di Alessandro Dal Lago
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Migranti. La repellente condotta di Bruxelles suona come la giustificazione preventiva di un intervento militare in Libia, o in prossimità delle sue coste, travestito da azione umanitaria. C'è una terribile ipocrisia in giro per l'Europa e ovviamente in Italia. È quella dei governi che oggi tuonano contro gli scafisti da "bombardare" e i "mercanti di schiavi".
Un'ipocrisia tanto più repellente, quanto più suona come la giustificazione preventiva di un intervento militare in Libia, o in prossimità delle sue coste, travestito da azione umanitaria. D'altra parte, l'ipocrisia è la norma italiana in queste materie. Un anno fa, il governo Renzi vantava il successo di Triton, "a costo zero", come ripeteva gioiosamente Alfano. Oggi lo stesso ministro, dopo l'immane strage in mare, dichiara l'inadeguatezza dell'operazione. Con ministri del genere c'è sempre da aspettarsi il peggio.
Intendiamoci. Le organizzazioni di scafisti esistono, così come esiste una vasta documentazione degli atti di pirateria: natanti abbandonati alla deriva, migranti gettati in mare, violenze di ogni tipo. Ma prendere esclusivamente di mira i "mercanti di schiavi" significa sia falsificare agli occhi dell'opinione pubblica la natura delle migrazioni, sia gettare le premesse di nuove sciagure.
Infatti, gli scafisti non fanno che lucrare sulla domanda di mobilità dei migranti. Mobilità nel senso di fuga dalla guerra, di ricerca di opportunità o semplicemente di sopravvivenza. Finora l'Europa ha ignorato le migrazioni, pensando forse che un limitato numero di morti garantisse la propria tranquillità o meglio la propria abulia burocratica. Ora, di fronte alla dimensione di queste tragedie, si inventa la guerra agli "schiavisti" e il "bombardamento e/o distruzione dei barconi", criminalizzando così, insieme a loro, anche le vittime.
L'ipocrisia dilaga anche quando si vorrebbero distinguere i rifugiati dai migranti, come se, oggi, povertà e guerra non fossero realtà strettamente implicate. Si fugge da paesi devastati dalla guerra e dall'impoverimento causato dalla guerra, da paesi distrutti da stolti interventi occidentali o al centro di inestricabili grovigli geopolitici. Si fugge dall'Isis, ma anche dai droni, da Assad e dai suoi nemici, dal deserto e dalle steppe in cui scorrazzano milizie di ogni tipo. Si fugge da città invivibili e da un'indigenza resa ancora più insopportabile dal dilagare di nuove tecnologie che mostrano com'è, o finge di essere, il nostro mondo. Si fugge in Giordania, in Turchia e anche in Europa. Non c'è forse ipocrisia peggiore di quella che lamenta senza soste un'invasione dei nostri paesi, quando invece l'Europa si mostra il continente più chiuso e ottuso di fronte alla tragedia umana e sociale delle migrazioni.
Pensare di cavarsela mandando i droni a bombardare i barconi è un'idea folle, che può venire solo ai poliziotti finiti a dirigere Frontex, l'agenzia europea che ha messo in piedi Triton, con l'obiettivo di tenere lontani i migranti, infischiandosi degli annegamenti. Come distinguere i barconi vuoti da quelli pieni, i pescherecci o i piccoli mercantili dalle carrette della morte? Tutto il mondo sa che i droni di Obama polverizzano soprattutto i civili in Afghanistan. Potete immaginare un drone capace di distinguere, in un porto della Libia, tra scafisti e pescatori? A meno che, naturalmente, tutta questa enfasi guerresca, bagnata da lacrime di coccodrillo per le vittime degli schiavisti, non sia al servizio di un'ipotesi strategica molto più prosaica e molto meno umanitaria.
Un'Europa politicamente acefala, guidata da una Germania bottegaia, pensa forse di "risolvere" la questione delle migrazioni con un cordone sanitario di navi militari e magari di campi di internamento in Libia e nei paesi limitrofi? Tutto fa pensare di sì. Ma se fosse così, non si tratterebbe che di una guerra ai migranti travestita, di un umanitarismo peloso, di un neo-colonialismo mirante a tenere alla larga i poveri da un occidente in cui dilagano pulsioni xenofobe. Se fosse così, altre immani tragedie si annunciano.
di Khalid Chaouki
Il Garantista, 23 aprile 2015
Tra le molte cose che sono state dette in questi giorni sul terribile naufragio che domenica ha portato allo spaventoso bilancio di 900 morti, una delle più sensate e intelligenti proviene da monsignor Giancarlo Perego, direttore della fondazione Migrantes.
