Redattore Sociale, 23 aprile 2015
Realizzerà servizi per radio, Tv o enti pubblici e imprese private. Al lavoro dietro microfono e obiettivo detenuti e ex detenuti. Dal 2011 all'interno dell'istituto viene realizzato un programma radiofonico. Ciò che li distingue da qualsiasi altra agenzia radiofonica è lo sguardo: sono infatti detenuti o ex detenuti. E il loro modo di guardare e raccontare il mondo è diverso, originale. Questa mattina a Palazzo Marino è stata presentata Avs - Audio video sociale, agenzia nata nel carcere di Bollate e che realizza servizi video e audio per radio, Tv o enti pubblici e imprese private. "Dal 2011 all'interno del carcere curiamo un programma radiofonico - racconta Maria Itri, giornalista e coordinatrice della redazione-. Ora raccogliamo la sfida di mettere sul mercato le nostre competenze e il nostro modo originale di guardare la realtà che ci circonda, non solo quella all'interno del carcere ma anche quella esterna".
La redazione è composta per ora da tre persone. "Ho imparato a usare la strumentazione tecnica - afferma Antonio Fioramonte, detenuto da sette anni. Quando sono entrato in carcere avevo 19 anni e mai mi sarei immaginato che un giorno sarei venuto a Palazzo Marino per presentare un progetto di questo genere. Mi sono innamorato di questo lavoro". Ora Avs, sostenuta dalla cooperativa sociale Zerografica, cerca clienti - enti pubblici, testate giornalistiche, associazioni, fondazioni o ong - che hanno bisogno di servizi audio o video su temi sociali, non solo legati al carcere. Per contattare la redazione di Avs:
di Elisa Innocenti
L'Arena, 23 aprile 2015
Oggi i reclusi sono 630 contro una capacità di 600 Preoccupa l'aumento di quelli legati al gioco d'azzardo. Copertura del tempo fuori cella, più spazi per attività ricreative e aiuto nel mantenere i rapporti affettivi. Queste le urgenze non rinviabili per il carcere veronese, secondo la relazione del Garante per i diritti dei detenuti, Margherita Forestan, presentata ieri in quinta commissione consiliare, presieduta da Antonia Pavesi.
La. relazione, che sarà poi portata in Consiglio, relativa al 2014, tratteggia un quadro tutto sommato positivo della situazione nella casa circondariale di Montorio, che ha visto negli ultimi anni quasi dimezzare il numero dei detenuti, che a ieri contava un totale di 638 persone, a fronte di una capacità massi ma di 600. "E stiamo lavorando per rendere agibili in tempi brevi nuove celle", precisa Forestan. Nel 2013 i detenuti erano stati 829.
"Tra i motivi principali di
questa diminuzione le nuove misure attuate dopo la condanna dell'Italia da parte della Corte di Strasburgo per le condizioni delle carceri italiane", prosegue la Garante, "la cancellazione dell'equiparazione tra droghe pesanti e leggere, che ha portato alla revisione di molte condanne, l'aumento di giorni di liberazione anticipata per buona condotta e l'aumento dei domiciliari come misura alternativa al carcere".
Ogni detenuto costa in media allo Stato 150 euro al giorno. "Ma l'83% di questa spesa è per gli stipendi del personale". Attualmente i detenuti a Montorio sono nel 35% dei casi italiani e nel 65% stranieri, numeri in linea con le percentuali nazionali. "C'è però attualmente un aumento di donne, che sono il 6% della popolazione carceraria veronese, e un preoccupante incremento di detenuti legati al gioco d'azzardo", sottolinea la Garante, "che rubano per poter continuare a giocare o per saldare debiti. Un dato sociale da non trascurare".
Le priorità per il futuro del carcere, secondo Forestan, sono quelle che vanno nella direzione di occupare il più possibile la giornata dei detenuti. "Molti lavorano o vanno a scuola, ma molti no e se passano la giornata in una cella a far niente è difficile che si reinseriscano nella società una volta fuori, ma questo è l'obbiettivo del carcere, mostrare loro un nuovo modello di vita, nel rispetto delle regole, che potranno seguire in futuro". Ma ci sono anche i dati positivi, oltre alla quasi totale scomparsa del sovraffollamento.
