Reuters, 28 aprile 2015
Continua a complicarsi il caso dei sei ex detenuti di Guantánamo accolti in Uruguay. Tre membri del gruppo hanno iniziato un sit-in davanti all'ambasciata degli Stati Uniti a Montevideo, esigendo assistenza economica e ricongiungimento familiare. Il governo - sempre più in imbarazzo - ha replicato che per ottenere l'assistenza richiesta i sei devono sottoscrivere e concordare impegni e regole.
Al loro arrivo in Uruguay nel dicembre scorso, gli ex detenuti - un palestinese, un tunisino e 4 siriani - hanno espresso la loro gratitudine al presidente José "Pepe" Mujica, sottolineando di non volerlo deludere. A metà febbraio, però, la situazione ha iniziato a deteriorarsi: uno degli ex prigionieri, Abu Waed Dhiab, ha visitato Buenos Aires per chiedere che altri paesi accolgano ex reclusi di Guantánamo - creando un incidente diplomatico - e si è lamentato di essere "uscito da una prigione per entrare in un'altra".
La situazione si è calmata grazie all'intervento solidale di Mujica, che ha visitato gli ex prigionieri, ospiti di una casa della centrale sindacale Pit-Cnt. Ma venerdì scorso alcuni di loro hanno cominciato un sit in davanti all'ambasciata americana, dormendo di notte all'aperto in sacchi a pelo. Quattro membri del gruppo hanno diffuso un comunicato nel quale sostengono che gli Usa "devono fornirci quanto necessario per portare avanti una vita normale" e accusano il Sedhu (Servizio Ecumenico per la Dignità Umana) e il governo di volergli fare firmare documenti con contenuto diverso a quello convenuto.
L'ambasciata americana si è limitata ad indicare che esistono meccanismi stabiliti per chiedere un incontro con i suoi funzionari e che i giardinetti davanti alla sua sede - dove si sono istallati i manifestanti - sono uno spazio pubblico aperto a tutti. Questo ha lasciato in una posizione scomoda il governo. Il ministro degli Esteri, Rodolfo Nin Novoa, ha chiarito oggi che l'"Uruguay non ha intenzione di abbandonare" gli ex detenuti di Guantánamo.
Nessuno interverrà - ha assicurato - per interrompere la loro protesta e che, anzi, un funzionario li aiuterà a formulare per iscritto le loro rivendicazioni, perché possano essere presentate formalmente all'ambasciata Usa. Ma il capo della diplomazia uruguaiana ha dichiarato che per ricevere l'assistenza che esigono, gli ex prigionieri devono firmare dichiarazioni nelle quali si impegnano ad imparare lo spagnolo e a cercare lavoro, come prima tappa per poter ottenere il ricongiungimento con le loro famiglie. Il governo del presidente Tabaré Vazquez - che nel marzo scorso ha sostituito Mujica - ha dichiarato che l'Uruguay non intende accogliere altri ex detenuti di Guantánamo, perché "non dispone né della cultura né delle infrastrutture necessarie per accoglierli".
Il Mattino di Padova, 27 aprile 2015
Quando abbiamo ricevuto la lettera della figlia di una persona che è stata detenuta tanti anni fa, ci ha colpito che a distanza di molto tempo quella figlia si senta ancora "inadeguata". Poi un altro figlio ci ha mandato una testimonianza ed il paradosso triste è che a distanza di trenta-quarant'anni ad accomunare questi figli c'è sempre anche la disumanità dei trasferimenti, e la poca considerazione per i famigliari.
di Grazia Longo
La Stampa, 27 aprile 2015
Responsabilità civile delle toghe, i giudici evitano il rischio paralisi dei processi: in caso di richiesta di risarcimento danni la sostituzione non è obbligatoria.
