di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
Corte di cassazione, sentenza 30 luglio 2018, n. 36505. Il principio che ha portato la Corte europea per i diritti dell'uomo ad accogliere il ricorso di Bruno Contrada - e annullare la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa - non si può applicare a chi è in situazioni analoghe a quelle dell'ex 007. Lo specifica la Cassazione, nella sentenza 36505 depositata ieri.
Per la Corte di Strasburgo il reato era frutto di un'evoluzione giurisprudenziale non ancora consolidata all'epoca dei fatti (1979-1988). La non sufficiente chiarezza dell'"imputazione" impediva al ricorrente di conoscere la pena che rischiava. Di qui l'obbligo per l'Italia - condannata per violazione l'articolo 7 della Cedu sulla legalità della pena - di cancellare con incidente di esecuzione la sentenza definitiva. Dopo la decisione della Corte si era ipotizzato che altri condannati potessero eccepire la violazione della Cedu in condanne per azioni commesse prima del consolidamento giurisprudenziale, fatto coincidere con la sentenza delle Sezioni unite "Demitry" del 1994.
Ma la Cassazione ha escluso la portata generale di quanto affermato a Strasburgo sull'ex numero due del Sisde e respinto il ricorso di un condannato in una situazione sovrapponibile. I giudici precisano che l'annullamento della sentenza è il risultato dell'applicazione dell'articolo 46 della Cedu in base al quale è vincolante il giudicato europeo. La Cassazione aveva però chiarito, in modo inequivocabile, che l'articolo 46 impone di allinearsi a Strasburgo, solo per il caso di cui si controverte.
Ma i princìpi sul concorso esterno in associazione mafiosa affermati sul caso Contrada non sono esportabili, fuori degli obblighi Cedu, anche perché in contrasto col nostro sistema penale.
La decisione di Strasburgo partiva, infatti, dall'assunto che il reato in questione sia di origine giurisprudenziale. Un'affermazione che, per la Cassazione, "si pone in termini problematici rispetto al modello di legalità formale al quale è ispirato il nostro sistema penale, in cui non solo non è ammissibile alcun reato di "origine giurisprudenziale", ma la punibilità delle condotte illecite trova il suo fondamento nei principi di legalità e tassatività". Profili di problematicità che sono ancora più accentuati se quanto sostenuto della Cedu viene letto alla luce della sentenza delle Sezioni unite del 2005 (33478) sul modello di punibilità del concorso esterno in associazione mafiosa. La decisione non consente dubbi sulle ragioni che rendono legittimo applicare nel sistema penale l'istituto concorsuale. Il Supremo collegio non ha "creato" una nuova fattispecie incriminatrice. Il reato non è frutto di una "fantasia" giurisprudenziale ma è il risultato di una ricostruzione sistematica e armonica del nostro ordinamento. E la conclusione è che la responsabilità penale, per il contributo esterno al "clan" scatta quando il concorrente è consapevole di dare il suo "apporto" a un'attività illecita svolta in forma associata, di cui conosce obiettivi e struttura, anche se non ha aderito.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 31 luglio 2018
La leader radicale: "Grazie al linguaggio di questo governo qualcuno si sente legittimato ad aggredire chiunque abbia la pelle scura".
"Le politiche e il linguaggio di questo governo, e in particolare del ministro Salvini, hanno sdoganato umori malsani che finora erano più controllati, e le aggressioni di queste settimane contro persone dalla pelle scura lo dimostrano". Emma Bonino è una testimone diretta del clima di intolleranza che attraversa l'Italia. La settimana scorsa la senatrice di +Europa è intervenuta in aula in difesa dei migranti e le sue parole sono state coperte dagli insulti di parte della maggioranza. "Pensavo che il mio intervento potesse essere accolto con maggiore rispetto e attenzione, senza tanti "buu, buu" da curva sud. Così non è stato", commenta.
Dodici aggressioni in due mesi. Cosa pensa stia accadendo al Paese?
Credo sia qualcosa che covava sotto la cenere, anche se abbastanza evidente da mesi, e adesso sta esplodendo. Ovviamente questo sentimento di intolleranza viene da lontano, ma l'accelerazione delle ultime settimane è impressionante e mi auguro che finalmente qualcuno si preoccupi e non lo attribuisca alle visioni di qualche buonista di passaggio, possibilmente radical chic. È evidente che il nuovo vocabolario, e non solo, di questa compagine governativa, e in particolare del ministro Salvini, ha sdoganato umori malsani che finora erano un po' più controllati.
Sta dicendo che ora c'è qualcuno che si sente legittimato a compiere aggressioni?
Esattamente, assistiamo alle conseguenze non solo di politiche che non approvo, ma anche di linguaggi che sono volgarmente crudeli e gratuiti. Dire che i migranti sono in crociera è più di un insulto, è un'ingiuria perché sappiamo tutti cosa si lasciano alle spalle questi signori. È un liberi tutti, uno sdoganamento degli impulsi peggiori che fino a poco tempo fa c'erano ma erano più controllati.
