di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 11 febbraio 2020
Anche se non ha vinto l'Oscar, "For Sama" resta il documentario più premiato nella storia del cinema. Preceduta da affollatissime anteprime in molte città, questa opera straordinaria esce nelle sale italiane, col titolo "Alla mia piccola Sama", il 13 febbraio, distribuito da Wanted Cinema e col patrocinio di Amnesty International Italia.
"Alla mia piccola Sama" è il racconto autobiografico di cinque anni di vita ad Aleppo, dalle speranze della rivoluzione alla disperazione dell'assedio. È il racconto dell'attaccamento alla vita, della ricerca ostinata della bellezza, e, soprattutto, delle sofferenze della popolazione civile, intrappolata fra le parti in conflitto. Waad al-Kateab, giornalista siriana che ora vive a Londra, racconta la nascita della sua bambina e le difficili scelte che in Siria devono essere fatte ogni giorno e che possono valere la vita o la morte.
Questa è la motivazione con cui Amnesty International Italia ha premiato il documentario al MedFilm Festival del 2019: "Questo intenso documentario ci ricorda che, mentre tutti già parlano del dopoguerra, la guerra in Siria non è affatto terminata. 'Alla mia piccola Sama' descrive nel modo più drammatico possibile l'efficacia della principale tattica usata dalle forze siriane durante il conflitto: assedio, bombe e fame fino alla resa. Una tattica che ha causato sofferenze infinite ai civili, alla quale anche la nascita di una figlia, lungi dall'essere un atto irresponsabile, diventa un atto di resistenza".
Lo spaventoso conflitto siriano, iniziato nel 2012 dopo il primo anno di rivolta popolare, è stato caratterizzato da crimini di guerra di massa: torture, sparizioni, sfollamento forzato, punizioni collettive sotto forma di assedio e riduzione alla fame di intere città, attacchi diretti e indiscriminati contro i centri abitati e attacchi contro le infrastrutture civili: scuole, sistemi fognari, centrali elettriche, magazzini di scorte alimentari, mercati, ponti e strade. E soprattutto le strutture sanitarie.
Secondo l'organizzazione non governativa Physicians for human rights, da marzo 2011 ad agosto 2019 in Siria vi sono stati almeno 583 attacchi contro 350 diverse strutture ospedaliere e 890 morti nel personale medico. Nel 91 per cento dei casi gli attacchi sono stati condotti da forze siriane e russe. Nella provincia di Idlib (dove si concentra ora l'offensiva delle forze russo-siriane contro i ribelli), da aprile a luglio 2019 vi sono stati almeno 16 attacchi. Ad Aleppo, la città dov'è ambientato il film, vi sono stati 161 attacchi, un terzo dei quali (54) solo nel 2016.
nev.it, 11 febbraio 2020
È stata presentata oggi pomeriggio alla Camera dei deputati l'iniziativa del deputato e artista protestante Raffaele Bruno che unisce attori, detenuti, musicisti, in diverse carceri italiane, per costruire comunità, a partire dai luoghi più difficili, le carceri. "Quando torno dalle visite nelle carceri e mi chiedono chi ho incontrato: io dico un cantante, una poetessa, non un ladro, un assassino. Le etichette sono pericolose.
E non dobbiamo permettere a nessuno di mettere un bollino sulle persone", ha detto così il deputato protestante Raffaele Bruno, presentando oggi pomeriggio nell'aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati: "Gli ultimi saranno", la performance teatrale ideata dal parlamentare del Movimento Cinque Stelle, la quale mette insieme artisti e detenuti, e che finora è stata messa in scena in quindici diversi penitenziari italiani.
"Diamoci una mano, costruiamo una comunità, noi per riuscirci siamo partiti proprio dalle carceri, da quei luoghi dove sarebbe più difficile farlo". Ha detto Bruno: "Perché anche chi viene messo ai margini deve avere la libertà di poter sognare". E i protagonisti della scena, oggi pomeriggio, sono stati proprio loro, i detenuti-artisti. Come Vincenzo, cantante attualmente detenuto presso il carcere di Ariano Arpino, in provincia di Avellino, il quale appena arrivato alla Camera per l'esibizione ha esclamato: "Da quanto tempo è che non vedevo un cavo".
"Passare dal carcere al Parlamento è un qualcosa che ha dello psichedelico", ha detto dal palco improvvisato Maurizio Capone, l'anima del gruppo de "Gli ultimi saranno". Capone ha spiegato che l'obiettivo dell'iniziativa è "trasmettere l'arte senza pregiudizi". Di più. L'artista ha mostrato al pubblico la maniera in cui cerca di diffonderla, usando cioè solo strumenti fatti con materiali riciclabili, tra gli altri: "la scopa elettrica", e quello da lui stesso definito "bidet", ovvero un grosso bidone di plastica usato come djembe, un oggetto che sta a simboleggiare la vergogna di Bagnoli, ha ricordato l'artista: "il bidet è perfino salito sul palco di Sanremo nel 2007, accompagnando Daniele Silvestri nella canzone "La paranza".