di Giuseppe Amato
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015
È stato convertito, con modificazioni, il decreto legge 18 febbraio 2015 n. 7, diretto a rafforzare gli strumenti di lotta contro i fenomeni di terrorismo internazionale. Non particolarmente significative sono le modifiche che hanno caratterizzato gli interventi in materia sanzionatoria penale. Infatti, a parte alcuni correttivi, le novità sono per lo più ispirate all'esigenza di puntualizzazione delle fattispecie incriminatrici ovvero a realizzare una migliore specificazione dell'ambito dei poteri di controllo anche preventivo sui siti informatici, ampliando gli strumenti di contrasto anche in via preventiva delle attività terroristiche.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 27 aprile 2015
Nel disegno di legge scompare il ritiro a vita della patente: era previsto nei casi gravi.
Dietrofront sull'omicidio stradale? Dov'è finito l'ergastolo della patente? Niente ritiro a vita, neppure nei casi più gravi, ma soltanto la sospensione (da cinque a dodici anni): così nel testo del disegno di legge sul reato di omicidio stradale e nautico, depositato ieri in commissione Giustizia a Palazzo Madama dal relatore Giuseppe Luigi Cucca (Partito democratico).
di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 27 aprile 2015
Sentenza della Suprema Corte: "Non serve il contatto fisico, nessuna attenuante per chi adesca i minori in Rete". Orchi reali o virtuali non fa differenza: gli abusi sui minorenni vanno puniti allo stesso modo. Stesse pene, pari severità. "Gli atti sessuali non sono meno gravi se commessi sul web", stabilisce la Cassazione.
di Gianluca Nicoletti
La Stampa, 27 aprile 2015
È senza dubbio un segnale di civilizzazione digitale quello che si legge nella sentenza della Suprema Corte. Gli ermellini prendono atto che ogni connessione equivale a una relazione, come pure è stato ribadito che le protesi elettroniche sono oramai la modalità più usuale per entrare in contatto tra esseri umani. Di conseguenza dobbiamo smetterla di fare distinzioni obsolete tra "virtuale" e concreto: le nostre vite, nel bene e nel male, sono coinvolte nella stessa maniera, sia quando digitiamo, sia quando qualcuno ci tiene il fiato addosso.
Merita invece una riflessione quell'accenno al fatto che i social network avrebbero sostituito "patologicamente" le precedenti maniere di allacciare rapporti interpersonali. La tecnologia non è una malattia che divora l'umanità, noi ci evolviamo proprio perché siamo animali tecnologici, è sempre avvenuto dal pollice opponibile in poi. Ci siamo evoluti e quindi usiamo macchine che ci espandono nelle nostre relazioni, ma non per questo ci stiamo allontanando da uno stato felice di esistenza, in cui l'infanzia era maggiormente salvaguardata dalle "tradizionali forme di socializzazione", che non tenevano certo i ragazzi alla larga da degenerati e molestatori.
Chi abusa di minori via computer è lo stesso che batteva i giardinetti, le scuole, i campetti parrocchiali. I giovani non vanno "disarmati" dei loro smartphone, ma piuttosto addestrati a gestirsi l'ombra digitale, come una volta si spiegava di non accettare caramelle dagli sconosciuti.
di Alessandro De Nicola
La Repubblica, 27 aprile 2015
Mai come in questo periodo si ha l'impressione che l'apparato statale sia prigioniero della propria inefficienza e dell'incapacità della classe politica di ridurre la spesa pubblica. La delega fiscale, che ha preso forma nei tre decreti delegati approvati dal Consiglio dei ministri, è ancora un Vaso di Pandora e i giudizi sul modo in cui viene affrontata l'annosa questione dell'abuso di diritto sono contrastanti. Nel frattempo ci pensano i giudici, nel bene e nel male, a scardinare alcune certezze.
