Comunicato Sappe, 7 marzo 2015
Nel penitenziario S. Agostino di Savona è stata effettuata un'operazione di prevenzione all'introduzione di sostanze stupefacenti con l'impiego di unità cinofile della Polizia Penitenziaria, nel mentre Katr Mohamed algerino di 43 anni albenganese di residenza, detenuto per reati di rapina ed altri collegati alle sostanze stupefacenti, si gode la sua latitanza, il reparto della Polizia Penitenziaria che nelle prime ore dall'evasione avvenuta dall'ospedale di Albenga dove era stato ricoverato in quanto sospetto da malattia contagiosa quale la Tbc, durante una perlustrazione in un caseggiato abbandonato nel comune di Loano, presumibilmente frequentato da stranieri e dove poteva aver trovato rifugio l'evaso, la Polizia penitenziaria rinviene un bilancino di precisione, alcuni telefoni cellulari, soldi per circa 150 € e alcune dosi di sostanze stupefacente. Gli uomini della Penitenziaria hanno sequestrato il tutto e messo a disposizione dell'autorità giudiziaria.
Il Sappe, nel vivacizzarsi con i colleghi che, anche in maniera volontaria si sono attivati sul territorio dando ampia manifestazione di professionalità. La segreteria regionale del Sappe, ritorna nuovamente sull'argomento della sanità penitenziaria ricordando che più volte il Sappe ha denunciato che il tallone d'Achille per le evasioni è proprio il ricovero ospedaliero o le visite specialistiche che, almeno in Liguria, avvengono senza sicurezza, con i detenuti lasciati anche per ore in luoghi comuni insieme ad altri pazienti, così avviene a Genova e Sanremo. Condizione che praticamente azzera l'aspetto sicurezza e benché il Sappe abbia più volte chiesto all'assessore regionale alla sanità Claudio Montaldo di rivedere tale condizione valutando la necessità di individuare per la scorta dei detenuti che si recano nei luoghi di cura, un percorso o luogo che possa garantire un minimo di sicurezza, ad oggi si sono ottenute solo promesse, ma con le promesse i detenuti evadono.
Ansa, 7 marzo 2015
Margherita Oggero per tre volte sarà nel carcere di Torino, il Lorusso e Cotugno, nell'ambito della 13/a edizione di "Adotta uno scrittore", l'iniziativa del Salone Internazionale del Libro. Oggero incontrerà le studentesse del Centro d'Istruzione per Adulti attivato presso la sezione femminile. Il primo appuntamento, l'11 marzo, sarà dedicato ai romanzi proposti dall'autrice, libri che hanno avuto un significato particolare nella sua vita di lettrice. Il secondo, il 25 marzo, sarà incentrato sul romanzo di Margherita Oggero "Risveglio a Parigi"; il terzo, il 15 aprile, saranno le studentesse a proporre i titoli su cui riflettere nel corso dell'incontro.
"Adotta uno scrittore", rivolto sin dai suoi esordi alle scuole superiori, quest'anno coinvolge 25 autori. Si tratta però di un'iniziativa che riserva da sempre spazio e attenzione alle realtà formative nate in contesti di disagio o difficoltà. Sono i progetti speciali: quello presso la Casa di reclusione Rodolfo Morandi di Saluzzo, quello per i ragazzi ricoverati all'Ospedale Regina Margherita di Torino e, da quest'anno, quello dedicato alla sezione femminile del Lorusso e Cotugno. In dodici anni, Adotta uno scrittore ha permesso a più di 7.000 ragazzi di oltre 240 classi piemontesi, di adottare 217 scrittori e a 97.000 studenti di entrare gratuitamente al Salone Internazionale del Libro. L' iniziativa è realizzata grazie al sostegno dell'Associazione delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte che riunisce le Fondazioni Cassa di Risparmio di Alessandria, Asti, Biella, Bra, Cuneo, Fossano, Saluzzo, Savigliano, Torino, Tortona, Vercelli e la Compagnia di San Paolo.
www.radiowebitalia.it, 7 marzo 2015
"Un Attimo" è il nuovo singolo dei Boomdabash, disponibile da oggi giovedì 5 marzo in free-download. La reggae band salentina si prepara con questo singolo a dare il via ai lavori per il prossimo album, un nuovo capitolo per una delle realtà più interessanti ed innovative del panorama italiano, caratterizzata dal suo inconfondibile sound che intreccia dialetto salentino e inglese giamaicano.
