di Piero Sansonetti
Il Dubbio, 7 aprile 2018
L'Eurispes certifica un dato del quale questo giornale ha parlato già in altre occasioni: non è vero che l'Italia è il paese più corrotto d'Europa. Del resto esistono varie ricerche le quali dimostrano che il coefficiente della corruzione, in Italia, è perfettamente in media con il coefficiente europeo, anzi è lievemente inferiore. L'Eurispes ci racconta come esista un baratro che divide la corruzione reale dalla corruzione percepita. L'Italia è il paese dell'Occidente dove la percezione della corruzione è la più alta. Non è però un paese particolarmente corrotto.
di Lorenzo Guadagnucci*
Il Manifesto, 7 aprile 2018
G8 Genova 2001. Ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni del pm Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende. Pochi giorni fa il pm Enrico Zucca è stato sottoposto a un durissimo attacco mediatico e istituzionale per avere ricordato alcune antipatiche verità riguardanti il G8 di Genova del 2001. Nel Palazzo non piace che si ricordino le vicende di quel tragico luglio e soprattutto i processi che ne sono seguiti.
Ma non esiste al momento un silenziatore abbastanza efficace da cancellare i fatti e ora tocca alla Corte dei Conti ricordarci la disfatta morale, politica e anche economica causata dai responsabili istituzionali con la loro scellerata gestione del dopo G8. La magistratura contabile ha condannato 28 persone - fra personale medico-sanitario e appartenenti a polizia, carabinieri e polizia penitenziaria - a risarcire i circa sei milioni di euro pagati alle parti civili nel processo per le torture nella caserma-carcere di Bolzaneto e solo un malizioso cavillo normativo - definito a suo tempo "irragionevole" dal procuratore ligure Ermete Bogetti - ha impedito di contestarne altri 5 per il danno alla reputazione dello Stato. Il pm, nel chiedere la doppia condanna, aveva specificato che le violenze sui detenuti a Bolzaneto "hanno determinato un danno d'immagine che non ha pari nella storia della Repubblica".
Sono parole molto dure ma anche molto simili a quelle scritte dai giudici di Cassazione il 5 luglio 2012 nella sentenza che ha condannato in via definitiva 25 funzionari e dirigenti di polizia nel processo Diaz: "una volta preso atto che l'esito della perquisizione si era risolto nell'ingiustificabile massacro dei residenti nella scuola, invece di isolare ed emarginare i violenti denunciandoli, dissociandosi così da una condotta che aveva gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero e di rimettere in libertà gli arrestati, avevano scelto di persistere negli arresti creando una serie di false circostanze".
Non vanno poi dimenticate le parole spese dalla Cassazione nel motivare il no alla richiesta di affidamento ai servizi sociali presentata da Gilberto Caldarozzi, condannato nel processo Diaz e oggi vice direttore della Direzione investigativa antimafia; la Cassazione in quel documento biasima il "dirigente di polizia, tutore della legge e della legalità che si presta a comportamenti illegali di copertura poliziesca propri dei peggiori regimi antidemocratici" e ricorda, con riferimento alla Diaz, "il clamore provocato dalla vicenda e il conseguente discredito internazionale caduto sul nostro paese".
Dovremmo tenere a mente tutti questi passaggi ogni volta che si parla di dignità e credibilità delle nostre forze di polizia, l'una e l'altra gravemente danneggiate dalle scelte compiute dai vertici istituzionali non solo durante ma anche dopo il G8 del 2001. La Corte europea per i diritti umani ha rimarcato come nel processo Diaz "la polizia italiana si sia potuta rifiutare impunemente di fornire alle autorità competenti la collaborazione necessaria".
Che c'è di peggio, per un apparato dello Stato, di un giudizio del genere? Il capo della polizia Franco Gabrielli l'altro giorno ha definito "oltraggiose" le affermazioni di Enrico Zucca, tutte riprese da sentenze passate, sulla debole "statura morale" della nostra polizia, dimostrando di non aver compreso, o di non voler accettare, la dura verità che scaturisce dal G8 di Genova. In quei giorni e negli anni successivi fino a oggi, con l'inopinato reintegro dei condannati nel processo Diaz, abbiamo assistito a un pervicace rifiuto di tutelare l'onorabilità dei corpi di polizia nell'unico modo possibile: ammettendo le proprie colpe, allontanando i responsabili degli abusi, facendo opera di prevenzione (do you remember i codici sulle divise?), chiedendo scusa - ma davvero, non con la mezza e tardiva frase di Antonio Manganelli - a tutti, proprio a tutti: le vittime dirette delle violenze, i cittadini italiani, i lavoratori onesti dei corpi di polizia. Oggi è troppo tardi e la credibilità perduta è tutta da ricostruire: perciò ai vari piani del Palazzo farebbero bene a rileggersi le sentenze e a prendere sul serio le ragionevoli considerazioni di Enrico Zucca, uno dei pochi funzionari dello Stato usciti a testa alta da queste penose vicende.
