di Valentina Stella
Il Dubbio, 31 luglio 2018
L'associazione di Radicali Italiani ha l'obiettivo di modificare il trattamento sanitario obbligatorio. È stata costituita l'Associazione "Diritti alla Follia": l'avvocato Michele Capano è stato eletto segretario, Antonella Nobile sarà la tesoriera.
L'associazione, nata nell'alveo di Radicali Italiani, è il naturale prosieguo della campagna "La libertà è terapeutica - per una riforma del Tso", portata avanti proprio da diverso tempo in primis dall'avvocato Capano: a 40 anni dalla rivoluzionaria legge Basaglia, che segnò la fine dell'era degli ospedali psichiatrici in Italia, ovvero la chiusura dei manicomi, per Capano, membro del Comitato di Radicali Italiani, "il trattamento sanitario obbligatorio deve essere riformato per garantire maggiori diritti ai pazienti".
Vicende come quella di Francesco Mastrogiovanni, morto nel 2009 a Vallo della Lucania dopo 87 ore di analoga ininterrotta contenzione, riprese integralmente da una telecamera all'interno del reparto, evidenziano per Capano, che è anche il legale della famiglia di Mastrogiovanni "come sia nella fase dell'avvio del Tso che nel corso della concreta esecuzione dello stesso, si consumino violazioni dei diritti fondamentali, consacrate in prassi consolidate, divenute emblema della "banalità del male" in ambito sanitario".
Michele Capano spiega le proposte per la riforma del Tso che prevede "il ruolo di garanzia che nella legge era immaginato soprattutto a carico del Sindaco che emette l'ordinanza si è rivelato di fatto inconsistente ed illusorio perché egli non fa altro che controfirmare burocraticamente la proposta dei medici. Nella legge era prevista una autorità terza che potesse in qualche modo avere anche una interlocuzione diretta con il soggetto prima di decidere per l'internamento nel reparto. Ma così non è stato. Noi crediamo che in questa fase applicativa sia cruciale stabilire dei momenti in cui il soggetto possa avere ufficialmente voce in capitolo, possa effettivamente partecipare ad un contraddittorio all'interno del quale difendersi. Oggi incredibilmente non è prevista una informativa per la persona soggetta al Tso dove vengono esplicitati il motivo del trattamento, i diritti che si hanno e le possibilità di ricorso. Paradossalmente, chi è sottoposto ad un Tso si trova in una condizione peggiore dell'arrestato. Poi noi prevediamo che ci debba essere una udienza, simile a quella di convalida dell'arresto, in cui il soggetto possa essere difeso, quindi auspichiamo l'obbligo della difesa tecnica.
Ci auguriamo di avere insieme a noi in questa battaglia quanti più avvocati possibili, come già in passato il segretario dell'Unione delle Camere Penali Francesco Petrelli. Poi nella fase esecutiva stabiliamo alcuni punti fermi che ad oggi non sono previsti come il rifiuto della contenzione e il rifiuto della natura chiusa dei reparti, per cui i degenti possano ricevere visite".
L'associazione "Diritti alla Follia" si occuperà, spiega sempre Michele Capano "oltre che del Tso la nostra mozione parla di almeno altre due grandi aree: la prima è quella delle misure di sicurezza per le persone non imputabili.
Quando una persona, dichiarata incapace di intendere e di volere e quindi assolta pur avendo commesso il reato, è ritenuta socialmente pericolosa riceve la misura di sicurezza: o nelle Rems, o nelle articolazioni psichiatriche delle carceri ordinarie, o in libertà vigilata. Noi denunciamo che, nonostante nel 2014 sia stato stabilito un tetto massimo per le misure di sicurezza detentive, esse vengono prolungate in modo indeterminato.
La secondo area di intervento è quella che riguarda l'istituto dell' amministrazione di sostegno, diffusosi in modo abnorme ed esercitato spesso in modo da svolgere un ruolo non di ausilio ma di sostituzione del beneficiario, che viene espropriato di qualsiasi voce in capitolo riguardo la sua situazione sanitaria". Su tutti i temi trattati verranno costituiti gruppi di lavoro che elaborino progetti di riforma della disciplina relativa.
di Barbara Millucci
Corriere della Sera, 31 luglio 2018
Secondo l'Onu i trasferimenti illegali di minori avvengono prevalentemente in aereo. Da passeggeri è possibile vigilare e indicare casi sospetti.