Oltre che i detenuti artisti, oggi pomeriggio, protagoniste sono state le storie contro i pregiudizi. Quella di Lucia Montanino, del coordinamento familiari vittime innocenti della criminalità, è una di queste. "Una storia cominciata dieci anni fa, a Napoli, in piazza Carmine, quando mio marito, guardia giurata, viene ammazzato da quattro ragazzi", ha raccontato la donna: "Proseguita poi otto anni dopo, quando su suggerimento del direttore del carcere minorile dove uno degli assassini di mio marito era rinchiuso, ho incontrato e perdonato quello che oggi mi appare una vittima di una ingiustizia come lo è stato mio marito.
Inoltre, tra i protagonisti di questo pomeriggio in cui alla Camera dei deputati è andata in scena l'arte contro i pregiudizi, troviamo le buone prassi messe in campo da alcune piccole istituzioni carcerarie italiane. "Perché noi gestiamo persone, non documenti. Ed è dunque necessaria una chiamata alla responsabilità", hanno ribadito quasi in coro, raccontando le buone prassi istituite, le cinque donne responsabili dei penitenziari di Ariano Irpino, Carinola, Pozzuoli, Salerno, Secondigliano. Buone prassi istituzionali, senza dubbio, sono anche l'iniziativa: "Dona un libro" nata su proposta del presidente della Camera, Roberto Fico, la raccolta e distribuzione di libri con dedica destinati alle biblioteche delle carceri. E la circolare di recente emanata dal Ministro dell'Istruzione che ha concesso la deroga per le assenze a scuola dei figli di detenuti in visita ai genitori. Testimonianza di una sensibilità e di un impegno, dunque, che hanno portato le due cariche istituzionali, la ministra Lucia Azzolina e il presidente della Camera, Roberto Fico, a presenziare all'incontro di oggi pomeriggio per un breve saluto.
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 11 febbraio 2020
Parla un attivista egiziano, amico dello studente arrestato: "Il Cairo non si aspettava la reazione italiana. Per questo fate più rumore possibile". Il regime ha già scatenato i media: lo accusano di "diffondere l'omosessualità". "La situazione dei diritti umani in Egitto ha raggiunto probabilmente il punto più basso nella storia moderna del paese in questi ultimi sette anni. A parte gli egiziani, nessuno conosce questa realtà meglio degli italiani, colpiti dalla tragica morte di Giulio Regeni". A parlare è un amico egiziano di Patrick, anche lui attivista per i diritti umani, che chiede di restare anonimo per questioni di sicurezza.
"Le persone coraggiose che lavorano in questo campo sanno che quanto più il loro lavoro diventa pericoloso tanto più si fa necessario. I loro sforzi instancabili sono ciò che indebolisce l'oppressione. Patrick ne è un esempio". Il suo trascorso con l'Egyptian Initiative for personal rights (Eipr) è bastato a renderlo un obiettivo del regime. In particolare sarebbe finito nel mirino degli apparati di sicurezza durante il giro di vite seguito alle proteste anti-corruzione del settembre scorso.
"Gli uffici dell'Eipr si trovano proprio nei pressi di piazza Tahrir (dove le forze di sicurezza in quel periodo hanno condotto una campagna serrata di fermi e perquisizioni, ndr) ma dato che Patrick si trovava già all'estero e non era ancora mai tornato in Egitto hanno solo potuto inserirlo nella 'lista nera' degli aeroporti", ci spiega l'amico. Ma che bisogno c'era di torturarlo? "Secondo il suo avvocato non credevano che Patrick fosse in Italia solo per studiare e volevano pressarlo per sapere cosa stesse davvero facendo", continua l'attivista, che ben conosce la paranoica fobia del complotto degli apparati egiziani.
"Hanno anche voluto umiliarlo per il suo lavoro sulle questioni di genere. Hanno minacciato di violentarlo ma fortunatamente non l'hanno fatto. Ma in fin dei conti lo hanno torturato perché in realtà è questo che fanno, non c'è da cercare spiegazioni". "Non è del tutto chiaro - continua l'amico - perché il rapporto sul suo arresto sia stato falsificato, ma è probabile che servirà a rendere più difficile dimostrare le torture. Così facendo loro negano l'esistenza di quelle 20 ore di interrogatorio".
Rispetto alla forte reazione dell'opinione pubblica italiana l'attivista dice: "Sono ancora meravigliato di come il mio caro amico stia diventando famoso e del livello di copertura mediatica". Il fatto che il regime abbia reagito semplicemente dichiarando che Patrick non è italiano (anche se nessuno ha mai affermato niente del genere), "sembra un modo di dire agli italiani che non devono intromettersi e che qualunque cosa gli accadrà non sarà un altro Regeni".
Tradotto: non vi permetteremo di sollevare un caso su un prigioniero egiziano. L'altra reazione del regime è stata quella di scatenare i media legati ai servizi con i soliti attacchi denigratori contro lo studente dell'università di Bologna, accusandolo di voler "diffondere l'omosessualità" nel paese. Protagonista della surreale trasmissione è stato Nesh'at al-Deihy, lo stesso conduttore che alcuni mesi fa aveva preso di mira lo storico attivista in esilio Bahey el-din Hassan per una sua intervista al manifesto.
