di Valentina Stella
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
"Tutti hanno sempre diritto a un'altra chance e ognuno deve fare la sua parte. Sento anche io il dovere di costruire questa chance. La persona che entra il carcere lascia fuori il delitto che ha commesso e intraprende un altro percorso. Una società democratica dà sempre un'altra possibilità a tutti", così il Presidente della Camera Roberto Fico ha concluso lo scorso 10 febbraio il convegno spettacolo de "Gli Ultimi Saranno", tenutosi all'Aula dei nuovi gruppi parlamentari a Roma.
Il tema dell'incontro era: "Laboratori creativi e buone pratiche in carcere". Gli "Ultimi Saranno" è un collettivo nato nel 2018 da una idea dell'onorevole del Movimento 5 Stelle Raffaele Bruno ed è composto da artisti, musicisti, attori. Il progetto ha l'obiettivo di creare e potenziare i legami tra la società civile e gruppi di persone appartenenti a realtà socialmente periferiche, come i detenuti. E proprio il carcere è stato il primo luogo di sperimentazione del progetto: 20 sono gli eventi realizzati sino a questo momento in 15 strutture diverse e altri 9 ne sono in programma.
"Anche chi viene messo ai margini deve avere la libertà e la speranza di immaginarsi chi vuole essere dopo. Non dobbiamo mai permettere a nessuno di mettere un bollino a qualcuno, tutti siamo momentaneamente in una situazione, e da questa posizione ci si può evolvere" ha detto l'onorevole Bruno, che poi ha lasciato la scena a cantanti, musicisti, attori che per tre ore hanno deliziato il pubblico con la recitazione di monologhi teatrali, lettura di brani, performance musicali, quasi tutte della tradizione napoletana.
Tra loro detenuti di istituti minorili, maschili e femminili, ma anche Maurizio Capone, fondatore del gruppo musicale i "Capone & Bungt Bangt", che suona utilizzando solo strumenti fatti con materiali riciclati, per spiegare che "niente e nessuno è un rifiuto".
L'evento è stato l'occasione per rilanciare una mozione a prima firma Raffaele Bruno che deve ancora essere calendarizzata: nell'atto si chiede al governo di "supportare le amministrazioni penitenziarie nell'organizzazione di progetti con finalità culturali, concentrandosi in particolare sui laboratori teatrali", con la prospettiva di definire un quadro normativo per gli operatori all'interno delle carceri e rendere il teatro "parte integrante delle struttura".
A sostegno dell'impegno dell'onorevole Bruno e del collettivo (gliultimisaranno.it) è intervenuta anche la ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina: "L'importanza della scuola in carcere è una necessità e deve essere un'opportunità. Penso con gratitudine ai docenti impegnati in queste classi, così come a quelli che insegnano negli ospedali. La loro passione supera le barriere, rimuove gli ostacoli, ci fa sentire comunità che accompagna questi giovani e non li lascia soli". A fine ottobre scorso Azzolina e Bruno hanno ottenuto l'invio da parte del Miur di una circolare che permette di giustificare le assenze dei figli che vanno a trovare i genitori in carcere".
Ma il vero senso della riconciliazione della società con coloro che hanno sbagliato lo ha incarnato la storia di Lucia Montanino. Gaetano, il marito, conosciuto sui banchi di scuola lavorava come guardia giurata e fu ucciso mentre era al lavoro la sera del 4 agosto 2009 a Napoli da quattro giovanissimi che volevano rapinargli la pistola.
Aveva 45 anni, una bambina ancora piccola. Antonio invece era il più giovane del commando: diciassette anni, fu catturato e condannato a 22 anni. Se al compimento del venticinquesimo anno di età non è stato trasferito dall'istituto minorile di Nisida a Poggioreale è stato anche grazie a Lucia, e al suo rapporto di riconciliazione.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 12 febbraio 2020
La Spazza-corrotti, come l'hanno chiamata con un linguaggio da trivio, è una delle leggi peggiori e più reazionarie mai approvate dal Parlamento della Repubblica. In due parole spieghiamo cos'è. Una norma che equipara i reati di corruzione ai reati di mafia. Dal punto di vista di principio, questa legge ha stabilito che Roberto Formigoni - per esempio - deve essere trattato non come tutti gli altri condannati per reati vari (rapina, stupro, omicidio o cose così) ma come un mafioso: come Riina, o Provenzano, o Bagarella.