Intervistato da una radio sulla scellerata ipotesi di un mandato internazionale per affondare le barche degli scafisti Perego ha commentato: "Parole come affondare, distruggere, respingere, senza che siano accompagnate da parole come tutelare, salvare, accogliere, non hanno prospettiva". Mi sembrano parole sagge, pronunciate da un uomo che da anni lavora con migranti e profughi, parole di chi riesce ancora a vedere i volti prima dei numeri, a dare più peso alle storie di chi parte che alle dichiarazioni di chi cerca di racimolare un po' di consenso facendo leva sulla paura atavica del diverso.
Solo il 16 aprile alla Camera è stata votata e approvata una proposta di legge per istituire il giorno della memoria per le vittime dell'immigrazione, l'abbiamo approvata proprio a partire dalla tragedia del 3 ottobre 2013 a Lampedusa. La storia tragicamente si ripete e purtroppo siamo ancora costretti a fare tragici bilanci; serve subito un piano sociale europeo serio, che coinvolga i Paesi di arrivo dei profughi e migranti e che collabori con la cooperazione locale.
Se si vuole fermare il fenomeno dei tragici naufragi nel Mediterraneo dobbiamo imparare ad accogliere, perché il flusso di profughi siriani di certo non si arresterà, perciò dobbiamo imparare ad organizzarlo. Frangois Crépeau, consulente delle Nazioni Unite sui diritti dei migranti al Guardian invoca "un progetto globale che includa tutti i paesi del nord del mondo. Questi paesi dovrebbero offrirsi per accogliere i rifugiati in base al loro reddito pro capite e alla densità abitativa". Non possiamo più abituarci alla vista di quei corpi senza vita che galleggiano nel mare, sono persone disperate costrette a scappare dalla guerra, cercare la salvezza anche a costo di rimetterci la vita per darsi una chance, per immaginarsi un'esistenza migliore, lontana da persecuzioni e dittature.
Nella lotta per affermare la propria dignità di esseri umani ha vinto il mare. E l'inadeguatezza delle politiche di gestione dei flussi migratori della Fortezza Europa.
Come può il nostro continente, nato sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, figlio di dolorosi e numerosi lutti, non riconoscere appieno ciò che sta scritto nella Convenzione dei diritti dell'uomo sulla tutela della sopravvivenza delle persone in fuga da guerre, persecuzioni e carestie? L'Europa oggi non può più ragionare solo in termini di sicurezza delle frontiere, c'è in ballo la salvaguardia di migliaia di vite umane. E non può nemmeno continuare a lasciare sola l'Italia, ponte naturale verso l'occidente, abbandonata in questi ultimi anni nella gestione dei flussi migratori.
La nostra è un'Europa che deve assolutamente rivedere il regolamento di Dublino III per consentire la libera circolazione dei richiedenti asilo e deve potenziare il soccorso in mare, riportandolo ai livelli che l'Italia aveva garantito fino a novembre 2014 con l'operazione Mare Nostrum. Ma non è solo il potenziamento del soccorso la risposta; nuove misure e provvedimenti dovrebbero, infatti, rendere il salvataggio non necessario.
Oggi è urgente offrire ai rifugiati delle alternative concrete rispetto a quella di mettere la loro vita nelle mani di scafisti e trafficanti; aprire campi di assistenza ai profughi nei Paesi di transito, promuovere misure di ingresso protetto, creare programmi di reinserimento, attivare canali umanitari e, prima di tutto, smettere di demonizzare queste donne e uomini oppressi da guerre e dittature. L'Unione Europea ha ancora un'ultima possibilità per recuperare un minimo di credibilità e guadagnarsi rispetto tra i popoli del mondo. Spero sia la volta buona.
Il Manifesto, 23 aprile 2015
Otto proposte per affrontare i crimini e la strage nel Mediterraneo. Oltre 900 morti nel Mediterraneo nella notte tra sabato 18 aprile e domenica, a 60 miglia dalle coste libiche. È il più grande sterminio in mare dal dopoguerra. Questo è un giorno di svolta. A partire da oggi occorre mettere la parola "urgenza"‚ al posto di "emergenza". Bisogna dare alla realtà il nome che merita: siamo di fronte a crimini di guerra e sterminio in tempo di pace.
