di Valentina Maglione
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2020
Se ritardi, ti sanziono. È il mantra ripetuto nello schema di disegno di legge delega che riforma il processo penale e l'ordinamento della magistratura e che dovrebbe essere esaminato oggi dal Consiglio dei ministri. Il testo introduce infatti nuove ipotesi di illeciti disciplinari per spingere i magistrati ad accelerare i tempi dei processi.
Oggi i ritardi procedurali rappresentano circa un sesto delle contestazioni disciplinari mosse ai magistrati: nel 2019, sono stati 43 gli illeciti contestati per lungaggini su 254 totali, come emerge dalla relazione del Procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, presentata in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario, lo scorso 30 gennaio.
La situazione - Nel 2019 le denunce di illeciti disciplinari a carico dei magistrati arrivate alla Procura generale della Cassazione (l'organo competente a riceverle) sono aumentate, seguendo il trend avviato l'anno prima. Fino al 2017 sono infatti rimaste stabili intorno alle 1.350 l'anno, nel 2018 sono salite a 1.637 e nel 2019 a 1.898: il 44% in più rispetto al 2012.
Un aumento dovuto, secondo la relazione del Procuratore generale, soprattutto a "un'erronea concezione della responsabilità disciplinare": perché i denuncianti, quasi tutti privati, anziché attenersi agli illeciti individuati dal decreto legislativo 109 del 2006, utilizzano la responsabilità disciplinare per rimediare agli errori del processo, chiedere il risarcimento di danni o riversare sui magistrati il malfunzionamento del servizio giustizia. Tanto che la stragrande maggioranza delle notizie di illecito (il 90% l'anno scorso) viene archiviato dalla Procura generale della Cassazione.
Dei 254 illeciti contestati nel 2019, 37 sono relativi a fatti oggetto di procedimento penale: lo scorso anno è stato segnato dallo scandalo delle nomine pilotate nelle Procure, ma la relazione del Pg della Cassazione precisa che molti processi penali hanno per oggetto errori nello svolgimento dell'attività giudiziaria e si sono conclusi con l'archiviazione. Sono invece 22 gli illeciti contestati relativi a ritardi nel deposito dei provvedimenti e 21 a tardiva o mancata scarcerazione. Sono contestazioni mosse soprattutto nei confronti dei giudici di tribunale (17 incolpati di ritardi nel deposito e 8 per tardiva o mancata scarcerazione). Quanto alla distribuzione territoriale, il ritardo nel deposito dei provvedimenti è diffuso in modo sostanzialmente uniforme (9 giudici accusati al nord, 7 al centro e 6 al sud), mentre le tardive o mancate scarcerazioni sono concentrate al sud (11 giudici incolpati) e al centro (6 giudici).
Le ipotesi di riforma - Lo schema di Ddl delega atteso oggi in Consiglio dei ministri punta sulla revisione degli illeciti disciplinari per sveltire i procedimenti. A partire dalle indagini preliminari: il Pm che non rispetta i nuovi tempi (di sei mesi per i reati meno gravi, un anno e mezzo per i più gravi e un anno per tutti gli altri, con una sola possibile proroga di sei mesi) commette illecito disciplinare se il fatto è dovuto a dolo o negligenza. Il Ddl delega fissa poi i termini di durata massima dei processi civili e penali e prevede l'illecito disciplinare a carico dei magistrati che non adottano misure organizzative per rispettarli. Nuove ipotesi di illeciti disciplinari sono anche previste per i capi degli uffici che, in caso di difficoltà nel definire i processi, non predispongono piani di smaltimento e non redistribuiscono i carichi di lavoro. Novità che hanno scatenato le proteste dei magistrati: il presidente dell'Anm, Luca Poniz, all'inaugurazione dell'anno giudiziario, ha definito un "messaggio devastante" quello della "correlazione stretta" tra "inefficienza del sistema e responsabilità del magistrato, come se l'efficienza del processo si potesse governare con lo strumento disciplinare".
di Arturo Di Corinto
La Repubblica, 10 febbraio 2020
Mentre i casi di Assange, Manning e Snowden sono ancora alla ribalta della cronaca, le persecuzioni giudiziarie e gli arresti indiscriminati colpiscono nel silenzio tanti altri attivisti per la privacy e la libertà d'espressione. Eccone alcune storie. Chi si batte in loro difesa.
I paladini dei diritti digitali sono sotto attacco. Ad ogni latitudine. Mentre aumentano i casi di persecuzione giudiziaria nei confronti di difensori della privacy e ricercatori di cybersecurity, decine di ONG, attivisti, accademici ed esperti lanciano l'allarme. È lunga la lista delle minacce e degli attacchi di questi ultimi mesi, sia a livello giudiziario che informatico.
