Ansa, 9 marzo 2015
Il simbolo della giornata è la nonnina detenuta di 82 anni: sta scontando la pena nel carcere di Uta e proprio oggi ha festeggiato, insieme alla ricorrenza dedicata alle donne, anche il compleanno.
È una delle venticinque donne ospiti dell'istituto penitenziario alle porte di Cagliari che hanno partecipato ad un incontro con una delegazione femminile nell'ambito del progetto "Un sorriso oltre le sbarre", iniziativa di solidarietà giunta alla sesta edizione. Promossa dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme", coordinata da Maria Grazia Caligaris, con la collaborazione della sezione cagliaritana della Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), presieduta da Silvia Trois, l'iniziativa intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla condizione delle donne detenute e delle agenti della Polizia Penitenziaria.
C'erano, insieme a Trois e Calligaris, anche la consigliera regionale Anna Maria Busia, suor Angela Niccoli, Giuseppina Pani, dell'Area educativa, e Alessandra Uscidda, comandante delle guardie. In occasione dell'appuntamento, ciascuna detenuta ha ricevuto un pacchetto contenente dei prodotti per la cura personale. Si tratta di un kit con spazzolino, dentifricio, bagnoschiuma, crema per il corpo e sapone per l'igiene intima. Nel contenitore, grazie alla solidarietà di farmacie e profumerie, anche campioncini di shampoo, balsamo e altri prodotti per la cura del viso. Sarà inoltre donata una pianta per la sezione femminile della Casa Circondariale.
"La lontananza del centro urbano dell'istituto penitenziario - sottolineano Caligaris e Trois - richiede da parte delle istituzioni una maggiore attenzione e richiama l'opinione pubblica a una più intensa partecipazione alle problematiche della perdita della libertà. Per le nostre associazioni acquista un particolare significato soprattutto in questo momento dell'anno.
La Festa della Donna è infatti un momento anche per riflettere sulla realtà di chi sconta una pena. La condivisione di idee, sentimenti, sensazioni in una mattinata da vivere insieme è un modo per dare significato all'8 marzo senza cadere nella retorica". Tre le donne incontrate anche due rom incinte di sei e tre mesi. Il parere delle detenute su Uta? Hanno raccontato di trovarsi molto bene, anche se qualcuna ha parlato con nostalgia del clima, definito più raccolto, di Buoncammino. Per le recluse in arrivo dei corsi con un progetto portato avanti dalle studentesse del liceo Siotto che presto le incontreranno. Nelle prossime settimane partiranno anche lezioni di cucina e allestimento della tavola.
Ansa, 9 marzo 2015
Sì del consiglio comunale alla mozione per l'impiego di detenuti in lavori di pulizia della città durante i grandi eventi che Torino ospita nel 2015, in particolare l'Ostensione della Sindone. Primo firmatario del documento il capogruppo di Sel Michele Curto. L'assessore all'ambiente Enzo Lavolta ha sottolineato: "nel 2015 vari eventi necessiteranno di interventi straordinari per la cura e la pulizia della città ed è utile avere questo tipo di risorse straordinarie.
Questi lavoratori - ha poi precisato - non svolgeranno attività sostitutive dei lavoratori dell'Amiat (l'azienda pubblica di igiene ambientale, ndr)". È stato approvato anche un ordine del giorno presentato dalla consigliera del Pd Domenica Genesio che invita Governo e Parlamento "a riprendere i progetti di lavoro in carcere nel settore della ristorazione che nella loro sperimentazione - ha sottolineato - hanno permesso di migliorare la qualità della vita in carcere e consentono l'inserimento lavorativo una volta usciti dal carcere".
www.vivereancona.it, 9 marzo 2015
È stato salvato dalla Polizia penitenziaria il detenuto che, venerdì, ha tentato di farla finita tentando di impiccarsi nella sua cella. Attimi di paura a Montacuto.
Ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Montacuto, ad Ancona. Protagonista, venerdì mattina, un detenuto tunisino di 32 anni, che scontava una pena, fino al 2016, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
Fortunatamente tempestivo l'intervento dei poliziotti penitenziari. Anche se Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria del Sappe ricorda che questo è "l'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria".
Ancora critica la situazione nei carceri locali. "Al 28 febbraio scorso erano - precisa il segretario regionale delle Marche Nicandro Silvestri - detenute a Montacuto 166 persone. Nel penitenziario, negli ultimi dodici mesi del 2014, si sono contati il suicidio di un detenuto, 7 tentati suicidi sventati in tempo dai Baschi Azzurri, 103 episodi di autolesionismo e 36 colluttazioni.
Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Montacuto - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri marchigiane e del Paese tutto".
Il Trentino, 9 marzo 2015
Violento episodio nel carcere di Spini di Gardolo. Un detenuto tunisino ieri ha ricevuto la notifica di un'ulteriore ordinanza di custodia cautelare e ha reagito con violenza scagliandosi contro due agenti della polizia penitenziaria. Un episodio che preoccupa e dimostra come dietro le sbarre del nuovo carcere la situazione sia peggiorata. Alcuni mesi sempre a Spini si sono registrati due suicidi e la morte di un giovane detenuto.
Adesso arriva anche questa aggressione. Il sindacato degli agenti penitenziari Sappe è preoccupato: "La situazione resta allarmante nelle nostre carceri. Ieri mattina si è registrata un'aggressione ai danni di due agenti di Polizia Penitenziaria, ad opera di un detenuto di nazionalità tunisina, ristretto per vari reati tra i quali spaccio droga, che li ha improvvisamente colpiti con calci, pugni e sberle. Il fatto è successo durante una normale operazione di notifica di alcuni atti per altri episodi violenti commessi dal carcere.
Parliamo di un soggetto che giusto l'altro ieri era uscito da un isolamento proprio per la sua turbolenza e che, improvvisamente, ha aggredito due poliziotti e sputato su un terzo collega. Eventi del genere sono sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il personale di Polizia Penitenziaria. Il Sappe esprime solidarietà al personale coinvolto e augura una veloce ripresa e ritorno in servizio. Queste aggressioni sono intollerabili e inaccettabili. Noi non siamo carne da macello ed anche la nostra pazienza ha un limite".
La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe per voce del segretario generale Donato Capece: "La situazione, a Trento e nelle carceri italiane, resta grave e questo determina difficili, pericolose e stressanti condizioni di lavoro per gli agenti di Polizia Penitenziaria, nonostante vi sia chi non sta in prima linea a contatto con i detenuti ma si affretta sempre a dire che va tutto bene".
Giovanni Vona, segretario nazionale Sappe per il Triveneto, sottolinea le criticità delle carceri italiane e interregionali: "Nei 201 penitenziari del Paese il sovraffollamento resta significativamente alto rispetto ai posti letto reali, quelli davvero disponibili, non quelli che teoricamente si potrebbero rendere disponibili. A Trento, nei dodici mesi del 2014, abbiamo contato il suicidio di 2 detenuti, 6 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 17 episodi di autolesionismo e 6 colluttazioni".
Ristretti Orizzonti, 9 marzo 2015
Mercoledì 11 marzo 2015 alla Casa circondariale Dozza di Bologna, Domenico Cella, Presidente dell'Istituto De Gasperi e Ignazio De Francesco, della Piccola Famiglia dell'Annunziata, terranno la lezione: "Il lavoro come valore fondante della Costituzione italiana e come strumento di emancipazione sociale. Focus: la posizione della donna lavoratrice, con particolare riferimento alla situazione dei Paesi arabo-islamici".
