di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 8 novembre 2016
Intervista al giornalista turco Zeynalov: "I conflitti in Siria e Iraq servono ad allungare lo stato di emergenza necessario a reprimere le opposizioni". Un altro deputato Hdp arrestato, convocati gli ambasciatori europei. Le porte delle celle turche continuano ad aprirsi: ieri è stato arrestato un altro parlamentare dell'Hdp, il Partito Democratico dei Popoli, fazione di sinistra pro-kurda decapitata da un'ondata di arresti senza precedenti. È stato preso ieri ad Hakkari Nihat Akdagon, uno dei tre deputati che mancavano alla lista nera di Ankara. Non cessano nemmeno le proteste, violentemente attaccate dalla polizia: ieri è toccato ad una manifestazione indetta da organizzazioni di donne, aggredite con proiettili di gomma a Istanbul.
All'autoritarismo governativo, l'Hdp ha risposto domenica annunciando la sospensione delle attività parlamentari, interne all'assemblea e nelle commissioni. Quasi una secessione dell'Aventino, se ci è permesso il paragone, a cui reagisce il premier Yildirim: dopo aver arrestato 12 deputati Hdp, minaccia di accusare di tradimento gli altri 46 se non si presenteranno in parlamento. Ma li accusa anche di finanziare il terrorismo, pur volendoli seduti sugli scranni parlamentari: domenica ha parlato di trasferimento di denaro dai comuni guidati dall'Hdp al Pkk.
Una guerra senza quartiere, che arriva all'Europa: ieri il governo ha convocato gli ambasciatori dei paesi della Ue per le condanna espresse dopo gli arresti. Ne abbiamo parlato con il giornalista turco di origine azera Mahir Zeynalov, editorialista di Al Arabiya e commentatore per Cnn e Bbc, deportato dal paese nel febbraio 2014.
Cosa ci si deve aspettare dalla nuova ondata repressiva
Con la crescente repressione contro media e politici kurdi, il governo turco li sta portando al limite: aprirà ad una battaglia interna tra kurdi e esercito, una guerra civile che potrebbe allargarsi ulteriormente. Sono le azioni di Ankara a rendere concreto un simile scenario.
L'obiettivo è distruggere la sola opposizione al presidenzialismo. Ma l'attacco va letto anche come parte di una strategia più ampia che coinvolge Siria e Iraq
Erdogan non tollera chiunque metta in dubbio la sua autorità mentre è alla caccia di pieni poteri presidenziali. Lo stato di emergenza è lo strumento perfetto per la sua campagna di eliminazione delle opposizioni. Per questo, ha bisogno del caos. Le guerre in Siria e Iraq, come quella nel sud-est turco, sono buone ragioni per ampliare lo stato di emergenza. Provocando un'escalation dei conflitti nei due paesi vicini e inviandoci l'esercito, Erdogan prova a convincere l'opinione pubblica che il governo sta affrontando nemici sia all'interno che all'esterno. E questo gli permetterà di ampliare lo stato di emergenza e reprimere ogni dissidente.
Quali settori della società sostengono Erdogan
Gode di un ampio e fedele sostegno dalla base della società turca, per lo più conservatrice e nazionalista. Non manca un numero significativo di kurdi conservatori che, come in ogni autocrazia, sperano in affari lucrosi o posti di lavoro.
La guerra all'Hdp può essere vista anche come uno scontro tra visioni socio-economiche Neoliberismo contro un'idea più egualitaria di società
Non sono certo che sia causa di frizione. Ci sono gruppi che non si sono piegati a Erdogan e i kurdi sono uno di questi. Li vuole punire, è semplice.