Il crimine non è episodico ma sistemico, e va messo sullo stesso piano delle guerre e delle carestie acute e prolungate. Il Mar Mediterraneo non smette di riempirsi di morti: cominciò con il naufragio di Porto Palo, il giorno di Natale del 1996, con 283 vittime, seguito tre mesi più tardi dal naufragio della Katër i Radës, in cui oltre cento profughi albanesi annegarono nel canale di Otranto. Lo sterminio dura da almeno 18 anni: più delle due guerre mondiali messe insieme, più della guerra in Vietnam.
Le azioni di massima urgenza che vanno intraprese devono essere, tutte, all'altezza di questo crimine, e della memoria del mancato soccorso nella prima parte del secolo scorso. Non sono all'altezza le missioni diplomatiche o militari in Libia, dove - anche per colpa dell'Unione, dei suoi governi, degli Stati Uniti - non c'è più interlocutore statale. Ancor meno lo sono i blocchi navali, gli aiuti alle dittature da cui scappano i richiedenti asilo, il silenzio sulla vasta destabilizzazione nel Mediterraneo - dalla Siria e l'Iraq alla Palestina, dall'Egitto al Marocco- di cui l'Occidente è responsabile da anni.
Le azioni necessarie nell'immediato, eccole
Urge togliere alle mafie e ai trafficanti il monopolio sulle vite e le morti dei fuggitivi, e di conseguenza predisporre vie legali di fuga presidiate dall'Ue dall'Onu. I trafficanti non sono la radice del male, ma un suo sintomo. Urge organizzare e finanziare interventi di ricerca e salvataggio non solo lungo le coste europee ma anche in alto mare, come faceva Mare Nostrum e come ha l'ordine di non fare Triton - anche se rifinanziata. Questo, nella consapevolezza che la stabilizzazione del caos libico non è ottenibile nel breve-medio periodo.
Urge che gli Stati europei collaborino lealmente a tale scopo (art. 4 del Trattato dell'Unione), smentendo quanto dichiarato da Natasha Bertaud, portavoce della Commissione di Bruxelles: "Al momento attuale, la Commissione non ha né il denaro né l'appoggio politico per predisporre un sistema di tutela delle frontiere, capace di impegnarsi in operazioni di search and rescue". Risorse che invece si trovano per operazioni di polizia europea (Mos Maiorum, Amber Light, Jot Mare) e per le spese militari. Una frase che ha il cupo suono dell'omissione di soccorso: un reato contro la persona, nei nostri ordinamenti giuridici.
Occorre che l'Onu stessa decida azioni d'urgenza, e che il Consiglio di sicurezza fronteggi il dramma con una risoluzione. Se i crimini in mare somigliano a una guerra o a carestie nate dal tracollo diffuso di strutture statali nei paesi di transito o di origine, non vanno esclusi interventi dei caschi blu, addestrati per il search and rescue. I soccorsi e gli aiuti agli affamati e sfollati sono una prassi sperimentata delle Nazioni Unite. Sia oggi applicata al Mediterraneo.
Occorre rivedere al più presto i regolamenti di Dublino.
Con la medesima tempestività, occorre tener conto che i paesi più esposti ai flussi migratori sono oggi quelli del Sud Europa (Grecia, Italia, Cipro, Malta, Spagna): gli stessi a esser più colpiti, dopo la crisi iniziata nel 2007-2008, da politiche di drastica riduzione delle spese sociali (che includono l'assistenza e il salvataggio di migranti e richiedenti asilo). Il peso che ingiustamente grava sulle loro spalle va immediatamente alleviato.
Occorre pensare a un sistema di accoglienza in Europa che garantisca il diritto fondamentale all'asilo, con prospettive di reinsediamento nei Paesi disponibili, nel rispetto della volontà dei rifugiati.
