www.catanzaroinforma.it, 20 aprile 2015
Iniziativa curata da Mario Sei e dal soprano Giovanna Massare. Portare anche la musica lirica in un carcere sembra insolito, eppure il successo e l'apprezzamento da parte dei circa 150 detenuti di Alta sicurezza ha dimostrato che anche la musica, per certi versi considerata d'élite e comunque per intenditori, entusiasma tutti e soprattutto emoziona.
Con questo intento l'amministrazione della casa circondariale di Catanzaro, nella persona del Direttore - Angela Paravati - di concerto con Mario Sei, assistente volontario presso la struttura, ha organizzato un evento cosi importante e di alta qualità musicale. Il teatro collocato all'interno del carcere quasi per incanto si è trasformato in un piccolo "teatro dell'opera", con un programma degno di grandi palcoscenici che certamente resterà nella memoria sia dei detenuti che in maniera composta hanno assistito a circa due ore di repertorio, ma anche nella memoria degli stessi artisti che porteranno il ricordo di un'esperienza davvero significativa.
L'evento si è avvalso della presenza ed organizzazione del maestro Giovanna Massara, noto soprano catanzarese, la quale ha curato il programma, attenta a ricercare brani ed arie che, nel corso della kermesse, potessero gradualmente "avvicinare" gli spettatori detenuti verso il canto lirico, passando per brani di musica sacra e classica. Presenti anche il maestro Amedeo Lobello, docente di pianoforte e sassofono al Conservatorio e due giovani talenti, che alle spalle hanno già diverse esperienze anche a carattere regionale e nazionale, Laura Screnci, vincitrice della VIII^ edizione di "Una voce per lo Jonio" e Giuseppe Froio, cantattore in diversi musical.
Oltre al bel canto non sono mancati anche altri momenti altrettanto entusiasmanti grazie alla lettura di alcune poesie a cura dei detenuti attori che da tempo sono impegnati in un laboratorio teatrale con lo stesso Mario Sei e già vincitori di alcune poesie in concorsi nazionali in ambito carcerario. Tante le arie d'opera che sono state interpretate da Giovanna Massara, tra cui Casta Diva ed Un bel di vedremo e poi ancora Laura Screnci che ha eseguito Seguidilla e Habanera (Carmen-Bizet) e Giuseppe Froio che ha cantato Nessun Dorma, oltre ad alcuni brani di Andrea Bocelli.
Tanti i brani di musica classica, tra cui due famosissimi brani del premio oscar Ennio Morricone e due emozionanti Ave Maria, rispettivamente di Schubert e di Gounod. Amedeo Lobello ha accompagnato magistralmente oltre al soprano, anche la lettura delle belle ed intense poesie, scritte dai detenuti Pasquale, Giovanni e Francesco e lette, tra gli altri anche da Davide, che presto sarà tra i protagonisti della rappresentazione teatrale dal titolo "Riprovare", scritta e diretta da Mario Sei. Con The Prayer i quattro artisti si sono congedati con l'augurio, cosi come dice il testo di questa famosissima canzone, che si possa sognare un mondo senza più violenza... un mondo di giustizia e di speranza.
Il direttore della struttura, Angela Paravati, non perde mai occasione di portare oltre i muri e decine di cancelli eventi di qualità, che consentano ai detenuti di "conoscere" realtà che esprimono positività, modelli da imitare, artisti che volontariamente decidono di regalare emozioni a chi non ne avrebbe diversamente la possibilità, se non attraverso l'immaginazione. Gli artisti sono stati premiati con alcuni oggetti in ceramica, creati e decorati a mano per l'occasione da alcuni detenuti e da un decoratissima e gustosissima torta, preparata da alcuni detenuti pasticcieri, donata al soprano Giovanna Massara con tanto di note musicali e nome di questa brava artista calabrese.
