Ansa, 12 marzo 2015
Il web resta un potenziale luogo di reclutamento per aspiranti terroristi: "ma più del jihadismo da tastiera il pericolo di radicalizzazione arriva dalle carceri". È quello il "vero luogo" dove l'Italia rischia di veder nascere i futuri foreign fighters o, peggio, i lupi solitari pronti ad attivarsi appena fuori dalla prigione. Il direttore dell'Antiterrorismo italiano, il prefetto Mario Papa, rilancia l'allarme sul rischio che, pochi giorni fa, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha definito "effettivo".
Ansa, 12 marzo 2015
Pochi braccialetti elettronici ("solo 2mila in tutta Italia", "a fronte di un contratto decennale per decine di milioni di euro all'anno"). E il risultato di questa carenza è "l'illegale detenzione di tutti coloro che, pur avendo ottenuto gli arresti domiciliari, restano in carcere per la mancata disponibilità di mezzi di controllo".
di Liana Milella
La Repubblica, 12 marzo 2015
Da due a sei anni per chi svaligia gli appartamenti, da quattro a dieci per gli assalti armati. Tra gli obiettivi c'è il blocco dei benefici a chi viene condannato.
Blitz del governo contro furti in casa e rapine. Le statistiche rivelano che i due reati crescono esponenzialmente e il Guardasigilli Orlando e il suo vice Costa sposano la linea "cattivista". Per una volta, sulla giustizia, sono d'accordo Pd e Ncd dopo le tante spaccature di questi giorni su anti-corruzione e falso in bilancio.
di Liana Milella
La Repubblica, 12 marzo 2015
Da 48 ore i riflettori sono puntati sulla legge Severino, quella che ha determinato la decadenza di Berlusconi da senatore. L'ex Cavaliere si augura che cada al più presto sotto la zampata della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo e per mano della Consulta.
Un colpo che, per essergli veramente utile, dovrebbe riguardare la retroattività, su cui i giuristi hanno già versato fiumi di inchiostro. La legge è retroattiva, ha stabilito il Senato. Altrettanto hanno fatto i prefetti quando hanno chiesto la sospensione di De Magistris e De Luca. Per la semplice ragione che ineleggibilità e decadenza non sono sanzioni penali, ma amministrative. Ora la parola passa alle Corti, e c'è grande allarme nel Pd, mentre berlusconiani come l'avvocato barese e presidente della commissione Affari costituzionali Francesco Paolo Sisto, chiedono a gran voce che la legge sia cambiata subito.
Diceva ieri in Transatlantico un perentorio David Ermini, il responsabile Giustizia del Pd che si auto-definisce "renziano doc": "La Severino? Cambiarla? Matteo su questo è stato perentorio, qui non si cambia nulla, soprattutto si aspetta la Consulta". Già, ancora la Corte, che oggi tiene il tradizionale incontro con il nuovo capo dello Stato Sergio Mattarella seguito da una conferenza stampa. I ritmi dei giudici sono noti.
Ci vorranno ancora dei mesi, non prima di settembre, per discutere della Severino. Alla Corte è ricorso il Tar di Napoli, cui si era rivolto il sindaco Luigi De Magistris, per chiedere di non sospendere più gli amministratori locali condannati solo in primo e secondo grado. Ma nel ricorso si solleva anche la questione della retroattività.
Il punto è qui, che cosa farà la Corte. Se dovesse accogliere la tesi della non retroattività la legge sarebbe condannata. È quello che vuole Berlusconi, quello che il Pd non gli vuole assolutamente concedere in questo momento, prima della Corte. Renzi, dopo primi segnali favorevoli al cambiamento, adesso appare molto più prudente perché una Severino diversa e un Berlusconi candidato cambierebbero il destino delle politiche del 2018. Alla Corte il caso Severino ha già un numeroso progressivo, n. 29/2015.
I giudici aspettano che il ricorso venga pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Poi hanno 20 giorni di tempo per fissare la data in cui sarà trattato il ricorso. Ma sicuramente se ne parla dopo l'estate. Potrebbe arrivare prima il verdetto di Strasburgo che, secondo gli avvocati dell'ex Cavaliere, dovrebbero discutere il loro ricorso forse già a settembre. Impossibile fare previsioni sulla decisione che i giudici potranno prendere.
Anche in passato la Corte ha considerato le leggi sulla candidabilità soprattutto amministrative. In questo caso la legge può essere retroattiva e non va cambiata. Certo potrà influire anche la composizione futura della Consulta dove oggi mancano due giudici, il sostituto di Mattarella e quello che Forza Italia non è mai riuscito a eleggere. A luglio scade un altro giudice "a destra", Paolo Maria Napolitano. La prossima settimana si vota di nuovo in Parlamento per le alte toghe. Una composizione che diventa strategica pure per il giudizio sulla Severino.