"Grazie ai fondi della Fondazione Cariverona abbiamo quasi completato la creazione delle docce nelle celle, che erano già predisposte per averle, ma non erano mai state realizzate. Prosegue poi il progetto Esodo, per il reinserimento nella società con formazione e borse di lavoro". Nel 2014 è stato anche attivato uno sportello di ascolto per le vittime di reato "e Verona è l'unica città italiana ad averlo". Il lavoro del Garante sarà poi semplificato dalla modifica al regolamento che consente un accesso più rapido ai fondi destinati, tutto nella massima trasparenza. La commissione ha approvato la modifica all'unanimità e ora dovrà passare in Consiglio.
Ristretti Orizzonti, 23 aprile 2015
"In questi mesi numerosi detenuti di Cagliari-Uta stanno subendo gravi carenze nel servizio postale garantito da Poste Italiane con pesanti ritardi nella ricezione soprattutto delle lettere". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendosi interprete del disagio rappresentato da diversi cittadini privati della libertà e da loro familiari.
"Per molti ristretti, ricevere comunicazioni dai propri familiari e amici - evidenzia Caligaris - è l'unico modo per mantenere contatti con il mondo esterno alla struttura penitenziaria. Specialmente quando la pena è particolarmente lunga, i rapporti epistolari assumono un ruolo fondamentale di risocializzazione e di vitalità intellettuale permettendo la condivisione di idee e progetti. Non si può dimenticare che la distanza dai propri cari e le condizioni economiche non sempre agiate impediscono colloqui costanti. Spesso inoltre un messaggio affettuoso ai bambini in occasioni speciali come le Festività o i compleanni rinsaldano relazioni che la detenzione inevitabilmente rende precarie".
"È quindi necessario che l'azienda Poste Italiane verifichi le cause del disagio e trovi le soluzioni più opportune. Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria dovrebbe però provvedere a istituire anche in Sardegna il servizio di posta elettronica per chi ne fa richiesta. In alcune carceri della Penisola infatti è consentito ai detenuti comunicare con i parenti via email ottenendo immediate risposte. Lo sviluppo e la diffusione delle nuove tecnologie per le comunicazioni, compreso l'impiego di Skype, e il cambio generazionale dei detenuti non possono più essere ignorati anche perché - conclude la presidente di Sdr - rispondono meglio alle esigenze di risparmio e di controllo".
Roma, 23 aprile 2015
Palazzo San Giacomo annuncia: 300 volumi in arrivo dall'emeroteca Tucci e presto il lancio di un progetto con i carcerati di Napoli.
La Giornata mondiale del libro, patrocinata dall'Unesco per promuovere la lettura, la pubblicazione dei libri e la protezione della proprietà intellettuale sarà l'occasione per presentare alla stampa e alla città alcune iniziative del Comune per il libro e per la lettura. Su tutte vale la pena ricordare la donazione da parte dell'Emeroteca Tucci dì ben 300 volumi alle alle biblioteche comunali e la sottoscrizione di innovativi protocolli d'intesa per la collaborazione tra le biblioteche degli istituti penitenziari di Secondigliano e di Poggioreale e il sistema delle biblioteche comunali.
"Con le biblioteche comunali accessibili ai detenuti - ha dichiarato l'assessore Nino Daniele - si apre un nuovo fronte nell'impegno culturale del Comune di Napoli, una innovativa collaborazione tra il Servizio Biblioteche e i principali istituti carcerari della Campania. Oltre a mettere a disposizione dei detenuti i libri delle biblioteche comunali, si dà inizio a un lavoro comune che sì estende dalla collaborazione dei bibliotecari comunali alla catalogazione al prestito ed alla formazione e che prevede il coinvolgimento attivo, oltre che del personale penitenziario, anche dei detenuti. Mi preme infine ricordare, sempre per rimanere in tema con la
giornata, l'avvio dì "Un (lungo)mare di libri", nella Villa Comunale, con un sabato e domenica al mese a partire dal 26 aprile, con la partecipazione di editori e librai campani". Innovazione e tradizione, ancora una volta, tornano a incrociare le proprie strade proprio sulla vecchia cara carta stampata.
www.salernotoday.it, 23 aprile 2015
"La giornata vedrà tre momenti importanti - spiega il professor Paolo Diana. Nella prima parte ci sarà da parte del team di Unisa la presentazione dei risultati della ricerca empirica svolta nei centri di reclusione per minori".