"Non credo che le autorità egiziane si aspettassero una reazione del genere", spiega la fonte. "A parte queste uscite sono rimasti per lo più in silenzio, può darsi non abbiano ancora elaborato una strategia. Una situazione molto simile al caso Regeni, in cui la gestione fu molto improvvisata e maldestra. Non ci fu affatto una strategia". E alla domanda su cosa si possa fare da qui per sostenere la richiesta di liberare Patrick la risposta è secca: "Fare quanto più rumore possibile".
di Luigi Manconi
La Repubblica, 11 febbraio 2020
È stato come se il destino o, piuttosto, "menti raffinatissime", dubitando della nostra capacità di interpretare correttamente fatti tanto evidenti, avessero deciso di caricare la vicenda del giovane egiziano Patrick George Zaky di una esorbitante simbologia.
Patrick ha pressoché la stessa età di Giulio Regeni quando quest'ultimo venne torturato e ucciso; svolge un'attività di ricerca simile a quella del nostro connazionale; frequenta una prestigiosa istituzione accademica (l'Università di Bologna), così come Regeni faceva un dottorato a Cambridge. Sono connotati comuni a quei "giovani contemporanei" (Paola Deffendi Regeni) che si muovono con curiosità e intelligenza tra gli Stati Uniti, l'Europa e la sponda sud del Mediterraneo, scavalcano con agilità confini e barriere, imparano le lingue e scambiano stili di vita e culture, esperienze e costumi.
Rappresentano, cioè, quelle nuove generazioni che in Occidente e nel Nord Africa manifestano un bisogno irresistibile di autodeterminazione e di diritti civili e politici. Nella tetra concezione di al-Sisi e delle leadership che dopo le Primavere arabe sono ritornate al potere, quei giovani rappresentano il nemico: perché credono nella democrazia e perché - colpa inammissibile - sono colti, cosmopoliti e insofferenti ai pregiudizi, che siano nati a Fiumicello o a Mansura.
E così, per un tragico paradosso, la vicenda di Giulio Regeni, assassinato quattro anni fa, oggi ci viene restituita, illuminata di una luce brutale. Proprio come nel processo chimico che porta a stampare una fotografia, rendendo visibile l'immagine latente impressa nel supporto fotosensibile, la storia di Patrick ci fa "vedere" nitidamente i dispositivi di esercizio del potere da parte del governo di al-Sisi.
Ciò che, di quel regime, prima potevamo conoscere grazie ad Amnesty International, a testimonianze individuali, a movimenti per i diritti civili e, in particolare, grazie a Paola Deffendi e Claudio Regeni, ora può essere ricostruito attraverso una documentazione parziale, ma incontestabile. Alle 4 del mattino di venerdì 7 febbraio, all'aeroporto internazionale del Cairo, il giovane viene fermato perché risulta a suo carico un mandato di arresto emesso nel 2019. Prima viene condotto, bendato, in una sede segreta, dove sarà sottoposto a tortura con cavi elettrici.
Poi il trasferimento presso una stazione di polizia di Mansura e, infine, presenti i suoi legali, l'udienza davanti a un collegio di giudici per cinque capi d'imputazione, dal tentativo di rovesciare il sistema all'uso dei social media per danneggiare la sicurezza nazionale, fino all'uso della violenza. Al momento si trova in stato di custodia cautelare per due settimane: un periodo che, per quelle imputazioni, può protrarsi fino ai due anni.
È questa la ragione fondamentale che, oltre le impressionanti affinità biografiche, rende così intimamente connesse la mobilitazione per raggiungere la verità sulla morte di Giulio Regeni e quella per la libertà di Patrick George Zaky. Il primo a mostrarsi convinto di questo profondo legame sembra essere proprio il regime di al-Sisi, assai sensibile, come tutti i totalitarismi, alle rappresentazioni simboliche e alle costruzioni allegoriche, capaci di inviare messaggi tanto elementari quanto efficaci: i nemici dell'Egitto sono coloro che vivono all'estero, intrattengono rapporti con gli occidentali, ne assumono idee e valori, influenzando gli strati popolari egiziani.
Ciò rende essenziale la battaglia per Patrick George Zaky, ma non la si può combattere, certo, a mani nude. L'Italia in quattro anni non è stata in grado di esercitare una concreta azione di pressione nei confronti del regime di al-Sisi; l'unica misura adottata (il richiamo nel nostro Paese dell'ambasciatore italiano al Cairo) è durata 16 mesi ed è stata interrotta senza che alcun risultato fosse conseguito. E senza che un piano di iniziative capaci di premere sul governo di al-Sisi venisse realizzato (a livello economico, commerciale, militare, culturale, turistico e sportivo...).