Però Salvini nega l'emergenza e cita Mussolini, mentre per Di Maio non si tratta di razzismo.
Ognuno può raccontarsi quello che vuole e mettersi la benda sugli occhi, sta di fatto che gli episodi delle ultime settimane sono tutti, dico tutti contro persone dalla pelle scura e contro una bambina rom. Per altro sarà anche vero che tanti nemici tanto onore, come scrive il ministro Salvini, ma posso permettermi di ricordare che quella fase politica non è finita in modo brillante?
Si è passati dal "È finita la pacchia" riferito ai migranti che provano ad arrivare in Italia, alle aggressioni a chi in Italia vive e lavora.
Una volta che sdogani un tabù poi non hai più modo di controllarlo, ed è quello che sta succedendo. Se poi a questo vogliamo aggiungere l'arrivo dell'ipotetico decreto sicurezza, capisci bene dove stiamo andando.
Non si attaccano solo i migranti: nel mirino ci sono anche diritti acquisiti come le unioni civili, l'aborto...
C'è un trend reazionario, più che conservatore, sui diritti civili e gratuitamente crudele contro i migranti che serve solo a ottenere il consenso dell'opinione pubblica, ma nessun risultato politico. La miscela comincia a diventare esplosiva, se vogliamo anche per quanto riguarda la violazione dello stato di diritto. Per esempio sulla competenza dei ministeri e dei ministri. Abbiamo il vicepremier e ministro degli Interni che di volta in volta è padre di famiglia, ministro degli Esteri, delle Infrastrutture e dei porti. Spero davvero che tutto questo cominci a preoccupare qualcuno.
Di questa miscela esplosiva fa parte anche la retorica sulle legittima difesa?
Certo, la difesa di ciascuno di noi deve essere garantita dalle istituzioni, altrimenti il ministro degli Interni che ci sta a fare? Più armi circolano, più vengono usate e più incidenti ci sono.
È d'accordo con Ilvo Diamanti quando sostiene che in giro c'è voglia di un uomo forte?
Ma non è una tendenza nuova, basta pensare agli ultimi venti anni. Da Berlusconi in poi abbiamo avuto l'uomo forte o l'uomo rottamatore, cambia la volgarità e la durezza ma il concetto è quello. Dopo di che c'è questa passione tutta italiana di salire sul carro del vincitore, salvo poi che gli italiani sono anche velocissimi a scendere.
L'ex premier Paolo Gentiloni propone di creare un'alleanza per l'alternativa e tra i possibili partecipanti ha fatto anche il suo nome. La convince questa proposta?
Non so bene cosa voglia dire, quando me ne parlerà starò a sentire. In questi mesi io non ho avuto contatti con il Pd né loro con me, quindi ho fatto le mie battaglia con l'associazione Coscioni, per i diritti civili, i migranti, la giustizia. Guardi che il capitolo giustizia del famoso contratto è spaventoso. Ora cosa voglia fare il Pd non lo so, per il momento so cosa facciamo noi, cioè da una parte la campagna "L'Europa che accoglie", dall'altra cerchiamo di resistere per quello che possiamo a questa deriva. Io non sono una pessimista, ma credo veramente che la democrazia liberale, già imperfetta di suo, sia a rischio. Il tutto inserito in una fragilità europea piuttosto evidente.
Il segretario del Pd Martina propone per settembre una manifestazione contro il razzismo. Non rischia di essere troppo tardi?
Non ho capito perché a settembre, abbiamo già le infradito ai piedi e il pareo? È da un bel po' che qualcuno doveva prendere coscienza di quello sta accadendo nel Paese, perché questo borboglio sotto traccia, ma con tracce molto evidenti, viene da lontano. Penso alla Hannah Arendt de "La banalità del male": tutte le volte che lanciavo l'allarme su quanto stava accadendo mi sentivo rispondere "Eh ma cosa vuoi che sia?" Salvo che poi, di scalino in scalino, siamo arrivati a un episodio violento al giorno. Allora senza aspettare settembre forse si può fare qualcosa prima.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 31 luglio 2018
Corte di cassazione - Sentenza 30 luglio 2018 n. 36437. A seguito di un accertamento da parte della polizia giudiziaria, per contestare il reato di mancato allontanamento dal territorio italiano non è necessario produrre il decreto di espulsione emesso dal Questore. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 36437del 30 luglio 2018, accogliendo il ricorso del Procuratore generale presso la Corte di Appello di Trieste contro la decisione del locale giudice di pace che invece aveva assolto l'imputato, di origine serba, in quanto mancava "un riscontro documentale alla testimonianza dell'operante". L'ufficiale infatti aveva riferito di avere proceduto (nel marzo 2016) al controllo e all'identificazione dell'imputato che risultava colpito dal provvedimento di espulsione emesso dal Questore (nel dicembre 2015), senza però produrlo in giudizio.
