di Livia Pomodoro (Magistrato)
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2015
Oggi è una giornata davvero triste: le immagini che scorrono in televisione quelle delle famose dirette televisive oggi dal Palazzo di Giustizia di Milano per chi come me da quelle stanze vi è appena uscita dopo 50 anni di servizio sono estremamente dolorose e riaprono ferite mai chiuse.
Per chi come me ha vissuto tante altre situazioni di violenza, ferocia, odio ed ha visto cadere accanto a se tanti valorosi colleghi che, tutti, hanno creduto in un ideale di giustizia ed armonia sociale è un momento particolarmente drammatico.
Conoscevo il giudice Ciampi da lungo tempo non le altre vittime, ma sento che il loro destino di morte non può essere in questo momento disgiunto né avere valore diverso se non quello del comune rimpianto per queste vite spezzate.
Il Palazzo di Giustizia di Milano uno dei più grandi d'Italia è oggi organizzato come una grande casa di vetro in vista del grande evento Expo e tutto ciò è stato immaginato e realizzato soprattutto perché ai cittadini fosse fornita l'opportunità di avere un trasparente luogo di risoluzione pacifica dei conflitti: ciò che è accaduto è un grandissimo vulnus.
Questa violazione non è solo quella relativa ad un luogo per eccellenza deputato appunto all'amministrazione della giustizia, ma è anche e soprattutto, al di là di ogni questione relativa alla sicurezza del luogo di lavoro, è un'offesa grave all'ordinato svolgimento della vita civile.
Il clima di insofferenza di faziosità, di violenza e talora di odio che sembra essere il luogo comune di questo momento storico del nostro paese produce, inevitabilmente, effetti terribili come quelli di cui oggi siamo stati spettatori. Credo che su questo sarà necessario riflettere nelle prossime ore e nei prossimi giorni perché oltre alle ovvie considerazioni sulle esasperazioni di una difficile contingenza economica, alle ovvie considerazioni sugli steccati sempre più alti di incomprensione tra coloro che gestiscono la cosa pubblica e i cittadini, oltre al dolore della perdita di vite umane che in un giorno qualsiasi si trovavano in Tribunale per il normale disbrigo delle proprie vicende giudiziarie o per fare solo il proprio dovere di funzionari dello Stato, perché oltre a tutto ciò si ritrovino le ragioni di una buona convivenza che consenta ai cittadini di sapere che i conflitti, anche quelli più aspri, non si risolvono con le armi né con l'eliminazione violenta degli avversari, ma con l'applicazione delle leggi riconosciute da tutti da parte di chi è chiamato a svolgere con onestà, correttezza e responsabilità la difficile arte del giudicare. Che ci sia di insegnamento ciò che oggi ci ha prodotto un così grande dolore non solo perché non si ripeta ma perché si ritrovino davvero i valori che uniscono e che comunque fanno sentire i magistrati, i funzionari, tutti quelli che operano all'interno dell'ordine giudiziario orgogliosi e fieri del loro mestiere così riconosciuto da tutti.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 10 aprile 2015
Sono stati uccisi, nell'ordine, un avvocato, un coimputato del reato di bancarotta ed un magistrato. Quale deve essere la chiave di lettura? Quella cronologica, per la quale occorre concentrarsi innanzitutto sulla prima vittima? Quella corporativa, per la quale ogni categoria piange il suo rappresentante assassinato? Quella della rilevanza sociale, che apre la questione di quale categoria sia più rilevante?
O bisogna limitarsi a dire che si è trattato del l'ennesima tragedia della follia? Innanzitutto occorre, credo, guardarsi dal pericolo della strumentalizzazione. Tutte e tre le categorie coinvolte potrebbero farlo. Ed aggiungerebbero tragedia alla tragedia. L'immagine sarebbe quella delle iene, per le quali la morte è un banchetto.