Nel frattempo, i quattro governi italiani succedutisi hanno ribadito, a ogni piè sospinto, "l'amicizia" verso al-Sisi e la considerazione dell'insostituibilità del suo ruolo geo-politico. O questa impostazione viene totalmente ribaltata o si finisce per accettare che, come ha detto il ministro dell'Interno egiziano, "Patrick George Zaki non è cittadino italiano": e dunque - è il sottinteso - che andate cercando?
Più che una precisazione burocratica o la rivendicazione di una competenza giuridica, quella frase sembra rappresentare né più né meno che una minaccia: per un regime tirannico, quale è quello di al-Sisi, non è la cittadinanza a fare la differenza e, tantomeno, a garantire l'immunità. La tortura va per le spicce.
di Roberto Scafuri
Il Dubbio, 11 febbraio 2020
Lo spreco dei Decreti sicurezza nelle cifre della Corte dei conti: il buco dei costi in deroga. Quella crisi strisciante e definitiva della terza Repubblica denominata "governo giallo-rosso" mostra un paio di punti di caduta che ne svelano lo stato catatonico. Uno di portata nazionale, la giustizia; l'altro più ampio e complesso, l'immigrazione.
E sarebbe giunta anche l'ora che su quest'ultimo tema il Pd riuscisse a prendere il timone e sovvertire la devastante fake news che è stata (è ancora, purtroppo) la narrazione salviniana. Perché dell'immigrazione andrebbero anzitutto chiarite alcune evidenze, prima delle quali che è inalienabile e non criminalizzabile il diritto dell'uomo a migrare, a cercare le migliori condizioni di vita o solo la sopravvivenza. Diritto valido a qualsiasi latitudine, in qualsiasi epoca e quale che sia la motivazione: guerra, carestia, clima.
Seconda certezza: si tratta di un fenomeno ricorrente nella storia dell'umanità, è risibile (o tragico) provare ad arginarlo con ricette infantili, tipo il respingimento. In tempi brevi - ebbe a dire Umberto Eco - l'Europa sarà un continente multirazziale o se preferite "colorito".
Se vi piace sarà così. Se non vi piace, sarà così lo stesso. Se ne deduce che si parla di un problema organizzativo, non di un'emergenza. Bisognerebbe imparare a gestirlo, soprattutto per questioni di sicurezza: dei migranti e di chi se li vede sulla porta di casa. Da dove partire, se non con la ragione dei fatti? Primo fatto: non è lecito parlare, anzi legiferare, sull'immigrazione cosiddetta "clandestina", se non esiste una maniera legale di arrivare e lavorare in Italia. Secondo dato incontrovertibile: enormi sono le colpe e le ipocrisie della Ue.
Dalla malafede dei Paesi che rifiutano quote di migranti ai vertici nei quali si stabiliscono regole poi non rispettate; dai finanziamenti "irrisori" a Italia e Grecia (è la stessa Corte dei Conti europea a definirli così) all'incapacità dei governanti che partecipano al Consiglio Europeo smentendo intese e maggioranze raggiunte nell'Europarlamento.
Non è il caso qui di rammentare i circuiti perversi innescati dai Paesi occidentali all'origine di tanta disperazione, specie in area sub- sahariana (primo fra tutti il cd. engraving, ovvero l'accaparramento di terreni agricoli che provoca l'inurbamento forzato nelle bidonville di gigantesche masse di diseredati). Ma può essere utile invece sottolineare i dati ufficiali che dimostrano come non si tratti di invasione: nell'anno di maggior numero di richieste d'asilo in Europa, si trattava infatti di circa lo 0,25 per cento della popolazione europea, ovvero dello stesso numero di profughi accolti dall'Uganda (paese poverissimo).
Se non si tratta di invasione - ma così fa comodo presentarla, non solo a Salvini - il continuo allarme "emergenziale" con il quale viene trattata la materia migratoria fa venire più d'un sospetto. Si gestisce "in emergenza" per avere qualche "mancetta" in più da un'Europa che così si tacita la coscienza di "accordi" sempre disattesi, rinviati, ignorati. Ma l'"emergenza" continua poi in Italia, perché aiuta ad aggirare controlli e ad alimentare illegalità.
La Corte dei conti ci fornisce il dimensionamento del fenomeno: dal 2011 all'anno scorso, i costi nel settore dell'accoglienza sono saliti da 840 milioni di euro a 4,4 miliardi, in un "disordine contabile" inutilmente denunciato dalla Corte. Molte strutture disseminate lungo il territorio italiano assumono, ormai regolarmente, costi "in deroga" (c'è una legge del 1995, usata come grimaldello, che lo consente).
Debiti "fuori bilancio" che finiscono nei documenti contabili di numerose amministrazioni locali e nei ministeri interessati, solo e sempre giustificati dall'emergenza. "Emergenza" che serve dunque a tutti, in questo valzer folle nel quale il coefficiente stimato di perdita, nella gestione dei costi- standard per immigrato, si aggira sul 90%: cioè solo il 1 euro su 10 viene realmente utilizzato per il migrante.
