www.cityrumors.it, 26 aprile 2015
L'Associazione Fontanelle 2000 di Fontanelle di Atri da sempre impegnata nella collaborazione con le strutture carcerarie prosegue questa attività attraverso "Sport Solidale", progetto che prevede la partecipazione di alcuni detenuti alle attività connesse allo svolgimento del 8° Trofeo Castellalto", manifestazione ciclistica di rilievo regionale riservato alle categorie giovani, da tenersi il 26.04.2015 a Castelnuovo di Castellalto organizzato dalla A.S.D. Ferrometal Cycling Team di Notaresco. Questa volta grazie al contributo ed all'impegno di Fiammetta Trisi, Direttore dell'Ufficio Detenuti e Trattamento del Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria - Pescara, saranno coinvolte le strutture carcerarie di Castrogno di Teramo, di Chieti e di Pescara con l'impiego di 4 detenuti per l'intera giornata della manifestazione da impiegare nelle attività di staff ed allestimento degli stands, di posa e recupero della segnaletica di gara, di supporto all'organizzazione anche nella fase di gestione degli spazi riservati agli atleti fino alle operazioni di pulizia e sgombero delle aree occupate.
L'attività, senza alcun costo per l'Amministrazione penitenziaria, ha lo scopo di voler sempre più integrare socialmente chi allo stato può ritenersi "isolato" dal contesto sociale come i detenuti, con l'obbiettivo di consolidare e rafforzare la rete costituita attraverso le precedenti esperienze che hanno rappresentato un momento di importante pratica della integrazione reale, in modo da seguire un percorso concreto nel recupero pieno alla società dei soggetti svantaggiati attraverso la presa di coscienza dell'essere parte attiva di quella stessa società dalla quale i detenuti stessi si sono autoesclusi.
Giornale di Trani, 26 aprile 2015
Mercoledì prossimo, 29 aprile, presso la Casa di reclusione maschile, in via Andria 300, avrà luogo la presentazione della Terza edizione di "Ripartiamo dalla pasta", progetto di riqualificazione sociale per i detenuti, attraverso un percorso formativo in cui si fonderanno cibo e letteratura con l'obiettivo di dare nuovi stimoli ed un rapporto consapevole con ambiente, natura, tradizioni e sociale a chi, dopo avere scontato la propria pena, cercherà di reinserirsi nella società.
Interverranno: Bruna Piarulli, direttore aggiunto del penitenziario; Elisabetta Pellegrini, responsabile Area trattamentale del penitenziario; Roberta Martino, dirigente medico Unità operativa assistenza penitenziaria Asl Bt; Rosa Musicco, direttore Ufficio regionale detenuti e trattamento; Giuseppe Mastropasqua, magistrato di sorveglianza; Marina Mastromauro, amministratore delegato Granoro; Salvatore Turturo, amministratore Factory del gusto; Angela Pisicchio, responsabile Presidio del libro di Corato; mons. Savino Giannotti, vicario diocesi di Trani.
di Adriano Prosperi
La Repubblica, 26 aprile 2015
Ai detenuti si chiede soprattutto una cosa: di non esistere. La "modesta proposta" di Luigi Manconi per abolire il sistema carcerario. Duecento cinquant'anni fa, mese più mese meno, usciva un libro che per la prima volta proponeva di abolire la pena di morte e dichiarava aperta la crisi di un paradigma plurimillenario: quello della pena legale come illimitata vendetta. Il successo di opinione fu vastissimo. E da allora cominciò un percorso che dura ancora, quello della progressiva affermazione di un principio: l'indisponibilità della vita umana nel sistema delle pene. Oggi un altro libro sceglie la data della Liberazione per ricordarci che la mancanza di libertà è mancanza di vita.
"Abolire il carcere" di Luigi Manconi (con Stefano Anastasia, Valentina Calderone e Federica Resta, postfazione di Gustavo Zagrebelsky) spiega come il diritto di uccidere, apparentemente sconfitto, abbia solo cambiato forma: sopravvive, più crudele, nell'altra forma della pena, quella che Beccaria, sbagliando, riteneva più dolce - il carcere. Il carcere oggi è agli antipodi del luogo di solitudine, penitenza e rigenerazione morale che fu nelle sue origini monastiche; e non reca più nessun tratto dell'utopia punitiva sognata dalla ragione illuministica.
È diventato un mondo parallelo, abitato da un'umanità a cui si chiede semplicemente di non esistere. Come ha scritto Ernst von Solomon, il carcerato non può concepire come fuori dalla sua cella "lo spazio possa avere estensione e il tempo movimento". E anche Vittorio Foa ammise di aver provato nel suo lunghissimo periodo carcerario un "progressivo svanire della volontà col decorso del tempo".