Perché il governo turco pensa di non aver bisogno del processo di pace con il Pkk
Dopo che Erdogan lanciò il processo di pace, alle elezioni del giugno 2015 ottenne il 41%, quasi il 10% in meno di quanto serviva per la maggioranza assoluta e la modifica del sistema politico da parlamentare a presidenziale. Quel 10% mancante sono elettori radicalmente nazionalisti. Ha abbandonato il processo di pace e a novembre 2015 ha preso il 49%. La pace con i kurdi per lui è un ostacolo.
di Francesca Paci
La Stampa, 10 ottobre 2016
Nel suo computer la storia di una ragazza ribelle alla lapidazione. Due anni fa la Guardia rivoluzionaria iraniana irrompe senza mandato in casa dello studente 30enne Arash Sadeghi e di sua moglie Golrokh Ebrahimi Iraee: arresta lui, già detenuto in passato, e sequestra computer, taccuini, cd. Lei viene interrogata per 20 giorni, durante i quali sente le urla del marito torturato nella stanza accanto, poi esce in attesa del verdetto.
Martedì si fanno vive le autorità giudiziarie: Golrokh è condannata a 6 anni di carcere per il racconto mai pubblicato che i pasdaran hanno trovato nel suo pc. Non dunque per l'attivismo in favore di Narges Mohammadi e le migliaia di prigionieri politici di Tehran come il marito, che da giugno sconta 15 anni in una cella del famigerato Evin, ma per la sua fantasia. Ce ne vuole d'immaginazione: invece della lapidazione, finisce al bando chi la denuncia.
Cosa ha scritto Golrokh Ebrahimi per scatenare negli ayatollah una reazione che Amnesty International definisce "grottesca". Giudicato "offensivo dell'islam", il virtuale libro galeotto narra la storia di una giovane iraniana che guarda in tv il film "The Stoning of Soraya M", la vera storia di una connazionale uccisa a pietrate, e si indigna fino a bruciare una copia del Corano. Materia che scotta nell'Iran campione di violazioni dei diritti umani, dove il codice penale ha recentemente riconfermato la lapidazione perché ritenuta "effettiva nel prevenire i crimini e proteggere la moralità".
"Non hanno neppure presentato un mandato di comparizione, mi hanno chiamato dal cellulare del mio amico Navid Kamran dopo averlo arrestato e mi hanno detto di consegnarmi" ha raccontato Golrokh al canale in farsi di Voice of America subito dopo la telefonata con la sentenza di 6 anni, 5 per offese all'islam e uno per propaganda anti-governativa.
Attivisti iraniani a lei vicini non sanno dire se la ragazza si trovi già a Evin perché sin dall'inizio le informazioni sul suo caso sono state poche e frammentarie, dei due avvocati difensori che avrebbero dovuto seguire il processo iniziato nel 2014 una è stata costretta a ritirarsi per le minacce ricevute e l'altra è stata estromessa. Una delle udienze si è svolta mentre Golrokh Ebrahimi era in ospedale per un intervento chirurgico.
"Golrokh Ebrahimi deve scontare questi anni per aver scritto una storia mai pubblicata, viene punita per la sua immaginazione" afferma Philip Luther, responsabile per la sezione Medioriente e Nord Africa di Amnesty International.
Se la presidenza del riformista Rohuani con il suo record di almeno 2.277 esecuzioni a morte ha frustrato le speranze di chi sognava un altro Iran, l'intera regione assiste a un durissimo giro di vite contro gli intellettuali, non solo gli attivisti politici ma anche gli scrittori come il PEN Award Ahme Nàgy, condannato a 2 anni carcere in Egitto per il romanzo "Vita, istruzione per l'uso" (Il Sirente) in cui parla di sesso e droga.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 9 giugno 2016
Persa ogni credibilità: Ban Ki-moon toglie i sauditi dalla lista nera di chi viola i diritti dei minori dopo le minacce del Golfo. Il rapporto accusava la coalizione anti-Houthi di aver ucciso e ferito il 60% dei bambini vittime del conflitto. Violazioni anche in Iraq. I bulli sauditi prima aggrediscono il debole vicino e poi minacciano l'insegnante che ha osato redarguirli: quanto successo al Palazzo di Vetro pare incredibile, se si dimentica per un attimo l'impunità devastante di cui gode Riyadh. Ad uscirne con le ossa rotte è il segretario generale Ban Ki-moon, ma anche la già scarsa credibilità delle Nazioni Unite.
