Corriere dell'Umbria, 10 marzo 2015
L'offerta formativa per gli studenti-detenuti del carcere di Maiano si amplia. Grazie alla sensibilità della Maran Credit Solution, gli alunni dei vari corsi scolastici all'interno dell'istituto penitenziario spoletino, potranno contare su dieci computer.
L'azienda spoletina, infatti, ha accolto la richiesta di donazione formulata dalla direzione del carcere e ha quindi donato i computer necessari ad allestire sale di informatica dove i detenuti avranno l'opportunità di utilizzarli per sviluppare al meglio i rispettivi percorsi scolastici o anche di studio personale. "È una occasione importante questa donazione - scrive in una nota la direzione penitenziaria a capo della quale c'è Luca Sardella - non sia altro che per ricordare quanto sia importante che i detenuti ricevano sostegni di questo tipo, assolutamente utili e indispensabili. Ma non solo. Gesti di questo tipo, costituiscono inoltre esempi di collaborazione e civiltà di grande significato per tutti. È con piacere quindi ringraziare i dirigenti della Maran Credit Solution per la loro disponibilità".
Una donazione che, dunque, è di grande utilità per tutta l'attività scolastica attiva all'interno dell'istituto di massima sicurezza di Maiano. E un report di Antigone, associazione che opera all'interno del carcere, e piuttosto recente (è del settembre 2014), descrive nel dettaglio quelle che sono le attuali attività didattiche.
Attualmente - come spiega il report - sono attivi i corsi di scuola superiore dell'Istituto d'arte e dell'alberghiero, oltre a classi di scuola elementare e media. Ci sono i corsi di alfabetizzazione, ma anche elementari, medie, 5 anni di superiori, con l'Istituto d'arte di Spoleto che conta più di 50 detenuti partecipanti nei cinque anni. Le aule dove si svolgono le lezioni sono molto ampie e ben attrezzate, e inoltre si svolgono anche altre attività formative e culturali. È attivo anche un laboratorio teatrale.
Ansa, 10 marzo 2015
Il futuro dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, prevista per il 31 marzo, è al centro di un convegno a Bologna con la partecipazione del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. "Oltre gli Opg, prospettive e sfide di un incerto futuro prossimo" è il titolo della giornata del 20 marzo, organizzata nella sala Tassinari di Palazzo D'Accursio da Area Emilia-Romagna, con il patrocinio dell'Anm regionale.
Il convegno sarà presentato alle 9 da Marco Imperato, referente distrettuale Area. Dopo i saluti di Amelia Frascaroli, assessore ai Servizi sociali del Comune di Bologna, spazio alla prolusione di Legnini e a cinque relazioni introdotte e coordinate da Francesco Maisto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Nel pomeriggio, dalle 15, tavola rotonda con i direttori degli Opg d'Italia, Valeria Calevro (Reggio Emilia), Nunziante Rosania (Barcellona Pozzo di Gotto), Franco Scarpa (Montelupo Fiorentino), Raffaele Liardo (Aversa), Michele Pennino (Napoli), Andrea Pinotti (Castiglione), poi Franco Corleone del coordinamento nazionale garanti dei detenuti, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e Stefano Cecconi di Stop Opg. Le conclusioni saranno sempre di Maisto.
ww.irpinianews.it, 10 marzo 2015
È arrivata direttamente nelle mani di Papa Francesco una delle bottiglie di vino prodotte dai detenuti della casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi. A consegnare il dono nell'Aula Nervi sono stati i giovani della cooperativa sociale Il germoglio, che gestisce la tenuta agricola della struttura carceraria altirpina, in occasione dell'udienza concessa sabato 28 febbraio a Confcooperative per i 70 anni dalla sua ricostituzione.
A consegnare simbolicamente al Pontefice la bottiglia di vino "Il Galeotto", etichetta con cui viene commercializzato il vino irpino, è stato il vicepresidente della cooperativa Fiorenzo Vespasiano: "La responsabilità di dover raccontare al Santo Padre ciò che Il germoglio realizza grazie al lavoro dei detenuti del carcere di Sant'Angelo dei Lombardi mi ha fatto sentire piccolo fino a pensare di non potercela fare a reggere il peso di ciò che portavo in dono. In quella bottiglia non vi è solo dell'ottimo vino, ma c'è il lavoro, quello che manca soprattutto al Sud e quello che noi de Il germoglio, giorno dopo giorno e con tanti sacrifici, ci sforziamo di portare avanti. E poi ci sono le le capacità e la voglia di riscatto dei detenuti che non vogliono vedersi rubare la speranza, ma che anzi trovano nel lavoro la loro vera occasione di riscatto umano e sociale".
