di Guido Camera e Maurizio Caprino
Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2018
Corte di cassazione, sentenza 31 luglio 2018, n. 36759. In caso di omicidio o lesioni personali stradali, scatta la revoca della patente e non la "semplice" sospensione. Se il Codice della strada continua a prevedere quest'ultima sanzione, è solo per gli incidenti causati prima dell'entrata in vigore dell'attuale legge sull'omicidio stradale e per i reati diversi (come la partecipazione a gare clandestine) commessi anche oggi che causino danni a persone. La Cassazione scioglie così, nella sentenza n. 36759depositata ieri, un nodo di coordinamento tra la revoca introdotta proprio dalla legge 41/2016 e la sospensione precedentemente prevista dall'articolo 222 del Codice della strada.
La legge che ha introdotto nel Codice penale i reati di omicidio e lesioni stradali ha modificato anche l'articolo 222 del Codice della strada, prevedendo però (nel comma 2) sia la sospensione sia la revoca, senza distinguere chiaramente i casi si cui si applica la prima e quelli in cui scatta la seconda. La difesa dell'imputato aveva prospettato tre soluzioni che escludono la "convivenza" delle due sanzioni. Due delle interpretazioni sono palesemente incongrue. Di qui la richiesta di applicare la terza, la più favorevole al reo: limitarsi alla sospensione della patente, disattendendo l'articolo 222. La Cassazione richiama invece la propria sentenza 36079/2017 secondo cui l'articolo 222 va applicato in pieno. E trova il modo per affermare che non è una norma contraddittoria, pur ammettendo che contiene un "chiaro errore".
Dunque, la sospensione resterebbe come la sanzione prevista per i reati commessi fino al 24 marzo 2016, quando è entrata in vigore la legge 41. Aldilà di questo regime transitorio, secondo la Corte c'è spazio per la sospensione anche per reati commessi in seguito e diversi da omicidio e lesioni stradali. Per questo, i giudici citano la gara di velocità non autorizzata da cui consegua la morte di una persona (articolo 9-ter del Codice della strada). Va però osservato che la stessa Cassazione ha ritenuto che questo reato possa concorrere con quello di omicidio stradale, punito invece con la revoca. Inoltre, con la sentenza di ieri la Cassazione ha di fatto prodotto una nuova norma, di fonte giurisprudenziale e non legale. Quindi ha violato il principio secondo cui l'imputato già prima del reato deve poter avere contezza della sanzione cui va incontro.
Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2018
Tar Marche - Sezione I - Sentenza 24 luglio 2018 n. 519. È rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 120, comma 2, del Dlgs 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), per contrasto con gli articolo 3, 4, 16 e 35 della Costituzione, nella parte in cui dispone che il Prefetto "provvede" - invece che "può provvedere" - alla revoca della patente nei confronti di coloro che sono stati sottoposti a misure di sicurezza personali. È quanto ha stabilito il Tar Marche con la sentenza 24 luglio 2018 n. 519.
Il tar ha chiarito che il prevalente orientamento della giurisprudenza, sia amministrativa che civile, ritiene che il provvedimento prefettizio di revoca della patente di guida in dipendenza di misure di sicurezza personali sia espressione di discrezionalità amministrativa, cioè di potere idoneo a degradare la posizione di diritto soggettivo della persona abilitata alla guida, ma costituisca un atto dovuto, nel concorso delle condizioni all'uopo stabilite dalla norma (Cass. civ., S.U., 14 maggio 2014, n. 10406; Tar Lazio, I ter, 17 gennaio 2018, n. 548).
Ad avviso del Tar tale orientamento potrebbe essere rivisitato per effetto della recente pronuncia della Corte costituzionale 9 febbraio 2018, n. 22, che ha dichiarato l'illegittimità dell'articolo 120, comma 2, del Dlgs n. 285 del 1992 nella parte in cui dispone che il Prefetto "provvede" - invece che "può provvedere" - alla revoca della patente.
