antigone.it, 11 febbraio 2020
Gratteri torna a parlare di lavoro gratuito in carcere. Ma non è altro che un altro nome per definire i lavori forzati. Ieri il Procuratore della Repubblica Nicola Gratteri è tornato a parlare di lavoro in carcere, riconoscendone il ruolo fondamentale per il reinserimento delle persone ma proponendo che, in assenza di risorse, questo avvenga in forma gratuita. Ma il lavoro gratuito non è altro che lavoro coatto.
di Marina Caneva*
gnewsonline.it, 11 febbraio 2020
È stata avviata nei giorni scorsi la valutazione congiunta tra il Provveditorato per il Triveneto, i rappresentanti dell'Unione Comunità Africane d'Italia (Ucai) e il sodalizio Diritti in Movimento Toscana sulla fattibilità del progetto Exodus, che si propone di ricondurre in Africa le persone detenute nelle carceri italiane intenzionate a fare ritorno nelle comunità di origine.
francomirabelli.it, 11 febbraio 2020
"Qualche mese fa con alcuni altri parlamentari siamo stati invitati ad un incontro a San Vittore con le persone detenute del reparto chiamato La Nave, amministrato dall'azienda sociosanitaria territoriale degli ospedali San Carlo e San Paolo.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 11 febbraio 2020
Molti italiani quando sentono parlare di immigrati dicono di provare paura: è questa la sensazione di doversela vedere da soli con il proprio disagio. Giacciono oggi in Parlamento, e molto probabilmente torneranno in discussione nelle prossime settimane, almeno tre proposte di legge volte a consentire agli immigrati di acquisire la cittadinanza italiana in misura più larga di quanto sia possibile oggi. Personalmente penso che sia un obiettivo giusto.
Proprio chi è convinto dell'importanza della nostra identità storica e civile, della sua capacità di incarnare ed esprimere valori di carattere universale, non può non credere anche nella sua capacità di accogliere e alla fine d'integrare nella propria visione del mondo e della vita pure coloro che provengono da altre culture e i loro figli.
Senza contare che se domani l'Italia sarà rappresentata da cittadini di un colore dalla pelle diversa dal bianco o con ascendenze e retaggi culturali estranei alla sua storia, ciò assai probabilmente accrescerà le possibilità d'irradiamento nel mondo del nostro Paese, di diffusione dei suoi commerci e della sua influenza. Da un punto di vista storico che però guardi anche all'avvenire, una nuova legge sulla cittadinanza corrisponde insomma a un vero e proprio interesse nazionale.
Ma dire questo non basta. Come non basta invocare motivazioni di carattere etico del tipo che sarebbe immorale discriminare gli immigrati privandoli di quello che molti considerano un diritto. Nel momento di prendere una decisione così importante come l'allargamento del diritto di cittadinanza, accanto al criterio dell'obbedienza ai principi ne dovrebbe essere sempre preso in considerazione anche un altro: quello di commisurare i principi alle conseguenze più o meno prevedibili della loro applicazione. Il "si deve" è certo importante, ma in politica come nella vita è perlomeno altrettanto importante chiedersi "si può?".
Cioè: quali saranno gli effetti? Non a caso solo poche settimane fa mezzo mondo politico nostrano - vasti settori della sinistra inclusi - si è rivoltato contro una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo, la quale - in nome per l'appunto di un sommo principio etico, il carattere non afflittivo della pena - ha dichiarato illegittimo il cosiddetto ergastolo ostativo, quello cioè previsto dal nostro ordinamento che impedisce ai condannati per reati di mafia di usufruire di qualsiasi sconto o alleviamento della pena se si rifiutano di collaborare con la giustizia. Se è opportuno una volta non obbedire ai principi, perché un'altra volta bisogna obbedire?
Dunque, prima di pensare ad approvare una nuova legge sulla cittadinanza sembrerebbe meglio pensare all'atmosfera sociale del Paese in cui una legge del genere dovrebbe essere applicata.
Come è ampiamente noto se si parla d'immigrazione una parte molto grande d'italiani dice di non sentirsi in generale "sicura", di avere "paura" (parola sicuramente eccessiva che adopero perché è quella entrata ormai nell'uso del dibattito politico).