Per la Suprema corte le dichiarazioni testimoniali, "purché credibili e riferite a fatti specifici di diretta cognizione, non necessitano, in vista dell'utilizzazione probatoria, di riscontri esterni perché, in assenza di specifici e riconoscibili elementi idonei a giustificare il sospetto di dichiarazioni consapevolmente false, il giudice deve presumere che il testimone abbia correttamente riferito quanto a sua effettiva conoscenza e deve limitarsi a verificare la compatibilità tra il contenuto delle dichiarazioni testimoniali e le altre risultanze probatorie". E nel caso specifico il giudice di pace non aveva espresso dubbi sulla credibilità del testimone né aveva esercitato i poteri istruttori.
La Cassazione ha così accolto il ricorso della Procura statuendo che nel giudizio di rinvio il Giudice di pace dovrà attenersi ai seguenti principi di diritto: "le dichiarazioni testimoniali dell'ufficiale di polizia giudiziaria, purché credibili e riferite a fatti specifici, non necessitano, in vista dell'utilizzazione probatoria, di riscontri". "Il giudice, qualora ritenga insufficienti gli elementi probatori acquisiti mediante la dichiarazione testimoniale dell'ufficiale di polizia giudiziaria in merito all'esistenza di un fatto giuridico - presupposto all'oggetto dell'accertamento - del quale l'operante abbia avuto conoscenza per ragioni di ufficio, ha il dovere di esplicitare le ragioni per le quali ritenga di non procedere ai sensi dell'art. 507 c.p.p., in quanto il potere di disporre anche d'ufficio l'assunzione di nuovi mezzi di prova rientra nel compito del giudice di accertare la verità ed ha la funzione di supplire all'inerzia delle parti o a carenze probatorie, quando le stesse incidono in maniera determinante sulla formazione del convincimento e sul risultato del giudizio".
cronachedellacampania.it, 31 luglio 2018
È morto nell'ospedale di Belcolle dopo una settimana di coma il detenuto 21enne recluso nel carcere di Viterbo che sette giorni fa aveva tentato il suicidio. Il giovane, che doveva scontare ancora solo 40 giorni di pena - secondo quanto riferisce il garante per i detenuti del Lazio Stefano Anastasia - si era impiccato un'ora dopo essere stato posto in isolamento.
"Aumentano gli episodi violenti all'interno delle carceri italiane e con il regime penitenziario aperto e la vigilanza dinamica, ossia con controlli ridotti della Polizia Penitenziaria, la situazione si è ulteriormente aggravata".
È quanto afferma il Sappe, sindacato autonomo polizia penitenziaria. Per il Sappe, "questo è un dato oggettivo, nonostante le false rassicurazioni di Antigone, che ha presentato oggi a Roma il suo rapporto sulle condizioni di detenzione nella prima metà dell'anno. La situazione si è notevolmente aggravata, rispetto agli anni precedenti".
di Angela Balenzano
Corriere del Mezzogiorno, 31 luglio 2018
Sovraffollamento e pochi agenti della polizia penitenziaria. È l'allarme lanciato dal sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) per i numeri da record delle carceri. Dai dati emerge che la Puglia è la regione più sovraffollata con un indice che arriva a quasi il 60 per cento a fronte della media nazionale che non supera il 25 per cento rendendo le carceri insicure.
Sovraffollamento e poliziotti penitenziari in numero inferiore rispetto alle necessità. La Puglia "è la regione col maggior numero di detenuti (in proporzione, ndr) con un indice che arriva a quasi il 60 per cento a fronte di una media nazionale che non supera il 25 per cento".
La denuncia arriva dal Sindacato autonomo della polizia penitenziaria (Sappe) che sottolinea i "numeri estremamente preoccupanti nelle carceri pugliesi". I detenuti sono 3.600 a fronte dei 2.300 posti disponibili, mentre i poliziotti penitenziari da un organico di circa 2.400 agenti è sceso a non più di 1.900. La capienza regolamentare del penitenziario di Bari - stando ai dati forniti dal Sappe - è di 265 detenuti e allo stato attuale ne sono presenti 402; Brindisi ha una capienza di 120 detenuti ma ce ne sono 212; a Foggia ci sono 502 posti a fronte dei 365 posti a disposizione; a Lecce 1.040 su una capienza di 610; a Taranto 589 su 306 posti; Trani ha una capienza di 227 detenuti a fronte dei 331, a Turi 109 presenze su 99; a San Severo 94 su 65; a Lucera, 138 su 137 (qui ci sono dei lavori in corso) e infine Altamura che conta 86 presenze sulle 52 disponibili.
