di Cristina Da Rold
Il Sole 24 Ore, 29 luglio 2018
Nei giorni scorsi Istat ha pubblicato il Rapporto SDGs 2018. Informazioni statistiche per l'Agenda 2030 in Italia. Prime analisi che propone un aggiornamento e un ampliamento degli indicatori diffusi per il monitoraggio degli obiettivi dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, fra cui il goal 16 che impone di mettere in atto misure per ridurre la violenza, inclusa quella sessuale.
di Paolo Bonacini
Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2018
"Legge incostituzionale: incide sulla restrizione della libertà personale". Tutto è nato dal processo Aemilia, dove si era creato un paradosso. Tra maggio e giugno del 2017 due sedute erano saltate per lo stato di agitazione dei legali iscritti alle Camere Penali: proprio in base all'articolo di legge incriminato, gli imputati avevano dato il loro consenso, vincolante, all'astensione dei legali. Determinando così la sospensione delle udienze e il prolungamento dei termini di carcerazione preventiva. Per gli ermellini è "costituzionalmente illegittimo", perché il codice di autoregolamentazione che governa i criteri del diritto di sciopero per gli avvocati ha una falla poiché autorizza un arbitrio.
camerepenali.it, 29 luglio 2018
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 180 2018, salva forse un processo da esiti altrimenti demolitivi, ma lascia sul campo i problemi più spinosi. La posizione dell'Unione.
La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 180 2018, nel decidere sulla legittimità delle astensioni dei penalisti dalla celebrazione di processi con detenuti, ha affermato che solo il legislatore (e non dunque un codice di autoregolamentazione) può intervenire in una materia che, come quella, incide sulla libertà personale dei cittadini, in questi limitati termini accogliendo la questione rimessa dal Tribunale Reggio Emilia davanti al quale si sta svolgendo (in quanto non sospeso) il cd. maxiprocesso Aemilia.
Comunicato Sappe, 29 luglio 2018
Nel primo semestre del 2018 abbiamo contato nelle carceri italiane ben 5.157 atti di autolesionismo, 46 morti naturali, 24 suicidi e 585 tentati suicidi sventati in tempo dagli uomini e dalle donne del Corpo di Polizia Penitenziaria. Solamente in Campania i suicidi sventati sono stati 48 in soli sei mesi.
veronasera.it, 29 luglio 2018
"Un evento che punta ad accrescere l'attenzione - ha sottolineato l'assessore agli Affari legali Edi Maria Neri - sulle problematiche relative alla vita in carcere e sulle effettive possibilità di reinserimento lavorativo dei detenuti al termine della loro reclusione".
L'assessore agli Affari legali Edi Maria Neri ha partecipato ieri mattina all'evento "Open-Day: il carcere al lavoro" alla Casa Circondariale di Montorio. L'iniziativa, finalizzata alla sensibilizzazione dell'imprenditoria locale sul tema del carcere-lavoro tramite visite guidate alla struttura penitenziaria, è stata organizzata dal Comune in collaborazione con la Camera Penale Veronese. Grazie a questo progetto, attraverso la collaborazione con le aziende, i detenuti potranno dedicarsi alla produzione di articoli di vario genere, dalla pelletteria ai gadget; per le imprese che aderiscono all'iniziativa sono inoltre previsti sgravi fiscali e contributivi.
"Un evento che punta ad accrescere l'attenzione - ha sottolineato l'assessore Neri - sulle problematiche relative alla vita in carcere e sulle effettive possibilità di reinserimento lavorativo dei detenuti al termine della loro reclusione. Il lavoro rappresenta un mezzo fondamentale per ridare dignità ai reclusi e per farli allontanare da future scelte di vita sbagliate".
"Le statistiche dimostrano che il carcerato che lavora è meno propenso a commettere ulteriori reati una volta scontata la pena. - ha quindi concluso l'assessore Neri - Per questo consideriamo estremamente importante un intervento di questo tipo, che facilita la rieducazione ed il reintegro nella società del condannato attraverso misure concrete e definitive".
