di Ornella Favero (direttrice di Ristretti Orizzonti)
Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2015
Quello che vorrei chiedere alle Istituzioni, col cuore in mano.
Dirigo un giornale complesso, realizzato da detenuti e volontari, e occupandomi da quasi vent'anni di questioni che hanno a che fare con le pene e il carcere credo di essere una persona competente in materia e in grado di fare osservazioni degne di attenzione.
Ristretti Orizzonti, 24 aprile 2015
Sono Vincenzo Giglio, figlio di Salvatore Giglio che è attualmente detenuto presso la Casa di Reclusione di Padova. Scrivo la presente per dire che mio padre sono oltre otto anni che è rinchiuso presso il suddetto istituto privato dell'affetto dei propri familiari che vivono tutti in Calabria.
di Antonio Ciccia
Italia Oggi, 24 aprile 2015
In G.U. la legge per favorire i domiciliari. In vigore dall'8 maggio. Custodia cautelare in carcere solo in casi eccezionali. Mai per fatti lievi e solo se le esigenze di tutela della collettività e di scongiurare il pericolo di fuga o di reiterazione del reato non possano essere soddisfatte diversamente. E il giudice deve dettagliatamente spiegare perché è necessaria la misura detentiva e anche perché non è sufficiente l'arresto domiciliare con uso dei braccialetti elettronici.
Askanews, 24 aprile 2015
I detenuti presenti al 28 febbraio 2015 nelle carceri italiane sono 53.982. Il 31 dicembre 2014 erano 53.623. Il 31 dicembre 2013, ovvero a sette mesi dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti umani nel caso Torreggiani, i detenuti erano invece 62.536.
Dunque a oggi sono 8.554 in meno rispetto a fine 2013. Scende il numero dei detenuti nelle carceri italiane ma non sembrano migliorare significativamente le condizioni di detenzione all'interno delle carceri.
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 24 aprile 2015
Non sono parole, ma occhi e cuori che battono. A sentire parlare Alessandro, Fabio, Andreas e tutti i detenuti che lavorano in carcere c'è un leit motive: "Il voler essere guardati e non giudicati". Edmondo, in più, ha compreso che la sua vita in cella non era finita davanti allo sguardo amorevole della madre che lo perdonava: "Lì ho detto sì al mio riscatto: un progetto di lavoro in carcere".
Vita, 24 aprile 2015
A dirlo è il confronto "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio" svolto a Roma, al Palazzo della Cooperazione e promosso da Alleanza delle Cooperative Sociali, Cdo Opere Sociali e Forma su come la riforma del sistema penitenziario potrà favorire il recupero umano e sociale delle persone detenute
L'abbattimento della recidiva porterebbe a un risparmio di 210 milioni di euro. Il recupero dei detenuti è di per sé un fatto umano, sociale di inestimabile valore che ha, anche, un risvolto economico per la collettività. È quanto emerso dal dialogo confronto "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio" svolto a Roma, al Palazzo della Cooperazione e promosso da Alleanza delle Cooperative Sociali, Cdo Opere Sociali e Forma su come la riforma del sistema penitenziario potrà favorire il recupero umano e sociale delle persone detenute.
"Siamo pronti a dare il nostro contributo agli "Stati generali sul carcere". Il nostro impegno è rinforzare l'alleanza con le istituzioni per realizzare in ogni carcere d'Italia esperienze lavorative finalizzate al recupero del detenuto. I dati sulla recidiva parlano chiaro: tra i detenuti che non svolgono programmi di reinserimento la recidiva sfiora il 90%, mentre tra i detenuti che seguono questo percorso la recidiva si riduce alla soglia del 10%". Lo ha detto Giuseppe Guerini, presidente Alleanza Cooperative Sociali, che ha introdotto e concluso i lavori.
Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando ha spiegato "le cooperative sono l'attore più idoneo a realizzare gli interventi per il lavoro nelle carceri e a creare il ponte con il dopo carcere per l'inserimento lavorativo".