"Tutto ciò si traduce in carceri sempre meno presidiati nelle ore serali e notturne - spiega Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe - con pochi poliziotti che gestiscono centinaia di detenuti in condizioni di insicurezza sia per la loro incolumità che per le carceri". Nei giorni scorsi è stata sventata un'evasione dal carcere di Foggia quando un extracomunitario è riuscito a scavalcare la recinzione dell'area "passeggi" e ha tentato di raggiungere il muro perimetrale del carcere utilizzando alcuni fili elettrici dei lampioni ormai spezzati.
Lunedì scorso invece presso il carcere di Bari un trentenne con problemi psichiatrici (detenuto per furto) dopo il ricovero di circa 3 mesi nel Policlinico ha aggredito violentemente due poliziotti durante l'ora d'aria mandandoli entrambi in ospedale. "I carichi di lavoro per gli agenti penitenziari spiega ancora Pilagatti - sono massacranti per i poliziotti perché da soli occupano più posti di servizio contemporaneamente, gestendo centinaia di detenuti con patologie contagiose come epatiti, scabbia, hiv, tbc.
Per non parlare - aggiunge ancora - dell'invasione degli ultimi anni dei detenuti con patologie psichiatriche che vengono messi nelle celle insieme ad altri detenuti, senza un'adeguata assistenza specializzata. Questi detenuti negli ultimi due anni hanno spedito all'ospedale 50 agenti".
Altra emergenza nelle carceri è l'assistenza sanitaria ai detenuti "per cui vengono spese molte risorse nella gestione dei detenuti con risultati molto scadenti". Nei giorni scorsi il Sappe ha polemizzato contro di vertici dell'Asl Bari "per lo spreco di denaro e risorse nella gestione dei detenuti del capoluogo di regione".
Infine il Sappe pone l'accento sulle strutture carcerarie. "Sono stati spesi decine di milioni di euro per fare tre nuove sezioni da 200 posti l'una a Trani, Lecce e Taranto per poi lasciare senza manutenzione altre strutture che sono diventate fatiscenti e invivibili come la sezione blu di Trani che dovrebbe essere chiusa dall'Asl ma che invece rimane operativa".
di Enrico Bellavia
La Repubblica, 31 luglio 2018
Dopo giardini e parchi ora anche le buche. Una task force di cento detenuti a bassa pericolosità, con pene ridotte e ancora poco da scontare, si occuperà delle disastrate strade cittadine mentre i municipi arrancano in un piano di ripristino lontano dal regalare un asfalto senza fossi, avvallamenti, radici, sporgenti, bitume corroso o sfaldato.
Il piano di utilizzo dei reclusi è già pronto, manca solo l'ufficializzazione al ministero della Giustizia, ma è questione di ore. Accadrà alla firma del protocollo d'intesa tra il Dap, il dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e Autostrade per l'Italia che renderà operativi i corsi di formazione. Si tratta di una preparazione intensiva della durata di due mesi che in autunno, già ai primi di ottobre, renderà operativi i nuovi manutentori. Autostrade ci mette l'esperienza, i mezzi, e l'asfalto "a caldo", sottolineano con una punta di malizia gli esperti, visto il flop delle colate a freddo, buone a dare l'illusione del rattoppo che va via alle prime piogge. E sempre Autostrade fornirà l'equipaggiamento per gli operai. Tute a prova di incidenti provocati dall'uso di materiale ad altissima temperatura.
Sarà poi l'amministrazione comunale di Roma a disporre di queste squadre, da utilizzare o in affiancamento alle ditte che si occupano già di alcuni tratti o per aggredire zone ancora non coperte dal servizio di manutenzione delle strade. Se il provvedimento non incontrerà ostacoli nella fase di esecuzione, il Campidoglio dovrebbe così disporre di cento uomini già addestrati e a costo zero per la manutenzione delle strade.
Una sorta di assisi giunto in pieno idillio istituzionale tra Raggi e governo nazionale ma che ha le premesse tutte durante il precedente governo. Fu con Andrea Orlando alla Giustizia che il Dap, allora guidato da Santi Consolo che è stato immaginato e si è realizzato il progetto giardini, pensando già alle strade. Cambiati gli uomini, con Alfonso Bonafede in via Arenula e Francesco Basentini al Dap, il plano per l'utilizzo dei detenuti come operai è andato avanti senza interruzioni. Gli inconvenienti vengono semmai dall'impatto dei piani sulle incrostazioni degli uffici comunali. Il servizio Giardini, per esempio, digerì male l'arrivo dei reclusi giardinieri, pronto a mettere a nudo, inconsapevolmente, le inefficienze di un settore che al pari di quello delle manutenzioni stradali, è stato terreno di scorrerie per cooperative legate a doppio filo alla politica e alla malavita.
