di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 1 agosto 2018
Ma il respingimento in subappalto vale? Rimarcare - come fa il ministro dell'Interno Salvini - che la Guardia costiera italiana non abbia partecipato alle manovre con cui la nave commerciale italiana "Asso 28" ha salvato ioi persone in mare, e che siano stati invece i libici a coordinare l'intervento durante il quale la nave commerciale italiana le ha poi riportate e trasbordate in Libia, potrebbe non bastare a evitare l'onta di un'altra sentenza "Hirsi contro Italia": il verdetto con cui nel 2012 la "Corte europea dei diritti dell'uomo" di Strasburgo condannò l'Italia per violazione nel z009 del divieto di respingere migranti verso Paesi dove possano essere sottoposti a trattamenti inumani o degradanti.
Quel caso non era perfettamente sovrapponibile perché il 6 maggio 2009 i 24 somali ed eritrei erano stati presi a bordo e poi riportati in Libia da navi della Marina militare italiana: cambia qualcosa se la nave italiana non è militare, e se - a guidare il trasbordo sono i libici con i quali la nave ha ricevuto dalla centrale operativa italiana l'ordine di coordinarsi?
Strasburgo nel 2009, una volta ribadito che in acque internazionali chi mette piede su una nave mette piede sul territorio (ed è sottoposto alla giurisdizione) del Paese di cui la nave batte bandiera, ravvisò poi la violazione non solo dell'articolo 3 della Cedu per aver riportato i migranti in Libia, che non è "porto sicuro" (neanche ha mai firmato la Convenzione di Ginevra) e dove anzi erano (e sono) esposti al concreto rischio di tortura; ma anche degli articoli 4 e 1,3 che vietano i respingimenti collettivi, cioè senza valutazione di ogni singola richiesta di asilo e senza possibilità di ricorso effettivo. Gli Stati "devono astenersi dal rinviare una persona (direttamente o indirettamente) là dove essa potrebbe correre il rischio reale di essere sottoposta a trattamenti inumani o degradanti": avverbio - anche "indirettamente" - che non pare conciliarsi con i respingimenti italiani in subappalto libico.
di Leo Lancari
Il Manifesto, 1 agosto 2018
L'Asso 28 soccorre 101 persone. Fratoianni (Leu): "Intervento coordinato da Roma". Salvini: "No, dalla Guardia costiera libica". Se si tratta di un respingimento collettivo vietato dal diritto internazionale lo si capirà meglio nei prossimi giorni, una volta che saranno stati accertati i fatti.
Di sicuro per ora ci sono solo due cose: per la prima volta una nave italiana ha riportato in Libia un gruppo di migranti tratto in salvo in acque internazionali, anche se riconosciute come zona Sar libica e - soprattutto - quanto accaduto rischia di essere il nuovo tassello della politica anti migranti del governo giallo verde. Un passaggio che preoccupa sia l'Unione europea che l'Unhcr, l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, che ieri hanno ricordato all'Italia come la Libia non possa essere considerato un Paese sicuro per le continue violazioni ai diritti umani dei migranti.
I fatti. Lunedì il rimorchiatore Asso 28 dell'armatore napoletano Augusta Offshore è in servizio di assistenza alla piattaforma petrolifera "Sabratah", che l'Eni gestisce insieme alla società libica Noc a 57 miglia da Tripoli. Alle 14,30, secondo la ricostruzione fatta dallo stesso armatore, riceve la segnalazione di un gommone con 101 persone a bordo in difficoltà a 1,5 miglia di distanza.
E qui c'è un punto decisivo da chiarire. Da chi è partita la segnalazione di soccorso? Per il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni, che in questi giorni si trova imbarcato sulla nave Open Arms dell'ong spagnola Proactiva, l'allarme sarebbe arrivato da Mrcc di Roma, il centro di coordinamento dei soccorsi della Guardia costiera italiana. "Sul sistema Navetx - spiega il deputato facendo riferimento al sistema utilizzato dalle navi per inviare le richieste di soccorso - abbiamo ricevuto un messaggio rilanciato da Imrcc Malta ma proveniente da Imrcc Roma in cui si segnalava un gommone blu in difficoltà in area libica.
