di Eleonora Martini
Il Manifesto, 7 marzo 2015
Opg addio. I sogni e le paure dei 106 detenuti nel più antico Ospedale psichiatrico giudiziario d'Italia, aspettando l'imminente chiusura.
"E cosa succederà quando chiuderanno gli Opg? Io non voglio tornare nel reparto psichiatrico di un carcere perché gli unici che mi hanno aiutato sono stati gli infermieri e gli psicologi, mi fanno parlare e ridere... mi hanno fatto capire, e ricordare di quando mi legavano da piccolo perché non volevo lavorare". Gennaro è rinchiuso nel reparto 6 di Aversa, uno di quelli dove la sorveglianza è più accurata, con i poliziotti all'interno, i blindati aperti solo per una parte della giornata e la porta principale sbarrata perché gli internati qui non possono uscire nemmeno nel piccolo cortile recintato e sorvegliato. Nove anni fa Gennaro viveva a Forcella e faceva la vita tra Roma e Napoli, il cubista - "anche al Piper!", dice mentre mostra le foto sbiadite come è il ricordo del mondo oltre le sbarre - a colpi di "cocaina, acidi e anabolizzanti". Ma poi ha passato quasi un quarto della sua vita in carcere per un reato indicibile, cominciando da Secondigliano e finendo il suo viaggio di dolore dentro gli Ospedali psichiatrici giudiziari di mezza Italia.
È uno di quegli internati che si sono "ammalati" durante l'espiazione della pena in un carcere "normale" (in gergo, in art.148 del codice penale). Poi ci sono i "prosciolti" (quelli che non sono imputabili perché considerati completamente incapaci di intendere e volere), i "seminfermi", e coloro che sono ancora in attesa di giudizio e che sono - come sempre - la maggior parte: 29 degli attuali 106 ospiti del manicomio giudiziario più antico d'Italia. Una magnifica struttura, quella di Aversa, con padiglioni, giardini e aree verdi, che dal 1876 campeggia nel centro della città campana e che è destinata purtroppo a rimanere un carcere, "non sappiamo se casa circondariale o a custodia attenuata - racconta la direttrice Elisabetta Palmieri -. Sicuramente però riassorbirà tutto il personale penitenziario dell'Opg, gli 80 agenti e i 35 civili". Come saranno riallocati invece gli altri lavoratori, i 130 sanitari che affiancano - con molte difficoltà organizzative - i dipendenti del Dap, nessuno lo sa.
Per fortuna di strada, dagli albori, da quando conteneva fino a mille persone compresi donne e bambini, ne ha fatta tanta perfino questo manicomio criminale che oggi appare al meglio possibile, con le pareti riverniciate quasi ovunque, le docce piastrellate e i bagni in ogni cella. Ma nei letti - da due a quattro per stanza - fungono da materassi pezzi maleodoranti e sporchi di gommapiuma. Il mobilio è inesistente, e quando c'è cade a pezzi. E, malgrado tutti gli sforzi del personale, il sudicio e il decadente sono le note preponderanti di ogni ambiente. Eppure, perfino così siamo ben lontani dal panorama che si presentò nel settembre 2008 agli occhi degli osservatori inviati dalla Commissione europea contro la tortura, la cui relazione costò all'Italia una condanna del Consiglio d'Europa.
"Un inferno", ammette la direttrice che è qui dal 2012. "C'erano 350 internati per una capienza massima di 200 posti, due stanze con i letti di contenzione e un reparto chiamato "La Staccata", dove si tenevano i prosciolti, che poi venne chiuso perché era in condizioni impossibili", racconta il comandante degli agenti penitenziari, Luigi Mosca, che si ricorda anche di Francesco Caruso, allora deputato di Rifondazione comunista, asserragliato nel 2008 nelle stanze della direzione per protestare contro il sovraffollamento disumano e che se ne andò solo quando arrivarono gli ispettori. E anche i soprusi erano tutt'altro che rari. Forse anche perché, come racconta Mosca, "il personale penitenziario non è mai stato formato adeguatamente per lavorare con i malati psichici". Poi, nel 2011, dopo la visita della commissione parlamentare d'inchiesta sul Ssn capitanata dall'allora senatore Ignazio Marino, dopo il video-choc e le cronache sui giornali, "qualcosa cominciò a cambiare".