Il costo economico del sistema carcerario è altissimo e in crescita. In Italia, dove è rimasto quasi l'unica forma di punizione, lo si tiene in vita per corteggiare lo spirito forcaiolo di una popolazione che si ritiene civile e accogliente ma che a ogni delitto chiede che il colpevole sia recluso e che si gettino via le chiavi. Eppure, come dimostrano i dati spesso inediti e sconvolgenti riportati dagli autori, chi viene punito col carcere nella maggior parte dei casi tornerà al delitto mentre là dove si ricorre a pene diverse la recidiva crolla a percentuali minime.
E così raggiungiamo anche qui record negativi nel contesto europeo. L'affollamento carcerario è stato ridotto solo per l'intervento della Corte europea dei diritti dell'uomo. Capita così che quella che potrebbe sembrare una pura provocazione intellettuale risulti la più onesta e realistica soluzione.
Questa "ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini" non è sorella della "modesta proposta" di Jonathan Swift. In Italia non si mangiano bambini per risolvere il problema della carestia: però qui da noi bambini senza colpa vedono il sole a scacchi se nascono dalla madre sbagliata. E la buona coscienza dei cittadini non ne viene turbata: la doppia esclusione del carcere dalla città e del carcerato dalla vita reale, dal lavoro, dagli affetti rendono invisibile a tutti l'esistenza di quel mondo parallelo.
di Matteo Zuppi (Vescovo ausiliare di Roma)
Il Manifesto, 26 aprile 2015
Per garantire la vita dei migranti e il controllo saggio dei flussi l'unica soluzione sono i corridoi umanitari. L'altro giorno è venuto a parlarmi un uomo non più giovane, segnato da una tragedia personale (ha perso la figlia), che sente l'urgenza di fare delle cose, perché, (consapevolezza troppo poco diffusa) capisce che le occasioni non sono infinite e che il tempo è limitato. Aveva fretta perché non vuole tradire le attese affidate dai suoi padri e quelle indispensabili a chi viene dopo di noi.
Il dolore non l'ha chiuso, anzi, l'ha reso attento a quello degli altri e invece di lamentarsi, di essere vittimista o cercare a tutti i costi improbabili benesseri cerca con determinazione di aiutare gli altri. Il privato e il pubblico tornano in lui a coincidere. Abbiamo parlato del progetto che ha in mente per rendere migliore il mondo e di cui voleva sapere il mio parere. Quello che mi ha colpito principalmente, però, sono state le due condizioni che ha indicato come premessa.
Ci vuole, mi ha detto, "umiltà e visione". Mi è sembrato molto saggio. Non si realizza nulla senza l'umiltà di affrontare i problemi veri, in maniera seria, non con il narcisismo che si accontenta delle dichiarazioni. L'umiltà è lavoro, sacrificio, perché non accetta l'apparenza degli spot, delle soluzioni rapide ma finte che servono solo a prendere tempo, ingannandosi e ingannando con risposte mai risolutive, piene della droga delle intenzioni.
Umiltà significa mani sporche di lavoro, affronto dei problemi non addomesticandoli; è guardare negli occhi la realtà e non il nostro distorto immaginario. Quanto è vera l'affermazione di Papa Francesco che la realtà è superiore all'idea! Umiltà è toccare la carne, cioè l'umanità così com'è, non il virtuale che rende tutto uguale e soprattutto distante. Umiltà è passare dall'esistenza alla storia. Visione è vedere quello che ancora non c'è, per non restare prigionieri del cinismo, spettatori di un mondo che assiste oggi alla stessa scelta per cui alcuni erano sommersi e altro salvati. I profughi.
Senza visione ci sentiamo sempre troppo piccoli per fare qualcosa o troppo grandi o raffinati per sprecarci in scelte concrete. Così ci condanniamo a conservare il passato e questo, senza il futuro, si perde. Chi strilla il vergognoso e soprattutto irreale "prenditeli tu a casa tua", (che significa anche "io posso non occuparmene e non voglio occuparmene") è colpevole perché fa credere che possiamo non fare nulla.
Umiltà e visione. I morti annegati impongono di decidere. Ed è proprio questo che spaventa, perché siamo prigionieri dei calcoli, delle pigrizie, delle paure di un mondo che così è fuori dal mondo, che non vuole mai pagare il conto pensando tutto un diritto.
Non è affatto "buonista" chi richiede accoglienza per questi "uomini e donne come noi, - fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre, cercavano la felicità", come ha detto domenica scorsa Papa Francesco.