Ma neppure ci si può limitare a ridurre quanto accaduto ad una esplosione di tragica follia. Il tema della giustizia evoca, oggi, in Italia reazioni violente. Ed è una situazione che si trascina, ormai, da oltre vent'anni. Mani pulite è stata una rivoluzione, alla quale non è seguita alcuna pacificazione nazionale. La questione, oggi, non è più se Mani Pulite sia stata un evento positivo o negativo. Quella stagione c'è stata: è un fatto. La questione è un'altra. La spaccatura del Paese che ha segnato quella stagione non si è ricomposta. Anzi, sotto certi aspetti, si è addirittura accentuata, rendendo il contrasto ancora più velenoso e violento.
Questa atmosfera diventa necessariamente una chiave di lettura di quanto accaduto. La violenza dialettica sui temi della giustizia, con le reciproche delegittimazione che ne derivano, finisce con l'essere un ingrediente esplosivo, non solo per le manifestazioni di follia che può favorire. Ne resta corrosa la stessa tenuta del vincolo sociale. I cattivi vanno puniti, i corrotti vanno messi in galera, gli evasori vanno debellati. Ma se si perde il senso della misura, se si perde il sentimento di un necessario equilibrio tra esigenze punitive e rispetto dei diritti individuali, si finisce con il mettere in pericolo le ragioni stesse dello stare insieme in uno stato, in uno stato di diritto.
Peggio ancora se sul tema della giustizia aleggia l'ombra della strumentalizzazione: se, cioè, si percepisce che al fondo vi è una mera lotta di potere. Il giustizialismo e il garantismo alla carta hanno un ruolo esiziale, in quanto finiscono per confermare che è tutto non solo relativo ed opinabile, ma soprattutto strumentalizzabile. A quel punto ognuno ha diritto di sentirsi vittima degli altrui soprusi e degli altrui imbrogli. La tragedia di Milano deve, perciò, indurre a fermarci a riflettere, a cercare una pacificazione nazionale, a riportare le questioni della giustizia in una dimensione appropriata, che le sottragga alle drammatizzazioni da cui sono troppo spesso segnate.
di Luca Fazio
Il Manifesto, 10 aprile 2015
Strage a Milano. Il presidente del Consiglio ha gioco facile a chiedere chiarezza sulla sparatoria a Palazzo di Giustizia che è costata la vita a tre persone. Il suo governo presto riferirà in aula, mentre il ministro della Giustizia Orlando incontrerà tutti i procuratori generali presso le corti d'appello. Intanto infuriamo le polemiche sulla sicurezza nei tribunali italiani
Ci sono tre morti uccisi in uno dei luoghi simbolo anche della politica italiana. Al netto delle prevedibili speculazioni politiche, è evidente che anche il governo oggi finisca un po' sotto botta. Il sistema di sicurezza all'interno del Tribunale di Milano non ha funzionato. Questo è chiaro a tutti. A chi cerca di presentare il conto al governo, e al governo stesso che se da una parte non può far a meno puntare il dito contro le "falle evidenti" dall'altra difficilmente verrà messo in difficoltà per questa vicenda.
Il presidente del Consiglio Matteo Renzi è il primo ad avere gioco facile nel chiedere chiarezza. Il suo governo, ovviamente, riferirà. Parlando a Palazzo Chigi, prima ha sottolineato il presunto "atto di eroismo" dei carabinieri che "hanno disarmato il killer che aveva ancora dei caricatori e poteva fare ancora del male". Poi ha ammesso che qualcosa non ha funzionato, ritagliandosi la parte di quello che vuole vederci chiaro, anche se la dinamica della sparatoria dice che ci sono ben poche cose da chiarire: "Oggi è successa una cosa gravissima e incomprensibile. I sistemi di sicurezza del nostro paese poggiano su donne e uomini capaci al limite dell'eroismo, ma il controllo non può permettersi di avere buchi e falle come quelli che ci sono stati nel tribunale di Milano. Bisogna accertare chi, come e perché ha sbagliato. Qualcosa non ha funzionato, chi ha sbagliato pagherà".