La citata declaratoria di incostituzionalità veniva pronunciata "con riguardo all'ipotesi di condanna per reati di cui agli artt. 73 e 74, d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza)", mentre, in questa sede, il presupposto della decisione amministrativa riguarda l'applicazione di misure di sicurezza personali.
Ad avviso del Tar tale conclusione potrebbe estendersi anche quando il relativo presupposto riguardi la sottoposizione dell'interessato a misure di sicurezza personali. L'automatismo delineato dall'articolo 120, comma 2, del Codice della strada risulterebbe infatti irragionevole di fronte alla molteplicità di situazioni (pericolosità del soggetto più o meno grave) e di misure di sicurezza che potrebbero essere applicate (più o meno rigorose e più o meno protratte nel tempo).
milanotoday.it, 1 agosto 2018
Ridurrà gli errori e "accompagnerà" il detenuto da un carcere all'altro e fuori, a fine pena. L'ordine del giorno. Il fascicolo sanitario elettronico entrerà negli ambulatori delle carceri lombarde. Lo ha deciso il consiglio regionale, approvando un ordine del giorno presentato da Michele Usuelli di +Europa. Il provvedimento è stato "avallato" sia dal presidente della commissione carceri, il dem Gian Antonio Girelli, sia dall'assessore al welfare Giulio Gallera di Forza Italia.
"Lo chiedono i medici che lavorano in carcere", commenta Usuelli: "Serve a ridurre gli errori, accompagna il detenuto nel trasferimento da un carcere all'altro, lo accompagna in libertà alla fine della pena. Ora lavoreremo perché dalla carta si passi alla realtà". Oggi, come ha spiegato il 27 giugno un dirigente del settore Welfare della Regione in una seduta di commissione carceri, ogni detenuto ha un suo fascicolo cartaceo che contiene tutti gli eventi clinici ma anche esami del sangue e altre informazioni del genere.
"Se il detenuto si trasferisce da un carcere all'altro, tutte le volte bisogna che si ricostruisca il diario clinico, altrimenti si fanno le fotocopie di questo volume cartaceo. Spesso non è così facile farle, perché i trasferimenti dei detenuti avvengono dalla sera alla mattina e a volte non viene avvisato il livello sanitario", ha dichiarato. La Regione aveva già "assorbito", secondo quanto lo stesso dirigente ha riferito, la cartella clinica informatizzata realizzata dalla Regione Emilia Romagna e l'aveva attivata in tre penitenziari lombardi in via sperimentale.
di Alessandro Galimberti
Il Sole 24 Ore, 1 agosto 2018
Corte di cassazione - Sezione IV - Sentenza 31 luglio 2018 n. 36723. Per i fatti di colpa medica commessi tra il 14 settembre 2012 e il 1° aprile 2017 - cioè tra l'entrata in vigore del decreto Balduzzi e la successiva legge Gelli/Bianco - si applica la disposizione più risalente in quanto più favorevole. La Quarta penale della Cassazione (sentenza 36723/18, depositata ieri) risolve nel pieno solco delle Sezioni Unite (8770/18) la questione della successione della legge penale per i fatti inquadrabili nella colpa sanitaria, ribadendo che la Balduzzi prevale sulla Gelli/Bianco in quanto vera e propria abolitio criminis, invece della mera causa di non punibilità prevista dalla normativa del 2017.
La vicenda chiusa definitivamente dai giudici della Quarta sezione - con la condanna di due chirurghi dell'ospedale di San Benedetto del Tronto - riguardava due distinti momenti del trattamento di un paziente: un intervento operatorio terminato con il clippaggio del dotto epatico comune (errore tecnico determinato da "grave imperizia"), oltre a una altrettanto rilevante colpa omissiva per non aver disposto esami diagnostici di primo livello per individuare la causa dei gravi sintomi post operatori del paziente, che morì un mese dopo l'intervento per crisi convulsive da insufficienza multi-organica.