Ma è negli ultimi mesi - dalla legge 81/2014 entrata in vigore nel giugno scorso che dopo due proroghe ha stabilito la chiusura degli Opg entro il 1° aprile 2015 - che si è impressa una forte accelerazione alle dimissioni degli internati considerati non più pericolosi. "È la stessa magistratura di sorveglianza che sprona ora le Asl a predisporre i progetti terapeutici-riabilitativi (Ptri) necessari per dimettere gli internati che hanno completato un percorso di cura oppure che hanno superato il limite massimo di permanenza negli Opg, il quale non dovrebbe superare la pena edittale del reato", raccontano la direttrice, il comandante e il capo area pedagogica, Angelo Russo.
Provengono soprattutto dalla Campania e dal Lazio, i 106 internati nei sei reparti funzionanti di Aversa, qualcuno dall'Abruzzo e dal Molise, pochi gli stranieri. Alla fine di ottobre erano 130, come testimonia Emilio Lupo, di Psichiatria democratica, che periodicamente visita il manicomio aversano. "Ogni settimana ci sono due o tre nuovi arrivi, ma le uscite sono certamente in numero superiore", fa il conto Mosca. Da aprile in poi però, stando alla legge, coloro che rimarranno negli Opg e che non saranno stati considerati nel frattempo dimissibili dovrebbero tornare nei luoghi di residenza, smistati nelle Rems (Residenze sanitarie per l'esecuzione delle misure di sicurezza) che sostituiranno gli Opg, approntate da ciascuna Regione per il proprio bacino di utenza e che a regime saranno gestite totalmente dalle Asl e non più dall'amministrazione penitenziaria (Dap). Il quadro della situazione però, secondo Psichiatria democratica, "è allarmante": "Dalla seconda relazione trimestrale dei ministeri di Giustizia e Salute sullo stato di avanzamento del piano di dismissione degli Opg, si evince che solo quattro Regioni hanno dichiarato di essere in grado di rispettare la scadenza senza ricorrere al privato: Emilia Romagna, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia, quest'ultima ricorrendo a strutture a gestione mista pubblico/privato.
Ben 10 Regioni - Veneto, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Sicilia e Sardegna - non sono state in grado di indicare un termine certo per la presa in carico dei propri internati". In Piemonte poi, denuncia ancora Pd, si ricorrerà al "privato accreditato" e con paradossi inspiegabili: "La regione invierà gli internati sottoposti a regime di alta sicurezza a Castiglione delle Stiviere ma al contempo la provincia di Bolzano invierà i suoi alla comunità "Mauriziana" in Piemonte, mentre la Liguria invierà i suoi internati a Castiglione delle Stiviere". La Campania avrebbe già quasi pronte due residenze, a Baronia (Av) e a Calvi Risorta (Ce). Un'idea di come saranno queste Rems la si può avere nel reparto 9A, uno dei due padiglioni di Aversa gestiti esclusivamente da personale sanitario, dove vivono gli internati più "dimissibili".
La polizia non entra, rimane oltre il giardino; le celle sono aperte tutto il giorno, come pure il portone d'ingresso. Florindo è contento di vedere una cronista del manifesto, perché ha "conosciuto Valentino Parlato" e da giovane faceva "il funzionario del Pdup". Gioca a carte con José Luis, che è uno dei pochi internati (37 su 106) a cui è concesso il lusso di lavorare. Luca, "il sindaco", invece si alza poco dal suo letto, ma è "spensierato e in ottima compagnia".
Marco ha 41 anni, da 14 negli Opg, "stavo per fare il carabiniere"; per lui è quasi pronta una comunità terapeutica. Ivano, alle spalle Roma e anni di cocaina, oggi recita poesia su una ragazza che vede "oltre il muro dietro il quale sto morendo". Paolo, viterbese di 40 anni con "quasi una laurea in tasca" e uno sguardo lucido, non si capacita di essere approdato in un manicomio. "Da un mese sono qui e non sono ancora riuscito a vedere il mio avvocato né il garante dei detenuti - dice - malgrado abbia presentato tutte le "domandine" necessarie". Preferirebbe tornare al Regina Coeli, aggiunge, il carcere che ha conosciuto più volte per spaccio di droghe leggere. L'ha scontata tutta, la sua pena a 4 anni, "e non sono mai stato riconosciuto tossicodipendente", però "il marchio di recidivo" non aiuta di certo.