*Comitato Verità e Giustizia per Genova
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 7 aprile 2018
Sinceramente sono molto contento che anche il Corriere della Sera abbia scoperto il tema dei magistrati in politica", dichiara al Dubbio l'on. Pierantonio Zanettin (Fi), fino al mese scorso consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura. Il quotidiano milanese ha pubblicato ieri un'ampia inchiesta, firmata da Milena Gabanelli, sui magistrati "prestati" alla politica, evidenziando come non esista una legge che regolamenti il loro rientro in ruolo.
La normativa vigente, infatti, consente ai magistrati ex parlamentari la possibilità di tornare a svolgere, senza alcuna limitazione, le funzioni giudiziarie. Nulla è previsto, poi, per i magistrati eletti al Parlamento europeo o quelli che hanno ricoperto la carica di sindaco, consigliere comunale, circoscrizionale, oppure di assessore.
"Come sapete bene voi del Dubbio - prosegue Zanettin - nella scorsa legislatura fui relatore al Senato, unitamente a Felice Casson, magistrato ed esponente del Pd, di un disegno di legge in materia di candidabilità, eleggibilità e ricollocamento dei magistrati in occasione di elezioni politiche ed amministrative, approvato all'unanimità dall'aula di Palazzo Madama nel marzo del 2014".
"Trasmesso alla Camera - continua l'ex consigliere del Csm, era rimasto fermo in Commissione giustizia (all'epoca presieduta da Donatella Ferranti, magistrato eletto nelle liste del Pd e non ricandidata alle ultime elezioni da Matteo Renzi, ndr) per tre anni. Soltanto la scorsa primavera l'aula di Montecitorio aveva proceduto alla sua discussione, apportandovi delle modifiche sostanziali che ne avevano determinato il ritorno in Senato per l'approvazione definitiva: ma la fine della legislatura è arrivata prima". Questo disegno di legge ha un lunghissima storia alle spalle. Presentato la prima volta nel 2001, fu approvato alla Camera per poi arenarsi in Senato. Venne poi ripresentato, senza successo, nel 2005 e nel 2011. Dopo tre legislature, quella appena passata sembrava fosse decisiva per sciogliere finalmente il nodo politica- magistratura. Ed invece dopo oltre 16 anni di discussioni, ancora una fumata nera.
Eppure in questi ultimi anni si erano create tutte le condizioni affinché il Parlamento regolamentasse la materia. Il Csm aveva votato all'unanimità, nell'ottobre del 2015, una risoluzione che evidenziava "l'assenza di un completo e razionale quadro normativo di riferimento e la necessità di rafforzare i princìpi di imparzialità e di indipendenza della magistratura, laddove essi possono essere compromessi sia nella sostanza sia nella valutazione della collettività".
La stessa Associazione nazionale magistrati aveva più volte, anche in una recentissima nota del 24 marzo 2018, ribadito l'auspicio di un intervento del legislatore in materia. Senza contare che il Greco, l'organo anticorruzione del Consiglio d'Europa, aveva "invitato" l'Italia ad introdurre leggi che ponessero limiti più stringenti per la partecipazione dei magistrati alla politica, mettendo fine alla possibilità per i giudici di mantenere il loro incarico in caso di elezione o nomina negli enti locali. Ed anche l'ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva invitato il Parlamento ad intervenire al riguardo.
"Ho ripresentato ieri, per la quarta volta, questo disegno di legge", annuncia al Dubbio Zanettin. Questi i punti salienti del testo. A termine del mandato elettorale i magistrati potranno scegliere diverse opzioni: essere ricollocati in ruolo in un distretto di Corte di appello diverso da quello in cui è compresa la circoscrizione elettorale nella quale sono stati eletti e diverso da quello in cui prestavano servizio, con il vincolo dell'esercizio delle funzioni collegiali per un periodo di cinque anni e con il divieto di ricoprire, in tale periodo, incarichi direttivi o semi-direttivi; essere inquadrati in un ruolo autonomo dell'Avvocatura dello Stato o del Ministero della giustizia; essere collocati in pensione, con contribuzione volontaria e senza oneri per il bilancio dello Stato, fino ad un massimo di cinque anni di servizio.