Corriere dell'Umbria, 20 aprile 2015
È già al completo la cena Golose Evasioni prevista il 22 aprile. Si tratta di un evento specialissimo, che si tiene nel carcere di Capanne di Perugia, giunto alla terza edizione e organizzato dalla cooperativa sociale Frontiera Lavoro con la direzione del complesso penitenziario e in collaborazione con l'Unione regionale cuochi umbri (sezione umbra della Federazione italiana cuochi).
Protagonisti assoluti della serata sono i ragazzi della sezione maschile che hanno seguito il corso per diventare "Addetto alla cucina" del progetto "Intra: azioni integrate per la transizione al lavoro delle persone detenute" finanziato dalla Provincia. Il ricavato della serata sarà destinato a ulteriori progetti di sensibilizzazione al reinserimento socio-lavorativo in loro favore. A quello che è ormai diventato uno degli appuntamenti più attesi e partecipati del Perugino prendono parte anche ospiti illustri come Giancarlo Polito, uno dei più importanti chef del panorama della ristorazione italiana, che coordinerà i ragazzi nella preparazione del menù studiato per la serata. E non finisce qui; ad allietare il convivio la partecipazione di Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic, rispettivamente clarinettista e chitarrista di fama internazionale.
di Elisabetta Longo
Tempi, 20 aprile 2015
Durante il periodo dell'esposizione, nel giardino del penitenziario milanese prende vita un progetto che coinvolge le carcerate. Expo toccherà ogni zona di Milano. Quello che, però, nessuno si aspetterebbe è che entrerà anche all'interno del carcere di San Vittore. Saranno le detenute stesse della casa circondariale a invitare gli ospiti grazie al progetto "Libera scuola di cucina" di A&I Onlus, una cooperativa sociale che si occupa di sostenere il lavoro in contesti di fragilità.
La A&I Onlus, nata nel 1998, porta avanti il progetto "Libera scuola di cucina" dal 2012, e già l'anno scorso ha realizzato eventi aperti al pubblico di San Vittore, come spiega a tempi.it la responsabile dell'attività, Marina De Berti: "Noi non forniamo catering o servizi legati al cibo, ma siamo un'unità formativa permanente all'interno del carcere, sia con la "Libera scuola di cucina", riservata alle detenute donne, sia con il corso formativo per barman e assistenti di sala, riservato ai detenuti uomini. Il nostro obiettivo è rendere utile quel tempo di attesa che i carcerati di entrambi i sessi devono scontare a San Vittore, che molto spesso è solo un luogo di passaggio. Anche un periodo di transizione può diventare un'esperienza formativa. Abbiamo scelto il tema della ristorazione perché non servono tempi troppo lunghi per acquisire delle conoscenze".
Le lezioni in cucina sono tenute dallo chef Stefano Isella. Si impara a spadellare, a impiattare, a scegliere gli abbinamenti tra cibi, a capire i tempi della cucina. Ma soprattutto ad accogliere gli ospiti, perché non ci sarebbe la cucina se non ci fossero attendenti in sala: "Nella primavera dell'anno scorso abbiamo organizzato degli "Aperitivi", e li organizzeremo anche quest'anno, per tutta la durata dell'Expo, nei giardini del carcere.
Sul nostro sito sarà possibile registrarsi, per un massimo di 40 persone alla volta, e chi verrà potrà fare un'esperienza ben più ricca di un semplice happy hour. I visitatori saranno accompagnati in un giro per il carcere, sarà spiegato loro come funziona l'organizzazione al suo interno, potranno conoscere le detenute e le poliziotte penitenziarie che ci aiutano.
Dopo questa doverosa introduzione, gli ospiti potranno rifocillarsi con quanto realizzato dalle ragazze. Chiediamo a tutti una donazione di 20 euro, come se si stessero ordinando due cocktail in un locale milanese. Ma quei 20 euro varranno molto di più, perché non prendiamo finanziamenti pubblici, e le donazioni serviranno per pagare il cibo ma anche a finanziare le spese stesse del carcere. Noi lo chiamiamo "il tesoretto", e serve laddove i finanziamenti pubblici non arrivano, per comprare beni di prima necessità per le detenute".
