la Procura uscirà da questa complessa questione tecnico-giuridica chiedendo a un gup la fissazione dell'udienza preliminare.
E qui si assisterà a un'altra stranezza di questa vicenda. Solitamente, anche nei casi di "imputazione coatta" imposta da un gip al quale il pm aveva chiesto l'archiviziazione di un caso, la Procura formula l'accusa e conclude chiedendo al gup il rinvio a giudizio. Stavolta di scontato c'è solo la prima parte, e cioè la richiesta di fissazione dell'udienza preliminare con il capo d'imputazione contro l'ex ministro dell'Interno: sequestro di persona aggravato di 131 migranti commesso a Catania e Augusta, tra il 27 e il 31 agosto 2019.
Non ci fu alcun sequestro - Un atto dovuto. Il resto è incerto, perché già all'esito dell'indagine svolta dal Tribunale dei ministri, gli stessi pubblici ministeri (il procuratore Zuccaro e il sostituto Andrea Bonomo, che in questo caso ha sottoscritto gli atti) avevano sostenuto il contrario: per loro non ci fu alcun sequestro.
Il fatto non costituisce reato, scrissero nella richiesta di archiviazione, perché lasciare i migranti a bordo per tre giorni (al quarto fu decisa l'autorizzazione allo sbarco, sebbene formalizzata solo l'indomani), assistiti per ogni necessità, al fine di stabilire dove dovessero essere collocati una volta scesi dalla nave, non è un periodo di privazione della libertà "apprezzabile" per essere considerato un sequestro.
Proscioglimento o rinvio a giudizio? - I pm potrebbero insistere su questa posizione e proporre il proscioglimento dell'imputato Salvini, oppure il rinvio a giudizio se dovessero mutare orientamento al termine dell'udienza preliminare. Nella quale l'ex ministro potrà chiedere di essere interrogato, il suo avvocato presentare nuovi atti e sollecitare nuovi accertamenti. Poi la Procura formulerà le proprie conclusioni (lì si vedrà se cambierà idea oppure no), quindi il giudice deciderà: processo o archiviazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 13 febbraio 2020
Irragionevole durata dei procedimenti, deciderà la Cedu. Per la prima volta la Corte Europea si potrà pronunciare su alcuni aspetti del processo, dopo il no dell'Italia a portare la questione davanti alla Consulta.
L'eccessiva durata delle misure di prevenzione finisce a Strasburgo. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha infatti dichiarato ricevibile il ricorso con cui gli imprenditori Cavallotti si sono lamentati della irragionevole durata del sequestro dell'azienda di famiglia, la Euroimpianti plus srl, tenuta sotto sigilli dallo Stato per otto anni, durante i quali, sotto amministrazione giudiziaria, ha subito danni - certificati dal commercialista Giovanni Allotta - per oltre 11 milioni di euro.
La vicenda è quella degli imprenditori di Belmonte Mezzagno, in provincia di Palermo, assolti da ogni accusa di mafia eppure spogliati di tutto dallo Stato, che ha riconosciuto l'errore solo lo scorso anno, certificando la provenienza lecita di quei beni. E ora, dopo il rifiuto della Corte di Cassazione di portare la questione davanti alla Corte costituzionale, a confrontarsi con i tempi biblici delle misure cautelari reali sarà, per la prima volta in assoluto, la Corte europea. Un fatto storico, che affonda le proprie radici in un iter lungo e travagliato, iniziato nel 2011.
La vicenda è stata portata davanti al tribunale di sorveglianza dall'avvocato Rocco Chinnici, che ha evidenziato il superamento del limite temporale del primo grado del giudizio di merito nel procedimento di prevenzione, fissato dalla legge in un anno e sei mesi, fino a un massimo di due anni e mezzo in caso di ricorso al meccanismo della proroga. Un limite che rappresenta "una garanzia di ragionevolezza e proporzionalità nell'applicazione di una misura cautelare reale". Ma tribunale prima e Cassazione poi hanno respinto la richiesta, sostenendo che il termine di estinzione del procedimento "rimane sospeso" durante lo svolgimento degli "accertamenti peritali" e ciò "per tutta la durata di essi".
Un'interpretazione, ha obiettato Chinnici, che comporterebbe una abrogazione implicita dei termini massimi di durata del procedimento, stante l'indeterminatezza dei tempi degli accertamenti peritali, determinando "un grado intollerabile di incertezza e di allungamento del periodo di sospensione, in contrasto assoluto con il principio costituzionale e convenzionale della ragionevole durata del processo".
Dopo la restituzione dei beni, che per la famiglia rappresentava la "fonte di sostentamento economico", i Cavallotti si sono ritrovati in mano una "scatola vuota". Una beffa, considerando anche lo stigma sociale che, nonostante le assoluzioni, li ha trasformati in mafiosi e, dunque, reietti, spiega al Dubbio l'avvocato Stefano Giordano, che ha portato la questione davanti alla Cedu.