Il video di "Un Attimo? è stato prodotto da Soulmatical per la regia di Mauro Russo di Calibro Nove ed è stato interamente girato all'interno della Casa Circondariale Borgo S. Nicola di Lecce con la partecipazione degli attori/detenuti della compagnia teatrale "Io ci Provo", operante all'interno della struttura. Ogni secondo di riprese è un frammento di vita vera e reale nel penitenziario salentino ed il risultato è stato un'esplosione di sorrisi, volti, speranze e sogni.
"Incontrare i detenuti e girare il video all'interzo del penitenziario di Lecce è stata una delle esperienze più belle e toccanti di tutti i nostri dodici anni di carriera.
L'entusiasmo con cui gli ospiti della struttura hanno accolto l'iniziativa è stato grandioso e prova che purtroppo in questi luoghi ci sono persone, uomini come noi, che amano, si emozionano e sanno sorridere alla vita. Il carcere è uno di quei luoghi contro cui il pensiero comune, troppo spesso mosso da pregiudizi e preconcetti, si scaglia con rabbia, quasi fosse il contenitore di tutti i mali del mondo. "Un Attimo" vuole distruggere questi pregiudizi, è un inno al perdono e alla ragione. Gli errori sono ostacoli che fanno parte del percorso di vita di ogni uomo, avere la possibilità' di potervi porre rimedio un diritto di tutti".
di Valter Vecellio
Il Garantista, 7 marzo 2015
La Direzione Nazionale Antimafia ha invitato il Parlamento a depenalizzare la marijuana. Ma contrariamente a quanto ci si aspetterebbe dai giornalisti, quella che è mia vera notizia la si è potuta leggere ieri solo su questo giornale, e su un paio di siti on line. L'unica cosa che non si può fare in questi casi è proprio quella che si fa: ignorare la notizia, censurarla, evitare di discuterla, magari per dire: che scempiaggini dicono Franco Roberti e i magistrati della Dna.
"Spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo almeno europeo, in quanto parliamo di un mercato ormai unitario anche nel settore degli stupefacenti), sia opportuna una depenalizzazione della materia...".
La "materia" di cui si auspica la depenalizzazione sono le sostanze stupefacenti; l'invito che il legislatore valuti "se" e "come", viene dalla Direzione Nazionale Antimafia. Si ammetterà che se un simile auspicio, un simile invito, viene dalla Dna, l'unica cosa che non si può fare è proprio quella che si fa: ignorare la notizia, censurarla, evitare di discuterla, magari per dire: che scempiaggini dicono Franco Roberti, i magistrati della Dna; che corbellerie scrivono nella relazione che consegnano al Parlamento.
In questo documento, consegnato al legislatore non solo si scolpisce quello che si è appena citato. Si parla anche di "oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo", contro lo spaccio e l'uso di droghe leggere. Se ne dovrebbe fare una traduzione e trarne conclusioni: da una parte una profonda revisione delle modalità e delle misure concrete più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute del cittadino; ma anche la loro sicurezza e incolumità; e soprattutto "pesare", le ricadute che la depenalizzazione indiscutibilmente comporta in termini di "alleggerimento" del carico giudiziario: libererebbe energie umane (magistrati, poliziotti), e risorse da utilizzare più utilmente per il contrasto delle mafie nazionali e internazionali che, se ci si pensa bene, hanno tutto l'interesse a che il proibizionismo resti in vigore.
Ora direttamente ai direttori dei giornali e dei mezzi di comunicazione, ai giornalisti, ai commentatori di ogni colore politico e tendenza: le affermazioni della Dna sono o no una "notizia"? Se la risposta è no, per favore spieghino perché non lo è. Se al contrario è una notizia, per favore spieghino perché non l'hanno riferita, non l'hanno commentata. Hanno lasciato lo scoop a questo al "Garantista", alla segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini che questo giornale ha ospitato; e a un paio di giornali on line: "Linkiesta" e "ibtimes.com".
Dal momento che quella relazione si è parlato e scritto, i casi possono essere: a) hanno parlato, scritto e commentato quella relazione senza leggerla, fidandosi dei bignamini forniti dalle agenzie di stampa, facendo riassunti di riassunti; ma non sono andati direttamente alla fonte; questo può dare la misura delle pigrizie, delle superficialità, che spesso sono la cifra della categoria cui chi scrive appartiene sempre meno orgogliosamente; b) la notizia la si voleva dare, commentare, discutere, ma una superiore volontà, una sorta di "Big brother" lo impedisce.