Si tratta della sedicesima di un ciclo di ventiquattro lezioni dedicate ai detenuti della Casa Circondariale Dozza di Bologna iscritti ai corsi dell'anno scolastico 2014-2015, nell'ambito del Progetto "Diritti, doveri, solidarietà. La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico", realizzato a seguito dell'Accordo quadro tra la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna e il Centro per l'istruzione degli adulti Cpia Metropolitano di Bologna.
Samuele Govoni
La Nuova Ferrara, 9 marzo 2015
Il Nucleo oggi vola in Germania per il progetto europeo di teatro in carcere A guidare il gruppo il regista Horacio Czertok coordinatore di "Breaking Limits". Se è vero che solo il teatro ti permette di aprire una porta e trovarti davanti all'infinito, allora è altrettanto vero che il teatro consente a un detenuto di "evadere" dal carcere ogni volta che vuole.
Horacio Czertok, insieme al Teatro Nucleo, da anni lavora alla Casa Circondariale di Ferrara, accompagnando i detenuti in un percorso che non è solo passatempo, è molto di più: è un insieme di culture, approfondimenti, storie, approcci, studi, scoperte e interazioni. Nel 2013 nasce "Breaking Limits", progetto europeo di teatro in carcere in Europa. Il Teatro Nucleo è coordinatore dell'iniziativa e i partner sono l'azienda Asp di Ferrara - Italia, l'Alarm Theater di Bielfeld (Germania), il Teatro del Norte di Oviedo (Spagna), l'Ures Ter di Pecs (Ungheria), l'Università di Liegi (Belgio) e il Ministero della Giustizia della Turchia.
Oggi Czertok e i suoi partono alla volta di Bielfeld. Qui incontrano i loro colleghi, le istituzioni per scambiarsi pareri, opinioni, impressioni e idee riguardanti l'attività teatrale all'interno dei penitenziari.
Noi della "Nuova" compiremo questo viaggio con loro per raccontarvi da vicino questo "insolito" gemellaggio culturale. Prima di partire però abbiamo intervistato proprio Horacio Czertok per scoprire da lui la nascita, lo svolgimento e il futuro di questo percorso.
Quando e perché è nata la voglia di portare il teatro all'interno del carcere?
"In trent'anni - dice - ho portato il teatro nelle piazze e nei "luoghi senz'anima" di centinaia di città in tre continenti, constatando ovunque entusiastiche e profonde adesioni che andavano oltre le differenze culturali o etniche. Il carcere è l'opposto all'apertura della piazza, dell'estrema libertà immaginabile e praticabile: una mia naturale predisposizione alla contraddizione mi ha portato a pensare che proprio laddove minima è la libertà, massimo è il desiderio per il bene più importante dell'uomo. Il teatro è la massima espressione della libertà e portarlo dentro il carcere avrebbe arricchito tutti: detenuti e teatro, ma anche chi lavora nella struttura e i cittadini tutti. Dopo dieci anni di teatro nel carcere di Ferrara posso dire che così è stato, e che così è tuttora".
Il teatro diventa in un certo senso uno strumento...
"Usiamo il teatro per tante cose: intraprendere un percorso di alfabetizzazione ad esempio o imparare la lingua italiana in modo più dinamico e partecipato. Durante una lettura o un'improvvisazione riemerge la componente ludica e allora l'ostacolo, in questo caso la lingua, non è più una montagna insormontabile ma fa parte del gioco".
Ora a cosa state lavorando?
"Alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso - sorride; difficile no? Bene, più alta è la sfida più ampio è il lavoro; noi la pensiamo così. Nell'opera di Tasso ci sono guerra, religione, ma soprattutto poesia. Le ottave Tassiane sono una sfida, è come scalare una vetta di 5mila metri a mani nude: è difficile, ma noi non semplifichiamo le cose. La poesia è complessa e tramite tale complessità si scavano delle vie nell'anima dei "nostri" detenuti".
Come si svolge l'attività laboratoriale?