La storia dei giovani della Cooperativa il Germoglio e del loro impegno nel sociale nasce da lontano ed affonda le radici nel Progetto Policoro sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, che ha voluto scommettere sulla capacità dei giovani del Sud di farsi promotori del loro futuro. Prosegue Vespasiano: "Le parole di Papa Francesco, unite ai suoi sguardi, alle sue battute e alla sua straordinaria umiltà, ci hanno fatto volgere la testa e il cuore in avanti: ai tanti sogni ancora da realizzare e alle future responsabilità che siamo chiamati ad affrontare. Parole che abbiamo ascoltato con grande attenzione, soprattutto quando Bergoglio ci ha raccomandato di continuare a perfezionare, a rafforzare e ad aggiornare le buone e solide realtà che abbiamo costruito".
Di buone pratiche la cooperativa Il germoglio ne ha tante in cantiere: dalla gestione del tenimento agricolo nel carcere alla cantina sociale "Al fresco di Cantina", dalla tipografia "Le Ali di Carta" alla struttura ricettiva "Villa del Seminario". Attività che in occasione dell'ultimo Festival del Volontariato di Lucca, hanno meritato ai giovani santangiolesi il plauso della Presidente della Camera Laura Boldrini, del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che hanno ascoltato con grande attenzione il racconto dell'impegno che Il Germoglio profonde in particolare per il recupero sociale dei detenuti.
"Oggi, dopo le parole di incoraggiamento del Pontefice - conclude Vespasiano - possiamo affermare con un certo orgoglio che anche Papa Francesco beve "Il Galeotto".
Giornale di Sicilia, 10 marzo 2015
La musica come mezzo per esprimere le proprie emozioni e stati d'animo ma anche come occasione per comprenderne i valori e, magari, scoprire un talento nascosto. C'è tutto questo ma molto altro ancora dietro il progetto "Ip Musica: Musica dentro - Musica fuori" promosso dall'etichetta discografica nissena "Muddy Waters Musica".
Il nuovo appuntamento è per domani quando le tre band Marilù (Andrea Amico, Marco Gioè, Salvo Montante), Carnaby (Giuseppe Racalbuto, Pietro Pelonero, Joseph e Vincent Sandonato) e Zafarà (Sergio Zafarana, Peppe Sferrazza e Salvo Montante) suoneranno al carcere Beccaria di Milano. Oggi, lo stesso concerto si terrà al "Bq de Nott" di Milano a partire dalle 22.
Durante tutti i concerti (dentro e fuori dalle carceri) le emozioni e i commenti saranno colti dal video-maker Salvatore Pellegrino che realizzerà un documentario sull'esperienza vissuta. "Non si tratta soltanto di semplici concerti - hanno spiegato i musicisti coinvolti nel progetto - ma anche di "fotografare" momenti in cui i detenuti parleranno del significato che loro attribuiscono alla musica e quali generi ascoltano" A fine progetto saranno realizzate delle musiche e nuovi testi in collaborazione con il produttore e compositore Aldo Giordano.
Ristretti Orizzonti, 10 marzo 2015
Oggi, martedì 10 marzo, alle ore 11.00 nella Sala Arazzi del Comune viene presentato e sottoscritto l'accordo tra Comune di Verona, Direzione carcere, Tribunale di Sorveglianza - Ufficio di Verona, Coordinamento Progetto Esodo e Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale finalizzato a promuovere lavoro, a favore della collettività, da parte di persone in esecuzione penale.
Alla base dell'accordo c'è l'intesa tra Associazione Nazionale Comuni d'Italia (Anci) e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), oltre alla legge 354/ 1975 che prevede l'assegnazione a persone detenute di lavori socialmente utili. Il Comune di Verona, con questo impegno, prosegue e amplia l'attività a favore del mondo del carcere soprattutto avvalendosi della collaborazione di quanti, operatori istituzionali ed enti del privato sociale , sono impegnati nel dare all'esecuzione penale il fine stesso della sua istituzione.
Possiamo quindi affermare che questo è un ulteriore passo avanti che le istituzioni compiono rispondendo appieno alle indicazioni che giungono dal Ministero di giustizia, ai richiami del Presidente della Repubblica, del Papa ma, soprattutto, finalizzato a garantire a quanti hanno trasgredito alle regole della convivenza la possibilità di un sicuro reintegro.