Certo, inevitabilmente vi sono anche esponenti e forze politiche che si fanno "imprenditori" di tale paura, cioè che la cavalcano a fini elettorali. Ho detto inevitabilmente perché è un carattere proprio della politica cavalcare le paure della gente, motivate o meno che siano. Da che mondo è mondo è così, e non si vede per quale ragione, ad esempio, cavalcare la paura della "guerra" e additare come un pericoloso guerrafondaio questo o quell'avversario politico - come si fece molto spregiudicatamente a suo tempo da parte del Partito comunista - sarebbe stato una cosa tanto diversa da quella a cui assistiamo oggi. Per sua natura, infatti, la politica si alimenta delle paure e delle speranze: e spessissimo perciò anche delle più rovinose illusioni. Chi pensa che dovrebbe invece ispirarsi esclusivamente a razionalità e bon ton è meglio che si occupi d'altro.
Dunque molti italiani, forse la maggioranza, quando sentono parlare d'immigrazione dicono di provare qualcosa di abbastanza simile alla "paura".
Coloro che amano passare per perfetti democratici attribuiscono perlopiù tale sentimento a un puro pregiudizio e/o alla perversa manipolazione degli "imprenditori della paura" di cui sopra. Sbagliano. Il razzismo e Salvini non c'entrano per niente. Converrebbe piuttosto chiedersi, invece, di che cosa in realtà quegli italiani abbiano paura. Principalmente di una cosa, io penso, di una cosa, che tenendo conto della loro età in genere avanzata e della loro condizione economica in genere non floridissima non è certo da poco: di essere lasciati soli. Soli a vedersela con l'immigrazione.
Che per loro, a differenza della fascia benestante della popolazione, significa volti, cose, abitudini, situazioni, radicalmente diversi da quelli a cui sono abituati e che essi sentono come minacciosi, non fosse altro perché minacciano di cambiare significativamente il loro habitat. E di fatto lo cambiano, mettiamocelo in testa. Solo una somma ipocrisia può far credere, infatti, che non faccia alcuna differenza avere o non avere nel proprio palazzo tre o quattro famiglie di immigrati ovvero abitare o non abitare nei pressi di un campo nomadi.
È una paura che deriva dalla sensazione, di non poter contare - fatte salve condizioni di assoluta emergenza - su alcun aiuto o salvaguardia reali da parte dello Stato. Dalla consapevolezza che ognuno sarà chiamato a vedersela con il proprio disagio, con le proprie difficoltà, con la difesa del proprio buon diritto dovendo contare unicamente sulle proprie forze. L'esperienza insegna: nel caso dell'Italia l'immigrazione ha rappresentato una gravissima occasione di esercizio dell'illegalità, un'illegalità diffusa e capillare, di cui la gente non ha potuto non prendere atto. Per anni decine e decine di migliaia di persone sono entrate nel Paese contravvenendo a qualsiasi regola, si sono stabilite dove e come hanno voluto o potuto sostanzialmente indisturbate: spesso occupando abitazioni in modo abusivo, lavorando spessissimo fuori dalla legge, spesso dedicandosi alla malavita.
Senza che lo Stato facesse valere il peso delle leggi (che finché esistono si fanno osservare, se no si cambiano). Che a tutt'oggi, per dirne una, questori e prefetti di molte province meridionali non ricevano dal Ministero degli interni disposizioni stringenti per spazzare via la vergogna di un mercato del lavoro agricolo che impiega in condizione di sostanziale semi-schiavitù legioni di immigrati, è solo una delle mille prove dell'ormai congenita propensione dello Stato italiano a venire largamente a patti con l'illegalità, a lasciare che le cose vadano per conto loro quando si tratta di questioni che riguardano il fenomeno migratorio (e che insieme, magari, riguardano anche gli interessi di un buon numero di agrari negrieri...).
