di Andrea Alberizia
ravennaedintorni.it, 30 luglio 2018
Più di ottanta detenuti, metà stranieri, età media circa 35 anni. Celle aperte 10 ore al giorno, una telefonata da 10 minuti a settimana. Spaccio e rapine i reati più frequenti. Per aprire il cancello ci vuole una chiave lunga così, che sta appesa alla bacheca della piccola guardiola, talmente grossa che non abbisogna di portachiavi: l'agente di turno la fa girare nella toppa e il rumore metallico è proprio quello che hai in testa se hai visto almeno un film con una scena in carcere. Siamo entrati nella casa circondariale di Port'Aurea il 20 luglio scorso, accolti da Carmela De Lorenzo, direttrice dal 2009 dopo otto anni nelle vesti di vice.
Spaccio e rapine. Il giorno della nostra visita erano detenuti 85 uomini (in Romagna l'unica sezione femminile è a Forlì) di cui 57 stranieri (67 percento) suddivisi nella quasi totalità fra albanesi, tunisini e marocchini. "Il totale dei carcerati, la percentuale di stranieri e le loro nazionalità sono in buona sostanza delle costanti da ormai qualche anno", spiega De Lorenzo. Sono lontani i tempi in cui, nella stessa struttura, le presenze sfioravano quasi il doppio mettendo tre detenuti per cella invece dei due di oggi. La suddivisione in base alle pendenze con la giustizia dice che 46 sono imputati in attesa di giudizio, 19 stanno scontando una pena definitiva (droga, rapine e furti) e gli altri sono nel mezzo. Circa la metà ha o ha avuto problemi di abuso di stupefacenti.
Il nonno di tutti. Ad alzare l'età media attorno ai 35 anni c'è sicuramente quello che ormai è diventato il nonno di tutti, un 85enne che tre anni fa a Lugo uccise la moglie. Per lui fine pena nel 2021. Vista l'età potrebbe beneficiare immediatamente della detenzione domiciliare a casa di un familiare o di una struttura di accoglienza: nel primo caso non c'è nessuno disponibile e nel secondo è l'uomo a non voler andare. E così ha trovato la sua dimensione in cella.
La struttura. Le camere detentive - dicitura ufficiale per le celle - sono distribuite su tre piani, ognuna di 13-14 mq con due letti a castello, due armadietti, un tavolino, una tv e un lavandino con water separati da una porticina. Ogni piano ha quattro postazioni doccia. "Per legge le porte delle celle devono restare aperte non meno di otto ore al giorno - dice la direttrice -. A Ravenna si aprono alle 8.30 e si chiudono alle 18.30, durante le dieci ore i detenuti possono muoversi all'interno della propria sezione. E dalle 9 alle 11.30 e dalle 13 alle 15.30 possono occupare gli spazi esterni di passeggio". Le porte delle celle vengono chiuse nei momenti di distribuzione pasti e al cambio di ogni turno degli agenti di polizia penitenziaria quando si svolgono le procedure di conta e battitura: vengono contati i presenti e si fa sbattere un oggetto metallico sulle sbarre per verificarne l'integrità.
La macchina organizzativa. Per mandare avanti la struttura sono impiegate circa ottanta persone: una cinquantina di agenti di polizia penitenziaria per coprire tre turni giornalieri, una decina tra amministrazione e contabilità, otto fra medici e infermieri dipendenti dell'Ausl per l'assistenza sanitaria interna (a cui si aggiungono gli specialisti psicologo, psichiatra, dermatologo, infettivologo che intervengono solo con cadenze fissate).
Un conto corrente per ogni carcerato. Chi viene arrestato e portato in carcere viene perquisito e lascia tutti gli effetti personali in custodia, varcando il cancello solo con i propri abiti. Nessuna divisa uguale per tutti: "Cose da film", dice la direttrice. Poi visita medica immediata (una seconda viene fatta entro le 24 ore) e colloquio con uno dei due educatori: "Serve per raccogliere informazioni sulla persona e sulle sue esigenze - spiega De Lorenzo - e al tempo stesso gli viene spiegato il regolamento interno e viene assistito se vuole compilare la domanda per l'attività domestica: per lo più si tratta di attività di manutenzione ordinaria del fabbricato, cucina e pulizie. Mansioni che vengono retribuite". Anche per questo motivo per ogni detenuto viene aperto un conto corrente: "Viene usato per accreditare le retribuzioni dei lavori oppure le famiglie possono versare soldi che servono al detenuto per fare la spesa facendo gli ordini nei giorni stabiliti o pagare le telefonate".
Se telefonando. Il telefono è sempre a disposizione dei detenuti ma ognuno ha una tessera magnetica con il proprio numero di matricola su cui viene caricato il credito e permette di chiamare un solo unico numero per raggiungere un familiare per una chiamata a settimana di al massimo dieci minuti e poi la linea cade. Ogni detenuto ha poi diritto a sei ore di colloquio al mese: "Abbiamo una sala con sette postazioni sorvegliate da un agente. Gli incontri di un'ora vanno prenotati al telefono dall'esterno. Nel periodo estivo abbiamo allestito un piccolo spazio all'aperto con un gazebo. In entrambi i contesti abbiamo anche un piccolo angolo con qualche gioco per i genitori che vogliono incontrare i figli".