Il presidente del Consiglio ha ringraziato anche il ministro degli Interni Angelino Alfano, anche se la cattura di Claudio Giardiello non sembra essere stata molto complicata. Anche Alfano ha promesso risposte quasi immediate, e così sarà, non essendo l'indagine particolarmente complessa: "Occorre fare chiarezza immediatamente e vogliamo che sia fatta subito, su quello che non ha funzionato nel dettaglio, su chi è il responsabile dell'ingresso di un'arma in un palazzo di giustizia". Il ministro si è anche felicitato per "un'azione di grande sintonia fra poteri e ordini dello stato, un esempio". Il riferimento è ad una riunione improvvisata appena dopo la sparatoria tra lui, il procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati e il ministro della Giustizia Orlando.
Anche Orlando, che insieme ad Alfano, ha incontrato i parenti delle vittime, ha parlato di gravi errori nel sistema di sicurezza. "Le indagini che abbiamo chiesto di operare con la massima rapidità - ha precisato - ci daranno informazioni per ricostruire le responsabilità di questa vicenda e per una riflessione più generale". Per questo il ministro ha convocato una riunione (si terrà tra una decina di giorni) per incontrare tutti i procuratori generali presso le corti d'appello. Sono loro i responsabili anche per quanto riguarda i provvedimenti che vanno presi per tutelare la sicurezza all'interno dei palazzi di giustizia. È probabile che mai come questa volta i magistrati ne approfitteranno per sottolineate le condizioni di lavoro delle persone che passano le giornate nei tribunali. Pessime, dicono oggi.
di Aldo Fabozzi
Il Manifesto, 10 aprile 2015
I magistrati: noi messi all'indice come con la responsabilità civile. La tentazione dello sciopero. L'ex giudice Colombo: è il risultato della sottovalutazione della categoria. Mattarella: va respinta ogni forma di discredito.
Nella locandina della serie tv del momento - 1992 - l'ingresso del palazzo di giustizia di Milano si intravede in cima alla famosa scalinata e fa da sfondo evocativo per gli attori che interpretano Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo, magistrati nell'epoca in cui i magistrati erano eroi. Non c'erano metal detector allora, e se qualcuno entrava con cattive intenzioni era perché voleva abbracciare Di Pietro. Quasi un quarto di secolo dopo il palazzo di giustizia ha visto di tutto, anche l'attuale ministro dell'interno Alfano, quello che dovrebbe garantire la sicurezza, capeggiare in quelle stanze una chiassosa rivolta di parlamentari berlusconiani. E adesso si spara: 13 colpi di pistola indirizzati verso cinque persone. Due feriti gravi, tre morti, uno di questi era un giudice.
È un tempo in cui l'umore dei magistrati italiani non potrebbe essere più basso, e a dargli voce, per primo, è proprio Colombo, quello vero, ormai il più lontano da Mani pulite tanto da essere consigliere d'amministrazione Rai. Lo raggiunge una televisione concorrente, Sky, la stessa della serie 1992. E lui: "Certamente questa continua sottovalutazione del ruolo, di svalutazione dei magistrati, contribuisce a creare un clima". Dopo un po' nelle mailing list delle toghe si comincia a parlare di sciopero.
Interviene l'Associazione nazionale magistrati. Oggi un minuto di silenzio in tutte le aule di giustizia, domani assemblea con i vertici a Milano. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella convoca, da presidente, una riunione straordinaria del Csm. Che dura pochissimo. Il tempo per il vicepresidente Legnini (Pd) di lamentare la "poca attenzione all'enorme lavoro quotidiano che i magistrati svolgono in condizioni difficili" e per Mattarella di dire con chiarezza che "va respinta ogni forma di discredito nei confronti dei magistrati". Il presidente poi raccomanda di reagire rispettando "le garanzie costituzionali e dei diritti dell'uomo" e infine poche parole arrivano dai rappresentanti della magistratura milanese. Che oggi nel Csm sono solo due e nessuno è una "toga rossa". Dalla destra di Magistratura indipendente viene il giudice Claudio Galoppi, dalla corrente moderata di Unicost il presidente di sezione di corte d'appello Rosario Spina.