Lunedì l'Onu aveva inserito nella lista nera dei gruppi che violano i diritti dei bambini la coalizione sunnita anti-Houthi che massacra lo Yemen da marzo 2015: è responsabile - ha scritto nel suo rapporto annuale - del 60% dei 1.953 bambini uccisi e feriti in un anno e due mesi di guerra. Ovvero le bombe saudite hanno ammazzato 510 minori e ne hanno feriti 667.
Immediata l'ira di Riyadh, sostenuta dagli alleati regionali: l'ufficio del segretario generale è stato bombardato di telefonate di minacce da tutto il Golfo e dall'Organizzazione della Cooperazione Islamica: "Bullismo e pressioni. Un vero ricatto", dice una fonte interna. L'Arabia Saudita ha minacciato di tagliare i fondi alle agenzie Onu, in particolare i 100 milioni di dollari l'anno all'Unrwa (agenzia per i rifugiati palestinesi, in perenne crisi) se non si fosse messa una pezza. E la pezza è stata cucita sullo strappo: martedì il portavoce di Ban Ki-moon ha annunciato il depennamento dalla lista nera della coalizione e la revisione del rapporto. Insomma ne negozierà uno "pulito", lontano da una realtà fatta di raid su ospedali, scuole e case.
Nella black list restano invece i ribelli Houthi, etichettati da cinque anni come violatori seriali dei diritti dei bambini e, secondo lo stesso rapporto, responsabili del 20% delle vittime minorenni del conflitto yemenita. Ma il passo indietro dell'Onu non poteva passare inosservato: sporca l'ultimo anno di mandato di Ban Ki-moon e provoca la rabbia delle organizzazioni internazionali. "È un esempio estremo del perché l'Onu debba combattere per i diritti umani e i propri principi - ha detto Richard Bennett, rappresentante di Amnesty International al Palazzo di Vetro - Altrimenti diventerà parte del problema invece che della soluzione". Parole di fuoco anche da Human Rights Watch che parla di "manipolazione politica".
L'Onu si arrampica sugli specchi definendo la cancellazione temporanea. Ma Riyadh non teme le Nazioni Unite e precisa che l'eliminazione dalla lista nera è "irreversibile e incondizionata". Dopotutto c'è un precedente: Ban Ki-moon ha già ceduto a pressioni simili da parte di Usa e Israele nel 2014 quando Tel Aviv rischiò di finire nella stessa black list per l'operazione "Margine Protettivo" contro Gaza.
Ai bambini yemeniti viene così tolto anche lo scudo di facciata del diritto internazionale. Eppure, come spesso accade, sono le prime vittime: 320mila soffrono per malnutrizione, centinaia di migliaia sono rifugiati all'estero o sfollati nel paese e in centinaia sono stati reclutati come soldati sia dagli Houthi che dal governo. Martedì la coalizione ha riconsegnato al governo, suo alleato, 52 bambini catturati al confine mentre sotterravano mine con i ribelli.
Una situazione simile a quella irachena: i bambini si trasformano in soldati come accadeva per "i cuccioli di leone di Saddam". A reclutarli è l'Isis ma anche le milizie sciite (l'esercito iracheno per legge non può arruolare minorenni). Molti sono orfani, in un paese che vive una guerra ininterrotta da oltre trent'anni e dove il governo ha a disposizione solo 22 orfanotrofi, lasciando fuori migliaia di bambini senza famiglia. Alcune delle loro voci sono state raccolte da al-Jazeera, come quella di Karrar, 15 anni: "Ho combattuto per liberare Tikrit e Baiji. E continuerò a combattere fino a quando non riavremo indietro la terra presa da Daesh. La mia età non conta: sono un combattente".