Casa circondariale: pene fino a 5 anni - Il carcere, o istituto penitenziario, nell'ordinamento giuridico italiano, è la sede in cui sono detenuti i condannati ad una pena detentiva (ergastolo, reclusione o arresto), nonché i destinatari di misure cautelari personali coercitive (custodia cautelare in carcere) o di misure pre-cautelari (arresto in flagranza di reato). Si può distinguere tra: casa circondariale (come quella di Ravenna), in cui sono detenute le persone in attesa di giudizio e quelle condannate a pene inferiori ai cinque anni, o con un residuo di pena inferiore ai cinque anni; casa di reclusione, in cui sono detenuti coloro che abbiano riportato una condanna definitivi ad una pena non inferiore ai cinque anni; carcere speciale, in cui sono reclusi i condannati per delitti di criminalità organizzata.
di Federico Capurso e Franco Grignetti
La Stampa, 30 luglio 2018
Il ministro dell'Interno velocizza le procedure. La sindaca di Roma: garantire alternative. È un problema che si trascina da tempo e che rischia di diventare deflgrante: in Italia si stima che ci siano 48mila appartamenti occupati abusivamente (restando alle case popolari). A volte c'è dietro la criminalità, altre volte semplici furbetti. Ora il ministro Matteo Salvini annuncia un'accelerazione degli sgomberi: "La proprietà privata è un diritto intangibile".
E anche se il tema era già nel contratto del governo gialloverde ("È necessario velocizzare le procedure di sgombero attraverso l'azione ferma e tempestiva qualora non sussistano le condizioni di necessità certificate"), si rischia di innescare l'ennesima frizione con i grillini, specie l'ala più di sinistra.
Già si sentono i primi scricchiolii. Dal Campidoglio, ad esempio, emerge la posizione della sindaca Raggi: il Comune è per la legalità, ma sia componente maggioritaria nella decisione i diritti umani e le fragilità. "Dobbiamo evitare uno sgombero senza che ci sia una alternativa abitativa. Piuttosto meglio aspettare". Per evitare che ci sia un bis dello sgombero violento di piazza Indipendenza, si cercherà sempre più il coordinamento con la prefettura.
Gli effetti - Già questa settimana si dovrebbero vedere i primi effetti delle direttive politiche di Salvini con una circolare alle prefetture. Marco Minniti aveva voluto subordinare il pugno duro allo spirito solidaristico (in pratica, non si sgombera se prima un Comune non è in grado di garantire un alloggio alternativo). Salvini, invece, forte della sentenza della Corte europea dei diritti sui rom del camping occupato, proprio quella che tanto lo aveva irritato, è pronto a inserire la frasetta "ove possibile" davanti all'obbligo di assistenza. E quindi, "ove possibile" si darà un letto agli sgomberati. E se si farà uno sforzo in più per i casi più vulnerabili, cioè per donne e bambini, gli altri si arrangino.
Un problema enorme. Clamoroso è il caso delle occupazioni di Ostia, guidate dal clan Spada. A Milano, il racket controlla le case di Niguarda. A Palermo, sono occupati abusivamente 4000 appartamenti al quartiere Zen. Migliaia le occupazioni abusive anche a Napoli. Il sintomo di un enorme disagio sociale, un segno della crescente povertà, ma anche l'effetto della poderosa spallata dell'immigrazione clandestina. Per questi ultimi, il programma del governo non lascia adito a speranze. "Gli occupanti abusivi stranieri irregolari vanno rimpatriati".
Finora invece aveva prevalso la politica del rinvio. "Un grande rimpallo di competenze, al limite dello scaricabarile", protesta Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia. "Forse ora si cambia marcia. Noi ci speriamo".
Le sentenze. A cambiare la carte in tavola, il tribunale civile di Roma ha appena condannato il ministero a risarcire un privato per 28 milioni di euro, effetto dei danni di una lunga occupazione. Un altro caso è del dicembre scorso: altri 15 milioni di euro da sborsare. Sentenze che rischiano di dissanguare le casse del ministero.
qdmnotizie.it, 30 luglio 2018
Uno scritto può permettere di uscire dalle proprie "quattro mura" per incontrarsi. Questo è il progetto realizzato da alcuni detenuti del carcere di Montacuto di Ancona con gli alunni delle classi prime della scuola secondaria di primo grado Lorenzini e le classi quinte delle primarie Cappannini e Collodi dell'Istituto Comprensivo San Francesco di Jesi.
"Sono architetture - dichiarano le insegnanti - che abbattono virtualmente le loro barriere e diventano luoghi per scambiarsi idee, per conoscere l'altro, per arricchire e sviluppare nuovi modi di relazione, per accettare il diverso e crescere proiettandosi avanti liberi nelle idee e sgombri da pregiudizi"
Un carcere e una scuola, luoghi che insegnano e segnano la vita. Uomini reclusi che scrivono un libro, "Fiabe in libertà" in cui raccontano di un lupo bianco che liberano dalla sua vita accidentata. Bambini che, con l'aiuto delle loro insegnanti, leggono la fiaba, la modificano facendola propria, cambiando i sentieri che il lupo percorre, che cade e poi si rialza.