"All'Arginone facciamo quattro ore a settimana, suddivise in due giorni. In media ci sono una ventina di partecipanti ma non abbiamo numeri fissi. La Casa Circondariale di Ferrara ha un turnover molto ampio e quindi fare percorsi a lungo termine con i detenuti è difficile, però lavoriamo con tante persone. Cerchiamo di mettere al centro dell'attività il vissuto e le esperienze di ciascuno di noi. Questo non significa che seguiamo una corrente di "teatro biografico", però a volte, mettere in campo sé stessi può essere utile".
Le prospettive future?
"Buone: il coordinamento regionale che abbiamo voluto fondare a Ferrara con il Forum del 2009 e le successive azioni hanno portato dal solo supporto del Comune di Ferrara all'adesione convinta di Regione, Università di Bologna e, soprattutto, Provveditorato all'amministrazione penitenziaria. Le realtà teatrali - chiude - che agiscono nelle carceri in regione crescono ogni anno, sia per volume di attività e sia come qualità di interventi. C'è ancora molto lavoro da fare, ma siamo sempre pronti".
di Fabrizio Caccia
Corriere della Sera, 9 marzo 2015
Gianna De Simone: "Niente bagni né letti e malnutriti". L'armatore: "Erano in regola. Temiamo per la loro vita". Si muove la diplomazia.
"Ho più paura oggi che nel 1992, quando mio marito, Sandro De Simone, sempre in mare sulle barche da pesca, finì nelle mani dei pirati somali. Rimase sequestrato per un mese, all'epoca, in attesa che dall'Italia la sua compagnia pagasse il riscatto per liberarlo. Ma almeno i pirati somali gli facevano telefonare a casa due volte alla settimana e alla fine nacque quasi una fratellanza tra di loro, mangiavano insieme, a bordo, il pesce pescato. Questa volta, invece, è buio fitto...".
Gianna De Simone, al telefono dal comune abruzzese di Silvi, è angosciatissima. Suo marito, Sandro De Simone, 55 anni, da trenta comandante di pescherecci, dal 2 marzo scorso è recluso insieme al suo direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto, nel temibile penitenziario di "Mile Two", a Banjul, la capitale del Gambia, descritto da "Amnesty International" più come un lager che come una prigione, tra "carenti condizioni igieniche, malattie, sovraffollamento, caldo estremo e malnutrizione". "Ma è una pena troppo crudele il carcere - continua la signora Gianna - rispetto al reato che avrebbero commesso.
La Marina del Gambia li accusa, infatti, per una sola rete da pesca, trovata sul ponte di coperta il 12 febbraio durante un'ispezione, con le maglie strette 68 millimetri invece di 70, la misura massima consentita. Avete capito bene: per 2 millimetri di differenza, li hanno messi in prigione!". L'ambasciatore italiano in Senegal, Arturo Luzzi, competente anche per il Gambia, ieri ha telefonato alle mogli dei due marittimi per rassicurarle. Oggi stesso il vice ambasciatore, Domenico Fornara, sarà a Banjul. Le autorità locali hanno condannato De Simone e Liberati a un mese di detenzione e l'obiettivo minimo - dice la signora De Simone - sarà quello di ottenere "una riduzione della pena".
Giovedì scorso il console onorario italiano in Gambia, che in realtà è un indiano, Dayal Daryanani, ha fatto visita ai due, poi all'uscita ha raccontato tutto all'armatore della "Italfish" di Martinsicuro, Federico Crescenzi, subito arrivato dall'Italia: "Sandro e Massimo sono rinchiusi in celle separate, due gabbie di quattro metri per tre, senza bagni né letti, ciascuno in compagnia di altri quindici o sedici detenuti comuni".
Condizioni disumane, situazione da incubo. Intanto, il peschereccio del comandante De Simone, l'"Idra Q", 42 metri di lunghezza e 30 tonnellate di pescato tuttora fermo nella stiva refrigerata, è ormeggiato al porto dal 12 febbraio, sorvegliato dalle guardie armate. A bordo è rimasto solo il nostromo, Vincenzino Mora, 60 anni, a cui è stato ritirato il passaporto. "Noi siamo come una famiglia - racconta da Banjul l'armatore -. Lavoriamo insieme da anni e adesso temiamo per la vita di Sandro e Massimo".