Riprendendo le parole del ministro Orlando, Monica Poletto, presidente Cdo Opere Sociali ha osservato che "per essere sussidiaria nel suo esito, la riforma del sistema penitenziario dovrà esserlo anche nella sua genesi. Nella sua predisposizione occorre dunque coinvolgere tutti i soggetti che stanno facendo esperienze positive di rieducazione all'interno delle carceri. Affinché si realizzi un sistema più giusto, che tenga più conto della centralità della persona, bisogna sempre partire da ciò che già c'è ed opera e collaborare per capire come possa essere sviluppato".
Ai lavori hanno partecipato, tra gli altri, Luigi Bobba - Sottosegretario al Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali; Gabriele Toccafondi - Sottosegretario al Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della ricerca; Edoardo Patriarca - Parlamentare e presidente Centro Nazionale per il Volontariato - Lucca.
Nella mattinata il "villaggio carcere" si è raccontato attraverso le testimonianze di persone recluse che lavorano in Sicilia, a Padova e presso le cooperative sociali Men at Work di Roma e Il Germoglio di Sant'Angelo dei Lombardi (Avellino). Altre esperienze significative sono state quelle di don Claudio Burgio dell'associazione Kayròs del carcere minorile Beccaria di Milano, di un ex detenuto della cooperativa Homo Faber di Como e dei volontari dell'associazione Incontro e Presenza di Milano. Altre voci interessanti sono venute dal mondo della formazione professionale in carcere e dall'esperienza di volontariato Vic, nel carcere di Rebibbia.
Askanews, 24 aprile 2015
"Il sistema carcere in Italia costa 3 miliardi di euro all'anno e ha una recidiva tra le più alte d'Europa" ma occorre trasformare la detenzione da "pena passiva" a "un'occasione di recupero per i detenuti attraverso studio e lavoro". Lo ha detto il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, intervenendo all'incontro "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio", organizzato a Roma da una serie di cooperative italiane sociali impegnate nel recupero dei detenuti. Il guardasigilli ha sottolineato come il primo obiettivo, quello del superamento del sovraffollamento carcerario, sia stato raggiunto: "quando mi sono insediato i detenuti erano 61mila con circa 44mila posti disponibili", ora il numero dei reclusi "si aggira sui 53mila con 46-47 mila posti disponibili". L'emergenza del sovraffollamento carcerario, ha aggiunto Orlando, è stata risolta anche grazie allo "stimolo importante e fondamentale venuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano".
Secondo il ministro, occorre andare nella direzione di altri Paesi europei che hanno sviluppato un sistema dell'esecuzione penale esterna. "Abbiamo affrontato il tema con gli incentivi alla legge Smuraglia e con l'introduzione della messa alla prova si è aperto un filone importante del sistema delle pene alternative al carcere che il nostro Paese non aveva".
I primi risultati sono "molto incoraggianti e consentiranno di lavorare sullo sviluppo di una struttura ministeriale che si occupi dell'esecuzione penale esterna: il dipartimento del carcere invisibile", ha spiegato. Orlando ha ricordato come l'obiettivo "degli stati generali dell'esecuzione della pena sia quello di ridefinirne un nuovo modello" anche grazie al coinvolgimento delle cooperative sociali. Secondo il ministro è necessario "superare un'idea passiva della detenzione che spesso ha generato più crescita della criminalità di quanto non ne abbia contrastata".
Ansa, 24 aprile 2015
Dolci preparati con prodotti biologici, vini di qualità, ma anche gioielli, valige, biciclette. Il lavoro in carcere resta un'eccezione ma non mancano le esperienze positive, nate da iniziative di cooperative , enti di formazione, associazioni di volontariato, spesso impegnate anche nel tentativo di creare una rete di solidarietà intorno ai detenuti e alle loro famiglie.