Un viaggio, quello del lupo, che rappresenta un'esperienza di vita reale che si trasforma in un percorso di crescita. L'errore e la stessa pena possono e devono essere superati e non stigmatizzati, il tragitto non è sempre semplice, ma ci si rialza aiutandosi e aiutando.
Le porte si sono aperte il 17 giugno quando alcune insegnanti coinvolte nel progetto sono state ricevute dalla direttrice del carcere, Santa Lebboroni e da alcuni suoi collaboratori presso la sede di Montacuto. L'occasione è stata il momento per un confronto, per presentare i lavori realizzati dai bambini e dai ragazzi all'interno dei Progetti di Lettura e Continuità, poi raccolti in un libro che è stato donato alla direttrice che ha espresso grande soddisfazione per l'attività svolta.
di Luca Ricolfi*
Il Mattino, 30 luglio 2018
A giudicare dalla crisi di "appellite" in corso da qualche tempo, sembrano possibili due sole posizioni. L'"appellite" è quella che da qualche tempo ha colto diversi personaggi pubblici, con particolare veemenza nel mondo degli scrittori (Veronesi, Saviano, finalisti Strega). E sembrerebbe, appunto, che in Italia siano possibili solo due posizioni.
Da una parte i sinceri democratici, preoccupati dell'involuzione "autoritaria, xenofoba e razzista" degli italiani, nonché decisi a schierarsi dalla parte del Bene. Dall'altra parte tutti gli altri, che ignorano gli appelli dei maestri di virtù per viltà, ignavia, opportunismo, o semplicemente in quanto popolo rozzo e insensibile, stregato dalla propaganda leghista. Eppure, a quanti non hanno deciso di rinunciare completamente a usare la ragione, dovrebbe essere chiaro che, per chi deve governare l'Italia, non ci sono - in materia di immigrazione - due sole opzioni, di cui una feroce e l'altra umana.
No, purtroppo per chi deve decidere, ieri come oggi, ci sono solo alternative tragiche. La scelta non è fra il bene e il male, ma fra due (e forse anche più di due) differenti specie di male. Ecco perché, a mio modo di vedere, il primo dovere di chi studia e di chi informa non è quello di schierarsi risolutamente a favore di uno dei due mali, ma quello di raccontare il lato oscuro di ogni scelta, quel lato che, proprio perché occulta una tragedia, i politici si ostinano a non vedere, ma soprattutto a non dire. Oggi quel lato oscuro è innanzitutto l'inferno libico. I morti nella traversata nel deserto, di cui non si saprà mai il numero.
Le decine di migliaia di persone detenute in campi legali (sotto l'autorità del governo libico), in condizioni disumane. Ma, ancora più terribile, le decine di migliaia di persone ammassate in campi illegali per ottenere un riscatto in denaro o per essere vendute e rivendute come schiavi. E poi c'è l'altro lato oscuro (ma forse è solo la punta dell'iceberg), le migliaia di morti in mare per raggiungere l'Europa, fra traversie e drammi di cui pochi sanno.
Chi volesse avere un'idea vivida di tutto ciò può leggere Non lasciamoli soli, un bellissimo libro di testimonianze che Francesco Viviano e Alessandra Ziniti hanno da poco pubblicato con Chiarelettere. E con questo lato oscuro che ogni politica migratoria, quale che sia il suo orientamento, si trova a fare i conti. Può cercare di occultarlo, e spesso ci riesce anche, ma non può cancellarlo. Vale per le politiche di chiusura, ma anche per quelle di apertura. Prendiamo, ad esempio, la linea Minniti-Salvini. So benissimo che fra Minniti e Salvini ci sono differenze, che la visione del problema migratorio è radicalmente diversa ma, nel breve periodo e sul piano concreto, i capisaldi sono sostanzialmente i medesimi. Ostacolare le partenze, con l'aiuto della guardia costiera libica. Frenare il flusso dal Niger alla Libia meridionale, con l'aiuto delle tribù locali.
Aumentare i controlli dei campi legali da parte dell'Onu. Aprire corridoi umanitari direttamente dall'Africa. Incentivare i rimpatri assistiti di chi non ha diritto alla protezione internazionale. Il prezzo è che migliaia di migranti che cercano di entrare in Europa via mare restano intrappolati nell'inferno libico, o vi vengono riportati dalle vedette libiche. Secondo le mie stime, negli ultimi mesi quasi metà dei partenti vengono intercettati e riportati indietro dalla guardia costiera libica. E, anche se è vero che ad attenderli c'è "personale internazionale con le pettorine azzurre", resta il fatto che la destinazione sono i campi di detenzione governativi, controllati da militari non di rado corrotti e in combutta con i trafficanti di uomini.
Questo è il lato imbarazzante della linea dura, inaugurata dal governo Gentiloni (con Minniti) e sostanzialmente confermata dal governo Conte (con Salvini). Vediamo l'alternativa, ovvero la linea seguita dai governi di Letta e Renzi (ricordo che è stato Enrico Letta a lanciare l'operazione Mare nostrum). Questa linea non si preoccupava né di frenare gli ingressi dal Niger alla Libia, né di imporre la presenza delle organizzazioni internazionali in Libia, né di aprire canali umanitari in Africa, né di rafforzare la guardia costiera libica.