I magistrati eletti alla carica di sindaco, una volta cessati dal mandato, non potranno invece per i successivi cinque anni prestare servizio nella Regione nella quale ricade il comune nel cui ambito hanno espletato il mandato. Una volta ricollocati in ruolo non potranno ricoprire incarichi direttivi o semi-direttivi per un periodo di cinque anni ma solo funzioni giudicanti collegiali per un periodo di cinque anni. Sarà la volta buona?
di Silvana Mossano
La Stampa, 7 aprile 2018
Assolto il camionista fermato dalla Polstrada. L'episodio nell'Alessandrino nel 2015: il giudice ha dato ragione a un tunisino citando la Cassazione. La patente di guida vale è "documento equipollente" della carta d'identità. Lo dice la legge (Dpr 445 del 200) e lo ha già confermato la Cassazione in più sentenze. Ciò nonostante, il camionista tunisino Mongi Daly, 44 anni, residente in Veneto, era stato denunciato dalla Polstrada che lo aveva fermato per un normale controllo nel territorio di Ovada.
Patente e libretto: ok. Ma, quando gli agenti hanno chiesto la carta d'identità e il certificato di soggiorno, il camionista ha ammesso di non averli con sé. Tuttavia, ne ha mostrato copia fotografata sul telefono cellulare. Non basta.
Ha dunque telefonato a un parente perché li spedisse con urgenza via fax negli uffici della questura, operazione che fu tentata ripetutamente e arrivata a buon fine qualche ora dopo. Mongi Daly fu ugualmente denunciato e il pm lo mandò a processo. L'episodio, avvenuto a ottobre 2015, ora è arrivato all'epilogo giudiziario: i difensori del tunisino - Vittorio Spallasso e Laura Pianezza - hanno ribadito quanto già la Cassazione ha sottolineato: non c'è reato se, anziché la carta d'identità, viene esibita la patente (ovviamente valida) perché equivalente. Questo era il caso di Mongi Daly che il giudice Claudia Seddaiu ha assolto "perché il fatto non sussiste".
di Antonio Bozzo
Il Giornale, 7 aprile 2018
Striano al Parenti con la sua storia: "In scena il carcere, ma con un messaggio di speranza". "Shakespeare è il mio santo, e io sono un miracolato. Mi diceva: ti vuoi salvare? Leggimi e esci dalle tragedie. Così ho fatto". Un approccio di questo tipo alle opere del Bardo è unico. Salvatore Striano lo sa. Ragazzo della malavita, diventato violento per difendersi dalla camorra, Striano ha trovato in carcere il filo che lo ha salvato. Oggi è un attore apprezzato (anche al cinema, ha fatto "Gomorra", dal romanzo di Saviano), un completo uomo di teatro, uno scrittore.
Al Franco Parenti, dove è in scena con "Dentro la tempesta" (fino al 15 aprile), la sala viene giù dagli applausi ogni sera: uno degli spettacoli più veri e toccanti della stagione. Striano lo interpreta - con Carmine Paternoster e Beatrice Fazi - e lo dirige, con l'aiuto di Marta Paci. Non solo: il lavoro è tratto da "La tempesta di Sasà", un suo libro.
"Lo spettacolo è stato creato come un fatto di speranza, riscatto, rinascita. Lo spettatore se ne torna a casa con la sensazione di riconquistare una forza perduta", dice Striano. "Il carcere può stare dentro ognuno di noi: un matrimonio sbagliato, le costrizioni della vita. In scena due carcerati si parlano dalle celle, simili a scatole beckettiane. Non si vedono mai. Vanno a finire in fondo al pozzo, lo raschiano, in preda all'alcol e agli psicofarmaci. Finché gli mettono in mano un copione e allestiscono La tempesta, di Shakespeare, grazie a un'operatrice che li appoggia. Di solito si porta il teatro in carcere, noi portiamo il carcere a teatro".
La storia è ispirata alla vita di Striano. "Ma il primo copione che ho letto era Napoli milionaria, di Eduardo De Filippo. Volevano farmi fare, in un carcere maschile, il ruolo di Donna Amalia. Mi rifiutai per non diventare lo zimbello dei detenuti. Ma una notte lessi il copione - ricorda l'attore - Restai colpito dalla scena in cui Eduardo, tornato dalla guerra, chiede alla moglie, diventata prostituta, che cosa avesse fatto. Lei risponde: mi sono difesa. Mi attaccai alle sbarre della cella e pieno di dolore urlai verso mia madre, come se fosse lì, anch'io, mamma, mi sono difeso. Capii l'enorme potere di rivelazione del teatro. Poi lessi Shakespeare e siamo qui".
Lo spettacolo diventerà un film. "Abbiamo venduto i diritti a Minerva. Al cinema raggiungeremo moltissimi spettatori, ma il teatro è speciale, dobbiamo frequentarlo sempre di più. Io mi considero un artista socialmente utile, non voglio fare il buffone, ho già dato, pagandone le conseguenze. Faccio matinée per le scuole. I ragazzi devono capire che la scuola più fatiscente è meglio della strada. E che servono scuole meno simili a carceri, e carceri più simili a scuole".