Adesso le associazioni dicono basta ai lunghi processi nei confronti di Ola Bini in Ecuador, alle indagini e alle misure arbitrarie adottate contro Javier Smaldone in Argentina, a casi come quello di Alaa Abd El-Fattah in Egitto, Ahmed Mansoor negli Emirati Arabi Uniti e di molti altri attivisti digitali, che sono pericolosamente in crescita. Senza contare casi famosi come quelli dei whistleblower Julian Assange, Chelsea Manning, Edward Snowden e Jeremy Hammond che hanno già pagato a caro prezzo le loro denunce.
Gli stessi relatori speciali sul diritto alla libertà di opinione e di espressione dell'organizzazione degli Stati americani e delle Nazioni Unite, tra i quali David Kaye, hanno manifestato preoccupazione per la detenzione e il perseguimento di difensori dei diritti digitali fino al caso più recente, quello di Ola Bini.
Ola Bini, considerato vicino ad Assange, è stato arrestato lo stesso giorno in cui il fondatore di WikiLeaks ha perduto lo status di rifugiato politico concessogli dall'Ecuador, e non ha ancora avuto un processo. Prima accusato di evasione fiscale, poi di intrusione informatica non autorizzata, ma senza prove, l'udienza, fissata per il 17 febbraio 2020 è slittata al 7 marzo perché, spiega a Repubblica il suo avvocato, Carlos Soria, "il tribunale dice di aver perso il fascicolo che lo riguarda". Ma la sua vera colpa secondo Amnesty International è di essere un difensore dei diritti umani impegnato a tutelare la privacy dei cittadini.
Javier Smaldone, specialista di sicurezza informatica e portavoce della campagna #noalvotoelectrónico è stato indagato per un dataleak relativo alle forze di sicurezza argentine nell'agosto 2019, caso legato a uno precedente del 2017, frutto di "phishing" e noto come "La Gorra Leaks 2.0". Smaldone è indicato come uno dei "possibili responsabili" della fuga di dati. Sospettato in quanto esperto di cybersecurity ma anche per essersi espresso criticamente sulla vicenda sui social, è stato sottoposto a geolocalizzazione dai suoi fornitori di telefonia, intercettato, spiato da telecamere di sorveglianza piazzate intorno a casa, e ha subito il sequestro dei suoi dispositivi personali e strumenti di lavoro. Non esistono prove a suo carico.
Anche il blogger egiziano Alaa Abd El-Fattah, icona della primavera araba del 2011, arrestato, torturato e rilasciato solo dopo cinque anni, è di nuovo sparito. Sarebbe in mano ai servizi segreti egiziani dal 29 settembre con l'accusa di diffondere fake news. Trasferito nel carcere egiziano di massima sicurezza Tora 2, lo avrebbero stato bendato, denudato, picchiato e preso a calci ripetutamente e sottoposto a minacce e abusi verbali.
Stessa sorte per Ahmed Mansoor, arbitrariamente detenuto nella prigione di Al Sadir per aver osato twittare contro la violazione dei diritti umani del governo degli Emirati Arabi Uniti. Membro del comitato consultivo di Human Rights Watch, arrestato il 20 marzo 2017 è ancora detenuto senza poter parlare con i suoi avvocati. Il lavoro svolto da questi difensori dei diritti digitali in difesa della privacy e della libertà d'informazione è fondamentale per la protezione dei diritti umani. Il motivo è facile da capire: oggi le informazioni viaggiano in digitale da un capo all'altro del mondo e la sicurezza di dati e informazioni dipende sia dai sistemi informatici che li trattano sia dagli attivisti che sensibilizzano le persone sull'esistenza di vulnerabilità nei sistemi. Azione socialmente utile: quelli che denunciano app, siti e social insicuri consentono sia ai governi che alle imprese private di trovare soluzioni che migliorano la sicurezza delle infrastrutture e del software a beneficio di tutti. Per questo la Electronic Frontier Foundation, Access Now, APC, Human Rights Watch, e altre trenta organizzazioni, in una dichiarazione congiunta nel dicembre scorso all'Internet Governance Forum di Berlino a Berlino hanno voluto rimarcare che il lavoro dei consulenti per la sicurezza di giornalisti, come quello dei programmatori e degli attivisti digitali va considerato di vitale importanza anche per la sicurezza dei giornalisti e degli altri difensori dei diritti umani.
Hanno chiesto ufficialmente il riconoscimento del loro lavoro a livello legale, sociale e politico: "I difensori dei diritti digitali dovrebbero anche essere riconosciuti come difensori dei diritti umani. Il loro lavoro e i loro diritti devono essere protetti per garantire lo sviluppo sicuro, trasparente, democratico e sicuro di Internet e delle tecnologie digitali ovunque nel mondo". Senza il timore di molestie giudiziarie o qualsiasi forma di danno proveniente da stati o governi. E ancora: "Il lavoro dei difensori dei diritti digitali è un esercizio legittimo del diritto alla libertà di espressione e, come tale, deve essere protetto. Respingiamo insieme qualsiasi persecuzione dei difensori dei diritti digitali".