Il nucleo era: lasciamoli partire, e aiutiamoli a non morire in mare. I benefici sono sempre stati chiari, e ampiamente sottolineati: centinaia di migliaia di persone hanno avuto la possibilità di entrare in Europa, perlopiù sbarcando in Italia. Ma i costi? Vediamoli. Il primo, il più evidente, è stato di moltiplicare i morti in mare. Nel biennio 2012-2013, ovvero subito prima di Mare nostrum, il numero di morti in mare era relativamente basso, negli anni dell'apertura (2014-2016) è quasi decuplicato. Oggi torna a scendere, ma solo perché è crollato il numero delle partenze (la rischiosità dei viaggi sta invece aumentando).
È il dramma della linea dell'apertura: riesce a portare più persone in Europa, ma moltiplica anche i morti. Ed è terribile che, in tutti gli anni del regno di Renzi, non una sola riflessione si sia sentita su questo prezzo dell'apertura. C'è però anche un altro lato oscuro della linea dell'apertura, ed è il tributo che, senza volerlo, essa paga ai sequestri di persona e allo schiavismo: più persone si mettono in viaggio, più persone attraversano il confine meridionale della Libia. Lì la norma è essere catturati, rinchiusi in un campo illegale gestito da miliziani senza scrupoli, essere umiliati, torturati, stuprati, finché le famiglie (informate via telefono dalle urla strazianti dei prigionieri) non pagano il riscatto richiesto; altrimenti il destino è essere venduti come schiavi, o uccisi perché ormai invendibili come schiavi. Questo business, forse, è ancora più redditizio di quello dei trasferimenti via mare in Europa.
La linea dell'apertura verosimilmente lo alimenta, perché il tam-tam corre veloce e, se si sa che ci sono buone possibilità di partire via mare, più persone tentano di raggiungere la Libia dall'Africa centrale, per la gioia dei trafficanti di uomini che controllano buona parte del territorio libico. Ecco perché dicevo che, purtroppo, la scelta che sta di fronte alla politica non è fra il bene e il male, ma fra due mali diversi. Perché le azioni hanno conseguenze, e spesso le conseguenze sono diverse dalle finalità che si perseguono.
Anche se volessimo ignorare del tutto il punto di vista dei ceti popolari, convinti da anni di accoglienza anarchica che in Italia non c'è più posto, e volessimo invece preoccuparci solo del bene dei migranti, il dilemma resterebbe. Non è evidente che il male che facciamo chiudendo sia più grande di quello che facciamo aprendo; così come non è evidente il contrario.
Per questo le scelte della politica, almeno finché l'Europa resterà ignava come ha fatto fin qui, non possono che essere tragiche. Non c'è modo di perseguire il bene senza provocare il male. Per chi non vuole auto-accecarsi, come fece Edipo, non c'è "la cosa giusta" da fare, ma solo la scelta fra due corsi d'azione entrambi tragici nelle catene di conseguenze che mettono in moto.
E precisamente per questo gli appelli accorati al nostro "lato umano" mi sembrano quanto meno fuori bersaglio, un logoro esercizio di ostentazione etica, forse buono per rassicurare qualche coscienza, ma incapace di farci fare un solo passo nella comprensione del dramma dei migranti.
*Fondazione Hume
di Paolo Falconi
Il Tirreno, 30 luglio 2018
È il sogno del regista Armando Punzo per concretizzare il lungo e paziente lavoro col gruppo di detenuti del Maschio di Volterra che ha "rivoluzionato" il carcere. Trent'anni fa Armando Punzo ha concepito e battezzato una rivoluzione culturale e sociale: trasformare il carcere di Volterra in luogo di cultura.
Ancora oggi la cavalca senza scendere a patti, fermamente intenzionato a non lasciarsi distrarre da chi è incapace di andare oltre quello che vede con gli occhi e a non lasciarsi tentare da strade più facili. Così quella fortezza sulla sommità del colle etrusco è divenuto meno chiusa almeno per qualche pomeriggio di luglio di ogni anno. Con i detenuti della Compagnia della Fortezza che diventano attori e deliziano il pubblico (circa 200 persone) che hanno avuto l'autorizzazione a varcare i cancelli della casa di reclusione. È un piacere vedere questo gruppo, è un piacere veder muovere e recitare gli ospiti del Maschio, con un passato non esemplare (errare è umano... ecc.) dediti a una passione a cui mai, prima, avevano pensato.
Senza mai accontentarsi di quello già fatto, senza badare a premi e riconoscimenti, senza cedere alle lusinghe, il carcere di Volterra è per il regista Armando Punzo la sua casa, per quello che è un esilio volontario, un ergastolo voluto, una scelta di vita. Con tutte le sue energie, sta oggi lavorando per realizzare un sogno: creare il primo Teatro Stabile in un carcere. Sogno e necessità, lucida follia e concretizzazione di un'altra impossibilità: quello che da sempre ha segnato la storia di Armando Punzo.