Per la serata inaugurale dell'Expo, il 1° maggio, nel carcere milanese sarà organizzato un evento speciale. Sarà infatti proiettata, in contemporanea con il Teatro della Scala, la prima dell'opera Turandot. A occuparsi del catering di benvenuto saranno le ragazze di "Libera scuola di cucina", molto emozionate all'idea: "Mi dicono sempre che non vedono l'ora che arrivi il periodo degli Aperitivi. È molto importante per loro confrontarsi con persone esterne, è come se incontrassero il futuro che le aspetterà una volta uscite".
Un aiuto importante nello svolgimento delle attività è dato dalle poliziotte penitenziarie: "È profondamente errato chiamarle "guardie", visto che fanno ben più di aprire o chiudere un cancello a chiave. Sono esse stesse parte attiva della "Libera scuola di cucina". Basta vedere con quanto impegno curano l'organizzazione degli eventi. Se non fosse per la divisa, non si distinguerebbe una detenuta da una poliziotta, mentre spostano tavoli e sedie per i preparativi".
Spesso le detenute sostano a San Vittore per poco tempo, perciò A&I ha studiato una rotazione e un attestato da conseguire in poche lezioni. Bastano cinque ore di frequenza per dimostrare di avere appreso delle conoscenze, utili per il "dopo". Dal 2012 a oggi "Libera scuola di cucina" ha formato 40 detenute. Sono loro stesse a riconoscersi una nuova identità, fin dalla prima ora di lezione frequentata. Perché indossare il grembiule le rende donne nuove, pronte a rimettersi in gioco: "Quando penso alle ragazze che ho conosciuto, me ne viene sempre in mente una in particolare. Desiderosa di imparare, ligia ai suoi compiti, questa detenuta ha ottenuto in breve tempo l'attestato. Grazie al nostro impegno, un ristoratore del centro di Milano le aveva assicurato un lavoro part time come cameriera e, grazie alla rete di social housing, eravamo riusciti a trovarle una sistemazione.
Tutto sembrava volgere verso un futuro migliore, ma il giorno in cui ha varcato il cancello di San Vittore è arrivata la Polizia a prenderla, per trasferirla al Centro di accoglienza a Tor Vergata, a Roma, per una questione di problematiche legate al suo Paese d'origine. Il futuro dell'ex detenuta è svanito in un attimo, e questo perché non c'è ancora sufficiente dialogo tra le istituzioni italiane. Invece dovremmo lavorare tutti per un unico obiettivo, quello di rispettare l'articolo 27 della Costituzione, che sottolinea l'importanza della rieducazione del condannato".
di Vittorio Zucconi
La Repubblica, 20 aprile 2015
Bufera sugli investigatori americani. I controlli sospetti hanno ingiustamente mandato a morte 32 persone. Morire per un capello, nell'illusione della pseudoscienza investigativa piegata agli imperativi della politica e di indagini che devono produrre un colpevole a tutti i costi e persino ucciderlo: è la morale raggelante della scoperta che l'Fbi ha sopravvalutato, male interpretato o addirittura truccato per anni migliaia di "prove" costruite sull'esame dei capelli.
Prima che la genetica smentisse, con gli esami del Dna, decine di sentenze rivelando l'innocenza dei condannati, il Federal Bureau of Investigation aveva individuato nei capelli trovati sui luoghi del delitto, più attendibili delle controverse impronte digitali, una della direttissime per identificare i responsabili. Ma dopo un riesame minuzioso condotto dalla Associazione Nazionale degli Avvocati Difensori, la Nacdl, e dal "Progetto Innocenza", emerge che l'Fbi ha barato quasi sempre a favore dell'accusa utilizzando l'esame microscopico dei capelli. Trentadue imputati furono condannati a morte e quattordici di loro giustiziati, sulla base di queste presunte prove truccate.