Una legge sempre in bilico, come nel caso dello "spacchettamento" della concussione, protagonista anche lei della decisione dei giudici della Cassazione su Berlusconi. "Una decisione unanime". Da una Cassazione blindatissima trapela questa testimonianza sulla camera di consiglio che ha mandato assolto Berlusconi.
Riunione interminabile, s'era detto a ridosso di mezzanotte, i cinque giudici chiusi lì dalle 3 del pomeriggio. Su questo, dalla Corte, arriva una puntualizzazione seccata: "Si vede che non frequentate questo palazzo e non seguite da presso i nostri lavori. In media, le camere di consiglio durano proprio lo stesso numero di ore, quindi non c'è alcuna particolarità nel caso di Berlusconi".
di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 12 marzo 2015
Ecco, diranno alcuni benpensanti, il processo Ruby si è concluso con la definitiva assoluzione di Berlusconi da tutte le ipotesi di reato contestate e finalmente, grazie alla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati, qualcuno chiederà i danni ai pm che lo hanno indagato ed ai giudici che lo hanno ingiustamente condannato in primo grado!
Chi sbaglia paga e qui di conseguenze dannose derivanti dall'essere stato ingiustamente processato per anni se ne possono individuare veramente tante e quindi si pagherà molto. Siamo poi nella condizione ottimale per il danneggiato, un potente che ha tutti i mezzi per intentare e coltivare costose cause: la condizione peggiore per i magistrati che a vario titolo hanno compiuto in perfetta buona fede il loro dovere ed ora si trovano esposti, come foglie al vento, alla ritorsione del più forte. Giusto o sbagliato che sia, quel che è certo è che quest'ipotesi di cui qualcuno ha parlato negli ultimi due giorni, appartiene alla sfera dell'assoluta irrealtà, e chi si avventura in queste valutazioni non sa, evidentemente, come impiegare utilmente il proprio tempo. La riforma della legge sul risarcimento
dei danni cagionati nell'esercizio delle funzioni giudiziarie e sulla responsabilità dei magistrati si è limitata ad ampliare l'ambito di responsabilità dello Stato (non dei magistrati, nei confronti dei quali non è consentita l'azione diretta e la rivalsa può essere esercitata solo nelle ipotesi di negligenza inescusabile) ai casi di manifesta violazione di legge, di travisamento del fatto o delle prove, negli esatti termini in cui ciò è stato imposto all'Italia
dalla Corte di Giustizia dell'Ue. Posto che la violazione di legge deve essere "manifesta", e l'errore sul fatto deve trasmodare nel "travisamento", per tale intendendosi una macroscopica topica, che non richieda per essere accertata alcun approfondimento di carattere interpretativo o valutativo, è evidente che nessuna azione di danno potrà essere intentata nei confronti dello Stato a seguito dell'assoluzione di Berlusconi. L'indipendenza della magistratura è salva e francamente, chiunque abbia letto laicamente il contenuto della riforma, non ha mai dubitato del contrario.
Quello che invece preoccupa è la posizione assunta dalla politica il giorno dopo l'approvazione del nuovo testo. Sembrava che fosse l'occasione per recuperare un po' di spazio e anche di dignità rispetto al ruolo centrale, preponderante ed invadente che certa parte della magistratura si è attribuito nella vita del Paese, esondando ampiamente dall'alveo delle proprie competenze e pretendendo di condizionare, fino al diritto di veto, ogni provvedimento assunto in materia di giustizia. E invece siamo quasi alle scuse e soprattutto pare che la magistratura associata abbia maturato un grosso credito, certo, liquido ed esigibile, che va riscosso a breve.
Il ministro Orlando, al quale va riconosciuto il merito di aver dimostrato grande equilibrio e determinazione nel traghettare in porto la nave della riforma - attraversando i flutti perigliosi agitati da chi avrebbe voluto una legge in odio ai magistrati e da chi, invece, si è opposto irragionevolmente e ad ogni costo a qualsivoglia modifica - si è subito detto pronto ad una revisione. Il presidente della Repubblica ha sentito la necessità di tranquillizzare i giovani magistrati in merito al fatto che l'applicazione delle legge sarà attentamente monitorata per preservare e garantire l'indipendenza della magistratura.