Si indigna il vicepresidente del senato, il leghista Castelli, perché registra un cordoglio a senso unico per i magistrati, ma se la categoria ha reagito con più allarme è proprio perché si sente nel mirino da mesi. Della politica, non certo dei revolver, eppure la segretaria di Magistratura democratica Anna Canepa è lì che va a parare: "Il nostro non è un lavoro come un altro. Devi comporre contrasti e così diventi nemico di chi ritiene di aver avuto torto ingiustamente. È proprio quello che abbiamo tentato di spiegare quando c'è stata la riforma della responsabilità civile". A fatica il vertice dell'Associazione nazionale magistrati aveva frenato le richieste di sciopero nei giorni in cui fu approvata la riforma, in base alla quale non c'è più alcun filtro per il condannato che intende citare in giudizio per danni il suo giudice. Se ne riparlerà tra due domeniche, il 19 aprile, nell'assemblea per la quale Magistratura indipendente ha raccolto le firme, e si riparlerà di sciopero. Magari anche di cosa sono diventati i tribunali italiani negli anni della crisi.
"I magistrati sono rimasti gli unici a dover dare risposte a tutte quelle istanze e aspettative spesso frustrate dalle altre istituzioni", ragiona il segretario dell'Anm di Roma Eugenio Albamonte, della coalizione di sinistra Area. E mette all'indice anche le campagne di denigrazione della magistratura: "Nessuno oggi accetta più le decisioni giudiziarie, che sono per definizione ingiuste. Soprattutto quando danno torto". Il segretario generale dell'Anm Maurizio Carbone aggiunge: "Nei periodi di crisi amministrare la giustizia è ancora più importante; si creano all'interno dei palazzi di giustizia delle tensioni che richiedono maggiore attenzione alla sicurezza"
di Valerio Raspelli
Il Manifesto, 10 aprile 2015
Per poche centinaia di euro mensili, lavorano da cinque anni per lo Stato, tenendo letteralmente in piedi decine di uffici giudiziari e tribunali, in cronica carenza di organico: 9mila posti con punte del 30 per cento in alcuni grandi uffici. Ma dal primo maggio molti di 2.650 tirocinanti di giustizia resteranno a casa, causa fine finanziamento della legge di stabilità per quest'anno.
Per evitare i licenziamenti e - al contrario - contrattualizzare in maniera corretta tutti i tirocinanti di giustizia, la Cgil ha lanciato una mobilitazione. Cgil e Fp Cgil hanno proclamato diverse iniziative di lotta: il 17 aprile ci saranno manifestazioni territoriali in più città (Milano, Bologna, Reggio Calabria, Napoli, Cagliari) per poi arrivare, martedì 28 aprile, ad una manifestazione nazionale a Roma.
La possibilità di utilizzare questi lavoratori è stata inserita nella parte del decreto 90 del 2014 che istituisce l'Ufficio per il processo, e la Cgil, anche in virtù di questo provvedimento, ha chiesto e previsto un percorso virtuoso che trasformi i tirocini in contratti per questa platea, nel rispetto delle norme del pubblico impiego e dicendo basta alla prosecuzione del tirocinio formativo, che ormai nasconde una vera e propria forma di lavoro nero. La copertura economica, trattandosi di contratti a termine, potrebbe essere data dal Fondo Unico Giustizia (Fug).
Nonostante la citata norma del Dl 90 e i segnali di disponibilità dati in più occasioni, non sembrano esserci aperture da parte del ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governo paventa solo l'utilizzo di una parte di questi lavoratori, (magari quelli con titolo di studio superiore e giovane età, con evidente discriminazione dei più svantaggiati) e sempre con la forma del tirocinio. Si tratta di una chiusura incomprensibile da parte dell'esecutivo, di un atteggiamento che ci porta a dare il via ad un nuovo percorso di mobilitazione.
Partiti nel 2010, i tirocini erano frutto di convenzioni stipulate dalle amministrazioni giudiziarie con Province e Regioni: sono stati attivati prima nel Lazio e poi in quasi tutte le altre regioni lungo lo stivale.