Con questa convenzione, che sarà attiva già da questo mese di marzo, il Comune di Verona ha fatto proprie le istanze del Garante offrendo a persone detenute la possibilità di lavori risarcitori ma allo stesso tempo di utilità per i cittadini come la tenuta delle strade del centro, la pulizia dei cartelli stradali e altri compiti che verranno identificati.
di Paolo Colonnello
La Stampa, 10 marzo 2015
Il libro di Rossetti, l'ex manager di Fastweb assolto dopo le accuse: nel frattempo ho perso un figlio. "Io non avevo l'avvocato", (Mondadori, 143 pagine, 18 euro) è un libro che andrebbe caldamente raccomandato nelle scuole di giornalismo e in quelle di formazione dei giovani magistrati. E che, uscendo proprio in questi giorni, piomba come un sasso nello stagno delle polemiche sulla riforma della legge Vassalli per l'inasprimento delle responsabilità civili dei giudici, scuotendo le coscienze e ponendo un'unica, semplicissima domanda: chi paga per la vita di un uomo (e della sua famiglia) travolto da un'inchiesta giudiziaria, dimenticato in carcere e infine assolto?
Prefato da un giornalista "di sinistra" e non certo tenero con gli scandali nostrani come Massimo Mucchetti, ora presidente della Commissione Industria del Senato; scritto con la collaborazione di un altro giornalista come Sergio Luciano; arricchito da citazioni di Giovanni Falcone, del presidente di Cassazione Giorgio Santacroce e di giuristi, già del Csm, come Giuseppe Di Federico, "Io non avevo l'avvocato" fornisce un elemento di riflessione indispensabile, senza mai una parola di rancore o di rivalsa, alla questione che agita la magistratura raccontando la storia, che purtroppo si ripete con frequenza, di un tragico errore giudiziario. Solleva inoltre l'eterna questione dell'inutilità di un carcere crudele e ottuso che costringe all'ozio e non fornisce alcuno strumento di lavoro e formazione e dunque, di vera riabilitazione e colpisce infine il cinismo distratto dei giornalisti.
Perché questa è la storia, narrata in prima persona, di Mario Rossetti, 50 anni, ex manager Fastweb, laurea in economia e un master ad Harvard, che ha visto la sua vita spezzarsi improvvisamente una mattina piovigginosa del 23 febbraio 2010, quando il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza di Roma, suonò alla porta della sua bella casa milanese per una perquisizione cui seguì l'arresto, di fronte allo sconcerto di moglie e tre figli, di 2, 9 e 10 anni: "Troppo piccoli per capire, ma abbastanza grandi per ricordare tutto ancora oggi con grande precisione".
L'inizio di un calvario durato oltre 100 giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia dopo (di rara umanità la descrizione dei compagni di cella e del mondo dolente delle prigioni), e proseguito per 8 mesi di arresti domiciliari, prima che una sentenza, di primo grado ma priva di ombre, lo dichiarasse completamente innocente e lo assolvesse da ogni reato. Senza però cancellare il dolore non solo della perdita del proprio status, dei propri beni (sequestrati anche alla moglie) e di un'onorabilità compromessa inesorabilmente dai siti web che ricordano poco e possibilmente il peggio, ma anche del figlio più piccolo, ammalatosi di un tumore incurabile e deceduto giusto un anno fa: "Una scomparsa - scrive Rossetti - forse soltanto coincisa con la violenza, insensata e arbitraria, che si è abbattuta su casa nostra".
È una storia tremenda e in un certo senso epica quella di Mario Rossetti, che senza questo libro avrebbe rischiato di finire nell'oblio di un Paese fin troppo abituato a scandali colossali, tanto da non curarsene quasi e non conoscerne la fine. Nella monumentale sentenza di mille e 800 pagine con cui sono state distribuite a pioggia condanne e (poche) assoluzioni nel processo romano Fastweb Telecom-Sparkle - tra queste quella più nota di Silvio Scaglia, il fondatore del colosso delle fibre ottiche - il nome di Mario Rossetti compare in non più di due pagine per dire che l'ex manager in questa storia non c'entrava niente.
E dunque, andava assolto con formula piena. Due paginette per cancellare 100 giorni di carcere e 8 mesi di arresti domiciliari. Ma è possibile riassumere in poche righe la distruzione e la riabilitazione di una vita? Eppure, Mario Rossetti, un nome che sembra un eponimo dell'italiano medio, è rimasto uno sconosciuto ai più. L'incubo per altro non è ancora finito, dato che la Procura ha impugnato la sentenza e si attende l'esito del processo d'appello. A maggior ragione, la scelta di Rossetti risalta nella coraggiosa imprudenza degli innocenti, che fanno risuonare il loro grido di giustizia più alto di qualsiasi consiglio "strategico" e legale: il silenzio.
di Fabio Canessa
La Nuova Sardegna, 10 marzo 2015
"Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre": l'esperienza dello scrittore Antonio Falda Un viaggio tra le carceri di Nisida, Terni fino a quelle di Torino, Monza e Bollate.