L'iter parlamentare della riforma del regime della prescrizione ha subito un'immediata accelerazione, chiudendo la porta ad ogni dialogo che pure era in corso davanti alla commissione Giustizia della Camera, dove tutte le parti rappresentative, tra cui l'Unione Camere penali, erano state audite sul disegno di legge giustizia del governo (nel quale appunto era inserita anche una modifica alla prescrizione), con la previsione, vista la complessità dei temi, di una seconda e più approfondita consultazione.
È accaduto infatti che, sulla spinta mediatica di alcune inchieste in materia di corruzione e soprattutto in ossequio alle posizioni espresse dalla magistratura associata, il cui credito maturato con lo sgarbo della riforma sulla responsabilità civile va appunto saldato, si sia sentita l'impellente necessità di aumentare le pene per i reati contro la pubblica amministrazione e contemporaneamente allungare i termini di prescrizione.
A poco vale osservare che si tratta di reati a bassissimo indice di prescrizione, per l'ovvia ragione che sono già puniti con pene edittali gravi e sono trattati nella prassi, in ragione della loro natura, con una certa attenzione: l'urgenza resta e i debiti vanno saldati.
L'accelerazione si è, quindi, subito diffusa per contagio, sempre su sollecitazione dell'Anni, dal binomio prescrizione/corruzione al regime generale della prescrizione e dunque, a tutti i reati.
La prescrizione, insomma, è l'origine di tutti i mali, altro che responsabilità dei magistrati! L'approccio al problema è però radicalmente sbagliato, sia nella forma, che nella sostanza. Quanto al primo aspetto deve essere chiaro che i penalisti italiani hanno fino ad oggi dato il proprio contributo costruttivo al percorso di riforme del Governo, pur non condividendo sempre ed appieno determinate scelte, proprio perché è stato privilegiato un dialogo tra le parti effettivo, biunivoco e oggettivamente utile ad una migliore produzione normativa. Se la scelta è quella di interrompere questo percorso e di imporre scelte illiberali ed autoritarie in ossequio alle pretese avanzate dalla magistratura associata, la risposta dell'Ucpi non sarà certo di passiva accettazione. Quanto al merito, è stato da ultimo autorevolmente osservato sulle pagine di questo giornale dall'Avvocato e Senatore Nico D'Ascola, che allungare i tempi della prescrizione equivale ad allungare i tempi del processo, e che la scelta del modello da seguire dipende dal sistema politico che i cittadini prediligono. Un sistema autoritario pone lo Stato e il suo interesse punitivo al centro e questo giustifica l'allungamento dei termini di prescrizione e conseguentemente di accertamento dei reati attraverso un processo infinito.
Le inefficienze del processo, che ne determinano l'enorme durata, sono scaricate sul cittadino, che si badi deve essere considerato, in base ad un principio costituzionale, non colpevole fino alla sentenza definitiva, e che spesso magari, al termine di un lungo iter che gli sconvolge l'esistenza, viene anche assolto. Un sistema liberale, che è l'unico compatibile con la nostra Costituzione, pone al centro la persona, che ha diritto ad una giusta durata del processo (come sancito espressamente dall'articolo 111 della Costituzione), a vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti in un tempo ragionevole, o nella prospettiva della persona offesa, a vedere nello stesso ragionevole tempo l'accertamento definitivo della responsabilità del reo.
D'altra parte è difficile comprendere, nella prospettiva di uno Stato liberale, che senso abbia raggiungere una condanna definitiva a decine di anni dal fatto, quando la pena non ha più alcuna funzione rieducativa e neanche retributiva, posto che si condanna una persona diversa dall'autore del reato. Riprendo, dunque, l'invito di D'Ascola, "riflettano i cittadini su quale dei due modelli preferiscono", ed aggiungo, rifletta il Governo su quale percorso vuole condurre per riformare il nostro sistema penale.
di Carmelo Caruso
Panorama, 12 marzo 2015
I sei ospedali psichiatrici giudiziari avrebbero dovuto essere soppressi per legge anni fa, poi nel 2014. Ora la data è stata fissata al prossimo 31 marzo, quando forse saranno sostituiti da "residenze". Paradossalmente i primi a diffidarne sono i reclusi e gli stessi operatori, che protestano: "Non abbiamo gestito dei lager". Per dimostrarlo, ci hanno spalancato le porte dell'istituto messinese di Barcellona Pozzo di Gotto.
Impazziscono in prigione e rinsaviscono in manicomio. Non è un lager e non si applica la tortura, nel carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, a pochi chilometri da Messina, "il più grande d'Italia, e sicuramente, in passato, il più affollato d'Europa" suggerisce Nunziante Rosania, direttore dal 1989, un fisico da gigante buono che ci ha vissuto dentro per anni. È questa la casa modello di cui può vantarsi il nostro sistema penitenziario, l'eccezione alla crudeltà delle galere. "Non è stato un carcere, ma un luogo spazzatura, una discarica molto visitata. Politici ne sono venuti, ne vengono sempre, come se questo fosse un giardino zoologico" rimprovera il direttore.