La gente ha visto tutto ciò e ha tratto le sue conclusioni. Si è convinta sulla base dell'esperienza che lo Stato e la politica non abbiano né la volontà né la capacità di governare realmente il flusso degli immigrati. Se dunque si vuole che una legge sulla cittadinanza non sia percepita come l'ennesimo allentamento dei freni, come l'ennesima prova di una sgangherataggine permissiva che ha già fatto molti danni, il Parlamento farà bene ad accompagnarla ad altre norme che rafforzino la tutela degli italiani deboli, li garantiscano dai molti inconvenienti, spesso dai veri e propri piccoli e grandi soprusi quotidiani che per loro l'immigrazione ha fin qui significato.
di Carlo Bertini
La Stampa, 11 febbraio 2020
Prescrizione, ultima offerta a Italia viva: la nuova normativa finirà nel ddl Costa. Ma Zingaretti non crede al "bluff". Malgrado Teresa Bellanova dica "noi non vogliamo far cadere il governo", la minaccia lanciata ieri da Matteo Renzi di presentare una mozione di sfiducia al Senato contro il ministro Alfonso Bonafede per il "caso prescrizione", suona come una campana a morto per l'esecutivo. Almeno così la pensa Dario Franceschini, capofila di una schiera di pezzi grossi Dem, convinti che a questo punto Renzi faccia sul serio.
Per Franceschini, vuole le urne - "Se vuole sfiduciare un ministro, sfiducia l'intero esecutivo", chiarisce il capo delegazione Pd. Il quale, ben conoscendo l'ex premier, con i suoi vari interlocutori solleva il dubbio che possa aver deciso che sia meglio andare al voto con la legge elettorale in vigore. Perché garantisce porte aperte ai partiti che superano il 3%: anche se si andasse alle urne a giugno dopo il referendum di marzo, con un terzo di seggi in meno, Italia Viva non rischierebbe di restare fuori. Ma al di là del fatto che il leader Pd non crede al bluff, Pd e 5 stelle vogliono vedere se Renzi fa sul serio: e lo aspettano al varco per vedere se depositerà la mozione di sfiducia dopo che verrà bocciata la proposta di Italia Viva (emendamento Annibali al milleproroghe) di sospendere per un anno la riforma del ministro che abolisce la prescrizione.
L'ultima mediazione - Per sminare il terreno e offrire un appiglio a Renzi, il governo non presenterà più un emendamento al decreto mille proroghe: che avrebbe obbligato Italia Viva a votare la fiducia obtorto collo; e che comporterebbe un doppio profilo di incostituzionalità. E non sarà varato un decreto legge ad hoc, per non scaricare su Mattarella la responsabilità di firmare un atto controverso. L'ultima decisione è che verrà "parlamentarizzata" la questione, come si fa quando si vuole mettere al riparo il governo: trasferendo il contenuto del "lodo Conte bis", che attenua l'abolizione secca della prescrizione, nel disegno di legge Costa in votazione il 24 febbraio. Un ddl che abroga la riforma Bonafede, gradito a Italia Viva. Sarà riscritto, con un emendamento che contiene l'abolizione della prescrizione dopo la seconda condanna in appello e il suo permanere per gli assolti in secondo grado.
L'ex premier: non mi fermano - "Se davvero chiedono di sfiduciare Bonafede, è crisi", avverte Zingaretti, sicuro però che "non lo faranno". Il leader Pd cita Shakespeare del "Tanto rumore per nulla", per dare idea di quanto poco consideri la minaccia renziana, bollata come un bluff. Renzi scommette tutte le sue carte su una battaglia fortemente identitaria e se tirasse dritto, il timore dei Dem è che non ci sarebbe una maggioranza blindata grazie ai voti di delusi di Forza Italia. L'ex premier è infatti sicuro di avere "tutti i voti di IV, tutti quelli delle opposizioni - perché è difficile ipotizzare il soccorso azzurro proprio sulla giustizia - e qualcuno anche del Pd. Noi non molliamo di un centimetro", dice Renzi ai suoi riuniti ieri sera a Palazzo Giustiniani. "Dicono che io mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono".
Il Pd: così fa un favore a Salvini - "Come volevasi dimostrare, dicevano di voler allargare il campo ai moderati per sconfiggere Salvini e invece gli fanno un favore", è lo sfogo del segretario Pd. "Della sconfitta della destra, del lavoro, della crescita non si parla più. Solo polemiche ad arte per nascondere la loro crisi. Salvini e Meloni brindano. Complimenti".