Per questo negli uffici del ministero, chi lavora al progetto di reimpiego dei detenuti con l'ambizione di realizzare "dal basso" una piccola rivoluzione nel sistema dell'espiazione della pena, fa i debiti scongiuri sul successo anche di questa iniziativa e resta nell'ombra. "Gli interessi in ballo sono tanti - spiegano senza svelarsi - "che i personalismi in questo ambiente si pagano". "Andiamo a scardinare - proseguono -un sistema consolidato: c'è chi lavora poco e non ha voglia che altri lo meritano a nudo. E c'è chi in passato ha lucrato con il sistema degli affidamenti esterni dei servizi".
Già perché non è solo questione di emergenza ma di ribaltamento di fronti. Qui non sono gli ex detenuti riuniti in cooperative finanziate a rimboccarsi le maniche, ma detenuti con la pena ancora da scontare, guidati dallo stesso ministero e dalle sue articolazioni a lavorare per il pubblico e praticamente senza costi aggiuntivi. A questo servono le convenzioni. Il servizio giardini, pur con qualche riluttanza, ha dovuto fornire alcuni mezzi più impegnativi come i decespugliatoli, qui Autostrade metterà a disposizione la materia prima e i mezzi per il trasporto, oltre all'abbigliamento.
Il protocollo giardini è già stato esteso ad altre città e dopo Roma è stata già siglata un'intesa analoga anche a Palermo. Ora la capitale torna a fare da apripista in nome di un'emergenza che ha già valicato i confini di notorietà nazionale, autorizzando cronache e ironie anche dei media stranieri.
In via Arenula, più con la cautela dei ministeriali, serpeggia un certo ottimismo che un po' se ne infischia delle convenienze della politica e un po' le sfida. "Qui - confidano - non si tratta solo di mettere al lavoro i detenuti che è già una cosa sacrosanta per stemperare le tensioni nelle carceri, ma immaginarsi un modello diverso. Far produrre i detenuti, formandoli, è dargli ima possibilità. Soprattutto per chi ha da scontare ancora poco".
Lavori forzati? "Non è questo lo spirito. C'è una convenienza economica anche per loro. In futuro gli si potrebbero abbuonare le spese di giustizia che si dovrebbero esigere da tutti e che la gran parte non paga. Anche se trova un lavoro, preferisce restare in nero per evitare di restituire la retta della detenzione".
La Repubblica, 31 luglio 2018
Fa discutere l'intervista rilasciata dalla regina del noir al quotidiano "Libero". E sulla discrezionalità dei giudici un altro affondo: "Non capisco la differenza delle sentenze su casi molto simili".
Franca Leosini, la signora del noir, instancabile intervistatrice di mostri e serial killer, ideatrice e conduttrice della trasmissione cult Storie Maledette, sulla legittima difesa non ha dubbi. Intervistata dal quotidiano "Libero", su uno degli argomenti più caldi delle ultime settimane ha risposto: "È una questione controversa. Premetto che avere armi da fuoco in casa è sempre pericoloso (anche se gli omicidi avvengono con le forbici, o i coltelli...).
Ma credo che chi si ritrovi un ladro in casa e spari, abbia il diritto di farlo, specie se in pericolo di vita. E l'idea che chi ha sparato per difendersi possa essere processato per omicidio, mi terrorizza. Certo, se il ladro scappa e gli spari alle spalle cambia tutto. Ma in genere mi inquieta la discrezionalità del giudice".
Una posizione, ha spiegato Franca Leosini nell'intervista, maturata soprattutto nei suoi tanti anni di carriera è quella sulla discrezionalità dei giudici. "Mi inquieta", spiega. "Nei 24 anni di Storie Maledette mi ha colpito la disparità di valutazione dei giudici a parità di reato".
Un esempio? "È vero che i crimini non sono mai sovrapponibili, però non capisco perché a Parolisi, che ha ucciso la moglie con 29 coltellate, hanno ridotto la pena a 18 anni, mentre a Cosima e Sabrina Misseri, che hanno ucciso Sarah Scazzi senza premeditazione né vilipendio di cadavere, sia stato dato l'ergastolo". Ovviamente le parole della giornalista sono subito rimbalzate nei social accendendo il dibattito - ma spesso è molto più che uno scontro - fra giustizialisti e contrari in ogni caso alla difesa fai-da-te.
di Filippo Tommaso Ceriani
La Provincia di Sondrio, 31 luglio 2018
"Non c'è santo senza passato, non c'è peccatore senza futuro". Con questa frase di papa Francesco ha concluso mercoledì sera un interessante dibattito Stefania Mussio, direttrice della Casa Circondariale di Sondrio, al centro polifunzionale "Tec de tucc" di Torre di Santa Maria sulla funzione del carcere oggi.