Che, dunque, affronterà non il tema della restituzione, ma, per la prima volta la questione dell'irragionevole durata del processo dal punto di vista delle misure di prevenzione, nonché la violazione del diritto al rispetto della vita privata e familiare e della protezione della proprietà. Una sorta di "esperimento che rappresenta un nuovo filone", aggiunge Giordano. E anche una specie di eccezione, dal momento che circa il 90 per cento dei ricorsi presentati alla Cedu viene dichiarato irricevibile.
"Per me è una grande soddisfazione personale - commenta Pietro Cavallotti, uno degli eredi dell'azienda ormai ridotta all'osso. Io non ho studiato legge per avere un titolo da sbattere in faccia alla gente e neppure per interesse professionale.
L'ho fatto solo per aiutare la mia famiglia ad uscire dall'inferno in cui altri l'hanno scaraventata. Trovare strade che nessuno ha mai percorso prima, quando tutti ti dicono che è tempo perso, cogliere il frutto dello studio sofferto, dà grande soddisfazione. Indipendentemente da come andrà a finire, sarà una decisione che farà giurisprudenza".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Ordinanza 12 febbraio 2020 n. 5555. Saranno le Sezioni unite a stabilire se il riferimento alle aggravanti ad effetto speciale per alcuni reati contro il patrimonio riguardi anche la recidiva qualificata, ai fini della procedibilità d'ufficio. La Corte di cassazione chiama in causa il Supremo consesso per sciogliere un dubbio non di poco conto. L'occasione alla sezione remittente (ordinanza 555) arriva da un ricorso del Pm contro la dichiarazione di estinzione del reato di appropriazione indebita aggravata anche dalla recidiva specifica, nei cinque anni, per remissione di querela.
Il Pg presso la Corte d'Appello ha chiesto l'annullamento della sentenza impugnata per violazione della legge penale. La norma presa in considerazione dalla pubblica accusa e dai giudici è il Dlgs 36/2018. Per il Pm è vero che l'articolo 10 ha esteso a tutte le fattispecie di appropriazione indebita il regime di procedibilità a querela, ma l'articolo 11 dello stesso decreto ha introdotto nel codice penale l'articolo 649-bis che, per quanto riguarda il caso specifico, prevede la procedibilità di ufficio del reato di appropriazione indebita se c'è un'aggravante ad effetto speciale, come ritenuta quella contestata.
Per la Cassazione è dunque il caso di passare la parola alle Sezioni unite per capire se "il riferimento alle aggravanti ad effetto speciale contenuto nell'articolo 649-bis del Codice penale, ai fini della procedibilità d'ufficio per taluni reati contro il patrimonio (articolo 640, comma terzo, del Codice penale, ; fatti di cui all'articolo 646, secondo comma, o aggravati dalle circostanze di cui all'articolo 61 primo comma n.11 del Codice penale, vada inteso come riguardante anche la recidiva qualificata di cui ai commi secondo, terzo e quarto dell'articolo 99 dello stesso Codice". Il collegio remittente sottolinea che nella giurisprudenza di legittimità, che si è formata dopo l'entrata in vigore del Decreto legislativo 36/2018, la questione proposta non è mai stata risolta con una motivazione espressa.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezioni unite - Sentenza 12 febbraio 2020 n. 5464. Nel giudizio di legittimità spetta alla Cassazione la condanna generica dell'imputato ricorrente al pagamento delle spese processuali sostenute dalla parte civile ammessa al gratuito patrocinio. Mentre saranno il giudice del rinvio o quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato a liquidare tali spese emettendo il decreto di pagamento. Le Sezioni unite della Cassazione, con la sentenza 5464, dirimono il contrasto sul punto e prendono le distanze dall'orientamento che affidava alla Suprema corte anche il compito di liquidare le spese. Il contrasto riguardava l'individuazione, per il giudizio di Cassazione, del giudice competente a liquidare le spese sostenute dalla parte ammessa al patrocinio a spese dello Stato e ad emettere, sempre in sede di legittimità, il decreto di liquidazione degli onorari in favore del suo difensore.
Il Supremo consesso si affida all'interpretazione letterale della norma, sulle spese di giustizia (articolo 83 del Dpr 115/2002) che, nel caso specifico, non si presta ad ambiguità. Il comma 2 dell'articolo 83 dispone infatti che "la liquidazione è effettuata al termine di ciascuna fase o grado del processo e, comunque, all'atto della cessazione dell'incarico, dall'autorità giudiziaria che ha proceduto; per il giudizio di cassazione, alla liquidazione procede il giudice di rinvio, ovvero quello che ha pronunciato la sentenza passata in giudicato".