Ecco lo stato dei rapporti tra l'attuale e l'ex segretario Pd. Il quale, stando ai veleni che piovono copiosi dal Nazareno, non avrà però il seguito che spera al suo atto di ostilità al governo. "Vediamo quanti dei suoi lo seguono...". Quel che è certo è che dopo questa giornata, cresce l'insofferenza del Pd verso Renzi, "che cala pure nei sondaggi, mentre noi cresciamo di un punto". "Stavolta sta davvero esagerando", lo rimprovera l'ex renziana di ferro,oggi sottosegretario, Alessia Morani.
di Massimo Franco
Corriere della Sera, 11 febbraio 2020
La minaccia di una mozione di sfiducia contro il Guardasigilli grillino Alfonso Bonafede agita il governo e rafforza il partito del voto anticipato. Ma potrebbe anche finire nel nulla. La domanda è se si assista all'ultima sceneggiata, o a un annuncio di suicidio politico. Non si può escludere che la prima ipotesi porti, al di là delle intenzioni, al secondo.
di Gian Domenico Caiazza
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Tra il lusco e il brusco, siamo in attesa di questo ormai leggendario lodo sulla prescrizione da almeno un mese. Con tutto il garbo possibile, e con l'autentico rispetto che nutriamo per chi ha il difficile compito di governare un Paese dovendo fare i conti con maggioranze politiche disomogenee, dicemmo subito - allora la riforma Bonafede non era ancora entrata in vigore- che dubitavamo vi fosse una soluzione praticabile all'infuori di un ulteriore rinvio. Le ragioni che avevano convinto il Ministro e la sua parte politica ad accettarlo nel 2019 erano perfettamente immutate nel 2020. Lo chiedemmo anche al Guardasigilli: perché cambiare idea?
Niente da fare, qui la ragione non detta legge. La partita è quella di chi vuole piantare la bandierina ideologica, demagogica, irresponsabile. La legge entra in vigore: chi la votò (ottenendo però almeno quel rinvio condizionato, diamone lealmente atto alla Lega) grida allo scandalo; chi la avversò (il Partito Democratico) inizia un'opera di mediazione, in nome della responsabilità di governo. Ma mediazione tra cosa e cosa? Questo è il punto.
Lo abbiamo ripetuto fino alla nausea: il disegno di legge del PD, che ripropone la "Orlando" leggermente rivisitata, è perciò stesso abrogativo della Bonafede. Non stiamo parlando del prezzo di una merce, ma di principi tra di loro irriducibili, l'uno alternativo all'altro. L'unica dichiarata intenzione comune - e non è poco se ci pensate - è l'obiettivo di ridurre drasticamente i tempi del processo: si lavori a quello, rimuovendo nel frattempo la materia del contendere, anche solo con una sospensione temporanea della sua efficacia.
Invece, impazza il lodo. Ed alla fine, impazzisce. Si annuncia oggi con squilli di tromba che la vituperata abolizione della prescrizione viene confermata per chi è condannato in primo grado, ma non per chi è assolto. Cioè ciò che il PD aveva giudicato insufficiente già due settimane fa. Quale è la novità? Che se il condannato (se e quando vedrà finalmente celebrato l'appello, anche dieci anni dopo per esempio, tanto non c'è più fretta) dovesse essere assolto (succede), recupera la prescrizione perduta. Avete presente la tessera-punti che danno al supermercato? Ecco, una cosa del genere. Domanda, così, solo per curiosità: ma se sono stato assolto, cosa dovrei farmene del recupero della prescrizione?
Complimenti, lei ha vinto una prescrizione! Eventualmente utilizzabile - intuiamo - laddove mai il Procuratore generale (ipotesi invero percentualmente marginale), non pago di averti tenuto prigioniero del processo per molti lustri, volesse ricorrere per Cassazione. Dovrebbe in tal caso calcolare se nel frattempo non fosse maturata la prescrizione dalla data della ingiusta sentenza di condanna di primo grado, tale da rendere inammissibile il suo ricorso. O dovrebbe comunque calcolarla poi la Cassazione al momento del giudizio. A questo punto si impone una seconda domanda: siamo su "Scherzi a parte", o qualche burlone versa nei caffè del Consiglio dei ministri sostanze allucinogene all'insaputa dei partecipanti?
Tu tieni un povero cristo, ingiustamente imputato e che doveva essere assolto, prigioniero di un processo ingiusto per un tempo indefinito, e quando infine ti decidi ad assolverlo, gli regali la prescrizione che avrebbe maturato se fosse stato assolto in primo grado? E deve dirti anche grazie? Ma lui prende un bastone, e ti insegue fino a quando non ti raggiunge (sto parlando al lucido inventore di questo capolavoro), e noi francamente non sapremmo dargli torto. Anzi, faremmo il tifo.