Nova, 9 giugno 2016
Le autorità giudiziarie mauritane hanno avviato una serie di procedure contro il problema del sovraffollamento delle carceri, che colpisce soprattutto il penitenziario centrale di Nouakchott. Come primo provvedimento sono stati trasferiti numerosi detenuti verso altri centri di detenzione minori presenti nelle altre province del paese come Nouadhibou e Bir Um al Karin. Secondo i media mauritani, sono più di cento i detenuti che sono stai trasferiti dal carcere Dar al Naim della capitale a quello di Noaudhibou, che è la capitale economica del paese. Nel carcere della capitale sono più di mille i detenuti e le autorità locali temono che possa scoppiare una rivolta carceraria.
Il Manifesto, 9 gennaio 2016
Oltre al religioso al-Nimr, i boia sauditi hanno ucciso un giovane del Ciad, 13enne all'epoca dell'arresto, e un saudita che aveva 17 anni per essersi uniti ad al Qaeda.
Tra i 47 giustiziati dai boia sauditi anche due minorenni all'epoca dell'arresto e un malato di mente. Lo rivela Middle East Eye, citando fonti interne. Mustafa Abkar aveva 13 anni quando fu arrestato nel 2003: era arrivato dal Ciad per unirsi ad al Qaeda. La sua storia comparve sulla tv Al Arabiya: funzionari sauditi ne prospettarono il rilascio, vista la giovanissima età. Poi più nulla e il primo gennaio l'esecuzione. Era minorenne, quando fu arrestato nel 2004, anche il saudita Mishaal al-Farraj: 17 anni, era entrato in al Qaeda dopo l'uccisione del padre. Per lui nessun processo. Abdulaziz al-Toailìe, ex leader qaedista catturato nel 2005, invece, dopo anni di torture fisiche e psicologiche ha riportato seri danni mentali. A suo favore una lettera inviata all'Onu chiedeva di fare pressioni su Riyadh per rilasciarlo a causa della grave malattia mentale. Nessuna risposta.
Nova, 9 gennaio 2016
Almeno 50 detenuti, tra cui uomini condannati per omicidi e violenze sessuali, sarebbero riusciti nelle scorse ore a evadere dalla prigione di Kamituga, nell'est della Repubblica democratica del Congo. Lo riporta l'emittente britannica "Bbc" citando fonti locali. I fuggiaschi sarebbero riusciti ad approfittare di un incendio all'interno del carcere, situato nella provincia del Sud Kivu, per far perdere le proprie tracce: finora, nessuno di essi è stato ricatturato dalla forze di polizia. Non è la prima evasione di massa verificatasi negli ultimi anni nel paese, le cui prigioni sono spesso sovraffollate e fatiscenti.
Il Sole 24 Ore, 9 gennaio 2016
"Missione compiuta. Lo abbiamo preso". Così il presidente messicano Enrique Pena Nieto ha annunciato su Twitter l'arresto Joaquín Guzmán Loera, detto El Chapo, capo del cartello del narcotraffico di Sinaloa. Il boss è stato catturato da uomini della Marina militare messicana a Los Mochis, una cittadina sotto il controllo della sua organizzazione criminale.
Il potente narco-boss era ricercato dallo scorso luglio, quando era riuscito a evadere usando condotti e scale di un carcere di massima sicurezza messicano, e infine un tunnel scavato da complici che lo ha portato lontano dal penitenziario. Una fuga in pieno "stile Alcatraz".
L'evasione - la sua seconda dopo quella del 2001 - era avvenuta tra l'incredulità di milioni di messicani e mettendo in imbarazzo la sicurezza del paese. "Un affronto allo Stato messicano", l'aveva definita il presidente, che oggi si è preso la sua rivincita. Il Chapo (tarchiato), 58 anni, è stato considerato dalla rivista Forbes tra gli uomini più ricchi del mondo, ed è noto per la sua spietata violenza. Per anni è stato alla guida del temibile cartello narco di Sinaloa. Nel febbraio del 2014, l'arresto del Chapo nella città costiera di Mazatlan era stato accolto come un grande successo della polizia non solo nel paese, ma anche negli Stati Uniti. Quel giorno Guzman era caduto in trappola, ponendo così fine ad una caccia all'uomo lunga tredici anni, da quando nel 2001 il boss era riuscito a scappare da un carcere di massima sicurezza di Jalisco nascosto in un carrello di panni sporchi della lavanderia.
