di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2019
Con la riforma meno prescrizioni di quasi un quarto rispetto a oggi. Impatto da valutare, mentre è ancora polemica. Martedì il vertice di governo.
Alla fine arriva anche il giorno del debutto di una delle misure più dibattute (e contestate) dell'anno. Da domani per la prescrizione si apre l'era Bonafede. Quanto durerà è però tutto da vedere. Di certo il ministro della Giustizia molto si è speso prima e ha resistito dopo per tenere il punto. Sarà operativo tra poche ore quel blocco dei termini dopo la sentenza di primo grado, di assoluzione o condanna che sia, introdotto nel corso dei lavori sulla legge "spazza-corrotti", la cui entrata in vigore era stata rinviata di un anno dopo l'accordo tra Cinque Stelle e Lega per dare tempo a un'intesa sulle misure per accelerare i processi penali.
A mancare sono però tuttora le disposizioni per dare effettività alla durata dei procedimenti. E già in Parlamento si veleggia tra ipotesi alternative non solo di fonte opposizione, visto che il Pd ha presentato venerdì una sua proposta alternativa (con Forza Italia che si è detta disposta a votarla "in un minuto").
Intanto, anche sulle conseguenze dell'intervento le opinioni divergono. Bonafede ha più volte sdrammatizzato, sottolineando che la "sua" riforma non condurrà certo all'apocalisse, coni primi effetti che si vedranno solo tra qualche anno, visto che la novità si applicherà solo ai procedimenti per reati commessi dal 1° gennaio e al momento della pronuncia del verdetto di primo grado. Di parere opposto il Pd che ha ricordato come da domani tutte le indagini e i processi su nuove ipotesi di reato sfrutteranno l'intera durata della prescrizione, sinora prevista per i tre gradi di giudizio, per arrivare alla sola sentenza di primo grado.
I procedimenti saranno allora destinati fatalmente ad allungarsi in modo corrispondente. Non solo, ma i processi di appello su fatti post 1° gennaio contro patteggiamenti o giudizi immediati, che arriveranno a breve, non potendo più prescriversi, finiranno fatalmente in coda a tutti gli altri provocando un ulteriore allungamento patologico che si produrrà in tempi brevissimi.
Per l'Anm ogni allarmismo è fuori luogo, anche sul versante degli arresti in flagranza e sui relativi riti direttissimi: l'eventuale stato cautelare conseguente costituisce infatti una causa tipica di accelerazione del processo. Provando a spostarsi sui numeri, la riforma eviterà che si prescriva poco meno di un quarto di quanto oggi viene azzerato dal decorso dei tempi.
Secondo gli ultimi dati disponibili il numero complessivo di prescrizioni è in diminuzione, per la prima volta da 4 anni: nel 2017 infatti i procedimenti azzerati da prescrizione si è fermato a quota 125.564, vicino alle 123.078 del 2013, mentre nel 2016 erano state 136.888. Circa 10.000 in meno anno su anno, dunque, e con una finestra sul 2018, dove, nei primi 6 mesi, si sono azzerati 63.177 procedimenti. Ad aumentare sono però le prescrizioni che maturano in appello, quelle sulle quali maggiormente inciderà la riforma che sono passate dalle 25.748 del 2016 alle 28.125 del 2017 (15.845 nei primi 6 mesi del 2018).
La fase delle indagini si conferma come quella più soggetta al rischio di estinzione del reato, ma il calo di quasi 10.000 prescrizioni riguarda proprio questa fase del procedimento penale. Per quanto riguarda i reati che sono maggiormente soggetti alla prescrizione i più aggiornati dati disponibili, relativi al 2015, fotografano un impatto significativo soprattutto sulla criminalità comune (a volte determinato, come nel caso dell'edilizia, dal sovrapporsi di una pluralità di norme non sempre coerenti): ai primi 3 posti infatti si collocano le irregolarità sull'attività urbanistico edilizia (2.433), la ricettazione (2.177) e la guida sotto l'influenza di alcol (1.825). A seguire la truffa, le lesioni personali e i furti.
di Gigliola Alfaro
agensir.it, 31 dicembre 2019
"La vera rivoluzione non è diffondere violenza, ma l'amore che ci apre il futuro". L'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane scrive ai detenuti per Natale incoraggiandoli a superare "la sofferenza e la solitudine del cuore" che "rendono più difficile lo scorrere dei giorni" in carcere nei giorni di festa, puntando lo sguardo sull'unico amico che non tradisce mai: Gesù.
Dio chiede solo di abbandonare le vie del male e lasciarlo entrare nel cuore di ciascuno. Nei giorni di festa, "la sofferenza e la solitudine del cuore rendono più difficile lo scorrere dei giorni" in carcere, ma anche per chi è recluso il Natale porta una luce di speranza se lascia entrare Gesù nel cuore e rivoluzionare la vita nel bene. È il senso della lettera che l'ispettore generale dei cappellani nelle carceri italiane, don Raffaele Grimaldi, ha scritto ai detenuti in occasione del Natale 2019.