Carlo è teramano, ha 30 anni, in cura col metadone da dieci, e da quando ne aveva 17 entra e esce dalle galere: "Ho rapinato tutti i negozi che stanno sulla strada di Pannella", dice con un sorriso contagioso riferendosi al leader Radicale suo concittadino. "Avevo paura del lager di Aversa, ma invece sono qui da otto mesi e mi ha fatto bene". Sicuramente lo ha aiutato poter svolgere, pagato dal Dap, un lavoro così importante come piantonare notte e giorno il suo compagno di cella: "Giacomo è schizofrenico, tenta il suicidio in continuazione, legge la bibbia e mi chiama "fariseo" - racconta Carlo - ogni tanto mi picchia perché non gli faccio fare le docce fredde durante la notte come lui vorrebbe, oppure perché gli do solo 20 sigarette al giorno". "Dopo un lungo percorso riabilitativo - spiega l'educatore - Carlo potrebbe essere dimesso a breve". "Quando esco però - progetta il ragazzo - voglio un certificato di salute mentale. Perché sia chiaro: io qui dentro non ci voglio tornare più".
www.imgpress.it, 7 marzo 2015
A quattro anni dall'approvazione della legge di riforma delle madri detenute con i figli (8 marzo 2011), sono ancora una quarantina i bambini che vivono con le loro mamme nelle carceri italiane. Denunciando questa grave violazione dei diritti dell'infanzia Terre des Hommes, assieme all'Associazione A Roma, Insieme e Bambinisenzasbarre, esprimono forte preoccupazione per l'assenza di una politica nazionale realmente funzionale alla risoluzione di questo delicato e urgente problema.
Al 30 giugno 2014 risultano essere 43 le madri detenute in Italia con al seguito i propri figli, per un totale di 44 bambini presenti nelle nostre carceri. Nel 2011 una legge di riforma (n.62/2011) prevedeva per le detenute madri prive di una casa e con un profilo di bassa pericolosità le Case Famiglie Protette come alternativa al carcere, o alla carcerazione attenuata delle cosiddette Icam (Istituti a Custodia Attenuata per Detenute Madri). A tutt'oggi però non ne risulta aperta nessuna in Italia e i bambini rimangono in carcere, con gravi conseguenze sul loro benessere e corretto sviluppo.
Il problema sembra essere di carattere squisitamente economico: le Case Famiglia Protette infatti devono essere identificate dagli enti locali e da loro finanziariamente sostenute. Nulla invece può essere fatto ricadere sull'amministrazione penitenziaria, come chiarisce la legge 62/2011 laddove afferma che il principio del "senza oneri aggiuntivi per il Ministero".
All'assenza di Case Famiglia Protette fa da contraltare invece una politica ministeriale di forti investimenti in favore delle Icam, che dal 2011 ad oggi sono diventate tre: Milano, Venezia e Cagliari. Tuttavia queste strutture hanno un costo elevato a fronte di evidenti inadeguatezze, rispetto alle esigenze di protezione, cura e crescita dei bambini ospitati. Si tratta infatti di Istituti detentivi, pur attenuati, l'utenza accolta è molto varia (donne incinte, madri con bambini, padri); e si riscontra un'ampia differenza di età dei bambini che possono accedervi (0 - 10 anni). Di contro le Case Famiglia Protette risponderebbero al bisogno di un ambiente a misura di bambino, di un supporto efficace alla genitorialità e all'inserimento sociale delle madri, di una risposta variabile rispetto alle specifiche esigenze di età dei bambini accolti, nonché infine, di un minor costo di gestione. Pertanto si configurano come la soluzione migliore per le detenute madri con le caratteristiche definite dalla legge 62/11.