Il santo Shakespeare è la lanterna per illuminare le oscurità umane, sostiene Striano. "Quanti Amleto ho visto nella camorra. Quanti Macbeth, pronti a tutto per il potere. Quanti Giulietta e Romeo, impediti nell'amore per le famiglie in guerra. I personaggi di Shakespeare nella malavita sono la norma. Li conosco bene. Immaginate come mi sento oggi che mi pagano per portarli in teatro. In scena faccio quel che ho sempre fatto, ma adesso senza far male a nessuno".
gonews.it, 7 aprile 2018
Un altro riconoscimento alla trentennale esperienza della Compagnia della Fortezza grazie al forte impegno della Fondazione Crv, la quale ha portato l'Acri, ovvero l'Associazione di Fondazioni e di Casse di Risparmio spa, ad affidare a Carte Blanche il ruolo di capofila di un progetto sperimentale sul teatro in carcere.
Un'ottima notizia per il territorio, il quale vede riconosciuta a livello nazionale la lungimiranza di politiche di sostegno e investimento pluriennale sull'attività teatrale condotta all'interno della Casa di Reclusione di Volterra da Armando Punzo e Carte Blanche. Anche in questo caso, come per il progetto "Sogni e bisogni", gran parte del merito va al Presidente della Fondazione Crv Ing. Augusto Mugellini e al Segretario Generale Dott. Roberto Sclavi, i quali hanno cucito una serie di rapporti e incontri istituzionali atti a promuovere la realtà dell'istituto penitenziario di Volterra con gli associati di Acri.
L'occasione principale è stata la due giorni dedicata alle tematiche del carcere e allo strumento della cultura come misura di rieducazione e reinserimento dei detenuti organizzata dalla Commissione per le Attività e i Beni Culturali di Acri, in collaborazione con la Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra, gli scorsi 8 e 9 giugno 2017 presso la Casa di Reclusione e il Centro Studi Santa Maria Maddalena. Obiettivo primario, visto il sempre crescente investimento da parte di Fondazioni bancarie nel settore e l'interesse di altre a ricalcare le stesse orme, era la condivisione di esperienze e "buone pratiche" coinvolgendo responsabili delle strutture detentive, operatori e associazioni operanti nello stesso ambito così da consentire ai presenti di analizzare "lo stato dell'arte" e cogliere eventuali opportunità di ulteriore sviluppo.
La due giorni ha avuto come momento culminante un seminario orientato al mettere a sistema le principali esperienze maturate in questa specifica attività di recupero e, all'aprire una riflessione sull'importanza dei percorsi di riabilitazione all'interno delle strutture penitenziarie, ma si era aperta con la possibilità offerta a tutti i partecipanti di prender parte ad un'intensissima visita al carcere culminata con una cena galeotta negli spazi del Maschio (di recente ristrutturato e riaperto grazie al contributo di Fondazione Crv) e con gli attori della Compagnia della Fortezza che hanno recitato alcuni tra i pezzi più coinvolgenti degli spettacoli teatrali in repertorio.
L'evento si presentava già eccezionale rispetto al modus operandi di Acri poiché, caso più unico che raro, è stato organizzato lontano dalla sede centrale di Roma, preferendo Volterra poiché già riconosciuta, proprio per via dell'esperienza della Compagnia della Fortezza, come il luogo in cui in maniera più naturale e logica un tale evento potesse caricarsi di senso. Vi è stato così un vero e proprio esodo verso Volterra di numerosi rappresentanti di Fondazioni bancarie provenienti da tutta Italia, col fine di confrontarsi sul particolare filone di interventi a favore dei detenuti basato su attività culturali e laboratori artistici, in particolare il teatro in quanto dimostratosi particolarmente efficace e apprezzato dai destinatari degli interventi. Come si accennava, la scelta del luogo non è stata casuale poiché la Compagnia della Fortezza rappresenta un caso di assoluta eccellenza sul piano della qualità e del valore artistico dell'attività da essa svolta all'interno dell'istituto di pena.
L'aspetto che più ha entusiasmato i rappresentanti delle Fondazioni è stata la filosofia alla base dell'approccio metodologico della Compagnia della Fortezza: concentrandosi esclusivamente sul contenuto artistico dell'attività svolta, liberandola da condizionamenti finalistici di tipo sociale, si riescono a raggiungere risultati, sul piano artistico, equiparabili, e forse anche superiori, a quelli ottenibili in contesti "ordinari".
E la qualità di tali risultati, indirettamente, produce risultati straordinari sul piano sociale. Questo modo di intendere l'attività all'interno del carcere ha consentito alla Compagnia della Fortezza di raggiungere risultati di straordinario valore artistico e sociale, testimoniati dai numerosissimi attestati ricevuti, dal coinvolgimento di numerosi detenuti, dalla notorietà conseguita da alcuni di essi, dalla partecipazione a tournée su tutto il territorio nazionale.