L'espressione che l'inchiesta condotta sui processi prima del 2000 e pubblicata ieri dai media americani come il Washington Post è volutamente cauta, per non creare l'impressione che la massima agenzia investigativa del governo federale e la sola nazionale bari al gioco terribile della verità giudiziaria: l'Fbi ha overstated, si dice, ha esagerato, ha sopravvalutato le evidenze probatorie cercate con il microscopio nei capelli e nei peli sui luoghi del delitto, offrendo agli investigatori, all'accusa, alle giurie popolari certezze che certezze non erano.
Ma le parole non possono cambiare i numeri che sono raggelanti. Nei 268 casi nei quali i capelli sono stati usati contro l'imputato l'Fbi ha portato in dibattimento prove che non erano prove, elementi fasulli. Nel 95 per cento dei casi studiati, l'errore è andato a favore dell'accusa, contribuendo alla sentenza di colpevolezza. Soltanto raramente l'errore, che sempre e comunque è possibile, ha portato all'assoluzione. Sono dati, comunque parziali perché ancora le polizie e le procure della repubblica rifiutano di aprire gli archivi su 1200 processi, che tendono a confermare il classico sospetto di ogni avvocato difensore e di ogni imputato, che la macchina investigativa, l'apparato della Giustizia siano costruiti intenzionalmente non per portare alla determinazione della colpevolezza o della non colpevolezza, ma per raggiungere a ogni costo una sentenza di condanna.
L'Fbi, che dopo i decenni della implicita, autocratica certezza di infallibilità che il suo creatore e zar, J. Edgar Hoover aveva creato con instancabile propaganda, ha risposto, insieme con il Ministero della Giustizia, che il Bureau, come tutti i magistrati inquirenti e i tribunali "sono fortemente impegnati a perfezionare e rendere ancora più accurate le analisi dei capelli, così come l'applicazione di tutte le scienze forensi ". Mentre tutti i condannati in processi basati sull'esame dei capelli saranno informati dei possibili errori giudiziari. Un impegno che sarà di poco conforto per i quattordici uomini già passati attraverso le camere della morte nei penitenziari.
La rivelazione, che si aggiunge alle vicende di detenuti, alcuni addirittura da anni nei bracci della morte, scagionati completamente dai nuovi test sul Dna, non certifica la fallibilità dei test sui capelli, ma fa di peggio: insinua il dubbio che l'Fbi, come le Procure, le polizie, la pubblica accusa giochino a carte truccate pur di ottenere prima l'incriminazione e poi la condanna dell'accusato. E così giustificare davanti a elettori che chiedono "giustizia" indagini e celebrazioni di processi, valutate positivamente soltanto se portano a una condanna. I prosecutor, i magistrati dell'accusa, sono misurati in funzione delle sentenze di colpevolezza che riescono a ottenere.
Il principio del dubbio pro reo, che deve valere nelle aule di giustizia quando il procedimento è pubblico, non vige nei laboratori delle analisi scientifiche dove, se questi dati sono concreti, sembra funzionare l'esatto opposto: nel dubbio, si va contro il presunto reo. Un dubbio che apre un altro, amarissimo capitolo nell'amministrazione della Giustizia anche nelle nazioni apparentemente più garantiste e rispettose dei diritti dell'accusato e dell'imputato. Che siano i soldi e non la scienza ha determinare l'esito di un procedimento.
