di Roberta De Monticelli
Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2015
C'è un fenomeno talmente appariscente che non lo vediamo più. Grande come un monumento - talmente familiare che diventa invisibile. O forse è invisibile come l'aria, o perché ci nuotiamo dentro, come pesci nell'acqua. Chiamiamolo con il suo nome. È una specie di conversione di massa. Ma non a Dio, e neppure al nulla.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 23 aprile 2015
In genere non faccio premesse. In particolare non avanzo titoli, non intreccio filastrocche di scuse non richieste. Mi fido della capacità di giudizio dei lettori, come della mia, e un poco non mi fido. Non li ho mai eletti a padroni di me o del mio rancido mestiere, mi piacciono autonomi e anche un po' estranei, e a me piace essere autonomo e anche un po' estraneo a intimità retoriche grottesche con il pubblico, tipiche di certo giornalismo che vende e si vende. Premessa. Non sono renziano.
di Davide Giacalone
Libero, 23 aprile 2015
Quel che accade presso la Suprema Corte di Cassazione suggerisce la necessità di un intervento del Quirinale. La questione non ha nulla a che vedere con la politica e prescinde totalmente dalle parti processuali coinvolte, in questo o quel procedimento. Riguarda una situazione sfuggita di mano, che comporta seri pericoli per le nostre istituzioni. Cinque sono i punti che chiamano la massima attenzione, da parte del presidente della Repubblica, che è anche presidente del Consiglio superiore della magistratura.
di Vincenzo Visco
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2015
La recente sentenza della Corte Costituzionale sugli incarichi dirigenziali dell'Agenzia delle Entrate fornisce l'occasione per una riflessione sul funzionamento della nostra amministrazione pubblica e sulla stessa visione della Pa prevalente nella cultura giuridico-istituzionale del nostro Paese. Tale visione postula l'esistenza di un sistema unitario e sostanzialmente omogeneo definibile "pubblica amministrazione" al quale devono applicarsi le stesse norme, procedure e criteri gestionali, indipendentemente dalla attività svolta in concreto. Dal mio punto di vista di economista si tratta di un approccio poco utile anzi sbagliato e non di rado pericoloso. Infatti nella realtà qualcosa definibile "pubblica amministrazione" non esiste.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 23 aprile 2015
Si riscontrano disturbi post-traumatici, depressione, disturbi bipolari e compulsivi: eppure devono restare reclusi. Gli Ospedali psichiatrici giudiziari - seppur con non poche difficoltà e ritardi - sono in via di chiusura, ma nelle carceri "normali" permangono molti detenuti con problemi psichici e non avranno mai nessuna struttura alternativa. Ma non solo.
Dire, 23 aprile 2015
"Una scelta netta e temeraria quella del Parlamento italiano sulla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), decisa dopo anni in cui la parola più utilizzata era prorogare la chiusura di quelli che sono luoghi considerati da molti anche pericolosi".
Così Vito De Filippo, sottosegretario alla Salute, al panel su "Le malattie mentali non si curano", durante la giornata di riflessioni sui falsi miti della sanità in Italia. "Dopo tante proroghe e annunci l'Italia ha deciso di superare gli ospedali psichiatrici.
Le Regioni sono monitorate, come deciso dai ministri della Giustizia e della Salute. Gli ospiti- prosegue il sottosegretario- spesso abbandonati in ergastoli bianchi, saranno affidati a strutture gestite dal Sistema sanitario nazionale, e verranno seguiti con percorsi terapeutici e di riabilitazione". La salute mentale "è curabile - afferma - far rimanere persone lì è pericoloso per l'arretramento e la distanza dai percorsi di normalità, producendo effetti negativi nella testa delle persone".
Gli elementi da monitorare, fa sapere De Filippo, sono tre: "Sicurezza degli ospiti, sicurezza degli operatori e sicurezza dei cittadini che li ospitano nella loro comunità. Un lavoro straordinario tra le Regioni, i ministeri della Giustizia, della Salute, dell'Interno e dell'Economia. Si tratta dell'ultimo peso insopportabile per un grande Paese che abbraccia oggi una nuova prospettiva, la non normalità produce una inquietudine da governare con la capacità terapeutica e la prevenzione".
di Luca Liverani
Avvenire, 23 aprile 2015
Passa in Commissione Giustizia il testo varato dal Senato. Il 27 in Aula per l'approvazione
Nessuna modifica in commissione Giustizia alla Camera al testo sugli eco-reati già approvato al Senato. L'articolato - che dovrà essere approvato dall'aula di Montecitorio il 27 aprile - potrebbe quindi essere varato definitivamente, senza una terza lettura. C'è però il nodo del divieto di airgun, cioè delle detonazioni in mare con a-ria compressa alla ricerca di idrocarburi, che il ministro dell'Ambiente Galletti ritiene sbagliata.