Non solo in linea di principio, ma anche in linea pratica. Formigoni non può godere dei benefici penitenziari riservati a un assassino qualunque, perché lui - anche se non ci sono le prove - ha commesso un reato molto, molto più grave di quello commesso da chi - in un momento di confusione - ha - mettiamo - massacrato la moglie o sgozzato una figliola: Formigoni si è fatto ospitare in barca da un amico col quale - forse - aveva avuto rapporti politico-professionali nel suo ruolo di amministratore. Abuso: al rogo.
Perché la Spazza-corrotti è una pessima legge? Per tre ragioni. La prima è abbastanza evidente. Equiparare un reato, anche piccolo, di corruzione, a un reato di mafia, è un atto evidente di insolenza e di sfida a tanta gente che ha dedicato la vita a capire e a combattere la mafia. Penso sempre a Falcone e a tanti che lavorarono con lui, e impiegarono anni, e tanta della loro credibilità, per spiegarci cosa fosse la mafia, come funzionasse, quanto e perché fosse pericolosa. Poi sono arrivati questi ragazzi a 5 Stelle e hanno deciso che mafia o traffico di influenze sono la stessa cosa.
Seconda ragione. Proclamare una nuova gerarchia di reati nella quale abuso d'ufficio è molto più grave di stupro è qualcosa di orribile, di atroce, che può provocare - anzi, che provoca - una ferita difficile da rimarginare nel senso comune.
Terza ragione, ma questa è più complessa e non riguarda i 5 Stelle ma chi ha governato prima di loro e ha aperto loro la strada: la giustizia, in un vero Stato di diritto, è uguale per tutti. Ci sono i reati più gravi e quelli meno gravi, ma ci dovrebbe essere un solo binario della giustizia. Il doppio binario è uno sgarro anche alla ragionevolezza. Sia il doppio binario nelle procedure e nei metodi di indagine, sia il doppio binario nelle punizioni. Riusciremo mai ad abolire questa anomalia? Intanto noi proviamo a chiederlo. E facciamo scandalo.
Il Fatto Quotidiano, 12 febbraio 2020
Gulotta: "Io in carcere 22 anni da innocente. Giustizia per i carabinieri uccisi". L'organo parlamentare ascolta il racconto dell'uomo accusato di aver partecipato al duplice omicidio di due carabinieri, all'interno della casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani, nel 1976. Il giovane fu condannato all'ergastolo, ha scontato 22 anni di carcere da innocente ed è stato assolto solo nel 2012, dopo aver subito nove processi.
È uno dei tanti misteri italiani. Solo che questo è costato la vita non solo ai morti, ma pure ai vivi. Dopo 44 anni la strage di Alcamo Marina arriva in commissione Antimafia. L'organo parlamentare presieduto da Nicola Morra ha ascoltato il racconto di Giuseppe Gulotta che nel 1976, quando aveva 18 anni, venne arrestato con l'accusa di aver partecipato al duplice omicidio di due carabinieri, all'interno della casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani. Il giovane fu condannato all'ergastolo, ha scontato 22 anni di carcere da innocente ed è stato assolto solo nel 2012, dopo aver subito nove processi.
L'audizione di Gulotta - "Ho sempre avuto fiducia nelle istituzioni, ho continuato ad averla nonostante aver subito tutto questo, ma ho sempre avuto la speranza di arrivare alla verità che per me c'è stata. Oggi non c'è ancora verità nei confronti dei carabinieri che sono morti. Io spero si arrivi a capire perché questi due ragazzi sono stati uccisi", ha detto Gulotta ai commissari di Palazzo San Macuto.
La sua confessione, è stata estorta in caserma "dopo una notte di sevizie e torture" tanto che a un certo punto il giovane dice: "Ditemi cosa devio dire, basta che la finitè. Non c'era l'avvocato e non c'era il pm". Gulotta, davanti alla Commissione Antimafia, ha chiesto "giustizia per i due carabinieri morti". "Io non ce l'ho con i carabinieri, la divisa per me è importante e anche io volevo indossare la divisa" ha spiegato facendo riferimento al fatto che, prima di essere coinvolto in tutta la vicenda, fece un concorso per entrare nella Guardia di finanza.