Nel sospetto che anche le prove e gli indizi qualificati con la solennità della scienza siano piegati alla soggettività di chi investiga e conduce l'accusa "nel nome del popolo", la difesa deve ricorrere a controanalisi e controperizie capaci di confutare, o almeno di mettere in discussione le conclusioni degli accusatori. Un diritto che ha un enorme e ovvio limite nei costi: non tutti gli imputati possono permettersi le batterie di contro analisi forensi e quelli che non possono si devono affidare al lavoro di agenzie governativa teoricamente al di sopra delle parti. Una semplice, quanto evidente spiegazione del perché sia molto più facile mandare in carcere o al patibolo i poveri e sia più facile scampare, per i ricchi. Eppure anche i meno ricchi pagano le tasse che finanziano il lavoro dei funzionari governativi che li trascinano in carcere tirandoli per i capelli.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 19 aprile 2015
Scongiurata l'emergenza in Veneto, entra nel mirino l'alta sicurezza di Rebibbia: in molti rischiano di essere spostati. La sezione dell'alta sicurezza di Padova non si deve chiudere. A ribadirlo - tramite una nota inviata al capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e resa pubblica dalla redazione di Ristretti Orizzonti - è stata la dottoressa Aurea Dissegna, il Pubblico Tutore dei minori e Garante delle persone ristrette nelle libertà personali del Veneto.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 19 aprile 2015
Due recenti decisioni della Corte di Strasburgo hanno avuto uno spazio molto ampio nelle cronache italiane recenti: quella sulle violenze nella caserma Diaz in occasione del G8 di Genova e quella sul caso Contrada e sulla indeterminatezza del reato di concorso esterno m associazione mafiosa Si tratta di due sentenze che hanno rafforzato l'idea, sempre più diffusa, che a fronte della mancanza di sensibilità dei giudici italiani al tema del rispetto dei diritti fondamentali, via sia comunque un Giudice a Berlino (anzi a Strasburgo) capace di dare giustizia a tutti.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 19 aprile 2015
Fa un certo effetto contemplare il dottor Bruti Liberati e il dottor Pignatone, rispettivamente Procuratore della Repubblica di Milano e di Roma, dialogare insieme davanti a giornalisti e telecamere, proponendo modifiche, integrazioni, aggiustamenti di vario genere al disegno di legge sulle intercettazioni. E ciò non perché non siano bravi o perché non siano interessanti o convincenti le loro osservazioni o, ancora, perché debbano essere estromessi dal dibattito pubblico per una qualche oscura motivazione.
di Pietro De Leo
Il Tempo, 19 aprile 2015
E intanto alcuni pm vorrebbero impedire la pubblicazione dei verbali sui giornali.
Non sorprende che una parte della stampa si stracci le vesti, gridando al "bavaglio", di fronte alle proposte come quella dei due procuratori Pignatone (Roma) e Bruti Liberati (Milano) per mettere fine all'orgia della diffusione mediatica delle intercettazioni.
di Andrea Ossino
Il Tempo, 19 aprile 2015
"La disciplina esiste ma non sempre viene rispettata. Mi riferisco alla pubblicazione responsabile" afferma il Presidente di Magistratura indipendente, Giovanna Napoletano, in merito alle norme che regolano le intercettazioni. "Il problema attiene alle conversazioni che non hanno rilevanza con l'indagine ma che hanno una portata dal punto di vista etico e morale disdicevole". Oggi, presso la corte di Cassazione, si terrà l'assemblea generale straordinaria, convocata su richiesta di Magistratura indipendente. "Le intercettazioni non saranno un argomento previsto all'ordine del giorno. A titolo personale posso affermare che sono strumenti investigativi ormai non più sostituibili" continua il magistrato.
www.ilfarmacistaonline.it, 19 aprile 2015
Ritardi e inadempienze di Stato e Regioni. Soprattutto per l'erogazione dei fondi necessari all'ampliamento degli organici nei dipartimenti di Salute Mentale. Livelli di sorveglianza da intensificare e consulenze tecniche da ridisegnare contro i tentativi di inganno per evitare il carcere. La Società di Psichiatria a convegno per valutare tutti i rischi e i problemi del passaggio dagli Opg alle strutture alternative .