Ansa, 29 luglio 2018
Un italiano quarantaduenne è morto ieri sera a Torino negli ufficio del Commissariato Barriera Milano, dove si trovava per accertamenti. Lo rende noto la Questura di Torino. L'uomo è stato colto da un improvviso malore. L'intervento del 118, con un medico, è stato immediato ma per lui non c'è stato nulla da fare. Sul luogo è intervenuto anche il medico legale. I primi accertamenti svolti dalla polizia, riferisce la Questura, "inducono a ritenere che il decesso sia riconducibile alla pregressa assunzione di cocaina da parte del deceduto".
larivieraonline.com, 29 luglio 2018
La Pro Loco per Marina di Gioiosa Jonica oltre ad occuparsi di valorizzare il territorio, di gastronomia e di enogastronomia, si occupa anche di cultura e di arte. Infatti dal 30 luglio al 5 agosto ha organizzato una mostra collettiva di pittura dal titolo "Marina in Arte" nei locali del centro sociale "Egidio Gennaro", ex sala del Consiglio Comunale, Via dei Mille. La Mostra sarà inaugurata lunedì 30 luglio alle ore 18,00 e rimarrà aperta tutti i giorni dalle ore 18,00 alle ore 24,00.
Esporranno di versi artisti nostrani tra cui Corrado Armocida, Mariella Larona, Tiziana Zimbalatti, Domenico Lupis, Assunta Ierace e Natalia Albanese. È una mostra molto importante anche perché ha per tema "La Donna", la donna vista sotto diversi aspetti nella sua naturalezza e nella sua interiorità. Uno spazio particolare è dedicato ai dipinti realizzati dai detenuti nel laboratorio artistico della Casa Circondariale di Locri nell'ambito del progetto "Terre di Ginestre - Quando l'Arte scardina i preconcetti" ideato e coordinato dall'Associazione Culturale Zefiroart di Carmela Salvatore di concerto con la Direttrice del Carcere Dott.ssa Patrizia e patrocinato dal Comune di Gioiosa Jonica. Di questi lavori inediti siamo particolarmente orgogliosi anche perché è molto importante dare a tutti un'altra possibilità, e l'arte può essere anche una via di sbocco, un modo per realizzarsi, un modo per farsi conoscere.
Il progetto "Terre di Ginestre" realizzato con la collaborazione dell'Associazione Culturale Zefiroart di Carmela Salvatore, ha coinvolto 41 detenuti della Casa Circoscrizionale di Locri, impegnati in questi corsi di ceramica e di pittura. Questi dipinti sono un messaggio preciso che gli autori hanno voluto lanciare. È il "no" alla violenza sulle donne e questo ci tengo a dirlo perché con questi quadri loro hanno voluto manifestare il "no" forte alla violenza sulle donne.
Alcuni dipinti sono veramente notevoli, ma quello che di più mi ha colpito sono le considerazioni, le motivazioni del dipinto. Ci sono delle cose che mi hanno veramente commosso. Queste attività artistiche riescono a far emergere la parte buona dell'individuo, ma in questi dipinti c'è qualcosa in più che va oltre il "no alla violenza sulle donne": qui c'è quella passione, quel benessere interiore, quella parte buona dell'uomo, ciò quasi in un forma di "emenda" di voler rivedere i propri schemi di vita intatti. E avere sbagliato, essere stato condannato da un tribunale della Repubblica non vuole dire essere feccia, essere irrecuperabili, assolutamente no. Ecco perché rivolgo un grande apprezzamento a chi organizza queste mostre perché fanno vedere la parte buona dell'essere umano".
estense.com, 29 luglio 2018
Il 5 e 6 ottobre previsti una mostra, un incontro con i redattori del giornalino dei detenuti e uno spettacolo teatrale. Con l'arrivo del festival di Internazionale a Ferrara si apriranno al pubblico anche le porte del carcere di via Arginone, perché "in condizione ristretta si trovano anche persone dalle potenzialità inespresse, abilità e sensibilità che per ragione sovente del tutto fortuite non sono riuscite ad esprimersi a pieno".