Infine, la questione tempo. È finito il tempo della procrastinazione, e delle ambiguità che essa consente. È dall'ecatombe di Lampedusa che Governi e Parlamenti in Europa preconizzano un'organica cooperazione con i paesi di origine e di transito dei fuggitivi, al fine di "esternalizzare" le politiche di search and rescue e di asilo. Il Commissario all'immigrazione Avramopoulos ha addirittura auspicato una "cooperazione con le dittature", dunque il ricorso ai respingimenti collettivi (vietati dalla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei Rifugiati del 1951, art. 33, e dagli articoli 18 e 19 della Carta europea dei diritti fondamentali). Non c'è tempo per costruire dubbie relazioni diplomatiche - nei cosiddetti processi di Rabat e Khartoum - perché i fuggitivi sono in mare qui e ora, e qui e ora vanno salvati: dalla morte e dalle mafie che fanno soldi sulla loro pelle e riempiono un vuoto di legalità che l'Unione deve colmare senza più rinvii. È adesso, subito, che bisogna organizzare un'operazione di salvataggio dell'umanità in fuga verso l'Europa.
Primi firmatari: Barbara Spinelli, Alessandra Ballerini, Sandra Bonsanti, Lorenza Carlassare, Erri De Luca, Roberta De Monticelli, Maurizio Ferraris, Stefano Galieni,Mauro Gallegati, Domenico Gallo, Paul Ginsborg, Daniela Padoan, Francesco Piobbichi, Marta Pirozzi, Annamaria Rivera, Alberto Vannucci, Fulvio Vassallo Paleologo, Guido Viale, Gustavo Zagrebelsky.
Dire, 23 aprile 2015
Un appello per la liberazione di Marwan Barghouthy e dei prigionieri palestinesi: lo rivolgono i parlamentari dell'intergruppo per la Palestina, insieme a Luisa Morgantini, presidente di Assopace Palestina, Mai Al Kaila, ambasciatrice palestinese in Italia e Vincenzo Vita del Pd ai parlamentari italiani. Oggi la conferenza stampa di presentazione dell'iniziativa, con Marietta Tidei, Enza Bruno Bossio, Filippo Fossati del Pd, Michele Piras di Sel.
"Vogliamo che sulla questione palestinese non si spengano i riflettori. Perché questa purtroppo è una questione di cui si parla solo quando piovono le bombe", premette Tidei. E aggiunge: "Più di 6500 palestinesi sono prigionieri delle carceri israeliane, molti anche i bambini. Abbiamo scelto la campagna per la liberazione di Marwan Barghouti come campagna simbolica per tutti i prigionieri palestinesi.
E poi perché lui crede fortemente nella soluzione "due popoli due stati". Liberare Barghouti significa liberare un uomo che lotta per la pace. Come Mandela". L'ambasciatrice Mai Al-Kaila spiega che "dal 1967 i palestinesi transitati per le carceri israeliane hanno superato le 850mila unità. Più del 25 per cento del popolo palestinese. Dei 6.500 detenuti di oggi, 480 scontano l'ergastolo, 24 sono donne, 200 i minorenni, 480 detenuti i amministrativi. Tra i prigionieri ci sono 17 deputati, più 2 ex ministri".
I sostenitori dell'appello chiedono che i parlamentari abbiano "l'immunità come tutti i deputati del mondo. Israele - dice Al Kaila- non ha mai rispettato nè le leggi internazionali, nè le convenzioni. Chiediamo alla comunità internazionale un'azione forte per liberare questi leader. Ci auguriamo che i parlamentari italiani intervengano rapidamente per chiedere la liberazione dei colleghi palestinesi". Al-Kaila denuncia "le torture psicologiche, fisiche e anche le aggressioni sessuali nelle carceri israeliane.
Dal 1967 i deceduti sono stati 206, 73 dei quali uccisi a seguito di tortura". Enza Bruno Bossio sottolinea "che in Palestina c'è veramente l'apartheid e questo non va dimenticato. Oltre alla guerra, c'è il vissuto quotidiano di ragazzini che vengono arrestati. Siccome Israele è uno stato democratico, è davvero singolare che questi palestinesi siano stati puniti senza garanzie democratiche. Noi ci battiamo per il riconoscimento dello stato palestinese. Le parole di Mandela sono fondamentali: la Palestina è l'emblema del martirio moderno".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 23 aprile 2015
In Uzbekistan la tortura è protetta dall'Europa, in particolare dalla Germania, e dagli Usa. A denunciare ciò è Amnesty International tramite un rapporto diffuso la scorsa settimana: ha accusato Usa, Germania e altri paesi dell'Unione europea che continuano a ignorare la tortura dilagante in Uzbekistan e quindi di permettere che orrendi abusi si perpetuino indisturbati.
