di Katia Bonchi
Il Manifesto, 8 aprile 2015
Diritti umani. La Corte di Strasburgo condanna l'Italia per le violenze della Diaz. Censure pesanti contro stato e polizia: manca il reato specifico e l'identificativo degli agenti, le istituzioni coprirono i violenti. Il blitz alla Diaz durante il G8 di Genova deve essere qualificato come "tortura", alla polizia è stato consentito di non collaborare alle indagini e la reazione dello Stato italiano non è stata efficace violando l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Lo ha stabilito la Corte europea di Strasburgo (Cedu) che ha accolto il ricorso di Arnaldo Cestaro, uno dei 92 manifestanti, picchiati e ingiustamente arrestati la notte del 21 luglio 2001. Cestaro, all'epoca 62 enne, uscì dalla scuola con fratture a braccia, gambe e costole che hanno richiesto numerosi interventi negli anni successivi.
di Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone)
Il Manifesto, 8 aprile 2015
C'è un giudice in Europa. I fatti di Genova risalgono al 20 luglio del 2001. In quella circostanza una buona parte delle istituzioni si è sentita legittimata a ragionare e ad agire come se fosse in uno stato di eccezione. La presenza di due ministri nella cabina di regia delle operazioni di polizia contro i manifestanti assunse il significato di legittimare l'eccezionalità di quanto stava accadendo. Ci furono le brutalità della Diaz e poi le torture di Bolzaneto. Non furono episodi marginali o "mele marce".
di Carlo Lania
Il Manifesto, 8 aprile 2015
Mauro Palma: "L'operazione alla scuola Diaz fu pianificata e proprio per questo si può parlare del reato di tortura". "Bene, possiamo dire che il famoso giudice di Berlino esiste davvero. La sentenza della Corte di Strasburgo riconosce quanto accaduto alla scuola Diaz come episodi di tortura, anche se dimostra un'incapacità nazionale di riconoscerli come tali". Mauro Palma è stato per anni il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e guarda con soddisfazione alla decisione dei giudici europei. Anche se, ammette, nella sentenza non mancano motivi di riflessione e autocritica.
"Il quadro che emerge del Paese non può che farci guardare allo specchio in maniera dura perché nella sentenza si ricorda come nel 2006, rispondendo a una richiesta di chiarimenti proprio su quanto accaduto al G8, il governo spiegò che in Italia manca un reato specifico perché la tortura è lontana dalla nostra mentalità. Una risposta che lascia esterrefatti e che mi sconvolge, perché tra le tre situazioni di Genova, la piazza, la Diaz e Bolzaneto, l'operazione Diaz venne pianificata facendo così intervenire proprio il reato di tortura".
Ci sono voluti 15 anni e un'istituzione straniera, per quanto europea, perché si arrivasse a pronunciare la parola tortura sui fatti di Genova.
"È vero, ma tenga presente che la sezione che ha emesso la sentenza è presieduta da un giudice italiano, anche se in questo caso non presiedeva lui. Poi sì, c'è un elemento sovrannazionale che ci giudica e se vuole questa è la linea d'ombra tra la positività della decisione e la constatazione della nostra incapacità interna a risolvere il problema".
La Corte parla di responsabilità della polizia per non aver contribuito a identificare gli agenti autori delle violenze. Un atto di accusa molto preciso.
"Dice anche che sono state fornite foto molto vecchie degli agenti. Fa parte di questa opera di scarsa trasparenza anche la falsificazione dei verbali e la conferenza stampa successiva all'irruzione nella scuola. Tutto questo è proprio di un sistema corporativo che si chiude a riccio e commette reati. Vede, quando si tratta del singolo episodio, della persona picchiata si può anche pensare, seppure con le molle, al classico caso della mela marcia. Ma qui hai un sistema che difende se stesso falsificando. E non può essere la decisione del singolo".
Un modo per abbattere il sistema di cui parla è il codice identificativo per gli agenti, la cui approvazione trova però sempre molta resistenza. A cosa è dovuta?