"Abbiamo elementi per dire che svolgono funzioni che servono al sistema giustizia, sono inseriti nell'organizzazione del lavoro", ha detto in una conferenza stampa il segretario della Fp Salvatore Chiaramonte. I tirocinanti sono stati di fatto inseriti nel ciclo lavorativo e hanno affiancato a tutti gli effetti il personale interno, come più volte riconosciuto dai presidenti dei Tribunali, dai procuratori e dal primo presidente della Corte di Cassazione. A provarlo è la documentazione che attesta la loro partecipazione alle attività lavorative - dai moduli di richiesta ferie, negate ed autorizzate, alle firme sullo scarico dei documenti, sul ritiro della corrispondenza e sui transiti negli archivi - e la presenza negli sportelli aperti al pubblico.
"Lo Stato - ha sottolineato il segretario confederale Cgil Gianna Fracassi - ha investito negli ultimi cinque anni risorse per formarli, presumibilmente in vista di un inserimento stabile, ma non dà loro nessuna prospettiva dal primo maggio. Da parte del governo non c'è nessuna assunzione di responsabilità, anzi denunciamo una certa indifferenza rispetto alla loro sorte, vengono messi in secondo piano rispetto ai lavoratori interni al ministero e a quello delle Province".
A questo proposito il segretario generale della Cgil Susanna Camusso ha sottolineato che "si è scelto di contrapporre tanti soggetti", "una guerra tra poveri esercitata in nome della mancanza di risorse, ma le risorse rispetto alle quali fare delle scelte ci sono".
La Cgil e la Fp Cgil chiedono che "si ragioni su una collocazione contrattuale, che venga riconosciuto ai tirocinanti lo status di lavoratori a tutti gli effetti", il costo del tirocinio è stato di circa "240 euro a persona al mese, e noi - ha spiegato Fracassi - abbiamo chiesto che venga utilizzato il Fug, il fondo unico per la giustizia, per risolvere il problema nell'immediato. Non rispondano che non è possibile perché in passato deroghe sull'utilizzo vi sono state".
di Antonio Mattone
www.merqurioblog.it, 10 aprile 2015
Se è vero che da oggi viene messa la parola fine agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, è altrettanto vero che nel nostro ordinamento giuridico resta la norma per cui un individuo può essere sottoposto a misure di sicurezza. Infatti l'articolo 25 al comma 3 della Costituzione italiana recita che "nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge". Quindi è ancora possibile che degli individui possano essere messi in prigione pur non essendoci una sentenza o un reato a cui debbano rispondere. Il problema sarà dove collocare le persone per cui scatterà questa norma. Ma c'è di più. Resta in vigore il concetto di "pericolosità sociale" che ha fatto il suo ingresso nell'ordinamento giuridico italiano con il Codice Penale Rocco del 1930. Una norma retaggio del periodo fascista che è stata ancora eliminata e che si basa sulla premessa che il reato dovesse essere considerato un fenomeno naturale determinato da fattori criminogenici e non da una scelta individuale.
La pericolosità di un individuo può dipendere da un fattore psichiatrico e per questo caso era previsto il ricovero in Opg o da un motivo di carattere sociale con l'internamento in Case di Lavoro. Se il lungo iter cominciato con il Dpcm del 1 aprile 2008 ha portato oggi alla chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, restano invece aperte le Case lavoro. Qui vengono rinchiusi per lo più tossicodipendenti storici, persone con problemi di salute mentale non particolarmente gravi, e possiamo trovare anche malati di Aids.