Ecco perché, per sovvertire la narrazione salviniana, da subito e senza spese, sarebbe opportuno cancellare non solo i "decreti sicurezza" - dai quali traspare l'aberrante logica salvinian- dimaiesca delle Ong "taxi del mare" e di un'ignoranza brandita come arma -, ma anche e soprattutto la legge Bossi- Fini che di fatto non consente una gestione "ordinaria" dei flussi migratori. Cosa che consentirebbe di contrastare anche le deviazioni emergenziali, con i loro interessi occulti, nonché la cultura arretrata e pavida che non riesce a vedere la luna dietro il dito.
Ovvero che, in un territorio idrogeologicamente dissestato e in molte parti disabitato, l'immissione di forza-lavoro giovane e motivata potrebbe far rispuntare fiori dalle pietre. E alimentare le future pensioni degli italiani: si è calcolato che ci servirebbero 320mila immigrati regolari l'anno per determinare un incremento di 10miliardi netti di contributi. Ma chi ha davvero voglia di smetterla di gridare "al lupo, al lupo Matteo" e metterlo a tacere, piuttosto, con una politica degna di questo nome?
Di Daniele Raineri
Il Foglio, 11 febbraio 2020
Siamo entrati nel carcere in Siria dove i curdi tengono gli islamisti dello Stato islamico catturati, anche europei, che sono isolati e non possono sapere cosa succede fuori dalle celle. Dal nostro inviato in Siria. "Zero diritti umani! Qui non ci sono diritti umani! Guarda come siamo stretti, guarda come siamo ammassati l'uno sull'altro, abbiamo a disposizione una striscia di pavimento di venti centimetri a testa per dormire. In Europa non avete idea di come ci trattano. È come se Hitler fosse tornato in vita e avesse riaperto le sue prigioni!", dice Junaid Khan attraverso l'apertura rettangolare nella porta della prigione.
Khan è un uomo dello Stato islamico, i curdi siriani l'hanno catturato undici mesi fa a Baghouz, che fu l'ultimo pezzo di territorio dello Stato islamico a capitolare. Dopo anni di battaglie perse e di ritirate gli irriducibili del gruppo terroristico si trovarono circondati da tutti i lati, molti morirono sotto le bombe e tutti gli altri furono messi in fila, identificati dall'intelligence americana, caricati su camion e lasciati ai curdi perché in qualche modo trovassero una soluzione.
Gli parlo in piedi dall'altro lato della porta nella luce relativa del corridoio e di lui vedo soltanto il volto e il cranio senza capelli nel riquadro di metallo, il resto è nel buio della cella. "Va bene adesso parli di diritti umani e capisco perché lo fai, ma ti rendi conto com'è ascoltare i combattenti dello Stato islamico che parlano oggi di diritti umani? Avete ucciso migliaia di persone, avete bruciato vivi degli ostaggi, avete fatto decapitazioni davanti alle telecamere. Eppure adesso tirate fuori altro come se queste cose non fossero successe".
- "E gli americani? Ci hanno bombardato con gli aerei. Hanno ucciso migliaia di persone. Hanno bombardato tantissimi posti, quello invece andava bene? Loro non sono colpevoli?".
- "Anche voi facevate i bombardamenti".
- "Noi? Ma cosa dici? Lo Stato islamico non aveva gli aerei".
- "Quando mandavate un camion bomba dentro un mercato con sopra un attentatore suicida a farsi esplodere e facevate decine di morti in un colpo solo, quelli non erano bombardamenti? Gli unici motivi per cui non avete lanciato bombe con gli aerei è che non avevate gli aerei o che non li sapete pilotare. Altrimenti avreste fatto molto peggio".
- "...".
- "Ma come pensavate che sarebbe finita questa guerra contro tutti? Ma come avete fatto a credere che avrebbe funzionato davvero? Lo Stato islamico proclamava che avrebbe conquistato prima Istanbul in Turchia e poi Roma in Italia. Credevate che i paesi occidentali non avrebbero reagito, che non sarebbe nata una Coalizione internazionale, che non ci sarebbero stati i bombardamenti? Dicevate di voler venire in Europa a massacrare e però vi stupite che ci sia stata una guerra e di averla persa".
- "Lo Stato islamico non voleva uccidere gli occidentali..." comincia Khan, ma lo interrompo. Si riferisce al fatto che secondo la dottrina del gruppo terroristico la conquista di un nuovo territorio non implica automaticamente lo sterminio della sua popolazione ma piuttosto il suo asservimento. Sono sofismi scadenti.
- "Dicevate che avreste conquistato prima Istanbul e poi Roma. Che avreste sottomesso la gente, che avreste convertito tutti all'islam con la forza, che avreste schiavizzato le donne come bottino di guerra, che avreste distrutto le nostre statue da idolatri (perché la rappresentazione della figura umana è vietata dalla sharia) e sfasciato gli strumenti musicali, che avreste proibito di fumare... e che chi si fosse opposto sarebbe stato ammazzato. Davvero, cosa credevate che sarebbe successo? Che il resto del mondo vi avrebbe detto 'ah ok, allora aspettiamo il vostro arrivo a braccia aperte?'".