"Ho parlato più volte con i responsabili delle forze dell'ordine e l'opposizione è sempre una: il rischio che l'agente possa in qualche modo vedere messa in pericolo la propria incolumità. A me sembra una cosa non reale. Il codice identificativo lo possiamo anche cambiare o far ruotare con una certa facilità e si possono tenere molto segrete le modalità di decriptazione facendo in modo che siano fruibili solo da parte dell'autorità giudiziaria. Gli agenti replicano dicendo di temere comunque di diventare dei bersagli. Mi sembra l'espressione di una cultura arretrata. Io parto da un principio: la trasparenza non è solo massima garanzia di legalità, ma anche massima garanzia di tutela per chi agisce in un lavoro difficile come quello delle forze dell'ordine. Più si è trasparenti meglio è anche per le forze dell'ordine, che così vengono tutelate rispetto ad accuse ingiuste. Ma il messaggio che invece passa sempre è che l'opacità garantisce, tutela. L'opacità non garantisce niente e nessuno, neanche le forze dell'ordine".
Lei ha parlato di culture arretrate. Ma c'è una cultura di violenza tra le forze dell'ordine e, quindi, di impunità?
"Più che di violenza parlerei proprio di impunità. Quando devi fare delle promozioni e scegli di promuovere agenti che sono sotto inchiesta per violenza e maltrattamento di persone in custodia, mandi un segnale culturale al giovane agente che è dirompente".
Da Strasburgo arriva anche l'accusa all'Italia di non avere una legislazione adeguata, e il riferimento esplicito è al reato di tortura.
"Ricordiamoci che soltanto quattro anni fa, quando ci fu da parte dell'Onu la precedente revisione degli obblighi relativi ai diritti umani da parte del nostro paese, ancora una volta l'Italia si presentò a Ginevra dicendo che da noi non c'è bisogno di istituire il reato di tortura, perché esistono altre fattispecie che permettono di perseguire le condotte violente. Da allora abbiamo avuto una serie di prove tangibili che questo non è vero e abbiamo visto come perseguire con figure di reato deboli esponga alla prescrizione".
C'è quindi il rischio che episodi simili si ripetano?
"Sì. Credo e spero che Genova sia stata il punto di caduta più basso di un trend. Ma a livello di singoli individui può sempre capitare. E poi penso che ci sia anche molta dimenticanza da parte dell'opinione pubblica".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 8 aprile 2015
La Camera domani riprende i lavori sull'introduzione del reato. Ma tipizzato all'italiana. Mentre il governo blocca al Senato il testo di Sel sugli identificativi per gli agenti. Reato di tortura e codice identificativo per le forze dell'ordine: fino a quando l'Italia non provvederà a colmare queste lacune nel proprio ordinamento, la "natura strutturale del problema" rimarrà - per usare le parole della Corte europea dei diritti dell'uomo - "evidente". Appurato infatti che il comportamento da "macelleria messicana" tenuto dalle forze dell'ordine alla Diaz "deve essere qualificato come tortura", nella condanna contro Roma la Corte di Strasburgo pronuncia un esplicito imperativo a rispettare i principi della legislazione internazionale.
Insomma, ciò che gli italiani discutono inutilmente da decenni, all'impasse per i veti delle divise di cui la destra si fa portavoce ma che riescono ad imbalsamare anche il Pd, incapace di procedere sulla strada segnata dalla stessa Costituzione italiana, dalla Convenzione di Ginevra del 1949 e da una lunga serie di patti internazionali fino alla Convenzione Onu ratificata dal nostro Paese nel 1988 ma mai attuata, appare invece chiaro ai giudici europei. Il collegio presieduto da Päivi Hirvelä infatti scrive che il diritto penale italiano ha dimostrato di essere "inadeguato" non solo perché non prevede alcuna sanzione contro i pubblici ufficiali che abusando dei propri poteri compiono atti di "tortura" o anche solo "azioni disumane e degradanti", ma anche perché è "privo di disincentivi in grado di prevenire efficacemente il ripetersi di possibili violenze da parte della polizia".