Assange, ammalato e in procinto di essere estradato in America non può che essere d'accordo. Massimo Moratti, vicedirettore di Amnesty International per l'Europa aveva dichiarato che "Le autorità britanniche devono tenere in considerazione il rischio concreto che Assange, una volta estradato, possa subire gravi violazioni dei suoi diritti umani e rispettare l'impegno già assunto di non trasferire Assange in un paese dove potrebbe essere sottoposto a maltrattamenti e torture".
Il Fatto Quotidiano, 10 febbraio 2020
Detenuti e liberi cittadini, intorno allo stesso tavolo, dentro le mura del carcere per riflettere sulla trasgressione e cercare ciò che ci rende uguali nelle differenze. E il lavoro che da 23 anni fa il Gruppo della trasgressione nella Casa circondariale di San Vittore e nei due Istituti penitenziari di Opera e Bollate, a Milano.
In tutto una sessantina di carcerati e una quindicina tra studenti universitari e altri ospiti esterni, guidati dallo psicoterapeuta Angelo Aparo. Al centro del confronto i temi dell'autorità, dei limiti e dell'arroganza: a seconda dell'ambiente in cui si cresce possono diventare una spinta allo sconfinamento verso la crescita personale; o, al contrario, un'illusione di onnipotenza distruttiva. Cos'ha in comune la ragazza che soffre di disturbi alimentari con chi ha rapinato banche? Il bullo con il criminale? Il timido con lo spacciatore?
Il Gruppo lo spiega nelle scuole con una serie di progetti di prevenzione alla tossicodipendenza e al bullismo. La pena senza la riabilitazione mentale serve a poco, molto poco. L'intuizione di Aparo andrebbe esportata in tutte le realtà carcerarie italiane.
di Marco Tedesco
ilsussidiario.net, 10 febbraio 2020
Tra i capannoni della zona industriale di Bresso si trova la cooperativa sociale Incontro e Presenza, una realtà nata nel 2018 partendo dalla trentennale esperienza dell'omonima associazione. La cooperativa svolge principalmente attività di sgombero, traslochi e trasporti, nonché di restauro di mobili in legno, ma il vero scopo è quello di sostenere moralmente e materialmente soggetti svantaggiati, in particolare chi ha vissuto o vive l'esperienza detentiva.
"È proprio per questo scopo che è partita l'attività di restauro - racconta Pierluigi, l'"anima" della cooperativa, che oggi conta tre soci lavoratori e una decina di volontari: le persone che arrivano in cooperativa ci dicono di aver bisogno di un lavoro, di cibo, di vestiti, di un letto e molto altro, ma conoscendole abbiamo capito che, come tutti, hanno anzitutto bisogno di essere restaurate. Proprio come si fa con un vecchio mobile rugoso e pieno di schegge, che molti butterebbero via, mentre noi lo levighiamo, lo lucidiamo, lo valorizziamo al punto da concedergli nuova vita. E la modalità migliore per sentirsi degni di una seconda possibilità è attraverso la dignità che possono dare solo il lavoro e un'amicizia vera".
Passeggiando per il capannone, ci si imbatte, infatti, in numerosi mobili, sedie, vecchi dischi, soprammobili e tantissimi altri oggetti che per molti hanno rappresentato solo un ricordo di un'età passata, solo una nostalgia ormai da buttare, ma che grazie al lavoro di restauro, oggi si trasformano in strumenti per costruire un futuro migliore. Il furgone bianco, arrivato in luglio grazie all'aiuto di alcuni benefattori, gira per tutta Milano e la Lombardia (ma fa anche puntate in altre regioni) per recuperare, spostare o ritirare letti, quadri, armadi.
Il lavoro, svolto sempre in modo professionale, è faticoso, tiene impegnate la testa e le braccia, si arriva a sera che ti manda a letto stanco. "Proprio perché siamo una cooperativa sociale, proprio perché ci interessa principalmente aiutare chi ha bisogno - spiega Pierluigi -, dobbiamo lavorare bene. Se lavori bene, allora impari; se lavori senza passione, esci di qui che sei esattamente povero come prima. Qui siamo come in una famiglia e nessuno deve fare il furbo, perché stiamo facendo una cosa più grande di tutti noi".
La cooperativa non esprime la sua "vocazione per gli ultimi" solo attraverso il lavoro, ma sostiene anche veri e propri progetti sociali. Grazie, infatti, alla convenzione con il Banco Alimentare, Incontro e Presenza è diventata un Banco di solidarietà, attraverso il quale rifornisce di cibo circa 14 famiglie indigenti e consegna presso il carcere di San Vittore - in collaborazione con la Direzione e i volontari dell'omonima associazione - generi alimentari destinati al reparto giovani adulti del carcere.