Poco dopo il Colibrì, un aereo da ricerca francese, dà comunicazione a tutti, dunque all'Italia, a Malta e ai libici di altri due gommoni bianchi in difficoltà a nord di Sabratah, nei pressi di una piattaforma petrolifera". Una versione smentita dal ministro degli Interni Salvini, secondo il quale a coordinare l'intervento sarebbe stata la Guardia costiera di Tripoli.
"Le ong protestano e gli scafisti perdono affari? Bene, noi andiamo avanti così", scrive su Facebook con i soliti toni sprezzanti. Versione, quella del titolare del Viminale, confermata in seguito anche dall'armatore e dal ministro dei Trasporti Toninelli, secondo il quale la Guardia costiera italiana non sarebbe stata coinvolta nelle operazioni di salvataggio.
Fatta sta che una volta raggiunto il gommone l'Asso 28 prende i migranti a bordo dove si trovano anche rappresentanti non meglio identificati delle autorità libiche. E scortato da una motovedetta libica sopraggiunta nel frattempo fa rotta verso Tripoli dove arriva lunedì sera e dove il gruppo, del quale fanno parte anche cinque bambini e altrettante donne incinta- viene fatto sbarcare.
Sulla vicenda adesso l'Unhcr ha aperto un'indagine: "Stiamo raccogliendo tutte le informazioni necessarie - spiega su Twitter -. La Libia non è un porto sicuro e questo fatto potrebbe comportare una violazione del diritto internazionale". Ma la preoccupazione per quanto accaduto e per le possibili conseguenze è pressoché unanime. Intervengono Magistratura democratica, l'Arci, Amnesty International e l'Associazione studi giuridici sull'immigrazione, mentre il Garante nazionale dei diritti dei detenuti Mauro Palma sottolinea come, se le notizie riportate dalle agenzie verranno confermate, "si tratterebbe di un episodio che si potrebbe configurare come respingimento collettivo".
Un parere condiviso anche da Marina Castellaneta, ordinario di diritto internazionale a Bari: "In base a tutte le convenzioni internazionali lo Stato deve fare in modo che chiunque faccia richiesta di asilo venga tutelato e seguito in questa richiesta - spiega la docente -. E dunque ha l'obbligo che le sue navi, quelle che battono la sua bandiera, non effettuino dei respingimenti".
di Cristiana Mangani
Il Messaggero, 1 agosto 2018
Più di 1.400 movimenti nelle ultime settimane: dopo mesi passati in porto senza soldi per il carburante, le motovedette della Guardia costiera libica sembrano aver trovato una particolare voglia di intervenire nei soccorsi in mare. E la ragione, probabilmente, è nell'impegno che l'Italia, ma anche l'intera Unione europea, sembra aver preso con il presidente Fayez al Serraj. Settembre sarà un mese importante per la Libia, perché la nuova campagna che il ministro dell'Interno Matteo Salvini vuole portare a Bruxelles, è quella di far dichiarare Tripoli e altri porti del Nord Africa, "porti sicuri".
Ovvero luoghi dover poter approdare avendo la possibilità di chiedere l'asilo politico o un permesso di soggiorno. Una sfida non da poco, e che sembra molto difficile da vincere, soprattutto per via delle tante leggi internazionali che pongono precise regole a chi accoglie i migranti. Il responsabile del Viminale, però, è orientato a insistere per aprire questo fronte nel dibattito, cercando di coinvolgere anche la Tunisia, l'Algeria, e tutti quei posti che sono considerati a rischio diritti umani.
Il primo obiettivo è stato raggiunto con la creazione di un'area Sar di intervento da parte della Libia, nei confronti della quale l'Europa sembra aver mostrato un'apertura reale soprattutto di recente. E infatti, con il supporto della Ue, Tripoli ha preso possesso della parte di mare davanti alle proprie coste per le operazioni di ricerca e salvataggio (Sar è l'acronimo inglese di "search and rescue"). Il governo libico ha nuovamente inviato richiesta di certificazione all'Imo, la Authority marittima dell'Onu, dopo il ritiro della pratica avanzata un anno fa.