La Corte nella lunga motivazione ripercorre tutta la complessa vicenda clinica, soffermandosi poi sui profili di applicabilità della norma penale. Nel ribadire il "maggior favore" della Balduzzi - che di fatto riconduce la colpa lieve all'alveo civilistico - sulla Gelli/Bianco (che si limita a individuare la non punibilità se c'è stato il rispetto delle linee guida o, in mancanza, delle "buone pratiche clinico-assistenziali") la Quarte sezione penale ha però confermato, nel caso concreto, la condanna dei due medici marchigiani.
Questo perché la colpa a loro ascrivibile va ben oltre la "lievità" scriminata della Balduzzi, sia nella fase commissiva (l'aver clippato, cioè bloccato, il dotto epatico principale del paziente) sia nella fase omissiva, per aver proceduto direttamente con un'invasiva indagine Ercp in luogo degli accertamenti di primo livello. Colpe che, peraltro, sarebbero state inemendabili anche applicando la Gelli/Bianco.
di Bruno Pavone
Il Roma, 1 agosto 2018
Sono quasi mille i detenuti in più detenuti nelle carceri napoletani di Poggioreale e Secondigliano, che ancora una volta sono al primo posto per numero di reclusi. Dati sconcertanti se si sommano a quelli relativi ai suicidi e alle aggressioni: ben 500 dall'inizio dell'anno.
La situazione dei 15 istituti penitenziari della Campania è pesante perché oltre al sovraffollamento si somma anche la carcere di agenti di polizia penitenziaria, addetti alla sicurezza dei detenuti: circa il 25 per cento in meno sulla pianta organica. Questa mattina le associazioni di ex detenuti hanno tenuto una manifestazione fuori alle porte di Poggioreale per chiedere maggiori azioni di controllo a tutela dei detenuti reclusioni in quello che chiamano "il mostro di cemento". "L'ennesimo suicidio di un detenuto e il recente crollo del solaio su una parente che si era recata in visita nel carcere la dicono tutta sullo stato di fatiscenza e di abbandono del carcere - ha sottolineato Pietro loia, presidente di un'associazione di ex detenuti - per questo chiediamo al nuovo ministro della Giustizia, di fare presto a chiudere Poggioreale e ad aprire nuove strutture carcerarie a Napoli e nelle altre città, ricordando che la pena deve essere rieducativa e non punitiva ai limiti della privazione della dignità".
Già da questa mattina è partita poi una raccolta firma indirizzata al Presidente della Repubblica "per la delocalizzazione del carcere di Poggioreale perché non vogliamo aspettare altri morti e altri crolli affinché le istituzioni assumano questa decisione". "Sono trascorsi due anni da quando l'ex ministro della Giustizia Andrea Orlando, annunciò di voler alienare San Vittore, Regina Coeli e Poggioreale affinché scontare la pena non sia, come invece, molto spesso, è attualmente, una punizione aggiuntiva per via del sovraffollamento e delle strutture irrimediabilmente antiche.
Una tortura più che una rieducazione, soprattutto quando fa troppo caldo o fa troppo freddo e una piccola cella deve ospitare più detenuti di quanti ce ne potrebbero stare. Da allora, su queste strutture carcerarie - sulle quali, da tempo, abbiamo lanciato il nostro grido di allarme, e, particolarmente, su Poggioreale, è calato di nuovo il silenzio ed il buio, sfociati, di recente, nell'ennesimo suicido nell'istituto penitenziario di Napoli che somiglia, sempre più, ad un mostro che uccide. Va ancora riconosciuto il ruolo importante della Polizia Penitenziaria perche se e vero che in questo primo semestre ci sono stati ben 24 suicidi nelle carceri italiane, e altrettanto vero che ne sono stati sventati oltre 500 a dimostrazione dell'ottimo lavoro svolto dagli operatori delle carceri".
E quanto ha affermato il Segretario Federale di "Sud Protagonista", Salvatore Ronghi. "Il carcere di Poggioreale ha gravi ed incolmabili deficit innanzitutto sul piano strutturale ed è per questo che esso è un totale fallimento dal punto di vista della rieducazione della pena e del reinserimento sociale dei detenuti e, quindi, è un "mostro" da abbattere", ha sottolineato Ronghi.