Terre des Hommes, Aromainsieme e Bambinisenzasbarre tornano a chiedere quindi che, senza alcun onero aggiuntivo per il Ministero della Giustizia, siano stornati dei fondi dal piano di costruzione delle nuove Icam in favore delle Case Famiglia Protette. Stante l'esiguo numero dei bambini presenti nelle carceri, infatti, poche Case Famiglia Protette identificate localmente potrebbero essere finalmente attivate e rese sostenibili se anche il Ministero riconoscesse a esse un minimo contributo. Tale impegno, infatti, sarebbe sufficiente a rendere più accettabile agli enti locali, già stremati dai continui tagli di bilancio, l'assunzione delle proprie responsabilità a tutela di questi bambini.
Terre des Hommes da 50 anni è in prima linea per proteggere i bambini di tutto il mondo dalla violenza, dall'abuso e dallo sfruttamento e per assicurare a ogni bambino scuola, educazione informale, cure mediche e cibo. Attualmente Terre des Hommes è presente in 65 paesi con oltre 840 progetti a favore dei bambini. La Fondazione Terre des Hommes Italia fa parte della Terre des Hommes International Federation, lavora in partnership con Echo ed è accreditata presso l'Unione Europea, l'Onu, Usaid e il Ministero degli Esteri italiano.
A Roma, Insieme è un'associazione di volontariato che si occupa da diciotto anni dei bambini che si trovano nel carcere di Rebibbia detenuti al seguito delle proprie madri. L'associazione offre una serie di servizi volti a rendere la vita di questi bambini quanto più vicina, nel possibile, a quella che spetterebbe loro di diritto. Parallelamente ai servizi sul territorio e le uscite settimanali del sabato, A Roma, Insieme svolge, da sempre, una forte azione di lobbying sulle istituzioni per incidere positivamente sul quadro legislativo che disciplina questo delicato settore, con particolare riguardo alla condizione dei bambini.
Bambinisenzasbarre è un'associazione impegnata in Italia in ambito penitenziario nei processi di sostegno psicopedagogico alla genitorialità in carcere con un'attenzione particolare ai figli, colpiti dall'esperienza di detenzione di uno o entrambi i genitori. Priorità dell'azione di Bambinisenzasbarre è la cura e il mantenimento della relazione figlio/genitore durante la detenzione di uno o di entrambi di questi, nonché la tutela del diritto del figlio alla continuità del legame affettivo.
Adnkronos, 7 marzo 2015
In occasione della Festa dell'8 marzo sono molte le iniziative organizzate nelle carceri italiane per le detenute e che le vedono protagoniste. Tra le tante segnalate dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, quella di Rebibbia, a Roma, dove si terrà una manifestazione promossa dall'Ufficio del capo del dipartimento e dal Comitato pari opportunità della Polizia penitenziaria. Uno spazio di circa un'ora sarà interamente dedicato e curato dalle donne detenute. In scaletta anche "La tavola dell'alleanza!, breve proiezione video relativa all'arazzo ricamato dalle donne detenute, che celebra la vita e la pace attraverso la metafora dei fili e della tessitura. Fra trama e ordito, sei donne di nazionalità diversa, detenute a Rebibbia, hanno realizzato l'arazzo che raffigura la mappatura del genoma umano.
A Civitavecchia ci sarà una giornata di incontro con le detenute, perlopiù straniere, che daranno lettura di storie di vita vissuta. Il lavoro è stato coordinato dalla mediatrice culturale dell'Ente di formazione Erfap e dall'Associazione teatrale Sanguegiusto, in collaborazione con l'insegnante di lingua italiana. Sarà presente anche il referente territoriale dell'Unicef Pina Tarantino con cui l'istituto da anni collabora per la realizzazione delle Pigotte, le bambole di pezza vendute in beneficenza a favore dei bambini.