Lo scorso ottobre era stato ferito ad una gamba e al volto durante un'operazione di polizia per catturarlo in una zona montuosa nel nord-ovest del Messico. Il signore della droga era fuggito da un altro carcere di massima sicurezza nel 2001, nascondendosi per anni nelle aspre montagne dello Stato di Sinaloa.
di Guido Moltedo
Il Manifesto, 3 ottobre 2015
"Siamo l'unica nazione al mondo - ha detto il presidente democratico- che non ha leggi ragionevoli sulle armi. Sono stati uccisi più americani in queste sparatorie che negli attacchi terroristici". L'Oregon, tra la California e lo stato di Washington, fa pensare alle foreste che lambiscono il Pacifico, al verde sereno di grandi spazi incontaminati punteggiati da comunità tolleranti e progressiste. Niente di più lontano dal far west che giovedì si è scatenato nelle aule dell'Umpqua Community College di Roseburg. Ma la guerra civile americana non conosce confini, si combatte anche nei campus, anche in quelli come l'Umpqua Community, che è gun free zone, un'area dove sono vietate pure le pistole ad acqua.
Guerra civile? Come altro definire l'interminabile, quotidiano, conflitto che si combatte dappertutto, all'interno degli Usa? Chi ricorda le centinaia di migliaia di morti - solo per parlare degli ultimi due decenni - morti innocenti proprio come i nove studenti di Roseburg?
C'è un monumento per commemorare i caduti del Vietnam, a Washington, ma non sono anch'essi caduti, come in guerra, i diecimila cittadini americani uccisi da un proiettile, da un'arma da fuoco? In una sparatoria, in una strage? Diecimila morti nel corso dei mesi di quest'anno.
Oltre quattromila nei quattro mesi dal discorso pronunciato da Barack Obama dopo l'uccisione di nove fedeli in preghiera in una chiesa africano-americana di Charleston. Già, quel discorso, molto bello, poteva rappresentare un primo forte argine al fenomeno delle armi, anche armi da guerra, che puoi portare dappertutto, e che uccidono - quando c'è una sola vittima o due non fa neppure notizia - e che fanno massacri.
"Siamo l'unico paese moderno al mondo che vede questo tipo di sparatorie quasi ogni mese. Sono diventate una routine", ha detto due giorni fa, a caldo, Obama. E l'editoriale del sito progressista blue?na?tion?re?view?.com arriva all'amara conclusione, dopo Roseburg, che "noi, come nazione, abbiamo deciso che le sparatorie di massa, per quanto tristi possano essere, sono parte dell'American life".
Sì, è un fenomeno che rischia, se non lo è già, di essere banalizzato. Come i morti sulle strade. In fondo, le cifre annuali sono pressoché identiche in America. Quasi fossero, l'uccisione del vicino, la strage in una scuola elementare, in un college - alla stregua degli incidenti stradali - tributi da pagare alla società del benessere (!?).
Ma la guerra civile americana si combatte anche sui terreni della politica e della cultura. Obama, dopo un inizio riluttante, nel primo mandato, ha preso di petto la National Rifle Association (Nra), la lobby dei possessori di armi da fuoco, considerata il gruppo di interessi e di pressione più potente, più ricco e meglio organizzato a Washington e nelle capitali degli stati, un modello per le altre lobby. E il suo tono, le sue parole, sono state particolarmente dure, dopo la notizia di Roseburg.
D'altra parte, il suo, era il quindicesimo discorso seguito a un massacro. Un discorso politico, di fronte all'ultimo di una catena di eventi che è frutto di una scelta politica, ha scandito il presidente, quella di non far nulla perché accadano e si ripetano. Attaccare la Nra è, di fatto, attaccare un pezzo di quello che il presidente Dwight Eisenhower definì il complesso militare-industriale, definizione appropriata per mettere in guardia la nazione, uscita dalla guerra, dall'eccesso di potere acquisito dall'industria bellica e dall'apparato militare. La produzione, il commercio, la diffusione delle armi da fuoco - la Nra, dunque - non sono forse parte di quel mondo lì, che gioca e fa profitti con la morte?