"Ma questa - ha continuato - è una verità ancora a metà. Io la mia giustizia l'ho ottenuta, speravo che la verità venisse fuori e alla fine è arrivata. Spero si possa fare luce e capire perché i due carabinieri sono stati uccisi - ha continuato - Chiedo giustizia anche per loro, sarei felice se questo caso si potesse riaprire per capire perché sono morti". "Le torture ci sono state, mi hanno fatto confessare duramente - ha proseguito - E in carcere ho passato i miei anni più belli".
"Mai ricevuto scuse da nessuno" - A riassumere la vicenda all'organo parlamentare è stato il giornalista Nicola Biondo, già capo della comunicazione del M5s alla Camera, che con Gulotta ha scritto un libro sul mistero di Alcamo Marina (Alkamar, edito da Chiarelettere). Nella serata del 12 febbraio l'uomo venne portato nella caserma di Alcamo, sua città d'origine, insieme con altri ragazzi molto giovani, due suoi amici e vicini di casa di 16 e 17 anni.
I tre furono oggetti di pressanti interrogatori, sevizie e torture fino ad una sorta di esecuzione simulata. L'accusa era aver ucciso due carabinieri che prestavano servizio nella frazione balneare della cittadina: solo nel 2012 si è aperto un processo di revisione che si è concluso con l'assoluzione di Gulotta per non aver commesso il fatto. "Io non ho ricevute le scuse da nessuna parte, ma le scuse dovrebbero esserci nei confronti dei familiari dei due carabinieri morti ai quali, per 36 anni, hanno dato dei falsi colpevoli", ha detto Gulotta. Anche dopo i processi di revisione, infatti, non sono mai stati identificati gli assassini dei due militari assassinati, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo.
Torture per una confessione - Ad accusare Gulotta e i due amici Gaetano Santangelo e Vincenzo Ferrantelli (che tra un processo e l'altro erano fuggiti in Sudamerica) fu Peppe Vesco, un ragazzo che veniva considerato vicino agli anarchici. Vesco fu arrestato un mese dopo l'eccidio dai carabinieri del colonnello Giuseppe Russo. Le indagini sulla strage vennero però depistate subito.
È lo stesso Vesco che lo racconta nelle lettere scritte in carcere: per fargli fare i nomi dei presunti complici, i carabinieri lo tortureranno con botte e scariche elettrice nei genitali. Stesso destino che toccherà a Gulotta, Santangelo e Ferrandelli. Otto mesi dopo, Vesco cercherà di scagionare i tre ragazzi accusati ingiustamente, senza però riuscirci: verrà infatti trovato impiccato in carcere. Il ragazzo aveva una menomazione, aveva una mano sola: ma nessuno si chiede come sia riuscito in quel modo a fare il nodo scorsoio.
Un anno dopo, il 10 agosto 1977, tocca al colonnello Russo finire assassinato a Corleone. Con la morte di Russo, uno dei responsabile delle torture, la verità sulla strage di Alcamo Marina sembra allontanarsi per sempre con il classico epilogo dei tanti misteri italiani: colpevoli perfetti, ma falsi, in carcere, quelli veri e insospettabili liberi.
Invece nel 2006, quando Gulotta si è ormai rassegnato a convivere con la sua condanna, spunta a sorpresa un brigadiere in pensione che racconta la verità. Renato Olino è stato infatti il teste chiave del processo di Reggio Calabria, che raccontando in aula le sevizie e le torture che caratterizzarono quelle indagini ha consentito a Gulotta di tornare in libertà seppur dopo decenni passati in galera da innocenti.
Tra Gladio e Cosa nostra - Ma perché i carabinieri cercarono in tutti i modi di depistare le indagini sugli assassini dei loro colleghi? E chi e perché uccise Apuzzo e Falcetta nella casermetta di Alcamo Marina? Domande queste che sono destinate probabilmente a restare senza risposta. Il pentito Leonardo Messina ha detto che già negli anni Settanta "Cosa Nostra aveva pianificato una serie di attacchi allo Stato".
Sul vicenda della casermetta indagò anche Peppino Impastato che in un volantino scriveva a questo proposito di stragi di stato e servizi deviati. Volantino sequestrato dopo la sua morte e mai più ritrovato. Dettaglio inquietante se si aggiunge che a sequestrarlo fu un carabiniere che sarebbe stato tra i torturatori di Gulotta.