C'è poi una terza possibilità: queste sono notizie sgradite, sgradevoli: ragionare sul fallimento della politica proibizionista implica una serie di conseguenze che si vogliono accuratamente evitare; ma ormai non c'è quasi più bisogno di impartire la "direttiva", modello agenzia Stefani. Ormai il riflesso può dirsi pavloviano, e vale per questo come per mille altre questioni.
Per fare un esempio paradigmatico: qualcuno sa dire perché tutte le esternazioni, i messaggi, le comunicazioni dell'ormai presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano sono state tutte ampiamente pubblicizzate, dibattute, condivise o respinte; per una sola presa di posizione non c'è stato nulla: quella relativa allo stato della Giustizia in Italia, il solenne messaggio costituzionale inviato al Parlamento: non è solo la denuncia degli orrori e degli abomini che vengono consumati "in nome del popolo italiano"; contiene precise, inderogabili, obbligate soluzioni, se si vuole come si deve, ottemperare alle prescrizioni delle giurisdizioni nazionali ed internazionali.
Un altro esempio: riguarda il presidente della Repubblica in carica Sergio Mattarella; e ci si riferisce a quello che appare quasi un inciso nell'intervento alla Scuola Superiore della Magistratura a Scandicci del 24 febbraio scorso: "L'ordinamento della Repubblica esige che il magistrato sappia coniugare equità e imparzialità, fornendo una risposta di giustizia tempestiva per essere efficace, assicurando effettività e qualità della giurisdizione...".
Acqua fresca in un paese normale. Ma l'Italia non è un paese normale; e infatti il presidente della Repubblica, con la souplesse che è la sua cifra, sente la necessità di sottolineare la "straordinarietà" di quest' "acqua fresca"; la cosa dovrebbe pur far riflettere: Mattarella dice è che la giustizia, per essere tale, deve essere ragionevolmente rapida; un qualcosa che è in continuità con l'"irragionevole durata dei processi" denunciata dal suo predecessore. Nessuno vuole tirare per la giacchetta il presidente; ma è pur significativo quello che ha detto. Non meno indicativo che sia stata lasciata cadere.
Per tornare alla questione sollevata dalla Dna, qualche altra non inutile "divagazione": concentrare gli sforzi sui pesci grossi, e non occuparci di quelli piccoli, buoni per rimpolpare le statistiche sulle operazioni condotte brillantemente e con successo, circa diecimila persone uscirebbero dal carcere; oltre che giusto (si tratta quasi sempre di persone bisognose di cure, ed è notorio che nel carcere non ci si cura), si decongestionerebbe la situazione delle nostre prigioni; il criminologo Federico Varese calcola un risparmio di 1.124.640 euro al giorno, che potrebbero essere utilizzati più utilmente. Ovviamente se ne dovrebbe e potrebbe discutere. Non lo si fa.
Questa miscela di censura, superficialità, letterale ignoranza non è la prima volta che produce i suoi micidiali risultati. È il 1998 quando l'allora Procuratore Generale della Corte di Cassazione Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, nella solenne cornice dell'apertura dell'Anno Giudiziario, rileva che una politica esclusivamente repressiva, come quella attuata fino ad oggi in Italia, non basta a stroncare il fenomeno, che "occorre dunque trovare nuove strade, nuove soluzioni al problema...è necessario considerare con grande attenzione le nuove impostazioni criminologiche e terapeutiche condotte in alcuni paesi, mediante iniziative non di liberalizzazione, ma di somministrazione controllata delle droghe, sulla base di prescrizioni mediche, inserite in programmi di assistenza e di reinserimento dei tossicomani". Anche allora nessuno si accorge di quel "passaggio" della relazione; solo l'occhiuto Marco Pannella coglie l'importanza dell'affermazione, e la "rivela". Ma anche allora, dopo le rituali polemiche dei soliti Gasparri e Giovanardi, nessun vero dibattito, nessun vero confronto.
Del resto... trent'anni fa in un libro che non stranamente non suscita particolare clamore, si può leggere che "... Se le droghe fossero legalmente disponibili, ogni possibile profitto da questa inumana attività, sparirebbe in larga misura, perché il tossicomane potrebbe comperare da una fonte meno cara...il singolo tossicomane avrebbe netti vantaggi dalla legalizzazione della droga. Oggi le droghe sono sia estremamente care sia di qualità molto incerta. I tossicomani sono spinti a collegarsi con i criminali per ottenere la droga e diventano criminali essi stessi per finanziare l'abitudine. Corrono costantemente rischi di morte e di malattia.