Sempre in San Vittore, poi, la cooperativa consegna periodicamente vestiti usati e prodotti di igiene personale, che vengono raccolti sul territorio e riassettati nel capannone di via Galilei. Ma non si possono dimenticare anche le innumerevoli donazioni di mobili e arredi offerti a famiglie bisognose oppure container riempiti di mobili destinati a comunità e villaggi in altri continenti, appoggiandosi a una rete di rapporti tessuti con altre realtà sociali.
Per lo svolgimento di queste attività caritatevoli la cooperativa Presenza e Incontro utilizza i propri dipendenti, pagandoli esattamente come per il lavoro di sgombero o di restauro.
"Per noi - sottolinea Pierluigi - non c'è differenza: vogliamo che i nostri dipendenti investano la stessa passione che mettono nel lavoro anche nelle attività di volontariato e che imparino sempre più a lavorare con la stessa carità con cui vestono i carcerati o danno il cibo agli affamati". La cooperativa Incontro e Presenza non è quindi solo un'occasione di lavoro o un buon fornitore dai prezzi modici, ma una vera e propria risorsa sociale, perché tutto ciò che si guadagna viene poi utilizzato per sostenere chi ha più bisogno.
di Gianni Bazzoni
La Nuova sardegna, 10 febbraio 2020
I responsabili provinciali chiedono un impegno al presidente della Regione. "Il sistema carcerario è in equilibrio precario, con forti carenze di personale" La Sardegna è l'unica regione italiana a non avere un garante dei detenuti, per questo motivo, i garanti di Oristano, Sassari, Tempio e Nuoro chiederanno al presidente della Regione di intervenire e colmare la lacuna.
Non è certo questo l'unica emergenza del sistema carcerario sardo messo in luce ieri mattina nel corso dell' incontro fra i quattro garanti delle persone private della libertà della Sardegna, che per la prima volta si sono incontrati dopo l'apertura dei nuovi istituti di detenzione per l'alta sicurezza.
A fare gli onori di casa, l'assessora comunale ai Servizi sociali Carmen Murru. Il garante di Oristano, Paolo Mocci, ha ricordato che i problemi delle carceri non riguardano solo l'amministrazione penitenziaria ma anche quella del Comune dove ha sede la struttura.
"Spesso si parla di sovraffollamento, ma questo non è l'unico problema delle carceri", ha detto Mocci che ha rappresentato la realtà di Massama "dove ad esempio l'assenza di un reparto per detenuti con disabilità e menomazioni psichiche, sta creando grossi problemi, assieme all'assenza, di recente denunciata dagli agenti di polizia penitenziaria, di un reparto per detenuti all'interno del San Martino".
La sanità nelle carceri è quasi un'emergenza, considerando anche che il maggior numero dei detenuti nelle strutture isolane sono anziani, dunque, con tutte le problematiche legate all'età. "La politica deve occuparsi della questione detentiva - ha detto Antonello Unida, garante di Sassari - ci sono situazioni al limite dell'anticostituzionalità come a Bancali, dove 95 detenuti in regime di 41bis sono in una sezione costruita appositamente sotto il livello del terreno, tanto da comportare la riduzione della luce e dell'aria".
Un problema noto e denunciato in più occasioni dallo stesso garante nazionale, Mauro Palma. Ci sono poi situazioni legate alle carenze strutturali. A Tempio, ad esempio, le tubazioni idriche sono ancora di ferro "di conseguenza - ha detto la garante Edvige Baldino - l'acqua è non potabile. Il problema è che da mesi l'amministrazione penitenziaria non distribuisce più i due litri di acqua in bottiglia che erano garantiti per ogni detenuto. Dunque, chi non ha soldi per comprarsi l'acqua minerale, non beve". La rieducazione del detenuto che, pur fondamentale per il suo reinserimento nella società, in troppe occasioni viene a mancare.
"A Badu e Carros i detenuti sono costretti a trascorrere troppo tempo in cella" ha denunciato la garante Giovanna Serra, che sollecitando il potenziamento delle misure alternative ha riferito del caso di un detenuto che, rimasto in carcere per 25 anni senza mai un permesso premio: "La prima volta che è uscito ha chiesto subito di rientrare in istituto perché non sapeva come fare".
Maria Grazia Caligaris, di "Socialismo, diritti e riforme" ha evidenziato come esistano seri problemi di personale: ci sono appena 4 direttori per 10 carceri mentre mancano 500 agenti di polizia penitenziaria, tantissimo personale amministrativo ed educatori.