Oggi, 23 aprile, presso il Dipartimento di Scienze Politiche, Sociali e della Comunicazione dell'Università di Salerno, sarà ospitato il Multiplier Event del partenariato di ricerca e formazione Innovative Learning Approaches in Staff Training and Young Offenders' Employability Support - Ila Employability, finanziato dalla Comunità Europea attraverso il programma Erasmus+ per il biennio 2014-2016.
Sarà l'occasione per presentare i primi risultati del progetto e avviare una discussione con gli enti, le istituzioni e le associazioni presenti sul territorio. Promuovere l'inclusione sociale e favorire l'occupazione dei detenuti minorenni attraverso la creazione e l'implementazione di un modello formativo che sia basato su un approccio multidisciplinare, sia fondato e validato empiricamente e sia applicabile anche ad altri gruppi a rischio.
Questo lo scopo principale del progetto ILA Employability che risponde ai bisogni di due specifici target: i minori detenuti che hanno bisogno di essere preparati per il reingresso in società e nel mercato del lavoro e il personale che si occupa dei minori detenuti, a cui sarà fornito un percorso formativo e uno strumento di analisi per aiutare i minori detenuti ad apprendere competenze spendibili nel mercato del lavoro. In questo progetto transdisciplinare cinque partner di cinque Stati membri dell'Unione europea apporteranno un riconosciuto know-how europeo e le migliori pratiche: Centrul de Reeducare Buzias (Romania) G.G. Eurosucces Consulting Ltd (Cyprus Fife Council (United Kingdom), Università degli Studi di Salerno (Italy) e Association Dae (Spain).
"La giornata vedrà tre momenti importanti - spiega il professor Paolo Diana - Nella prima parte ci sarà da parte del team di Unisa la presentazione dei risultati della ricerca empirica svolta nei centri di reclusione per minori di Romania, Spagna e Cipro. A questo proposito mi piace ricordare i nomi degli altri membri del gruppo Unisa: il collega Felice Addeo e i dottori di ricerca Maria Carmela Catone e Giuseppina Casale.
Il secondo momento è dedicato alle relazioni invitate. Le prime due saranno svolte dal dottor Iosif Csatlos, del Dima National Probation Department, Romania e dal prof. Eric de Léséleuc dell'Institut national supérieur de formation et de recherche pour l'éducation des jeunes handicapés et les enseignements adaptés, Francia. A seguire le relazioni del dott. Gennaro Sammartino, tossicologo medico legale, Asl Salerno, del dott. Claudio Marra di Migrantes, della dottoressa Imma D'esposito del Ceus di Nisida e della dottoressa Gabriella Ambrosino del Ministero della Gisutizia.Nella parte ultima della giornata di disseminazione si terrà una tavola rotonda con i rappresentanti degli Enti, Istituioni e Associazioni che operano sul territorio. A loro un sentito grazie per aver risposto al nostro invito.
Sarà certamente un momento fondamentale per condividere i risultati raggiunti", ha aggiunto. E sul futuro, Diana annuncia: "Abbiamo ancora molti mesi davanti e tante le attività di ricerca e formazione che si svolgeranno. Mi piace ricordare che saranno coinvolti: 100 giovani detenuti a cui sarà offerta la formazione all'occupabilità; 20 giovani ex detenuti a cui sarà offerta la mobilità blended appoggiata dai datori di lavoro, che si pone anche a livelli transnazionale e culturale; 140 educatori dai centri/carceri per giovani detenuti da formare per fornire l'istruzione all'occupabilità rivolta giovani detenuti attraverso attività pratiche e di sviluppo di competenze, compresa la mobilità a breve termine. Le prossime tappe ci vedranno impegnati in Spagna, Cipro e Scozia". Per info: www.ila-employability.eu.
www.cn24tv.it, 23 aprile 2015
In un pacco ad un detenuto del carcere di Rossano, sottoposto al regime di alta sicurezza sono stati stata occultati undici panetti di hascisc, per un totale di 60 grammi. Dalla droga sequestrata avrebbero potuto essere ricavate 330 dosi. La droga era stata occultata, con dei profilattici, all'interno del bagno schiuma, prodotto che non può entrare dall'esterno, ma deve essere acquistato nel magazzino interno del carcere. È stato probabilmente questo l'errore di chi l'ha inviato che ha insospettito la polizia penitenziaria che, dopo aver vuotato il contenuto della bottiglia di bagno schiuma, ha scoperto quello che c'era dentro.