Diciamo lodo addio (nell'alto dei cieli), e facciamola finita con queste follie, prima che la neurodeliri si porti via tutti. Il limite della decenza lo abbiamo da tempo superato, cerchiamo almeno di non smarrire il senso del ridicolo.
di Catello Vitiello
Il Riformista, 11 febbraio 2020
Il tema sembra impopolare, ma difendere la prescrizione non significa difendere l'impunità: in un sistema liberale che voglia tutelare il patto sociale tra l'individuo, la comunità e lo Stato, le tutele all'interno del processo penale non sono mai troppe, come confermato dallo straordinario lavoro dei Padri costituenti.
Per sostenere la cancellazione della prescrizione alcuni commentatori - anche illustri - indebitamente si riferiscono a un argomento squisitamente territoriale, dimenticando che l'Italia è l'unico Paese al mondo che fonda - ancora oggi - il proprio sistema penale su un codice pre-repubblicano, voluto nel 1930 dal regime fascista, un codice penale Stato-centrico, che parte infatti dalla difesa della personalità dello Stato e che tutela il bene "vita" dopo oltre 300 articoli. Nonostante le numerose modifiche additive e modificative che hanno garantito la sopravvivenza di questo codice, restano le sue specificità stridenti rispetto all'attuale ordinamento costituzionale e agli odierni orientamenti di politica criminale.
Pur tuttavia, la prescrizione fu inserita già nel codice fascista perché sin da allora si comprese la necessità di bilanciare la pretesa punitiva dello Stato e l'effettività dell'allarme sociale causato dal fatto di reato. La prescrizione è dunque una garanzia indefettibile per una società democratica e per uno Stato di diritto, scolpita fra i capisaldi della nostra Costituzione.
Andando con ordine e partendo dalla fine: la prescrizione è servente alla funzione pubblica ai sensi dell'articolo 111 della Costituzione. Cancellarla in ragione di una - solo presunta - maggiore efficienza dei processi penali comporterà un innegabile "prolasso" processuale in netta antitesi rispetto alle coordinate volute dal legislatore costituzionale del 1999, allorquando ha elevato a principi inderogabili di rango costituzionale sia il giusto processo, fondato sull'effettiva capacità dimostrativa della pretesa accusatoria del pm, sia la ragionevole durata, senza la quale si allenterà la tensione sociale sul disvalore penale della condotta.
La prescrizione è, poi, servente all'individuo, stanti il secondo e il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione. Mentre dalla considerazione di non colpevolezza discendono numerosissimi corollari relativi al rapporto verità storica/verità processuale, al rapporto pm/giudice e al "sacrificio del giudicare" (come lo definì Leonardo Sciascia), così implicando l'illegittimità di congelare sine die la prescrizione e, di conseguenza, di mantenere un presunto innocente "eternamente giudicabile"; dal principio di rieducazione della pena discende la necessità costituzionale che la sanzione penale punti al recupero e alla risocializzazione del condannato: è tipico di uno Stato illiberale punire una persona dopo tanti anni dalla commissione del fatto di reato.
È giusto che la potestà punitiva dello Stato abbia un tempo, un limite, eccettuati i casi di crimini gravissimi per i quali si prevede un tempo più ampio o, addirittura, la imprescrittibilità, in modo che siano perseguibili in ogni tempo. Uno Stato liberale punisce i colpevoli per risocializzarli e non per vendetta.
Il diritto di difesa previsto dall'articolo 24 della Costituzione rappresenta, inoltre, l'architrave del giusto processo e della presunzione di non colpevolezza perché, vista la sua inviolabilità, prelude il rispetto di tutte le garanzie e destina il doveroso equilibrio in quel patto sociale fra individuo e collettività messo in crisi dal processo penale. E, per questo, una difesa che possa dirsi efficace ed effettiva se, da un lato, non può essere compressa dal tempo, dall'altro deve esplicarsi in modo da verificare il rispetto dell'onere della prova e fronteggiare le distorsioni di un sistema che, gestito dagli uomini e non da superuomini o esseri superiori, è fallibile.