Il rapporto di Amnesty International, intitolato "Segreti e Bugie: confessioni forzate sotto tortura in Uzbekistan", rivela come la tortura e i maltrattamenti sistematici abbiano un ruolo centrale nel sistema giudiziario dell'Uzbekistan e nelle misure repressive del governo nei confronti di ogni gruppo percepito come minaccia alla sicurezza nazionale. Secondo Amnesty International, la polizia e le forze di sicurezza ricorrono con frequenza alla tortura per estorcere confessioni, intimidire intere famiglie od ottenere tangenti.
John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International, ha dichiarato: "In Uzbekistan, non è un mistero che chiunque non ricada nei favori delle autorità possa essere arrestato e torturato. Nessuno si sottrae alla morsa dello stato. È vergognoso che molti governi, incluso quello degli Usa, chiudano gli occhi di fronte al dilagare della tortura, probabilmente per paura di turbare un alleato nella guerra al terrore. Altri governi, come la Germania, sembrano essere più preoccupati di portare avanti gli interessi economici che di sollevare l'argomento".
A ridosso del maggio 2015, decimo anniversario dell'uccisione di massa di centinaia di oppositori ad Andijan, il rapporto di Amnesty International evidenzia come Usa e stati membri dell'Ue, inclusa la Germania, abbiano segretamente posto la sicurezza e gli interessi politici, militari ed economici davanti ad ogni significativa azione per persuadere le autorità uzbeke a rispettare a pieno i diritti umani e fermare la tortura.
Le sanzioni imposte dall'Europa all'Uzbekistan dopo il massacro del 2005 ad Andijan sono state annullate nel 2008 e nel 2009, con la revoca del divieto di viaggio e la ripresa della vendita di armi, nonostante nessuno sia stato punito per quelle uccisioni. L'ultima volta che i ministri degli Affari esteri dell'Ue si sono occupati della situazione dei diritti umani in Uzbekistan risale all'ottobre 2010.
La Germania in particolare ha stretti legami militari con l'Uzbekistan. Nel novembre 2014, ha ottenuto il rinnovo della concessione della base aerea di Termez per aiutare le truppe tedesche in Afghanistan. Il 2 marzo 2015, Germania e Uzbekistan hanno concordato investimenti per 2,8 miliardi di euro e un pacchetto di scambi commerciali. Il governo degli Usa, a sua volta, ha annullato nel gennaio 2012 le limitazioni in tema di aiuti militari all'Uzbekistan originariamente imposte nel 2004 in parte a causa della situazione dei diritti umani nel paese. Quest'anno, le relazioni militari tra i due stati si sono rafforzate in modo significativo con la messa in atto di un nuovo programma quinquennale di cooperazione.
Nel dicembre 2014 il vicesegretario di stato statunitense per l'Asia centrale, Nisha Biswal, ha dichiarato che Washington usa la "pazienza strategica" nei rapporti con l'Uzbekistan. "L'atteggiamento dei partner internazionali dell'Uzbekistan verso il suo ricorso abituale alla tortura sembra essere, nel miglior dei casi, ambiguo e, nel peggiore, tollerante fino al punto da risultarne complice. Gli Stati Uniti descrivono le relazioni con l'Uzbekistan come una politica di pazienza strategica, ma sarebbe meglio chiamarla 'indulgenza strategica. Gli Usa, la Germania e l'Ue dovrebbero immediatamente chiedere all'Uzbekistan di far luce sulle sue azioni e fermare la tortura", ha sottolineato John Dalhuisen. "Il divieto internazionale di tortura è assoluto e immediato.
Tuttavia, mentre Germania e Stati Uniti rafforzano i legami con l'Uzbekistan, in questo paese le persone sono arrestate dalla polizia, torturate fino a rendere confessioni false e sottoposte a processi iniqui. Continuando a fare affidamento sulle confessioni forzate, l'Uzbekistan rimarrà un partner screditato" ha commentato sempre Dalhuisen di Amnesty.
Il rapporto di Amnesty International, basato su più di 60 interviste condotte tra il 2013 e il 2015 e da prove raccolte in 23 anni, rivela l'esistenza di camere di tortura con pareti rivestite di gomma e isolate acusticamente a disposizione dal Servizio di sicurezza nazionale (Snb, la polizia segreta dell'Uzbekistan) e documenta il continuo uso di celle di tortura sotterranee nelle stazioni di polizia.