A volte anche Rosania dice di sentirsi in proroga come questi ospedali (attualmente sono sei in Italia) sempre chiusi per legge ma sempre riaperti per decreto, oggi vicinissimi alla futura estinzione, già prevista per il 1 ° aprile 2014, ma poi posticipata al
31 marzo 2015 per l'ennesima impreparazione di Stato e Regioni. E infatti proprio le Regioni hanno chiesto di procrastinare la chiusura nel 2017. "Ma questa volta gli Opg chiuderanno" ha fatto sapere Roberto Calogero Piscitello, direttore generale dei detenuti e del trattamento del Dap. Oggi gli internati in tutta Italia sono 722, di questi 476 possono essere dimessi. E come sempre avviene nella transizione che anticipa la
scomparsa, i manicomi giudiziari sperimentano la felice armonia di fine epoca, A Barcellona la malattia sembra finalmente evasa dalla struttura, tanto che il direttore deve quasi ricordare che questo ospedale resta un carcere, con i suoi quattro padiglioni protetti da mura di cinta e da pesanti cancelli smaltati di blu fresco, il blu della canzone: "È venuto anche Domenico Modugno a farci visita, quando era già segnato dalla malattia. Veniva anche quella splendida voce siciliana, Rosa Balestrieri, a cantare e visitare il cognato che aveva strangolato la sorella della cantautrice".
Lungo i cortili si annusa il sonno impastato di medicine, ma è autentica la serenità emanata dagli alberi di limoni e mandarini che fanno adesso ombra a un detenuto a colloquio. Qui i familiari possono entrare tre volte a settimana, spiega il sovraintendente di polizia Vito Fazio, ancora provato dal verdetto severo che espresse la commissione parlamentare guidata nel 2011 dall'allora senatore Ignazio Marino: "Disse che qui c'era un olezzo nauseabondo. Lei lo sente l'olezzo?".
Ora i padiglioni sprigionano profumo di sapone grazie a Salvatore Casalnuovo, detenuto, 26 anni, di Termini Imerese: "Resistenza a pubblico ufficiale, tentato omicidio. Oggi mi occupo di pulizie in carcere. Sogno la comunità". Salvatore esibisce un foglio che invece lo obbliga a restare, una bocciatura che qui chiamano "stecca" si appella per far rivedere il giudizio, testimonia la sanità; "Sono pronto, è arrivato il momento. Mi mandi via, mi mandi, la prego".
Il direttore dice che il momento del congedo si comprende facilmente: "Solo nell'ultimo anno sono andati via in 240". Oggi a Barcellona gli internati sono 16S e di questi solo 18 hanno commesso omicidi, altri sono impazziti in carcere e li hanno spediti qui a guarire, altri ancora sono detenuti per piccoli reati, come Paolo che nel 1993 simulò una rapina con il dito in tasca, una rapina di 7 mila lire. È rimasto qui vent'anni, da dimesso bussa e chiede di rientrare.
Ci sono stati anche dei simulatori? "Eccome. Erano i mafiosi che si facevano internare per ottenere gli sconti di pena. Qui sono stati rinchiusi Tommaso Buscetta, Gaetano Badalamenti, Frank Coppola, il boss Stefano Bontade, il figlio di Nitto Santapaola, ma c'è stato anche il primo vero pentito di mafia, Leonardo Vitale" dice Rosania, che parla di "grande armistizio", il momento più triste di questa istituzione perché "fu un'utilizzazione spuria e l'ospedale mostrò tutta la sua inadeguatezza".
Ma adesso, nel padiglione numero 8, che ospita 80 detenuti, si riconosce solo la pancia gonfia del criminale solitario e non dell'affiliato. I visi sono tutti unti e affaticati sotto i soffitti bassi e caldi, anche se rinfrescati dal vento, da queste parti chiamato "cavaliere", che si insinua e che penetra nelle stanze e per i letti, sei per stanza, sformati dai corpi, E tutti hanno occhi stravolti e saettanti come quelli di Salvatore Nunnari, sicuro dell'uscita: "Ho picchiato mia moglie, mia sorella. Ma ho capito. Ormai c'è la cura".