Proprio nel periodo in cui furono assassinati i due militari, Alcamo Marina era un vero scalo franco per il contrabbando di sigarette e il traffico di armi. Ambiente in cui si muoveva il fascista Pierluigi Concutelli. E in cui vanno inseriti i movimenti di Gladio che proprio in provincia di Trapani aveva un centro d'addestramento.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte costituzionale - Sentenza 14/2020. Il cambio di imputazione non può impedire la messa alla prova. Questa la conclusione della Corte costituzionale con la sentenza n. 14 depositata ieri e scritta da Francesco Viganò. La Corte conferma così una linea interpretativa assai risalente e ispirata alla considerazione della scelta dei riti alternativi da parte dell'imputato come una delle più significative espressioni del diritto di difesa.
Sono considerati così legittimi i dubbi di costituzionalità sull'articolo 516 del Codice di procedura penale avanzati dal tribunale di Grosseto che censurava come ostativa alla concessione della sospensione del procedimento con messa alla prova nel caso di contestazione di un fatto diverso. Per i giudici toscani, la disposizione era in contrasto, in particolare, con l'articolo 24 della Costituzione che riconosce il diritto alla difesa. A corroborare ulteriormente la questione di legittimità un precedente della stessa Consulta che, nel 2018, dichiarò l'illegittimità della norma del Codice (articolo 517) che impediva la messa alla prova nel caso di contestazione di una nuova circostanza aggravante.
La sentenza muove anch'essa dalla sottolineatura di alcuni precedenti nei quali venne riconosciuta l'illegittimità di alcune preclusioni, tutte accomunate dalla lesione del principio di eguaglianza, perché l'imputato veniva irragionevolmente discriminato, quanto a possibilità di accesso ai riti speciali per effetto della maggiore o minore completezza della valutazione fatta dal pm dei risultati delle indagini preliminari.
In una prima fase, si legge, le dichiarazioni di illegittimità costituzionale erano state spesso circoscritte all'ipotesi in cui la diversa o nuova contestazione riguardasse un fatto già risultante dagli atti di indagine al momento dell'esercizio dell'azione penale (così le sentenze n. 184 del 2014, n. 333 del 2009 e n. 265 del 1994). Questo criterio è stato però progressivamente abbandonato dalle pronunce più recenti (sentenze n. 82 del 2019, n. 141 del 2018, n. 206 del 2017, n. 273 del 2014 e n. 237 del 2012), nelle quali si è in sostanza sottolineato che, in ogni ipotesi di nuove contestazioni, indipendentemente dalla circostanza per cui ciò sia o meno addebitabile alla negligenza del pubblico ministero nella formulazione dell'originaria imputazione, all'imputato deve essere restituita la possibilità di esercitare le proprie scelte difensive, compresa la decisione di chiedere un rito alternativo.
Questo principio è stato applicato anche dalla sentenza n. 141 del 2018 alla contestazione di nuove aggravanti nel corso dell'istruttoria dibattimentale di cui all'articolo 517 del Codice di procedura penale, in relazione all'istituto della sospensione del procedimento con messa alla prova; istituto che, ha osservato in passato la Consulta, "ha effetti sostanziali, perché dà luogo all'estinzione del reato, ma è connotato da un'intrinseca dimensione processuale, in quanto consiste in un nuovo procedimento speciale, alternativo al giudizio". E allora, osserva in conclusione la Corte, il principio non può che essere esteso al caso in cui a venire cambiata è la stessa imputazione originaria, come nel caso approdato alla Consulta, dove il pm, a un'originaria imputazione di ricettazione aveva ritenuto di doverne sostituire una di furto in abitazione.
di Simona Musco
Il Dubbio, 12 febbraio 2020
Intervista alla della compagna del presentatore Rai. "Il mio Enzo rappresenta, oggi, l'innocenza assoluta. E allora uso il paradosso Tortora per spiegare a tutti questa norma sulla prescrizione. Fu condannato a dieci anni di galera, a settembre dell'85, da innocente, morendo a maggio dell'88: se ci fosse stata l'applicazione della legge per cui, dopo la condanna in primo grado, si cancella la prescrizione, Enzo sarebbe morto da colpevole. Un innocente, una persona perbene, una persona di grande dignità e moralità, sarebbe morto con la macchia della colpevolezza".