L'Italfish fu fondata 40 anni fa dal padre di Federico, Santino Crescenzi, e oggi conta una flotta di 6 navi. "Quest'anno siamo finiti in Gambia - racconta il direttore commerciale, Massimo Sabato - perché l'Ue non ha rinnovato gli accordi bilaterali con Marocco, Mauritania, Senegal, Guinea Bissau e dunque tutti questi Paesi, ben più pescosi del piccolo Gambia, ci sono stati interdetti. Banjul, insomma, era un ripiego".
Cinquanta chilometri di coste sull'Atlantico, quasi davanti a Capo Verde: "Avevamo una regolare licenza trimestrale per pesci e cefalopodi - sospira il direttore commerciale -. Ci sentivamo tranquilli, poi all'improvviso il 12 febbraio è salita a bordo la Marina e si è messa a misurare le reti col righello. Giuro... Noi invano abbiamo spiegato loro che non esistono in commercio reti con maglie da 68 millimetri, quelle per forza dovevano essere maglie da 70 che col sole dei Tropici si sono deformate. Ma non ci hanno voluto ascoltare. O forse semplicemente cercavano un pretesto".
di Fabrizio Dragosei
Corriere della Sera, 9 marzo 2015
Uno degli arrestati avrebbe confessato. I molti punti oscuri di un'inchiesta che accusa i caucasici. Due ceceni formalmente accusati di aver ucciso l'ex vicepremier Boris Nemtsov il 27 febbraio; altri tre che rimangono in carcere, mentre un sesto si sarebbe fatto saltare in aria a Grozny per non essere catturato. L'hanno ucciso perché da "ferventi mussulmani" non sopportavano il fatto che il leader dell'opposizione aveva espresso solidarietà ai giornalisti di Charlie Hebdo massacrati a Parigi. Anzi, no.
L'agguato sotto le mura del Cremlino e l'omicidio di un personaggio di spicco della vita politica russa è avvenuto per motivi di denaro, connessi con la rapina, l'estorsione o il banditismo. Questo secondo la lettura degli articoli del codice penale in base ai quali è avvenuta la formale incriminazione degli accusati. Una gran confusione, insomma, mentre non si fa parola sui mandanti, sulle cause di una esecuzione che pare assai difficile poter addossare solamente a un gruppetto di ceceni di basso rango.
Uno dei due uomini incriminati, Zaur Dadayev è stato per dieci anni nelle truppe del ministero dell'Interno ceceno (battaglione Sever, guardia presidenziale) ed è stato anche decorato per coraggio. È stato il presidente della repubblica caucasica Ramzan Kadyrov a confermare l'identità dell'uomo e a raccontare quanto fosse turbato per la vicenda Charlie Hebdo: "Tutti quelli che conoscono Zaur confermano che è un vero credente e che, come tutti i musulmani, era sconvolto dall'attività di Charlie e dai commenti di solidarietà con chi aveva stampato le vignette", ha scritto Kadyrov su Instagram.
Fin dall'inizio, potremmo dire pochi minuti dopo l'omicidio, le autorità avevano avanzato proprio queste ipotesi per spiegare l'accaduto. Una "provocazione" come aveva sostenuto il presidente russo. Un gruppo di estremisti islamici o dei volgari banditi, secondo ipotesi fatte dagli inquirenti sul campo. Adesso pare che tra giudici, politici e responsabili dei servizi di sicurezza non ci si riesca a mettere d'accordo.
E le due ipotesi più banali vengono portate avanti contemporaneamente. Gli accusati sono comparsi davanti ai giudici trascinati in manette (e in malo modo) da agenti mascherati. Dadayev avrebbe confessato, salvo poi non ammettere nulla davanti ai magistrati. Anzor Gubashev è il secondo incriminato, che ha negato qualsiasi coinvolgimento.