Cuore blu. È il nome del progetto umanitario volto a combattere il traffico di esseri umani nel mondo, in particolare di bambini. A metterci la faccia come testimonial nella Blue Heart campaign delle Nazioni Unite sono tre celebri attrici: Monica Bellucci, Claudia Cardinale e Mira Sorvino. "Annientare i trafficanti è possibile", sostiene Felipe de La Torre, responsabile dell'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) in Messico, durante l'ultimo summit Iata (Associazione trasporto aereo) a Sydney dove è stata illustrata l'iniziativa. "Siamo qui per sensibilizzare le compagnie aeree sull'importanza di porre un freno alla tratta di esseri umani". Secondo l'Onu, "il principale veicolo che i trafficanti di esseri umani utilizzano per rapinare donne e bambini sono i collegamenti aerei" si legge in un report. "Il 60% delle vittime che finiscono nel mercato delle tratte di esseri umani viene quindi costretto a oltrepassare le frontiere in volo", aggiunge de La Torre. Secondo un'altra stima, questa volta dell'Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), questo terribile mercato che schiavizza i piccoli e rende impotenti i grandi, coinvolge quasi 25 milioni di persone (il 75% donne e bambini), l'equivalente della popolazione dell'intera Australia. Anche il giro d'affari dei trafficanti di persone ha numeri da capogiro: oltre 150 miliardi di dollari l'anno.
L'appello - Per tentare di arginare il problema l'associazione mondiale delle compagnie aeree ha lanciato la campagna EyesOpen su cosa fare nel caso in cui ci si capisce che un bambino viaggia contro la propria volontà. "Occhi sbarrati dunque, perché chiunque oggi ha la possibilità di aiutare a stoppare il fenomeno, denunciando al personale di bordo eventuali stranezze", prosegue de La Torre. Ognuno può dare il proprio contributo: dal passeggero al personale di terra e denunciare così questi abusi che sono sempre più sotto gli occhi di tutti e su cui però si fa ben poco, visto che rimangono sempre più impuniti. "L'anno scorso, solo il 15% degli Stati del mondo sono stati condannati per non aver prontamente arginato il fenomeno della tratta di esseri umani", si legge in un report Iata. Secondo la legislazione corrente, a differenza del traffico di migranti, la tratta di persone avviene senza il consenso degli individui ed è finalizzata non al trasporto in un altro Stato, ma bensì al loro sfruttamento. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti nel suo report annuale Trafficking in Persons Report, da poco pubblicato, spiega che l'attività criminale legata alla vendita di bambini nel mondo è in crescita, seconda, in termini di redditività, solo allo spaccio di droga. Associare la tratta di esseri umani al finanziamento di organizzazioni terroristiche diventa così inevitabile. Secondo la Henry Jackson Society, l'Isis avrebbe guadagnato dal mercato della tratta di esseri umani tra i 10 e i 30 milioni di dollari. Denaro usato poi per finanziare il terrorismo internazionale. Scrive il Dipartimento di Stato Usa: "I bambini affidati agli istituti, incluse le strutture gestite dal governo, possono essere facili bersagli per i trafficanti". Nel documento si aggiunge che anche nel migliore dei casi, gli istituti non sono in grado di soddisfare il bisogno di sostegno emotivo che un bambino riceve generalmente da familiari o da assistenti in gamba con i quali il bambino solitamente sviluppa un attaccamento. "È proprio negli orfanotrofi o nelle residenze temporanee mal gestite che i trafficanti riescono ad operare impunemente. Orfanotrofi in Nepal, Cambogia e Haiti - secondo quanto si legge - sono spesso complici o direttamente coinvolti nella tratta di esseri umani".