Già un anno fa la Corte europea, condannando l'Italia a risarcire un uomo picchiato dai carabinieri, aveva bacchettato anche la magistratura troppo spesso inerte davanti simili fatti.
E sebbene qualcosa si sia mosso, negli ultimi anni, da quando alcuni tribunali hanno sottolineato l'impossibilità di procedere alla condanna delle forze dell'ordine colpevoli di violenza per mancanza di leggi appropriate (G8 di Genova e caso Cucchi, primi tra tutti), il reato di tortura e il codice identificativo per gli agenti di polizia non sono ancora strumenti a disposizione.
Alla Camera però è calendarizzata già per domani la discussione iniziata il 23 marzo scorso sul ddl tortura, il cui testo è stato licenziato dal Senato nel marzo 2014 e modificato dalla commissione Giustizia al fine di armonizzarlo maggiormente - ma non del tutto - alle convenzioni internazionali. "Abbiamo innanzitutto raddoppiato i tempi di prescrizione che ora arrivano fino a 24 anni - spiega la presidente della commissione Donatella Ferranti (Pd) - e abbiamo cercato di tipizzare meglio la fattispecie di reato, soprattutto nel caso di pubblico ufficiale che abusa dei propri poteri, specificando le finalità della condotta volta ad ottenere informazioni, a vincere una resistenza, per punizione o per discriminazione".
Ma la prima e più importante "pecca" del testo, che dopo l'approvazione della Camera dovrà comunque tornare in seconda lettura al Senato, sta nel fatto che la tortura non è qualificata come reato proprio ma comune, quindi imputabile a qualunque cittadino e non solo alle forze dell'ordine, come avviene in molti Paesi occidentali. "È stata una scelta politica - ammette Ferranti - ma non cambia nulla perché nel caso di reato commesso da pubblico ufficiale è prevista un'aggravante con pena autonoma, come se fosse un reato specifico. Abbiamo scelto di non stravolgere ulteriormente il testo del Senato, dove comunque si è svolto un alto dibattito per più di un anno, in modo da velocizzare l'approvazione finale. Ora mi auguro che la Camera approvi all'unanimità il provvedimento, in modo da poter avere la legge definitiva entro l'estate".
Il nuovo testo modificato dalla commissione Giustizia punisce con la reclusione da 4 a 10 anni "chiunque, con violenza o minaccia o violando i propri obblighi di protezione cura o assistenza, intenzionalmente cagiona a una persona a lui affidata o sottoposta alla sua autorità sofferenze fisiche o psichiche". La pena è aggravata da 5 a 12 anni quando a torturare è un incaricato di pubblico servizio, il quale può essere accusato anche di un nuovo reato, l'istigazione specifica, punito con il carcere fino a 3 anni anche se l'istigazione non è stata accolta e la tortura infine non c'è stata.
Per i codici alfanumerici sulle divise invece c'è da aspettare di più, perché il governo ha di fatto bloccato i lavori in commissione Affari costituzionali del Senato sul testo presentato da Sel e che avrebbe dovuto arrivare in Aula la scorsa settimana, annunciando provvedimenti in questo senso in un prossimo ddl sulla sicurezza urbana. "L'accordo con il ministro Alfano è che la commissione analizzerà contemporaneamente i due ddl - spiega la senatrice di Sel Loredana De Petris - Ma aspetteremo ancora quindici giorni, poi, se il ddl governativo non arriverà, faremo pressioni per riprendere i lavori sul nostro testo e introdurre i codici con i quali a Genova si sarebbero potuti identificare i torturatori".
di Arturo Diaconale
L'Opinione, 8 aprile 2015
"Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Così recita l'articolo 3 della Convenzione dell'Unione Europea sui Diritti dell'Uomo. E sulla base di questo articolo il nostro Paese è stato condannato dalla Corte di Strasburgo per le violenze subìte da un manifestante che si trovava nella Diaz durante il pestaggio della polizia del 2001 e per l'assenza di un'adeguata legge contro la tortura nella nostra legislazione.