A parlare è Francesca Scopelliti, compagna di Enzo Tortora, che ha raccolto il suo testimone per portare avanti una battaglia a difesa delle vittime della malagiustizia. Una giustizia, racconta Scopelliti al Dubbio, che nelle sue storture è rimasta tale e quale a quando il presentatore finì nella macchina del fango, il 17 giugno 1983, quando venne arrestato a favore di telecamera con l'accusa di traffico di stupefacenti e associazione di stampo camorristico.
Un clamoroso errore giudiziario risolto soltanto dopo due processi, quanto servì per stabilire la verità e riabilitare l'onore di uomo nel frattempo diventato leader di una battaglia civile, affiancato dal suo amico Marco Pannella, che fece di lui anche un leader politico. "Nel caso di Enzo i problemi dei tempi della giustizia non ci furono, perché i tre gradi di giudizio si conclusero in quattro anni - racconta. Ma immaginando la situazione attuale, che richiede anche 15 anni per un processo, e con la norma Bonafede, allora le cose sarebbero state diverse. E questo in un Paese civile non è accettabile".
Per Scopelliti, l'errore giudiziario, oggi, è diventato una consuetudine. E a dirlo, spiega, sono i dati sulle assoluzioni in appello, "numeri enormi", che rendono la prescrizione "necessaria per limitare il fine processo mai che molte volte colpisce un innocente". Le critiche di Scopelliti sono indirizzate anche a chi, come il procuratore Nicola Gratteri e il consigliere Csm Piercamillo Davigo, definiscono "fisiologici" i casi di innocenti in carcere. "Dire ciò è il male della giustizia - sottolinea - specie quando si è così tanto sotto i riflettori. Non ci si rende conto che la persona che finisce in galera da innocente vede la sua vita stravolta come in uno tsunami. Non si recupera più l'equilibrio di prima.
Perché non ci provano loro? Perché non provano a vedere cosa succede ad un uomo perbene che si vede accusare delle peggiori cose? Perché non parlano con tutte le vittime della giustizia?". Come Angelo Massaro, arrestato da innocente quando suo figlio aveva 40 giorni e tornato in libertà quando aveva 21 anni; o Giuseppe Gulotta, rimasto in carcere 30 anni senza aver alcuna colpa.
"Chi ridarà loro indietro la vita persa?", si chiede la Radicale, che ricorda: "meglio un colpevole fuori che un innocente dentro. Perché lo Stato non può disporre della vita di una persona e non può abusare delle vite senza motivo. È per questo non che in Italia non c'è la pena di morte".
La battaglia di Scopelliti va avanti soprattutto sul piano culturale, portando in giro le lettere che Tortora le ha inviato dal carcere e confluite in un libro. Un atto di denuncia attraverso le parole con le quali il presentatore tracciò un'analisi dei mali della giustizia, partendo dal proprio caso per parlare del caso Italia. "Quei problemi sono ancora attuali - sottolinea Scopelliti.
Le parole di Enzo valgono più di qualsiasi altra parola e spero servano per fare un percorso di cultura. Le porto nelle scuole, affinché il mio sogno di una riforma della giustizia con il nome di Tortora sia esaudito dai magistrati del futuro, sperando che i 18enni di oggi facciano tesoro della sua vicenda". La battaglia culturale deve, soprattutto, a incidere su una politica "oggi sorda e timorosa". Una politica "che non ha il coraggio di fare riforme strutturali, perché ha sempre paura che ci possa essere una ritorsione".
Ma deve incidere anche sulla società, "diventata rancorosa per colpa del populismo, che ci rende giustizialisti". Tutti colpevoli a prescindere, insomma. "Non dimenticherò mai quando un ministro, davanti al ponte Morandi crollato da poche ore - aggiunge - accusò la famiglia Benetton di essere colpevole. Io non voglio assolvere la famiglia Benetton, però non ci si comporta così come ministro. Si aspettano le indagini".
