Comunicato Sappe, 11 marzo 2015
"Nella tarda serata di ieri, 10 marzo, un internato prosciolto dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto si è tolto la vita impiccandosi nel bagno. Nonostante l'immediato intervento del personale di Polizia Penitenziaria, contestualmente a quello sanitario, non è stato possibile salvarlo e all'arrivo del 118, pochi minuti dopo, i medici altro non hanno potuto fare che constatarne il decesso. Si tratta di internato italiano, della provincia di Catania, che con molta probabilità sarebbe stato inserito in una delle case di cura battezzate come Rems".
Ne da notizia Donato Capece, segretario generale Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, il primo e più rappresentativo della Categoria. Sul tema della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, il Sappe rileva come sia "assurdo che si sia perso così tanto tempo e vi siano ancora tante incertezze sul dove e come saranno successivamente custoditi i malati di mente che sono oggi detenuti nelle varie strutture.
E l'Amministrazione Penitenziaria è colpevolmente silente su questo tema e si guarda bene dall'informare i Sindacati anche sul futuro lavorativo dei poliziotti impegnati negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Lo avevamo previsto: troppo semplice dire chiudiamo gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. E poi? Quel che serve sono strutture di reclusione con una progettualità tale da garantire l'assistenza ai malati e la sicurezza degli operatori. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari hanno risentito nel tempo dei molti tagli ai loro bilanci.
Ma colpevole è anche una diffusa e radicata indifferenza della politica verso questa grave specificità penitenziaria, confermata dall'incapacità di superare davvero gli Opg. Se i politici, a tutti i livelli, invece delle solite passerelle a cui si accompagnavano puntualmente anatemi e demagogie quanto estemporanee soluzioni, si fossero fatti carico del loro ruolo istituzionale, avrebbero per tempo messo le strutture psichiatriche nelle condizioni di poter svolgere al meglio il loro lavoro, poiché le condizioni in cui versano gli Opg sono il frutto di una voluta indifferenza della società civile, dei politici, ma soprattutto dei vertici dell'Amministrazione penitenziaria".
Il leader del Sappe evidenzia infine "la professionalità, la competenza e l'umanità che ogni giorno contraddistingue l'operato delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria con tutti gli internati e i detenuti per garantire una carcerazione umana ed attenta pur in presenza ormai da anni di oggettive difficoltà operative, le gravi carenze di organico di poliziotti, le strutture spesso inadeguate. Attenti e sensibili, noi poliziotti penitenziari, alle difficoltà di tutti i detenuti, indipendentemente dalle condizioni sociali o dalla gravità del reato commesso".
www.ottopagine.it, 11 marzo 2015
"La probabile causa è un arresto cardiaco, ma bisogna in ogni caso capire meglio, prima di potere esprimere una valutazione complessiva." È quanto afferma il medico legale Oto Macchione, che per il momento ha effettuato solo un esame esterno, sul corpo del detenuto napoletano di 45 anni morto in cella nel carcere arianese a causa di un malore nella serata di lunedì. L'uomo si stava recando in bagno, quando improvvisamente si è accasciato al suolo, senza più rialzarsi. A nulla è valso ogni tentativo di soccorso, da parte dei suoi compagni, degli agenti e dei sanitari del 118 subito accorsi sul posto.
Alto Adige, 11 marzo 2015
Con la ricerca "Lavoro dentro per essere libero fuori", le indicazioni della Caritas per la vecchia e la futura struttura. La Caritas si impegna a rendere il carcere bolzanino più vivibile. E lo fa con la ricerca "Lavoro dentro per essere liberi fuori" che mette in luce il ruolo fondamentale del lavoro: strumento di integrazione sociale ma anche mezzo per tenere gli ex detenuti fuori da guai. L'iniziativa presentata a Bolzano è finanziata dal Fondo Sociale Europeo e coordinata dalla Caritas Alto Adige e vuole essere una guida per la realizzazione della nuova struttura penitenziaria.