Si stima che da un terzo a metà di tutti i reati di natura violenta o contro la proprietà negli Stati Uniti siano commessi o da tossicomani dediti ad attività criminali per finanziare la loro abitudine, o da scontri tra gruppi rivali di spacciatori o nel corso dell'importazione e della distribuzione di droghe illegali. Con la legalizzazione delle droghe, la criminalità di strada crollerebbe immediatamente.
Di più, tossicomani e spacciatori non sono il soli ad essere corrotti. Quando sono in gioco somme immense, è inevitabile che qualche poliziotto relativamente sottopagato o qualche altro funzionario pubblico - anche tra quelli ben pagati - soccomba alla tentazione del facile arricchimento...per quanto le droghe siano dannose per quanti le usano, è nostra ponderata opinione che cercare di proibirne l'uso fa ancora più male sia a chi le usa sia a noi. La legalizzazione delle droghe ridurrebbe simultaneamente il numero dei delitti e migliorerebbe il rispetto della legge. È difficile immaginare qualunque altro singolo provvedimento che possa dare un maggiore contributo alla promozione della legge e dell'ordine...
Questo libro non è stato scritto da Pannella, come pure potrebbe sembrare. Questo libro si chiama "Contro lo Status Quo", ed è stato scritto da un premio Nobel dell'economia americano e da sua moglie, dichiaratamente conservatori, sia pure venati da libertarismo, come solo negli Stati Uniti può accadere, dei Clint Eastwood dell'università, per capirci. Si chiamavano Milton e Rose Friedman. Pensarci sopra non sarebbe male; su quello che dicevano, valido anche oggi; e sul perché non lo si è fatto e non lo si continua a fare. Vedi un po' a che approdi ci può portare la relazione della Dna al Parlamento.
www.veratv.it, 7 marzo 2015
I due pescatori italiani arrestati in Gambia "non sono in buone condizioni né fisiche né mentali, sono rinchiusi in celle sovraffollate, senza bagni, senza servizi e senza acqua, e si trovano in due bracci diversi del carcere, reclusi con veri criminali". Lo dice la Italfish di Martinsicuro, società armatrice della nave Idra Q.
Le condizioni igienico sanitarie del carcere, secondo quanto riferito dal console onorario in Gambia alla Italfish srl, sono "estremamente scarse. Nelle celle - sottolineano dall'ufficio della società armatrice che sta gestendo il caso - sono rinchiuse anche fino a 20 persone". Il console onorario in Gambia è la prima persona che i due pescatori italiani - il capitano della nave Idra Q., Sandro De Simone, di Silvi Marina (Teramo), e il direttore di macchina, Massimo Liberati, di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno) - hanno potuto incontrare dal giorno dell'arresto, avvenuto lunedì, dopo dieci giorni passati in stato di fermo.
L'imbarcazione era finita sotto sequestro per la presunta violazione delle dimensioni delle maglie di una rete. In Africa sono al lavoro due rappresentanti della società armatrice, uno a Dakar (Senegal) dove si trova l'ambasciata competente per territorio, e l'altro in Gambia. L'obiettivo è quello di ottenere la revoca del provvedimento di arresto - avvenuto al termine di quella che la Italfish definisce come "udienza sommaria" - e il rilascio dei due marinai. A bordo dell'imbarcazione era presente anche un terzo italiano, il nostromo Vincenzino Mora, di Torano Nuovo (Teramo), non coinvolto nella vicenda giudiziaria. Italfish sottolinea che "la situazione si fa sempre più preoccupante" e "non vorremmo che si trattasse di un nuovo caso Marò".
Adnkronos, 7 marzo 2015
Una lettera straziante per dire addio alla sua fidanzata. È quella scritta da un detenuto nigeriano, il 42enne Raheem Agbaje Salami, condannato a morte in Indonesia per traffico di droga. L'uomo è stato trasferito mercoledì a Nusakambangan, l'isola carcere dove sarà fucilato insieme ad altri nove detenuti questo mese. Secondo quanto riporta la stampa locale, Agbaje Salami ha fatto avere tramite le autorità la lettera alla sua fidanzata indonesiano Angela Intan, alla quale ha chiesto di essere forte e di avere fede in Dio. "Voglio ringraziare e dire addio alla mia amata fidanzata: Angela Intan, che mi è stata accanto nei momenti di felicità e tristezza - si legge nella missiva scritta in indonesiano. Grazie di tutto, per il tempo che abbiamo trascorso insieme. Conoscerti e amarti è stato il più bel regalo e anche se è stato solo per un breve periodo di tempo, ha avuto un significato profondo nella mia vita".