La Repubblica, 23 aprile 2015
"È solo grazie alle colleghe, intervenute immediatamente, che si è riusciti a evitare ulteriori complicazioni per l'agente, alla quale sono stati poi prescritti sette giorni di prognosi". A pochi giorni dall'episodio del detenuto che ha aggredito tre appartenenti alla polizia penitenziaria per tentare di evitare il trasferimento nel carcere di Monza, il carcere di Bollate torna al centro della cronaca. Una agente di polizia penitenziaria è stata aggredita e picchiata da una detenuta romena condannata per furto e con fine pena 2017. La notizia è stata resa nota dal sindacato autonomo di polizia penitenziaria Sappe.
"L'agente aveva chiesto alla detenuta addetta alle pulizie di tornare più tardi per il ritiro di alcuni generi quali bagnoschiuma, sacchetti, visto che il pavimento era bagnato - spiega il segretario generale del Sappe, Donato Capece - ed è stata aggredita: nonostante avesse cercato inizialmente di far ragionare la detenuta circa le sue pretese, ha subito sputi e insulti e poi l'aggressione. È solo grazie alle altre colleghe, intervenute immediatamente, che si è riusciti a evitare ulteriori complicazioni per l'agente, alla quale sono stati poi prescritti sette giorni di prognosi".
Il sindacato rinnova al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e ai vertici dell'amministrazione penitenziaria la richiesta "di dotare le donne e gli uomini della polizia penitenziaria di strumenti di tutela efficaci, come può essere lo spray antiaggressione già assegnato, in fase sperimentale, a polizia di Stato e carabinieri. Sono decine e decine le aggressioni subite da poliziotti penitenziari in carcere dall'inizio dell'anno. Cosa si aspetta ad assumere adeguati provvedimenti per garantire la sicurezza e la stessa incolumità fisica degli agenti?".
www.laprimapagina.it, 23 aprile 2015
È in programma per venerdì 24 aprile presso il Teatro Goldoni di Livorno alle ore 21 la prima dello spettacolo teatrale "Il Pifferaio Magico", regia di Francesca Ricci. Lo spettacolo, liberamente tratto da "Topo dopo Topo" di Bruno Tognolini, è un progetto promosso da Coordinamento Femminile Anpi-Anppia e Arci Solidarietà Livorno con il contributo della Regione Toscana - Progetto "Teatro in carcere" e del Comune di Livorno in collaborazione con la Direzione della Casa Circondariale di Livorno. Si tratterà di un video-spettacolo, perché sul palco del Goldoni saliranno complessivamente sei detenuti: quattro saranno sul palco del Goldoni mentre gli altri due reciteranno attraverso delle proiezioni video, che sono state girate nella Casa Circondariale delle Sughere di Livorno.
Con questa unione di intenti il carcere entrerà a teatro, così come grazie al laboratorio teatrale il teatro entra in carcere arrivando ai detenuti, in un'esperienza unica che permetterà agli spettatori di entrare nel carcere di Livorno e ai detenuti di uscire dalle celle, per salire sul palco del teatro. Il progetto "Teatro in Carcere" promosso dalla Regione Toscana è attivo da oltre 15 anni ed è curato da Arci Solidarietà Livorno, che organizza dei laboratori settimanali di teatro, all'interno del carcere delle Sughere.
Lo spettacolo rielabora la celebre favola del pifferaio magico di Hamelin, in un adattamento tratto da "Topo dopo Topo", opera dello scrittore e poeta Bruno Tognolini. "Ho deciso di attualizzare la storia del pifferaio magico raccontando una favola sociale e politica, dove il messaggio è che la cultura, l'arte, la poesia possono e devono cambiare il corso della storia delle nostre città pervase dal consumismo sfrenato, dal disfacimento e dall'indifferenza - racconta la regista Francesca Ricci, che cura il laboratorio teatrale in carcere - si tratta di un messaggio ancora più potente se pensiamo al contesto del carcere, e all'articolo 27 della Costituzione". Lo spettacolo sarà arricchito anche dai balletti di cinque scuole di danza livornesi, che interpreteranno i temi della favola: Arabesque, Atelier delle Arti, ArteDanza, Ex-it Danza T, Laboratorio di Danza e Movimento. La regista e attrice Alessia Cespuglio interpreterà uno dei personaggi dello spettacolo.