Individui isolati socialmente con famiglie sfasciate o che non si vogliono prendere cura di loro. Sono persone che hanno commesso ripetutamente reati, non necessariamente gravi e che per questo sono entrati e usciti più volte dalle galere, che possono arrivare al reinserimento sociale solo attraverso il lavoro. Ma nella realtà lavoro non ce n'è. Così sono costrette a restare in carcere senza avere la possibilità di riscattarsi. Queste detenzione sono state definite "ergastoli bianchi", perché senza occupazione lavorativa e attività trattamentali, gli internati possono restare in carcere senza una data di uscita prevista e con una grande incertezza sul proprio futuro. Nelle Case di lavoro italiane sono reclusi circa 300 internati, un numero tutto sommato abbastanza esiguo, ma restano aperte alcune domande: come mai ben un terzo di essi è residente in Campania? Non è auspicabile l'istituzione di una commissione parlamentare come quella che ha contribuito a mettere fine agli Opg? Perché questi internati sono dislocati per lo più in carceri lontane dal territorio di origine? Non è una palese forma di diseguaglianza il trattamento riservato agli internati che hanno un problema psichiatrico da quelli con patologie sociali?
Questo regime di semireclusione andrebbe sostituito con altre forme di reinserimento, come comunità di accoglienza dedicate, misure di sicurezza applicate nella libertà vigilata eseguite nei territori di residenza solo per fare qualche esempio.
Resta un'ultima domanda: avrà la politica il coraggio di mettere fine a questa sorta di segregazione?
di Pietro Mancini
Il Garantista, 10 aprile 2015
Dopo la condanna dell'Italia per "tortura", il premier, Matteo Renzi, e il ministro dell'Interno, don Angelino Alfano, dovrebbero, subito, comunicare al presidente di Finmeccanica, Gianni De Gennaro, che il governo ha deciso di porre fine alla sua lunghissima carriera di "grand commis" dello Stato. Che è macchiata dalla pagina nera del "G8" a Genova, 14 anni fa, quando era ministro dell'Interno l'eterno inconsapevole di tutto, e inadeguato, il forzista Claudio Scajola, detto "Sciaboletta", con le brutali percosse alla scuola genovese "A. Diaz", nel 2001.
Quale migliore occasione, per un giovane Capo del governo progressista, per prendere le distanze, con nettezza e chiarezza, da un caso emblematico di tradimento dello Stato, della Costituzione e delle leggi, cacciando, subito, e non promuovendo, quanti, in quelle vergognose giornate di Genova, occupavano posti di comando e responsabilità?
Il silenzio del governo sull'allora capo della Polizia, ancora inamovibile dalla presidenza di Finmeccanica - il gruppo italiano pubblico più esposto ai giudizi internazionali, insieme all'Eni -ha trasmesso, sinora, questo messaggio, non positivo, alle forze dell'ordine: quando gli agenti e i carabinieri commettono reati gravi, vengono stangati gli uomini e le donne di medio e basso livello. I capi sono, e restano, intoccabili, anche chi comandava i sottoposti, i quali hanno abusato dei loro poteri, trasformandosi in torturatori di cittadini italiani e stranieri. Quale altro governo di uno Stato democratico, quale grande azienda lascerebbe al suo vertice un dirigente, che ha scritto una pagina così vergognosa, da procurare al nostro Paese la più infamante delle censure?
Lo scrittore Roberto Saviano, che ha invocato le dimissioni spontanee di De Gennaro, si illude. Ignora che l'ex capo della Dia, figlio della stagione del giustizialismo, gestì la fase oscura degli assassini "pentiti", utilizzati in delicati processi, quelli ad Andreotti, Mannino, Mancini e Contrada, ed è a conoscenza di segreti molto delicati. E poi don Gianni era un attento lettore di Indro Montanelli, che ammoniva: "Le dimissioni? State attenti a minacciarle : talvolta, potrebbero essere accolte!".