Il traguardo dei trent'anni della Compagnia della Fortezza è quello di un percorso di crescita e affermazione che ai più sembrava utopia, oggi felicemente realizzata. E, allo stesso tempo, è uno spartiacque, occasione di celebrazione e riflessione per una esperienza che ha fatto tanto, ma che ha ancora tanto da dire. È il 1988 quando Punzo entra in carcere per condurre un breve laboratorio teatrale. Ritrova in esso il sud del mondo.
Rimane folgorato e non va più via. Comincia così una lunga storia di passione teatrale fatta di momenti entusiasmanti, di sfrenata creatività e rigorosa ricerca ma costellata da difficoltà e ostacoli in apparenza insormontabili, che solo la tenacia, la caparbietà e l'assoluta e quotidiana dedizione di Punzo riescono giorno dopo giorno ad abbattere. È così che ha avuto inizio l'avventura di Punzo in carcere con la Compagnia della Fortezza.
C'era ben poco da scommettere: un carcere tra i più duri d'Italia, nell'isolamento di Volterra e nell'invivibilità del quotidiano per via dei continui episodi di violenza tra i detenuti. Un carcere come tanti altri allora, come tanti altri nell'immaginario dell'uomo qualunque. Che senso poteva avere fare teatro in un luogo così lontano da ogni prospettiva culturale?
Che pretesa quella di lavorare con gente che aveva ben altri immaginari sociali e prospettive. Una vera sfida, in cui si lanciarono Armando Punzo, l'allora illuminato direttore del carcere Renzo Graziani e gli agenti di polizia penitenziaria (prima dubbiosi e poi divenuti i più strenui sostenitori) e che oggi è già storia: più di trenta spettacoli in trent'anni di vita; migliaia di persone che ogni anno chiedono di poter assistere alle repliche estive degli spettacoli in carcere; dal 2003 anni la possibilità di fare lo spettacolo (grazie all'applicazione dell'art. 21 dell'ordinamento penitenziario) nei maggiori teatri, festival e rassegne di tutta Italia.
Washington Post, 30 luglio 2018
In tutta Europa, le prigioni sono l'ultimo campo di battaglia nella lotta in evoluzione contro il terrorismo islamico. A partire da cinque anni fa, i paesi occidentali hanno visto migrare migliaia di cittadini in Iraq e in Siria per unirsi allo Stato islamico o ad altri gruppi islamici.
Dal 2016 ne sono tornate centinaia, ma traumatizzati da attacchi terroristici i paesi europei dal 2016 attuano una linea dura nei confronti dei rimpatriati. Per chiunque si sia recato in Medio Oriente o abbia cercato di sostenere gruppi islamici all'estero sono previste accuse pesanti, arresti e pene detentive. E da quando sono scattati gli arresti dei foreign fighter, l'Europa ha visto un minor numero di morti per attacchi terroristici.
Ma ora i funzionari europei sono alle prese con un nuovo problema: come impedire che le prigioni diventino centri di addestramento e di reclutamento per i futuri terroristi? Dal Belgio e dai Paesi Bassi alla Germania e alla Francia, i funzionari delle forze dell'ordine stanno sperimentando approcci molto diversi al problema, compresi i programmi di rieducazione e l'isolamento quasi totale dei detenuti più radicalizzati. Gli sforzi sono una corsa contro il tempo, poiché molti dei rimpatriati in carcere riacquisteranno la loro libertà in meno di due anni. "Arrivano alla fine della loro pena e non abbiamo altra scelta che rilasciarli", ha detto un funzionario belga che aiuta a sorvegliare il trattamento dei detenuti islamici nelle prigioni più grandi del paese. "Alcuni di loro", ha aggiunto il funzionario, "potrebbero essere bombe umane". Citazioni e parole come "Ben-Laden", "Jihad", "AK-47" e "Allahu Akbar" sono scritte sulla finestra di una stanza isolata vicino alla sezione DeRadex della prigione di Ittre a sud-ovest di Bruxelles.
Ittre, un carcere di massima sicurezza a sud-ovest di Bruxelles, è conosciuta come una delle due prigioni belghe con speciali unità di isolamento per trattare con i più radicali islamisti carcerati. Chiamato DeRadex, l'unità ospita uomini ritenuti particolarmente pericolosi. I detenuti nella sezione sono autorizzati a socializzare con gli altri all'interno dell'unità di isolamento solo durante determinate ore e sotto stretta supervisione. In Belgio l'isolamento è, infatti, l'ingrediente essenziale del nuovo approccio per trattare con i prigionieri radicalizzati: sebbene possano non essere in grado di separare i detenuti dalle loro idee estremiste, i funzionari della prigione possono almeno impedire loro di contaminare gli altri.
Gli "ospiti" della sezione DeRadex sono stati condannati per accuse di terrorismo o per violenze. Ma sono conosciuti e temuti soprattutto per le loro personalità carismatiche e la capacità di attirare altri alla causa radicale islamista. In diverse celle, i detenuti hanno graffiato i graffiti islamici su muri e finestre, compreso il nome "Bel Kacem", un riferimento a Fouad Belkacem, fondatore dell'organizzazione estremista Sharia Belgium che ha reclutato e inviato in Siria numerosi combattenti dello Stato Islamico. Alcuni detenuti prendono lezioni di botanica in un giardino nella prigione. "Ogni volta che li mettiamo con il resto dei detenuti, si impegnano in attività di reclutamento", ha detto Valérie Lebrun, una criminologa belga di 49 anni Diettrice di Ittre.