La sentenza della Corte europea è stata salutata con soddisfazione da quanti non hanno mai smesso di denunciare il comportamento delle forze dell'ordine durante le drammatiche giornate del G8 di Genova. Ma ha dato vita ad un singolare paradosso. Perché ha messo in luce come proprio chi ha più contestato le torture perpetuate dalla polizia alla Diaz non ha mai speso una sola parola per denunciare la totale assenza nel nostro Paese di norme contro l'altro tipo di tortura, quella che si manifesta con trattamenti inumani o degradanti compiuti dallo Stato ai danni dei cittadini.
Questo paradosso è pericoloso. Perché non riguarda solo i difensori degli antagonisti, degli anarchici, degli extraparlamentari, degli autonomi o di chiunque sia stato a favore della violenza di popolo contro la violenza di Stato. Ma si estende ad una larga fetta della società italiana che non ha dubbi e perplessità di sorta nel protestare contro la tortura della polizia, ma non ha neppure una sola esitazione nel chiedere contemporaneamente pene e comportamenti inumani, degradanti ed incivili, cioè l'applicazione della tortura, nei confronti degli accusati di reati considerati emergenziali.
Questa parte dell'opinione pubblica nazionale, espressione di una cultura giustizialista divenuta purtroppo egemone negli ultimi decenni, rischia di dirottare lo stimolo provocato dalla sentenza della Corte europea verso l'introduzione di un reato di tortura limitato ai soli casi di eccesso di violenza da parte delle forze dell'ordine.
Invece il richiamo che viene da Strasburgo dovrebbe spingere ad una riflessione diversa e ad una azione legislativa molto più ampia. La riflessione è che nel nostro Paese la tortura, quella che non solo colpisce fisicamente ma che degrada, umilia e schiaccia la dignità dell'uomo, esiste da tempo immemorabile ed è la conseguenza inevitabile delle diverse legislazioni di natura emergenziale applicate nel corso degli anni. I comportamenti condannati dalla Corte europea sono stati la regola nella lotta al terrorismo degli anni Settanta e Ottanta, sono stati gli strumenti con cui è stata condotta e continua ad essere portata avanti la lotta alla mafia, sono stati le conseguenze della cosiddetta rivoluzione giudiziaria di Mani Pulite e si sono trasformati progressivamente nella prassi iniziale di qualsiasi inchiesta giudiziaria.
Riconoscere che l'uso della tortura, intesa nel senso più ampio indicato dai giudici europei, sia connaturata con le diverse legislazioni emergenziali italiane non è un modo per contestare la lotta al terrorismo, alla mafia ed alla corruzione. È solo un inevitabile punto di partenza per compiere un bilancio dell'efficacia delle legislazioni emergenziali (sicuramente positivo quella contro il terrorismo ma di segno contrario quelle contro mafia e corruzione) e, soprattutto, un'attenta analisi di come si possa e si debbano condurre azioni più efficaci contro ogni genere di crimine nel rispetto e nella tutela dei diritti degli individui.
Da Strasburgo, in sostanza, è giunta la richiesta di riflettere sulle pene inutilmente afflittive, sulla carcerazione preventiva troppo spesso usata come strumento d'indagine piuttosto che come misura cautelare, sulla gogna mediatica che uccide moralmente e socialmente gli innocenti oltre che ad affliggere in maniera disumana i colpevoli, sulle carceri che con tre metri quadrati di spazio per ogni detenuto non sono luogo di detenzione ma di tormento. Questa riflessione è indispensabile. Perché la tortura a cui siamo ormai assuefatti non è più tollerabile. Non solo dai cittadini italiani, anche dall'Europa!
dalla Giunta dell'Unione Camere Penali
www.camerepenali.it, 8 aprile 2015
Apprendiamo che la Giunta Regionale toscana, dopo tanti tentennamenti, ha infine deciso di destinare gli internati toscani dell'Opg di Montelupo Fiorentino alla Casa Circondariale Mario Gozzini di Firenze che, per l'occasione, attraverso apposita operazione di maquillage, dovrebbe parzialmente trasformarsi in Rems a vigilanza rafforzata.