"Quale parola di speranza può riempire la solitudine del vostro cuore?", si chiede il sacerdote, che offre un primo suggerimento: "Prima di tutto, lasciatevi giudicare dalla misericordia e dalla giustizia di Dio. Lui non è venuto per condannare nessuno, ma a salvare e cercare ciò che era perduto, per sanare le nostre ferite, per rialzarci dalle nostre cadute, per farci prendere coscienza del nostro male, ma soprattutto a dire a ognuno di noi: 'Alzati e cammina'".
"La Parola di Dio, che voi ascoltate e accogliete attraverso i vostri catechisti, è la risposta di Dio alle vostre richieste, ma e anche luce sul nostro cammino", aggiunge don Grimaldi, ricordiamo quanto scritto nel Salmo 61: "Non confidare nella violenza, non illudetevi della rapina; alla ricchezza anche se abbonda, non attaccate il cuore".
Ricordando la lettera apostolica "Admirabile signum" di Papa Francesco, che "ha un debole per i poveri, gli ultimi, gli scartati, gli immigrati, i carcerati", l'ispettore generale osserva: "Cari amici e amiche ristretti, lasciatevi cercare dal Signore, anche se la vostra vita in questi anni si è smarrita a causa di scelte sbagliate, fatte di violenza, causando del male agli altri rubando anche la loro vita, e vi siete lasciati sedurre dal denaro e dal potere, Gesù che nasce nella povertà vuole essere il vostro amico fedele. È Lui che vi sta vicino. Quanti amici avevate fuori dal carcere che vi hanno trascinato nei burroni della morte e adesso abbandonati da tutti, siete soli a scontare una pena? Ma il Signore e il vostro amico fedele che non vi abbandona".
In questi giorni, ricorda il sacerdote, "in tante carceri, voi stessi, avete, con pazienza e amore, costruito presepi che avete adagiato nella cappella, nei corridoi, nei luoghi di colloquio in modo da rendere più sereno l'incontro con i vostri familiari. Non dimenticate che nel presepe, come ha detto Papa Francesco, 'Dio stesso inizia l'unica vera rivoluzione... la rivoluzione dell'amore e della tenerezza". Di qui l'invito ai detenuti: "Impariamo anche noi da Gesù Bambino, che la vera rivoluzione non è diffondere violenza, calpestare uomini indifesi, seminando terrore e paura, maneggiando le armi della morte e distruggendo la serenità di molte famiglie. La vera rivoluzione invece è l'amore, che ci dona la gioia di vivere e apre davanti a noi un futuro vero".
Secondo don Grimaldi, "il Natale provoca in noi la nostalgia dell'infanzia": "Guardate negli occhi con la nostalgia e la vostra tenerezza, la gioia che esprimono i vostri bambini e v'invitano a ritornare, con un cuore nuovo, ad abbracciare la vostra famiglia. Ricordate come eravate felici? Quando la vostra innocenza vi faceva gustare la bellezza della vita? Quando nel vostro cuore c'erano progetti per la realizzazione della vostra vita futura? E, invece, il maligno vi ha sedotto e vi ha rubato la gioia della vita e ha distrutto i progetti del vostro futuro e
ora, anche se siete nell'angoscia e nella tristezza causata dai vostri errori e scelte sbagliate, non abbiate paura. Il presepe che avete costruito nelle vostre carceri con le vostre deboli mani: 'racconta l'amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino a ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi". Ancora uno spunto dalla lettera apostolica di Papa Francesco sul significato e valore del presepe: "Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità, nasconde la sua potenza...".
"Quanti uomini adesso che sono in carcere - commenta l'ispettore generale - fuori erano potenti, ordinavano ad altri, intimidivano e minacciavano persone, seminando morte, spadroneggiavano nei loro territori. Invece, Dio che è potente e onnipotente si è rivestito di debolezza e di impotenza per essere accolto da tutti".
Perciò, il sacerdote esorta i "cari fratelli e sorelle privati della libertà personale" a festeggiare: "Anche se siete rinchiusi dietro le sbarre, il vostro vero Natale è accogliendo e facendo nascere Gesù nel vostro cuore. Lasciate che il Verbo di Dio rivoluzioni nel bene la vostra vita. Riconquistate la gioia della vera libertà, perché solo così sarà per tutti noi un vero Natale".
rovigooggi.it, 31 dicembre 2019
Carenza di personale, pochi ispettori, una parte del Carcere di Rovigo accoglie anche detenuti appartenenti ad organizzazioni criminali di stampo mafioso e con regime di Alta sicurezza. Ispezione della Federazione nazionale Sicurezza della Cisl al Carcere di Rovigo, coadiuvati dalla Segreteria Regionale Fns del Veneto, per verificare le situazioni di questo nuovo Istituto penitenziario, una complessa struttura in evidente sviluppo rispetto al modello dalla sua iniziale apertura circa 3 anni prima. "Siamo stati accompagnati ed informati ai nostri quesiti dal direttore Taiani e dal comandante Milani, che ringraziamo per la disponibilità offerta alla nostra delegazione nella visita in questione.