I finti volontari - Nella maggior parte dei casi i trafficanti approfittano dei pochi controlli e, fingendosi volontari, partecipano ai programmi di volontariato a pagamento. Una volta introdotti nelle strutture, per i mercanti di bambini avvicinare i bambini traumatizzati è un gioco da ragazzi. Spesso i trafficanti scelgono e sfruttano i bimbi più vulnerabili e bisognosi di legami affettivi. Portarli con sé dall'altro capo del mondo diventa facilissimo. Sono 22 gli stati del mondo finiti nella black list del traffico internazionale. Tra questi: Russia, Bielorussia, Iran, Turkmenistan, Birmania, Cina, Nord Korea, Syria e Venezuela.
La Repubblica, 31 luglio 2018
Dichiarazione del presidente della Repubblica per la Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani: "Nessun Paese è immune da questa sistematica violazione della dignità".
"Ogni giorno migliaia di persone pongono a rischio la propria vita e quella dei propri cari per mare e per terra, in condizioni disperate; una tragedia figlia delle guerre, della povertà, dell'instabilità dello sviluppo precario, alimentata e sfruttata da ignobili trafficanti di esseri umani, che li avviano a un futuro di sopraffazioni: sfruttamento lavorativo, adozioni illegali, prelievo di organi, reclutamento da parte della criminalità organizzata, sfruttamento sessuale". Così il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un passaggio della sua dichiarazione in occasione della Giornata mondiale contro la tratta di esseri umani, "che ci impone di ribadire la condanna e la battaglia della comunità internazionale contro ogni forma di schiavitù, vecchia e nuova".
"Nessun Paese - sottolinea il capo dello Stato - è immune da questa sistematica violazione della dignità umana che interpella la responsabilità della comunità internazionale nella sua interezza, rifuggendo la tentazione di guardare altrove". Per Mattarella "soltanto la cooperazione può sconfiggere questo fenomeno, con una Unione Europea consapevole dei propri valori e delle proprie responsabilità". Sono circa 40 milioni le persone vittime" delle nuove schiavitù. "Numeri impressionanti - sottolinea ancora il presidente della Repubblica - che hanno spinto le Nazioni Unite ad adottare l'obiettivo di eliminare il traffico di esseri umani entro il 2030. Si tratta di degenerazioni della nostra società, piaghe da eradicare con fermezza che interrogano le nostre coscienze e ci chiamano a una reazione morale, a una risposta adeguata con un maggiore impegno culturale e civile".
di Alessandra Ziniti
La Repubblica, 31 luglio 2018
L'atto in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro. Per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia migranti soccorsi nel Mediterraneo. La Asso 28, nave di supporto a una piattaforma petrolifera, è stata coinvolta nelle operazioni di soccorso di un gommone con 108 persone a bordo. Come avviene ormai da settimane, la sala operativa di Roma ha dato indicazioni di coordinarsi con la Guardia costiera libica e, prese a bordo le persone, la Asso 28 ha seguito le indicazioni e le ha sbarcate nel porto di Tripoli.
Un fatto senza precedenti in violazione della legislazione internazionale che garantisce il diritto d'asilo e che non riconosce la Libia come un porto sicuro in cui, secondo la convenzione di Ginevra, devono essere sbarcati i migranti soccorsi. Nessuno dei migranti riportati a Tripoli, infatti, ha avuto la possibilità di chiedere asilo come garantito dalla legge.
Nelle scorse settimane la portavoce del Consiglio d'Europa aveva ribadito che "nessuna nave europea può riportare migranti in Libia perché contrario ai nostri principi". Venti giorni fa, un'altra nave di supporto a una piattaforma petrolifera, la Vos Thalassa, dopo aver soccorso dei migranti stava per consegnarli ad una motovedetta libica quando un tentativo di rivolta di alcuni dei soccorsi ha convinto il comandante ad invertire la rotta e a chiedere l'aiuto della Guardia costiera italiana che prese poi a bordo della nave Diciotti i migranti sbarcandoli a Trapani dopo l'intervento del presidente della Repubblica Mattarella.