Il gruppo Aido Valmalenco, grazie al presidente Giorgio Nana, ha voluto invitare la direttrice per far conoscere sia la pasta senza glutine "1908", prodotta nel pastificio all'interno del penitenziario, che le attività di rieducazione messe in atto dal carcere. In rappresentanza della Comunità pastorale della Valmalenco hanno portato i saluti i due collaboratori, don Mariano Margnelli e don Andrea Del Giorgio, mentre per il comune di Torre è intervenuto il sindaco Mauro Decio Cometti.
Non poteva mancare alla serata anche il cappellano, don Ferruccio Citterio, che ancora una volta la direttrice ha voluto ringraziare pubblicamente per l'impegno e il supporto nei confronti dei detenuti e di tutta la realtà penitenziaria. La testimonianza, dal titolo "Carcere: quale futuro", ha avuto luogo al termine della cena con la pasta "1908".
Pasta di cui Mussio più volte ha fatto riferimento nella sua relazione, ricordandola come un esempio molto positivo di recupero delle persone detenute. "Questa sera sono qui per assolvere ad uno dei miei incarichi, previsti dal codice penitenziario, ossia far conoscere il mio lavoro e la realtà in cui opero" ha dichiarato la direttrice, aggiungendo che due sono le parole più importanti da mettere in gioco nel suo lavoro: differenziazione e individualizzazione.
A questo proposito ha ricordato la Legge sull'Ordinamento Penitenziario del 1975, nello specifico l'articolo 1, che sottolinea l'importanza di chiamare i detenuti per nome perché sono persone e non numeri, facendo così riferimento ad uno stereotipo molto comune nei film, specialmente americani, quando la guardia penitenziaria chiama il recluso per il momento del colloquio. La direttrice ha quindi spiegato ai presenti quanto sia importante, all'interno di un ambiente così complesso quale è il carcere, il concetto di individualizzazione: "non tutti sono dentro per lo stesso motivo, ogni storia, nella sua particolarità, è differente dalle altre".
L'intervento della direttrice Mussio mercoledì scorso ha permesso a diverse persone di conoscere la realtà della Casa Circondariale, obiettivo su cui l'Europa sta spingendo molto. "Visto che l'Unione Europea ribadisce che "il carcere ha senso se è coinvolta la comunità locale", anche a Sondrio ci diamo da fare perché il carcere non sia più soltanto un edificio, ma un luogo per il reinserimento delle persone detenute nel mondo del lavoro".
Stefania Mussio ha quindi ringraziato i tanti enti, imprese e associazioni di volontariato, che contribuiscono e si fanno carico delle necessità di questa realtà. Dall'arrivo in città di Mussio, che ha ricordato di essere "il primo direttore stabile (e non reggente) del carcere di Sondrio in 110 anni", in Casa Circondariale sono state molte le iniziative intraprese.
"A quattro mesi dal mio arrivo - ha ricordato - il carcere di Sondrio ha aperto le porte a 150 persone in una serata con l'Accademia del Pizzocchero di Teglio". Quindi, fin da subito, Mussio ha voluto concludere i lavori già avviati dalle precedenti direzioni, sistemando e convertendo diverse stanze inizialmente pensate per altro uso ("luoghi con molte postazioni computer, ma nell'istituto non c'è la rete").
La biblioteca dell'istituto, inaugurata lo scorso anno alla presenza di Andrea Vitali, ha ricevuto tantissime donazioni di libri e facendo riferimento alla frase di don Milani "Ogni parola non imparata oggi è un calcio in culo domani" che campeggia sopra gli scaffali delle librerie, la direttrice ha ricordato anche l'importanza dei corsi scolastici con i docenti del Cpia, il centro di istruzione per adulti.
Molto orgogliosa, poi, la direttrice Stefania Mussio della "stanza della familiarità", l'ultimo spazio del carcere in ordine cronologico sistemato: questo locale, caldo e accogliente, per le visite dei figli dei detenuti, è stato realizzato - ha ricordato Mussio - grazie alla grande generosità di molti, come il falegname che ha regalato il parquet o la sarta che ha cucito le tende. E come dimenticare l'inaugurazione della palestra insieme a molti sportivi valtellinesi o la convenzione con il comune di Sondrio che prevede l'uscita tutti i giorni di due detenuti, muniti di biciclette e mezzi di lavoro, che sistemano le aree verdi del capoluogo.
di Eleonora Voltolina
linkiesta.it, 31 luglio 2018
Ormai è un culto: il suo italiano barocco e autocompiaciuto, i suoi dettagli pecorecci, il suo distacco ironico da storie tragiche: c'è chi la adora, fino a farne un oggetto di culto. Ma siamo sicuri non sia solo vanagloria? Se le stesse cose uscissero dalle bocche di Matteo Salvini o Vittorio Feltri, sarebbe roba da "seminatori d'odio" o beceri sessisti. Se le dice - come ha fatto - Franca Leosini, sono cool. Perché lei è donna, ha proprietà di linguaggio, ha la messa in piega perfetta ed è oggetto di un culto cieco e adorante.