Il Sole 24 Ore, 10 febbraio 2020
Termini processuali - Restituzione nel termine - Caso fortuito o forza maggiore - Nozione - Fattispecie. L'istituto della rimessione in termini disciplinato dall'art. 175 c.p.p. prevede la restituzione nel termine stabilito a pena di decadenza a condizione che il richiedente provi di non averlo potuto osservare per motivi di forza maggiore o per caso fortuito, laddove per forza maggiore si intende una situazione caratterizzata da "irresistibilità", mentre invece per caso fortuito si intende una situazione caratterizzata da imprevedibilità. Nel caso di specie, i giudici della Cassazione hanno escluso che l'astensione di categoria dalle udienze, alla quale il difensore aveva aderito, possa essere caratterizzata da imprevedibilità, essendo proclamata per legge con dovuto anticipo, né che potesse ascriversi ad un impedimento "irresistibile" dato che l'adesione è rimessa alla libera scelta del difensore.
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 24 gennaio 2020 n. 2909.
Termini processuali - Restituzione nel termine - Decreto di condanna - Grave incidente d'auto subito dall'unico difensore di fiducia dell'imputato prima del deposito di nomina ed opposizione - Causa di forza maggiore - Sussistenza - Ragioni. Ricorre una situazione di fatto riconducibile ad una causa di forza maggiore, legittimante la restituzione nel termine per presentare opposizione a decreto penale di condanna ai sensi dell'art. 175 del Cpp, nel caso di grave incidente d'auto subito dall'unico difensore di fiducia dell'imputato che, ricevuta la nomina in proprio favore il giorno stesso dell'incidente, si sia trovato, in conseguenza di esso, nella materiale impossibilità di depositare detta nomina con l'atto di opposizione. (In motivazione, la Corte ha aggiunto che, la brevità del termine per proporre l'opposizione rende inesigibile sia una costante verifica, da parte dell'imputato, dell'effettiva capacità del difensore di portare a compimento il mandato conferitogli, sia il dovere, da parte di questi, qualora affetto da grave patologia, di informare direttamente od indirettamente il primo dell'impossibilità di adempiere).
• Corte di cassazione, sezione II, sentenza 17 maggio 2019 n. 21726.
Termini processuali - Restituzione nel termine - In genere - Nullità procedimentale - Restituzione in termine per impugnare - Ammissibilità - Esclusione - Fondamento - Fattispecie. La restituzione in termini - attenendo alla perenzione di un termine stabilito a pena di decadenza che si assume non osservato per caso fortuito o forza maggiore - non è ammessa allorché venga dedotta una nullità procedimentale, non verificandosi in presenza di quest'ultima la decadenza dal termine. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto che l'omesso avviso al difensore del rinvio fuori udienza, con successiva mancata partecipazione dello stesso e dell'imputato all'udienza di decisione, comporti la nullità della sentenza e impedisca la decorrenza del termine per l'impugnazione, con conseguente ammissibilità dell'impugnazione tardiva).
• Corte di cassazione, sezione IV, sentenza 3 dicembre 2018 n. 54036.
Termini processuali - Restituzione nel termine - Caso fortuito o forza maggiore - Nozione -
Fattispecie. In materia di restituzione nel termine, la condotta del difensore d'ufficio che, in violazione degli obblighi di diligenza, abbia omesso di informare il difensore di fiducia circa il mancato accoglimento dell'istanza di rinvio dell'udienza e non abbia presentato tempestiva impugnazione in qualità di sostituto ex art. 102 cod. proc. pen., non può essere considerata, per gli effetti dell'art. 175, comma primo, cod. proc. pen., ipotesi di caso fortuito, né di forza maggiore. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che il difensore di fiducia, con un comportamento improntato a normale diligenza, come quello di recarsi presso la cancelleria del giudice per chiedere informazioni, avrebbe potuto conoscere per tempo che era stata pronunciata sentenza di condanna e presentare impugnazione).
• Corte di cassazione, sezioni Unite, sentenza 28 aprile 2006 n. 14991.
di Mario Morcone
Il Riformista, 10 febbraio 2020
Forse incautamente ci eravamo troppo entusiasmati alla notizia di una circolare del Ministero dell'Interno relativa al nuovo schema per la fornitura di beni e servizi per i centri di prima accoglienza dei richiedenti asilo. Ingenuamente avevamo pensato che fosse un modo, magari non formale, per fare un passo in avanti sulla strada del contrasto ai danni, ogni giorno più evidenti, determinati dai cosiddetti decreti Salvini, che decreti sicurezza non sono.
Purtroppo, una lettura più meditata ridimensiona la portata dell'intervento e soprattutto delinea spazi possibili di miglioramento che i singoli prefetti sul territorio dovranno avere la capacità e il coraggio di individuare. Offrire maggiori opportunità per un servizio sanitario integrativo era per lo meno doveroso per le tante situazioni di sofferenza vera e bisogno delle persone che arrivano da noi dopo un percorso infernale. Solo chi ha assistito ad uno sbarco, ha visitato un centro di prima accoglienza e ha avuto la generosità di fermarsi un attimo per incontrare i tanti che si muovono tra di noi inseguiti dal pregiudizio e dall'indifferenza, è in grado di valutare e percepire il bisogno. Non credo che la solita cabina di regia messa in piedi per condividere, o meglio per attenuare, le proprie scelte politiche possa essere la strada giusta.