È in quest'ottica infatti che il 5 e il 6 ottobre si terrà l'iniziativa "La città incontra il carcere" il cui scopo è quello di far conoscere alcune delle attività formative che vengono svolte all'interno del penitenziario estense e che per quest'anno ha organizzato una mostra con incontro con la redazione del giornale intramurario 'Astrolabio' e uno spettacolo della compagnia dei detenuti attori.
"Di quanto avviene all'interno delle mura delle carceri sappiamo poco: per larga parte della società libera, il carcere rappresenta semplicemente un deterrente e in pochi vedono la finalità trattamentale di questo luogo, le opportunità che può offrire a chi vi è destinato", scrivono gli organizzatori dell'iniziativa rimarcando come "l'ottica con cui ci si volge a queste persone è per lo più assistenziale, di supporto, legata in qualche modo ad un senso di carità", mentre cambiare punto di vista "significa per la società iniziare a riappropriarsi di risorse umane utili per il suo funzionamento. Il benessere dei detenuti serve innanzitutto a chi sta fuori".
E così, venerdì 5 ottobre, il pubblico sarà accompagnato a partire dalle 18 alla mostra di pittura e fotografica il cui materiale è stato prodotto dai detenuti stessi - alcuni dei quali presenti all'iniziativa - per poi partecipare ad un incontro con il cdr di Astrolabio, composto di detenuti e curatori, per discutere di comunicazione.
Per sabato 6 ottobre invece l'appuntamento è alle 20.30 con "Ascesa e caduta degli UBU", spettacolo della compagnia detenuti attori che dopo l'esperienza fatta al teatro Comunale si rifà "con nuovi attori ed una scenografia tagliata su misura, oltre ad aumentate consapevolezze, proponendo grazie alla giocata in casa un rapporto più stretto con lo spettatore, ritagliando all'interno dell'istituto di pena una stanza che per un'ora vivrà in un altro tempo ed in un altro spazio".
Per partecipare alle serate è necessario registrarsi entro il 5 settembre specificando nome, cognome, luogo e data di nascita ed allegando una scansione della carta d'identità. Per la visita alla mostra e per l'incontro con i redattori di Astrolabio l'email con i dati va spedita all'indirizzo
di Alessandro Agostinelli
globalist.it, 29 luglio 2018
Da 30 anni Armando Punzo, creatore, animatore e regista della Compagnia della Fortezza, porta la sua arte tra i detenuti dietro le sbarre. Quest anno con uno spettacolo bellissimo dedicato a Borges. "Beata solitudo, sola beatitudo", scriveva quello che io chiamo Sua Lungimiranza, cioè Lucio Anneo Seneca. Vuol dire che la felice solitudine è la sola beatitudine. Chissà se lo sanno quelli della Compagnia della Fortezza, quelli che ci ostiniamo a chiamare attori-detenuti, per far capire a chi non conosce ancora questa storia, cosa accade ogni anno nel carcere di Volterra.
Accade che dopo un lavoro lungo tutto l'anno, fatto di incontri, ginnastiche fisiche e mentali, libri e poesie mandate a memoria, litigi col regista, scazzi tra un caffè e una sigaretta, un gruppo di persone si raduna in una stanzuccia del Mastio volterrano con un pazzo (che io conosco dal 1992) che si chiama Armando Punzo. E in un pomeriggio estivo, un pomeriggio fatto così e così, si dicono: "anche quest'anno si va in scena".
Lavorano tutti i giorni, da trent'anni e passa, tra celle aperte, doppi maglioni invernali, ciabatte infradito estive, docce e dialetti di tutto il Mediterraneo, quello di sopra e quello di sotto. E ogni anno, quando noi profani saliamo la ripida ascesa al paradiso del teatro (che per un caso fortuito si trova dentro un carcere), li vorremmo maledire tutti quanti per la loro dedizione alla scena - che se anche noi avessimo la loro costanza avremmo senz'altro fatto qualcosa di meglio e in più nella nostra esistenza. E poi li vorremmo abbracciare tutti per le emozioni che sulla scena sanno dare e dire, in tante lingue del mondo, con tanti gesti di gioia e dolore mescolati assieme.