Un altro aspetto ha influito non poco nel giudizio, con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per le torture, affibbiate ai manifestanti all'interno della scuola "A. Diaz" del capoluogo ligure. Quello dell'impunità totale per i funzionari, seppure condannati dai tribunali: Calderozzi a Finmeccanica con De Gennaro, Gava a Unicredit, Ferri alla sicurezza del Milan. Addirittura potrebbero tornare a indossare la divisa due funzionari, in servizio a Genova. Uno di loro è quel Pietro Troiani, che diede ordine al suo autista di trasferire dal blindato al cortile della scuola "A. Diaz" il sacchetto con le molotov, poi addebitate ai manifestanti. L'aver beneficato dell'affidamento ai servizi sociali per i pochi mesi non coperti dall'indulto, gli consentirà, infatti, la cancellazione della sospensione.
di Giorgio Malavasi
Gente Veneta, 10 aprile 2015
L'ergastolo? Non serve a recuperare chi ha sbagliato e non serve a dare soddisfazione a chi ha subito un reato. I circa venti cappellani penitenziari del Triveneto spingono sull'acceleratore e, riprendendo con forza l'intervento scritto da papa Francesco all'Associazione internazionale di Diritto penale, dicono che è tempo di ripensare radicalmente all'istituto dell'ergastolo che, come dice il Pontefice, "è una pena di morte nascosta". E che c'è un'alternativa più efficiente e giusta.
I cappellani penitenziari hanno espresso questa tesi incontrandosi, nei giorni scorsi, a Venezia, per uno dei convegni che, periodicamente, li vedono insieme, per la formazione comune e per approfondire alcuni aspetti o enucleare proposte comuni. Con loro anche il referente designato dalla Conferenza episcopale triveneta, l'arcivescovo di Gorizia mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, che ha coordinato la riflessione comune.
"Il problema non è solo l'ergastolo ostativo, quello che nega permessi o semilibertà e in ragione del quale è praticamente impossibile uscire dal carcere, ma anche quello "ordinario", che comporta comunque 26 anni di detenzione": lo rileva fra Nilo Trevisanato, cappellano del carcere femminile della Giudecca e uno dei due cappellani - insieme a don Antonio Biancotto - degli istituti penitenziali lagunari.
"Che possibilità di rieducazione e di recupero ci sono - sostiene padre Nilo - se, dato un periodo lunghissimo come 26 anni, quasi non si avverte la speranza che la carcerazione ad un certo punto finirà? Lo si vede nelle detenute che si trovano in questa condizione e che, anche al più piccolo litigio in carcere, non si tirano indietro e sembra quasi dicano: "tanto che cosa abbiamo da perdere?".
Cosa fare, dunque? Anche perché l'opinione pubblica è sgomenta di fronte agli atti di criminalità e sente il bisogno che i colpevoli vengano presi e puniti adeguatamente, con un congruo periodo in carcere. È una richiesta fatta spesso, e a gran voce... "È comprensibile - risponde il frate francescano - ma non giustificabile. Ed è molto spesso inutile. La realtà dice che una persona che ha subito un reato si sente ripagata non tanto da una pena esemplare, perché poi il reo può anche scontare tantissimi anni di carcere e uscire con la convinzione di aver pagato il proprio debito, senza mai curarsi di chi ha subito il danno".
In termini di giustizia riparativa, la persona offesa viene ripagata "solo quando si accorge che il reo percepisce il dolore che ha arrecato. Ci sono esperienze molto belle, di incontri fra vittime di reato e chi lo ha commesso: quando la vittima percepisce che chi le sta di fonte avverte il dolore provocato, non è quasi più interessata alla pena del colpevole, perché si sente già ripagata. E accade anche il viceversa: molto spesso chi ha commesso questi reati ne capisce la gravità a partire dall'esperienza del dolore provocato e inferto alla vittima". Perciò - sostengono padre Nilo Trevisanato e gli altri cappellani penitenziari del Triveneto - oggi all'emozione collettiva, che domanda punizioni e pene esemplari, si deve rispondere offrendo dei percorsi di giustizia riparativa. Dicendo stop all'ergastolo.
www.abruzzo24ore.tv, 10 aprile 2015
Sinistra Ecologia Liberta Abruzzo ritiene indispensabile la nomina del Garante dei detenuti. "Per noi - scrive il partito in una nota - la garanzia dei diritti costituzionalmente riconosciuti alle persone private della libertà personale è un'assoluta priorità.