E questa volta lo ha ottenuto. Finora, pur avendo ratificato la convenzione di Amburgo, Tripoli non aveva dichiarato quale fosse la sua specifica area di responsabilità e la competenza per il salvataggio dei migranti in mare, di fatto, spettava all'Italia. Ora, le navi impegnate in quelle acque fanno regolarmente ritorno sulla costa dalla quale sono salpate. Ma ciò, naturalmente, non può bastare a garantirgli il riconoscimento di "porto sicuro", ed è per questo che il Viminale intende affrontare la questione in Europa.
"Del resto - spiegano - già durante il precedente governo i migranti venivano riportati in Libia. È ipocrita fare accordi con le tribù locali, e poi dire che non puoi respingere". Inoltre, per i paesi africani che affacciano sul Mediterraneo saranno più opportunità, più affari, più interessi, e probabilmente anche più denaro da parte dell'Unione europea.
Come Tripoli anche nei confronti di Tunisi è aperto il dibattito riguardo alla possibilità che vengano riconosciuti come "piace of safety". E la questione si è posta nuovamente di recente, nel caso della nave "Sarshot 5", da giorni bloccata in acque tunisine, senza riuscire ad approdare. È facile immaginare che il governo in carica a Tripoli abbia ottenuto di recente aiuti economici di una certa importanza, e abbia quindi risposto con un impegno maggiore negli interventi in mare.
Le partenze si sono drasticamente ridotte, la diplomazia è in grande fermento, e c'è molta attesa per la Conferenza sull'immigrazione e la sicurezza che il governo libico sta organizzando per settembre. Un appuntamento al quale ha aderito anche il presidente egiziano, Abdel Fattah al Sisi, che proprio qualche giorno fa ha incontrato i vertici dell'Eni.
La sua presenza a un incontro organizzato dal governo in carica, viene giudicata molto importante, visto che da sempre Il Cairo è stato schierato al fianco del generale Khalifa Haftar, acerrimo nemico e avversario di al Serraj.
di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 1 agosto 2018
I venti che spirano in una parte dell'Unione europea, a Est soprattutto, ma anche a Sud, come sappiamo bene, non depongono a favore di politiche sociali aperte e innovative.
Anche sulle droghe, come sulle migrazioni o sulle povertà, potrebbero pesare populismi e nazionalismi, avvezzi alle risposte muscolari ben più che alle strategie di respiro, basate sulle evidenze e sul rispetto dei diritti umani: Vienna 2019, il Meeting di Alto livello Onu sulle droghe, sarà un banco di prova politicamente importante.
Di contro, la nuova composizione e la nuova direzione del Forum europeo della società civile sulle droghe (Csfd) - il gruppo di associazioni attive nelle politiche sulle droghe che si affianca in qualità di gruppo di esperti alla Commissione Europea ed è interlocutore del Gruppo orizzontale droghe (Hgd), che rappresenta i governi - va nella direzione delle politiche riformiste, orientate al contenimento dell'approccio penale e alla riduzione del danno.
Ai primi di luglio, sono state confermate o accolte per la prima volta 45 associazioni e reti europee, che pur continuando a rappresentare tutti i diversi orientamenti (per l'Italia Forum Droghe, Parsec Consortium e San Patrignano), per il nuovo triennio 2018-2020 sono prevalentemente espressione di quanto nella società civile (Sc) sia progredito l'approccio critico verso le politiche globali e come si stiano concretamente percorrendo altre strade.
Gli obiettivi del nuovo Csfd prevedono innanzitutto il presidio e la promozione dell'attuale Piano europeo sulle droghe, che lo scorso anno è stato varato con l'apporto significativo del Forum stesso, raggiungendo una formulazione tra le più avanzate, considerando pluralità e mediazioni, per esempio su riduzione del danno, partecipazione, promozione di forme alternative al carcere, monitoraggio delle politiche innovative sulla cannabis (vedi rubrica su il manifesto del 23 agosto 2017). Il Forum ha verificato attraverso le sue antenne nazionali come molti governi non abbiano adottato il Piano e ne siano fortemente lontani.