Un mondo che si è voluto raccontare in un incontro pubblico con il ministro della Giustizia Andrea Orlando anche per chiedere che queste esperienze positive vengano valorizzate dall'attesa riforma del sistema penitenziario. Pane, paste di mandorla e altri dolci della tradizione siciliana: a prepararli con ingredienti biologici sono i detenuti del carcere di Siracusa per iniziativa della cooperativa sociale Arcolaio, che gestisce anche la cucina e la preparazione dei pasti nella casa circondariale.
Producono vini di qualità i reclusi del penitenziario di Sant'Angelo dei Lombardi, che lavorano in una fattoria gestita da una cooperativa di giovani, "il Germoglio". A Padova invece chi vive dietro le sbarre fa assemblaggio di valige e gioielli ma anche montaggio di biciclette. Stavolta l'iniziativa è del Consorzio Giotto, che oggi dà lavoro a quasi 500 persone all'interno e all'esterno della casa di reclusione.
A Torino l'opportunità di lavoro per i detenuti viene dalla lavanderia industriale che è dentro il carcere e ha commesse esterne con strutture pubbliche e private. A gestirla la cooperativa Senza macchia, che promuove iniziative di formazione soprattutto a favore di detenuti stranieri verso i quali è stata emessa una sentenza di espulsione: l'obiettivo è dar loro una possibilità lavorativa una volta rientrati nel loro Paese. Nel carcere di Como c'è invece un centro stampa e la cooperativa Homo faber cerca di formare i detenuti in modo che poi abbiamo la possibilità di lavorare in campo grafico.
Lavorano l'orto i detenuti del carcere romano di Rebibbia; la struttura è gestita dall'azienda agricola La Sonnina insieme alla cooperativa Men at work, che all'interno del penitenziario gestisce anche un centro cottura con tanto di servizio di catering per pasti da asporto. In tutto nei 14 penitenziari del Lazio oltre 1.500 reclusi hanno partecipato a percorsi di qualificazioni nei mestieri di pizzaiolo, pasticcere, operaio edile, imbianchino, giardiniere, curati da Enaip, un ente di formazione professionale.
Diverse anche le iniziative di volontariato. A Milano l'associazione Kayros si occupa dei ragazzi in difficoltà segnalati dal tribunale e dai servizi sociali e un gruppo di famiglie dà un supporto concreto a questi minorenni. Sempre nel capoluogo lombardo l'associazione Incontro e presenza dà un sostegno morale e materiale ai detenuti e agli ex reclusi e loro familiari delle carceri di san Vittore, Bollate, Monza, Opera e dell'istituto minorile Beccaria. A Roma invece l'associazione Vic Caritas gestisce una comunità alloggio, che dal 1989 ha accolto oltre 5mila persone da 75 Paesi: detenuti in permesso e loro familiari venuti da fuori città per i colloqui.
di Alessandra Buzzetti
www.ilsussidiario.net, 24 aprile 2015
Interlocutori privilegiati negli "Stati generali della pena" e attori indispensabili per realizzare un progetto ambizioso: incentivare il lavoro dei detenuti nelle carceri per renderlo un sostegno attivo in tempi di crisi economica. Lo promette il ministro della Giustizia Orlando alla rete di cooperative sociali e associazioni di volontariato impegnate da anni nelle carceri italiane, in occasione del Convegno "Per rieducare un carcerato ci vuole un villaggio", svoltosi a Roma e promosso da Alleanza delle Cooperative Italiane, Compagnia delle Opere e Associazione Enti nazionali di Formazione professionale.
Un dialogo che guarda all'annunciata riforma del sistema penitenziario a partire dalle tante esperienze positive sussidiarie già in atto, che dimostrano - dati alla mano - la centralità del lavoro, della formazione e della solidarietà nel percorso di rieducazione dei detenuti così da abbattere l'alta percentuale di recidiva e produrre un vantaggio, anche economico, per lo Stato e la collettività.