Riparte dal Villaggio Penitenziario di Uta, nell'area industriale di Cagliari, "Un sorriso oltre le sbarre", il progetto di solidarietà per le donne private della libertà giunto alla sesta edizione. Promossa dall'associazione Socialismo Diritti Riforme, coordinata da Maria Grazia Caligaris, con la collaborazione della sezione cagliaritana della Fidapa (Federazione italiana donne arti professioni affari), presieduta da Silvia Trois, l'iniziativa intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla condizione delle donne detenute e delle agenti della Polizia penitenziaria. L'evento, in programma domenica 8 marzo alle 9.30 nel carcere "Ettore Scalas", prevede un incontro nella sezione femminile dell'istituto dove verranno affrontate le diverse problematiche relative alla permanenza in carcere. Spettacolo musicale alla Casa Circondariale di Vercelli, presso la sala teatro dell'istituto, allestita con manufatti a tema realizzati nell'ambito del laboratorio di lavori femminili.
Nel corso dell'evento, l'assessore alle politiche sociali consegnerà alle donne detenute i riconoscimenti per aver contribuito alla realizzazione dei manufatti in lana per l'evento "Vercelli si veste di lana 2014". E poi ad Avellino, dove i volontari della Comunità di Sant'Egidio distribuiranno mimose e biscotti per i figli delle detenute, a Perugia, dove è prevista la proiezione di un film a cura dei volontari della Croce Rossa Italiana con dibattito finale, e a Pisa, con un incontro ricreativo organizzato dal gruppo "Donne e carcere" che cura il laboratorio di scrittura creativa all'interno della sezione femminile.
Carlo Nordio
Il Messaggero, 7 marzo 2015
I provvedimenti che il governo intende introdurre per combattere la corruzione si possono riassumere così: aumento delle pene e allungamento dei termini di prescrizione. Nella maggioranza si è aperto un vivace dibattito, cioè uno scontro, e si è persino parlato di crisi. Sarebbe un peccato che la stabilità politica, di cui il Paese ha tanto bisogno, fosse compromessa da questioni così futili. L'aumento delle pene infatti non produrrà né vantaggi né danni. In un sistema sfasciato come il nostro, dove i processi sono eterni e le sanzioni incerte, è illusorio pensare che la minaccia di un'ipotetica galera possa intimidire i corrotti.
Per capirlo basta formulare una semplice domanda: credete davvero che, se la corruzione fosse stata punita con due o tre anni in più, episodi come l'Expo o il Mose non si sarebbero verificati? Perché se credete a questo potete anche credere all'asinello che vola.
Sulla prescrizione invece il discorso è più serio, ma di facile soluzione. Per i pazienti lettori digiuni di diritto proverò a spiegarlo in termini semplici. Prescrizione significa che, passato un certo numero di anni, il delitto si considera come non avvenuto. Questo lasso di tempo, in giuridichese chiamato "termine", è tanto più lungo quanto più il reato è grave. Alla fine, però, quasi sempre cala il sipario: il tempo non è solo padre di verità, ma anche di oblio.
L'esempio più lacerante fu il processo a Klaus Barbie, il boia di Lione. La Francia non lo processò per l'omicidio di Jean Moulin, perché erano passati quarant'anni. Il macellaio gestapista fu invece condannato per delitti contro l'umanità, tanto gravi da esser considerati imprescrittibili. Da noi funziona, più o meno, allo stesso modo.
La tradizionale giustificazione di questa scelta è che, con il decorso degli anni, lo Stato perde interesse a punire. Ad essa se n'è però aggiunta, di recente un'altra, secondo noi più importante e razionale: che se la lunghezza del processo dev'essere ragionevole, come vuole la Costituzione, un cittadino non può restare indefinitamente sulla graticola giudiziaria. Una volta inquisito, egli ha il diritto di sapere, entro un termine certo e possibilmente breve, se sarà condannato oppure no.
E qui arriviamo al nocciolo della questione. Gli attuali termini di prescrizione sono troppo brevi per giustificare la rinunzia dello Stato a punire, ma anche troppo lunghi per la tollerabilità emotiva di una persona inquisita. Si prenda la frode fiscale, o la gran parte dei reati economici: si prescrivono, grosso modo, in otto anni. È ragionevole pensare che dopo così poco tempo lo Stato perda interesse a incriminare l'evasore?