"Come movimento politico, ne proponiamo la delocalizzazione in un'area periferica e la sostituzione con un edificio moderno, con spazi adeguati per i detenuti e per svolgere tutte quelle attività necessarie al reinserimento nella vita sociale. La delocalizzazione del carcere sarebbe utile, inoltre, per la riqualificazione del quartiere di Poggioreale, con grandi benefici economici e sociali per il territorio della municipalità, un progetto alternativo che presenteremo alle autorità territoriali a settembre prossimo".
di Stefano Anastasia*
huffingtonpost.it, 1 agosto 2018
Hassan è morto ieri nell'ospedale di Belcolle, a Viterbo. Vi era arrivato una settimana fa, in coma, dopo che si era impiccato in una cella della sezione di isolamento del carcere cittadino. Hassan è il terzo detenuto che perde la vita nel carcere viterbese dall'inizio dell'anno, il secondo a seguito di un tentativo di suicidio compiuto in isolamento.
Hassan aveva 21 anni e sarebbe uscito dal carcere per fine pena il 9 settembre prossimo. Lunedì scorso è stato condotto nella sezione di isolamento per scontare una sanzione disciplinare per un fatto risalente al marzo scorso. Appena arrivato in sezione, tempo due ore e Hassan si è impiccato. Ne ho avuto notizia immediatamente dopo, quando il dirigente della medicina penitenziaria viterbese mi ha telefonato dall'ospedale, informandomi del fatto, anche perché il direttore del carcere ricordava che di Hassan il mio ufficio si era occupato e certamente volevo saperne.
In effetti, il 21 marzo scorso, una delegazione del mio ufficio aveva incontrato Hassan, all'indomani del fatto per cui solo quattro mesi dopo sarebbe stato sottoposto alla sanzione disciplinare dell'isolamento. In quell'occasione, Hassan avrebbe riferito di essere stato picchiato il giorno precedente da alcuni agenti di polizia che gli avrebbero provocato lesioni in tutto il corpo e probabilmente gli avrebbero provocato anche la lesione del timpano dell'orecchio sinistro, da cui sentiva il rumore "come di un fischio".
Mentre raccontava la sua versione dei fatti, Hassan velocemente si spogliava, così da mostrare i segni sul corpo e la delegazione effettivamente poteva vedere molti segni rossi su entrambe le gambe e dei tagli sul petto. Alla fine dell'incontro, Hassan chiedeva aiuto, dicendo di avere paura di morire.
Informato dell'incontro, avvisavo immediatamente la Provveditrice dell'Amministrazione penitenziaria, chiedendole di verificare se non fosse il caso di trasferire Hassan e il suo compagno di detenzione in un altro istituto della regione, per rassicurarlo sulle sue condizioni di detenzione. Qualche giorno dopo la Provveditrice mi informava che Hassan era rimasto a Viterbo, che la colluttazione con i poliziotti sarebbe avvenuta a seguito della resistenza opposta da Hassan e dal suo compagno di stanza a una perquisizione della loro camera da cui avrebbero svolto un traffico di psicofarmaci verso il piano di sotto.
Nelle settimane e nei mesi seguenti, Hassan e il suo compagno di stanza ci avevano in altre occasioni informato di stare bene e che non avevano più subito aggressioni. Al contrario, altri detenuti lamentavano di essere stati vittime di abusi, in specie nella sezione di isolamento, e tra questi uno confermava di essere stato testimone dell'aggressione denunciata da Hassan.
Raccolte queste informazioni, dopo essere stato personalmente in istituto il 29 maggio e dopo aver avuto occasione di incontrare alcuni detenuti della sezione di isolamento e lo stesso direttore del carcere, il 5 giugno scorso ne ho scritto alla Procura della Repubblica di Viterbo, perché accertasse lo svolgimento dei fatti e le eventuali responsabilità. Poi, improvvisamente, il 23 luglio, quella telefonata dall'ospedale.