La cura che ha soffocato i deliri, erede del Largactil, primo psicofarmaco, è deposta nei bicchierini che custodisce Maria Grazia Saporiti, che staziona nell'ambulatorio. "Gli psicofarmaci ci hanno dato una grossa mano, ma non hanno risolto il disagio mentale. C'è della mitologia intorno al loro utilizzo. In realtà alcuni detenuti non vengono sottoposti a cure farmacologiche di quel genere" precisa Rosania che invece duella con i guasti del vero carcere: "Cirrosi, problemi respiratori e cardiovascolari", E indica Mejri Sani, romeno ricoverato già tre volte in un ospedale civile da quando è arrivato in Sicilia, un uomo dal corpo butterato: "Mi chiamano Rambo. Tentato omicidio. Questi segni me li sono fatti con una lametta in carcere a Lecce".
Tutti gli internati portano rosari al collo che distribuiscono con prodigalità le suore, e sui capezzali ci sono gli ex voto, immagini di santi e madonne. E tutti escono dalle celle al passaggio del direttore, sciamano come api, vengono in processione, pretendono la carezza salvatrice, come un giovinetto con gli stessi battetti degli ambulanti del Bangladesh che picchettano gli incroci. "Si chiama Saiful Mehdi: è lui che nell'agosto 2011 ha ucciso il senatore Ludovico Corrao. Teme la chiusura dell'ospedale e l'ingresso in comunità, qui si è creato una nicchia" rivela Rosania.
Saiful era il fedele servitore che amava Corrao: il domestico del senatore-avvocato-sindaco che una mattina d'agosto ha sgozzato con un coltello da cucina l'ultimo dei bizzarri siciliani, il politico che aveva rifatto a suo modo Gibellina, il conte dalle mille vite e dalle mille arti. "L'anno prossimo finirà in comunità" prevede il direttore, uomo incuriosito dal futuro di queste istituzioni: "Parliamo di ospedali che andavano chiusi negli anni Novanta. Le accuse che ci ha rivolto la commissione Marino sono servite a ricordarne l'esistenza. Dobbiamo giungere a piccole strutture con del personale più specializzato e trattare finalmente i detenuti come pazienti. A volte penso che si voglia sostituire il luogo, non il metodo".
Ed è lo stesso timore che a chilometri di distanza esprime il professor Giandomenico Dodaro, che insegna diritto penale alla Bicocca di Milano: "Per la magistratura sono state soluzioni sbrigative, per i dipartimenti di salute mentale un carico troppe volte declinato solo per paura. C'è stata una mancanza di solidarietà tra giustizia e medicina". Eppure è forse merito di questo egoismo istituzionale e di questo interregno se, a Barcellona Pozzo di Cotto, si è potuta costituire la cooperativa Astu che ha dato un lavoro ai detenuti. È gestita dall'architetto Carmelo Puliafito, con officine di falegnameria, una piccola squadra di lavoratori edili e di ottimi fabbri.
Ed è ancora la provvidenziale impreparazione che ha reso possibile l'esperimento ambizioso, un reparto di custodia attenuata organizzato da Tommaso Bucca, da 17 anni in servizio nel carcere.
Bucca fa vedere la primavera struttura che dovrebbe sostituire il carcere giudiziario, la Rems, Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, dove i detenuti si muovono senza secondini, osservati solo da due infermiere, e che è gestita dai reclusi stessi. Si avvia così a chiudere e spegnersi l'unico carcere che funziona, il fortunato esperimento nato malgrado la dimenticanza e la tiepidezza del mondo di fuori.
www.giustizia.it, 12 marzo 2015
Francoforte. Sono oltre 130 le presenze tedesche nel mondo dell'imprenditoria e della finanza per l'incontro con il ministro della Giustizia Andrea Orlando organizzato dalla Camera di Commercio Italiana per la Germania (Itkam), in collaborazione con Villa Vigoni - Centro Italo-Tedesco per l'Eccellenza Europea, la Frankfurt School of Finance and Management e lo Studio Legale internazionale Watson Farley & Williams. Al centro dell'intervento, la riforma della giustizia civile in Italia e i suoi riflessi sui rapporti commerciali fra Italia a Germania: il guardasigilli illustra le iniziative legislative ed organizzative messe in campo dal ministero in questo primo anno di governo con l'obiettivo di semplificare e rendere certe le procedure del processo civile italiano.
"La riforma della giustizia civile - spiega Orlando - è per il governo un passaggio fondamentale per la credibilità internazionale del nostro Paese. Spiegare e raccontare all'estero gli interventi già attuati e quelli in corso è fondamentale per rafforzare il clima necessario a riportare in Italia investimenti stranieri. Gli apprezzamenti per quanto finora fatto che ci sono arrivati dall'Unione Europea con il vicepresidente della Commissione Katainen e con il Commissario Jourová rappresentano da questo punto di vista un grande incoraggiamento a proseguire sulla strada della riforma. Iniziative come questa di Francoforte e come altre che promuoveremo nei prossimi mesi - conclude il guardasigilli - vogliono essere una sorta di nostro biglietto da visita internazionale, consapevoli che il funzionamento efficace del servizio giustizia è cruciale per sviluppare al meglio le potenzialità dei nostri rapporti economici, soprattutto con un Paese amico e storico partner come la Germania".