Lo spettacolo sarà interpretato dai detenuti della Casa Circondariale di Livorno: Ivo Casalini, Youssef Fathi, Mirko Fantozzi, Bilel Ouni, Daniel Tedesco, Daniele Testagrossa, con la partecipazione di Alessio Traversi e la collaborazione di Antonella Marcianò. Lo spettacolo è gratuito e i posti sono numerati. Per prenotare i biglietti: 0586-204327. I biglietti possono essere ritirati ogni giorno dalle 17 alle 20, oppure la sera stessa dello spettacolo.
Prima disamina, il carcere può perdere la sua centralità e venire sostituito - non solo agevolmente, ma anche assai più efficacemente - da sanzioni diverse dalla detenzione in una cella chiusa. In sintesi le dieci proposte contenute nel libro.
Quello che proponiamo è un decalogo per arrivare progressivamente e in modo efficace all'abolizione del carcere:
1) salvo per le violazioni più gravi di diritti e interessi fondamentali, depenalizzare tutto ciò che è possibile;
2) cancellare la "pena di morte occulta" (come Papa Bergoglio ha definito l'ergastolo) e ridurre le pene detentive.
3) diversificare il sistema delle pene, rendendo il carcere un'extrema ratio cui ricorrere solo nei casi di eccezionale gravità;
4) concentrare il processo penale su fatti realmente meritevoli di sanzione, anche attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall'imputato in favore della vittima o della collettività;
5) ammettere la custodia cautelare solo in presenza di spiccata pericolosità dell'imputato, imponendo negli altri casi misure non detentive, di natura interdittiva, prescrittiva, pecuniaria;
6) potenziare al massimo le alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale;
7) garantire i diritti fondamentali dei detenuti e superare il "carcere duro" e i vari circuiti penitenziari differenziati;
8) umanizzare il carcere per quanto riguarda i luoghi e le funzioni che sopravvivranno alla sua abolizione;
9) mai più bimbi e minori in carcere: per questo alle madri di bambini sotto i 10 anni vanno riconosciuti sempre i domiciliari o l'assegnazione a case-famiglia e istituti analoghi;
10) dopo l'effettivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, si deve garantire che nei confronti degli autori di reato affetti da disagio psichico, le misure di sicurezza detentive siano sostituite con altre finalizzate alla riabilitazione e alla cura.
di Silvana Mazzocchi
La Repubblica, 23 aprile 2015
Il carcere non riabilita, esclude, emargina e riproduce delitti. Sbarre e celle costringono i detenuti in spazi estranei e angusti dove cambia la percezione dello spazio e del tempo e, soprattutto, non garantisce la sicurezza dei cittadini. Il carcere annienta, non salva e, dunque, deve perdere la sua centralità. Luigi Manconi, parlamentare e fondatore di Buon Diritto, associazione per la libertà, ricorda in questa intervista che, fra coloro che escono dopo aver scontato la pena, ben il 68% torna a delinquere; una percentuale assai maggiore di quella che si registra tra chi ha beneficiato delle misure alternative o ha pagato con sanzioni diverse dalla reclusione.
E allora, come intervenire per spezzare quella logica che affolla i penitenziari italiani all'inverosimile, ma non produce un calo di criminalità né mette al sicuro i cittadini? Un libro, Abolire il carcere (Chiarelettere), tenta una risposta e avanza un decalogo di proposte per cambiare un sistema che si rivela addirittura dannoso e che, secondo le parole pronunciate nel 2013 dall'allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano, si configura come "una realtà non giustificabile in nome della sicurezza".