Con una specifica lettera - evidenzia Pompeo Mannone - indirizzata al Capo del Dap Basentini, al direttore generale del personale Parisi ed al Provveditore del Triveneto, Sbriglia, questa Segreteria Nazionale ha inteso segnalare molte situazioni che per la loro complessità e gravità non riteniamo dover rendere note pubblicamente ed è per tale motivo che la nostra iniziativa l'abbiamo riservata ai Vertici Dap". "Molte delle situazioni che abbiamo personalmente verificato risultano segnalate da tempo dalla Direzione della Casa Circondariale e dal Comandante del Reparto di Polizia penitenziaria, un aspetto questo che c'impegna a ricercare adeguate risposte dai Superiori Uffici.
Sul nuovo Istituto di Rovigo insistono a nostro avviso molti errori di valutazione, sia in sede di progettazione che di realizzazione, oltre al fatto che il cambio di destinazione dei circuiti penitenziari in Veneto portano questo nuovo carcere a dover gestire non più comuni detenuti di media sicurezza ma anche una importante quota di detenuti in regime di Alta Sicurezza, appartenenti ad organizzazioni criminali di stampo mafioso.
Abbiamo pertanto segnalato le carenze, gli strumenti necessari, le modifiche strutturali da apportare, affinché non si debbano fronteggiare criticità insite nel sistema organizzativo. Anche vari aspetti tecnici interni sono stati oggetto di segnalazione, non solo per la sicurezza del servizio ma anche per le tutele in termini di salubrità e sicurezza del personale. Ai vertici del Dap questa Segreteria Nazionale ha chiesto di voler disporre con urgenza le necessarie verifiche ed interventi perché questa nuova realtà penitenziaria non arrivi al collasso organizzativo e strutturale prima ancora di aver trovato/provato un proprio assetto che garantisca i corretti livelli di sicurezza e la garanzia di assicurare i diritti soggettivi al personale.
La carenza di organico appare grave, soprattutto verso i ruoli degli ispettori e dei sovrintendenti, costringendo il personale del ruolo agenti/assistenti (fortunatamente molti giovani) di proseguire a vedere affidati - in certe fasce orarie - certi servizi di elevata responsabilità operativa ad Agenti.
Vigileremo e pretenderemo un impegno da parte del Prap del Triveneto e del Dipartimento Centrale perché la Casa circondariale di Rovigo non sia lasciata alle proprie difficoltà senza che nessuno li ascolti e ponga rimedio per ciò che è necessario fare". Il vero problema è che i mafiosi in Carcere a Rovigo ci sono già, sono almeno 100 i detenuti pericolosi detenuti nella Casa circondariale, tutti con gravi reati sulle spalle.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2019
La Cassazione si allinea alla sentenza della Corte costituzionale. Stop a qualunque automatismo nel negare il permesso premio al condannato per reati di mafia e per gli altri reati ostativi. La Corte di cassazione applica, per la prima volta, i principi dettati dalla Corte costituzionale con la sentenza 253 del 2019.
La Suprema corte, con la sentenza 52139 depositata ieri, accoglie così il ricorso di un killer di "cosa nostra", condannato all'ergastolo e sottoposto al 41bis, con le restrizioni previste dal comma 2 della norma, al quale era stato negato un permesso premio. Il no del magistrato di sorveglianza era giustificato dalla possibilità per il ricorrente di mantenere contatti con l'associazione di appartenenza, ancora attiva sul territorio, rischio desunto dall'assenza di una volontà di collaborazione con la giustizia.
La difesa del detenuto chiede ed ottiene l'annullamento dell'ordinanza, alla luce della sentenza con la quale la Consulta ha dichiarato l'incostituzionalità dell'articolo 4bis nella parte in cui preclude, in virtù di una presunzione assoluta di pericolosità sociale, l'accesso al beneficio del permesso premio al condannato per un reato ostativo, che non collabori con l'autorità giudiziaria. Per i giudici il ricorso merita di essere accolto.
Dopo il colpo di spugna del giudice delle leggi ai detenuti per i reati di associazione mafiosa, previsti dall'articolo 416bis del Codice penale, non può più essere negato il permesso premio in automatico. Anche in assenza di collaborazione con la giustizia, infatti, il via libera al beneficio è possibile, una volta che siano stati acquisiti elementi tali da escludere, sia l'attualità dei collegamenti con la criminalità organizzata, sia la possibilità di riprendere i contatti con l'associazione mafiosa.
Alla base della censura di incostituzionalità c'era, infatti, proprio la presunzione assoluta secondo la quale dall'assenza di pentimento si poteva dedurre, di default, che i rapporti con l'associazione criminale non fossero stati interrotti. La Cassazione ricorda che per essere in linea con gli articoli 3 e 27 della Carta, "l'assenza di collaborazione non si può risolvere in un aggravamento delle modalità di esecuzione della pena come conseguenza della mancata partecipazione a una finalità di politica criminale e investigativa dello Stato".