Chi pensa di dire la verità perché invita a chiudere la porta non è cattivo ma pensa di dire le cose vere: è solo ignorante e stupido, ingannatore, perché sa bene che il problema resta e diventa solo più invisibile, quindi più pericoloso!
Accoglienza e garanzie per tutti non sono affatto contraddittorie. Alzare muri, che sono inefficaci e aumentano solo le paure, non protegge affatto! Il problema è che dobbiamo fare funzionare il nostro sistema e forse sarà migliore davvero per tutti, anche per noi e per i nostri "sommersi"(e quanti sono!). E il sistema è malconcio certo non per colpa di emigranti che disperatamente chiedono futuro e aiutano noi a non smettere di cercarlo.
Come ha detto papa Francesco a Lampedusa ormai due anni fa: "La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l'illusione del futile, del provvisorio, che porta all'indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell'indifferenza".
A Strasburgo, parlando all'Europa, il papa ha detto: "Dobbiamo mettere assieme una cultura dei diritti umani che unisca la dimensione individuale, o, meglio, personale, a quella del bene comune, a quel "noi-tutti". È giunta l'ora di costruire insieme l'Europa che ruota non intorno all'economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l'Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l'idea di un'Europa impaurita e piegata su se stessa per suscitare e promuovere l'Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede.
L'Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l'Europa che guarda e difende e tutela l'uomo; l'Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutti". È troppo difficile un discorso così, laico, umile e di visione, per un'Europa che non si pensa in relazione e che quindi si abbandona ai rischi di vecchi e nuovi nazionalismi o di diventare un triste condominio di mondi chiusi?
Altrimenti diventiamo "passeggeri mimetizzati del vagone di coda, che ammirano i fuochi artificiali del mondo, che è di altri, con la bocca aperta e applausi programmati; un museo folkloristico di eremiti localisti, condannati a ripetere sempre le stesse cose, incapaci di lasciarsi interpellare da ciò che è diverso e di apprezzare la bellezza che Dio diffonde fuori dai loro confini".
L'emergenza dei profughi impone, con fretta, quest'umiltà e questa visione. Senza paure. I corridoi umanitari garantiscono la protezione della vita dei migranti e un controllo saggio dei flussi. Evitiamo di naufragare noi in un mare di insolente e stupido egoismo. Troveremo così la parte migliore e più vera dell'Europa e anche il suo futuro. Lo dobbiamo ai nostri padri e ai nostri figli. Lo dobbiamo ai tanti che sono morti per la nostra libertà, 70 anni fa e ci hanno affidato un umanesimo pagato col sangue. E a quei bambini che cercano come tutti i bambini futuro.
di Geraldina Colotti
Il Manifesto, 26 aprile 2015
Henrique Pizzolato deve scontare il carcere in Brasile: 12 anni e 7 mesi. Il Governo italiano, attraverso il ministro della Giustizia Andrea Orlando, ha detto sì all'estradizione del sindacalista italo-brasiliano, vicino all'ex presidente Lula da Silva. La decisione arriva dopo l'ok della Cassazione. Ora, lo stato brasiliano avrà un termine legale di 20 giorni, prorogabile per altri 20, per ottenere l'ex direttore marketing del Banco do Brasil. Pizzolato ha sempre negato ogni coinvolgimento nei fatti del "Mensalao", lo scandalo per tangenti ai politici che ha interessato anche l'entourage dell'allora presidente Lula, nel 2005.
Un processo-farsa, secondo i legali di Pizzolato, definito un capro espiatorio in una vicenda giudiziaria dalle forti implicazioni politiche. "È terribile per un innocente accusato di fatti che non ha commesso sapere che il giudice che ha condotto il processo ha nascosto le prove in suo favore in un fascicolo parallelo dicendo che altrimenti il processo non avrebbe mai avuto fine". Così dice Andrea Haas, la moglie di Pizzolato, che lo ha seguito in Italia, dove si era rifugiato.
Dopo il ribaltamento di una prima sentenza, che aveva negato l'estradizione, Pizzolato è andato in carcere a Modena, dove ora si trova, nel febbraio del 2014. Un caso che evidenzia l'uso politico della magistratura da parte delle destre, deflagrato poi con il grande scandalo per corruzione che interessa la petrolifera di stato Petrobras. E che vuole far cadere l'attuale presidente, Dilma Rousseff.
Appena appresa la notizia, ha esultato infatti la deputata italo-brasiliana Renata Bueno (Usei): "Il ministro Orlando sarà visto come un eroe da molti brasiliani - ha dichiarato - non dev'essere stato facile fuggire alla tentazione di ripagare con la stessa moneta un errore imperdonabile commesso dal Brasile nel negare l'estradizione al pluriomicida Cesare Battisti".