Questo è l'unico istante in cui Junaid rientra nel buio e tace per poco. Viene dal Bangladesh, lavorava come contabile in Arabia Saudita, parla un inglese ottimo. Poco fa ha raccontato di essersi unito allo Stato islamico soltanto per amore della sharia, la legge islamica. Voleva soltanto vivere in un posto dove fosse praticata. È una cosa molto comune tra i detenuti, trovare una spiegazione a ritroso, raccontare la loro adesione al gruppo terroristico più pericoloso del mondo come una scelta soltanto ideologica che non implicava ruoli attivi - come la guerra, gli stupri di massa e le esecuzioni.
A sentire molti prigionieri, in particolare gli europei, lo Stato islamico era fatto di cuochi che non hanno mai toccato un'arma. "Ma tu non abitavi in Arabia Saudita? Pensi che non fosse un posto abbastanza musulmano?". "Sì lo era - risponde - ma poi mi hanno cacciato di nuovo in Bangladesh e allora sono andato nello Stato islamico. Guarda ora come siamo messi. Abbiamo tutti i pidocchi. Stiamo morendo". Dall'apertura nella porta della cella esce aria calda anche se è inverno, è il calore dei corpi, dietro di lui ci sono sagome di persone in piedi e altre di persone sdraiate, è così sovraffollata che il pavimento non si vedrebbe nemmeno se fosse illuminata. A volte i detenuti hanno lo sguardo spento e non fanno nulla, in altri casi sfruttano lo spazio ridottissimo. Uno si fa tenere i piedi da un altro e va su e giù con il busto, sta facendo un esercizio per gli addominali.
Questo edificio non era un carcere prima, era una scuola, è stato riadattato a contenere i cinquemila uomini dello Stato islamico sopravvissuti all'assedio di Baghouz. Se sei rimasto nel gruppo fino alle settimane di quell'assedio vuol dire che facevi parte del nucleo più duro, quello che ha continuato a combattere anche quando ormai la guerra era andata oltre la sconfitta certa e si trascinava avanti per fanatismo. "I curdi e gli americani ci avevano detto che se ci fossimo arresi ci avrebbero tenuti per un paio di mesi e poi ci avrebbero lasciati andare, invece siamo ancora qui!", dice Khan.
A Baghouz dentro l'ultimo campo assediato c'erano decine di migliaia di donne e bambini, erano le famiglie dei combattenti dello Stato islamico che li avevano seguiti come una carovana di nomadi, i curdi hanno tentato di patteggiare una capitolazione per evitare di dover prendere quel pezzetto di terra palmo a palmo, che vuol dire usare molto i bombardamenti - e quindi fare molte vittime. Ma rimettere in libertà i detenuti oggi sarebbe una follia, si metterebbero a sparare e a piazzare trappole esplosive la notte dopo.
Questa contraddizione per ora è stata risolta così dai curdi siriani: si sono presi in carico migliaia di uomini dello Stato islamico, non possono farli uscire, li hanno ammassati in un luogo stretto che però aprono ai giornalisti. Dicono che è un'operazione "umanitaria", la loro dottrina rifiuta la pena di morte, c'è da chiedersi se non sia stato per questo che lo Stato islamico ha deciso di combattere la sua ultima battaglia - quella della capitolazione - nel territorio curdo e non in Iraq oppure in altre zone della Siria. A partire da marzo cominceranno i processi e i curdi sperano che almeno durante quelli saranno assistiti dai governi occidentali che non si sono venuti a prendere i loro terroristi.
La scuola trasformata in carcere è a un paio di chilometri a sud di al Hasake, che è il capoluogo di questa regione della Siria orientale ed è rimasto fuori per miracolo dalla marea nera degli islamisti. In pratica l'onda si è fermata a metà strada tra dov'è oggi la prigione e la città, mentre quasi tutto il resto del territorio cadeva. L'edificio stesso è finito in mano allo Stato islamico ed è stato usato come base.
Ora ha cambiato uso ed è diventato il luogo con la più alta concentrazione al mondo di terroristi che hanno militato nello Stato islamico. Ed è nel mezzo di una regione che è infestata da cellule clandestine che sono ancora molto attive e che potrebbero organizzare un grande attacco per liberare gli ex "fratelli". Le guardie dicono che le cellule a volte si avvicinano il più possibile alla prigione e poi sparano in aria un caricatore di fucile Kalashnikov in modo che i detenuti sentano il rumore e sappiano che non sono stati dimenticati. L'ultima volta è successo tre settimane fa.
Il direttore del carcere, un militare in mimetica delle Ypg (unità di difesa popolare curde) che si fa fotografare soltanto se ha addosso un passamontagna, ha acconsentito alla visita ma in cambio ha stabilito due regole. La prima è che non si può dire ai prigionieri che il loro capo, Abu Bakr al Baghadi, è morto, che c'è stata un'offensiva dell'esercito turco contro i curdi poco a nord della città, che gli americani si sono ritirati dalla Siria e poi sono rientrati per andare a presidiare i pozzi di petrolio in un settore più a sud e in generale non si può dare loro alcuna notizia. Sono rimasti aggiornati al giorno in cui sono stati catturati. Non gli si può dire nulla perché c'è il timore che le notizie potrebbero scatenare una rivolta o un tentativo di evasione di massa e quindi si preferisce lasciare che si cullino nell'incertezza.