"Sussistono pochi dubbi che il soggiorno in una delle nuove residenze (Rems) che stanno iniziando a sostituire gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi per legge, sia decisamente migliore della permanenza in cella. Questo dettaglio è solo la punta di un iceberg che nasconde molte problematiche e criticità attuative non risolte dalla nuova legge sulla chiusura degli Opg". La denuncia arriva da Brescia, dove si è aperto oggi il convegno promosso dalla Società Italiana di Psichiatri, dalla Procura Generale di Brescia, dagli Spedali Civili di Brescia e dall'Università degli Studi di Brescia per fare il punto sull'applicazione della legge e sull'importanza del rapporto tra medici e giudici.
Ritardi e inadempienze dello Stato e delle Regioni soprattutto per quanto riguarda l'erogazione dei fondi necessari al previsto ampliamento degli organici - "che risulta tanto più pesante se si considerano il ben noto e comune sottodimensionamento del personale di molti Dipartimenti di Salute Mentale: oggi si viaggia in alcuni casi al 50% circa del necessario", la necessità di ridefinire il tema della pericolosità sociale, di riorganizzare l'assistenza psichiatrica in carcere, e soprattutto di rivedere e rimodellare la consulenza tecnica in psichiatria. Queste le principali criticità denunciate nel corso dell'evento.
"Tutto questo - spiegano gli psichiatri della Sip - per garantire sicurezza e cure adeguate ai malati veri, ma anche sicurezza ai cittadini". Dei circa 700 pazienti ancora ospitati negli Opg in questi ultimi mesi, infatti, una quota, presumibilmente compresa tra i 250 e i 400, verrà accolta nelle Rems, mentre la restante parte dei pazienti fruirà, come qualsiasi altro cittadino, dell'insieme dei servizi offerti dai Dsm. Ma il vero problema, secondo la Sip, sarà la gestione del futuro, soprattutto se si considera che nell'ultimo anno, già molti ospiti degli Opg, circa 800, sono stati liberati ed accolti nei Dsm. "Mancano infatti i fondi per la loro presa in carico da parte delle strutture territoriali".
"Superare gli Opg è un atto di civiltà - ha affermato Emilia Grazia De Biasi, Presidente della Commissione sanità del Senato. Ma sappiamo quanti muri ci sono ancora da abbattere tra gli operatori e la società e fra la società e le istituzioni. E quanti muri ancora da abbattere dentro di noi, sapendo che il dolore dell'anima è un grande dolore. Non ci sono farmaci possibili, il dolore dell'anima è quello che porta a perdere se stessi, e io credo che, tra i tanti significati e i tanti sensi che possono avere la politica e le Istituzioni, c'è anche quello di favorire strumenti che consentano alle persone di non trasformare il dolore in aggressività, riconoscerlo per quello che è e, insieme, aiutarsi. Che, forse, è anche la chiave per questo Paese per uscire dalla crisi".
"Siamo di fronte ad una legge condivisibile nei suoi principi - spiega Emilio Sacchetti, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della AO Spedali Civili di Brescia e presidente nazionale della Società Italiana di Psichiatria - ma che va però resa operativa, dotata di risorse, e portata a regime in breve tempo. Tutto questo non è ancora avvenuto per intero, non solo perché siamo ancora nell'inevitabile fase di rodaggio ma anche perché restano insoluti i problemi della carenza di fondi ed è sempre più evidente che una buona applicazione della legge comporta una revisione più generale di vari temi medici e legali connessi ai rapporti tra reati, disturbi mentali e loro cura. In primo piano a questo riguardo c'è la necessità di creare una buona assistenza psichiatrica in carcere.
Qualsiasi previsione di superamento degli Opg che non scalfisca in maniera apprezzabile anche l'assistenza psichiatrica in carcere è espressione di un pensiero irrealistico. Inoltre è fondamentale rivedere il concetto di pericolosità sociale, l'individuazione di linee guida chiare che regolamentino possibili conflitti di interesse tra il consulente tecnico e lo specialista che opera all'interno della struttura carceraria. In questo senso la collaborazione con le procure e con il ministero di Grazia e Giustizia è fondamentale".