E sono in molti, nel governo italiano e in Brasile a volere la testa di Battisti, ex militante delle formazioni armate di sinistra degli anni 70, fuggito in Brasile e accolto come rifugiato da Lula. Questi due link (http://www.lindro.it/0-politica/2015-03-25/172195-caso-battisti-solo-una-questione-di-tempo http://correiodobrasil.com.br/destaque-do-dia/battisti-ia-ser-expulso-na-marra/756353/) raccontano le illegalità compiute ai suoi danni anche di recente.
Intanto, sembrano ormai cadere nel vuoto i numerosi appelli e le lettere indirizzate al ministro della Giustizia italiana da molti sindacalisti, movimenti sociali ed ecclesiastici che sostengono la causa di Pizzolato. Hanno scritto a Orlando anche 21 senatori Pd, tra cui il Senatore Luigi Manconi, Presidente della Commissione Diritti umani del Senato. E per il sindacalista in attesa di estradizione è stato creato anche un blog,
Agi, 26 aprile 2015
Due trafficanti di droga australiani e una filippina, ritenuta un "corrierE", hanno ricevuto la comunicazione ufficiale dal governo indonesiano che saranno giustiziati a breve. Il caso, che ha avvelenato i rapporti diplomatici tra Giacarta da una parte e Canberra e Manila dall'altro, arriva dopo una lunga battaglia legale che ha visto impegnati in prima fila gli stessi governi.
Non è chiara ancora la data della sentenza capitale. I tre sono Myuran Sukumaran e Andrew Chan, ritenuti i capi di una banda di trafficanti di eroina, e Mary Jane Veloso, una domestica madre di due bambini, che si è sempre difesa dicendo di aver trasportato il pacco di droga a sua insaputa. Nelle carceri indonesiane ci sono altri 6 stranieri detenuti per droga e in attesa della sentenza capitale, un francese, un brasiliano e quattro africani: anch'essi attendono il plotone di esecuzione, ma non c'è stata ancora alcuna decisione ufficiale sulla loro sorte.
Tutti hanno perso la loro battaglia nei tribunali e hanno anche vista respinta la loro richiesta di grazia al presidente indonesiano, Joko Widodo. Giacarta deve dare ai condannati 72 ore di preavviso prima di un'esecuzione. E a titolo di cortesia diplomatica, i funzionari consolati filippini e australiani sono già stati convocati a Cilacap, una città portuale da cui si accede all'isola di Nusakambangan, l'Alcatraz indonesiana, dove c'è il carcere di massima sicurezza in cui vengono eseguite le sentenze capitali. Nelle ultime ore, si sono comunque moltiplicate le richieste di clemenza.
Lo stesso capo dell'Eliseo, Francois Hollande, ha avvertito che se il detenuto francese, Serge Atlaoui, sarà giustiziato ci saranno "conseguenze diplomatiche".
"Come minimo - ha preannunciato - richiameremo il nostro ambasciatore a Giacarta". A febbraio, la presidente del Brasile, Dilma Rousseff, non ha voluto accettare le credenziali del nuovo ambasciatore indonesiano proprio a causa della ventilata esecuzione del brasiliano, Marco Archer. La legislazione antidroga indonesiana è una delle più severe al mondo e il presidente Widodo, che ha fatto della lotta alla droga una battaglia personale, ritiene che l'emergenza è tale da richiedere la pena capitale per i condannati.
Aki, 26 aprile 2015
Un ex procuratore turco, Gultekin Avci, rischia una condanna all'ergastolo per aver rilanciato su Twitter informazioni concernenti le accuse di corruzione formulate nei confronti del presidente Recep Tayyip Erdogan e di suo figlio. A dare la notizia è lo stesso Avci sempre su Twitter, dove dice che le accuse formulate nei suoi confronti sono quelle di aver "creato un'organizzazione terroristica" e di aver "tentato di deporre il governo". Quello di Avic è solo l'ultimo caso di una serie di persone che sono state perseguite in Turchia per "insulti" a Erdogan da quando è stato eletto presidente lo scorso agosto. Tra questi figurano giornalisti, giovani, un cantante e anche un'ex Miss Turchia. La maggior parte dei sospetti sono stati rilasciati in attesa del processo, mentre i vignettisti Bahadir Baruter e Ozer Aydogan sono stati condannati a 11 mesi di carcere con l'accusa di aver "nascosto un insulto" a Erdogan sulla copertina del settimanale satirico Penguen.