La ricerca evidenzia i diritti dei detenuti e punta a trovare delle soluzioni architettoniche capaci di soddisfare i bisogni dell'individuo e a collegare la struttura penitenziaria con la comunità. Come primo passo è stata chiesta la disponibilità per un'eventuale collaborazione con il carcere a varie aziende altoatesine. Su 465 aziende intervistate, 200 hanno risposto positivamente.
Dopo la chiusura del bando di appalto, Caritas auspica che nella fase di realizzazione e gestione del nuovo penitenziario vengano prese in considerazioni le indicazioni della ricerca. "La dignità umana non può mai essere compressa o diminuita, un carcere che la rispetti e che sia davvero un luogo di educazione (non solo per chi vi è rinchiuso), rappresenta una garanzia per la sicurezza e soprattutto un'occasione di crescita civile per tutta la città" sottolineano i due direttori della Caritas Paolo Valente e Heiner Schweigkofler.
Caritas: 200 aziende pronte a collaborare con nuovo carcere
Dare un contributo affinché il nuovo carcere di Bolzano possa non solo adempiere i suoi compiti istituzionali nel migliore dei modi ma rispondere anche ai bisogni della comunità di cui diverrà parte integrante: con questo scopo è stato presentato a Bolzano il progetto "Lavoro dentro per essere liberi fuori", finanziato dal Fse e coordinato dalla Caritas Alto Adige.
La ricerca individua i diritti dei detenuti prospettando soluzioni architettoniche che possano porre al centro della progettazione carceraria l'individuo, i suoi bisogni e il collegamento organico della struttura penitenziaria con il tessuto urbano circostante.
Essendo il lavoro uno degli strumenti principali per la reintegrazione sociale e l'abbattimento della recidiva, sono state sondate le aziende altoatesine circa un'eventuale disponibilità a collaborare con il carcere. Su 465 aziende intervistate, ben 200 hanno mostrato interesse.
"La dignità umana non può mai essere compressa o diminuita, un carcere che la rispetti e che sia davvero un luogo di educazione (non solo per chi vi è rinchiuso), rappresenta una garanzia per la sicurezza e soprattutto un'occasione di crescita civile per tutta la città", hanno commentato i direttori della Caritas, Heiner Schweigkofler e Paolo Valente.
Corriere di Verona, 11 marzo 2015
Firmato il protocollo: cinque carcerati impiegati (e non retribuiti) in servizi di pubblica utilità. Impegnati a risistemare i sanpietrini del centro città. Dalle prossime settimane, cinque detenuti del carcere di Montorio, avranno l'opportunità di uscire dalla loro cella per svolgere un lavoro (non retribuito) a servizio della collettività.
È questo l'obiettivo del protocollo firmato ieri mattina dal Comune di Verona insieme alla direzione della casa circondariale, al Tribunale di Sorveglianza, al Coordinamento Progetto Esodo e al Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale. "Un ulteriore passo avanti finalizzato a garantire, a quanti hanno trasgredito alle regole della convivenza sociale, la possibilità di un concreto reintegro - ha commentato l'assessore al Decentramento, Antonio Lella. Era da mesi che ne discutevo con il Garante, perché i cittadini veronesi sono assolutamente favorevoli a iniziative di questo genere".
Entro fine mese il progetto prenderà ufficialmente il via. 1 cinque detenuti, selezionati dalla direzione del carcere sulla base di percorsi formativi svolti nel periodo di detenzione e del loro curriculum lavorativo, saranno impegnati nelle vie del centro città con la supervisione e il controllo della struttura o del servizio comunale che beneficerà dell'intervento. "Svolgeranno i turni dei nostri dipendenti e saranno seguili dai nostri tecnici" ha puntualizzato l'assessore. "E con l'arrivo della bella stagione, stiamo già ipotizzando nuovi impieghi", ha spiegato il Garante, Margherita Forestan. Si ipotizza di impiegare i detenuti anche per la pulizia dei cartelli stradali o per la sistemazione dell'arredo urbano e delle aree verdi. Gli operatori del Progetto Esodo li seguiranno passo dopo passo nel loro percorso di reinserimento. "Sicuramente questo progetto offre loro la possibilità di reinserirsi un po' più rapidamente rispetto al solito - ha proseguito la Forestan. E di ripagare la collettività degli errori commessi".