Evidentemente no, anche perché questi reati sono di accertamento difficile, richiedono esami documentali, riscontri bancari e altro: quando arriva la denuncia metà dei termini è già trascorsa. E nessuno griderebbe allo scandalo se fossero aumentati, e anche raddoppiati. Ma sette o otto anni sono anche troppi per la durata di un processo. Uno Stato che non sappia concludere in un tempo così lungo è a dir poco incivile: perché per l'inquisito, innocente o colpevole che sia, questi anni sono un'eternità. Aumentarli, come si vorrebbe far ora, sarebbe una dichiarazione di rassegnata impotenza: peggio che un crimine, sarebbe un errore.
Si possono comporre i due interessi, quello collettivo a punire il reato e quello individuale alla rapidità del giudizio? Certo che si può. Basta far decorre i termini di prescrizione non, come accade ora, dalla commissione del delitto, ma dal momento in cui il malcapitato viene inquisito. Distinguere cioè la prescrizione del reato, che è troppo breve, da quella del processo, che è troppo lunga. Lo Stato può anche aspettare anni prima di accorgersi che un crimine è stato commesso; ma non può tenere per decenni il l'imputato nell'incertezza. Può accusarti anche dopo dieci anni, ma non impiegarne altrettanti per assolverti o condannarti. Semplice vero? Forse troppo per essere realizzabile. Perché il genio dell'ovvio, diceva Pascal, è come la troppa luce: ti impedisce di vedere.
di Guido Vitiello
Il Foglio, 7 marzo 2015
In un racconto di Poe, "La Sfinge", un uomo vede dalla finestra un mostro terrificante, più imponente di una nave da guerra, che discende sul pendio di una collina. Scopre poi che si trattava di una sfinge testa di morto, una farfalla piuttosto inquietante ma pur sempre una farfalla, che si arrampicava su un filo di ragno.
Solo per via di un'illusione ottica gli era apparsa così grande da oscurare la collina. Più mi appassionavo al dibattito sulla responsabilità civile dei magistrati, più mi tornava in mente questo racconto. Vezzi letterari, dirà qualcuno: non era più semplice evocare la montagna che partorisce un topolino? E no, qui bisogna aver cura di scegliere bene i simboli, tanto più che la battaglia sulla responsabilità civile, si può dire, non vive che di quelli.
È così oggi, e in fondo era così anche nel 1987, l'anno del referendum tradito. Tutto sta a capire che uso si fa delle armi simboliche. Ho ripreso in mano l'utilissimo "Storia di un referendum" di Raffaele Genah e Valter Vecellio.
Uscito un mese dopo la vittoria del sì, il libro ricostruiva la campagna referendaria e includeva un'antologia del dibattito dell'epoca. Molte pagine danno un brivido di déjà-vu degno di un racconto di Poe. Il fronte del no agitava già allora le stesse sfingi testa di morto gabellate per mostri: il richiamo ricattatorio ai giudici che rischiano la vita, il sospetto di una vendetta orchestrata dai ladri (i politici) contro le guardie, lo spettro del giudice intimidito dall'imputato ricco, le profezie sul collasso dei tribunali, la denuncia lacrimevole di un clima punitivo.
I difensori del sì erano più cauti sugli effetti di un'eventuale legge, ma altrettanto persuasi del suo valore di simbolo: era l'occasione per aprire una discussione nazionale sul ruolo del magistrato e sui confini dell'azione giudiziaria. Uno scontro simbolico quanto si vuole, ma con gli stendardi ce le si dava di santa ragione.
Andò a finire come sappiamo, ma fu se non altro un grande momento di verità. Oggi le cose sono diverse, e non solo perché non c'è stata l'occasione, in sé così teatrale, di un referendum. Se Berlusconi per vent'anni ha parlato da lupo e agito da agnello, conducendo una battaglia quasi solo simbolica, il ministro Orlando agisce come un agnello un pò più robusto e dentuto ma parla, inspiegabilmente, come un abbacchio.
La timidezza con cui difende la sua stessa legge ha del surreale. Rassicura i magistrati che non devono arrabbiarsi, che la legge non cambierà il loro lavoro, che c'è sempre modo di ritoccarla, che la si potrà correggere (un maligno dirà: sabotare) per via di giurisprudenza, che tanto saranno dei giudici a giudicare altri giudici, e che avranno presto in dote nuovi strumenti d'indagine a segno che la politica si fida di loro.