Ieri è stata una nuova giornata di soccorsi nel Mediterraneo. Sei i gommoni avvistati dall'aereo della Ong francese Pilotes Volontaires con almeno 600 persone a bordo, 350 quelle di cui si ha notizia perché riportate in Libia dalla Guardia costiera libica ma anche dalla nave italiana.
Un episodio su cui chiede spiegazioni il deputato di Liberi e Uguali Nicola Fratoianni, in questi giorni a bordo della nave della Ong spagnola Open Arms tornata in zona Sar. "Non sappiamo ancora se questa operazione avviene su indicazione della Guardia Costiera Italiana, ma se così fosse si tratterebbe di un precedente gravissimo, un vero e proprio respingimento collettivo di cui l'Italia e il comandante della nave risponderanno davanti a un tribunale. Il diritto internazionale prevede che le persone salvate in mare debbano essere portate in un porto sicuro e quelli libici, nonostante la mistificazione della realtà da parte del governo italiano, non possono essere considerati tali", afferma Fratoianni.
di Ilario Lombardo
La Stampa, 31 luglio 2018
C'è tanta Libia nelle aspettative di Giuseppe Conte al suo primo viaggio a Washington, due mesi dopo l'inattesa nomina a Palazzo Chigi. La Libia come terra di transito e di partenze dei migranti verso l'Italia. Ma la Libia anche come crocevia di importanti business. Atterrato ieri sera negli Stati Uniti, il presidente del Consiglio italiano varcherà il portone d'onore della Casa Bianca con una short list di richieste per Donald Trump.
La più importante: una "cabina di regia permanente per il Mediterraneo", così definita dal premier, tra Usa e Italia, da attuarsi attraverso i reciproci ministri degli Esteri e della Difesa, per unire le forze contro il terrorismo e rafforzare la sicurezza nell'area. Conte chiederà esplicitamente a Trump di legittimare l'Italia come "interlocutore privilegiato" degli americani sulla Libia e punto di riferimento in Europa.
Una partita che si gioca sulla stabilizzazione del Paese nordafricano e sulla sfida con la Francia dell'attivissimo Emmanuel Macron, deciso a portare i libici alle urne il 10 dicembre, come stabilito durante il vertice di primavera a Parigi, nel pieno del vuoto di potere post-elettorale a Roma. È anche e soprattutto per contrastare le mire geopolitiche del presidente francese e per neutralizzare i risultati di quel summit, che Conte chiederà di formalizzare questo ruolo dell'Italia attraverso l'appoggio dell'amministrazione Trump alla Conferenza sulla Libia che si terrà nel nostro Paese, proprio allo scopo di studiare un percorso di maggiore sicurezza verso le elezioni. Servirà più tempo, più uomini, più soldi, per far sedere allo stesso tavolo le tribù e le fazioni in lotta tra di loro, da Tripoli fino al vasto territorio dell'ex Cirenaica in mano al generale Haftar.
L'intesa con il presidente americano Donald Trump, o la "simpatia", come la definisce Conte, è nata subito, al G7 degli inizi di giugno in Canada, su una comune base populista e la percezione di una distanza di fondo dagli altri leader mondiali. Conte era stato scelto appena qualche giorno prima dai grillo-leghisti come portavoce di un contratto che anche sulla politica estera cerca una difficile sintesi. L'Italia dei sovranisti ha molte questioni aperte, con l'Europa, con la Russia, sul Mediterraneo. La strategia di Palazzo Chigi sembra sempre più prediligire l'alleanza a due con Washington, anche a scapito della famiglia europea. Anzi, Conte si considera un "facilitatore" in grado di mediare tra gli Stati Uniti e Bruxelles, in un momento non proprio esaltante dei loro rapporti.
L'Italia sembra muoversi da sola, come a marcare una differenza dai partner del Vecchio Continente, senza troppo preoccuparsi dei rischi di isolamento. Anche sul fronte commerciale, il governo gialloverde era pronto, e lo è ancora, a cercare una scorciatoia per mettersi al riparo dai dazi Usa. Con Trump, Conte si dichiarerà "soddisfatto dell'accordo raggiunto" con la Casa Bianca dal presidente della commissione europea Jean Claude Juncker, che a Washington la scorsa settimana è riuscito a strappare una tregua nella guerra commerciale.