In quest'ottica l'articolo 4bis dell'Ordinamento penitenziario si traduce in una "deformante trasfigurazione della libertà di non collaborare". In particolare è contrario all'articolo 27 della Costituzione, che vieta i trattamenti inumani e degradanti, il fatto che la richiesta del permesso premio debba essere dichiarata inammissibile sin dall'inizio, senza che il magistrato di sorveglianza, possa valutare in concreto la condizione del detenuto. Un tale meccanismo può, infatti, frenare sul nascere il percorso risocializzante. Effetto in contrasto con il principio sulla funzione rieducativa della pena.
di Paolo Becchi e Giuseppe Palma
Milano Finanza, 31 dicembre 2019
A pochi giorni dall'entrata in vigore della riforma sulla prescrizione fortemente voluta dal M5S, mentre Forza Italia propone l'abrogazione della legge, il Pd corre ai ripari e presenta una sua controproposta. In effetti sta per entrare in vigore una legge palesemente incostituzionale.
La legge, approvata circa un anno fa dall'allora maggioranza giallo-verde, prevede la sospensione dei termini di prescrizione dopo il primo grado di giudizio penale. Una vittoria del giustizialismo dei 5Stelle che la Lega cercò di attenuare con l'introduzione dei termini perentori di durata dei tre gradi di giudizio. Ma se della durata certa dei processi non se ne fece più nulla, la riforma della prescrizione entra invece in vigore domani.
Una misura che terrà gli imputati sotto processo in saecula saeculorum, tanto senza la prescrizione si potrà essere giudicati stando ai comodi dei magistrati. In questi giorni il Pd ha cercato di trovare un compromesso: sospendere i termini di prescrizione per due anni nel caso la sentenza di primo grado fosse impugnata in appello (più ulteriori sei mesi in caso di rinnovazione della fase istruttoria in secondo grado), più un ulteriore anno in caso di ricorso per Cassazione.
Una soluzione di mediazione che semplicemente addolcisce il veleno. Ci spieghiamo meglio. Il nostro ordinamento costituzionale prevede il principio della presunzione di non colpevolezza dell'imputato (alt 27) e il principio della ragionevole durata del processo (art. 111).
Sospendere il decorrere dei termini di prescrizione per due anni e mezzo in appello più un ulteriore anno in Cassazione significa, sostanzialmente, fare un favore alle cancellerie e ai giudici, che potranno smistare le udienze con maggiore calma, diluendole nel tempo. Ma tale esigenza amministrativa contrasta con i diritti dell'imputato come la legge che entra ora in vigore. Se l'imputato è presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato e ha diritto a una durata ragionevole del processo, per quale motivo deve vedersi allungare il suo processo di tre anni e mezzo per mere esigenze di organizzazione amministrativa?
Se è presunto innocente e il processo non si tiene in tempi brevi, lo si mandi assolto. Tenerlo sotto processo per tre anni e mezzo in più rispetto a oggi significa, nei fatti, considerarlo presunto colpevole, essendo l'irragionevole lungaggine di un processo una vera e propria anticipazione di pena. Inaccettabile. E una questione di civiltà giuridica e di umanità.
Uno Stato che si rispetti non scarica sui cittadini la propria incapacità amministrativa. Una proposta ragionevole sarebbe stata quella di sospendere i termini di prescrizione di un solo anno, assegnando questa facoltà al solo Tribunale in modo da consentire, per esempio, una più approfondita fase istruttoria in favore dell'imputato in primo grado. In tal modo si sarebbero garantiti ugualmente sia i diritti dell'imputato, che avrebbe avuto più tempo per difendersi, che quelli delle parti civili, che avrebbero un anno in più per non incorrere nella prescrizione.
Ora il governo, a nostro avviso, potrebbe emanare un decreto legge che sospenda l'entrata in vigore della riforma pentastellata per un paio di mesi, in modo da consentire a Pd e 5Stelle di trovare un compromesso ragionevole e approvare le modifiche necessarie. Ma non succederà.
E allora non resta che affidarsi agli avvocati, che potranno chiedere ai giudici di Tribunale di sollevare questione di legittimità costituzionale. In tal caso bisognerebbe trovare "giudici a quo" che abbiano una buona cultura giuridica e sollevino in modo corretto la questione davanti alla Corte costituzionale.
di Eugenio Poli
Il Dubbio, 31 dicembre 2019
"Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato". "Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi e non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo".
Parola di Vincenzo Musacchio, giurista e docente di diritto penale in varie Università italiane ed estere e presidente dell'Osservatorio Antimafia del Molise e direttore Scientifico della Scuola di Legalità "don Peppe Diana" di Roma e del Molise.
Fermare il decorso della prescrizione dopo la sentenza di primo grado secondo lei rispetta la nostra Carta Costituzionale?
"Preciso che non sono un costituzionalista, tuttavia, mi sento di poter affermare che non la rispetti per nulla. In primis, viola il principio di eguaglianza tra i cittadini poiché mette sullo stesso piano chi commette un delitto e chi una contravvenzione. Da penalista dico che siamo di fronte è un'abnormità. Agli esami di diritto penale in oltre venticinque anni non mi è mai capitato uno studente che non conoscesse la differenza tra delitto e contravvenzione. Non è tuttavia il solo principio a essere violato, poiché è oltraggiato anche il principio di ragionevolezza, giacché si concepisce l'idea di un passato che non passa mai, di un tempo che non è più tale perché a un certo punto si ferma inesorabilmente. Non si può concepire l'idea di un giusto processo, dove il tempo non abbia una funzione nella vita di una persona. Non si possono mettere sullo stesso piano il condannato e l'imputato. Con questa riforma a me pare che questo rischio ci sia".