"In generale credo sia indispensabile salvaguardare tutto quanto sia recuperabile dal punto di vista medico e umano per delle persone che si trovano in condizioni di salute molto particolari - ha detto Pier Luigi Maria Dell'Osso, Procuratore Generale della Repubblica, Corte d'Appello di Brescia -. Con la nuova legge si dovranno trovare moduli operativi nuovi, che riescano, in sintonia, a garantire la salute del malato e la sicurezza dei cittadini. Da un lato, quindi, vanno approntanti tutti i possibili presidi medici per chi ha incapacità di intendere e di volere, al contempo vanno anche garantiti i diritti dei cittadini di sicurezza e legalità".
"L'obiettivo di una azienda ospedaliera come una nostra - ha aggiunto Ezio Belleri, direttore generale degli Spedali Civili di Brescia - è proprio quello di anticipare le problematiche e di avviare preventivamente confronti su temi importanti, come questo. Alla luce della nuova legge, la componente medica e quella legale, devono rivedere molti punti del loro modo di agire e interagire. In gioco ci sono concetti molto delicati: rivedere l'assistenza psichiatrica nelle carceri (molto richiesta dalle strutture), trovare nuove regole per definire il concetto di pericolosità sociale, e rivedere l'impostazione delle perizie psichiatriche, che devono decidere ciò che è malattia e ciò che è delinquenziale".
I punti caldi, secondo la Sip, sono in effetti molti: dalla necessità di una formazione ad hoc del personale carcerario all'adeguamento degli standard strutturali di sicurezza; dal bisogno di livelli più intensi di sorveglianza all'inserimento di percorsi di riabilitazione psichiatrica. Anche nel campo delle cure è fondamentale un monitoraggio costante dell'aderenza alle terapie e il coinvolgimento dei Sert. "Importantissimo anche uno screening approfondito delle patologie, per separare i casi incidenti da quelli alla ricerca di vantaggi secondari. Infine devono essere trasferite al carcere, tout court, le linee guida diagnostico-terapeutiche utilizzate dai Dsm, con la messa a punto di specifiche linee guida diagnostico-terapeutiche dedicate all'agitazione psicomotoria e all'aggressività rivolta contro se stessi e/o agli altri".
"Per rendere sistematica la messa in atto di queste necessità - ha spiegato Sacchetti - è necessario anche ridefinire il concetto di pericolosità sociale. E il superamento degli Opg è un ottima occasione. Due sono i punti chiave da considerare. Il primo che l'attribuzione della pericolosità sociale per motivi psichiatrici non poggia su certezze ma su presunzioni (spesso grossolane ed effimere), dal momento che sono molte le variabili esterne più o meno o controllabili che entrano in gioco.
Il secondo, molto sottile e suscettibile di falsificazioni, è la linea che separa la libera scelta delinquenziale da quella condizionata dalla presenza di disturbo mentale. Ciò implica la necessità di recuperare con forza la lezione della clinica, dando maggior spazio soprattutto ai percorsi diagnostici e terapeutici pregressi, a scapito della tendenza non sopita a privilegiare interpretazioni poco basate sull'evidenza, arbitrarie e, talvolta, fantasiose. Quindi è fondamentale ridisegnare il modello attuale della consulenza tecnica in psichiatria adeguandolo a questi punti".
E sono molte le criticità in questo campo, ora che sono stati superati gli Opg: "I tentativi di predeterminare gli esiti di una consulenza tecnica grazie ad un adeguato addestramento probabilmente aumenteranno", secondo Sacchetti. "È infatti evidente che il gap tra la posizione di carcerato con o senza problemi psichiatrici e quella di autore di reato a causa di un qualche disturbo mentale, si è acuita a tutto vantaggio della seconda proprio grazie alla chiusura degli Opg. Sussistono pochi dubbi che il soggiorno in una Rems o in una struttura afferente al Dsm sia decisamente migliore della permanenza in cella".
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