E allora, non esistono "cavilli" tirati fuori da un cilindro come fossero conigli, bensì eccezioni che, se fondate, possono comportare sì una dilatazione dei tempi del processo, ma a causa di errori commessi da chi ha l'esclusiva dell'azione penale o della verifica della stessa. Se a tanto si aggiunge, poi, che ogni rinvio delle udienze, richiesto per impedimenti riconducibili agli imputati o ai difensori, comporta per legge la sospensione del termine prescrizionale, si comprenderà agevolmente come gli avvocati non abbiano alcuna possibilità di procrastinare i processi per arrivare alla prescrizione e come i magistrati debbano essere diligenti e non commettere errori, rispettando le regole processuali poste a base dello Stato di diritto. Del resto, il 60% delle prescrizioni matura nel corso delle indagini preliminari, laddove il difensore non ha poteri di sorta e i tempi dipendono solo ed esclusivamente dai magistrati del pubblico ministero.
In questa disamina di principi costituzionali, l'inviolabilità della libertà personale di cui all'articolo 13 della Costituzione assegna un peso specifico all'individuo, la cui libertà non può essere violata se non in forza di una doppia riserva, di legge e di giurisdizione. La prescrizione avvalora questa inviolabilità rappresentando, in concreto, la cifra della deroga prevista: in tanto potrà violarsi la libertà di un uomo, in quanto la giustizia faccia il suo corso in tempi certi!
Infine, l'articolo 3 sempre della Carta consente di comprendere in che modo può definirsi incostituzionale sia l'assimilazione fra condannati e assolti sia l'esclusione dei soli assolti proposta dal presidente del Consiglio. Mentre la sospensione sine die (recte, cancellazione) della prescrizione dopo la sentenza di primo grado - di assoluzione o di condanna che sia - vìola il principio di uguaglianza formale di cui al primo comma dell'art. 3, perché assolti e condannati non rappresentano un medesimo punto di partenza. Al contempo, l'abolizione della prescrizione per il solo condannato vìola l'uguaglianza sostanziale indicata dal suo secondo comma, dal momento che in situazioni diverse lo Stato deve predisporre le medesime garanzie per ottenere eguali risultati (in pratica, dinanzi a diversi punti di partenza, occorrono mezzi e strumenti per raggiungere gli stessi obiettivi).
In definitiva, pur salvando l'assolto resta l'incostituzionalità per il condannato ed è, quindi, certamente illegittima una prescrizione a due velocità, per la mancanza di equità nella differenziata sorte processuale (con termini certi per il primo e senza alcun termine per il secondo), in assenza di un fondamento giustificativo della disparità di trattamento.
In realtà, o non si conosce il problema o non si vogliono vedere le soluzioni, visto che in un sistema accusatorio: si dovrebbe, innanzitutto, fare i conti con il principio di obbligatorietà dell'azione penale, posto che un potere di selezione dei fascicoli cui dare priorità già esiste e determina un peso specifico nella statistica delle prescrizioni; in secondo luogo, sarebbe opportuno modificare il regime delle notificazioni e responsabilizzare, così, di più il ruolo dell'avvocato difensore; ancora, sarebbe necessario rivisitare la pianta organica dei tribunali, affinché il rinvio di un processo non superi un tempo compatibile con i principi di oralità e immediatezza della prova; infine, bisognerebbe iniziare a discutere seriamente di separazione delle carriere e di responsabilità dei magistrati prima ancora di immaginare una responsabilità in solido dei difensori in caso di ricorsi inammissibili.
Occorre, infatti, ridisegnare i confini del potere giudiziario come non è stato fatto nel 1988, prima dell'entrata in vigore del nuovo codice, ristabilendo un equilibrio fra indagini e processo, fra magistratura requirente e giudicante, e ricostituendo un sistema processuale democratico che sia presidio dello Stato di diritto senza dimenticare una verità ineludibile: la giustizia è gestita dagli uomini e la sua fallacia sta nella sua necessaria umanità. Proprio per questo il giudizio degli uomini deve essere legato a regole ferree e stringenti, perché non diventi giudizio morale, giudizio etico, giudizio politico o, più semplicemente, pregiudizio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
Il leader di Italia Viva: "Se per bloccare il nostro lodo Annibali il governo pone la fiducia sul Mille Proroghe, noi sfiduciamo il ministro". Crimi, capo reggente m5s: "Dite che volete la crisi". Franceschini: "Vuol dire che sfiduciate l'intero governo". L'idea è: non siete voi che ci cacciate dal governo, siamo noi a chiedere che Bonafede non ne faccia più parte. Ecco la logica con cui Matteo Renzi alza ancora la posta in gioco sulla prescrizione, fino ad annunciare "la mozione di sfiducia" nei confronti del guardasigilli.