Ci spiega brevemente perché con la prescrizione lo Stato rinuncia alla sua potestà punitiva?
"Premettendo che per alcuni reati gravissimi anche il nostro ordinamento prevede l'imprescrittibilità, il legislatore ha previsto la prescrizione, sia perché nel corso degli anni una persona cambia, ad esempio, un assassino dopo trent'anni, potrebbe essere una persona totalmente diversa, sia perché il processo penale non può essere uno strumento per una giustizia compiuta nel quale siamo tutti colpevoli, ma è il contrario e cioè siamo tutti innocenti salvo la dimostrazione della nostra colpevolezza".
Questa riforma fermerà la lungaggine dei processi?
"Ancora una volta devo rispondere negativamente. Non dimentichiamoci che il nostro sistema processuale penale si regge sul principio della ragionevole durata del processo. Personalmente ho sempre sostenuto che il processo penale dovesse avere addirittura un tempo specifico nel quale dovesse terminare per legge".
Ci spiega in parole semplici perché i processi penali durano tanto in Italia?
"Non solo quelli penali, purtroppo. Le cause sono molteplici. Le indicherò le tre più importanti, ovviamente a mio giudizio. La prima, è l'inefficiente organizzazione del "Sistema Giustizia". Come dico sempre ai miei studenti, noi abbiamo i migliori magistrati d'Europa che al tempo stesso sono i peggiori in fatto di organizzazione. La seconda, è l'eccessiva "criminalizzazione" di molte condotte che potrebbero essere risolte con sanzioni non di natura penale. La terza è la convenienza ad affrontare sempre i giudizi di appello che portano costantemente solo benefici al condannato. Iniziando a porre rimedio a questi tre fattori sono certo si porrebbe rimedio anche all'eccessiva durata dei processi in Italia".
Su questi aspetti non è che incida anche il ruolo del processo penale negli ultimi trent'anni?
"Non so se sia un caso, ma l'arco temporale che ha indicato lei risale proprio all'entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale voluto da due insigni giuristi, Giuliano Vassalli e Giandomenico Pisapia. Il prof. Vassalli, è stato uno dei miei maestri, sono certo che oggi non si riconoscerebbe più nel suo codice, così come credo lo stesso Pisapia. Il nuovo processo penale è fallito e ritengo sia giunta l'ora di depenalizzare molti reati che vanno spesso inutilmente a processo. La realtà inoltre ci conferma dati sconcertanti. Su dieci presunti colpevoli, sette sono innocenti e tre sono condannati. Vuol dire che siamo di fronte ad un sistema che non funziona e la prescrizione così com'è stata prevista non porterà alcun beneficio".
Secondo lei c'è qualche rimedio a quello che ci ha appena detto?
"Certo che c'è. Abbiamo anche la nostra stella polare e cioè la nostra Costituzione. Partendo da essa occorrerà, in primis, una seria riforma dell'organizzazione giudiziaria che nel processo penale parta dalla reale parità tra accusa e difesa e da un giudice assolutamente terzo e indipendente. Poi ritengo che un ruolo di primo piano lo svolgano anche i mezzi di formazione dell'opinione pubblica e cioè politica e mondo dei media. Per dirla in parole povere a me non piace la spettacolarizzazione della giustizia. In questa prospettiva, riformare la giustizia, in senso soggettivo e oggettivo, non può essere compito di pochi, ma di tanti. Occorrerà recuperare il senso del diritto come riferimento unitario della convivenza civile e in una democrazia moderna non può essere compito di una minoranza. Chiudo con il pensiero di Rosario Livatino che sposo in toto: "Il giudice di ogni tempo deve essere e apparire libero e indipendente, e tanto può essere e apparire ove egli stesso lo voglia e deve volerlo per essere degno della sua funzione e non tradire il suo mandato". Già provare a realizzare questo meraviglioso pensiero risolverebbe una buona parte dei problemi della giustizia italiana".
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 31 dicembre 2019
Sarà più difficile d'ora in avanti per i magistrati torinesi contestare a Roberto Rosso, l'ex assessore della Regione Piemonte arrestato lo scorso 20 dicembre per voto di scambio (si è dimesso ieri anche dai consigli regionale e comunale di Torino), l'aggravante mafiosa. Lo stesso per l'imprenditore Daniele D'Alfonso, arrestato a Milano il 7 maggio all'interno dell'inchiesta chiamata "Mensa dei poveri". E per molti altri indagati cui sia contestata l'aggravante di aver favorito con il loro comportamento un'associazione mafiosa.