Avevamo denunciato nei giorni scorsi il fatto che l'Opg toscano, sebbene cancellato per legge, fosse ancora in piena attività e fosse evidentemente destinato a sopravvivere chissà per quanto tempo, vista l'incapacità della Regione di individuare soluzioni adeguate per la realizzazione delle strutture alternative previste dalla legge, miseramente documentata dalle plurime e variegate ipotesi formulate nell'arco di oltre tre anni e sempre rapidamente accantonate.
Tuttavia la scelta operata rappresenta il peggiore epilogo che potesse immaginarsi.
Ci si chiede come possa una Rems, che dovrebbe essere una struttura sanitaria e non penitenziaria, un luogo di cura e di assistenza e non di detenzione, come vuole la legge, essere ospitata dalla sezione di un carcere; come si possa immaginare di dare attuazione ad una legge che, con enorme progresso di civiltà, sancisce la chiusura degli Opg, trasferendo in malati in un carcere.
Il caso, inoltre, rappresenta un ulteriore campanello di allarme se si considera che già la Lombardia aveva deciso di trasformare in Rems a vigilanza rafforzata l'Opg di Castiglione delle Stiviere, con un'operazione che assomiglia molto ad un cambio di etichetta, e che il Piemonte e la Liguria avevano deciso di destinare i propri malati a quella struttura.
Non vorremmo - ma abbiamo motivo di temerlo - che una riforma di portata storica, grazie a scelte di questo tipo, si trasformasse in un'operazione gattopardesca.
Sono molte le Regioni che non sono pronte a rispettare il dettato normativo, nonostante il lunghissimo tempo avuto a disposizione. Gravissime inadempienze sulla pelle di persone che, invece, avrebbero bisogno di maggiori attenzioni, perché alle loro problematiche spesso si aggiunge l'abbandono da parte delle famiglie.
Chiediamo dunque al Governo di non ratificare la decisione della Regione Toscana, d'intervenire immediatamente in tutte le Regioni inadempienti e di nominare un commissario ad acta, come previsto dalla legge, per procedere rapidamente all'individuazione di soluzioni alternative per i malati di quelle regioni in cui non sono state ancora approntate soluzioni idonee, auspicabilmente rivalutando anche quelle che non sono in linea con l'ispirazione del percorso riformatore culminato nella Legge 81/2014.
di Luca Ferraro (Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione)
Libero, 8 aprile 2015
Si è fatto un gran parlare in questi giorni della decisione del governo di promuovere un allungamento dei termini di prescrizione dei reati, con particolare riferimento al reato di corruzione. La polemica si è fatta molto serrata al punto da ritenere che i fautori dell'allungamento siano da annoverare automaticamente nella schiera di coloro che vogliono combattere la corruzione, nel mentre i sostenitori della tesi opposta sarebbero i soggetti che hanno scelto di mantenere un atteggiamento morbido nei confronti di un fenomeno di malcostume squisitamente italiano. Niente di più sbagliato.
Anzitutto, la prescrizione è sempre e comunque una sconfitta dello Stato, che si dimostra incapace di intervenire con il proprio apparato giudiziario per l'accertamento e la repressione dei reati. Da qui all'aumento dei termini, già molto alti (più di 15 anni), ce ne corre, anche perché un principio fondamentale dello stato di diritto è che la giustizia va amministrata nel rispetto di un ragionevole termine di durata dei procedimenti. Nel caso dell'Italia, la ragionevole durata costituisce un principio di rango costituzionale (art. 111) al cui rispetto sono preordinate precise norme di legge, interne ed internazionali, e la cui violazione ha frequentemente visto lo Stato italiano condannato con sanzioni risarcitone di notevole consistenza.
Il nostro Paese, nel momento stesso in cui si accinge a varare l'allungamento dei termini di prescrizione, si deve confrontare con il citato precetto dell'art. 111 e con le inevitabili sanzioni in ambito europeo. Si pensi allora ad una soluzione alternativa potenziando l'azione di contrasto, istituendo magari nuclei speciali di forze di polizia e creando pool di magistrati esperti nel campo dei fenomeni corruttivi.