L'impennata arriva di sera, alla riunione dei parlamentari di Italia Viva. Dopo che il renziano Roberto Giachetti aveva sfoderato per primo l'ipotesi: "Se continuano con le forzature sulla prescrizione, il ministro della Giustizia si troverà con una bella mozione contro, questo è pacifico...". Rilancio che il Movimento 5 Stelle tratta fin dall'inizio senza trascurarlo come un bluff qualunque: il capo politico reggente Vito Crimi replica che "gli attacchi e le costanti minacce sono inaccettabili: se intendono aprire la crisi lo si dica chiaramente, si faccia secondo modi e procedure istituzionali. A quel punto", è la sfida, "gli italiani sapranno chiaramente chi vuole fare il loro interesse e chi no".
Il muro grillino è puntellato da Dario Franceschini, ministro dei Beni culturali e capo delegazione dem nel governo: "Se un partito di maggioranza minaccia di sfiduciare un ministro, sta minacciando di sfiduciare l'intero governo". Parole che danno la misura della tensione. Il clou arriva con la riunione dei gruppi parlamentari di Italia Viva. Renzi dà ai suoi la seguente linea: "Se per impedirci di emendare il Mille Proroghe col lodo Annibali ponessero la fiducia, noi rilanceremmo con la mozione su Bonafede. Si fa sul serio".
Campo di battaglia definito: primo round sul lodo Annibali, già presentato da Italia Viva a Montecitorio, dov'è destinato a non passare. Proposta come emendamento al Mille Proroghe, la modifica congela per un anno l'efficacia della norma Bonafede sulla prescrizione, in vigore dal 1° gennaio. Il "lodo" porta la firma della deputata Lucia Annibali, capogruppo di Italia Viva nella commissione Giustizia della Camera. Renzi (che è senatore) lo riproporrebbe a Palazzo Madama, dove ha i numeri dalla sua. A quel punto il governo presenterebbe un maxiemendamento depurato dal lodo Annibali e blindato con la fiducia. Italia viva non la farebbe venir meno. Ma presenterebbe appunto la mozione anti guardasigilli. Convinta che sarebbe sostenuta dall'intera opposizione. E forse da qualche franco tiratore dem.
Chiosa di Renzi alla pre-riunione di mezza sera: "Non si molla neppure di un centimetro. Dicono che mi fermo per aspettare le nomine. Si vede che non mi conoscono". Concetto sdoganato, nel giro di pochi minuti, dal limbo dei retroscena: l'ex premier lo mette per iscritto anche sui social network. Mentre lui affila le armi, il resto della maggioranza ha le polveri bagnate. Almeno sul lodo Conte bis. Resta problematica l'idea di proporlo come emendamento al solito Mille Proroghe. Parte anche la contraerea di Forza Italia: "Tutti i costituzionalisti ritengono illegittimo inserire nel decretone una norma di quel tipo sulla prescrizione", dice Mariastella Gelmini, "se il presidente della Camera Fico desse via libera, ci rivolgeremmo al Capo dello Stato Mattarella affinché preservi le prerogative del Parlamento". Sempre nel pre-mach della riunione di Italia Viva, la ministra renziana Teresa Bellanova conferma che "se la prescrizione resta com'è il governo rischia". Tanto per chi non l'avesse capito.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
Il Radicale Quintieri: "abusato da quattro persone mentre era sotto psicofarmaci". Alla Casa circondariale di Udine si sarebbe verificato uno stupro nei confronti di un giovane detenuto da parte di alcuni reclusi. A denunciarlo è Emilio Quintieri, già consigliere nazionale dei Radicali Italiani. La vittima, giovanissima, alla sua prima esperienza detentiva, da tempo affetto da problemi psichici ed in cura presso il Centro di Salute Mentale di Udine.