Proprio partendo da questa sollecitazione, a seguito del seminario, la Commissione Beni e Attività Culturali di Acri ha deciso di approfondire l'opportunità di dare vita a un percorso che consentisse di mettere assieme le migliori esperienze e prassi presenti in diversi contesti territoriali, farle dialogare e diffonderne l'approccio a beneficio di altri contesti e operatori. Ne è nato il progetto sperimentale "Per aspera ad astra - come riconfigurare il carcere attraverso la cultura e la bellezza", cui hanno dato la propria adesione le seguenti sei Fondazioni associate ad Acri: Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo, Fondazione con il Sud, Fondazione Cr Modena, Fondazione Cr La Spezia e, ovviamente, la Fondazione Cr Volterra quale promotore principale dell'iniziativa progettuale.
Acri ha individuato Carte Blanche come soggetto responsabile, incaricandola di ideare e dare forma ad un progetto orientato a sperimentare la messa in rete di alcune delle migliori esperienze di teatro in carcere con l'obiettivo di un reciproco arricchimento e di diffusione di buone prassi anche in altri contesti. Il progetto così redatto è stato approvato unanimemente dagli organi di Acri e diventerà esecutivo nelle prossime settimane. Esso si articola in una serie di eventi formativi (corsi di formazione professionale) e di workshop, alcuni realizzati a Volterra altri all'interno degli istituti di pena localizzati nei territori di competenza delle Fondazioni partecipanti, rivolti a operatori artistici, operatori sociali, partecipanti alla Scuola di formazione e aggiornamento del Corpo di polizia e del Personale dell'Amministrazione Penitenziaria, detenuti.
di Francesco Giambertone
Corriere della Sera, 7 aprile 2018
Il leader del Partito dei lavoratori, condannato a 12 anni di carcere, avrebbe dovuto presentarsi per l'arresto entro le 22 italiane. Ma ha deciso di fare "resistenza pacifica". Il suo avvocato: "Lula non andrà al macello a testa bassa". Luiz Lula da Silva non si consegnerà alla polizia federale di Curitiba.
L'ex presidente del Brasile, che avrebbe dovuto costituirsi entro le 17 di venerdì (le 22 in Italia), ha deciso di non presentarsi, e di portare avanti una "resistenza pacifica" contro il mandato d'arresto. È rimasto nella sede del sindacato dei lavoratori del metallo nella sua città natale, Sao Bernardo do Campo, circondato dai sostenitori. "Non intende andare al macello a testa bassa, per sua libera e spontanea volontà", ha detto oggi uno degli avvocati dell'ex presidente brasiliano, José Roberto Batochio, in dichiarazioni al quotidiano Folha de Sao Paulo.
La difesa - Secondo il legale, il fatto che Lula non si sia consegnato alla polizia di Curitiba al termine della scadenza fissata ieri dal giudice Sergio Moro "non è un atto di ribellione", bensì l'esercizio "di un diritto fondamentale di ogni persona, che è quello di preservare la sua libertà e di non partecipare in nessuna aziona che possa sopprimerla".
La tesi della difesa di Lula, dunque, sembra essere che l'ex presidente è formalmente alla disposizione della polizia federale se i suoi agenti vengono ad arrestarlo - "non si sarà resistenza, né ci sarà violenza", ha precisato Batochio - ma non intende consegnarsi spontaneamente. Fonti della polizia di San Paolo hanno però indicato ai media locali che non intendono procedere ad un'operazione per arrestare l'ex presidente nella sede del sindacato metallurgico Abc di Sao Bernardo dos Campos, almeno finché questa sarà circondata da migliaia di manifestanti pro Lula, giacché un'azione di questo tipo comporterebbe un "rischio di sicurezza troppo grande, tanto per il detenuto come per i poliziotti".
La scelta e il piano - Lula ha passato la notte nella sede del sindacato, "protetto" da dirigenti e militanti del Partito dei lavoratori, da parlamentari e membri dei sindacati; dalla base del suo elettorato che non l'ha abbandonato.
Maduro e Morales: "Persecuzione delle destre" - Mentre i brasiliani aspettano di sapere cosa ne sarà del candidato presidente, tre leader di altrettanti Paesi dell'America latina si sono schierati con il leader del partito dei lavoratori brasiliano: Nicolas Maduro dal Venezuela, Evo Morales dalla Bolivia e Raul Castro da Cuba hanno inviato messaggi di solidarietà a da Silva, "vittima - a loro dire - di persecuzioni politiche".