Molti lettori si ricorderanno la sentenza della Corte Costituzionale di febbraio che ha dichiarato illegittima la nomina di 767 dirigenti dell'Agenzia delle Entrate, in quanto promossi senza rispettare i principi normativi che regolano l'iter di carriera e prevedono concorsi pubblici. Oltre allo scandalo provocato dal constatare che i controllori della probità fiscale degli italiani a casa propria distribuivano prebende all'italiana, subito si pose il problema se ali atti firmati dai dirigenti illegittimamente nominati avrebbero potuto essere dichiarati nulli. Si rischiano difatti migliaia di accertamenti vaporizzati dalla mancanza di poteri di chi li aveva disposti.
Quando mai! La direttrice dell'Agenzia, Orlandi, e - con minore veemenza - il ministro Padoan subito avvertirono i contribuenti di non "sprecare i propri soldi" iniziando ricorsi inutili perché gli atti erano validi, anzi validissimi. Malauguratamente in Italia tuttora esistono persone disposte ad investire il proprio denaro per far valere i propri diritti e così un contribuente monzese ha ottenuto una sentenza dalla Commissione tributaria provinciale di Milano che sembra smentire le granitiche certezze del governo e dei suoi burocrati.
I giudici ambrosiani, infatti, hanno ritenuto che un avviso di accertamento firmato da un presunto dirigente il cui nome risultava nell'elenco di quelli individuati dal Consiglio di Stato tra i promossi irregolarmente sia invalido. Tali atti devono essere firmati da personale di "carriera direttiva" e tale non era il funzionario nel caso di specie. Orbene, una sentenza da sola non costituisce un precedente inespugnabile ed è possibile che altri magistrati esprimano pareri diversi. I responsabili politici e dell'amministrazione, però, è bene che d'ora in poi si limitino a profondersi in sentite scuse per il malfunzionamento della Pubblica amministrazione e non si ergano da imputati a giudici.
Un caso inquietante emerge invece dal Tar di Roma. A fronte della legittima richiesta di una ricorrente di vedersi liquidato un indennizzo dovuto dal ministero della Salute a partire dal 2009, i togati capitolini hanno stabilito che in effetti il diritto al risarcimento non si poteva negare, ma senza gli interessi di mora. Invero, il codice del processo amministrativo (c.p.a.) stabilisce che il resistente (la Pa) non deve pagare somme di denaro quando "ciò sia manifestamente iniquo" o "non sussistono altre ragioni ostative".
Ebbene tali ragioni sono state individuate nelle oggettive condizioni economiche ("debitamente documentate") in cui versa il ministero, nonché "la notoria situazione di congiuntura che ha imposto severi tagli alla spesa pubblica onde evitare la paventata insolvenza degli enti pubblici". A leggere questo passo si rimane sbalorditi. Dimentichiamoci un momento la valutazione bizzarra che il Tar compie sui "severi tagli alla spesa" (ma che ne sa? Negli anni la spesa corrente non è mai diminuita), in ogni caso il principio è strabiliante: i pubblici amministratori non sanno tenere i conti in ordine e quindi è giusto che non paghino i debiti? Lo sgomento aumenta quando si capisce che questa linea di pensiero non è nuova poiché già altre decisioni del Tribunale amministrativo avevano sancito il principio nel 2014 e nel 2012.
Si tratta però di una discrezionalità intollerabile: in primis non possono essere giudici amministrativi a decidere quando esistono "oggettive condizioni economiche" che impediscono di pagare. Di oggettivo non c'è nulla in una valutazione siffatta. Inoltre, uno squilibrio tra lo Stato creditore che esige dal cittadino il dovuto ed uno debitore che se non ha il denaro non paga, non solo ferisce il senso di giustizia ma rischia di creare una catastrofe.
Chi comprerebbe più i titoli del debito pubblico italiano o degli enti locali se un domani, appellandosi all'art. 114 del c.p.a., la Regione X o il Comune Y potessero rifiutarsi di pagare gli interessi? Chi parteciperebbe agli appalti pubblici, correndo questi rischi rispetto ai propri compensi (speriamo che nessuno straniero legga questa sentenza)?