Ogni volta che la "Signora Omicidi" va in onda con Storie Maledette su Raitre, Twitter impazzisce; i "Leosiners" sbavano per il suo italiano barocco, per "gli ardori lombari", i "questuante dell'amore", godono quando umilia e ridicolizza gli intervistati, e va anche bene perché sono degli omicidi e avanzi di galera; chissà se apprezzano anche il Leosini-pensiero su faccende politiche, come quelle trattate nell'intervista che la loro eroina ha rilasciato a Libero sulla legittima difesa. "Credo che chi si ritrovi un ladro in casa e spari, abbia il diritto di farlo - risponde - specie se in pericolo di vita. E l' idea che chi ha sparato per difendersi possa essere processato per omicidio, mi terrorizza. Certo, se il ladro scappa e gli spari alle spalle cambia tutto. Ma in genere mi inquieta la discrezionalità del giudice".
Se l'avesse detto Salvini, ci sarebbe la fila dei Saviano, Cecilia Strada, e Rolling Stone pronti a urlare allo scandalo. Ma se lo dice Franca è figo. È pur sempre una conduttrice della Rai e, nonostante sia normale sentirsi il Padreterno dopo tanta adulazione, dovrebbe limitare i suoi interventi su questioni politiche.
La conduttrice di Storie Maledette, 69 anni, laurea in filologia romanza, un marito finanziere e due figli, non risparmia nell'intervista particolari morbosi e pecorecci, anzi proprio pornografici, che ha trattato in tv. Parlando del delitto di Avetrana, ricorda la sua memorabile puntata, dettagli zozzi che hanno nutrito il mito-Leosini: "Quando penso al ragazzo di Sabrina Misseri, Ivano, che fa sesso, io vedo proprio il sedere che fa tuc tuc, e la parola evocata è "ardori lombari". Per spiegare il lieve sfaldamento epiteliale - scusa la brutalità - nella vagina di Meredith Kercher ho usato "dito birichino" riferito a Guede, che è diventato virale".
Ora. Se Vittorio Feltri parla di "leccatine" di Harvey Weinstein ad Asia Argento è uno schifoso e merita orde di attiviste che urlano #metoo; invece quella di Franca è letteratura. Se un quotidiano racconta i dettagli violenti e raccapriccianti (contenuti nei verbali della polizia) dello stupro di gruppo Rimini, interviene l'Ordine dei giornalisti contro il cronista e il direttore della testata; se la Leosini parla della vagina di una ragazza morta, vince un Oscar della tv e un'altra mezza dozzina di premi. Punti di vista.
Non so voi, ma io vedo l'orrore nel fare dell'ironia su casi di omicidi in cui ci sono famiglie distrutte e minorenni stuprate e uccise. Perché Franca cerca la risatina del pubblico, e nemmeno lo nasconde, quando si trova davanti a Sabrina Misseri, in carcere per l'omicidio di Avetrana, che dice di aver studiato ed essersi diplomata come estetista e la Leosini ribatte: "Adesso anche per spremere un foruncolo sembra che ci voglia un master". Immaginiamo se l'avesse detto Barbara d'Urso, accusata (giustamente, eh) in ogni occasione di fare tv del dolore. Non vedo cosa ci sia di eccitante (per i fan) quando a Luca Varani, l'avvocato che ha fatto sfregiare in volto la sua ex, Lucia Annibali, domanda: "Le leggerò una poesia di Wislawa Szymborska, conosce?". E sfodera un sorriso compiaciuto quando lui risponde "no". O fare battute alla Selvaggia Lucarelli quando il contesto non lo consiglierebbe: "Ivano è talmente bello che Brad Pitt al confronto sembra un bipede sgualcito". A cosa serve?
Ma Franca può tutto, perché va su Raitre, fa tv di qualità, lavora 10 ore al giorno e ai detenuti, per invitarli in trasmissione, scrive lettere di suo pugno e non email mandate al computer. "Quando scrivo ai miei interlocutori (non li chiamo "detenuti") per chiedere l'intervista, ogni lettera è manoscritta e sulla busta ometto la parola "carcere" o "casa circondariale"; il pc è freddo, e l' interlocuzione è empatia, è una questione di rispetto".
Franca è ormai un'icona intoccabile. Non nasconde più quanto si piace, quanto pettini l'ego a ogni ghirigoro lessicale, a ogni "inforcamento di mutanda". "Io le parole non le uso, le posseggo. Sono state fatte anche tesi di laurea sul mio lessico", gongola. Dobbiamo dare ragione alla non sempre simpatica Roberta Bruzzone, che parlando della Leosini ha afferrato il punto: "Dopo il "ditino birichino" di Rudy Guede, mi aspettavo una maggiore sobrietà. Alcuni passaggi e alcune scelte lessicali le ho trovate discutibili, considerato che è morta una ragazzina di 15 anni". E riguardo al faccia a faccia con Sabrina Misseri: "Perché andare a sbandierare una cultura che questa persona non ha? Perché metterla in difficoltà? Qual è l'obiettivo?".