Nova, 26 aprile 2015
Il premier romeno, Victor Ponta, sostiene di non avere alcuna informazione concreta sull'esistenza di centri di detenzione della Cia sul territorio del paese balcanico. "Negli ultimi tre anni, ovvero da quando sono diventato primo ministro, non ho mai ricevuto alcun tipo di informazioni sull'esistenza di queste prigioni. Se ci siano state o meno prima non lo so, dato che non ricoprivo posizioni di rilievo nelle istituzioni statali e posso parlare solo di quello che so per certo", ha detto Ponta. Le parole del capo del governo romeno si riferiscono all'intervista rilasciata nei giorni scorsi al principale settimanale tedesco "Der Spiegel" dall'ex presidente della Repubblica, Ion Iliescu.
L'ex capo dello stato ha dichiarato di aver consentito nel 2002-03 la creazione di un centro di detenzione della Cia in Romania. Tuttavia, Iliescu ha riferito di non essere inizialmente a conoscenza del fatto che si sarebbe trattato di un'unità di detenzione, quanto più di un centro di comando dislocato sul territorio di un paese amico. I dettagli dell'accordo erano stati stabiliti da Ioan Talpes, che all'epoca era capo di gabinetto del presidente romeno e direttore del Dipartimento di sicurezza nazionale della presidenza.
Il nome di Talpes, che era stato direttore del Servizio d'intelligence estero romeno (Sie) dal 1992 al 1997, è tornato alla ribalta lo scorso dicembre quando aveva dichiarato che la Cia gestiva "una o due" carceri in Romania. Le parole di Talpes si riferivano a uno scottante rapporto di 6.700 pagine (di cui solo poco più di 500 sono state rese pubbliche) pubblicato nel 2014 dalla commissione intelligence del Senato statunitense. Nel documento si accusava la Cia di aver compiuto delle torture su alcuni detenuti, atti illeciti che peraltro si sarebbero rivelati "inutili". Secondo il documento la Cia avrebbe gestito dei centri di detenzione in Romania, e non solo (in Europa spiccano i nomi di Lituania e Polonia) dove venivano reclusi sospetti terroristi di al Qaeda.
"Nel nostro paese c'è stato almeno un centro di transito per i detenuti sospettati di terrorismo, ma potrebbero essere stati anche due", aveva detto Talpes il quale aveva confermato che "le carceri venivano gestite esclusivamente dalla Cia" e che le autorità romene intendevano "soltanto offrire collaborazione per poter ottenere l'adesione alla Nato". "Non siamo mai stati al corrente delle attività svolte all'interno del centro di detenzione", aveva aggiunto Talpes. Subito dopo le dichiarazioni dell'ex esponente dell'intelligence romena, Iliescu aveva assicurato di "non sapere nulla su quanto rivelato da Senato Usa", una versione dei fatti smentita a qualche mese di distanza dallo stesso ex presidente.
L'ultimo rapporto di Amnesty International, pubblicato lo scorso febbraio, aveva segnalato particolari problemi nel rispetto dei diritti umani in Romania. Un'intera parte del rapporto sul paese balcanico si concentra sulla questione delle "carceri segrete". Amnesty citava le parole di Talpes e riportava le dichiarazioni, risalenti al 2012, di Abd al Rahim al Nashiri, un saudita che si trova attualmente in carcere a Guantánamo. Al Nashiri ha presentato una denuncia contro la Romania alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo di essere stato detenuto in segreto a Bucarest tra il 2004 e il 2006. Il 24 luglio scorso la Polonia è stata condannata proprio dal tribunale di Strasburgo a risarcire due persone che avevano accusato Varsavia di aver subito delle torture in prigione della Cia dislocata nel paese est europeo.
di Aldo Cazzullo
Corriere della Sera, 25 aprile 2015
E' un 25 Aprile meno polemico e più sentito rispetto agli ultimi anni, questo che coincide con il settantesimo anniversario della liberazione. Come se le tragedie del Mediterraneo, la morte di Giovanni Lo Porto, e in generale i primi segnali di ricostruzione dopo una crisi devastante avessero contribuito a creare un minimo di condivisione non tanto tra i partiti, quanto nella vita pubblica.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 25 aprile 2015
Oltre che le persone, in Italia spariscono anche le norme. È ciò che è accaduto all'art. 416 non bis del Codice penale, regoletta mai ufficialmente abrogata, ma sempre meno applicata. L'art. 416 del codice penale prevedeva il reato di associazione a delinquere semplice, vale a dire non connotata dai requisiti essenziali che, individuati poi dal successivo art. 416 bis, l'avrebbero fatta tracimare in associazione a delinquere di stampo mafioso.
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