Devono restare isolati non soltanto dal punto di vista materiale, ma anche da quello della conoscenza del mondo. La seconda regola è che non si possono fare fotografie fuori dai corridoi delle celle perché sarebbe come rivelare informazioni a chi sta organizzando l'attacco per liberare i detenuti. Quanto sono alti i muri. Quante guardie stanno agli angoli. Peccato perché ci sarebbero da fare foto molto belle, uomini in passamontagna e fucili a pompa che aspettano seduti su sedie di plastica, ma non è possibile.
Il direttore spiega che oltre alle guardie c'è un contingente di intervento rapido poco lontano, pronto ad arrivare in caso di problemi. Gli chiediamo se in caso di evasione quelli dello Stato islamico riceverebbero aiuto dalla popolazione, dice di no ma che alcuni simpatizzanti si nascondono dappertutto. Di certo per gli evasi allontanarsi sarebbe un problema logistico enorme, al Hasake è in mezzo a una pianura senza ripari, non ci sono colli o pieghe del terreno e gli alberi sono rarissimi, è probabile che per le squadre curde e per i droni diverrebbe il terreno di una caccia facile.
Chiediamo di parlare con un detenuto saudita, perché i racconti dei combattenti europei tendono ad assomigliarsi tutti. Saleh Abdallah al Aqil ha 26 anni, è andato in Siria nel 2013, ammette senza problemi che era un combattente, fa i nomi dei suoi emiri-comandanti, ha il volto scavato e gli manca mezzo piede sinistro, cammina con le stampelle. Gli chiediamo perché è partito volontario, dice che è successo perché ha ascoltato un sermone del predicatore saudita Mohammed al Arefi che avvertiva che il Califfato stava arrivando.
C'è da sobbalzare, al Arefi è un imam ufficiale, va in tv, nel 2013 fece scalpore un suo sermone in cui disse: "Il Califfato sta arrivando, è come se lo vedessi con i miei occhi". Poi l'imam saudita prese una piega molto più moderata, ma intanto eccole qui le conseguenze di quelle parole, sette anni dopo. Saleh ha preso una pallottola nello stomaco, poi è tornato a combattere e poi negli ultimi mesi di assedio ha perso il piede perché andò in un magazzino a prendere della farina per mangiare ma c'era una trappola esplosiva piazzata dallo Stato islamico.
Dice che ha cominciato a perdere fiducia nel gruppo prima della battaglia per Raqqa, in Siria. Se è vero, è stato verso la fine del 2017. Si è reso conto che era tutto un gioco politico internazionale fra grandi nazioni, sostiene, e che lo Stato islamico era usato come una pedina in questo gioco. Di che cosa aveva più paura, gli chiediamo: dei soldati del regime di Assad, "perché stuprano". Quando si alza dalla sedia e prende le stampelle chiede: cosa succede là fuori?
Dopo di lui intervistiamo Skandar Jammali, di 34 anni, britannico di origini tunisine, ma è come prendere un test di controllo a campione per verificare risultati già ottenuti da altri. Non dice nulla. È andato in Siria nel 2013 per lavorare come "operatore umanitario", del resto "c'erano le pubblicità nella metropolitana di Londra, dona soldi per i bambini siriani", perché lui ora dovrebbe essere criminalizzato per un comportamento che era così approvato? Poi si è unito allo Stato islamico perché è musulmano ed era in Siria, ma ha visto subito che era una cosa cattiva e ha tentato di scappare tre volte, ma per tre volte è stato catturato e messo in cella per un mese. "Gli stranieri sono considerati delle spie, fanno una vita dura e piena di sospetti. Entrare nello Stato islamico è facile, andarsene è molto difficile". Non ha mai combattuto, aveva soltanto un fucile per autodifesa, non ha mai incontrato gli altri inglesi anzi tendeva a evitarli. Tutti in blocco, compreso Jihadi John, il boia degli ostaggi occidentali. Non sa se nelle celle ci sono prigionieri più carismatici che fanno da leader, o shawish, e dettano agli altri cosa fare, o se ancora predicano l'ideologia dello Stato islamico. "Io mi faccio i fatti miei". Di cosa aveva più paura? Dei raid aerei americani. Quelli dell'intelligence inglese vengono mai a interrogarlo? Una volta si è presentata una ricercatrice universitaria, ma le sue domande non suonavano proprio da ricercatrice. Skandar è un muro, non dice nulla che potrebbe essere usato contro di lui. Li senti quando fuori dal carcere sparano in aria per farvi coraggio? Non so cosa sia, forse spari o forse un detenuto senza una gamba che cammina e fa rumore, chi è lui per sostenere con precisione una cosa o l'altra. Soltanto alla fine guizza mentre si alza: cosa succede fuori? Come va la guerra?