E ancora oggi, che sto uscendo da questa prigione, dopo aver ripreso il mio smartphone e lo zaino con dentro le cose che mi serviranno a scrivere questo articolo, è come se fosse la prima volta. Non perché ci sia particolare emozione a entrare ancora una volta qui, per l'ennesima volta, vale a dire in un carcere, ma soltanto perché i miei occhi hanno visto ancora il mistero dell'andare in scena per dire tante verità una appresso all'altra che quel pazzo di regista e attore e divinità tra le sbarre chiamato Armando, sa tirare fuori (la primizia di un contatto, l'accensione di una scintilla) da queste perle di attori, che navigano ogni giorno tra le spesse muraglie e le rigide e solide sbarre di questa Fortezza cinquecentesca che loro fanno diventare a volte tuono, a volte fulmine, a volte mare, a volte giaciglio e culla.
Si badi bene, non c'è in me nessuna giustificazione per il detenuto, e neppure alcuna volontà di fare la retorica contro-culturale di un mondo migliore senza carceri: la nostra vita è fatta anche di violenza, la nostra vita è fatta anche di pena e responsabilità.
Piuttosto mi affascina ancora oggi quello che Armando forse sa da tanto tempo e che io ho sempre intuito, ma non sono mai riuscito a dirmi e a raccontare nelle tante volte che ho scritto di Carte Blanche. E Armando lo dice bene in questo spettacolo che si intitola "Beatitudo":
"Queste mura, a loro modo, mi proteggono da me stesso, dalla stanchezza e dagli allori. Qui ho sempre a disposizione la realtà, al massimo della sua espressione, violenta, limpida e inequivocabile".
La scena di "Beatitudo" è una confessione costruita nel cortile principale della Fortezza, ed è già da sola un terzo dello spettacolo, del fatto che questo funzioni per tutta la durata delle sue due ore (a parte un po' troppo lungo monologo in inglese). C'è una piscina, c'è un musicista che suona seduto davanti a un pianoforte verticale, ci sono quattro tra batteristi e percussionisti, ci sono i soldati di un esercito con i costumi da battaglia orientali, con in mano della lunghissime aste di bambù, ci sono il regista in scena e un bambino al suo fianco, entrambi con i piedi nell'acqua della piscina.
La musica suona mentre il pubblico entra e prende posto sulla tribuna o seduto su cuscini di fronte alla piscina, e si interrompe solo a spettacolo finito: è un tappeto sonoro continuo che segna il ritmo e la melodia emotiva dello spettatore. La musica è il secondo terzo dello spettacolo.
Poi ci sono le parole di Armando e quelle di Jorge Luis Borges, potenti, piene, parole che attraversano il mondo, quello di oggi e quello di ieri, le religioni quelle primitive e quelle monoteiste, le filosofie, la storia, i movimenti degli insetti e quelli delle fronde del bosco, gli eserciti che danzano e l'artista che beve la creatività dell'umanità intera, il principio e quel che c'è dopo la fine, perché alla fine forse non c'è il nulla, ma ancora - mi piace pensarlo - le parole che parlano del tutto e dell'uno di Borges, appunto. E insieme a queste parole che costruiscono il Mondo, ci sono i corpi e i costumi, i movimenti e le smorfie di sorriso degli attori, la loro presenza in scena, il loro solido icastico esserci, stare sul fronte della scena come sul ciglio di un baratro che non sappiamo quanto profondo sia, né noi né loro - possiamo solo intuirlo con le emozioni. E queste due cose sono il terzo terzo dello spettacolo.
C'è il padre in croce e Gesù Cristo (una vera prova fisica d'attore), c'è Armando-ora e Armando-ieri, ci sono gli altri registi che nuotano nel mare del senso senza conoscere il non-senso della realtà irreale del carcere, cioè senza conoscere la rappresentazione della rappresentazione irrapresentata. Ci sono le donne e ci sono i libri che sono anche gli spettacoli di trent'anni, ci sono le forme e i direttori, l'esercito degli attori e quello dei piccioni che continuano a far parte di tutti gli spettacoli, alzandosi in volo di quando in quando. E ci sono pure le bizze di qualche detenuto che non ha il permesso di uscire dalla cella e starnazza proprio quando c'è più silenzio. Ma tutto questo è spettacolo, tutto sta dentro a questo utero fluido e ricorrente di "Beatitudo".