Di fronte a un caso di suicidio, evito sempre di cadere nella tentazione di attribuire responsabilità su chi non avrebbe previsto o su chi non avrebbe vigilato. Il suicidio è innanzitutto una tragica scelta personale, imprevedibile quante altre mai. Resta l'amaro in bocca di un ragazzo di ventun anni che in carcere aveva paura di morire e che ha deciso di impiccarsi dopo essere stato portato in isolamento, nonostante gli mancasse poco più di un mese alla libertà.
Alla Procura della Repubblica spetterà accertare le eventuali responsabilità del caso, dei precedenti e delle denunce che lo stesso Hassan, insieme ad altri, ci aveva consegnato. Intanto, alla direzione del carcere e alla dirigenza sanitaria spetta la responsabilità di definire quanto prima il piano locale di prevenzione del rischio suicidario e all'Amministrazione penitenziaria tutta quella di liberare l'istituto di Viterbo dalla sua cattiva fama di "carcere punitivo", cui destinare detenuti trasferiti per motivi di "ordine e sicurezza".
*Coordinatore dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Garante per le Regioni Lazio e Umbria
La Stampa, 1 agosto 2018
Cuneo, Fossano e Saluzzo, consente ai detenuti di ottenere consulenze personalizzate su qualunque tematica giuridica da parte di un avvocato professionista. Ha preso il via ieri, martedì 31 luglio, nelle tre carceri del distretto del Tribunale di Cuneo lo Sportello di orientamento legale. L'iniziativa, che interessa le case circondariali di Cuneo, Fossano e Saluzzo, consente ai detenuti di ottenere consulenze personalizzate su qualunque tematica giuridica da parte di un avvocato professionista.
L'iniziativa - seconda in Italia dopo quella realizzata da alcuni anni dall'Ordine degli avvocati di Milano - è curata dalla segreteria dell'Ordine degli avvocati di Cuneo e prevede, per ora, il coinvolgimento di diciannove avvocati professionisti che si sono resi disponibili su base volontaria e che non potranno assumere incarichi di legale di fiducia dai detenuti che incontreranno. Una regola, questa, che consente loro di non contravvenire al codice deontologico dell'Ordine e di evitare confusione fra i ruoli e conflitti d'interesse.
"Una tappa importante - ha dichiarato il garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale Bruno Mellano - che costituisce l'approdo di un lavoro durato tre anni e nato da un'intuizione della garante dei detenuti di Fossano.
L'avvio di questo servizio dedicato alla popolazione detenuta rispecchia appieno le previsioni della legge di riforma dell'attività forense e realizza un obiettivo di azione delle figure dei garanti. In un momento particolarmente significativo come quello attuale, che ha visto l'attesa vana di una riforma dell'ordinamento penitenziario, appare quanto mai importante la condivisione di percorsi comuni fra istituzioni diverse per garantire i diritti delle persone detenute".
Lo Sportello è frutto del protocollo sottoscritto il 20 marzo nella sede dell'Ordine degli avvocati di Cuneo per rendere effettiva anche per il detenuto la previsione dello Sportello del cittadino contenuta nella legge di riforma dell'attività forense. Il progetto, fortemente voluto dall'Ordine dell'Avvocatura di Cuneo, è stato realizzato in collaborazione con la sezione di Cuneo della Camera penale Vittorio Chiusano e con il coordinamento dei garanti delle persone detenute del Piemonte, dal Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria e dalle tre direzioni di carcere coinvolte.
ravennanotizie.it, 1 agosto 2018
Ieri, martedì 31 luglio, alle 14.30, nel Giardino del Labirinto, in via Port'Aurea, a Ravenna, si sono incontrati i maestri del Dis-Ordine per l'ultimo appuntamento del corso di mosaico rivolto ai detenuti della Casa Circondariale, iniziato in febbraio 2018 con la presentazione del progetto ai detenuti ritenuti idonei dalla Direzione del carcere.