Una campagna di advocacy finalizzata al rispetto delle linee guida del Piano comunitario in tutti i paesi membri sarà avviata entro l'anno, con materiali informativi e campagne di comunicazione in tutte le lingue: una opportunità per chi, come noi in Italia, ha un Piano nazionale obsoleto e iperproibizionista. Azioni specifiche saranno indirizzate al contesto internazionale, soprattutto al mantenimento e allo sviluppo della posizione riformista già espressa dalla Commissione europea in sede Onu in sede Ungass 2016: banco di prova anche a livello nazionale, per noi, memori del ruolo di rottura del fronte europeo che giocò l'Italia di Berlusconi e Giovanardi nel 2009, rendendo il ruolo comunitario più debole nel contesto globale, a favore dei proibizionismi di Usa e Russia.
Campagne e lavoro di advocacy anche per il ruolo delle associazioni nelle politiche nazionali sulle droghe: sarà lanciata in ogni stato membro una call aperta alle associazioni, mirata sia a documentare buone prassi nel dialogo politico che a sostenere micro-piani d'azione locale per aumentare il peso della società civile nei processi decisionali locali o nazionali (ai primi di agosto la pubblicazione del bando su www.fuoriluogo.it).
Infine, il futuro prossimo: l'impegno del Csfd è proiettato verso il 2020, quando sarà varata una nuova Strategia europea sulle droghe. Prioritario sarà l'impegno verso la Commissione e verso i governi nazionali a progredire in un approccio riformista, contro ogni tentazione nazional-muscolare.
Redattore Sociale, 1 agosto 2018
Bambini e ragazzi sono il 28% delle vittime, ma in Africa e America Latina questa percentuale supera il 60. Rifugiati, migranti e sfollati i più vulnerabili. "Numero reale ancora maggiore rispetto ai dati ufficiali". La denuncia (e le proposte) di Unicef e Icat.
Circa il 28% delle vittime di tratta identificate a livello mondiale sono bambini. E in regioni come l'Africa Subsahariana o l'America Latina, la percentuale tocca rispettivamente il 64% e il 62%. È la denuncia di Uniicef e Gruppo di Coordinamento Inter-Agenzie contro la Tratta di esseri umani (Icat), secondo cui "il numero reale dei minorenni vittime di tratta sia ancora maggiore rispetto ai dati ufficiali".
"Questo avviene perché i bambini vengono raramente identificati quali vittime del traffico di esseri umani: - si legge - pochi di loro si fanno avanti, per paura dei trafficanti, per mancanza di informazioni sulle opzioni disponibili, per diffidenza nei confronti delle autorità o per paura di rimanere vittime di stigmatizzazione sociale o di essere rimpatriati senza tutela e assistenza materiale. I bambini rifugiati, migranti e sfollati sono categorie particolarmente vulnerabili alla tratta. Che stiano fuggendo da guerre o persecuzioni, o che siano alla ricerca di migliori opportunità di formazione o sostentamento, un numero esiguo di minorenni ha la possibilità di accedere a percorsi regolari e sicuri per spostarsi insieme alla propria famiglia".
Una circostanza che "aumenta le probabilità che i bambini e i membri delle loro famiglie utilizzino percorsi irregolari e più pericolosi, oppure che decidano di intraprendere il viaggio in solitudine, il che li rende ancora più vulnerabili a violenze, abusi e sfruttamento da parte dei trafficanti". "La tratta è una minaccia estremamente concreta per milioni di bambini nel mondo, soprattutto per quelli che sono stati costretti a lasciare le loro case e comunità senza una protezione adeguata" afferma il Direttore dell'Unief, Henrietta Fore."Questi bambini hanno urgentemente bisogno che i governi intensifichino e mettano in atto misure per tenerli al sicuro". In molti contesti mancano soluzioni sostenibili per i bambini vittime di tratta, come un'assistenza a lungo termine, il recupero sociale e la protezione umanitaria.