"Il sistema carcerario italiano costa tre miliardi all'anno eppure ha i tassi di recidiva più alti d'Europa: significa che le politiche che concepiscono il carcere come unica o principale sanzione sono fallimentari" dice il Guardasigilli, aggiungendo che, ora che si è risolta l'emergenza sovraffollamento (53mila detenuti a fronte di una capienza carceraria di 47mila posti) si può pensare di lavorare insieme a un progetto più ampio che preveda un messaggio all'esterno comune perché il tema della riforma carceraria scatena inevitabilmente populismo e demagogia.
"Ministro, la prendiamo in parola rispetto agli impegni che ci ha annunciato" conclude Giuseppe Guerini, portavoce dell'Alleanza delle Cooperative italiane, che sottolinea il fondamentale contributo che possono fornire le cooperative sociali e le associazioni di volontariato col loro bagaglio di fatti, esperimenti e risultati ottenuti grazie a una seria formazione professionale e alla creazione di posti di lavoro regolarmente retribuiti.
"Il carcere o ti cambia in meglio o ti cambia in peggio" racconta un detenuto nel breve video di apertura di testimonianze raccolte nelle case circondariali di Siracusa e di Padova tra i pochi carcerati (parliamo del 2-3%) che in Italia hanno la fortuna di essere assunti da una cooperativa sociale, diventando così lavoratori dipendenti a tutti gli effetti.
In sala annuiscono con decisione Raffaele ed Edmondo. Sono i volti che raccontano come dietro ai panettoni, ai torroni e ai vini di qualità come delle biciclette e dei gioielli prodotti in carcere ci siano tante storie di uomini per cui, grazie al lavoro e alla fiducia di chi glielo ha permesso, il carcere non è stato il capolinea. "Per me essere qui è un miracolo" esordisce Edmondo, ancora stupito nel ricordare come la detenzione è stata per lui, paradossalmente, l'esperienza di un riscatto, la possibilità di ricreare legami affettivi autentici grazie all'incontro con gli amici della Cooperativa sociale Homo Faber presente nella Casa circondariale Bassone di Como.
"Volevo farla finita - dice Edmondo, quando ho incontrato una persona che mi ha guardato da uomo e così mi sono accorto che un cambiamento era possibile". Da Como a Roma, dove Raffaele ha imparato a fare il cuoco nel carcere di Rebibbia, grazie alla Cooperativa sociale Man at work, che fornisce servizi di ristorazione.
Se Edmondo, scontata la pena, è stato addirittura accolto in casa dagli operatori conosciuti dietro alle sbarre, per Raffaele fondamentale è stato l'accompagnamento nella ricerca di un lavoro una volta uscito fuori. Perché "il villaggio" evocato da Papa Francesco nell'incontro col mondo della scuola, necessario per educare e, in questo caso, rieducare va costruito anche oltre le sbarre e per farlo non basta la legge scritta nei codici.
Lo sa bene don Claudio Burgio, cappellano dell'istituto penale minorile Beccaria di Milano e fondatore dell'Associazione Kayros, che gestisce alcune comunità di accoglienza per minori e servizi educativi per l'adolescenza. "I miei ragazzi sono ragazzi che entrano in carcere bulli ed escono piangendo" racconta don Claudio, che sottolinea più di una criticità di un sistema che non è in grado di garantire continuità formativa ai giovani in generale e, tanto meno, a quelli a rischio devianza.
A rispondere sul piano istituzionale, oltre al ministro della Giustizia, sono Luigi Bobba, sottosegretario al ministero del Lavoro - che propone una maggiore cooperazione tra i ministeri competenti e un tavolo di lavoro allargato agli operatori impegnati nelle carceri - e Gabriele Toccafondi, sottosegretario al ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.