I funzionari offrono consulenza sulla nonviolenza, ma non fanno nessuno sforzo per cambiare l'estremismo dei prigionieri e le loro opinioni sulla religione. Osservano cambiamenti nel comportamento che suggeriscono che la radicalizzazione è in corso, come quando i detenuti modificano le loro uniformi carcerarie in stile jihadista, o insistono a indossare biancheria intima quando fanno la doccia, un riflesso delle opinioni islamiste conservatrici sulla copertura del corpo. In tali casi, i funzionari incoraggiano i detenuti a incontrare imam moderati e consiglieri che lavorano con le prigioni su base volontaria. Ma la nonviolenza, non la deradicalizzazione, rimane l'obiettivo primario, ha affermato Valérie Lebrun.
Alcuni in Belgio sostengono che i funzionari della prigione semplicemente non fanno abbastanza. "Le prigioni stanno cercando di mettere in quarantena il virus, ma in realtà non affrontano il problema ", sostiene Ilyas Zarhoni, un imam di Bruxelles che gestisce programmi comunitari che cercano di contrastare l'ideologia estremista. "Abbiamo bisogno di esperti in ideologia, esperti in psicologia. I costi saranno alti, ma non è nulla in confronto a quello che potremmo avere quando usciranno queste persone".
Diverso il contesto tedesco. In Germania, l'JVA l'istituto di pena a poche ore di auto a sud-est di Francoforte i funzionari del penitenziario dello Stato tedesco centrale dell'Assia stanno provando un approccio, una sorta di esperimento di modificazione del comportamento che si sta svolgendo in tempo reale. A JVA Frankfurt, non ci sono unità di isolamento dove gli estremisti sono tenuti insieme. Invece, tutti i prigionieri condividono lo stesso spazio, sotto un regime di sorveglianza e di intervento ravvicinati da parte di un gruppo di guardie appena addestrate a individuare i segni di radicalizzazione. I funzionari tedeschi, dotati di bilanci più grandi e di personale professionale più ampio rispetto ai loro colleghi del Belgio, stanno cercando di neutralizzare la minaccia di radicalizzazione di un detenuto alla volta, con una gestione intensa - e talvolta aggressiva - di ciascun caso. Le guardie vengono colgono segnali di avvertimento nell'aspetto, nel comportamento e negli oggetti personali dei detenuti.
Ispezionando la sacca da viaggio di un prigioniero, un ufficiale ha messo da parte un filo di rosari e una stuoia - entrambi considerati come oggetti accettabili per un musulmano praticante - ma poi si è soffermato ad esaminare una copia del Corano. "Un Corano, normalmente non è affatto un problema"- dice l'ufficiale -"tuttavia, questa è una edizione di Lies Stiftung, che è stata bandita e non possiamo quindi permetterlo. I corani di Lies Stiftung contengono commenti associati al salafismo, una forma conservatrice di islam sunnita abbracciata da membri dello Stato islamico. "Questo suggerisce che il prigioniero potrebbe essere stato radicalizzato", spiega l'ufficiale. "Dobbiamo osservarlo attentamente - i suoi contatti, quello che legge - e cercare di ottenere quante più informazioni possibili su di lui".
Il programma dell'Assia, chiamato Network for Deradicalization in the Penal System, o NeDiS, cerca di cambiare il pensiero dei detenuti. Coloro che sono etichettati come radicali - siano essi islamisti o membri di gruppi estremisti di destra - si trovano sotto un attento esame. Sono offerti diversi tipi di consulenza o terapia, compresi incontri con un imam o cappellano mentre sono in prigione, e programmi di sensibilizzazione dopo il loro rilascio. "Ogni detenuto islamico radicale sarà prima o poi rilasciato " spiega Eva Kühne-Hörmann, Ministro della giustizia dell'Assia - "se non usiamo il periodo della detenzione per influenzarli attuando contromisure e promuovendo la deradicalizzazione, corriamo il rischio di rilasciare nella società tedesca islamisti radicali, che sono privi di qualsiasi prospettiva personale".
"Siamo agli inizi", ammette la guardia Stefan Schürmann. I funzionari carcerari riconoscono che alcuni detenuti rimarranno radicalizzati e il meglio che possono sperare è di impedire loro di diffondere messaggi di odio agli altri. Nessuno degli approcci può fare la differenza? In tutta Europa, i funzionari della giustizia penale riconoscono che stanno cercando di progettare soluzioni a un problema per il quale non ci sono dati scientifici e nessuna garanzia di successo. Ciò che è noto è che gli approcci precedenti sono falliti, disastrosamente. E la portata del problema negli ultimi anni è peggiorata. Dalla fondazione dello Stato islamico nel 2014, molti dei maggiori attacchi terroristici in Europa sono stati guidati da ex detenuti, alcuni dei quali sono diventati radicali dietro le sbarre.
di Paolo Vites
ilsussidiario.net, 30 luglio 2018
Il più alto numero di condannati a morte, 75, in un solo processo: sono appartenenti ai Fratelli Musulmani processati insieme ad altri quasi mille detenuti. Continua, ad anni di distanza, il pugno di ferro del generale al-Sisi presidente dell'Egitto dopo il colpo di stato da lui guidato che cacciò i Fratelli Musulmani dopo la loro vittoria alle elezioni.