Firmato da Luigi Manconi, da Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia del diritto, da Valentina Calderone, direttrice di buon Diritto e da Federica Resta, avvocata impegnata nel settore, Abolire il carcere illustra una serie riforme "ragionate e possibili" per cambiare: fra queste, la differenziazione delle pene, la depenalizzazione per i reati meno gravi, l'abolizione dell'ergastolo, l'applicazione di misure alternative a largo raggio, le sanzioni pecuniarie, l'esclusione dei minori dal carcere e la concessione dei domiciliari alle detenute con figli fino ai 10 anni.
"Il carcere è un lungo e minuzioso processo di spoliazione, dal primo ingresso fino al momento dell'uscita (se uscita vi sarà).", sottolinea Manconi. E ammonisce Gustavo Zagrebelsky nella sua postfazione: "Diciamo che il crimine determina una frattura nelle relazioni sociali. In una società che prende le distanze dall'idea del capro espiatorio, non dovrebbe il diritto mirare a riparare la frattura?".
Luigi Manconi, come conciliare l'abolizione del carcere con la sicurezza dei cittadini?
Il vero problema è che il carcere non garantisce affatto la sicurezza dei cittadini. É vero l'esatto contrario: contribuisce in maniera rilevantissima alla insicurezza collettiva. Le statistiche dimostrano, infatti, che chi ha scontato la pena in carcere torna a delinquere nel 68% dei casi: e con una frequenza assai maggiore rispetto a chi invece abbia beneficiato di misure alternative o comunque di sanzioni diverse dalla reclusione. Il carcere, dunque, non solo non è utile ma è addirittura dannoso per la sicurezza dei cittadini, che ne viene "più insidiata che garantita", come scrisse Giorgio Napolitano nel 2013, nel messaggio alle Camere, affermando espressamente che il carcere è una "realtà non giustificabile in nome della sicurezza".
Per garantire davvero la sicurezza dei cittadini la risposta al reato deve essere totalmente diversa e, soprattutto, differenziata: non una pena, la stessa per tutti e la più inutile (come il carcere oggi), ma la più appropriata per ogni reato e ogni soggetto. Così, le sanzioni patrimoniali (multa, confisca, ecc.) saranno molto più efficaci, perché più dissuasive, per tutta l'area della criminalità economica e "da colletti bianchi", in quanto capaci - ben più del carcere - di annullare i vantaggi derivanti dal reato. Per altro verso, un ampio ricorso al risarcimento e a prestazioni riparative in favore della vittima consentirebbe di tutelarne i diritti ben più di quanto lo permetta l'attuale sistema penale. Tali prestazioni dovrebbero poi essere il presupposto per la composizione del conflitto attraverso la mediazione penale, che sta dando, in molti Paesi europei, ottimi risultati anche in termini di prevenzione della recidiva.
Ampia dovrebbe essere poi l'utilizzazione di sanzioni "di comunità", ovvero di prestazioni lavorative e attività riparatorie in favore della collettività, che realizzano, meglio di ogni altra, quel reinserimento sociale cui la pena deve tendere secondo Costituzione e che, prevenendo la recidiva, garantisce davvero la sicurezza dei cittadini. Come si vede già da questa prima disamina, il carcere può perdere la sua centralità e venire sostituito - non solo agevolmente, ma anche assai più efficacemente - da sanzioni diverse dalla detenzione in una cella chiusa. In sintesi le dieci proposte contenute nel libro.
Quello che proponiamo è un decalogo per arrivare progressivamente e in modo efficace all'abolizione del carcere:
1) salvo per le violazioni più gravi di diritti e interessi fondamentali, depenalizzare tutto ciò che è possibile;
2) cancellare la "pena di morte occulta" (come Papa Bergoglio ha definito l'ergastolo) e ridurre le pene detentive.
3) diversificare il sistema delle pene, rendendo il carcere un'extrema ratio cui ricorrere solo nei casi di eccezionale gravità;
4) concentrare il processo penale su fatti realmente meritevoli di sanzione, anche attribuendo la capacità di estinguere il reato ad azioni (riparative, risarcitorie, ecc.) prestate dall'imputato in favore della vittima o della collettività;
5) ammettere la custodia cautelare solo in presenza di spiccata pericolosità dell'imputato, imponendo negli altri casi misure non detentive, di natura interdittiva, prescrittiva, pecuniaria;
6) potenziare al massimo le alternative al carcere, così da offrire a ogni detenuto una reale opportunità di reinserimento sociale;
7) garantire i diritti fondamentali dei detenuti e superare il "carcere duro" e i vari circuiti penitenziari differenziati;
8) umanizzare il carcere per quanto riguarda i luoghi e le funzioni che sopravvivranno alla sua abolizione;
9) mai più bimbi e minori in carcere: per questo alle madri di bambini sotto i 10 anni vanno riconosciuti sempre i domiciliari o l'assegnazione a case-famiglia e istituti analoghi;
10) dopo l'effettivo superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari, si deve garantire che nei confronti degli autori di reato affetti da disagio psichico, le misure di sicurezza detentive siano sostituite con altre finalizzate alla riabilitazione e alla cura.