L'esperienza, condotta con la partecipazione volontaria di 10 detenuti si è rivelata estremamente positiva fin dalle prime lezioni in cui, alla presenza della Direttrice del carcere dott.ssa Carmela De Lorenzo e dell'educatrice dott.ssa Daniela Bevilacqua, i maestri dell'Associazione Culturale Dis-Ordine, assieme al progettista Paolo Gueltrini, hanno illustrato l'intero progetto, materiali e strumenti dell'arte del mosaico bizantino ravennate. Coinvolto anche il prof. Giovanni Gardini esperto di iconologia del mosaico ravennate per illustrare ai detenuti immagini di alcuni particolari dei mosaici ravennati raffiguranti gli elementi della natura.
Il corso si è svolto seguendo la metodologia didattica tradizionale con la progettazione individuale di un modello pittorico, ispirato ai temi proposti, da utilizzare come cartone per l'esecuzione del mosaico. Ogni partecipante, in base ai materiali a disposizione, ha progettato un'opera pittorica prediligendo elementi legati al paese di provenienza con inserimento di simboli, stemmi o particolari in richiamo alla natura, preparato il proprio supporto, selezionato i materiali, stabilito la dimensione delle tessere e tagliato con martellina e tagliolo la quantità necessaria per realizzare l'opera secondo la tecnica bizantina ravennate a partire dai contorni del soggetto per poi procedere nel riempimento delle campiture con andamenti e interstizio regolari.
Driss, Feliz, Frank, Hatem, Aymen, Younes, Moussa, Marcello, Aziz, Salahddene, diverse le loro storie e la loro provenienza, in questa occasione hanno potuto misurarsi con un progetto comune mettendo in campo abilità e saper fare, impegno, autocontrollo e serietà. Le loro opere entreranno a pieno titolo nella collezione del progetto Dis-Ordine a Port'Aurea.
Parallelamente alle attività svolte in carcere, lo staff operativo del Dis-Ordine ha amplificato i contatti con gli ex-allievi delle Scuole d'Arte di Ravenna e Provincia in Italia e all'Estero, artisti e mosaicisti più noti e meno noti, seguito laboratori di mosaico nelle scuole e in collaborazione con privati, Enti e Fondazioni. A tutt'oggi oltre centotrenta le opere realizzate per il labirinto pavimentale per il giardino di fronte al carcere di Ravenna.
Tra i molti il contatto, al momento, più interessante nasce dal coinvolgimento dell'Associazione Les 3R di Chartres grazie alla quale, con accordi intercorsi tramite Paolo Racagni, il progetto Dis-Ordine a Port'Aurea parteciperà con l'intera collezione al 12° Rencontres Internationales de Mosaïque à Chartres.
Sviluppi inaspettati quindi per questo progetto, nato per gioco nell'ottobre 2016, grande coinvolgimento anche per gli ex-allievi di nuova generazione impegnati nelle attività legate al Dis-Ordine a Port'Aurea ai quali oggi saranno consegnati riconoscimenti e attestati di partecipazione: Giorgia Baroncelli, Clarissa Nuzzi, Gabriela Rigoni, Chiara Sansoni, Serena Saporetti, Francesca Vitali, Chiara Piovan, Sebastiano Bardella, Vittoria Gasponi, Steven Bortolussi, Riccardo Mariotti.
di Francesca Blesio
Corriere della Sera, 1 agosto 2018
Mamme ex atlete e detenute giocano a volley nella sezione femminile del Sant'Anna di Modena. L'esperienza nella casa circondariale supportata dal Centro Sportivo Italiano. Una volontaria: "Lo sport azzera le differenze e aiuta a vivere meglio. Loro ma anche noi".
Al campo si vede giusto uno scampolo di cielo. Quel che resta della libertà è un gioco di nuvole e sole sopra la propria testa. E un muro di mani, che ribatte colpo su colpo, ben più basso rispetto a quello di cemento armato della casa circondariale Sant'Anna.
Grazie al Centro Sportivo Italiano e al Comitato di Modena, la pallavolo regala qualche ora di socialità alle donne che stanno scontando in questo carcere nella periferia nord della città la propria pena. L'appuntamento con lo sport, previsto nella campagna "Il mio campo libero" del Csi all'interno degli istituti di pena italiani (13 regioni coinvolte) e organizzato nella sezione femminile del Sant'Anna, quest'anno era il sabato mattina.