La decisione numero 28 delle Sezioni unite penali della Cassazione parla chiaro: quell'aggravante ha rilevanza soggettiva. Quindi, perché possa essere contestata, occorre dimostrare che l'indagato aveva piena consapevolezza del fatto che con la propria condotta stava agevolando un'associazione mafiosa. D'ora in avanti, se si osserverà la decisione delle sezioni unite, al pubblico ministero non basterà più rilevare che il comportamento di Rosso piuttosto che di D'Alfonso abbiano "oggettivamente" favorito le cosche.
Occorre il dolo, da parte loro, occorre che sappiano con certezza di aver a che fare con mafiosi. Una bella botta, anche d'immagine, per inchieste come quella del maggio scorso a Milano, dove nelle intenzioni della procura si prepara una sorta di maxiprocesso con le 71 richieste di rinvio a giudizio già avanzate dall'ufficio del pubblico ministero.
Un colpo all'accusa, prima di tutto perché l'inchiesta era stata avviata proprio dalla Direzione distrettuale antimafia e presentata in gran pompa dal procuratore capo in persona, Francesco Greco, come una prova dell'esistenza in Lombardia di un forte legame tra la politica, l'imprenditoria e la 'ndrangheta. Finita la conferenza stampa e spente le telecamere si era scoperto che in realtà l'aggravante mafiosa riguardava una sola persona, l'imprenditore Daniele D'Alfonso, accusato anche di aver messo in scena una finta consulenza in favore di un consigliere comunale di Forza Italia, Pietro Tatarella, in cambio di agevolazioni in gare d'appalto.
Proprio all'interno di queste attività l'imprenditore avrebbe dato del lavoro a operai che, secondo l'accusa, sarebbero stati legati a una 'ndrina di Buccinasco. Ora il problema è: Daniele D'Alfonso sapeva che quegli uomini erano mafiosi e che, offrendo loro un lavoro, lui stava aiutando la 'ndrangheta? Secondo la decisione delle sezioni unite sarà la procura a doverlo dimostrare con una piena attività probatoria che rilevi il dolo nel comportamento dell'indagato.
E non basteranno certo le ricostruzioni storico-sociologiche sulle famiglie che furono insediate con i provvedimenti di confino negli anni Cinquanta-Sessanta nel sudovest di Milano per dimostrare che lì (a Corsico, cittadina di D'Alfonso, come alla contigua Buccinasco) tutto è mafia. Lo stesso vale per la vicenda torinese che ha visto coinvolto Roberto Rosso.
In questo caso l'accusa è di voto di scambio, che sarebbe avvenuto nel corso dell'ultima campagna elettorale per le regionali, in cui l'ex esponente di Forza Italia era candidato con Fratelli d'Italia e poi eletto e portato in trionfo per il significativo numero di voti elargito in dote al partito di Giorgia Meloni. La quale non ha ricambiato il favore, in occasione dell'arresto di Rosso (che pure era stato premiato con l'assessorato), dicendo che addirittura le era venuto "il voltastomaco", sapendolo "mafioso".
L'accusa all'ex assessore è fondata su intercettazioni della Guardia di Finanza tra due presunti "emissari" di Onofrio Garcea, considerato vicino al clan Bonavota della Liguria. Gli emissari avrebbero promesso all'esponente di Fratelli d'Italia un pacchetto di voti in cambio di 15.000 euro. I soldi versati si sarebbero poi ridotti a 7.900, forse perché i voti non erano arrivati. Ma perché contestare l'aggravante mafiosa anche al politico?
È chiaro che sia stato usato il criterio dell'oggettività, rispetto al quale era sufficiente una sorta di ignoranza colposa da parte della persona indagata sui complici e sulla loro appartenenza alle cosche. Ma è stato anche sottolineato un particolare episodio, da parte della Guardia di Finanza. E dei giornali, subito da qualcuno informati.
Nel 2012, quando era in Parlamento, Rosso avrebbe firmato un'interpellanza del deputato del Pd Vinicio Peluffo contro il prefetto di Lodi, il quale avrebbe fatto parte di un'associazione di calabresi emigrati in Liguria e sospettati di avere rapporti con ambienti malavitosi. Tra questi figurava anche il nome di Onofrio Garcea.
Può bastare per dimostrare che Roberto Rosso, sette anni dopo aver dato la propria firma (come spesso capita) all'interpellanza di un altro, sapeva bene con chi aveva a che fare quanto trattava con i famosi "emissari", tra cui un'imprenditrice?
La decisione delle Sezioni unite, vista anche la rilevanza che sempre di più si attribuisce alla giurisprudenza (come dimostrato dal serrato dibattitto in seguito alla presa di posizione, negli stessi giorni, sulla marijuana), è per ora passata inosservata alla grande stampa, ma non, si suppone, al mondo del diritto.
E il mal di stomaco d'ora in avanti forse verrà a qualche ufficio del pubblico ministero, che prima di organizzare conferenze stampa sulla mafia, dovrà rimboccarsi le maniche e cercare il dolo nei comportamenti, cioè le prove. Quando e se ci sono.
di Marco Panzarella
lavocediasti.it, 31 dicembre 2019
Mellano: "Servono un progetto complessivo e investimenti cospicui". Annunciata ad Asti la realizzazione di un nuovo padiglione detentivo. Continua l'emergenza sovraffollamento nelle carceri piemontesi, dove 4508 detenuti vivono in spazi che al massimo potrebbero accoglierne 3671. Il dato è emerso stamattina durante la presentazione del "Dossier criticità", documento di sintesi delle principali carenze strutturali e logistiche nelle 14 carceri piemontesi.