Protesta Sel: "Cedimento alla lobby dei petrolieri". Dai vescovi della Campania un appello a fare in fretta per dare allo Stato uno strumento importante per combattere la piaga della "terra dei fuochi": "Il nostro popolo tanto martoriato non può tollerare ulteriori e irresponsabili ritardi". Nessun colpo di mano, chiedono anche Legambiente e Libera, evitando di modificare il testo per non rischiare un affossamento al Senato.
Via libera dunque in commissione Giustizia: i 18 emendamenti presentati sono stati ritirati o hanno ricevuto parere negativo. Per il divieto di air gun si cerca una soluzione cercando di preservare l'approvazione in tempi rapidi. Due le strade prese in considerazione. La prima è quella di approvare il ddl così com'è, per intervenire sulla questione con un emendamento in altro provvedimento o con un decreto ad hoc (probabilmente interministeriale), evitando in caso di modifica il ritorno al Senato, dove il rischio è quello di un "insabbiamento".
La seconda opzione - che sembra la più quotata - è di modificare la norma in aula alla Camera facendo tornare il provvedimento al Senato, dove il presidente Pietro Grasso dovrebbe garantire una corsia preferenziale a fronte di un "forte accordo di maggioranza" che non escluderebbe, se necessario, la fiducia. Il ministri della Giustizia Andrea Orlando e dell'ambiente Gian Luca Galletti premono per una rapida approvazione, entro il mese maggio. "Non mi impicco alle tecnicalità - dice Galletti - per me l'importante è che il ddl sugli eco-reati, nella sua struttura portante che questo Paese aspetta da oltre 20 anni, diventi legge nel più breve tempo possibile".
di Gian Carlo Caselli e Antonio Ingroia
Il Fatto Quotidiano, 23 aprile 2015
La sentenza della Cedu (Corte europea dei diritti dell'uomo) sul "caso Contrada" ha suscitato un'ampia discussione. Vorremo precisare un ultimo profilo che ci sembra dirimente. In pratica la Cedu fa scaturire da una sentenza della Corte di Cassazione l'effetto di rendere illegali e punibili condotte che prima non lo sarebbero state.
Ma c'è un grosso equivoco, perché è evidente che la Cassazione non potrebbe mai intervenire senza la preesistenza di condotte previste come illecite e perciò già vietate dall'ordinamento. Questa preesistenza, nel caso di concorso esterno, nasce dalle norme generali sul concorso di persone nel reato adattate al reato associativo. Un adattamento che non ha "nulla di eterodosso", corrisponde anzi al "metodo del combinato disposto giuridico fra norme", metodo che è "fisiologico", anche se "obiettivamente difficile" nel caso di reato associativo (il virgolettato è tratto da un recentissimo intervento del professor Giovanni Fiandaca).
Tanto premesso, non può certamente mettersi in dubbio che questa operazione di combinato disposto, proprio perché fisiologica, possono farla anche i magistrati di merito (sia del pm che giudicanti), i quali pertanto ben possono contestare e, ricorrendone gli estremi, condannare per concorso esterno in associazione mafiosa, senza che occorra aspettare una qualche sentenza della Cassazione per poterlo fare.
In altre parole, il concorso esterno è punibile di per se stesso, anche a prescindere dalla "scintilla" che secondo la Cedu soltanto la Cassazione potrebbe innescare, per il semplice fatto che non serve nessuna "scintilla", in quanto il concorso esterno esiste da sempre nel sistema, ed esiste in maniera autonoma grazie al combinato (fisiologico) disposto fra norme generali e reato associativo.
Semmai i giudici di merito dovranno tener conto anche del contributo della Cassazione nel percorso giurisprudenziale di "progressiva elaborazione nel tempo" (ancora Fiandaca) del concorso esterno, ma proprio perché si tratta di elaborazione progressiva, è ontologicamente presupposta una base di partenza, vale a dire un reato punibile, autonomamente già esistente quale risulta appunto essere il concorso esterno.
In parole davvero povere, se la farina (il reato) esiste, si può fare il pane (indagare e giudicare). Poi la farina può essere raffinata e il pane può diventare migliore, ma la liceità delle operazioni iniziali è di per sé indiscutibile. L'equivoco della Cedu (che pure fa un'infinità di cose buone, ma può capitare a tutti un attimo di... distrazione) nasce forse da una semplificazione della complessità (fisiologica) delle questioni concernenti la mafia.
Attenzione a sostenere che fatti provati, certamente rientranti nel perimetro delle attività mafiose in forza del combinato disposto su cui si basa la configurabilità del concorso esterno, non potevano essere perseguiti perché era ancora in corso (come è sempre, perennemente in corso) un'elaborazione giurisprudenziale. Potrebbe ripetersi la storia manzoniana di don Ferrante, che negava la peste anche se ne morì.
di Giuseppe Scarpa
La Repubblica, 23 aprile 2015
"Mi hanno fatto cambiare il referto". La rivelazione al processo contro l'agente Paradiso accusato di aver colpito un giovane nel 2012. "Mi dissero: se non firmi non ti facciamo uscire dalla stanza. Se non firmi ti troviamo per strada e non sappiamo quello che ti potremmo fare".