La prigione, questa sconosciuta
Il carcere è un lungo e minuzioso processo di spoliazione, dal primo ingresso fino al momento dell'uscita (se uscita vi sarà). Il benvenuto te lo danno il freddo-umido o il caldo torrido del cellulare o della portineria. E il rumore metallico delle porte blindate, di cui non ti libererai più, in galera e poi fuori. La prima tappa in matricola, dove vieni letteralmente spogliato e perquisito fino in fondo all'ano, uno dei migliori ripostigli per piccoli, ma ricercati generi stupefacenti. Ora puoi rivestirti, ma non completamente: lacci, collane, oggetti di qualche valore restano lì, in matricola, insieme con i tuoi documenti e i tuoi soldi (se ne avevi). Declinate le generalità puoi andare alla casella successiva: visita medica e colloquio psicologico di primo ingresso. Se hai segni di violenza sul corpo, sarà bene refertarli subito, così che nessuno ne chieda conto, poi, al personale penitenziario.
Terminato il colloquio con lo psicologo sei pronto per la tua cella, se c'è un letto libero nei reparti ordinari. Altrimenti te ne stai al transito per un po', insieme con gli altri arrestati, in un camerone generalmente sovraffollato, vociante e lercio quanto solo può essere una cella provvisoria di tutti e di nessuno. La cella, la tua cella, quando ci arrivi, è il confino. Ti ci scortano successioni di poliziotti, che ti si scambiano di sezione in sezione, di piano in piano, come fossi un pacco, tal quale i pochi effetti personali che riesci a portare con te. Alla fine del tour c'è una porta blindata, una grata e un comitato d'accoglienza (i tuoi compagni di cella), con i loro volti, i loro corpi, i loro odori.
La cella si chiude e questa è la tua nuova e improbabile famiglia, che non tarderà a farti conoscere le regole della sua casa dentro le regole del condominio penitenziario. La tua vita d'ora in poi, nella maggior parte dei casi, si svolgerà tutta lì. Tra quelle quattro piccole mura circondate da mura più grandi. Con poco o niente da fare tutto il giorni, per tutti i giorni della tua pena. Per questo pensiamo, molto semplicemente, che se si conosce davvero la realtà del carcere, risulti molto difficile augurarsi che altri ne facciano esperienza. Sta tutta qui, forse, la prima e più profonda ragione della nostra volontà di fare a meno dell'istituzione penitenziaria.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Stragi a mare. Con "blocchi navali" e sola "caccia" agli scafisti si cancellano i diritti dei migranti. Raramente era capitato di assistere a un così sfrontato ribaltamento della realtà, quale quello realizzato a partire dalle ore immediatamente successive al naufragio di domenica scorsa. Da quattro giorni, l'intera questione dell'immigrazione è ridotta al suo atto ultimo, abietto e feroce. Ovvero alla responsabilità criminale di quelli che, in un crescendo melodrammatico di retorica, sono chiamati: schiavisti, negrieri, trafficanti di carne umana. E così, tutti si affannano intorno alla dimensione finale della tragedia, perché è la più visibile: quella che concentra la più immediata e diffusa ostilità.
E questo consente, infine, di identificare e tracciare il profilo del nuovo nemico assoluto: lo Scafista. Nessuno sembra porsi la domanda cruciale: se pure riuscissimo, d'un colpo solo, a eliminare tutti quei "mercanti di morte", avremo ridotto anche solo di qualche unità il flusso dei migranti? Avremo limitato il numero delle vittime? Avremo garantito una maggiore sicurezza a quelle disgraziate aree del mondo?