Scopelliti ha ora affidato a Matteo Renzi una proposta di legge per far sì che il 17 giugno diventi il giorno in ricordo di Tortora e di tutte le vittime della giustizia. "Voglio che Enzo diventi il tedoforo di questa giornata - conclude -, costringendo tutti a non lasciarlo mai più nel dimenticatoio".
di Laura Montanari
La Repubblica, 12 febbraio 2020
Ventisette a sei. Passa con questa maggioranza la proposta di legge presentata da Leonardo Marras, capogruppo del Pd in Regione, Giacomo Bugliani e altri consiglieri, per l'affettività e la sessualità in carcere. La Toscana è la prima regione a viaggiare su questa linea e ad inviare la proposta di legge in parlamento.
"Ce l'abbiamo fatta, è un'assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni" spiega il garante regionale per i diritti dei detenuti Franco Corleone che da tempo porta avanti questa battaglia. In cosa consiste? "Da tempo ho chiesto una sala colloqui riservata per i detenuti dove non ci sia la videosorveglianza in modo che in una apposita unità abitativa ci possano essere incontri appartati con i familiari" precisa Corleone che con questa battaglia chiude il suo mandato, ma che ricorda le parole pronunciate nel 1999 da Alessandro Margara: "Vogliamo tenere assieme cose che possono apparire impossibili, ma non devono esserlo, cioè un carcere vivibile in cui la pena non abbia nulla di afflittivo oltre alla perdita della libertà".
Il diritto all'affettività in carcere è riconosciuto in diversi Paesi a cominciare per esempio da Spagna, Svizzera, Finlandia, Svezia, Norvegia, Austria e altri. Sul diritto all'affettività e al sesso in carcere aveva scritto anche Adriano Sofri e nel 2012 si espresse la Corte Costituzionale su un ricorso del Tribunale di Firenze e pur dichiarando inammissibile la questione, richiamava l'attenzione del legislatore.
Il Garante toscano, Franco Corleone è in scadenza e la Regione dovrebbe nominare il suo successore prima della fine della legislatura. Diversi i nomi in lizza anche se, stando alle indiscrezioni, due sarebbero i candidati più accreditati, Giuseppe Fanfani, ex sindaco di Arezzo e Francesco Ceraudo, pioniere della medicina penitenziaria e autore del libro "Uomini come bestie, il medico degli ultimi" con la prefazione di Adriano Sofri.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sezione III - Sentenza 11 febbraio 2020 n. 5427. Via libera, nei procedimenti che riguardano il Daspo, alla presentazione con la Posta elettronica certificata, di richieste e memorie difensive, al giudice competente per la convalida per provvedimento. La Corte di cassazione, con la sentenza 5427, accoglie il ricorso contro il provvedimento con il quale il questore vietava l'accesso del ricorrente per 5 anni nei luoghi in cui si svolgono manifestazioni sportive. Tra gli altri punti del ricorso la difesa lamentava un vizio di motivazione in relazione all'omessa valutazione di una memoria, malgrado fosse stata tempestivamente inviata alla cancelleria del Gip a mezzo posta elettronica certificata.
La Cancelleria aveva, infatti, comunicato al difensore che la memoria non sarebbe stata presa in considerazione a causa dell'irritualità dell'invio. Per la Suprema Corte però è una conclusione sbagliata. I giudici, della terza sezione penale, ricordano che è possibile utilizzare la Pec nel Daspo, per la particolarità della procedura stabilita nel procedimento di convalida, caratterizzata dall'assenza di indicazioni specifiche sulla modalità di deposito degli atti. Il via libera si giustifica anche in considerazione del fatto che il mezzo telematico garantisce sicura affidabilità sulla provenienza e la ricezione di quanto inviato.
di Luigi Caiazza
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2020
Corte di cassazione - Sentenza penale 5113/2020. L'obbligo contrattuale assunto dall'azienda appaltante di fornire all'appaltatore e al subappaltatore energia elettrica, gas e ossigeno, in mancanza di apparecchi sufficienti per l'areazione dei locali e il rifornimento di ossigeno la espone al rischio interferenziale previsto dall'articolo 7 del Dlgs 626/1994 - poi confluito nell'articolo 26 del Dlgs 81/2008 (il Testo unico sulla salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro) - la cui gestione grava sul committente.