Centinaia di appartenenti al movimento fondamentalista islamico si trovano ancora in carcere e processo dopo processo arrivano le sentenze. L'ultima, di ieri, è clamorosa, sono state condannate a morte 75 persone, il più alto numero di condannati a morte in un solo processo che si ricordi (a parte ovviamente le grandi purghe di regimi come quello stalinista o di Mao in Cina). Un numero che però va comparato a quello degli accusati, quasi mille, 739 imputati, la sentenza per loro arriverà l'8 settembre prossimo. Si tratta di aderenti Fratelli Musulmani arrestati nel 2013 durante una manifestazione di protesta a favore dell'allora deposto presidente egiziano, Morsi, appena cacciato da al-Sisi.
Durante quel sit-in si registrarono violenze e vittime, il processo era in corso da due anni. Tra i condannati a morte molti leader del movimento islamista, mentre in attesa di giudizio anche casi molto discussi come quello del giornalista Mahomoud Aboud Zeid "Shawkan", in prigione ormai da quasi cinque anni. Il trentenne si trovava a svolgere il suo lavoro di fotografo per una agenzia inglese durante quella manifestazione e per qualche ragione venne arrestato anche lui.
Da allora il giovane vive in isolamento in una cella di pochi metri quadri nel carcere di Torah al Cairo, considerata una delle peggiori prigioni del mondo. La manifestazione si tenne il 14 agosto 2013, le forze di polizia uccisero quasi mille manifestanti. Adesso i condannati a morte hanno diritto di chiedere la grazia al Gran Mufti d'Egitto, la principale autorità sunnita del paese.
di Adolfo Miranda Sáenz*
La Stampa, 30 luglio 2018
Da quando, nel 1550, il vescovo Valdivieso venne pugnalato dal genero del governatore denunciato per corruzione e crudeltà verso gli indigeni. Nessuna delle lettere pastorali scritte nel corso della nostra storia, neppure quelle che prendevano di mira Somoza e il regime sandinista degli 80, è stata così forte ed esplicita come il recente messaggio pastorale della Conferenza episcopale del Nicaragua. I vescovi chiariscono nella lettera che la loro missione come mediatori e testimoni del Dialogo nazionale non esclude la dimensione profetica del loro ministero, e che si vedono nell'urgenza di recarsi sui luoghi del conflitto per difendere la vita degli indifesi, consolare le vittime e mediare per raggiungere una soluzione pacifica della situazione.
I vescovi scrivono che i paramilitari stanno intensificando la repressione e la violenza verso le persone che protestano civicamente, e sono addolorati per il gran numero di morti e la sofferenza che viene inflitta al popolo; dicono che sono afflitti per i feriti, gli ingiustamente perseguitati, minacciati, sequestrati e detenuti arbitrariamente. Affermano che oggi "come mai prima d'ora" - così lo sottolineano gli stessi presuli - i diritti umani sono violati in Nicaragua. Assicurano di essere testimoni della mancanza di volontà politica del Governo per dialogare sinceramente e individuare processi reali che incamminino il paese verso una vera democrazia, negandosi ripetutamente ad affrontare gli argomenti posti in agenda per la democratizzazione del sistema politico, e non osservando le raccomandazioni della Commissione interamericana per i diritti umani, soprattutto quella di disarmare i paramilitari filogovernativi, fermare gli attacchi della polizia, dei gruppi paramilitari e degli squadroni incitati ad aggredire e seminare il terrore tra il popolo.
I vescovi fanno riferimento anche agli atti sacrilegi commessi da gruppi mandati esplicitamente ad attaccare con grida, pugni e coltelli i fedeli cattolici e i sacerdoti. Nel corso di questi attacchi il vescovo ausiliare è rimasto ferito, il cardinale e il nunzio di Papa Francesco, sono stati oltraggiati. Hanno anche sparato ad un altro vescovo che passava con la sua automobile e l'hanno aggredito con insulti e minacce; hanno invaso armati diverse chiese, le hanno saccheggiate e hanno bruciato i loro beni; hanno profanato il Santissimo Sacramento. E quando gli studenti dell'Unan, Universidad Nacional Autónoma de Nicaragua - che l'avevano occupata per protesta - l'hanno abbandonata rifugiandosi in una chiesa, per quindici ore la polizia ha sparato con armi da guerra verso quel piccolo tempio dove si trovavano circa 200 persone tra cui studenti, fedeli cattolici, giornalisti e sacerdoti. Ci sono stati morti e feriti.