In molti paesi i sistemi di tutela dell'infanzia e dell'adolescenza non dispongono di risorse sufficienti, c'è estrema carenza di tutori legali e di meccanismi di tutela alternativa. Spesso questi bambini e ragazzi vengono collocati in sistemazioni inadeguate, dove rischiano ulteriori traumi e violenze. I ragazzi vittime di tratta possono incontrare ulteriori ostacoli a causa degli stereotipi di genere che impediscono ai ragazzi maschi di ottenere o di chiedere l'aiuto di cui hanno bisogno, mentre le ragazze sono più vulnerabili al rischio di sfruttamento o abuso sessuale, di discriminazione e di maggiore povertà.
Le proposte di Unicef e Icat - Aumentare percorsi sicuri e legali che consentano alle famiglie con bambini di spostarsi, accelerando la determinazione dello status di rifugiato e affrontando quegli ostacoli normativi e pratici che impediscono il ricongiungimento dei minorenni alle loro famiglie. Rafforzare i sistemi di protezione sociale e di tutela dell'infanzia al fine di prevenire, identificare, gestire e assistere i casi di tratta, violenza, abusi e sfruttamento dei bambini, e rispondere ai loro specifici bisogni con attenzione all'età e al genere.
Assicurare che le decisioni in merito siano guidate da una valutazione caso per caso, nella quale sia determinato correttamente il "superiore interesse del minore", qualunque sia lo status legale della persona in questione, e che egli/ella possa partecipare a questa decisione nella misura più appropriata in base alla sua età e al suo grado di maturità.
Migliorare la cooperazione transfrontaliera e lo scambio di informazioni tra Stati confinanti, l'applicazione delle norme sulla protezione dell'infanzia e dell'adolescenza, le procedure di ricerca e di ricongiungimento familiare e i meccanismi di tutela alternativa per i minorenni non accompagnati da familiari. Evitare misure che potrebbero spingere i minorenni a scegliere rotte più rischiose e di spostarsi da soli per evitare di essere scoperti dai controlli di polizia.
Nova, 1 agosto 2018
Il ministro della Giustizia francese, Nicole Belloubet, ha annunciato una riorganizzazione dell'amministrazione penitenziaria dopo l'evasione di Redoine Faid, il detenuto scappato da carcere di Reau, nella Seine-et-Marne grazie all'aiuto di un commando.
Lo riferisce "Le Figaro", spiegando che ieri il guardasigilli ha presentato le conclusioni di un rapporto preparato dall'Ispezione generale della Giustizia. Belloubet ha sottolineato che attualmente si attua un approccio "più giuridico che operativo" nel sistema penitenziario, a causa di una frattura tra le squadre che agiscono sul terreno e l'amministrazione centrale. Il ministro ha inoltre riconosciuto la mancanza di efficacia nella prevenzione della radicalizzazione dei detenuti nelle prigioni.
La Repubblica, 1 agosto 2018
La titolare del dicastero della Salute ha visitato l'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, dove la cannabis viene prodotta. "Verrà bandita una sorta di manifestazione di interesse per una partnership pubblico-privata, per aumentare la produzione della cannabis terapeutica". Così la ministra della Salute, Giulia Grillo, al termine della sua visita questa mattina, martedì 31 luglio, all'Istituto chimico farmaceutico militare di Firenze, dove attualmente la cannabis terapeutica viene prodotta.
Il via alle manifestazioni d'interesse, ha spiegato la ministra "sicuramente non sarà molto distante nel tempo". Ci vorrà "tempo ovviamente di organizzare, ma essendo un'attività di grande interesse tanto per la Difesa, quanto per la Salute, saranno fatti tutti gli sforzi per farla nel più breve tempo possibile". Attualmente, ha detto Grillo, "non è sufficiente la quantità" che viene prodotta dall'Istituto, dunque incrementare la produzione è "molto importante" perché "possiamo anche noi soddisfare altre esigenze, non solo interne ma pure estere".