Se il referendum servì ad aprire un dibattito, Orlando mostra una gran fretta di chiuderlo. Ha in mano poco più di un simbolo, e neppure vuole usarlo. Nel 1987 la questione era discussa come un segmento del problema più vasto della responsabilizzazione del pm: si parlava di meccanismi di carriera, di controlli di professionalità, di riforma del Csm, gli audaci sfioravano perfino il tabù dell'obbligatorietà.
Ora è più comodo scambiare la parte per il tutto, e qualche incauto festeggia dicendo che finalmente i nostri magistrati saranno responsabili come nel resto del mondo civile, omettendo che i magistrati del mondo civile quella concentrazione abnorme di potere e di arbitrio se la sognano. Ecco perché la montagna che partorisce un topolino mi pare un simbolo inadatto. È semmai un topolino che, ingigantito ad arte, impedisce di vedere la montagna, proprio come la farfalla di Poe eclissava la collina.
www.varesenews.it, 7 marzo 2015
Dopo il successo ottenuto con il laboratorio di cioccolateria la casa circondariale di via per Cassano conquista apprezzamenti grazie a quello di panificazione. Il direttore: "Merito di un miglioramento delle condizioni carcerarie". "Un pane così buono non l'ho mai mangiato, sembra fatto nel forno a legna". È questo il tenore dei commenti di chi ha assaggiato il pane prodotto dai detenuti del carcere di Busto Arsizio, un prodotto artigianale che si sta conquistando una fetta di mercato, oltre che allo spaccio interno dove gli agenti di Polizia Penitenziaria ne fanno incetta, anche al di fuori delle mura perimetrali della struttura di via per Cassano. Nella casa circondariale ci hanno preso gusto per il gusto, verrebbe da dire con un gioco di parole, anche perché la fama nella realizzazione di prodotti gastronomici i detenuti bustocchi se l'erano già conquistata con il cioccolato venduto con il nome di "Dolci Libertà".
Questa volta tocca al pane e ai prodotti di gastronomia e pasticceria. Non solo pane ma anche pizze, focacce, hot dog, crostate e crostatine, biscotti e pasticceria artigianale escono ogni giorno dal carcere con le loro fragranze per raggiungere le panetterie che hanno stretto un accordo con la cooperativa sociale Luna (
Il direttore del carcere Orazio Sorrentini è orgoglioso del successo che sta riscontrando la panetteria:"Eravamo partiti con tre e ora sono cinque i detenuti assunti nel laboratorio dove si produce il pane, aumentano anche i detenuti che lavorano a quello del cioccolato, altro nostro fiore all'occhiello". Sorrentini aggiunge anche un nuovo progetto legato ad Expo: "Cinque detenuti, tutti stranieri, parteciperanno ad Expo nell'ambito di un progetto per i lavori socialmente utili grazie ad un accordo tra il Tribunale di sorveglianza di Milano e il Provveditorato".
Proseguono, infine, i lavori per lo spazio all'aperto che si spera di aprire a giugno. Il direttore non nasconde la soddisfazione per un effettivo miglioramento della qualità della vita all'interno del carcere, dopo gli anni bui del sovraffollamento: "Il calo numerico prosegue permettendo la diminuzione del numero dei detenuti di un terzo rispetto alle medie di oltre un anno fa: ora siamo a 304 - spiega e conclude - questo miglioramento ha fatto sì che diminuissero i gesti di autolesionismo e le sanzioni disciplinari nei confronti dei detenuti".
Adnkronos, 7 marzo 2015
"Abbiamo trovato una struttura piccola e molto particolare, con condizioni di detenzione relativamente buone e un discreto rapporto tra detenuti e personale carcerario. Alcuni aspetti sono da migliorare, a cominciare dalle dotazioni igienico-sanitarie, ma in generale non abbiamo riscontrato problemi gravi come in altre carceri toscane.
Tuttavia, è inaccettabile che gran parte del penitenziario sia ad oggi inutilizzabile perché i lavori di ristrutturazione non sono stati portati a termine dalle imprese e da molto tempo l'amministrazione non riesca a sbloccare una situazione paradossale che si traduce in uno spreco inaccettabile di denaro pubblico".