È probabile che l'interpretazione che i giudici amministrativi hanno dato della norma sia distorta e, appunto, "manifestamente iniqua". Se ci fossero dubbi intervenga subito il governo o il Parlamento a rimediare ad una simile stortura. E, ancora una volta, profonde scuse per come viene trattato il cittadino e il principio disuguaglianza di fronte alla legge non sarebbero sgradite.
di Marco Nessi
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2015
Non può essere considerato un comportamento in abuso di diritto il conferimento d'azienda in una newco seguita dalla cessione delle quote di quest'ultima, a condizione che l'operazione sia supportata da valide ragioni economiche. A ribadire questo principio è stata la Ctr Lombardia nella sentenza 390/1/2015 depositata il 10 febbraio 2015 (presidente Chindemi, relatore Fucci).
Il caso. Il contenzioso ha riguardato la ripresa a tassazione di un'operazione di conferimento di un ramo d'azienda effettuata a favore di una società veicolo di nuova costituzione (in inglese, newco), a cui ha fatto seguito la cessione delle quote di quest'ultima società a favore di una società terza interessata all'ingresso nel settore del fotovoltaico.
L'ufficio, richiamando l'ormai classico articolo 20 del Dpr 131/1986, ha accertato una maggiore imposta di registro (nonché ipotecarie e catastali) in misura proporzionale: secondo l'amministrazione finanziaria la complessiva operazione posta in essere avrebbe in realtà avuto la finalità di dissimulare la reale volontà delle parti di porre in essere una cessione d'azienda priva di valide ragioni economiche.
L'appello. Dopo un primo grado di giudizio favorevole alle società ricorrenti, l'ufficio ha proposto appello e ribadito la legittimità della propria pretesa impositiva. La Ctr, però, ha confermato le conclusioni dei giudici di primo grado. In particolare, i giudici d'appello hanno riconosciuto la piena legittimità dell'operazione dal punto di vista economico, dato che la stessa era stata attuata per raggiungere finalità realmente volute e meritevoli di tutela, certamente diverse dalla pura cessione d'azienda. Inoltre è stato ricordato che gli effetti giuridici ed economici che derivano dalla cessione di quote sono ben diversi da quelli prodotti dalla cessione d'azienda. Pertanto non è possibile confrontare queste due operazioni.
Infatti, l'acquisizione delle quote della newco ha permesso alla società acquirente di divenire di fatto socia dell'attività, con conseguente segregazione e limitazione del relativo rischio impresa (rischio che era effettivamente esistente, considerato che l'investimento ha consentito all'acquirente di investire in un campo particolare come quello del fotovoltaico).
Le argomentazioni. Inoltre, la Commissione regionale ha evidenziato che:
la costituzione della società veicolo era stata effettuata in un periodo non sospetto proprio allo scopo di segregare il rischio di impresa e favorire in questo modo l'ingresso di terzi nel settore fotovoltaico (infatti, queste società erano in grado di gestire al meglio sul piano economico il progetto imprenditoriale, potendo ottenere specifici finanziamenti destinati all'operatività nel settore);
le società veicolo erano state pienamente operative nel periodo successivo all'operazione (e non consolidate o incorporate in altre realtà);
l'ufficio non ha individuato uno strumento giuridico alternativo in grado di raggiungere gli stessi obiettivi economici prodotti dall'operazione contestata.
Sulla base degli elementi sopra illustrati, il collegio d'appello ha quindi respinto l'appello presentato dall'ufficio, non rinvenendo la tenuta di un comportamento volto a ottenere (in via prevalente o esclusiva) un indebito risparmio d'imposta da parte delle società accertate.
di Alessandra Gaietto
L'Arena di Verona, 27 aprile 2015
Il laboratorio ha già realizzato dei prodotti per Vinitaly e ora punta a espandere la sua attività con la riparazione di calzature.