Il principio è stato richiamato dalla Corte di cassazione, IV sez. penale, nella sentenza 5113/2020 deposita lo scorso 7 febbraio in cui è stata chiamata a decidere su un ricorso presentato dal committente e dal datore di lavoro di un'impresa appaltatrice, chiamati a rispondere e condannati in primo e secondo grado per l'infortunio mortale di un lavoratore dipendente dell'azienda esecutrice dei lavori di saldatura all'interno di una nave in costruzione a seguito di un incendio avvenuto nel doppio fondo di quest'ultima. L'infortunio era avvenuto per la presenza di ossigeno e di scintille causate dalla smerigliatura effettuata per eliminare le vernici e tagliare la parete dello scafo.
Fermo restando che l'azienda committente aveva assunto il compito di assicurare aspiratori e ventilatori alle imprese operanti sull'imbarcazione, e conseguentemente di coordinarne l'uso, nel corso del giudizio era stato anche rilevato che le lavorazioni eseguite dall'impresa appaltatrice, datore di lavoro del lavoratore deceduto, presentavano un rischio che non era esclusivamente proprio e specifico di tale impresa in quanto l'intera costruzione della nave comportava pericoli collegati all'esecuzione delle operazioni in ambienti angusti, accompagnati da pericolo di sviluppo di gas tossici, polveri e di incendi.
In questo contesto era stata, anzi, evidenziata una ingerenza della ditta committente, tramite proprio personale nella direzione delle lavorazioni eseguite dalle altre imprese operanti sull'imbarcazione, con la conseguente applicabilità del principio secondo cui in materia di infortuni sul lavoro, pur in presenza di un contratto di appalto, quest'ultimo non solleva da precise e dirette responsabilità il committente allorché esso assuma una partecipazione attiva nella conduzione e realizzazione dell'opera, in quanto, in tal caso, rimane destinatario degli obblighi assunti dall'appaltatore, compreso quello di controllare direttamente le condizioni di sicurezza del cantiere). La circostanza concretizza di fatto anch'essa un'interferenza che può verificarsi per gli eventuali contatti rischiosi tra l'attività lavorativa del committente e quelle delle diverse imprese che operano nella sede aziendale con attività differenti.
Relativamente, poi, alla possibile abnormità della condotta del lavoratore, invocata dalla difesa, la Corte di legittimità ha ricordato che essa ricorre soltanto quando il comportamento del lavoratore sia stato posto in essere del tutto autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli, fuori di ogni prevedibilità, lontano dalle ipotizzabili e imprudenti scelte del lavoratore nella esecuzione del lavoro: fatto non successo nel caso di specie.
ivg.it, 12 febbraio 2020
"Dopo un lungo iter, oggi finalmente la proposta di legge sul Garante dei Diritti dei Detenuti è stata approvata in tutti i suoi articoli dalla commissione affari generali da me presieduta, e verrà votata nel prossimo consiglio regionale". Lo annuncia il capogruppo di Cambiamo in consiglio regionale Angelo Vaccarezza.
"All'inizio dei questa legislatura, insieme al consigliere Pastorino, a cui si è aggiunta la collega Salvatore, abbiamo predisposto questo ddl, al quale si sono affiancate altre iniziative che dal nostro testo sono state poi assorbite. Da oggi non siamo più fanalino di coda dell'Italia per quanto riguarda la figura del Garante dei Diritti delle persone detenute o private della libertà. Oggi, é sempre più importante l'esigenza di costituire una figura che promuova il rispetto dei diritti fondamentali delle persone recluse o comunque in condizione di limitazione della libertà personale". "Il Garante è fondamentale: favorisce la collaborazione di tutti gli enti, del mondo associativo e degli istituti penali, ivi compresi quelli per minori, è promotore di interventi utili a migliorare il livello di istruzione, di formazione e garanzia delle persone".
piacenzasera.it, 12 febbraio 2020
Circa 3mila confezioni di fragole vendute. A cui si aggiungono 2mila chili di ortaggi e 120 chili di miele ricavati da tre varietà diverse. E poi vasi, fioriere, accessori per la cucina, portachiavi, oggetti vari di decoro ed uso comune. Tutti realizzati a mano.
Sono questi, in sintesi e numeri alla mano, i frutti del lavoro di sei detenuti della Casa Circondariale di Piacenza coinvolti nel progetto eXnovo. L'iniziativa è promossa dalla cooperativa sociale L'Orto Botanico, che dal 2016 ha attivato una convenzione con il carcere cittadino avviando, nel tempo, quattro diverse attività: coltivazione e produzione di ortaggi, gestione del laboratorio di falegnameria, attività di apicoltura e - a partire dal 2018 nei terreni esterni alle mura di cinta - coltivazione di fragole, che avviene in partnership con l'Università Cattolica del Sacro Cuore (il primo raccolto è stato venduto presso l'Ipercoop di Piacenza).