Certo, l'aumento dei servizi di sanità complementare, lo stesso aumento del personale di vigilanza e una diversa articolazione dei posti in accoglienza su strutture più a dimensione umana, possono essere strade da percorrere con generosa intraprendenza. Così come la Circolare sembra lasciare aperta la possibilità per i prefetti di variare, in modo positivo, i servizi attualmente previsti nei centri. Ma non tutti, e non lo si può chiedere, sono cavalieri sul cavallo bianco pronti a sfidare il clima plumbeo che ci opprime ormai dal mese di maggio del 2018.
E i cani già latrano sui social media e sulla stampa loro amica per intimidire, condizionare, usare ancora una volta gli argomenti dell'egoismo e della paura cercando di farli riemergere in un'ampia fascia di loro elettori. Noi abbiamo definito quest'intervento una vittoria della ragionevolezza perché questo è, a fronte di situazioni che manifestavano ogni giorno problemi di sostenibilità. Ma non saranno soluzioni puntiforme a dare una svolta ad una questione non più rinviabile e che è propria e fondante nei valori di una sinistra riformista. Nessuno chiede avventure o fughe in avanti; nessuno ne fa una questione ideologica nei confronti di tizio, caio o sempronio. Si chiede solo di assumersi la responsabilità di essere fedeli ai propri impegni con un progetto più organico e di lungo respiro.
Ampliare la platea di coloro che legittimamente possono far parte della nostra comunità, ripristinare percorsi di integrazione e di inclusione puntando sull'apprendimento della lingua e sulla formazione al lavoro già dalla prima accoglienza, rilanciare i percorsi SPRAR e i rapporti con i Sindaci come best practice di riferimento, sono scelte politiche essenziali che cominciamo ad attendere da troppo tempo. Non ci impicchiamo sulle modalità per cogliere questi obiettivi, mentre iniziano ad emergere segnali di delusione all'interno della nostra collettività che spero il Governo sappia cogliere e interpretare.
Un permesso di soggiorno temporaneo da poter concedere, manifestando fiducia verso chi non ha commesso reati e si è inserito positivamente tra di noi ottenendo anche spesso un contratto di lavoro, è una strada che tanti altri paesi - Francia e Germania in testa - hanno da tempo intrapreso. Mettere in campo strumenti perché i minori stranieri possano essere effettivamente una leva di sviluppo in un paese che vede un calo demografico così importante da farne preconizzare un ineluttabile declino, è solo una scelta di buon senso. Si tratta con sapienza di avere un po' di coraggio intercettando i tanti sentimenti positivi che, nonostante tutto, sono vivi e pulsanti tra i nostri cittadini senza arretrare di fronte al timore di non saper interpretare l'umore profondo della nostra comunità. Speriamo che prima o poi piova.
di Enrico Ferro
La Repubblica, 10 febbraio 2020
Un anno fa Deniss Panduru, romeno, ebbe un incidente con lo scuolabus e scappò per paura del linciaggio. Ora le indagini lo scagionano, ma la sua vita è rovinata. "Un anno fa la storia viene raccontata così: "Autista romeno dello scuolabus causa un incidente ubriaco e scappa".
È il 17 maggio 2019 quando, due mesi dopo il dirottamento di San Donato Milanese, sui colli padovani di Arquà Petrarca scatta la caccia all'uomo. Deniss Panduru, 51 anni, viene arrestato poco dopo con l'accusa di fuga, lesioni personali colpose plurime e guida in stato di ebbrezza.
L'allora ministro Danilo Toninelli ne chiede il licenziamento immediato e viene accontentato dalla Seaf di Este. Nemmeno un anno dopo tutto l'architrave accusatorio cade: nessuna fuga, nessun abbandono di minori, patente restituita e guida in stato di ebbrezza ridimensionata.
Le indagini dimostrano che l'autista, dopo l'incidente, fece uscire i dodici bambini dal pulmino ribaltato su un fianco. Nonostante questo la caccia all'uomo, cioè a Deniss Panduru, non si è mai conclusa. "Mi hanno sbattuto in galera per tre giorni senza colpa. E adesso, nonostante l'archiviazione, nessuno più mi dà lavoro", Deniss Panduru spalanca le braccia e maledice quel giorno. Capelli rasati ai lati e lunghi dietro, orecchino, catena d'oro in mostra sul petto villoso: la sua faccia fece il giro d'Italia.
Panduru, archiviata ogni accusa. Davvero non trova un lavoro?
"Porto il curriculum con la mia esperienza ventennale ma poi mettono il nome su Google e nessuno richiama. Io non sono un bandito, vi prego: datemi un lavoro".