Il lavoro come strumento di riscatto, di riscoperta della propria capacità di essere auto nomi ed utili, ed insieme come occasione per acquisire competenze, spendibili dopo la fine della detenzione. Parte da questi obiettivi uno dei progetti di lavoro per le detenute del carcere di Montorio, cui sta lavorando la Cooperativa Riscatto.
Si tratta di un laboratorio di pelletteria, per la produzione di oggetti curati, all'insegna di quel made in Italy che, unico, per la maestria della lavorazione e la cura artigianale, può fare concorrenza a produzioni industriali a basso costo.
L'idea nasce dall'incontro di un imprenditore affermato, Mario Gastaldin, noto come Cordovano, con il mondo del carcere. Cordovano per i veronesi è un nome noto: forte della sua dalla passione per il commercio della pelletteria di lusso, diventa dal 76 punto di riferimento per clienti raffinati. InvicolettoScala7 Cordovano decide di aprire il suo laboratorio, per dedicarsi esclusivamente alla produzione di pelletteria di lusso su misura. "Dovevo fare dei gadget per Vinitaly e cercavo una cooperativa per contenere la spesa. Un amico mi ha consigliato di rivolgermi al carcere. Detto, fatto", spiega Gastaldin.
"Nel reparto femminile di Montorio ho trovato una grande voglia di fare e di partecipare da parte di molte detenute; mi hanno colpito moltissimo. Diciamo che mi ha preso quella che chiamano "carcerite": l'emozione di vedere persone alla ricerca di un'occasione, per le quali il lavoro era un miraggio, mi ha fatto sentire che dovevo fare qualcosa. Ho visto tra l'altro che alcune detenute erano informate di pelletteria e ho deciso d'istinto: facciamo un laboratorio di pelletteria in carcere, puntando sul made in Italy, il lavoro di qualità. Che richiede dedizione e tempo. E i detenuti, di tempo, ne hanno molto. Ho visto che hanno anche la voglia di imparare, cioè la dedizione. E ho trovato ascolto e consenso nella direttrice, la dottoressa Maria Grazia Bregoli, che ha messo a disposizione un laboratorio di 60 metri quadri nella sezione femminile. E così è nata la cooperativa Riscatto, che ho fondato con due detenute. Molti mi hanno aiutato: il notaio Buoninconti ad esempio ha rinunciato al suo onorario per l'atto di costituzione della cooperativa. Un altro contributo importante è arrivato dal Banco Popolare".
Si tratta di Michele Massaro, meglio noto come "Gaio il Calzolaio", che ha il suo negozio in via Spolverini 10. Massaro, colpito dai progetti di lavoro in carcere, entrerà a far parte di Riscatto con un corso in cui insegnerà i segreti per essere buon calzolaio. "Credo che in tre mesi le detenute possano imparare molte tecniche, e che sia una buona occasione".
Cosa manca? Le ordinazioni. Gli ingredienti per il successo ci sono tutti. Riscatto ha già creato anche una sua linea (vedi su Facebook "Progetto Riscatto"), e a breve è attesa l'apertura in pieno centro, non lontano dal negozio di Cordovano, di una vetrina che esporrà i prodotti del brand, realizzata grazie al sostegno della Popolare. Non è detto che questo spazio non possa diventare anche il luogo in cui i veronesi consegneranno le loro scarpe per riaverle, sistemate a dovere nei laboratori del carcere, dopo 24 ore.
"Adesso noi ci rivolgiamo a tutti quei soggetti, come enti e aziende pubbliche, imprenditori e aziende private, società calcistiche che spesso hanno bisogno di ordinare gadget, anche pubblicitari, per diverse occasioni", spiega Gastaldin. "Non chiediamo contributi in denaro, ma l'occasione di farci lavorare. Siamo pronti a realizzare campioni e preventivi, sicuri che saranno convincenti". Anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, quando è venuto a Verona circa un mese fa per un convegno proprio sul mondo del carcere, ha ricevuto in omaggio una cartellina personalizzata realizzata da Riscatti.
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