Ma il premier chiederà anche ulteriori "garanzie perché non vengano toccati gli interessi delle aziende italiane" in particolare "nell'agroalimentare e nel settore delle auto di lusso". Insomma, Conte vorrebbe continuare a muoversi su un parallelo canale bilaterale con gli Usa, pur sapendo che gli americani vorranno in cambio qualcosa. Una o più prove di fedeltà e di amicizia. Sulle missioni internazionali (vedi Afghanistan), sulle armi (vedi F35), sugli interessi energetici (vedi il gasdotto Tap, che per la Casa Bianca va completato, senza troppi ripensamenti).
di Alberto C. Ferro
italiastarmagazine.it, 31 luglio 2018
Jalil Muntaqim ha trascorso 47 anni in prigione. Ex membro del Black Panther e della sua organizzazione segreta, il Black Liberation Army, era stato accusato di avere avuto un ruolo nell'omicidio di due poliziotti di New York nel 1971. Una delle vittime era Giuseppe Piagentini, padre di Diane.
Oggi lei non ne vuole sapere di dare un parere favorevole alla sua liberazione: "È un tradimento, un oltraggio alla memoria di mio padre", ha ribadito recentemente in tv. Anche in Italia è in corso un dibattito simile, a proposito degli ultimi prigionieri delle Brigate Rosse del periodo storico e, anche in questo caso, i detenuti italiani per reati politici non si sono mai dissociati dai loro crimini. Così come le Black Panther. Muntaqim è uno dei 19 radicali, tra cui due donne, ancora in carcere 40 o più anni dopo essere state arrestati per atti violenti legati a quella che veniva definita "guerra di liberazione".
Nel 2019 il detenuto più anziano delle Black Panther, Romaine "Chip" Fitzgerald, "festeggerà" 50 anni di galera. La detenuta più anziana, Sundiata Acoli, ha 81 anni. Dal 2000, altri 10 detenuti politici sono morti in carcere per cause naturali, forse aggravate anche dalla condizione carcerarie. I 19 militanti incarcerati sono stati condannati per avere ucciso - anche se molti professano la loro innocenza - e per molti vale lo slogan "fine pena mai".
Negli Usa è in corso una specie di battaglia, etica e morale, per restituire l libertà a queste persone. Robert Seth Hayes, come Muntaqim ex membro del Black Panther e del Black Liberatione Army, che in allora teorizzava la lotta armata, è stato liberato, all'età di 69 anni, dalla stessa prigione di massima sicurezza di New York dove ha trascorso gran parte della sua vita, 45 anni in cella per l'omicidio di un poliziotto, Sidney Thompson, durante uno scontro in una stazione del Bronx nel 1973.
Nel 1998 aveva ottenuto la libertà sulla parola, ma ogni due anni gli è stata detta la stessa cosa: nonostante la buona condotta tenuta in carcere, agli occhi della commissione, Hayes continuava a rappresentare una minaccia per la società. Fu solo all'undicesimo tentativo, 20 anni dopo, e con la sua salute in rapido declino, si convinsero che era degno di essere riabilitato.
Scrive il Guardian: "La libertà di Hayes innalza ulteriormente la posta in gioco, costringendo le autorità di New York e di tutto il paese a considerare questioni fondamentali: esiste la possibilità d una riabilitazione per coloro che sono stati giudicati colpevoli di aver ucciso agenti di polizia a causa della rivoluzione nera? Devono rinunciare alle loro idee per meritare il rilascio? Oppure il sistema di giustizia penale statunitense li indica per un trattamento particolarmente duro e per una prigionia senza fine come prigionieri politici, come sostengono gli stessi uomini e le stesse donne in carcere?".