"It's buried in the countryside. It's exploding in the shells at night. It's everywhere a baby cries. Freedom. Freedom. Freedom". Le parole che concludono "Redemption Day" di Johnny Cash aprono simbolicamente il nuovo libro di Antonio Falda: "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" (Absolutely Free Editore, 250 pagine, 14 euro).
Parole perfette per introdurre l'argomento trattato e in fondo anche lo stile dell'autore. Come il grande cantautore americano, Falda sembra fotografare con la sua scrittura frammenti di vita, "aggrovigliati nel mondo ovale" come piace dire allo stesso autore nato in provincia di Benevento ma residente in Sardegna, a Capoterra, da una vita. Scrive di rugby Antonio Falda. E dopo le piccole storie di campo e di vita raccolte in "Novelle ovali" e la grande storia di una leggenda come "Franco Ascantini" ripercorsa in "Franco come il rugby", la passione per questo sport lo ha portato in un luogo particolare: il carcere.
Un viaggio in otto istituti detentivi nell'arco di oltre sei mesi, tra settembre 2013 e il marzo successivo. Dal carcere minorile di Nisida a Napoli agli istituti detentivi di Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro (Livorno), Bollate (Milano) e Sollicciano (Firenze) per seguire da vicino un interessante progetto sostenuto anche dalla Federazione Italiana Rugby: favorire la diffusione della palla ovale nella popolazione carceraria, come strumento di crescita personale e collettiva.
Lo sport insomma non solo come svago, ma come strumento educativo. Nel suo viaggio Antonio Falda ha incontrato quindi i detenuti coinvolti nell'iniziativa e vari operatori, allenatori, membri della polizia convinti che i concetti fondamentali del mondo dello sport, del rugby, possano diventare valori chiave di un riscatto per chi ha sbagliato e sconta la sua pena in carcere: il rispetto delle regole e dell'avversario, l'aiutarsi a vicenda, la collaborazione necessaria con gli altri senza individualismi.
Cosa resta di quest'attività sul detenuto? È la domanda fondamentale che muove la ricerca dello scrittore. La risposta arriva già esplicita nella prefazione firmata da Aniello Arena il cui riscatto è passato per il teatro: condannato all'ergastolo, partecipando a un laboratorio teatrale (che poi lo ha portato anche al cinema con "Reality" di Matteo Garrone e a vincere per la sua prova il Nastro D'Argento come miglior attore protagonista) dice di aver conosciuto la vera libertà. Perché qualunque sia l'attività, artistica o sportiva, questa può influire sulla vita dei detenuti. Lo dimostra la storia di Arena, lo dimostrano i frammenti di storie raccontate nelle pagine del libro. Di quei ragazzi che durante l'allenamento o una partita hanno come urlo di battaglia: "Per la libertà".
Adnkronos, 10 marzo 2015
Scoppia la rivolta in un centro di prima accoglienza del palermitano e quattro extracomunitari finiscono in carcere con l'accusa di sequestro di persona, resistenza a Pubblico Ufficiale e lesioni personali aggravate. In carcere sono finiti C.L. 27enne, E.D. 29enne, A.A. 27enne e F.A. 31enne, tutti del Gambia.
Su segnalazione del personale del centro di prima accoglienza per immigrati, gestito dall'associazione "Vogliamo Volare", di a Borgetto, i Carabinieri sono intervenuti per una rivolta in atto, "ad opera di alcuni immigrati che protestavano pretendendo una somma aggiuntiva alla diaria giornaliera prevista", spiegano gli inquirenti, "impedendo nella circostanza, agli operatori del centro di uscire dall'immobile ponendosi fisicamente davanti all'unico cancello d'ingresso, la cui apertura era stata anche sbarrata con l'apposizione di blocchi di pietra".
I Carabinieri intervenuti sul posto, sono riusciti a rimuovere i blocchi e aprire il cancello del centro, venendo aggrediti dai promotori della sommossa. Nella circostanza un militare dell'Arma ha riportato lievi lesioni, ricorrendo alle cure dei sanitari del Pronto Soccorso dell'Ospedale Civico di Partinico. Su disposizione dell'Autorità Giudiziaria, gli arrestati sono stati associati alla Casa Circondariale "Ucciardone" di Palermo.
di Domenico Letizia
L'Opinione, 10 marzo 2015
Il senatore Benedetto Della Vedova, iscritto radicale, ex-Scelta Civica confluito nel gruppo Misto, ha inviato una lettera agli altri parlamentari nella quale ha chiesto la nascita di un inter-gruppo sulla questione cannabis. Della Vedova ha ricordato che il 27 agosto del 1995 venne arrestato dopo un atto di disobbedienza civile.