Più in generale, Parlamento e governo sono chiamati a occuparsi dei fattori che appesantiscono la macchina giudiziaria, determinando il problema della durata eccessiva del processo civile e penale, quali: la lentezza delle procedure codicistiche, l'accentuato formalismo, il vertiginoso accumulo dell'arretrato, l'abnorme ricorso alla giurisdizione (mediazione, dove sei?), la cattiva distribuzione dei magistrati e del personale amministrativo, la scarsità dei mezzi a disposizione, l'arretratezza dell'informatizzazione, l'espansione esagerata del diritto penale con la previsione di sanzioni penali per illeciti che sarebbe preferibile colpire con sanzioni amministrative o pecuniarie.
La vicenda ultima di Amanda e Sollecito (una volta condannati in primo grado, due volte giudicati in appello e in Cassazione con verdetti contrastanti, alla fine assolti in terzo grado con formula piena) mina la credibilità della giustizia anche e soprattutto per la durata del procedimento. Lo stesso dicasi per i casi di pene minacciate, irrogate, in tutto o in parte ineseguite, che scuotono l'opinione pubblica, spesso sconcertata per fatti che non riesce a comprendere. Un'ultima considerazione. Se è vero che il 57% degli imputati finiscono assolti, è giusto che la soddisfazione arrivi a distanza di 20 anni? Se la risposta è negativa, allungare ulteriormente i termini di prescrizione non rappresenta la medicina giusta per guarire la malattia delle lungaggini delle nostre procedure.
Italpress, 8 aprile 2015
L'ex presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, condannato a sette anni per favoreggiamento alla mafia, in una lettera-testimonianza pubblicata in prima pagina da Avvenire, il quotidiano dei vescovi, racconta la "disumanità'
" delle strutture detentive e di come in carcere abbia ritrovato Dio. "Quattro anni fa - spiega il direttore del quotidiano Marco Tarquinio - non avrei neanche pensato di poter pubblicare in prima pagina un testo di Totò Cuffaro".
"La lettera-testimonianza del detenuto Cuffaro, del potente caduto e condannato a sette anni di carcere..., mi ha però colpito sin dalle prime battute - aggiunge - e, infine, mi ha scosso e anche commosso". Nella lettera, che porta la firma "Totò Cuffaro, Detenuto nel carcere di Rebibbia", l'ex governatore della Sicilia scrive: "Caro direttore, il Papa è voluto essere uno di noi, il suo amore e la sua Misericordia sono Cristo.
Il carcere non è luogo sconsacrato: "Dove dimora il dolore il suolo è sacro". Cristo arriva e porta pace alla disperazione degli uomini che sono al varco del confine, nelle urne del pianto. Arriva e libera gli spiriti legati alle catene. Cristo è uno dei nostri, fatica con noi per riscattare il nostro passato e per ripristinare i nostri giorni. Lo sentiamo camminare accanto a noi, consola la nostra libertà crocifissa, e a ogni passo sentiamo che il giogo diventa più sopportabile. Lui è stato crocifisso, ma quando vede crocifissi noi detenuti, diventa Cireneo, ci aiuta a portare il peso della croce e cammina insieme a noi e ci rende creature nuove e forti".
"Così - aggiunge Cuffaro, sulle macerie delle parole e degli ascolti, dentro il deserto del carcere, poveri in mezzo ai poveri e tutti nella miseria, abbiamo sperato ancora. È proprio dentro questo vivere che abbiamo capito che è cambiata la nostra storia e la nostra vita". "È in questo luogo - prosegue l'ex presidente della Regione - che molti di noi hanno trovato l'appuntamento decisivo per l'incontro fondamentale con Chi eravamo convinti di avere incontrato e invece non conoscevamo a fondo.