"L'obiettivo - spiega Emanuela Carta, responsabile dell'intervento - era ed è sempre quello di diminuire la recidiva, offrendo con lo sport un percorso di risocializzazione". Le condizioni non sono certo semplici: "L'ostacolo più grosso è fare partecipare le detenute: rompere la monotonia è difficile". Superato quell'ostacolo, però, i risultati si vedono. Almeno sul campo da gioco.
Di recente una squadra di mamme, ex giocatrici, con la maglia delle Seven Fighters (la squadra del cartone animato Mila e Shiro) si è sfidata con le ragazze del carcere e ne è uscita sconfitta. Erano tutto meno che dispiaciute, le pallavoliste della Pgs Smile di Formigine. Tanto che a settembre contano di tornare in quel rettangolo di cemento per la rivincita.
"La prima cosa che noti entrando - rileva Chiara Casali, capitano della squadra - è che il carcere è un postaccio. E la prima che realizzi, confrontandoti con donne simili per età e spesso anche per provenienza, è che sei molto fortunata a essere nata e cresciuta in un ambiente che ti ha permesso di vivere una vita diversa". Gli spazi angusti, la mancanza di privacy, la distanza dagli affetti si sono impresse sulle retine di Chiara e delle sue compagne.
Assieme alle privazioni, hanno anche scoperto la gioia delle piccole cose ("Erano felicissime di poter riassaporare i cibi di casa, nelle torte che abbiamo portato fatte da noi e dalle nostre mamme"). Perché dopo la partita c'è stato il più dolce dei terzi tempi, quello della merenda condita di chiacchiere. "Lo sport azzera le differenze", ricorda Chiara. E così, questa squadra di mamme ha passato una mattinata confrontandosi prima sul campo poi sulla vita con le donne rinchiuse in questo carcere nella campagna modenese.
Paola Roncaglia frequenta la casa circondariale come volontaria del Csi Modena da tre anni. "Come fuori, anche dentro al carcere lo sport fa da collante", attacca. E poi insegna a vivere meglio: "All'inizio le ragazze miravano a vincere, quindi appena arrivava loro la palla la ributtavano subito di là dalla rete per ottenere il punto, ora tendono a fare i tre passaggi canonici. E questa apertura verso le altre ha un effetto anche fuori dal campo: prima difendevano il pacchetto di cracker, ora cominciano a condividerlo, così può succedere con i biscotti o con le sigarette. Sembra scontato per noi, ma dentro al carcere non lo è per niente".
Gli spazi, per uno sport che fa bene al futuro delle detenute ma anche al mondo che dovrà riaccoglierle una volta uscite, nella sezione femminile del Sant'Anna sono risicatissimi. C'è solo quel rettangolo di cemento per tutte e tutto, ora d'aria compresa. E se le condizioni meteo sono avverse lo sport si fa in biblioteca. La rete sbilenca nel campo di pallavolo è giusto un dettaglio. Una volta fuori, sarà certamente più tesa. E i muri saranno solo di mani.
di Tiziana Annicchiarico
promiseland.it, 1 agosto 2018
Si è tenuto in data 26 luglio la conferenza "Sana Alimentazione" presso la Casa Circondariale di Bari: un evento organizzato da Tiziana Annichiarico con la collaborazione del dott. Favata, pensato per i detenuti ma anche per tutti quelli che ci lavorano a contatto, come agenti, operatori, volontari. Un pomeriggio dedicato alla salute attraverso l'alimentazione dentro il carcere, ma anche e soprattutto nella vita, libera e consapevole, che verrà.
Il 26 luglio 2018 molti detenuti della Casa Circondariale di Bari hanno partecipato al corso di "Sana Alimentazione" ideato e realizzato dalla Dott.ssa Tiziana Annicchiarico, educatore professionale nel campo del disagio minorile, devianza e marginalità, pedagogista, membro del Comitato etico, Ambasciatore della regione Puglia, coordinatore della rete nazionale degli Ambasciatori dell'Associazione Vegani Italiani Onlus.