"Non solo il Brasile, è il mondo intero che ti abbraccia", ha scritto Maduro su Twitter, sottolineando che "la destra, incapace di vincere democraticamente, ha scelto la via giudiziaria per disciplinare le forze popolari". Gli fa eco Morales: "La vera ragione per cui si condanna il fratello Lula è per impedire che torni ad essere il presidente del Brasile. La destra non gli perdonerà mai di aver tolto dalla miseria a 30 milioni di poveri". Anche Castro, nell'assicurare a Lula e a Dilma il sostegno di Cuba, ha giudicato la sentenza su Lula "gravissima".
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 7 aprile 2018
Lula. Siamo di fronte a quello che Cesare Beccaria, in "Dei delitti e delle pene", chiamò "processo offensivo" dove "il giudice", anziché "indifferente ricercatore del vero", "diviene nemico del reo". Il 4 aprile è stata una giornata nera per la democrazia brasiliana. Con un solo voto di maggioranza, il Supremo Tribunal Federal ha deciso l'arresto di Inacio Lula nel corso di un processo disseminato di violazioni delle garanzie processali. Ma non sono solo i diritti del cittadino Lula che sono state violati.
L'intera vicenda giudiziaria e le innumerevoli lesioni dei principi del corretto processo di cui Lula è stato vittima, unitamente all'impeachment assolutamente infondato sul piano costituzionale che ha destituito la presidente Dilma Rousseff, non sono spiegabili se non con la finalità politica di porre fine al processo riformatore che è stato realizzato in Brasile negli anni delle loro presidenze. E che ha portato fuori della miseria 50 milioni di brasiliani. L'intero assetto costituzionale è stato così aggredito dalla suprema giurisdizione brasiliana, che quell'assetto aveva invece il compito di difendere.
Il senso non giudiziario ma politico di tutta questa vicenda è rivelato dalla totale mancanza di imparzialità dei magistrati che hanno promosso e celebrato il processo contro Lula. Certamente questa partigianeria è stata favorita da un singolare e incredibile tratto inquisitorio del processo penale brasiliano: la mancata distinzione e separazione tra giudice e accusa, e perciò la figura del giudice inquisitore, che istruisce il processo, emette mandati e poi pronuncia la condanna di primo grado: nel caso Lula la condanna pronunciata il 12 luglio 2017 dal giudice Sergio Moro a 9 anni e 6 mesi di reclusione e l'interdizione dai pubblici uffici per 19 anni, aggravata in appello con la condanna a 12 anni e un mese. Ma questo assurdo impianto, istituzionalmente inquisitorio, non è bastato a contenere lo zelo e l'arbitrio dei giudici. Segnalerò tre aspetti di questo arbitrio partigiano.
Il primo aspetto è la campagna di stampa orchestrata fin dall'inizio del processo contro Lula e alimentata dal protagonismo del giudice di primo grado, il quale ha diffuso atti coperti dal segreto istruttorio e ha rilasciato interviste nelle quali si è pronunciato, prima del giudizio, contro il suo imputato, alla ricerca di un'impropria legittimazione: non la soggezione alla legge, ma il consenso popolare.
L'anticipazione del giudizio ha inquinato anche l'appello. Il 6 agosto dell'anno scorso, in un'intervista al giornale Estado de Sao Paulo, il Presidente del Tribunale Regionale Superiore della IV regione (Trf-4) di fronte al quale la sentenza di primo grado era stata impugnata ha dichiarato, prima del giudizio, che tale sentenza era "tecnicamente irreprensibile".
Simili anticipazioni di giudizio, secondo i codici di procedura di tutti i paesi civili, sono motivi ovvi e indiscutibili di astensione o di ricusazione, dato che segnalano un'ostilità e un pregiudizio incompatibili con la giurisdizione. Siamo qui di fronte a quello che Cesare Beccaria, in Dei delitti e delle pene, chiamò "processo offensivo", dove "il giudice", anziché "indifferente ricercatore del vero", "diviene nemico del reo", e "non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia e crede di perdere se non vi riesce".
Il secondo aspetto della parzialità dei giudici e, insieme, il tratto tipicamente inquisitorio di questo processo consistono nella petizione di principio, in forza della quale l'ipotesi accusatoria da provare, che dovrebbe essere la conclusione di un'argomentazione induttiva suffragata da prove e non smentita da controprove, forma invece la premessa di un procedimento deduttivo che assume come vere solo le prove che la confermano e come false quelle che la contraddicono.
Di qui l'andamento tautologico del ragionamento probatorio, nel quale la tesi accusatoria funziona da criterio di orientamento delle indagini, da filtro selettivo della credibilità delle prove e da chiave interpretati va dell'intero materia le processuale. I giornali brasiliano hanno riferito, per esempio, che l'ex ministro Antonio Pallocci, in stato di custodia preventiva, aveva tentato nel maggio scorso una "confessione premiata" per ottenere la liberazione, ma la sua richiesta era stata respinta perché egli non aveva formulato nessuna accusa contro Lula e la Rousseff ma solo contro il sistema bancario.