La Cassazione ricorda che le spese processuali che gravano sulla parte civile non sono limitate all'onorario e agli esborsi relativi al difensore. Per questo non si può affermare che gli importi delle due liquidazioni debbano coincidere. Ma è necessario coordinarle. La soluzione sta nella parte di giurisprudenza che affida alla Cassazione il compito "di condannare nell'an", affermando il diritto della parte civile al ristoro delle spese processuali, mentre la quantificazione sarà determinata in seguito, tenendo conto della liquidazione dell'onorario e delle spese per la difesa. Una scelta che assicura la tutela dei diversi interessi in gioco. Nel caso esaminato dalla Sezione remittente la Cassazione aveva invece determinato l'ammontare delle spese. Un sbaglio da correggere con la procedura dell'errore materiale.
controradio.it, 13 febbraio 2020
La consigliera regionale Spinelli (Gruppo misto) sollecita la nomina del nuovo Garante dei diritti dei detenuti e chiede un confronto trasparente nel merito delle candidature. "La nomina del Garante dei diritti dei detenuti continua a tardare e la Commissione consiliare competente non ha ancora avviato la discussione in merito alle candidature pervenute.
Dopo la scadenza, anche della proroga fino al 24 gennaio, del mandato del dott. Corleone, l'assenza di questo organo di garanzia priva la Toscana, le sue istituzioni, le associazioni e le realtà impegnate sul tema, e in particolare gli stessi detenuti, di un riferimento imprescindibile per la tutela e il rispetto dei diritti delle persone private della libertà personale, in nome della garanzia di una detenzione dignitosa e sempre tesa alla rieducazione del condannato, così come previsto dalla nostra Costituzione. Per questo deve essere scongiurato ogni ulteriore rinvio e allungamento dei tempi e chiedo che la questione sia affrontata con urgenza e attenzione nelle sedi competenti, a partire dalla Prima Commissione che auspico proceda quanto prima con la convocazione e l'audizione dei candidati" - dichiara la consigliera regionale Serena Spinelli.
"La scelta di chi andrà a rivestire questo importante ruolo deve essere frutto di un confronto aperto e trasparente, che tenga conto delle competenze e del programma dei candidati e di un convergenza la più ampia possibile da parte delle forze politiche. Ed è importante che a farlo sia il Consiglio uscente, per garantire nei prossimi anni la massima autonomia al Garante.
Chiedo anche che si rispetti l'impegno che il Consiglio regionale si è assunto, con l'approvazione all'unanimità della mozione che ho presentato ad ottobre, con la quale si è impegnato a valutare, prima della nomina, le nuove Linee d'indirizzo in merito alla disciplina degli Organi regionali di Garanzia adottate dalla Conferenza delle Regioni, che hanno l'obiettivo di rendere omogenee e rafforzare le prerogative e le modalità operative dei Garanti". - prosegue Serena Spinelli (Gruppo misto).
"In tal senso raccolgo e ringrazio per l'appello rivolto al Consiglio regionale da parte delle associazioni di tutela dei diritti dei detenuti, dai rappresentati delle Camere penali di Firenze e Prato e dai Garanti comunali di Firenze e Prato affinché si proceda quanto prima all'esame nel merito delle candidature e alla nomina del nuovo Garante, rilanciato ieri attraverso un loro comunicato alla stampa e con una lettera che mi hanno indirizzato personalmente" - conclude la consigliera regionale Serena Spinelli.
Giornale di Calabria, 13 febbraio 2020
Il Garante regionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Agostino Siviglia, ha inviato al Commissario Cotticelli e ai vertici dell'Amministrazione penitenziaria oltre che al Dirigente del Dipartimento salute della Regione Calabria una nota in cui sollecita l'istituzione dell'Osservatorio regionale permanente per la sanità penitenziaria.
"Le complesse problematiche dell'assistenza sanitaria in carcere - scrive Siviglia - impongono l'immediato intervento di tutti coloro che interagiscono con il sistema penitenziario calabrese". "Già in occasione degli Stati Generali dell'esecuzione penale in Calabria, fortemente voluti dal Garante regionale, si era convenuto di attivare al più presto l'osservatorio permanente al fine di fronteggiare le diverse urgenze che riguardano i vari istituti penitenziari calabresi nel delicatissimo ambito della salvaguardia del diritto fondamentale alla salute sancito dall'art. 32 della Costituzione".
"A distanza di due mesi - prosegue Agostino - ancora non si è proceduto ad emanare il relativo decreto di istituzione dell'organismo; nel mentre continuano i gravi disagi negli istituti penitenziari calabresi e, in particolare, in quello di Reggio Calabria Arghillà che soffre di un'endemica carenza di personale medico specialistico e non riesce a garantire la copertura infermieristica 24 ore su 24".
Il Garante Siviglia, da anni denuncia tale insopportabile situazione che "purtroppo ha portato a conseguenze irrimediabili, tra le quali si ricorda la morte in carcere, il 18 marzo 2018, del giovane detenuto Antonino Saladino, ancora oggi rimasta inspiegata".
"Il Garante Siviglia, nel sollecitare l'urgenza dell'intervento di chi di dovere, auspica un immediato riscontro a questa ulteriore segnalazione in difetto della quale intende coinvolgere i vertici dell'Amministrazione della giustizia, locali e nazionali nonché del Ministero della Sanità, non essendo più tollerabile il perdurare di tale situazione".
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