"Nella mia quotidiana attività in Germania - aggiunge l'ambasciatore italiano a Berlino Piero Benassi - percepisco grande attenzione e forte sostegno da parte sia del Governo tedesco sia del mondo economico della Germania al processo di riforme in corso in Italia. Sicuramente la riforma della giustizia civile riguarda uno degli ambiti in cui maggiore è la sensibilità e più elevate sono le aspettative degli operatori economici. Mi sembra pertanto particolarmente meritoria questa iniziativa di public-diplomacy".
"La riforma della giustizia civile in Italia è tra i più importanti elementi del pacchetto di riforme italiano. La certezza del diritto è un bisogno basilare di ogni investitore", spiega il Presidente della Camera di Commercio Italiana per la Germania Emanuele Gatti.
All'Itkam Colloquium sono presenti, oltre al ministro Orlando, l'ambasciatore della Repubblica Italiana Pietro Benassi, professore di Giurisprudenza e Direttore Accademico del corso di studio Master of Mergers & Acquisition della Frankfurt School of Finance and Management Christoph Schalast, il Counsel dello Studio Legale Watson Farley & Williams di Roma Francesco Maria di Majo e il presidente Itkam Emanuele Gatti, moderatore della discussione finale.
di Marino Longoni
Milano Finanza, 12 marzo 2015
Dal 1° gennaio di quest'anno l'evasione fiscale sarà sanzionabile anche come auto-riciclaggio. Questo significa che sulle spalle del presunto evasore si andrà in alcuni casi a triplicare il carico delle sanzioni. Con effetti da paura! Facciamo un caso concreto. L'azienda Alfa, a seguito di un accertamento fiscale viene accusata di aver evaso 1 milione di euro. Fino a qualche mese fa avrebbe dovuto, se condannata in via definitiva, versare le imposte evase con raggiunta di sanzioni e interessi (più eventuali spese di giudizio). Oggi tutto ciò è solo l'inizio, perché la legge sulla voluntary disclosure ha introdotto il reato di auto-riciclaggio tra quelli presupposto della responsabilità amministrativa delle società (legge 231 del 2001).
Questo significa che il dirigente che ha progettato e messo in atto l'evasione potrà essere condannato penalmente e, in mancanza dei modelli organizzativi previsti dalla legge 231 (che peraltro oggi ancora nessuno saprebbe come fare), la società potrebbe essere condannata in via amministrativa per lo stesso reato di auto-riciclaggio. E le sanzioni potrebbero essere anche molto salate. Sembra folle, ma è proprio così. Quante migliaia di aziende ogni anno vengono condannate per un fatto di evasione che potrebbe integrare il reato di auto-riciclaggio? E quanti procedimenti penali, e quanti procedimenti amministrativi potrebbero essere innescati dalle indagini finanziarie? Ovviamente i conti non li ha fatti nessuno. Certamente i procedimenti innescabili da queste novità normative sono molti, ma molti di più, di quanto il sistema giudiziario italiano è in grado di reggere.
In pratica siamo di fronte alla riedizione delle grida di manzoniana memoria. Oppure all'invenzione della roulette russa fiscale. Più o meno a casaccio, qualcuno sarà chiamato a pagare sanzioni spropositate rispetto all'evasione commessa, e questo dovrebbe fungere da monito per tutte le altre aziende. In realtà le disposizioni sull'auto-riciclaggio dimostrano che è completamente saltato qualsiasi rapporto di ragionevolezza tra l'introduzione di una norma sanzionatoria e la capacità dello Stato di applicarla in modo fermo e uniforme. Sarà comunque uno spauracchio notevole per le imprese che, non appena se ne renderanno conto, cercheranno di tutelarsi con i mitici modelli di organizzazione aziendale, l'unica arma rimasta nelle loro mani. Un castello di carte di nessuna utilità dal punto di vista sostanziale ma, almeno formalmente, utili allo scopo, come può esserlo uno spaventapasseri in un campo di grano. E meno male che questo governo aveva al centro del suo programma la semplificazione amministrativa e fiscale, altrimenti chissà cosa non avrebbe potuto inventare.
www.assemblea.emr.it, 12 marzo 2015
Il garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione, Desi Bruno, ha visitato la casa circondariale di Forlì, accompagnata dal comandante di reparto della polizia penitenziaria, Michela Zattoni. Il garante ha potuto constatare una sensibile riduzione dei numeri delle presenze (un terzo in meno, rispetto a un anno fa); ora la maggior parte dei detenuti è collocata in cella singola, con una metratura a disposizione in linea con i parametri dettati dalla giurisprudenza della Corte Edu.