Raramente, difficilmente, un politico osa criticare la Nra e il grumo d'interessi che rappresenta. Per dire, Jeb Bush, che è l'ala moderata dei repubblicani, in un tweet per commentare Roseburg, si è guardato bene dal solo scrivere o appena pronunciare la parola gun, come se i nove giovani fossero morti chissà perché, chissà come. Ma c'è anche un dogma/tabù, che la sparatoria di Roseburg colpisce, quello costruito dalla "narrazione" dominante dopo l'11 settembre, secondo cui l'unica vera grande minaccia alla national security americana e all'American way of life proviene dal terrorismo, islamico, ovviamente. Il nemico esterno. Finora immaginario o immaginato. E intanto, il nemico vero, quello interno, non solo non era e non è fronteggiato ma era ed è tutelato e coccolato.
"Siamo l'unica nazione al mondo - ha detto il presidente democratico- che non ha leggi ragionevoli sulle armi. Sono stati uccisi più americani in queste sparatorie che negli attacchi terroristici". E poi: "Spendiamo oltre un trilione di dollari e approviamo innumerevoli leggi, e dedichiamo intere agenzie alla prevenzione di attacchi terroristici sul nostro suolo, e facciamo bene. Eppure, abbiamo un Congresso che esplicitamente ci impedisce perfino di raccogliere dati su come poter potenzialmente ridurre le morti da armi da fuoco. Com'è possibile?".
Obama ha confessato la sua amarezza e la sua impotenza: da solo non posso affrontare una sfida così. Eppure s'impegnerà su questo fronte, sapendo che non dovrà essere rieletto e che dunque potrà sfidare la lobby delle armi come non ha voluto o non ha potuto fare nel primo mandato. C'è da aspettarselo, anche se, egli stesso ha detto, si deve muovere soprattutto il Congresso. Un Congresso dominato dal Partito repubblicano, nel quale è egemone la destra oltranzista. È chiaro che farà di tutto, come ha fatto finora, per bloccare la sia pur minima misura restrittiva, a livello federale, nell'acquisto e nel possesso delle armi.
Se alla maggioranza repubblicana al senato e alla camera si aggiungerà, nel novembre 2016, un presidente dello stesso partito, la litania delle stragi continuerà nella totale indifferenza. Tutti i candidati del Grand Old Party sono lautamente finanziati dalla Nra e dai gruppi a essa legati. Addirittura il beniamino del tea party, Ted Cruz, ha avviato la sua campagna per la nomination repubblicana con un video nel quale si fa ritrarre mentre spara un paio di caricatori con un fucile d'assalto. Intorno alla canna del fucile ha avvolto fette di bacon, poi ricoperte con stagnola, che dopo la sparatoria sono cotte e croccanti. Ecco come cuociamo noi il bacon in Texas, ride dopo la sua bravata, con una faccia cretina e cattiva. Capito? Capito che tipi sono in corsa per la Casa Bianca? E potrebbero perfino conquistarla?
di Marina Catucci
Il Manifesto, 3 ottobre 2015
Nel periodo 2004-2013, sono 316.545 le persone morte da arma da fuoco sul suolo americano.
Utilizzando numeri del Centers for Disease Control and Prevention, nel periodo 2004-2013, sono 316.545 le persone morte da arma da fuoco sul suolo americano (il 2013 è l'anno più recente dei dati disponibili). Questo dato comprende tutte le morti, includendo i casi di omicidio, di incidente e di suicidio volontario. Secondo il Dipartimento di stato degli Stati uniti, il numero di cittadini americani uccisi all'estero in conseguenza a fenomeni di terrorismo dal 2004 al 2013 è di 277.