Fra gli altri tre ancora trattenuti in attesa di sviluppi delle indagini, c'è anche il fratello più giovane di Gubashev, un certo Zahid. Il tutto sembra un "pacco" confezionato per dimostrare che gli alti vertici russi non c'entrano nulla, che giudici e poliziotti si sono dati da fare, come chiedevano opposizione e leader internazionali. Gli amici di Nemtsov, naturalmente, ci credono poco e chiedono che venga fatta piena luce.
A molti la vicenda ricorda troppo da vicino quella di Anna Politkovskaya, la giornalista scomoda che venne freddata nel 2006. Anche in quel caso uscì fuori che gli esecutori erano un gruppo di ceceni, tre dei quali fratelli (i Makhmedov). A organizzare i pedinamenti e tutto il resto erano stati altri personaggi di basso livello, tra i quali un ex poliziotto. Sempre tra gli organizzatori spuntò un boss criminale di Grozny, tale Lom-Alì Gaitukayev. Di mandanti nemmeno l'ombra. E perché tutti questi manovali della criminalità organizzata si erano dati tanto da fare per eliminare Anna? Per odio, antipatia, avversione politica. La stessa strada sulla quale sembra avviata la vicenda Nemtsov.
Ansa, 9 marzo 2015
I detenuti in rivolta di un carcere della provincia settentrionale afghana di Jowzjan hanno ucciso tre poliziotti, tra cui il vice capo della sicurezza. Lo riferisce la tv 1TvNews. Negli scontri è rimasto ucciso anche un detenuto, mentre sono rimasti feriti cinque agenti e dieci detenuti.
Il capo della polizia provinciale di Jowzjan, Faqir Mohammad Jowzjani, ha riferito che la rivolta è scoppiata durante un'ispezione nelle celle alla ricerca di materiale illegale in possesso dei detenuti.
Con il rilascio dell'ultimo ostaggio e il controllo della struttura da parte delle forze di sicurezza si è conclusa in serata la rivolta nel carcere di Jowzjan (Afghanistan settentrionale), costata la vita a due agenti di polizia e un detenuto. Il capo della polizia provinciale, Faqir Mohammad Jowzjani, ha confermato ai giornalisti assiepati all'ingresso della prigione che un negoziato intrapreso dalle autorità con i carcerati in rivolta si è concluso con successo, permettendo il progressivo ritorno alla normalità.
Una delle richieste principali dei detenuti - la sostituzione del direttore del centro penale - è stata accettata e questo ha permesso la fine della protesta. Nella prigione si trovano circa 800 persone, molte delle quali militanti talebani o di altre organizzazioni antigovernative. La rivolta era cominciata durante una perquisizione delle celle mirante al sequestro di armi e cellulari, anche per una notizia circolata di un trasferimento di massa di detenuti verso Pul-i-Charqi, il carcere di massima sicurezza di Kabul.
Ansa, 9 marzo 2015
La polizia dello Stato nord-orientale indiano di Nagaland ha arrestato 22 persone che sarebbero implicate nel linciaggio giovedì scorso di una persona accusata di stupro portata via a viva forza dal carcere di Dimapur. Lo riferisce l'agenzia di stampa Ians.
Per cercare di ridurre la tensione, il governo locale ha imposto la sospensione dei servizi di messaggeria telefonica, utilizzati a quanto sembra da movimenti sociali che hanno aizzato la folla a fare irruzione nel carcere per "punire duramente" il presunto violentatore, Syed Farid Khan. Un responsabile della polizia ha confermato che "finora abbiamo arrestato nel complesso 22 persone implicate nell'uccisione del detenuto. Stiamo ancora esaminando i video delle telecamere a circuito chiuso, e non è escluso che altri arresti seguiranno".
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