Raheem è stato fermato dalla polizia al Juanda International Airport nel 1999 con cinque chilogrammi di eroina. Non è chiaro quando l'esecuzione avrà luogo. Con lui verranno giustiziati altri due trafficanti di droga nigeriani, dopo che le richieste di clemenza avanzate dal presidente Goodluck Jonathan sono state respinte dal leader indonesiano Joko Widodo.
Ansa, 7 marzo 2015
L'ex capo del temuto Cartello di Sinaloa, Joaquin Guzman, detto El Chapo, ha presentato una denuncia insieme a boss del narcotraffico rinchiusi nel carcere di alta sicurezza El Altiplano, per lamentarsi delle presunte "condizioni inumane" in cui vivono, e che rappresenterebbero una violazione dei loro diritti umani.
La denuncia, presentata nei giorni scorsi alla Commissione nazionale per i diritti umani (Cndh) è stata firmata da 136 reclusi, fra i quali - oltre al Chapo Guzman - anche Hector Beltran Leyva, fondatore del cartello che porta il suo nome; Edgar Valdez Villareal, detto La Barbie; Miguel Angel Felix Gallardo e altri "nomi illustri" del narcotraffico messicano arrestati dalla polizia e condannati dalla giustizia locale.
I boss si lamentano del cibo che viene offerto nel carcere - "pollo con vermi, carne andata a male, fagioli con sassolini" - delle condizioni in cui vengono trattate le persone che vengono a visitarli e dello stato in cui si trovano le istallazioni per le visite coniugali: "materassi vecchi e sfondati, con le molle visibili e una sporcizia e un odore insopportabili". I reclusi eccellenti denunciano anche che soffrono a causa del sovraffollamento del carcere, dove le celle sono previste per due prigionieri ma in realtà ne ospitano tre, "per cui uno di loro deve per forza dormire per terra".
Askanews, 7 marzo 2015
Amnesty International ha condannato un atto "di una crudeltà indescrivibile" in Iran, dove le autorità hanno accecato un uomo condannato per aver gettato dell'acido sul viso di un altro. L'occhio sinistro della persona condannata è stato accecato sulla base della "qisas" - o principio dell'occhio per occhio - in un carcere di Karaj, a ovest di Teheran, secondo Amnesty. Accusato di aver gettato acido sul viso di un uomo nel 2009, l'imputato era stato condannato a dieci anni di reclusione e a questa punizione. L'occhio destro subirà la stessa, terribile pratica che però è stata rinviata su sua richiesta, ha spiegato l'ong con sede a Londra. "Punire qualcuno rendendolo deliberatamente non vedente è di una crudeltà indescrivibile e scioccante", ha affermato Raha Bahreini, ricercatore sull'Iran per Amnesty, in una nota. "Questa punizione sottolinea la barbarie del sistema giudiziario iraniano e disprezzo da parte delle autorità dei diritti più elementari", ha proseguito il comunicato.
di Maurizio Tortorella
Panorama, 6 marzo 2015
La nuova riforma della responsabilità civile dei magistrati? Non cambierà nulla. Perché l'arma è già spuntata in partenza. Parlano giuristi, avvocati e vittime di malagiustizia. Vi hanno detto che adesso cambia tutto? È un bluff. Non hanno pagato un euro negli ultimi 26 anni e non pagheranno nemmeno domani. Il 25 febbraio la Camera ha approvato la nuova legge sulla responsabilità civile, e da allora magistrati e giudici gridano all'indipendenza violata, strepitano all'attentato alla Costituzione. I più vittimisti ne parlano addirittura come di una "punitiva ditata negli occhi". Tutti paventano "uno tsunami di ricorsi". Ma è solo una pantomima. Ne sono convinti molti giuristi e ne sono certi soprattutto gli avvocati, che continueranno a non utilizzare lo strumento. Perché non funziona e non funzionerà.
di Giovanni Fiandaca (Docente di Diritto penale a Palermo)
Il Garantista, 6 marzo 2015
Il grande allarme della categoria è esagerato e frutto del "conflitto nevrotico" con la politica. Perché, a decidere sulla responsabilità civile dei magistrati, saranno sempre altri magistrati. Per farsi un'idea della riforma della responsabilità civile dei magistrati, è necessario aver chiare le principali innovazioni introdotte. Proviamo a esporle. La legge Vassalli del 1988 ha introdotto per la prima volta anche una forma di responsabilizzazione patrimoniale indiretta delle toghe per gli errori commessi nello svolgimento delle funzioni giudiziarie.
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