"Lo stupro - denuncia Quintieri - stando a quanto riferitomi, sarebbe avvenuto all'interno della camera di pernottamento ad opera di quattro detenuti che avrebbero approfittato di lui mentre era sotto l'effetto di psicofarmaci".
Ma non sarebbe finita qui. Sempre secondo la ricostruzione di Quintieri, dopo un breve periodo di degenza nel Reparto Infermeria dell'Istituto ove gli sarebbero stati applicati alcuni punti di sutura al retto, pare che il giovane sia stato riportato nella stessa camera ove precedentemente è stato oggetto di violenza sessuale.
"Secondo quanto mi è stato riferito - continua Quintieri - dopo aver subito lo stupro non parlerebbe più e avrebbe l'intenzione di suicidarsi, cosa che, peraltro, ha già più volte tentato di fare nel recente passato". Dopo aver appreso questa storia agghiacciante, tutta ancora da verificare, Emilio Quintieri ha prontamente segnalato il caso al garante locale del Comune di Udine, della Regione Friuli Venezia Giulia e all'autorità del garante nazionale delle persone private della libertà. Ha chiesto alle Autorità Garanti di attivarsi, con la massima urgenza, "per verificare di persona quanto accaduto, sollecitando l'immediato trasferimento di questo ragazzo presso una struttura sanitaria esterna attrezzata per il trattamento delle problematiche di cui è portatore verificando, altresì, se i responsabili del reato di violenza sessuale siano stati deferiti all'Autorità Giudiziaria competente".
Ma è possibile che un giovane ragazzo, appena maggiorenne, con problemi mentali sia stato messo in una cella con quattro detenuti adulti? Se è così, possibile che non ci sia stata una maggiore attenzione? Restano sullo sfondo due grandi problemi. Uno il discorso della salute mentale in carcere, l'altro è quello degli stupri che avvengono nelle case circondariali. Quest'ultimo problema è un vero e proprio tabù.
Ai dati sul sovraffollamento e i trattamenti inumani e degradanti che inducono molti detenuti a togliersi la vita, devono essere aggiunti quelli legati agli abusi sessuali. Violenze sessuali che vengono taciute, alcune volte, persino dalle associazioni umanitarie per un incomprensibile senso del pudore.
Gli attivisti di EveryOne - un'associazione che si occupa dei diritti umani - tramite una non recente ricerca stimarono, considerando anche la mancanza di strumenti atti a tutelare gli internati dagli abusi, che si verificano nelle case circondariali italiane almeno 3mila casi di stupro ogni anno. È un dato che corrisponde al 40% degli stupri totali che avvengono in Italia.
"Quando entri in carcere - rivelarono alcuni ex - detenuti a EveryOne - se sei giovane o comunque hai un aspetto gradevole, c'è il rischio di essere violentato dai reclusi che hanno più potere e considerazione nella gerarchia che esiste dietro le sbarre". Ma non solo, gli ex detenuti raccontarono all'associazione che "molti ragazzi si tagliano le braccia, le gambe, il petto, il viso e compiono altri atti di autolesionismo per sottrarsi a tali pratiche, mentre altri tentano il suicidio".
La violenza su un giovane in carcere non è considerata un atto omosessuale, ma una manifestazione di forza virile e di potere. La questione della salute mentale è una criticità notoria nel sistema penitenziario. Si tratta di un disagio che non trova sufficienti strumenti di trattamento nell'istituzione penitenziaria: ad oggi sono soltanto 44 le articolazioni di salute mentale attive nei quasi 200 istituti penitenziari e soltanto due sono i reparti psichiatrici. È un fenomeno che ogni giorno mette alla prova il personale di polizia penitenziaria chiamato a gestire situazioni di natura patologica che non sono comprese nella sua formazione professionale e nei suoi compiti.
- Prescrizione, la cinquina incostituzionale. E prima di decidere servono dati certi
- L'ultima grana per Bonafede: "Le toghe chiedono un limite ai fascicoli"
- Intercettazioni come il manganello. Riforma Orlando addio
- Napoli. Sos personale al Tribunale di Sorveglianza: "Situazione grave"
- Sardegna. Garanti dei detenuti, Paolo Mocci nuovo coordinatore regionale