Sono già troppi gli anni passati dall'approvazione della Legge regionale che imponeva al Consiglio regionale la nomina del garante entro 90 giorni. Questo, con la maggioranza di centro destra non è avvenuto, auspichiamo - prosegue Sel - che con una convergenza bipartisan si possa arrivare celermente alla nomina del garante e che esso possa diventare un presidio di civiltà e controllo sul rispetto dei diritti dei detenuti. Questo anche sulla scorta delle numerose iniziativa di tutela dei detenuti intraprese dal nostro deputato Gianni Melilla".
www.nove.firenze.it, 10 aprile 2015
Si fa sempre più concreta l'ipotesi di trasferimento nell'istituto Gozzini di alcuni internati nella struttura empolese. Secondo la stampa occorrerà almeno un anno di tempo per trasferire gli internati dall'Opg di Montelupo al carcere Gozzini di Firenze: un anno di tempo per adeguare il carcere fiorentino e trasformarlo in un "centro di eccellenza per la salute mentale", indire la gara di appalto, assumere infermieri specializzati e trovare una sistemazione ai detenuti in regime di semi-libertà del Gozzini.
"Attendere un altro anno per trasferire i malati psichiatrici dell'Opg di Montelupo a Solliccianino è emblematico sulla mancanza di capacità ed efficienza che hanno dimostrato la Regione e il governo nell'affrontare il problema. La decisione di chiudere Montelupo è sbagliata, una verità dimostrata dal fatto che adesso le istituzioni non sanno che pesci prendere".
Così il capogruppo di Fratelli d'Italia in Regione e candidato a governatore Giovanni Donzelli commenta, insieme ai consiglieri Paolo Marcheschi e Marina Staccioli "L'Opg di Montelupo nelle intenzioni delle istituzioni doveva essere chiuso già dal 1° aprile - sottolineano gli esponenti di Fratelli d'Italia - invece ancora oggi si discute sulle nuove strutture destinate ad ospitare i pazienti. Non ci si poteva pensare prima?", sottolineano Donzelli, Marcheschi e Staccioli. "La Regione ancora una volta è stata incapace di gestire un problema - concludono gli esponenti di Fratelli d'Italia - si è già perso troppo tempo: le istituzioni trovino in fretta le soluzioni più adeguate, soprattutto per la sicurezza delle comunità locali".
"Di male in peggio - commentano Massimo Lensi e Maurizio Buzzegoli, Presidente e Segretario dell'associazione radicale Andrea Tamburi. Ci chiediamo, non senza stupore, ma dove era la Regione Toscana negli ultimi due anni? La Legge 81 del 2014, infatti, aveva indicato in tempo e disposto quanto necessario per chiudere gli Opg, sia deistituzionalizzando gli internati con programmi individualizzati di inserimento sociale, sia abrogando gli ergastoli bianchi, sia prevedendo strutture residenziali alternative.
Ribadiamo la nostra contrarietà a scelte che comportano l'impiego di strutture carcerarie, pur adeguate strutturalmente, per il trasferimento degli internati. E riteniamo inaccettabile il tempo previsto di un anno per adempiere, benché in maniera non consona, agli adempimenti di legge: forse non è chiaro, ma ogni giorno trascorso in Opg da parte di un internato è una violazione della legge 81. Fin dalla cosiddetta Legge Marino (Legge del 17 febbraio 2012), è stata prevista la nomina del Commissario (in sostituzione) per inerzia delle Regioni. Ci sembra che questo sia proprio il caso della Regione Toscana".
Il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale,Franco Corleone, ha in calendario una nuova settimana di sopralluoghi nelle strutture penitenziarie della Toscana. Il Garante si recherà venerdì 10 aprile in visita alla Casa circondariale di San Gimignano (Siena). Lunedì 13 aprile visiterà la struttura di Porto Azzurro (Li) e martedì 14 sarà al carcere della Gorgona (Li). I sopralluoghi che Corleone sta effettuando in questi mesi hanno l'obiettivo di verificare lo stato dei lavori di ristrutturazione delle carceri toscane, e se siano state superate alcune criticità, come le precarie condizioni igienico-sanitarie, a suo tempo segnalate.
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