Polizia e agenti dell'Snb impiegano tecniche brutali, tra cui soffocamento, stupro, scosse elettriche, esposizione a temperature estreme, privazione di sonno, cibo e acqua. Il rapporto descrive anche pestaggi prolungati da parte di gruppi di persone, inclusi altri detenuti. Una nuova testimonianza ricevuta da Amnesty International segnala l'impiego istituzionalizzato della tortura e dei maltrattamenti per estorcere confessioni e prove incriminanti su altri sospettati. Gli imputati sono spesso processati sulla base di prove estorte con la tortura. I giudici chiedono tangenti in cambio di sentenze clementi e la polizia e gli agenti dell'Snb minacciano o usano la tortura per ottenere elevate tangenti dalle persone arrestate o condannate.
Amnesty International chiede al presidente Islam Karimov di condannare pubblicamente il ricorso alla tortura. Le autorità dovrebbero inoltre istituire un sistema indipendente di ispezioni nei centri di detenzione e assicurare che confessioni e ulteriori prove ottenute con la tortura non siano mai usate in giudizio. Dopo quelli su Messico, Nigeria e Filippine, questo è il quarto di una serie di rapporti realizzati nell'ambito della campagna globale di Amnesty International "Stop alla tortura", lanciata nel maggio 2014.
di Alessandra B. (15 anni)
Il Garantista, 22 aprile 2015
Ho letto l'articolo di Maria Brucale, pubblicato sul Garantista del 31 marzo 2015, che polemizzava con la proposta-choc di un deputato del Pd, Ernesto Carbone, di togliere i bambini ai condannati per mafia. Non riesco a capire come possa proporsi una simile legge, contraria ai diritti umani ed ai prìncipi di giustizia che dovrebbero ispirare i nostri legislatori. Più leggevo l'articolo più sentivo crescere la rabbia, l'indignazione, una profonda tristezza ed un senso di vuoto. Il mio unico pensiero era "perché vogliono privarmi del rapporto con il mio papà?".
di Domenico Ciruzzi (Vicepresidente Unionme Camere Penali)
Il Garantista, 22 aprile 2015
Lo scempio tragico dei migranti nel Mediterraneo viene addebitato agli scafisti: è tutta colpa loro, si dice. Da decenni sappiamo che vi sarebbe stata una spaventosa migrazione di interi popoli affamati, privi del necessario per vivere: migrazioni dall'Africa, dall'Asia, dai paesi più poveri del mondo verso l'Europa.
di Errico Novi
Il Garantista, 22 aprile 2015
Basta leggi scritte solo dai magistrati. Giurisprudenza sia a numero chiuso. Lo chiede la "pancia" della classe forense. Dicono: è una lobby. Potente e ben rappresentata in Parlamento. Ma davvero la categoria degli avvocati può essere descritta così? O il mito dei "tantissimi deputati che esercitano la professione forense" - e per questo procurano privilegi e tutele ai colleghi - va riconsiderato?
di Michele Passione (Avvocato)
Il Garantista, 22 aprile 2015
Fate presto, fate bene! L'Aula del Senato ha ricominciato l'esame del Ddl sulla tortura, dopo l'approvazione del testo modificato alla Camera lo scorso 9 aprile. Com'è noto, in seguito alla sentenza della Corte europea dei Diritti dell'uomo dello scorso 7 aprile, nel ricorso Cestaio contro Italia, il dibattito tra i Deputati si è improvvisamente (?) concluso, consegnando a Palazzo Madama per la lettura finale un articolato che, in teoria, dovrebbe costituire una risposta all'ennesima bocciatura del nostro Paese dinanzi alla Corte "Edu".
di Michele Passione (Avvocato)
Il Manifesto, 22 aprile 2015
Il prossimo 24 giugno la Corte Costituzionale deciderà sulla questione sollevata dal Tribunale di Sorveglianza di Messina, che lamenta la violazione di ben 13 articoli della Carta (e, tra essi, di 4 Principi fondamentali) ad opera della legge 81/2014, che prevede la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Le disposizioni censurate sono quelle secondo le quali la sola mancanza di un progetto di cura non può costituire motivo a sostegno del giudizio di pericolosità, né che lo stesso può fondarsi sulla base di elementi inerenti le condizioni di vita individuali, familiari e sociali delle persone.
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