Con il leader radicale Marco Pannella e l'attuale segretaria dei Radicali Italiani, Rita Bernardini, simularono la cessione gratuita di marijuana. Quella che è passata alla storia come una "provocazione" di legalità e libertà antiproibizionista, ovvero, l'unica proposta davvero concreta per fermare i floridi guadagni della criminalità organizzata.
Il Partito Radicale da decenni sta con forza affermando le ragioni della legalizzazione anche come parziale soluzione all'allarmante questione giustizia che attanaglia il nostro paese. L'esperienza e l'attualità di molti degli stati americani quali Washington e Colorado non è quella della semplice depenalizzazione delle "droghe leggere", ma la vera e propria legalizzazione. Ad un anno dalla legalizzazione della vendita di marijuana, in Colorado, si tracciano anche i primi bilanci.
Le previsioni negative dei proibizionisti si sono rivelate profondamente errate, al punto da indurre il governatore dello Stato John Hickenlooper a riconoscere pubblicamente il successo della legalizzazione sia dal punto di vista economico che dal punto di vista della giustizia e dei reati. La marijuana ha portato alle casse statali del Colorado 60.128.757 dollari. "Questo è l'inizio della fine per la proibizione della marijuana in tutto il mondo" intitola così il britannico The Observer nell'edizione dell'11 novembre 2012.
A partire dall'entrata in vigore della legge, sono stati, inoltre, creati molti nuovi posti di lavoro: ad oggi sono circa 16mila le persone che lavorano nel settore della marijuana. Al contrario di quanto temuto dai suoi critici, inoltre, la legge non ha generato conseguenze a livello sociale. Il tasso di incidenti stradali è rimasto molto basso e il numero degli studenti delle scuole superiori che consuma marijuana non dovrebbe aumentare di considerevole misura. Anche in Italia qualcosa sta cambiando. Nella sua ultima relazione annuale la Direzione Nazionale Antimafia illustra e descrive chiaramente quale è il percorso nel quale le istituzioni dovrebbero muoversi: legalizzazione.
Ben venga l'idea di Della Vedova poiché, come detto dallo stesso senatore, "l'Intergruppo è lo strumento ideale per togliere tutti gli elementi "partisan" alla proposta, che incrocia trasversalmente l'interesse di tanti colleghi". Della Vedova però, non può non dimenticare la preveggenza radicale e l'azione politica di disobbedienza di Rita Bernardini, Marco Pannella, Laura Arconti e numerosi militanti radicali. La vera proposta di riconoscenza e di libertà è quella pervenuta da Irene Testa, segretaria dell'associazione radicale "Il Detenuto Ignoto", che ha pubblicamente proposto la candidatura di Rita Bernardini come presidente ad honorem dell'Intergruppo. Speriamo bene.
Ansa, 10 marzo 2015
La Cancelleria (Registrar) della Corte Suprema indiana ha concluso oggi a New Delhi le procedure amministrative riguardanti un ricorso presentato dai legali dei Fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, in cui si contesta fra l'altro la presenza nelle indagini della polizia investigativa Nia. Dopo aver ascoltato gli avvocati delle varie parti presenti, il giudice della Cancelleria M.K. Hanjura ha chiuso la fase amministrativa e disposto il ritorno del caso in aula.
Da settembre scorso la Cancelleria seguiva le procedure amministrative del ricorso italiano dopo che la Corte aveva chiesto il parere su di esso a quattro parti coinvolte: i ministeri di Interni, Esteri e Giustizia e la polizia Nia. Preso atto che solo gli Interni avevano formalizzato la loro posizione, i giudici avevano concesso più tempo alle altre parti.
Oggi, ultima opportunità per formalizzare le posizioni, davanti al giudice Hanjura si è appreso che il ministero degli Esteri ha sposato la posizione degli Interni, mentre quello della Giustizia si è limitato a comunicare di "avere ricevuto la notifica" senza però produrre un documento.
La Nia invece, che aveva una lettera da presentare al magistrato, non lo ha fatto e, ha appreso l'ANSA sul posto, lo farà solo quando riprenderanno le udienze. A questo punto la discussione è stata chiusa e Hanjura ha dettato una ordinanza in cui si dispone una nuova calendarizzazione del caso in aula. Secondo fonti legali, questo avverrà fra due o tre settimane.
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