L'evento è stato realizzato grazie alla collaborazione con il Dott. Roberto Favata, membro del comitato scientifico di Assovegan, biagromo alimentare, specializzato in biochimica degli alimenti, sicurezza alimentare, processi produttivi ecocompatibili, sistemi qualità certificati. Formatore e divulgatore scientifico. È socio fondatore e collaboratore del Centro Omega Stargate di Palermo. Co-fondatore del C.O.C.E.A. Centro per l'Orientamento, la Coerenza e l'Educazione Alimentare di Palermo, e autore del progetto formativo divulgativo "Coerenza Alimentare".
La Dott.ssa Tiziana Annicchiarico ci racconta: "Ben cinquantasette detenuti della Casa Circondariale di Bari hanno partecipato all'evento sulla Sana Alimentazione con molto interesse, curiosità, hanno posto molte domande al Dott. Favata, il quale con molta attenzione e disponibilità, ha risposto ad ognuno di loro.
La Casa Circondariale di Bari propone diverse attività educative, ricreative e formative rivolte ai detenuti, è un carcere che apre le porte al mondo esterno, è molto importante creare un ponte tra carcere e società. Il carcere non deve essere più considerato un'istituzione totale, non è più un contenitore che al suo interno deve contenere lo scarto della società.
È giusto che chi entra in carcere possa uscire migliore. Essendo un educatore nel campo della devianza e marginalità per me è molto importante realizzare soprattutto all'interno di un carcere dei percorsi educativi che permettono di restituire alla società persone migliori. L'importanza della formazione, perché nelle persone detenute esiste la speranza del cambiamento. Ritengo sia molto importante parlare di Sana Alimentazione anche all'interno di un'istituzione penitenziaria, perché anche i detenuti hanno il diritto come tutti noi, di poter accedere ad una corretta formazione.
Grazie all'insegnamento del Dott. Favata non solo i detenuti, ma anche gli operatori dell'area pedagogica, gli agenti penitenziari, hanno imparato cosa mangiare, come scegliere e combinare gli alimenti, rispettando la stagionalità e i prodotti locali, come distribuire i pasti durante l'arco della giornata, i metodi di cottura per mantenere il più possibile le proprietà nutritive del cibo.
La nostra attenzione si è focalizzata soprattutto sugli alimenti di origine vegetale, perché l'alimentazione vegetale è un vero toccasana per la nostra salute e quindi anche per la nostra vita. I detenuti hanno messo subito in pratica i consigli del Dott. Favata, effettuando delle modifiche costruttive nella loro alimentazione. Il carcere è un luogo dove oltre al dramma, alla sofferenza umana, esiste un mondo fatto anche di realtà positive, progetti che vanno avanti grazie all'impegno dei detenuti, dei volontari e da parte di chi dentro ad un carcere ci lavora ogni giorno".
Il Dott. Roberto Favata ci racconta: "L'evento sulla Sana Alimentazione mi ha dato modo di poter parlare con i detenuti della Casa Circondariale di Bari di alimentazione sana, corretta, a prevalenza vegetale. Sono particolarmente contento che la Dott. Annicchiarico abbia creato questa iniziativa, sicuramente unica nel suo genere, perché siamo riusciti a dare un' informazione a queste persone molto utile per la loro salute, per un nuovo approccio alimentare che potranno attuare sia all'interno della struttura, sia anche quando poi terminata la loro pena usciranno dal carcere e la loro vita avrà un'impronta più libera e potranno fare delle scelte più consapevoli e importanti per la loro vita".
La Dott.ssa Tiziana Annicchiarico ringrazia con il cuore il Dott. Favata per il suo prezioso supporto, la Direttrice della Casa Circondariale di Bari Valeria Pirè, il resp.le Area Sicurezza Comm. Francesca De Musso, il resp.le Area Pedagogica Pasquale Fracalvieri, gli Educatori e tutto il personale di Polizia Penitenziaria. Inoltre un ringraziamento ed un augurio per una vita migliore è rivolto soprattutto ai detenuti che hanno partecipato a questo importante evento.
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