"Farò ogni sforzo affinché in tutte le farmacie torni disponibile la cannabis ad uso medico per garantire la continuità terapeutica alla quale avete diritto", ha poi confermato la ministra con un post sul suo profilo Facebook annunciando di aver "incontrato il Comitato pazienti cannabis terapeutica, con cui ho avuto un fruttuoso colloquio". "Ho ascoltato le loro istanze e mi sono attivata per verificare le condizioni di un aumento di produzione di cannabis terapeutica".
Ho appena terminato la visita allo stabilimento Chimico Farmaceutico Militare, dove ho incontrato il Comitato Pazienti Cannabis Terapeutica, e con i quali ho avuto un fruttuoso colloquio. Ho ascoltato le loro istanze e mi sono attivata per verificare le condizioni di un aumento di produzione di cannabis terapeutica. Farò ogni sforzo affinché in tutte le farmacie torni disponibile la cannabis ad uso medico in modo da garantire la continuità terapeutica alla quale avete diritto.
Corriere della Sera, 1 agosto 2018
Le istruzioni dovevano essere pubblicate online dal primo agosto da Defense Distributed. Anche Trump si era espresso contro la decisione: "Non ha senso".
Un giudice federale negli Usa ha bloccato temporaneamente la pubblicazione online delle istruzioni per fabbricare la pistola con la stampante 3D. L'ingiunzione è arrivata a poche ore dalla diffusione - prevista per il primo agosto - da parte dell'azienda texana Defense Distributed, il cui proprietario (Cody Wilson) è un noto sostenitore del possesso di armi da fuoco. Otto Stati americani si erano appellati contro il via libera della pubblicazione e anche il presidente americano Trump con un tweet aveva definito la pubblicazione "senza senso".
La causa - Il governo statunitense aveva ordinato a Defense Distributed di rimuovere le istruzioni pubblicate online nel 2013, e la società aveva fatto causa rivendicando la violazione dei diritti previsti nel Primo e nel Secondo Emendamento. Dall'azione legale si è arrivati al patteggiamento di giugno che le associazioni contro le armi criticano duramente perché non vedono il motivo di un ripensamento. Wilson, fondatore e proprietario della Defense Distribuite, pubblicò online i progetti e gli schemi per stampare in 3D una pistola funzionante, "The Liberator". Soprannominate "Ghost Guns", queste armi "fai da te" non sono rintracciabili perché mancano di numeri seriali.
Armi "fai da te" - Wilson ha definito "The Liberator" come "Wiki Weapon", la pistola che può essere creata velocemente. Il Dipartimento di Stato Usa aveva imposto l'eliminazione delle istruzioni dal sito nel 2013 perché questa violava il Traffic in Arms Regulations, la normativa che disciplina l'accesso alle armi e ai loro dettagli tecnici. "The Liberator" può essere realizzata con 15 pezzi stampati in 3D e con l'aggiunta di un chiodo comune che fa da percussore.
La Repubblica, 31 luglio 2018
Il rapporto semestrale dell'Associazione Antigone: "Che non ci sia un'emergenza immigrazione lo dicono i numeri". La denuncia: in troppi istituti di pena le condizioni di vita sono insostenibili.
di Andrea Oleandri
Il Manifesto, 31 luglio 2018
Non c'è un'emergenza stranieri e non c'è un'emergenza sicurezza connessa agli stranieri. È senza dubbio questo uno dei principali dati che emerge dal rapporto di metà anno sulle carceri italiane che Antigone ha presentato ieri a Roma. Nel 2008 gli stranieri residenti in Italia erano circa 3 milioni. Anche all'epoca si registrava un clima culturale e politico di forte astio nei loro confronti e venivano invocati provvedimenti straordinari, a quei tempi in particolare contro i cittadini rumeni. I detenuti non italiani in carcere alla fine di quell'anno erano 21.562. Il tasso di detenzione (detenuti in carcere sul totale di quelli residenti nel paese) era dello 0,71%.