Ebbene, questo stesso imputato, il 6 settembre, di fronte ai procuratori, ha fornito la versione gradita dall'accusa per ottenere la libertà. Totalmente ignorata è stata al contrario la deposizione di Emilio Olbrecht, che il 12 giugno aveva dichiarato al giudice Moro di non aver mai donato alcun immobile all'Istituto Lula, secondo quanto invece ipotizzato nell'accusa di corruzione.
Il terzo aspetto della mancanza di imparzialità è costituito dal fatto che i giudici hanno affrettato i tempi del processo per giungere quanto prima alla condanna definitiva e così, in base alla legge "Ficha limpia", impedire a Lula, che è ancora la figura più popolare del Brasile, di candidarsi alle elezioni presidenziali del prossimo ottobre. Anche questa è una pesante interferenza della giurisdizione nella sfera della politica, che mina alla radice la credibilità della giurisdizione.
È infine innegabile il nesso che lega gli attacchi ai due presidenti artefici dello straordinario progresso sociale ed economico del Brasile - l'infondatezza giuridica della destituzione di Dilma Rousseff e la campagna giudiziaria contro Lula - e che fa della loro convergenza un'unica operazione di restaurazione antidemocratica.
È un'operazione alla quale i militari hanno dato in questi giorni un minaccioso appoggio e che sta spaccando il paese, come una ferita difficilmente rimarginabile. L'indignazione popolare si è espressa e continuerà ad esprimersi in manifestazioni di massa. Ci sarà ancora un ultimo passaggio giudiziario, davanti al Superior Tribunal de Justicia, prima dell'esecuzione dell'incarcerazione. Ma è difficile, a questo punto, essere ottimisti.
di Andrea Riccardi
Corriere della Sera, 5 novembre 2017
Ora comincerà la ricostruzione, ma nelle regioni sconvolte dal "califfato" un mondo di convivenza religiosa è stato distrutto e i traumi pesano. Raqqa e Mosul, occupate da Daesh nel 2014, sono state liberate. Le distruzioni sono immani. A Mosul, è stata atterrata la storica tomba di Giona, venerata da musulmani, ebrei e cristiani.
Queste sono terre di convivenza tra religioni. Le tante vicende dolorose non hanno finora cancellato il carattere misto della regione (divisa cent'anni fa tra Siria e Iraq l'accordo Sykes-Picot). Talvolta le minoranze si sono rifugiate sulle montagne, come i cristiani assiri, resto dell'antica Chiesa d'Oriente giunta fino alla Cina nel primo millennio.
Gli yazidi vivevano sulla montagna del Sinjar, dove li ha colti la brutale offensiva islamista: stragi, conversioni forzate all'islam, donne vendute al mercato. Nel 1915, durante i massacri degli armeni, gli yazidi del Sinjar li accolsero sulla montagna, difendendoli dai turchi. I primi ad andarsene dalla regione furono gli ebrei (120.000 in Iraq), ma ovunque radicati da ben più di due millenni. Fatti segno di attacchi antisemiti dagli anni Quaranta, hanno lasciato in massa queste terre con la nascita dello Stato d'Israele.
Ora comincerà la ricostruzione in Siria e in Iraq. Non c'è solo la questione curda. Un mondo di convivenza è stato distrutto. I traumi pesano. I cristiani della piana di Ninive, regione irachena dov'erano tanti, lasciarono in 120.000 le case nella notte tra il 6 e il 7 agosto 2014. I pochi rimasti videro le loro case segnate dalle milizie islamiste con la "N" in arabo, per indicare "nazareni", i cristiani. Manca la fiducia dei cristiani verso i musulmani, vicini con cui vivevano in un clima di tolleranza. Si ripropone la questione di un secolo fa: ci si può fidare dei musulmani? Non hanno alcuni di loro approfittato dei beni cristiani mentre altri hanno scelto l'islamismo?
Nel 1918, dopo le stragi degli armeni, i cristiani proposero alla conferenza di Versailles uno Stato cristiano in Mesopotamia. Nessuno la sostenne. Passò invece l'idea di un Libano a leggera prevalenza cristiana. Il Novecento ha visto assiri, caldei (assiri cattolici), siriaci ortodossi e cattolici, greco-ortodossi e greco-cattolici, protestanti vivere abbastanza bene con i musulmani: dai mandati europei ai regimi laici del Baath. Oggi invece i cristiani, se possono, emigrano. Aleppo, in Siria, ha perso più di tre quarti della vasta comunità cristiana durante la guerra. In Kurdistan ci sono 150.000 rifugiati cristiani che esitano a tornare a Mosul e nella piana di Ninive, dopo la fine di Daesh. I curdi, che hanno chiesto perdono per le stragi del 1915, tengono a una presenza cristiana e hanno offerto una residenza al patriarca assiro. Gli assiri sono gli unici cristiani a combattere a fianco dei pesmergha curdi.