Usciranno dal carcere la mattina e vi faranno ritorno nel primo pomeriggio, in base a quanto stabilito dal Tribunale di Sorveglianza e dalla direzione della casa circondariale. "In questo modo il Comune prosegue e amplia l'attività a favore del mondo del carcere - ha concluso il Garante. Una risposta delle istituzioni veronesi ai richiami del Presidente della Repubblica e del Papa sulle condizioni dei detenuti in Italia".
di Marco Rarità
Metropolis, 11 marzo 2015
I consiglieri comunali non possono "entrare" in carcere, il direttore della casa circondariale di Fuorni risponde alla proposta di Luciano Provenza: "Niente visite nelle celle, il regolamento non lo permette". È arrivata nella mattinata di ieri la risposta del direttore del carcere di Salerno, Stefano Martone, alla proposta partita dal presidente della sesta commissione consiliare del comune di Salerno riguardante le Politiche Sociali. Partì dal consigliere Luciano Provenza, infatti, la richiesta al direttore Martone di poter conoscere le condizioni dei detenuti del carcere di Fuorni. Tutti i componenti della commissione aderirono alla proposta chiedendo di effettuare una visita all'interno della casa circondariale al fine di individuare le migliori strategie per migliorare le condizioni di vita degli stessi detenuti.
"Dopo un'ampia ed approfondita discussione - dichiarò Provenza in una lettera indirizzata a Stefano Martone - dove sono state affrontate le varie tematiche inerenti le condizioni di vita dei detenuti, dall'assistenza sanitaria alla vivibilità delle loro stanze, dalla carenza organica degli agenti di polizia penitenziaria, ormai inadeguata al fabbisogno reale degli stessi, ai tanti altri problemi che affliggono la popolazione carceraria, i componenti tutti della commissione, all'unanimità, hanno proposto di effettuare una visita all'interno del carcere".
Provenza chiese al direttore di fissare, al più presto, un incontro ma proprio ieri mattina la stessa commissione consiliare Politiche Sociali ha preso atto della risposta di Stefano Martone. Il direttore della casa circondariale si è detto soddisfatto dell'interesse espresso dai consiglieri del Comune di Salerno e componenti della commissione ma ha ricordato che il regolamento dell'istituto penitenziario non consente la visita dei detenuti nelle celle del carcere, una visita consentita solo ai parlamentari.
www.genovapost.com, 11 marzo 2015
"Ennesima tragedia sfiorata nell'istituto di Marassi, Un detenuto rumeno adoperando le lenzuola in dotazione, ha tentato il suicidio mediante impiccagione. Forse alla base del folle gesto dei problemi di natura psichiatrica. E questo è il secondo caso in una settimana": lo comunica il Sappe tramite una nota.
"La Polizia Penitenziaria è sempre più sola a fronteggiare gli eventi critici che in Liguria sono in netto aumento oltre ad essere il primo e forse l'unico avamposto per arginare episodi che sono dei veri drammi umani, episodi ai quali gli agenti cercano di intervenire prontamente affinché venga salvaguardata la sicurezza e l'incolumità dei detenuti. Il carcere - commenta il Sappe - deve essere un luogo di detenzione e di redenzione, i soggetti non compatibili con la detenzione devono essere affidati a strutture convenzionate".