agi.it, 10 febbraio 2020
Il procuratore di Catanzaro ospite a "Mezz'ora in Più", condotta da Lucia Annunziata su Rai Tre. "Introdurre il lavoro carcerario ai fini della rieducazione dei condannati": è la proposta del procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, per favorire il reinserimento nella società.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 10 febbraio 2020
Franco Mazzone ha 54 anni e, giudiziariamente parlando, un passato pesante. L'ultima condanna è stata per armi e droga, scontata girando per una lunga serie di carceri: Ancona, Opera, Fermo, Fossombrone. Sette anni. L'ha smaltita senza fare storie o piangersi addosso. Al momento di liberarlo, non lo hanno liberato. Lo hanno portato nella "Casa di lavoro" di Vasto, e ce lo hanno tenuto un altro anno.
di Luca Fazzo
Il Giornale, 10 febbraio 2020
Non sono colpevoli, non sono innocenti. Sono una via di mezzo, in una categoria dai confini vaghi, aleatori, soggettivi: quella dei pericolosi. E per questo, solo per questo, stanno in carcere. A volte per un anno, a volte per più, e in alcuni casi all'infinito, vittime di quello che un avvocato ha definito efficacemente come "ergastolo bianco".
di Carmelo Lopapa
La Repubblica, 10 febbraio 2020
Questa volta l'ha spuntata Giulia Bongiorno. È riuscita quantomeno a far ragionare Matteo Salvini, raccontano nella Lega, convincendolo a non fare altri colpi di testa sul caso Gregoretti, dopo quello di venti giorni fa in giunta per le autorizzazioni.
L'avvocato e senatrice che allora aveva perso le staffe per le bizze del capo, sembra sia riuscita a far capire nelle ultime ore che un voto favorevole dei leghisti anche in aula per il processo per sequestro di persona chiesto dal Tribunale dei ministri di Catania - nella seduta decisiva di mercoledì a Palazzo Madama - equivarrebbe a un'ammissione di responsabilità o quasi.
E così, il segretario ha già comunicato il dietrofront al capogruppo Massimiliano Romeo: i loro 60 parlamentari lasceranno l'emiciclo (più improbabile l'astensione): ai colleghi di Pd, Italia Viva, M5S e Leu la responsabilità del disco verde al giudizio a carico dell'ex ministro dell'Interno. Non usciranno subito, tuttavia, i leghisti. Ad apertura dei lavori, alle 9,30, spetterà a Erika Stefani il compito di riferire all'aula sull'esito del voto in giunta del 20 gennaio.
Allora i senatori del gruppo avevano votato a favore, adeguandosi al diktat del capo che - in piena campagna elettorale in Emilia Romagna - voleva immolarsi mediaticamente da "vittima" della giustizia per la difesa dei confini nazionali. Il giochetto poi non ha funzionato, quando sei giorni dopo si sono aperte le urne a Bologna e nel resto della regione.
Adesso "meglio non rischiare", anche perché - è stato il ragionamento dell'ex ministra Bongiorno al suo segretario - il voto favorevole anche della Lega, in aggiunta a quello già decisivo e sufficiente della maggioranza, finirebbe col vanificare o quasi l'intera strategia difensiva. Insomma, l'impuntatura potrebbe costare caro quando dinanzi al Tribunale dei ministri si aprirà un processo dall'esito già imprevedibile.
Il primo di una serie, per altro, stando alla sequenza di richieste che stanno piovendo dalle procure. Nella discussione che mercoledì si aprirà subito dopo la relazione in aula, Matteo Salvini quasi certamente prenderà la parola, come ha fatto il 20 marzo dell'anno scorso in occasione del voto sul caso Diciotti. Allora, la richiesta di processo era stata respinta grazie ai senatori del M5S che lui subito ringraziò pubblicamente: "Le cose si fanno in due".
Questa volta si ritroverà da solo. Si difenderà cercando di dimostrare, mail e messaggi alla mano, il coinvolgimento del governo e del premier nella decisione di tenere per quattro giorni al largo di Augusta i 131 migranti a bordo della nave Gregoretti della Guardia Costiera, nel luglio scorso. Gli alleati di Forza Italia e Fratelli d'Italia stanno preparando un ordine del giorno con cui si oppongono alla richiesta di processo, al fine di consentire un voto (non i leghisti perché usciranno dall'aula, appunto).
Diversamente, se non ci fosse alcuna proposta, non si voterebbe nemmeno: si darebbe per acquisito il pronunciamento della giunta per le autorizzazioni. In ogni caso, il responso è scontato (si voterà a scrutinio palese fino alle 19), Salvini andrà a processo. Storia destinata a ripetersi: già il 27 la stessa giunta dovrà pronunciarsi sull'analogo caso Open Arms.
Tanti divieti di sbarco, altrettanti processi che incombono. L'incubo che si sta facendo largo in casa leghista è quello di una serie di condanne che potrebbero far scattare la mannaia della Severino sul leader che sogna Palazzo Chigi. E che intanto dovrà indossare la felpa da imputato.