"La sfida per noi è dare dignità alla scuola in carcere, convincere presidi e amministratori che la proposta formativa deve essere seria pur tenendo conto delle condizioni non semplici - spiega Toccafondi, portando un esempio virtuoso. "Sono stato nel carcere di Rebibbia per la laurea di tre detenuti. Uno era un ergastolano che aveva deciso di studiare e di laurearsi perché, nonostante il "fine pena mai", rimaneva sempre un uomo. Questo significa rieducare mettendo al centro la persona".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2015
Non può essere sostituito automaticamente il giudice oggetto di un'azione di responsabilità civile. Lo precisa la Corte di cassazione con la sentenza della Sesta sezione penale n. 16924 depositata ieri, la prima che prende in considerazione la nuova legge in vigore da pochi mesi, la n. 23 del 2015. Viene neutralizzata così la pretesa di un avvocato, imputato dei reati di furto pluriaggravato, falso per soppressione e calunnia (avrebbe sottratto un verbale di sommarie informazioni e una comunicazione del Pm, rendendoli poi irreperibili), che aveva chiesto la rimessione del procedimento a un altro tribunale, ritenendo tutto l'ufficio giudiziario sospetto di un giudizio non imparziale nei suoi confronti.
Un utilizzo che la Cassazione ha giudicato evidentemente strumentale dell'azione per fare valere la responsabilità civile del giudice, ma un verdetto tanto più rilevante se si tiene conto dell'eliminazione del filtro di ammissibilità fatto dalla nuova legge e del rischio di pretestuosità nel ricorso alla nuova disciplina della legge Vassalli (la n. 117 del 1988) avanzato da subito da parte dell'Associazione nazionale magistrati. La strumentalità dell'azione era poi ulteriormente corroborata dal fatto che, "per esplicita deduzione dell'istante", l'azione era stata proposta non solo davanti a giudice incompetente, ma anche oltre il termine di decadenza.
La tesi dell'imputato era invece che la sola presentazione dell'azione nei confronti di uno dei componenti del collegio giudicante, e di altri due magistrati del medesimo ufficio, rendesse obbligatoria e, in un certo senso, automatica, la sostituzione del magistrato e, anzi, per la fondatezza della ricusazione, immediato il trasferimento del procedimento ad altra sede (visto che l'istituto della ricusazione espressamente prevede e disciplina espressamente la possibilità la sostituzione del singolo giudice non operi all'interno del singolo ufficio).
La Cassazione però, per smontare la tesi dell'imputato, fa leva su un aspetto della legge Vassalli che non è stato toccato dalla riforma: il fatto che il magistrato oggetto dell'azione di responsabilità non assume mai la qualità di debitore del proponente. La domanda infatti non è proposta direttamente nei confronti della toga ma solo, con l'eccezione dei fatti penalmente rilevanti, nei confronti dello Stato. Una conclusione che non è messa in discussione neppure dalla possibile presentazione dell'azione di rivalsa dello Stato nei confronti del magistrato nel caso di condanna dell'amministrazione. I presupposti infatti delle due azioni sono diversi. "In altri termini - conclude la Corte -, non solo la qualità di debitore si assume nel momento in cui viene riconosciuta la compiuta fondatezza della pretesa risarcitoria, e non prima, ma nel caso del sistema delle legge n. 117/1988 il magistrato la cui condotta professionale è valutata nel processo civile non potrà mai assumere la qualità dei debitore della parte privata".
In ogni caso, a sgombrare il campo da equivoci, neppure la presentazione di una causa civile o una denuncia penale, fatti riferibili solo alla parte e non al magistrato, possono essere idonei a fondare la ricusazione: non può essere rimessa a un'iniziativa di parte la scelta del giudice.
La Cassazione afferma così che, anche dopo la riforma, l'azione di risarcimento danni prodotti nel corso dell'attività giudiziaria "non costituisce per sè ragione idonea e sufficiente a imporre la sostituzione del singolo magistrato". Rimane però del tutto autonoma la questione dell'eventuale dichiarazione di astensione obbligatoria per convenienza. In questo caso infatti l'astensione è frutto di un esame da parte di altra autorità giudiziaria ed è sottratta a un'iniziativa discrezionale di parte.
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