Secondo lei è per l'incidente?
"Per tutti io resto l'autista ubriaco del pulmino ribaltato. Nessuno più mi vuole a lavorare e io ho il mutuo per la casa da pagare".
Cosa successe quel giorno?
"Sa qual è il mio unico senso di colpa oggi? Non essermi opposto a chi mi faceva lavorare con un pulmino ridotto in quello stato".
Cosa intende?
"Era vecchio e malridotto, più volte mi sono lamentato con il titolare dell'azienda. Perdeva olio dello sterzo, io stesso facevo il rabbocco alla fine di ogni turno".
Dunque l'incidente successe a causa dello sterzo?
"Si bloccò all'improvviso, affrontando un tornante".
Lei cosa fece dopo il ribaltamento?
"C'erano vetri ovunque, i bambini gridavano spaventati. Chiesi loro se stavano tutti bene. Si fermò un automobilista e mi aiutò a fare uscire tutti, uno a uno, con relativi zaini".
Come le è venuto in mente di scappare?
"Abbiamo chiamato i soccorsi e messo tutti in sicurezza. Poi hanno iniziato ad arrivare alcuni genitori. Io ero un po' in disparte, sentivo frasi irripetibili sul mio conto che si moltiplicavano mano a mano che passavano i minuti. A quel punto decisi che era meglio andar via".
Così però è sembrata una fuga, un'ammissione di colpa.
"I bambini erano in salvo. Per questo hanno archiviato il procedimento".
Come sono arrivati all'arresto?
"Sono stato fermato due ore dopo, portato in ospedale per le analisi. Pensavo fossero accertamenti normali. Poi, a un certo punto, un carabiniere mi dice: mi dispiace Panduru dobbiamo arrestarti".
L'alcoltest rivelò un tasso alcolico di 0,30.
"Prendevo un farmaco per la gola che aveva una base alcolica ma io non ho toccato nemmeno un goccio quel giorno. E comunque, anche se fosse, è prevista una multa, non il carcere".
Come fa ora a mantenersi?
"Cerco di arrangiarmi con piccole mansioni di giardinaggio ma nulla di sicuro. Ho due figli da crescere. Vorrei che la gente mi vedesse per quello che sono, non per il mostro che non sono mai stato".
di Giorgio Carnaroli
La Nuova Ferrara, 10 febbraio 2020
Dopo aver svolto a scuola l'Unità di apprendimento (Uda) dal titolo "Oltre le sbarre", gli alunni della 4ª e 5ª A indirizzo sociosanitario del Montalcini di Argenta, hanno visitato la Casa circondariale di Ravenna. Accompagnati dai propri docenti e dalla Presidente Avis Argenta Annamaria Toschi, che ha finanziato in parte tale uscita didattica, i giovani sono stati accolti dalla direttrice Carmela De Lorenzo, dal comandante della polizia penitenziaria il Commissario capo Stefano Cesari e dall'educatrice Daniela Bevilacqua.
Un carcere con una settantina di detenuti che scontano la pena in un sistema di celle aperte. Una visita che nasce dopo aver studiato il diritto penitenziario italiano secondo un approccio storico-giuridico, le condizioni igieniche e di vita all'interno delle carceri, gli aspetti psicologici della detenzione ed hanno anche analizzato attraverso il film "Il profeta" di Jaques Audiard, le dinamiche di potere e il nonnismo che sovente si esplicano all'interno delle carceri. Con la visita di venerdì mattina, i giovani hanno potuto constatare con i loro occhi quanto studiato sui banchi di scuola entrando nelle celle dei detenuti, visitando gli spazi sia esterni sia interni del carcere ed hanno concluso la loro giornata con un colloquio con otto di loro, che hanno ricordato il percorso di vita e cosa li ha portati a commettere reati che adesso stanno scontando.