"Ma non si può chiedere troppo alla Polizia Penitenziaria senza attuare una seria politica di attenzione per il sistema sicurezza - continua il segretario Lorenzo - oggi si vedono compressi i diritti del poliziotto e basta poco per essere sottoposti a procedimenti disciplinari. In Liguria non vengono più effettuati i corsi di formazione su materie tecniche ed attinenti alla sicurezza ed incolumità del sistema penitenziario, ma soprattutto del poliziotto che opera 24 ore al giorno e per 365 giorni all'anno in continua emergenza. Ora il detenuto al quale gli si è salvata la vita è ricoverato, sotto osservazione, nella struttura interna di Marassi".
www.targatocn.it, 11 marzo 2015
Calci e sputi contro gli agenti che cercavano di calmarlo. Non voleva che lo trasferissero dal carcere di Cuneo a quello di Fossano, perciò quel giorno aveva perso la testa e aveva ferito lievemente due agenti della polizia penitenziaria. A.A., detenuto nordafricano è stato condannato dal tribunale a quattro mesi e 15 giorni di carcere per resistenza a pubblico ufficiale e lesioni. Hanno spiegato gli agenti: "Aveva tirato fuori varie scuse per ritardare il trasferimento, prima mancavano le scarpe, poi non trovava dei documenti. Era piuttosto agitato, ci è venuto addosso e ha iniziato a sputare. Sferrava calci per cercare di colpire me e colleghi, lo abbiamo bloccato, poi lo abbiamo portato in infermeria perché lo visitassero".
A.A. era un soggetto "un po' problematico: molto spesso quando si cercava di coinvolgerlo nel lavoro, andava in crisi. A volte diceva di voler commettere gesti insani, una volta si era procurato dei graffi. Non voleva saperne di andare nell'altro carcere, diceva che così non avrebbe potuto ricevere un assegno che stava aspettando". La difesa: "Il detenuto non ce l'aveva con gli agenti, ma non comprendendo il motivo del trasferimento ha pensato che l'unico modo per bloccarlo fosse dare in escandescenze".
Giornale di Napoli, 11 marzo 2015
Il 26 marzo la seconda edizione della manifestazione Iniziati i corsi preparatori di portamento e "bon ton". Venti detenute in passerella con abiti firmati da stilisti d'eccezione. Dopo la positiva esperienza dello scorso anno, si ripete la sfilata di moda nella casa circondariale femminile di Pozzuoli, con una seconda edizione che si annuncia ancora più spettacolare ed emozionante.
L'evento, organizzato dalla P&P Academy, in collaborazione con l'assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Pozzuoli, si terrà nella struttura carceraria di via Pergolesi giovedì 26 alle ore 15. Le detenute, che si alterneranno in passerella con otto modelle dell'Accademia della Moda di Anna Paparone, sfileranno con gli abiti della collezione 2015 dello stilista campano di rilievo internazionale Gianni Molare Spazio anche allo stilista emergente Manuel Artist, che farà indossare alle detenute abiti realizzati in materiale Tnt (tessuto non tessuto), e alle allieve dell'istituto Ipia-Marconi di Giugliano presenti con un flash moda.
Le detenute modelle, che si stanno preparando all'evento attraverso un corso di portamento e di "bon ton" all'interno dello stesso carcere, saranno truccate da professionisti del make-up e del parrucco. Ospiti della serata il cantante Felice Romano e lo showman Diego Sanchez. Saranno presenti, tra gli altri, la direttrice della casa circondariale Stella Scialpi, il sindaco Vincenzo Figliolia, l'assessora alle Politiche Sociali del Comune di Pozzuoli Teresa Stellato. La sfilata, che ha esclusivamente finalità sociali, si propone da un lato di offrire alle detenute un momento di svago e di aggregazione, e dall'altro di avvicinarle al mondo della moda. E dopo il primo del 26 marzo, le detenute sfileranno nuovamente il 4 giugno e infine il 28 giugno in occasione dell'evento "È moda" che si si svolgerà sul golfo di Pozzuoli.