Diverse sono state le strategie di sopravvivenza dei cristiani nella storia: mai hanno fatto un fronte unico, fatto positivo per il potere musulmano. Oggi è ancora così. I siriaci, cattolici e ortodossi, pensano più alla concentrazione dei cristiani nella piana di Ninive sotto protezione internazionale. Fu un'idea avanzata dagli americani, ma rifiutata dai caldei. Il loro patriarca, Sako, la considera una ghettizzazione. Tuttavia vivere a Bagdad è molto rischioso. I cristiani in Iraq sono calati da 1.300.000 prima dell'intervento Usa a 300.000, concentrati nel Nord. In Siria erano due milioni e si sono dimezzati. Di fronte alla crisi i leader cristiani hanno lanciato molti appelli. Il Vaticano ha assistito i cristiani, ma non c'è stata una visione e forse non era possibile.
Recentemente, il premier Orbán ha ricevuto i patriarchi siriaci (cattolico e ortodosso), ha versato loro due milioni di dollari, identificando gli ungheresi con la sorte dei cristiani colpiti dai musulmani (a Budapest c'è un vicesegretario di Stato per la protezione dei cristiani perseguitati). Questi diventano un elemento nella legittimazione della politica nell'Est europeo. Il problema è che le terre sconvolte dal "califfato" non torneranno a essere il mosaico di cristiani, yazidi, mandei e antiche minoranze. Era un resto della storia, ma anche una realtà che spingeva l'islam a riconoscere l'altro e a praticare la tolleranza. La storia dei cristiani d'Oriente, durata due millenni (quasi uno e mezzo con l'islam) sembra alla vigilia della fine. Un cambio decisivo nell'ecologia umana del Medio Oriente. Ma anche una svolta nel cristianesimo, da sempre radicato nella terra delle sue origini. Il segretario di Stato vaticano, Parolin, ha chiesto un "piano Marshall" per ristabilire i cristiani nella regione. Questa crisi impone una maggiore connessione ecumenica e un urgente riunione dei primati cristiani per cercare soluzioni adeguate.
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 8 novembre 2016
Domani la Corte Suprema delle Filippine si pronuncerà su una petizione per bloccare la sepoltura delle spoglie dell'ex presidente Ferdinand Marcos nel cimitero degli eroi. Sono passati 40 anni da quando Loretta Rosales è stata arrestata perché manifestava contro la dittatura ma ancora oggi soltanto l'idea che Duterte voglia far diventare il dittatore un eroe le fa venire il voltastomaco.
"Noi abbiamo il dovere di non alterare la verità - ha detto la donna che oggi ha 77 anni - anche per le generazioni future". È da agosto che il dibattito sulla sepoltura dell'ex presidente, morto nel 1989, infiamma gli animi dei filippini. I rappresentanti di entrambi i fronti sono scesi in piazza ma ora tutti aspettano con il fiato sospeso il verdetto della Corte Suprema. Durante i 21 anni della sua presidenza, dal 1965 al 1986, Marcos è rimasto alla storia per la sua brutalità: si calcola che 3mila oppositori politici siano stati uccisi in quegli anni e che decine di migliaia siano stati torturati.
Marcos fuggì negli Stati Uniti nel 1986 dove morì tre anni dopo. Ma negli anni la sua figura ha subito un lento processo di riabilitazione che culmina ora con la decisione di Duterte sulla sepoltura (nella foto una manifestazione davanti all'ambasciata americana a Manila dei sostenitori di Duterte). D'altra parte la famiglia Marcos è ancora in politica. La moglie Imelda, nota soprattutto per le sue mille paia di scarpe, è deputata, la figlia Imee è governatrice della provincia di Ilocos Norte e il figlio Ferdinand Jr. è stato senatore.
Duterte non ha mai nascosto la sua ammirazione per il dittatore: "Voglio che sia seppellito nel cimitero degli eroi - ha detto - non perché era un eroe ma perché era un soldato filippino. Questa è la legge". I resti del presidente erano tornati in patria nel 1993 e da allora sono sepolti in una bara di vetro nella cripta del centro presidenziale Ferdinand E. Marcos a Batac, la sua città natale a Ilocos Norte. Finora tutti i presidenti avevano negato ai familiari il cimitero degli eroi. I gruppi che si battono contro la sepoltura parlano di una transazione economica tra la famiglia Marcos e Duterte. Hilda Narciso, 70 anni, fa parte della "Coalizione contro la sepoltura di Marco nel Cimitero degli eroi". Nel 1983 era un'insegnante disoccupata: fu arrestata e stuprata per sei mesi in un campo militare. Da mangiare le davano vermi e pesce andato a male. "Chi mi ha fatto questo non è un eroe" dice.
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