Gli episodi di terrorismo all'interno degli Usa negli stessi otto anni hanno procurato la morte di 36 persone. Questo porta il totale a 313 morti per terrorismo. Dall'inizio della sua presidenza Barack Obama ha commentato 15 episodi di omicidi di massa, uno di questi avvenuto mentre stava tenendo un discorso sull'opportunità di varare leggi più restrittive sul possesso di armi.
La frequenza di sparatorie nelle scuole nel 2015 è stata di un episodio alla settimana, con giorni in cui si è verificata più di una sparatoria in città diverse.
Il numero di americani uccisi in America dai propri concittadini è 297 volte superiore a quello del Giappone, 49 volte più alto che in Francia e 33 volte che in Israele. Tra i 46 senatori che avevano votato contro maggiori controlli per il possesso delle armi, 43 avevano ricevuto soldi dalla lobby delle armi nei dieci anni precedenti. La Nra ha vinto in diverse occasioni: facendo approvare la norma sulla reciprocità, per cui un'arma posseduta in uno Stato può essere portata legalmente in un altro Stato se esistono accordi tra le due amministrazioni; ha invece bocciato la legge per la diminuzione del numero legale di armi che si possono tenere in magazzino e il bando per la vendita dei fucili d'assalto. Non solo repubblicani difendono la lobby, con numeri decisamente minori anche tra i democratici ci sono difensori delle armi che hanno come finanziatori la Nra, come l'ex leader del senato Harry Reid.
di Noemi Matteucci
www.umbria24.it, 28 aprile 2015
Soddisfazione del parlamentare di Ncd: "La gestione della struttura la allontana dall'area del malessere. Necessario differenziare tra custodia cautelare e detenuti con sentenze". Una visita da parte di un parlamentare presso una casa circondariale è un diritto, ma anche un dovere: per queste ragioni, nella mattinata di lunedì 27 aprile il senatore di Nuovo Centro Destra Luigi Compagna, insieme a Luigi Mazzotta, presidente dell'associazione Per La Grande Napoli (Radicali italiani), hanno effettuato una visita ispettiva presso le carceri di Vocabolo Sabbione.
Detenuti da diverse realtà Terni è vicina a Roma e il carcere umbro è "interessante e articolato per la composizione dei suoi ospiti".
Così ha esordito il senatore Compagna parlando dei risultati, molto positivi, della visita effettuata. "La provenienza dei detenuti -ha spiegato il parlamentare- non è quella del malessere sociale e della delinquenza umbri, ma questi arrivano da altre realtà, anche lontane: in particolare, sono stato colpito dal fatto che Nicola Cosentino fosse stato trasferito a Terni e ho reputato giusto effettuare un incontro con la direttrice della struttura, Chiara Pellegrini, e il comandante della Polizia penitenziaria, Fabio Gallo".
Condizioni soddisfacenti Come ha spiegato Compagna, le condizioni della struttura sono molto soddisfacenti, perché "si allontanano dall'area del malessere". Fra i detenuti, nonostante la presenza di un 10% di stranieri, non si creano condizioni di insofferenza razziale. La logistica è buona, così come lo sono le condizioni in cui gli stessi detenuti vivono in cella: tra di essi, molti alloggiano da soli, mentre altri arrivano a un massimo di tre individui. Lo stesso è stato rilevato per la situazione sanitaria interna al carcere, che grazie "all'impegno e alla solerzia degli operatori funziona in modo pronto ed efficiente".
"Forno solidale" e personale Due sono state le sottolineature del senatore Campagna: in primis, un appello alla Regione per l'investimento di maggiori risorse per portare a termine il progetto della panetteria solidale, facendo così "veri passi in avanti in tema di diritto al lavoro", quindi un auspicio, quello di poter vedere in futuro aumentate le unità di personale, al fine di garantire un funzionamento ancor più organizzato del carcere, specialmente con una migliore distribuzione fra gli addetti alle custodie cautelari e a chi è detenuto dopo l'emanazione di una sentenza.
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