Nella storia del Nicaragua non si era mai visto un Governo attaccare a colpi d'arma da fuoco persone disarmate in una università e, peggio ancora, in una chiesa. È qualcosa che tutt'alpiù ci si poteva immaginare che potesse essere perpetrato dai criminali terroristi dell'Isis o in qualche paese africano dove ancora si commettono barbarie, ma non dal Governo di un paese civilizzato. È vero che nel 1981 l'Esercito sandinista obbligò 8.500 indigeni miskitos a lasciare le loro comunità stanziate sulle rive del fiume Coco, rilocalizzandoli in accampamenti, e mentre il loro vescovo monsignor Salvador Schlaefer li accompagnava nel doloroso esodo, ricevette una pallottola nel bacino; e che nel 1986 il vescovo di Juigalpa, monsignor Pablo Antonio Vega, è stato sequestrato dal governo sandinista, buttato su un elicottero e scaricato in Honduras, accusato di essere un "criminale" per le sue critiche.
In quell'occasione Papa Giovanni Paolo II disse: "L'azione contro la Chiesa in Nicaragua, un fatto quasi incredibile, mi ha reso profondamente triste, poiché evoca epoche oscure che si potrebbe ragionevolmente credere superate. Innalzo, con la mia più viva deplorazione, una forte preghiera all'Altissimo perché visiti con la sua grazia monsignor Vega". In precedenza, lo stesso Giovanni Paolo II era stato oltraggiato da gruppi sandinisti in Nicaragua; ma il fatto non era stato così grave come gli attuali numerosi attacchi in una vera e propria campagna di odio contro la Chiesa cattolica, dove si chiamano assassini i suoi ministri e dove persone in combutta con il Governo li stigmatizzano sui mezzi di comunicazione e le reti sociali. Sono tutti fatti che portano alle conseguenze tristi che sono sotto i nostri occhi e a cui si riferisce il recente messaggio pastorale dei vescovi del Nicaragua.
In Nicaragua non si era mai vista una situazione così grave da quasi cinque secoli, quando nel 1550 il vescovo Antonio de Valdivieso venne assassinato a pugnalate da Pedro de los Ríos, genero del governatore Rodrigo de Contreras, che il vescovo aveva denunciato per atti di corruzione e maltrattamento crudele degli indigeni. Allora come oggi, la Chiesa alzò la sua voce profetica. Il vescovo Valdivieso denunciò: "In questa provincia abbonda un agire disonesto, e se non si trova una soluzione, la colonia sarà completamente persa. L'unica causa è colui che ha governato male e il genero, e con entrambi insieme in Nicaragua nessuno può venerare Dio senza mettere la propria vita in pericolo".
*Avvocato, scrittore e giornalista per El Nuevo Diario
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 29 luglio 2018
I social hanno raggiunto il picco e stanno scendendo? Probabilmente sì. Ma sarà una discesa complicata. Ogni tanto tale signor Learco mi riempie il telefono di messaggi, link, notizie d'agenzie, strilli e proteste. Non su Twitter o Facebook, dove ormai abbiamo fatto l'abitudine agli esagitati e agli apostoli di tutte le mattane. Trovo i messaggi su Whatsapp, tra quelli di mia moglie, degli amici e dei colleghi: il signor Learco, evidentemente, possiede il mio numero di cellulare. Gli ho chiesto di smettere, per favore; e lui ha reagito con "Basta tv di Stato!". Avrebbe potuto rispondere "Forza Udinese!" o "Grazie, con poco zucchero". La logica di certi personaggi non va indagata: c'è il rischio delle vertigini.
Qualcuno dirà: ma siamo ancora qui a parlare di questi stroleghi? Certo: perché contano. La loro somma planetaria sta azzoppando Facebook e Twitter. Il recente, doppio scivolone dei titoli azionari non è un episodio: è la presa d'atto di qualcosa che sta sotto gli occhi di tutti. Internet doveva essere l'immenso attico del mondo, da cui vedere meglio le cose. A causa dei social, rischia di diventare lo scantinato.
Facebook, che possiede anche Instagram e Whatsapp, vive sulla pubblicità mirata e la pubblicità vive sul traffico. Le cautele, le riserve e le ipocrisie cui abbiamo assistito arrivano di qui. Twitter ha provato a ripulire la piattaforma, rimuovendo i troll, i bot e gli account fasulli che s'attaccano come zecche ai nostri profili. Secondo il Washington Post, il numero degli account sospesi tra maggio e giugno è 70 milioni (dal profilo @beppesevergnini sono scomparsi 50mila follower in poche settimane). I social hanno raggiunto il picco e stanno scendendo? Probabilmente sì. Ma sarà una discesa complicata.
È difficile gestire quello che abbiamo creato; ma qualcosa dobbiamo inventare. Siamo rimasti colpiti dall'uso dei dati sottratti da Cambridge Analytica e dai rischi che corre la democrazia. Giustamente: le stesse forze, credetemi, sono al lavoro per condizionare il voto europeo del 2019. Ma restiamo a qualcosa di più intimo e vicino: quanti di voi hanno guardato un video porno online? Non siate ipocriti: molti. Ebbene: qualcuno lo sa. Sa chi, cosa, dove, quando, per quanto. Oggi quei dati non servono: stanno lì. Ma domani?
di Aldo Bonomi
Il Manifesto, 29 luglio 2018
Le rappresentanze e la forma partito sono state sostituite nell'agone del consenso più che dalla visione della società che viene, dall'Adattivismo. Il salto d'epoca, il salto di paradigma, l'epoca dei flussi, muta profondamente le culture, le società e le economie dei luoghi e scompagina la composizione sociale.