Credevamo di averlo trovato nella liturgie a cui avevamo preso parte, di averlo raggiunto nei pellegrinaggi che avevamo fatto, di esserci stati accanto in meditazione nei ritiri spirituali, ma oggi possiamo dire che l'incontro che veramente ce lo ha fatto conoscere è accaduto qua dentro. In questo luogo, senza cercarla né aspettarla abbiamo sentito la Sua voce: inconfondibile. In questo luogo che tenta di far scomparire l'uomo Lui ci ha svelato la sua dimensione essenziale". "È disumano - scrive Cuffaro - voler annullare l'uomo. Nessuna disumanità è più grande che far scomparire la persona che ognuno di noi è: precisamente questa è la disumanità del nostro tempo. E lo Stato oggi dà per legge, come mandato al carcere, proprio questa disumanità, mortificare e far sparire l'io dei detenuti. Ma un avvenimento che ha la forma di un incontro può salvare. L'incontro fa percepire e fa scoprire il senso della propria dignità. E siccome la personalità umana è composta di intelligenza, di affettività e di libertà, in quell'incontro l'intelligenza si desta in una volontà di verità nuova e l' 'iò incomincia a fremere di una affezione alla vita, a sè, agli altri, che prima non aveva".
"Ma l'avvenimento - aggiunge Cuffaro - deve essere riconosciuto ed è necessario un io che lo accolga, soprattutto se è un io mortificato qual è quello del detenuto, che ha però un cuore liberamente disponibile ad accoglierlo. Senza cuore, senza che tu abbia cuore, senza che tu sia capace di conservare il cuore che ti è stato dato, senza cuore Dio non può far nulla. Essere se stessi è la risorsa più importante per frenare l'invadenza del carcere, per salvaguardare la propria coscienza e allontanare il pericolo che il carcere alimenta, lusingando la perdutezza della memoria. È così, direttore, abbiamo riconosciuto la Sua voce: l'uomo ha questa capacità di riconoscere la voce buona che chiama all'incontro decisivo. La voce è inconfondibile. Possiamo non risponderle e tapparci l'animo. Ma è impossibile non riconoscerla. In tanti abbiamo risposto con il più forte grido di dolore che si potesse emettere, perché meglio fosse raccolto dal Cielo: abbiamo gridato e ci siamo sentiti liberi.
Abbiamo sentito dentro la nostra carne il dolore, abbiamo capito che dentro il nostro dolore c'era anche la sofferenza degli altri e la sofferenza Sua. Per questo, direttore, vogliamo gridare ancora più forte, vogliamo riuscire a gridare al posto di chi qua dentro non ha la capacità o la forza di gridare nonostante soffra molto. Vogliamo gridare il dolore di chi non vuole ascoltare e non sa rispondere alla voce buona. Soffrire per gli altri è una grande forma di amore e se gridiamo il nostro e il loro dolore, liberiamo la nostra libertà. Giovedì 2 aprile 2015 la voce del Papa era stanca e addolorata ma era la voce buon, noi detenuti l'abbiamo riconosciuta subito. Lui era Cristo. Grazie, Francesco", conclude Totò Cuffaro.
di Mattia Motta
Libertà, 8 aprile 2015
Ennesimo gesto disperato alle Novate, la vittima uno straniero di trent'anni, Adrian Cioban, con fine pena ad aprile 2017. Ogni volta che una persona privata della libertà e affidata al sistema carcerario si toglie la vita, è una sconfitta per tutta la società civile" ha detto recentemente il provveditore alle opere pubbliche ad un convegno su queste tragedie. Ieri è stato uno di questi giorni. Un altro suicidio si è registrato al carcere delle Novate. All'interno di una cella dell'istituto di pena un detenuto straniero di circa 30 anni ha respirato volutamente il gas metano della bombola che dovrebbe servire per farsi da mangiare, ma che ieri è stata utilizzata dall'uomo per togliersi la vita. Inutili gli sforzi dei sanitari del 118. Il cuore dell'uomo si è fermato due volte.