"Si può cambiare, di questo ne eravamo convinti ieri ed oggi ancora di più -ha commentato Teresa Stellato -pensiamo ad includere chi ha sbagliato lungo il proprio percorso. Per questo insieme a tanti altri progetti presenti all'interno del carcere abbiamo pensato a questo nuovo spiraglio, innovativo, come la moda che può creare tanti sbocchi, dal diventare indossatrice all'impegnarsi in lavori più artigianali come la sartoria". Il carcere femminile di Pozzuoli, infatti, è davvero un esempio per le tante iniziative che vengono messe in campo per favorire il recupero e il reintegro nella società delle donne attraverso corsi e laboratori, dalla cucina alla scrittura, al teatro per finire alla moda.
di Paolo Petroni
Ansa, 11 marzo 2015
Romanzo forte, nitido, credibile in prima persona di ergastolano. Maurizio Torchio, "Cattivi" (Einaudi, pp. 184, 19 euro). Cattivi, ovvero pessimi soggetti e, assieme, dal latino, prigionieri, è in questa doppia veste, in questo rimando lo spazio dell'esplorazione di Maurizio Torchio, che raccontando la vita all'interno di un carcere, narrata da un ergastolano imprigionato per un rapimento e poi condannato per aver ucciso una guardia in prigione, non è esplicita denunzia della situazione del sistema penitenziario, non è cronaca e sociologia, ma appunto scavo nell'umanità di chi vive quella doppia condizione.
Un libro forte, naturalmente, potente per il punto di vista e una sorta di oggettività della scrittura, sorvegliata, attenta, incisiva pur nel presentarsi molto soggettiva, essendo quella dell'io narrante che racconta, si racconta riuscendo sempre credibile nella sua situazione estrema, sospeso in una realtà senza tempo come può essere una cella d'isolamento, e riferisce, senza pentimenti o vere denunce, anche se di alcuni aspetti dei nostri carceri rivela impietosamente sadismi e meccanismi.
Alla fine, ma alla fine, il romanzo è anche questo, ma come una conseguenza. La prigione, così vissuta, nello scorrere dei giorni senza veri accadimenti, diventa anche una sorta di seconda pelle, di protezione, di luogo che "mentre dormi, trattiene il fiato per ascoltare il tuo respiro". Ha ventisette anni, ventiquattro passati libero, sette mesi "nel fianco della montagna con la principessa del caffè". Tre mesi poi nuovamente fuori, quindi due anni e due mesi in cella d'isolamento, da cui viene fatto uscire cercando di fargli ricadere addosso un'accusa d'infamia. "Puoi aver fatto qualsiasi cosa, fuori.... le guardie ti puniscono davvero solo se hai toccato uno dei loro".
Un romanzo che alle spalle ha uno studio e raccolta di documentazione, che riesce a sciogliere nell'intensità e varietà della narrazione, tra piccole curiosità e momenti di vita, tra fisicità e astrazione dei pensieri. Un romanzo avvincente nella sua apparente immobilità e nella sua intima avventurosità. L'unica cosa che conta, dentro, è avere il rispetto degli altri, che il protagonista si guadagna solo dopo aver ucciso un secondino.
Piscio solo dopo che si è suicidato squarciandosi le vene a morsi, un giovane solo quando si taglia la gola per la vergogna di aver parlato nel sonno, rivelando cose compromettenti. I giochi e gli equilibri sono molto particolari: "picchiare il ragazzo ha fatto bene alle guardie e, in fondo, anche a noi. È una forma di rispetto: il ragazzo ha provocato, loro hanno reagito. Vuol dire che esistiamo. Comandante ha fatto massacrare il ragazzo non per cattiveria, e nemmeno per invidia". E Comandante è un po' l'altro protagonista, il direttore del carcere, anche lui essere umano con le sue debolezze, l'amore innanzitutto, e anche lui prigioniero di un ingranaggio. Perché alla fine, come è inevitabile, in questo ossessivo raccontare tutto, in questo analizzare i rapporti, tra rapitore e rapita, tra prigionieri e guardie e così via, si scopre che forse siamo sempre tutti un poco "cattivi", prigionieri in senso esistenziale e psicologico, immersi in una così grande "certezza" eppure in balia di uomini e avvenimenti: quel che ti è permesso oggi, che senti tuo, domani non lo è più.