A fronte di una capienza regolamentare di 144 persone, il 9 marzo erano presenti 112 detenuti di cui 19 donne; 62 i condannati in via definitiva; 51 gli stranieri; 36 i tossicodipendenti (di cui 6 donne); 5 gli ammessi al lavoro all'esterno (di cui 1 donna e 1 straniero); 24 gli autori di reati sessuali; 3 i protetti cosiddetti "promiscui" (separati dagli altri detenuti in ragione di problemi relazionali e di convivenza legati a chiamate in correità, collaborazioni marginali, appartenenza a Forze dell'ordine e altre specifiche condizioni soggettive).
La struttura carceraria si presenta molto vecchia (all'interno di una rocca ottocentesca i cui ambienti sono stati riadattati), per cui esistono criticità di ordine strutturale: per esempio, le docce comuni all'esterno delle camere di pernottamento presentano problemi di umidità, a cui si fa fronte con opere di manutenzione ordinaria che le rendono, comunque, più decenti di quelle di altri istituti penitenziari regionali di ben più recente costruzione. In generale, gli ambienti si presentano decorosi, con opere di tinteggiatura, anche grazie al contributo del lavoro dei detenuti.
Più adeguati, dal punto di vista degli spazi e della luminosità, risulteranno gli ambienti del nuovo carcere (il trasferimento dovrebbe avvenire nel 2017 in località Quattro).
Risulta pienamente operativo il regime "a celle aperte", con i tutti i detenuti, anche nella sezione femminile, che hanno la possibilità di rimanere all'esterno della cella per almeno otto ore al giorno; inoltre, risulta compiutamente assicurata la separazione fra condannati in via definitiva e imputati. È altresì presente una sezione a custodia attenuata per persone in semilibertà e ammesse a lavorare all'esterno e per chi è in procinto di essere dimesso, a regime aperto, con un sistema di videosorveglianza.
Nel corso dei colloqui che il garante ha effettuato con i detenuti, sono emersi a più riprese il clima positivo e il riconoscimento da parte della popolazione detenuta dell'attenzione e della predisposizione al dialogo che la direzione e lo staff dell'amministrazione penitenziaria, impegnati in un intenso lavoro orientato a caratterizzare la pena in termini di umanizzazione. Con riferimento ai rapporti con la magistratura di sorveglianza, si segnala che alcuni detenuti hanno informato il garante circa l'esito dei ricorsi presentati ai fini dell'accertamento di condizioni detentive inumane e degradanti: il magistrato di sorveglianza competente ne ha dichiarato l'inammissibilità in quanto formulati in maniera generica, mancando delle indicazioni necessarie per l'istruttoria in caso di ricorso. L'impegno del garante è a fornire informazioni puntuali ai detenuti circa le modalità di proposizione del ricorso.
La visita ha compreso gli ambienti riqualificati della sezione a custodia attenuata per tossicodipendenti, anche grazie a lavori effettuati in economia da parte dei detenuti: questi ambienti torneranno completamente funzionali entro qualche mese (i lavori di manutenzione devono essere ancora completati) e potranno ospitare sino a 40 persone, è questa la capienza tollerabile, prevedendo diversi spazi per le attività trattamentali, con un locale adibito a refettorio.
Esiste una pluralità di attività a favore delle persone detenute: si segnalano, in particolare, il laboratorio metalmeccanico (che impegna 5 detenuti); il laboratorio della cartiera (che impegna 4 detenuti); il laboratorio Raee per lo smaltimento dei rifiuti elettronici, consistente nello smontaggio e pretrattamento di piccoli elettrodomestici, con la sede del laboratorio all'esterno del carcere, gestito da una cooperativa sociale, che assume e remunera i detenuti, in collaborazione con un'agenzia formativa (con l'impegno di 1 detenuto all'interno del carcere). Sono, inoltre, presenti i laboratori di pittura e di teatro.
Si registra che, allo stato, non risulta essere stato attivato il finanziamento della formazione professionale dal Fondo Sociale Europeo. Per quanto riguarda la scuola superiore, è attivo il corso dell'istituto tecnico commerciale. È attivo il sistema di prenotazione dei colloqui per familiari dei detenuti, organizzati su tre giorni alla settimana, prevedendo anche un pomeriggio. Si segnala ancora un progetto, promosso dal volontariato, rivolto all'accoglienza dei familiari in attesa di colloquio.