Un percorso di responsabilizzazione intrapreso all'interno di un pezzo di società che non dimentica che i detenuti hanno dei diritti e rappresentano il cambiamento che hanno scelto di intraprendere e non l'errore commesso. "I nostri studenti dell'Ipsia - si legge in una nota dei docenti - hanno compreso che esiste una linea di confine chiamata rieducazione, speranza dalla quale ripartire, garantendo ai detenuti un percorso riabilitativo attraverso un progetto educativo individualizzato che stimoli i detenuti a rivedere criticamente le proprie azioni, a capire come possono ricucire gli "strappi" che i loro comportamenti devianti hanno prodotto". "L'incontro finale con i detenuti - concludono - è stato per gli studenti del Montalcini emozionante e toccante perché hanno scoperto che il tempo della detenzione può essere molto utile per ripartire, riprendere percorsi interrotti, scoprire attitudini e talenti che si erano dimenticati". -
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 10 febbraio 2020
Patrick George Zaki arrestato al Cairo mentre andava a trovare la famiglia. Sette ore di interrogatorio. Oggi l'incontro con avvocati e familiari. La Farnesina segue il caso. "L'agente ha guardato il passaporto e ha informato il superiore. È arrivato l'ufficiale e i due hanno parlato per qualche minuto. Poi Patrick è stato tolto dalla fila e portato in una stanza dell'aeroporto del Cairo". È entrato in quella saletta, venerdì mattina alle 4, e per ventisette ore Patrick George Zaki, 27 anni, è quasi sparito agli occhi del mondo. Per riapparire sabato pomeriggio a Mansura, 120 chilometri dalla capitale, in un'aula della Procura generale. "Pieno di segni delle botte ricevute", dice l'avvocato Wael Ghally che l'ha preso in carico: "Ma sono stati attenti. Professionali. Hanno usato cavi elettrici "volanti", nessuno strumento che lasciasse intravvedere l'utilizzo dell'elettrochoc. Si tratta di vere torture. Cose che in Egitto sono diventate normali, se uno si occupa di diritti e libertà".
Occhi bendati - Quindici giorni in attesa di processo, poi un probabile prolungamento della custodia cautelare, che in Egitto può durare anche due anni. Quel che attende il ricercatore arrestato è solo all'inizio. Il trattamento Regeni era già cominciato e solo il clamore scatenato, forse, ha evitato che la fine fosse la stessa: a dare l'allarme è stato il papà di Patrick, chiamato appena in tempo, poco prima che al fermato venisse sequestrato anche il cellulare. Il ricercatore egiziano, alla sua prima vacanza da quando segue un master all'Alma Mater, partito da Bologna e atterrato per una breve visita alla famiglia che vive a Mansura, "ha mantenuto lucidità e sembra reagire alla situazione - dice l'avvocato - ma la faccenda è molto complicata". Gli hanno bendato gli occhi, l'hanno portato in macchina in una caserma dei servizi di sicurezza, nella capitale, l'hanno interrogato più volte. Sette ore nelle mani di poliziotti che non fanno sconti, senza poter vedere un avvocato, senza altri contatti. Molte botte.
Le accuse - Solo sabato mattina, l'avvocato Ghally e un collega che si occupa di diritti umani hanno potuto incontrare il ragazzo e capire di che cosa fosse accusato. È stato mostrato loro un plico di post Facebook stampati, dove Zaki nei mesi scorsi esprimeva dall'Italia le sue idee sul regime del Faraone, e sono state elencate le violazioni di legge contestate: "1) Incitamento a sovvertire il sistema politico promuovendo pensieri che mirano a cambiare i principi costituzionali; 2) diffondere false notizie intese a minare l'ordine sociale e promuovere il caos, incitando le proteste non autorizzate con l'obbiettivo di indebolire il prestigio dello Stato; 3) gestire e utilizzare un account Facebook con lo scopo di disturbare l'ordine pubblico, mettendo in pericolo la sicurezza della società e dei cittadini...".
Semplici manifestazioni d'opinione: Patrick non ha mai nascosto la sua adesione al think tank dell'Egyptian Initiative for Personal Rights (Eipr) e la sua battaglia per fare chiarezza sul caso Regeni: "Nel 2014 - ricorda un altro legale che si occupa di libertà civili, Khaled Ali - abbiamo collaborato alla campagna elettorale, a sostegno dei candidati dell'opposizione". In particolare, lo scorso settembre, Zaki sarebbe finito sotto osservazione per alcuni commenti durante le proteste contro Al Sisi.
L'udienza - L'aspetto positivo è che il ricercatore non sia stato messo in isolamento, ma condivida la cella con altri, e che abbia potuto ricevere poche ore dopo una prima visita dei familiari, con cibo e vestiti. Le imputazioni non paiono essere ricondotte al terrorismo, almeno al momento. Lo dimostra il fatto che Zaki non sia dovuto comparire davanti a un tribunale speciale, come accade da quando il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi ha introdotto la legge marziale. Ed è testimoniato anche dalla circostanza che il procuratore abbia ammesso i funzionari dell'ambasciata italiana al Cairo ad assistere alle udienze: la prima è fissata per il 22 febbraio.
La Farnesina - Il ricercatore dell'università di Bologna "non è un cittadino italiano", ci tiene a ripetere il ministero dell'Interno egiziano, ma la Farnesina promette che il caso sarà inserito in un "costante monitoraggio processuale" assieme alla delegazione dell'Unione europea: un modo per rendere il più possibile "politica" l'attenzione su quello che l'Egitto vuole liquidare solo come un caso criminale. "Il fatto che sia egiziano permette alle autorità del Cairo di fare quel che vogliono? - si chiede retoricamente il responsabile italiano di Amnesty, Riccardo Noury - Significa che, chi si occupa di diritti, debba ignorare la storia di Patrick?".
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