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 11 marzo 2015
Nell'aprile 2016 si svolgerà a New York l'Assemblea Generale Onu sulle droghe (Ungass 2016), ma già questa settimana, alla riunione annuale della Commission on Narcotic Drugs (Cnd) cominceranno i preparativi. Per comprendere il contesto in cui si svolgerà Ungass 2016, bisogna risalire alla precedente Ungass del 1998.
L'Assemblea Generale del 1998 segnò il culmine della retorica della "lotta alla droga": con lo slogan: a drug free world, we can do it e con la Dichiarazione Politica finale che fissava come obiettivi la "eliminazione della coca, del papavero da oppio e della cannabis entro il 2008". La Dichiarazione Politica diede la spinta ad una nuova escalation della war on drugs: si vedano i famigerati Plan Colombia e Plan Dignidad del Cile, che hanno causato la militarizzazione dei territori e lo sfollamento forzato di migliaia e migliaia di contadini dai campi avvelenati dalle fumigazioni.
Inoltre, dalla fine degli anni novanta al 2006, esplode l'incarcerazione per reati di droga in Usa, la gran parte per semplice possesso. Nel 2009, alla Cnd che aveva il compito di valutare i risultati della strategia uscita da New York dieci anni prima, la Dichiarazione Politica, lungi dal prendere atto di aver fallito l'obiettivo di "eliminare le droghe", usò l'escamotage di rinnovarlo fino al 2019.
Ancora nella stessa Dichiarazione, il termine "riduzione del danno" fu censurato e sostituito dall'ambiguo termine "servizi di supporto": tanto che sedici stati membri (per lo più europei, ma non solo) firmarono una dichiarazione a margine chiarendo che i "servizi di supporto" erano da tradursi in "misure di riduzione del danno". Questa semplice postilla segnava però un punto di svolta, decretando la fine dell'unanimismo.
Dalla seconda decade del 2000, si assiste ad una forte accelerazione nella riforma della politica delle droghe. Il regime internazionale è contestato apertamente nei paesi che più ne sopportano il peso: tanto che nel 2012, la risoluzione finale della Organizzazione degli Stati Americani (OAS), che raccoglie gli stati sia del Sud che del Nord America, nella riunione annuale di Cartagena, rilasciò una dichiarazione finale critica della war on drugs (vedi in questa rubrica Amira Armenta, 20/6/2012). E l'anno successivo la stessa Oas pubblicò un rapporto (Scenarios for the drug problem in the Americas 2013-2025) che invitava a valutare opzioni alternative alla proibizione. Ancora più importante, forme alternative di regolamentazione delle droghe sono già in via di sperimentazione in varie parti del mondo. La Bolivia ha legalizzato l'uso tradizionale della foglia di coca, riconfermando l'adesione alle Convenzioni con questa importante riserva.
Negli Usa, quattro stati hanno legalizzato la marijuana a scopo ricreativo: a questi, probabilmente si aggiungerà la California, il più importante fra gli stati, nei prossimi mesi. Ma il cambiamento è anche a livello di amministrazione, se è vero che Obama ha deciso di non far valere la competenza federale e ha lasciato autonomia alle sperimentazioni dei singoli stati.
Ancora, nel dicembre 2013, il parlamento uruguayano ha approvato la legalizzazione della cannabis.
In Europa, sulla base della decriminalizzazione del consumo personale nella gran parte dei paesi, si diffondono a macchia d'olio i Cannabis Social Club, dalla Spagna, al Belgio, alla Svizzera e altri. Dunque il cambiamento c'è già, il problema è come si ripercuoterà a livello internazionale. Sarà un dibattito vero, dove finalmente si confronteranno opzioni diverse di politica delle droghe? Oppure prevarrà il conservatorismo degli stati che neppure vogliono sentire le parole "cambiamento" e "confronto"?
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