"Per risolvere il problema - ha spiegato il garante dei detenuti della Regione Piemonte Bruno Mellano - è necessario un progetto complessivo e investimenti cospicui, basti pensare che a livello nazionale arrivano meno di 4 milioni di euro a fronte di una richiesta di oltre 50 milioni".
Il dossier analizza le situazioni dei penitenziari regionali, con le proposte di intervento in vista del 2020. A Torino, dove vivono 400 detenuti in più rispetto alla capienza massima, nel nuovo anno è prevista l'installazione di un sistema di videosorveglianza delle aree comuni, la riorganizzazione e il potenziamento dell'Articolazione psichiatrica, l'eliminazione dei bagni a vista nelle celle di osservazione psichiatrica, il rifacimento dei tetti e la realizzazione di una Casa famiglia protetta per le mamme detenute con bambini.
Migliorie anche per il carcere minorile "Ferrante Aporti", con l'ampliamento del numero delle camere di pernottamento, così da separare i minori (14-18 anni) dai giovani adulti (18-25) ed evitare fenomeni di bullismo. Fra i progetti da attuare, anche il recupero degli spazi del vecchio padiglione detentivo minorile per arricchire l'offerta formativa e scolastica e la realizzazione di una sala per riunioni ed eventi in uno spazio già esistente ma che al momento è poco utilizzato.
Molteplici gli interventi nel Cuneese. Alla casa di reclusione "Giuseppe Montalto" di Alba, fra le altre cose, è in programma la ristrutturazione del padiglione principale, chiuso dal gennaio 2016 per un'epidemia di legionella. Al carcere di Cuneo sarà avviata la ristrutturazione del padiglione "ex giudiziario" chiuso da circa dieci anni e del padiglione "Cerialdo", dove sono collocati i detenuti in regime di 41 bis. Interventi anche alla casa di reclusione di Saluzzo, necessari dopo la trasformazione del plesso in carcere esclusivamente dedicato a detenuti in regime di alta sicurezza.
Ad Asti è già stata annunciata la realizzazione di un nuovo padiglione detentivo utilizzando una parte dello spazio ad oggi occupato dalle aree verdi, mentre a Biella sarà completamente attivato il laboratorio tessile che al momento impiega 20 operai. Durante l'incontro, infine, sono stati resi noti i numeri dei suicidi avvenuti nelle carceri italiane nel 2019: a togliersi la vita sono stati 52 detenuti a cui si aggiungo 11 agenti penitenziari.
di Giulio Benedetti
Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2019
L'amministratrice infedele aveva sottratto per due anni somme rilevanti. Il giudice, quando dichiara la responsabilità penale di un individuo, per adeguare la pena al caso concreto ed alla persona del reo, valuta gli effetti della pena e può concedere, in base all'articolo 62 bis del Codice penale, le "attenuanti generiche", dichiarandole equivalenti o prevalenti sulle aggravanti contestate. Tuttavia, il reo non ha assoluto diritto a tali attenuanti.
È quanto ha affermato la Corte di Cassazione (sentenza 49202/2019) dichiarando inammissibile il ricorso di un'amministratrice condominiale contro una sentenza che l'aveva condannata per il reato di appropriazione indebita aggravata. La sentenza della Corte di Appello affermava che l'amministratrice si era impossessata, in più occasioni, di somme condominiali e non le aveva restituite all'amministratore subentrante.
L'amministratrice veniva condannata con la concessione delle attenuanti generiche, ritenute equivalenti all'aggravante dell'abuso delle relazioni di ufficio. L'amministratrice, nel ricorso in Cassazione, invocava la concessione delle attenuanti generiche in misura prevalente sulle aggravanti, poiché affermava che gli importi sottratti erano di importo inferiore a quanto contestato nella sentenza e che parte delle somme erano state impiegate in compensazione dei suoi crediti con il condominio.
La Cassazione ha però dichiarato inammissibile il ricorso poiché la Corte di Appello aveva affermato che l'amministratrice si era impossessata in più occasioni delle somme (rilevanti, come accertato dalla Guardia di Finanza), che non aveva più restituito e non aveva mai collaborato con l'amministratore a lei succeduto a ricostruire la contabilità.
In particolare il giudice sosteneva che la condotta distrattiva non si è limitata a uno o a due episodi in un breve lasso di tempo, ma ha attraversato due anni di gestione condominiale. Pertanto la decisione del giudice d'appello di non concedere le attenuanti generiche, in modo da ritenerle prevalenti sull'aggravante contestata, non è apparsa arbitraria ma frutto di un giudizio prognostico negativo sulla condotta dell'imputata, non meritevole di un premio per la sua condotta.
lavorolazio.com, 31 dicembre 2019
Frongia: "Continuiamo il virtuoso percorso intrapreso". A conclusione dell'anno 2019 Roma Capitale presenta la relazione annuale delle attività svolte dalla Garante dei diritti delle persone private della libertà personale di Roma Capitale, Gabriella Stramaccioni. La relazione, che si riferisce al periodo compreso fra il 1 luglio 2018 e il 30 giugno 2019, contiene la serie di iniziative e progetti che sono stati messi in atto al fine di migliorare la condizione dei soggetti in regime di reclusione.