Nessuno di loro ha rinunciato alle proprie idee sui concetti-base del pensiero di Malcolm X, sulla "Black Liberation". Sarà per questo che Muntagin, nonostante abbia maturato i diritti per la condizionale libertà, si vede sistematicamente respingere, ogni due anni, il sospirato ritorno a una vita normale. I tempi non sono maturi, suggeriscono i giudici, Ma quando lo saranno?
di Marisa Marraffino
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
La "vanità" nella rete non perdona e può costare caro. Fingere di essere un'altra persona, spacciarsi per single quando si è invece sposati, usare come fotografia del proprio profilo sui social network quella di un'altra persona, magari nota. Sono alcuni esempi delle nuove falsificazioni digitali che negli ultimi anni sono finite sotto la lente dei giudici, dando vita a una giurisprudenza fatta di fake, finti status e identità inesistenti. L'obiettivo degli autori è quello di avere più visibilità, ingannare gli utenti o estorcere denaro. Il reato presupposto è sempre lo stesso: la sostituzione di persona, punita con la reclusione fino a un anno e procedibile d'ufficio. Eppure, gli autori sembrano non temere le conseguenze delle attività ingannatorie online, soprattutto se si muovono con un nickname o usano falsi account. Tutti accorgimenti che, da soli, non scongiurano l'eventualità di un processo penale.
L'attribuirsi uno status fittizio - Per la Corte di cassazione è reato anche spacciarsi per single quando si è sposati. Lo ha stabilito con la pronuncia 34800 del 15 giugno 2016, che mette in guardia gli utenti dall'uso di falsi status sui social network. Così come integra il reato anche soltanto utilizzare come foto del proprio profilo Facebook l'immagine di un'altra persona, come ha stabilito la Suprema corte con la sentenza 4413 del 10 ottobre 2017. Si tratta di un reato contro la fede pubblica: a essere tutelata è la fiducia che gli altri utenti della rete devono poter riporre nelle identità altrui. A pesare sono non soltanto le falsificazioni delle identità ma anche le false attribuzioni di qualità alle quali la legge attribuisce effetti giuridici, come lo stato civile o l'età.
Già da tempo, poi, i giudici avevano sottolineato che la finalità non deve essere necessariamente economica: il vantaggio descritto dalla norma può essere dato anche semplicemente dalla visibilità, nuovo patrimonio degli utenti della rete. Per la legge, il profilo digitale costituisce oggi una proiezione di diritti della personalità nella comunità virtuale.
Il nickname altrui - Non salva nemmeno usare un nickname o un fake di un personaggio famoso. Ad avviso dei giudici, anche gli pseudonimi utilizzati in rete hanno una dimensione concreta, in grado da sola di produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui. Per questo, quando non ci sono dubbi sulla riconducibilità del nickname a una persona fisica, questo ha natura di "contrassegno identificativo" e può condurre a una responsabilità penale.
La falsa identità per truffe - Più spesso le falsificazioni delle identità passano attraverso la commissione di altri reati, come la truffa. È il caso di chi crea falsi account per accedere al car sharing (e poi si tradisce usando un'utenza realmente nella sua disponibilità) oppure per godere di un buon rating online per ottenere un credito da privati, il cosiddetto peer landing. È pacifica ormai la giurisprudenza delle sostituzioni di persona che si aggiungono alle estorsioni. L'autore si finge un'altra persona per attirare a sé virtualmente un possibile partner al quale chiede fotografie o video erotici per poi ricattarlo se si rifiuta di pagare una certa somma di denaro. La tecnologia ha poi modificato le possibili modalità esecutive del reato, ad esempio in tutti i casi in cui l'autenticazione dell'interessato avvenga attraverso tecniche biometriche o di identificazione facciale. L'identità digitale è ormai espressamente tutelata dalla legge 119/2003, che ha inserito nell'articolo 640-ter del Codice penale l'aggravante per l'ipotesi in cui il fatto sia commesso "con furto o indebito utilizzo dell'identità digitale". Il nuovo Regolamento europeo sulla privacy (2016/679) ha, tra gli obiettivi, anche quello di rendere meno attaccabili i database e, di conseguenza, ridurre la possibilità di sostituzioni di persona e accessi abusivi in generale.
di Marina Turi
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Il caso Juana Rivas. Il movimento contro la condanna a 5 anni di carcere: "È la giustizia patriarcale". Anche l'Amje, l'Associazione delle donne giudici, critica il verdetto. "Il governo del Psoe, il più femminista della storia, è lo stesso che ci chiede di rispettare la condanna di Juana Rivas o la messa in libertà della #manada. Non abbiamo cacciato il Pp per rimanere allo stesso punto. Continueremo a lottare fino a raggiungere le condizioni di vita che ci spettano. Non ci calpesteranno! Libertà per #JuanaRivas". Si legge sulla pagina facebook del collettivo femminista di Madrid Libres y Combativas.