Continua la collaborazione in atto con il Centro per uomini maltrattanti di Forlì: la sperimentazione è rivolta agli autori di reati sessuali che, nella fase che precede le dimissioni, con attività di gruppo dedicate ai sex-offender, vengono presi in carico in carcere, anche verificando la possibilità e/o la disponibilità dello sviluppo di un programma territoriale una volta usciti. Si registra positivamente l'esperienza di ex detenuti che, anche dopo essere tornati in libertà, hanno continuato a seguire e a sviluppare il programma trattamentale, rimanendo in carico al Centro.
www.assemblea.emr.it, 12 marzo 2015
Dopo l'allarme lanciato da Desi Bruno, Garante regionale delle persone private della libertà personale, un fronte bipartisan si è levato in Senato per chiedere al ministro della Giustizia Andrea Orlando che Henrique Pizzolato, il banchiere italo-brasiliano condannato a 12 anni di reclusione nell'ambito di una vicenda di tangenti, non venga estradato in Brasile. L'ex direttore del Banco del Brasile è attualmente detenuto presso il carcere di Modena dopo essersi costituito, ma la richiesta per la sua estradizione è stata accolta dalla Corte di Cassazione, che ha ribaltato la sentenza di diniego della Corte d'Appello di Bologna.
Sul tema sono intervenuti sia il senatore Carlo Giovanardi di Ap con una interpellanza datata 24 febbraio che i senatori Sergio Lo Giudice e Luigi Manconi del Pd, primi firmatari di una interrogazione depositata il 27 febbraio e sottoscritta da numerosi colleghi provenienti anche da altri gruppi come Ap, Fi e Misto: Amati, Cirinnà, Cucca, Di Biagio, Fasiolo, Ferrara Elena, Fornaro, Guerra, Idem, Lai, Lo Moro, Malan, Mastrangeli, Orellana, Pagliari, Petraglia, Pezzopane, Spilabotte, Valdinosi. In entrambi i documenti i parlamentari esprimono le stesse preoccupazioni, già sollevata da Bruno prima della sua visita a Pizzolato nella casa circondariale di via Sant'Anna il 21 febbraio, sulle condizioni delle strutture detentive brasiliane e in particolare quella del carcere di destinazione, di recente, come sottolineato dall'Ufficio del Garante, scenario di episodi di violenza e morte inflitta da detenuti ad altri detenuti.
"Il procedimento che lo ha visto coinvolto è stato celebrato dal supremo tribunale federale brasiliano, massimo organo giurisdizionale, competente a giudicare i reati commessi da deputati e ministri, nonostante non fosse il giudice naturale e precostituito in relazione a quel procedimento, non ricoprendo egli nessuno di questi ruoli- scrive Giovanardi-. In conseguenza di tale determinazione della competenza, il signor Pizzolato è stato sottoposto ad un processo che ha negato i diritti minimi di difesa e che non gli ha consentito di poter proporre ricorso avverso la pronuncia del supremo tribunale federale". Inoltre, rimarca il senatore, "come riconosciuto in primo grado dalla Corte d'Appello di Bologna e come ampiamente provato documentalmente nel corso del procedimento giurisdizionale, le carceri brasiliane, inclusa quella in cui dovrebbe scontare la pena Pizzolato (carcere di Papuda), sottopongono i detenuti a condizioni inumane e degradanti. Si sottolinea che nel carcere in cui Pizzolato dovrebbe scontare la pena nel 2013 sono stati accertati 2 suicidi, 14 omicidi, 30 morti e nel 2014 altri 2 omicidi e una morte dovuta ad un incidente".
Similmente, Lo Giudice e Manconi sostengono che "la corte di Cassazione, annullando la decisione della Corte d'Appello, ha disposto la sua estradizione in Brasile noncurante dell'orribile condizione delle carceri brasiliane che comporterebbe seri rischi per l'incolumità di Pizzolato- spiegano nell'atto sottoscritto da altri 18 colleghi -. Rispettiamo la decisione della Suprema Corte, ma abbiamo deciso di interrogare il guardasigilli sull'eventualità che la patente violazione dei diritti umani nelle carceri brasiliane possa orientare la sua decisione finale verso una soluzione che garantisca l'incolumità fisica del nostro connazionale". I membri del Senato ricordano infine che "il trattato di estradizione tra la Repubblica italiana e la Repubblica federativa del Brasile prevede che l'estradizione non sia concessa 'se vi è fondato motivo di ritenere che la persona richiesta verrà sottoposta a pene o trattamenti che comunque configurano violazione dei diritti fondamentali".
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