Vantarsi non è molto elegante. Chi la paragona a una Lady Violet di Downton Abbey versione partenopea, smorzi gli entusiasmi.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Per più motivi: perché il provvedimento di cui parlo solleva, effettivamente, questioni di giustizia; perché, in particolare, propone un'idea della stessa giustizia fortemente deformata e sostanzialmente autoritaria. E perché, infine, a motivare un mio atteggiamento sufficientemente disinteressato c'è la convinzione che la pensione degli ex senatori (e io sono un ex senatore) assai difficilmente verrà ricalcolata ed è altrettanto probabile che - per il demenziale meccanismo del ricalcolo proposto - io potrei rientrare tra coloro che ne risulteranno addirittura avvantaggiati (!). In ogni caso, sono un privilegiato e, di conseguenza, non dirò alcuna ulteriore parola sulla mia vicenda personale.
Voglio parlare, piuttosto, di quella di Franco Grillini, nato a Pianoro (Bologna), 63 anni fa, parlamentare per due legislature (dal 2001 al 2008). Grillini ha avuto un ruolo assai rilevante nella storia culturale e politica del nostro paese. È stato il primo esponente pubblico dichiaratamente omosessuale, ed è stato capace di fare della propria condizione una risorsa di dignità personale e di promozione collettiva. Oggi dice: "Col taglio della pensione io, affetto da tumore, non potrò più avere l'assistenza, che fino a oggi mi pagavo. Sia ben chiaro, come tutti i cittadini. Ma io ho seguito le leggi e, così come tanti altri, non ho pensato a crearmi delle garanzie alternative". La condizione e la parola di Franco Grillini spiegano forse meglio di qualunque altro esempio cosa sia davvero il giustizialismo. Ascoltiamolo ancora: "Passerò il tempo che mi resta a fare ricorsi, che potranno durare anche dieci anni. Chissà se ci arriverò".
Quale idea di giustizia comunque intesa o malintesa potrebbe giustificare la riduzione della pensione per Grillini? E quale vantaggio, da quel taglio e dal taglio delle pensioni dei suoi colleghi, riceveranno le miserabili pensioni e pensioni sociali di tanti italiani? Come si vede, sorvolo sulle ragioni storiche e giuridiche della indennità e della pensione dei parlamentari, perché davvero non voglio entrare nel merito dell'opportunità o meno di questi tagli nella loro dimensione generale. E proprio perché vi sono direttamente coinvolto. Tuttavia non posso non sottolineare come la tanta foga e la tanta furia oggi dispiegate contro "la casta" si concentrino, in via esclusiva, sulle pensioni degli ex parlamentari. E non una riga e non un'invettiva (e non una deliberazione della presidenza di Camera o Senato) si proponga di ridurre gli stipendi degli attuali deputati e senatori.
La ragione, nella sua elementare evidenza, appare strepitosa: i parlamentari decidono del destino (del reddito) degli ex e non vogliono decidere del destino (del reddito) di sé stessi. E questo è già un dato assai interessante di sociologia della politica. Ma dietro tutto ciò, va da sé, si profila quel rancore sociale che è l'autentico e più diffuso senso comune del nostro tempo. In altre parole mi sembra che tutte le energie e tutti i sentimenti, le passioni e le aspirazioni, la domanda di equità e quella di redistribuzione del reddito e del potere finiscano con il concentrarsi in un bisogno di giustizia interamente volto all'indietro. Regressivo e repressivo. Viene alla mente quella massima evangelica dove la Provvidenza "rovescia i potenti e innalza gli umili" (Lc 1,52), ma in una versione oscenamente mutila.
Nel clima attuale i potenti (gli ex potenti) seppure non vengono rovesciati vanno umiliati e mortificati. Ma a questo sembra limitarsi l'equità sociale che sarebbe propiziata dalla volontà divina o da una rivoluzione dal basso o da una politica di egualitarismo imposta autoritativamente. In questo modello di relazioni sociali, la giustizia sta solo in quell'arretramento generalizzato. E in quel processo di livellamento verso il basso. È questo il solo fine perseguito e l'unico obiettivo di equità prospettato. Ancora è questa, a ben vedere, la radice più profonda e l'interpretazione più vera del giustizialismo: una volontà di rivalsa, che prevede sanzioni uguali al fine di una perequazione obbligata e non di una libera competizione per l'eguaglianza capace di "innalzare". Emancipare, cioè. Un giustizialismo di governo e per questo ancora più odioso.