Dopo un primo arresto cardiaco dovuto all'inalazione volontaria del gas contenuto in una bombola, l'intervento dei medici e dei sanitari del 118 arrivati in via Delle Novate nel pomeriggio di ieri era riuscito a far "riprendere" il cuore del 30enne, ma un secondo fatale attacco di cuore arrivato poco prima dell'ingresso al pronto soccorso dell'ospedale Guglielmo da Saliceto si è rivelato fatale. Ai medici del nosocomio piacentino non è rimasto altro da fare che constatarne il decesso. Molto probabilmente, verrà disposta l'autopsia dalla procura della Repubblica per definire le cause del decesso, anche se sembrano esserci pochi dubbi. Come spesso accade, le notizie dal carcere di Piacenza escono con il contagocce.
L'uomo, stando a quanto si apprende, era già in arresto cardiaco ed era riverso vicino ad una bombola del gas. Dopo un primo disperato tentativo di rianimazione, il cuore dell'uomo aveva ripreso a battere. Ma un secondo attacco ha stroncato la vita del detenuto. Gli ultimi dati disponibili sulle casistiche di suicidio al carcere di Piacenza sono del 2013 e li ha forniti il sindacato Uil penitenziari. Questi dati parlano di trentasei tentati suicidi e 235 atti di autolesionismo in un anno. Dati preoccupanti a cui vanno sei tentativi di aggressione a danno degli agenti. Il dato relativo ai tentati suicidi e agli atti di autolesionismo consegnava a Piacenza il terzo posto nella triste classifica nazionale.
Un contesto, quello del carcere piacentino, che sembra farsi sempre più nebuloso con la chiusura del laboratorio di giornalismo che per undici anni ha portato alla pubblicazione del giornale fatto dai detenuti "Sosta forzata", diretto dalla ex vicepresidente dell'Ordine dei giornalisti dell'Emilia-Romagna, Carla Chiappini. Il giornale ha cessato le pubblicazioni ad inizio anno: una chiusura che ha sollevato polemiche. In favore di una maggior "trasparenza del sistema carcerario" e contro la chiusura del giornale sono intervenute le associazioni Articolo 21 e la Federazione nazionale della Stampa Italiana.
Il Velino, 8 aprile 2015
Nel processo sono imputati responsabili del carcere di Castrovillari e medici dell'ospedale di Cosenza. Il Tribunale di Cosenza ha acquisito i verbali delle guardie penitenziarie nel corso dell'udienza di oggi del processo che cerca di fare luce sulla morte di Aldo Tavola, deceduto il 26 giugno del 2012 nell'ospedale di Cosenza.
L'uomo era stato trasferito all'Annunziata il 22 giugno per problemi neurologici. Nel processo sono imputati Francesco Montilli, responsabile dell'area sanitaria del carcere di Castrovillari, e i medici dell'Annunziata Furio Stancati, Angela Gallo, Domenico Scornaienghi, Ermanno Pisani, Carmen Gaudiano e Antonio Grossi.
Tavola che era stato ricoverato per problemi neurologici e lamentava - emerge dalle denunce dei familiari - dolori alle gambe, è deceduto però per shock emorragico causato da un'ulcera perforante. Per l'accusa, i medici e il responsabile sanitario del carcere avrebbero sottovalutato la patologia lamentata dal paziente e riscontrata da alcuni esami endoscopici. In particolare, il giudice monocratico del foro bruzio ha deciso di acquisire i verbali delle guardie che hanno svolto il servizio di piantonamento quando Tavola era detenuto.
Solo due degli agenti sono stati sentiti, oggi, per ulteriori approfondimenti: Alfredo Ponterio e Giuseppe Brusco. I due hanno riferito delle condizioni di salute del paziente. Tavola si lamentava per i dolori, ma i medici in servizio sono arrivati sempre a visitarlo.
Il processo è stato rinviato al prossimo 23 giugno quando sarà sentito il direttore facente funzioni del reparto di Neurologia dell'Annunziata, Alfredo Petrone, e i consulenti della Procura, i medici legali Silvio Cavalcanti e Vannio Vercillo. Per quella data il giudice ha disposto anche l'acquisizione dei registri di accesso alle celle custoditi dalle guardie penitenziarie.
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