L'impegno di Roma Capitale in favore delle persone private della libertà si traduce, tra gli altri, in progetti di pubblica utilità che a Roma sono diventate delle realtà ormai consolidate e sono state considerate "buone prassi" da esportare a livello nazionale e internazionale.
"Mi Riscatto per Roma", è un programma attivato tra Roma Capitale ed il Ministero della Giustizia - frutto di una iniziale sperimentazione, partita nel 2017, tra Roma Capitale, il Ministero della Giustizia, in particolare il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Dap, il Tribunale di Sorveglianza di Roma e la Casa Circondariale Rebibbia N.C. - per ospitare i detenuti in espiazione di pena ed ottenere dei vantaggi in termini di miglioramento del decoro urbano e servizi ai propri cittadini. L'idea è quella di anticipare un percorso di reinserimento già all'interno delle strutture penitenziarie nella fase di conclusione della pena attraverso il lavoro inteso come strumento di riscatto sociale perché svolto con progetti utili alla città.
A conclusione delle vicende giudiziarie il detenuto potrà così trovarsi formato e idoneo al lavoro. Non si tratta di attività fini a sé stesse ma che, al contrario, contribuiscono ad aumentare l'autostima dei detenuti, dando anche un senso alla pena, considerando che i dati confermano che il lavoro è causa fondamentale di non recidiva nel reato e concreta attuazione dell'art. 27 della Costituzione. I settori interessati sono: la pulizia del verde con attività di sfalcio dell'erba e manutenzione del verde pubblico, piccola manutenzione stradale, con annesse opere di rifacimento della segnaletica orizzontale, pulizia di caditoie e sistemazione di sedi stradali a basso scorrimento.
È in fase di definizione il nuovo protocollo operativo, volto al recupero e alla valorizzazione del patrimonio ambientale di aree verdi, per il coinvolgimento delle donne detenute nella casa circondariale di Rebibbia presso le aziende agricole di Roma Capitale. Già operativo da metà dicembre il protocollo per i piccoli interventi di manutenzione stradale che hanno previsto la formazione di un ulteriore gruppo per asfaltisti dedicati alla segnaletica e ad attività di pulizia delle caditoie, destinato a detenuti del Polo penitenziario di Rebibbia - La Casa di reclusione (sezione Penale).
Nel 2019 sono state 120 le persone detenute coinvolte nei progetti di pubblica utilità, un numero importante che fa di Roma la città maggiormente impegnata in questo ambito. A giugno del 2019, alla presenza di una delegazione formata da alcuni rappresentanti del sistema penitenziario degli Stati Uniti del Messico e funzionari dell'Ufficio messicano delle Nazioni Unite per la lotta alla droga e al crimine, si è tenuto un Seminario internazionale "Il rinnovamento penitenziario negli Stati Uniti del Messico e il progetto 'Mi riscatto per Roma'", organizzato dal 3 al 7 giugno dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria in collaborazione con Roma Capitale.
Roma Capitale eroga, oltre al progetto Mi Riscatto per Roma, numerosi servizi in favore della popolazione detenuta e delle persone sottoposte a misure alternative alla detenzione e a misure riparative, tra cui se ne annoverano alcuni più significativi: servizio di orientamento, valutazione e accompagnamento all'inserimento presso i centri di accoglienza per detenuti in convenzione con Roma Capitale, servizio di orientamento al lavoro (Col), case di accoglienza per un totale di 24 posti a cui si aggiungono 6 posti per le donne ed 8 per i minori all'interno della Casa di Leda, biblioteche interne agli istituti penitenziari, differenti laboratori di falegnameria, tappezzeria, pizzeria e sartoria. Un'altra importante attività che svolge la Garante sono gli incontri negli istituti: nel secondo anno di mandato sono stati effettuati colloqui con almeno 600 persone private della libertà, di cui 257 hanno avuto necessità di un intervento.
"Continuiamo il virtuoso percorso che abbiamo iniziato in fase sperimentale nel 2017 teso a favorire la popolazione detenuta, in particolare con formazione professionale ed inserimenti lavorativi. Mi Riscatto per Roma è diventato un progetto noto e molto apprezzato da tutti i cittadini, che, oltre a costituire un'opportunità di riabilitazione per il detenuto, rappresenta anche un valido supporto per la città, come si è verificato in tante occasioni compresi i lavori straordinari per i grandi eventi. Ringrazio la Garante Gabriella Stramaccioni per il prezioso lavoro svolto con grande impegno e passione che aiuta a dare nuova speranza e opportunità lavorative ai detenuti e contribuisce a diminuire il rischio di recidiva", dichiara l'Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e Grandi Eventi Cittadini con delega ai rapporti con la Garante, Daniele Frongia.
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