Tutto il movimento femminista spagnolo si è subito autoconvocato di fronte al ministero di Giustizia a Madrid, e in tante altre città, per manifestare contro quella che chiamano giustizia patriarcale. È la reazione alla sentenza, non definitiva, della settimana scorsa, che condanna Juana Rivas a 5 anni di carcere per sottrazione di minori, a pagare 30mila euro al suo ex-marito come risarcimento, al pagamento di tutte le spese processuali e all'interdizione per 6 anni dalla potestà genitoriale, per non aver restituito i figli a Francesco Arcuri, l'ex-marito italiano, da lei accusato di maltrattamenti. Difficile un riassunto delle tante puntate precedenti e la storia non manca di colpi di scena.
Come accade in molti matrimoni ad un certo punto non tutto fila liscio. Dopo un primo figlio c'è una denuncia a Francesco Arcuri per maltrattamenti, la condanna, una separazione, ma poi i due tornano insieme. Poi nasce un secondo figlio, vivono sull'isola di Carloforte, in Sardegna, dove gestiscono un b&b. Ma Juana Rivas non ce la fa, torna in Spagna con i due figli, con il pretesto di una visita alla sua famiglia, vorrebbe restare lì con loro. Qui denuncia di nuovo Arcuri per maltrattamenti. Si susseguono problemi di competenze giuridiche tra la Spagna e l'Italia, troppi ritardi nelle traduzioni degli atti giudiziari. La giustizia italiana, chissà perché, ancora oggi non si pronuncia su quei maltrattamenti. Intanto l'ex-marito rilancia e sporge denuncia per sottrazione di minori e i figli, dopo un tira e molla legale, tornano in Italia dal padre che continua a negare qualsiasi abuso e sostiene di essere vittima di una campagna mediatica ostile.
Ora c'è la sentenza del giudice Manuel Piñar, ma duramente criticata da più parti. È stato facile per lui decidere se ci sono stati maltrattamenti o se Juana Rivas è una donna bugiarda che ha sottratto i figli al padre. Per lui Juana Rivas è una bugiarda e una cattiva madre. La sentenza nega l'esistenza di violenza di genere, ma le denunce non sono state analizzate, forse spetta all'Italia farlo o forse le prove presentate non sono credibili. Ci vorrebbero indagini ulteriori. La giustizia spagnola ha unità di indagine forense specializzate sulla violenza di genere e l'Andalusia, il foro competente, ne vanta una tra le più operative. Ma Juana Rivas e i suoi figli non sono mai stati interrogati. Dire che non c'è violenza senza indagare abbastanza diventa allora un sopruso, un messaggio per tutte. I collettivi femministi spagnoli hanno fatto della vicenda di Juana Rivas una battaglia contro quella giustizia misogina che applica le leggi ignorando l'obbligo di integrare la prospettiva di genere. In questo caso il giudice Piñar ha volutamente ignorato la prima condanna per maltrattamenti e addossa a Rivas la responsabilità di non aver denunciato il marito negli anni vissuti in Italia. Quindi, se non c'è una denuncia, non esistono neanche vessazioni, abusi, minacce, pericoli. Come se fosse facile denunciare, in più con due figli piccoli, quando c'è un clima costante di paura e ricatto, come quello descritto da Juana Rivas.