La mia risposta a questi interrogativi è un no secco. Respingere i movimenti di esseri umani al di là del Mediterraneo, "bombardando i barconi" o "sparando sugli scafisti" o attuando un "blocco navale" avrebbe il solo effetto di allontanare le vittime dal nostro sguardo. E di rimuoverle dalla nostra esperienza individuale e collettiva.
Probabilmente un sollievo per il nostro senso estetico, non più offeso da tanto orrore, e per la nostra buona coscienza, non più turbata da uno spettacolo così crudele: ma nessun vantaggio per la stabilità dell'Africa e del Medio Oriente e nemmeno per il livello di civiltà giuridica delle nostre democrazie e per la dignità della nostra identità europea. Direi, infatti, che morire nel deserto invece che nel Mediterraneo non rappresenta un passo avanti né sotto il profilo umanitario né sotto quello del controllo dei movimenti migratori e nemmeno sotto quello della normalizzazione dei rapporti con paesi così vicini alle nostre coste.
Eppure, questa elementare e inconfutabile verità sembra sfuggire a tanti, a partire dal presidente del Consiglio e dal Ministro dell'Interno. E così, quegli oltre 800 morti hanno prodotto il paradossale effetto di cancellare tutte le cause, lontane e vicine, le motivazioni antiche così come quelle congiunturali, che inducono milioni di persone a fuggire dal proprio paese d'origine. Tutto ciò sembra rimosso e l'intero discorso pubblico si focalizza sulle strategie di controllo e repressione della macchina criminale che trasforma una gigantesca tragedia umana in un affare economico.
Ora, reprimere il traffico di esseri umani è un'azione necessaria e indifferibile, da attuare con la massima severità, ma che rischia di rivelarsi clamorosamente insufficiente. Che ne sarebbe, infatti, di quelle centinaia di migliaia di persone che si rivolgono ai trafficanti per trovare una via di fuga e un'opportunità di vita, se non adottassimo strategie legali e sicure per garantire loro una via di salvezza? Quelle strategie legali e sicure sono alla nostra portata. Difficili, difficilissime, ostacolate da massicce resistenze politiche, e tuttavia le uniche ragionevoli, concrete e praticabili.
Innanzitutto va ripristinata, e nel più breve tempo possibile, la missione Mare Nostrum, con quelle stesse responsabilità e con quelle stesse competenze, come iniziativa di dimensione europea; e, dunque, con il coinvolgimento - in risorse economiche, uomini e mezzi - di tutti i paesi membri. Un'operazione che, come quella svolta in precedenza dalla Marina italiana, dovrebbe perseguire tre compiti essenziali: interventi di soccorso e salvataggio; azioni di filtro sanitario e di sicurezza, realizzate già a bordo; misure di contrasto del traffico di esseri umani, a partire dal sequestro delle navi madre, dalla distruzione dei barconi intercettati.
È necessario, inoltre, rimuovere tutti gli ostacoli di natura esclusivamente politica che impediscono all'Europa di garantire protezione ai profughi, senza che questi siano costretti a rischiare la vita nel Mediterraneo e a ricorrere ai trafficanti di morte. In altre parole si deve realizzare, in tempi rapidi, un piano di "ammissione umanitaria", che preveda l'anticipazione della richiesta di asilo già nei paesi in cui si addensano e transitano i flussi migratori.
Si tratta di istituire in quei paesi - laddove è possibile e dove già qualcosa in questo senso è in atto come in Giordania, Libano, Egitto e nel Maghreb - un sistema di presidi realizzato dalla rete diplomatico consolare dei paesi dell'Unione e del Servizio europeo per l'azione esterna, insieme a Unhcr e alle altre organizzazioni umanitarie internazionali.
Qui i profughi potrebbero essere accolti temporaneamente per poi essere trasferiti con mezzi legali e sicuri nel paese europeo in cui chiedono asilo, secondo quote di accoglienza concordate tra gli stati membri. Un piano da affiancare e combinare ad altre proposte allo stesso modo concrete e praticabili, quali il reinsediamento, l'ingresso protetto e i corridoi umanitari. Tutto ciò è terribilmente arduo e richiede una vera e propria lotta politica a livello europeo. Ma è la sola alternativa a un'ecatombe senza fine.