Si blocca Claudia Siciliano, non è una esitazione, è solo il pianto che le si strozza in gola mentre racconta in aula, in qualità di testimone, quello che le accadde negli uffici della Digos a Roma il 17 novembre del 2012: "Io l'ho firmato (il verbale, ndr) contro la mia volontà e quindi oggi vi dico che lo disconosco".
Un macigno lanciato nel processo contro Alfio Paradiso, l'agente di polizia imputato di lesioni personali aggravate, accusato di aver pestato a colpi di manganello, durante una manifestazione per le politiche del governo Monti, Giacomo Capriotti. Chi parla a dibattimento è il medico del 118 Claudia Siciliano, che soccorse il ragazzo il 14 novembre del 2012 dopo gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti vicino a Ponte Sisto.
Il poliziotto Alfio Paradiso venne immortalato da un video mentre col suo sfollagente colpiva alla nuca Capriotti. Eccessiva violenza del poliziotto che scatenò indignazione nell'opinione pubblica e l'immediata indagine della procura. Ad intervenire per medicare i feriti degli scontri c'era appunto Claudia Siciliano. Medico che, il giorno stesso della manifestazione, stilò un referto in cui dava atto che Capriotti aveva riportato delle lesioni e delle escoriazioni multiple.
Una diagnosi che pochi giorni dopo, sentita dagli agenti della Digos, sconfessò: "Rossori cutanei senza lacerazioni e perdite ematiche", disse a verbale la donna. Ed è su questa contraddizione che la Siciliano ieri in aula, davanti al sostituto procuratore Luca Tescaroli, fornisce la sua versione dei fatti.
Il medico sostiene che il 17 novembre, tre giorni dopo gli scontri, quando venne sentita a Roma da due uomini in divisa negli uffici della Digos, fu costretta a firmare un verbale "senza nemmeno leggerlo. Mi opposi ma loro mi dissero che non sarei uscita dalla stanza e che mi avrebbero trovato per strada". Una minaccia, spiega la donna visibilmente scossa a processo, di fronte alla quale decise di firmare pur di andare via.
Tuttavia il primo a rendersi conto della differenza tra i traumi indicati nel referto e il successivo verbale della Digos, fu lo stesso pubblico ministero Luca Tescaroli. Magistrato che indagava sul poliziotto Alfio Paradiso e che il 14 dicembre del 2012 decise di sentire il medico nel suo ufficio. Un secondo verbale in cui la donna, nonostante le domande del pm Tescaroli, confermò quanto contenuto nel primo resoconto redatto dalla Digos: "Preciso - spiegò il medico al pm - che con la dicitura escoriazioni, che è quella riportata nel referto, devono intendersi rossori cutanei senza lacerazioni e perdite ematiche".
L'ennesima versione dei fatti dunque volta ad attenuare la gravità delle lesioni riportate da Capriotti, che confermava quanto già riportato dalla Digos. Verbale che la donna ieri a processo ha invece completamente disconosciuto, "non l'ho letto e non me lo hanno letto", e che potrebbe a questo punto portare il pubblico ministero Luca Tescaroli ad aprire una nuova indagine sul caso.
di Fausto Cerulli (Avvocato)
www.orvietonews.it, 23 aprile 2015
In tre giorni tre morti di carcere. Un condannato all'ergastolo - ma non doveva, questa pena orrenda essere bandita? - si è preso il lusso di essere trasferito in ospedale per morirvi a causa di un infarto. Aveva ottanta anni, che pretendeva? Di essere eterno? Chissà cosa ne pensa il ministro Orlando, con quella faccia da guardasigilli che non guarda nulla e blatera di riforme della giustizia effettuate dal governo di cui è complice. non si è trovato uno straccio di Tribunale di Sorveglianza che si sia posto il problema di un ottantenne al gabbio. Non sappiamo e non vogliamo sapere di quale delitto si sia macchiato.
Ad ottanta anni ogni peccato dovrebbe essere rimesso, come noi lo rimettiamo ai nostri debitori. Ma questa è la certezza della pena, i benpensanti potranno continuare a ben pensare. Un altro detenuto, e siamo a due, è morto per mancanza di cure. non è stato neppure ricoverato in ospedale, tanto, come scriveva il Belli "nun sai che all'ospedale ce se more?". Poi, della serie che non c'è due senza tre, un altro detenuto si è impiccato Se questo non è carcere a morte, ditemi voi cosa è.
Il nostro Renzi, che va veloce sempre, non sa nulla delle carceri, o fa finta di non sapere. Una giustizia troppo umana non sarebbe gradita agli alfaniani, e non appare giusto rischiare una crisi di governo per una sciocchezza come la giustizia. Sono secoli, ormai, che l'Italia è censurata severamente dall'Europa per lo stato disumano delle nostre prigioni, ma per i nostri governanti l'Europa vale solo quando scuce denari, o quando se ne frega dei profughi che annegano, Al solito soltanto Radio Radicale, che ha messo su una trasmissione che si chiama Radio Carcere, si occupa di chi muore in carcere e di carcere.
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