Anche la Amje, l'Associazione delle donne giudici di Spagna, in un comunicato, critica la sentenza e avverte della "persistenza di stereotipi nel lavoro giudiziario". Le giudici spagnole parlano del "rischio di consacrare un'ingiustizia manifesta". E aggiungono "dobbiamo smettere di essere eredi di una giustizia patriarcale che la società non tollera e la comunità internazionale condanna". In Spagna, anche questa volta, sembra una giustizia che condanna una donna per educare tutte le altre.
Nova, 31 luglio 2018
Oltre 160 detenuti sono fuggiti dalla prigione di Ndop, nella regione anglofona del Nord-ovest del Camerun, in seguito ad un attacco alla struttura da parte di uomini armati sospettati di essere separatisti. Secondo quanto riporta l'emittente televisiva statale "Crtv", l'attacco è avvenuto la notte scorsa fronti dopo che gli aggressori hanno fatto irruzione nella struttura rompendo forzando i cancelli della prigione prima di dare fuoco all'intero edificio servendosi di combustibile. Le regioni anglofone del Camerun sono da mesi teatro di tensioni tra separatisti e forze governative, riesplose lo scorso ottobre in concomitanza con la festa dell'indipendenza nazionale. Da allora si è registrata un'escalation di rapimenti di funzionari camerunesi e scontri, che hanno spinto oltre 7.500 persone a varcare il confine con la Nigeria. La popolazione locale è da mesi in agitazione, con i movimenti separatisti che denunciano la discriminazione della comunità anglofona da parte del governo centrale.
La scorsa settimana le Nazioni Unite hanno espresso preoccupazione per le presunte violazioni dei diritti umani nelle due regioni anglofone del Camerun. "L'Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid Raad Al Hussein, ha espresso la sua profonda preoccupazione per le denunce di violazioni dei diritti umani e abusi nelle regioni anglofone del Nordovest e del Sudovest", nel quadro delle ostilità in corso tra governo centrale e separatisti, si legge in un comunicato. L'Alto commissario si è detto preoccupato anche per le violazioni denunciate nell'ambito della lotta al gruppo jihadista Boko Haram nella regione dell'Estremo Nord. Nelle zone anglofone, denuncia l'Onu, le violenze fondate su una "discriminazione strutturale" sono in crescita dal 2016. I rapporti "parlano di rapimenti, omicidi mirati contro la polizia e le autorità locali, distruzione di scuole da parte di uomini armati" e denunciano anche violazioni da parte delle forze di sicurezza, come "omicidi, uso eccessivo della forza, incendi di abitazioni, detenzioni arbitrarie e tortura". L'Alto commissario, prosegue il comunicato, "chiede al governo di Yaoundé di lanciare un'inchiesta indipendente sulle violazioni dei diritti umani commesse dalle forze di sicurezza e dagli elementi armati".
La denuncia delle Nazioni Unite segue la recente pubblicazione di uno studio dell'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), che in un rapporto pubblicato il 19 luglio ha denunciato il livello di violenza nel paese e chiede al governo di concedere a osservatori indipendenti e organizzazioni umanitarie accesso alla regione anglofona per monitorare la situazione e fornire assistenza alle migliaia di sfollati interni. Da dicembre 2017, riferisce l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (Ocha), le violenze hanno provocato 160 mila sfollati nelle due regioni anglofone del paese. Secondo l'Unhcr tra le 20 mila e le 50 mila persone hanno attraversato il confine con la Nigeria, cercando rifugio negli stati di Benue e Cross River.
di Francesco Occhetta
Vita Pastorale, 30 luglio 2018
"Vogliamo giustizia, è stata fatta giustizia, promettiamo giustizia...". Quante volte nelle cronache mediatiche ricorrono espressioni di questo genere per delitti, litio per la percezione di aver subìto un'ingiustizia? Ci dividiamo tra giustizialisti (che fondano la loro idea di giustizia sulla vendetta) e permissivisti (che minimizzano l'accaduto), fino a quando la giustizia non ci tocca nella carne. L'universo giustizia ci impone di riflettere. Per farlo basta partire da tre premesse: 1) le sentenze non riducono il conflitto tra le parti; 2) torna a compiere un reato il 69 per cento dei detenuti; 3) le vittime sono le grandi dimenticate dall'Ordinamento.
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