A chi vedesse questo lavoro pensando di assistere a uno spettacolo teatrale dico subito che questo non è uno spettacolo teatrale, o almeno non solo. È cinema, è arte contemporanea, è musica e concerto, è lettura e poesia. È Wagner e Sorrentino, è lampo e brezza. È la solitudine di tante solitudini incarcerate che il lavoro del teatro mette insieme ed erutta in un momento, come immediata percezione di bellezza.
Era il 1985. In una gelida sera di dicembre, quello che per me è un Nobel della letteratura, Jorge Luis Borges, salì le strade che lo separavano dall'inclita città di Volterra. Due giorni dopo se ne andò e poi morì. Durante la cerimonia del Premio Etruria che lo incensava, disse: "Volterra è viva e segreta, presente e lontana, fatta di pietre e respiri. Mi è parso di udire dei passi, delle voci, e dunque qualcosa di inafferrabile perdura nella città: un parlottio misterioso, un arcano trascorrere di forme, un paesaggio d'ombre".
Per decenni, da qualche parte qui, è rimasto il suo fantasma, per resuscitare alla vita, per brulicare dentro questa beatitudine della Compagnia della Fortezza.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 29 luglio 2018
Ora le sentenze passano al gran muftì. In uno dei tanti processi di massa post-golpe, gli imputati accusati di proteste dopo la deposizione dell'islamista Morsi. Ieri la Corte penale del Cairo ha condannato a morte 75 persone, ritenute colpevoli di proteste contro il golpe dell'allora generale al-Sisi nei giorni e le settimane successive al 3 luglio 2013. Tra i condannati ci sono figure di spicco dei Fratelli Musulmani, coinvolti nelle manifestazioni a piazza Rabaa, dove nell'agosto di cinque anni fa il neonato regime massacrò circa mille dimostranti.
Ora la sentenza di pena capitale sarà trasferita al gran muftì, la più alta autorità legale islamica, che dovrà dare il suo parere in merito. Il parere non è vincolante ma generalmente è ascoltato dalla magistratura (è stato il muftì a salvare Mohamed Badie, leader della Fratellanza Musulmana egiziana e suo ideologo, più volte condannato a morte dal 2013 a oggi). Il verdetto finale sulle sentenze emesse ieri è atteso per il prossimo 8 settembre. Non c'è Shawkan: per il fotoreporter anche lui imputato nelle stesso processo di massa l'udienza è di nuovo rinviata al 9 settembre.
Sentenze emesse nell'ennesimo processo di massa, ormai la normalità nel sistema giudiziario egiziano, strumento utilizzato per i casi aperti contro gli oppositori (molto spesso infilandoci dentro soggetti politicamente lontani, da giornalisti ad attivisti di sinistra fino agli islamisti). Di per sé simili processi violano il diritto internazionale e quelli dei singoli imputati che, come raccontano gli egiziani che ci sono passati, sono privati di una difesa efficace ed effettiva: gli imputati non vedono i propri legali (e se ne hanno occasione sono tenuti d'occhio da poliziotti o funzionari del carcere), seguono le udienze in gabbie di vetro, non hanno accesso ai file sul proprio caso.
E poi c'è la pena di morte. Se tra il 2007 e il 2013 (dagli ultimi anni dell'era Mubarak al golpe di al-Sisi) sono state condannate a morte 12 persone, dal 2014 il numero è schizzato alle stelle: secondo Reprieve, tra il gennaio 2014 e il febbraio 2018 sono state comminate 2.159 condanne a morte, di cui 83 già eseguite. Più alti i numeri di Amnesty International: dal gennaio 2014 al 25 luglio 2018 sono stati giustiziati almeno 128 prigionieri.
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