Occasione per fare il punto della situazione sul progetto e raccogliere spunti di riflessione e suggerimenti, attraverso il confronto con altre realtà operanti nella produzione carceraria, è stata il convegno organizzato nella mattinata del 11 febbraio presso l'Auditorium Santa Maria della Pace in via Scalabrini, dal titolo "Il carcere che produce".
"Con il logo eXnovo, che significa da capo, si esprime pienamente il senso di un passaggio da un passato fatto di errori a una nuova vita all'insegna della legalità - ha evidenziato Consuelo Sartori, rappresentante della Cooperativa Sociale l'Orto Botanico, nello spiegare l'iniziativa. Un passaggio che si concretizza attraverso il lavoro: i numeri di questi primi anni di progetto sono enormi per un'attività che avviene all'interno del carcere.
Da un solo detenuto impiegato all'inizio, oggi se ne contano sei e, nel corso del 2020, l'obiettivo è arrivare ad undici. Per quanto riguarda la coltivazione di fragole, miriamo a triplicare la nostra capacità produttiva: è stata acquisita una nuova serra, grande il doppio rispetto all'attuale, per arrivare ad una teorica produzione di 12mila chili".
Il direttore della casa Circondariale di Piacenza, Maria Gabriella Lusi, ha quindi rimarcato i fondamentali aspetti sociali del progetto. "Un carcere che produce stimola tante riflessioni importanti - le sue parole -. Significa innanzitutto un carcere che vive e non sopravvive; che trasforma il tempo dei detenuti in un tempo di produzione e non di ozio.
Ma è anche un carcere che agisce in funzione delle norme dello Stato che fanno leva sull'importanza del lavoro. Lavoro - ha sottolineato - che non è solo retribuzione, ma soprattutto occasione personale di crescita, acquisizione di competenze e abitudine a tendere verso l'obiettivo. Ma si tratta di un servizio che va al di là del muro di cinta: il carcere che produce è un carcere che si apre al territorio, si apre al mondo libero per evolversi, se non altro perché riflette la società, nei suoi aspetti di forza e di criticità".
E poi un appello ai detenuti (uno di loro era presente al convegno, e al termine ha portato la sua testimonianza). "Il lavoro che state svolgendo - ha detto Lusi - è una grande opportunità, per riconoscere voi stessi un una dimensione di vita allineata e conforme alla normalità. Vi invito a non prenderlo come un punto d'arrivo, solo in questo modo potrà essere quell'auspicato ponte tra carcere e vita libera".
L'intervento del direttore del carcere di Piacenza è stato preceduto dalle parole del Provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria dell'Emilia Romagna, Gloria Manzelli. "L'amministrazione penitenziaria non può essere lasciata sola - il suo appello - il resto deve arrivare dal territorio, dal tessuto sociale.
Fondamentale è il principio di responsabilità sociale della pena: il detenuto ha bisogno dell'aiuto di tutti per rientrare con dignità della società, in questo senso il lavoro costituisce l'elemento fondamentale all'interno del penitenziario. Nonostante gli sforzi c'è molto da fare, per questo chi vuole investire all'interno del carcere è benvenuto".
Il convegno è stato aperto dai saluti dell'Amministrazione comunale, rappresentata dagli assessori Paolo Mancioppi e Federica Sgorbati, e ha visto intervenire tutti i rappresentanti delle parti coinvolte nel progetto eXnovo: Tania Giovannini, per Coop Alleanza 3.0; Niccolò Rizzati, per l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza; Maria Teresa Filippone, Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria Casa Circondariale di Piacenza; Corinna Asta, Responsabile area educativa Casa Circondariale di Piacenza; Antonio Sartori, Volontario della Coop. soc. l'Orto Botanico. Inoltre è stato possibile anche ascoltare alcune testimonianze di altre realtà sociali che svolgono attività di produzione in istituti di detenzione italiani. Il convegno si è concluso con un rinfresco allestito da Piccoli Mondi - Asp Città di Piacenza.
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