Così le parlamentari toscane di Sinistra Ecologia e Libertà, la senatrice Alessia Petraglia e la deputata Marisa Nicchi, dopo la visita alla casa circondariale di Arezzo, conclusasi oggi in tarda mattinata. "Poter contare su un numero aggiuntivo di celle permetterebbe di dare fiato al nostro sistema carcerario, in grande difficoltà, e di rispondere al problema del sovraffollamento - proseguono Petraglia e Nicchi. Lo scaricabarile tra amministrazioni sta portando al deterioramento di un bene pubblico. Chiederemo al Governo di intervenire con risorse e azioni concrete per far ripartire i lavori e per migliorare la sezione occupata fino ad oggi dai detenuti. Poter contare su un sistema carcerario umano, in grado di rieducare chi ha sbagliato preparandolo alla vita fuori è una priorità assoluta per il nostro Paese".
Ansa, 7 marzo 2015
Nel carcere di Parma è arrivato il gruppo di continuità che garantirà il funzionamento del sistema di video sorveglianza e videoregistrazione. A darne notizia è il deputato Pd Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia, il quale spiega che il gruppo di continuità è stato montato e sarà testato nelle prossime settimane.
"Uno strumento atteso - spiega Mattiello - che garantisce prima di tutto il lavoro degli operatori della polizia penitenziaria e del Gom, il gruppo operativo mobile. Sono grato al capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo e ai funzionari del suo dipartimento per la sollecitudine dimostrata. C'è ancora molto lavoro fa fare per verificare complessivamente la tenuta del 41 bis nelle carceri italiane: è diffusa la preoccupazione relativa alla possibilità di fatto che detenuti pericolosi al 41 bis, riescano comunque a controllare i propri traffici. Su questo continuerà senz'altro l'impegno della Commissione Antimafia", conclude Mattiello.
La questione del rischio back out al supercarcere di Parma, dove sono reclusi detenuti del calibro di Massimo Carminati, presunto capo di "Mafia Roma" e boss del calibro di Raffaele Cutolo e Totò Riina, era stato sollevato dallo stesso Mattiello che il 30 dicembre scorso era andato in visita al penitenziario di Parma dove aveva incontrato Carminati. Nei giorni scorsi, il neo capo del Dap, Santi Consolo, in audizione davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, aveva affermato che la disfunzione del sistema di video sorveglianza e di video registrazione è nota dal gennaio del 2013, che da allora ci sono stati 33 blackout immediatamente ripristinati nel 2013, 47 nel 2014, 10 nel 2015; che ci sono stati 27 blackout lunghi nel 2013, 44 nel 2014, 8 nel 2015. In quella occasione garantì alla Commissione presieduta da Rosy Bindi che l'intervento riparatore sarebbe finalmente stato eseguito nel giro di una decina di giorni. Oggi la notizia che il gruppo di continuità è stato finalmente montato.
di Loredana Di Cesare
Il Fatto Quotidiano, 7 marzo 2015
Serviranno 180 giorni per rifare la sala e rimuovere gli anacronistici e illegali "separatori". Nel frattempo un avviso informa che non si potranno più visitare i detenuti nel giorno di massima affluenza dei parenti. Protesta l'associazione Antigone. Il direttore Mariani: "Disponibili a rivedere la decisione".
Da circa una settimana nella bacheca del carcere di Rebibbia c'è un avviso rivolto ai detenuti: "I colloqui del sabato saranno sospesi per sei mesi". Il sabato - a differenza delle altre occasioni di colloquio infrasettimanali - è l'unico giorno in cui i parenti, figli inclusi, possono incontrare i detenuti senza dover rinunciare a scuola o lavoro. "Le visite del sabato sono sacrosante - dice Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale - perché è impensabile che i coniugi, per incontrarsi, siano costretti a prendere un giorno di ferie e che i bambini saltino un giorno di scuola. Speriamo che prevalga il buon senso e che vengano garantiti i colloqui nei giorni extra lavorativi. A rimetterci non devono essere i più deboli".
Il punto è che il penitenziario di Rebibbia ha urgenza di ristrutturare alcune aree dell'Istituto, in particolare proprio le sale colloquio, rimuovendo i banconi separatori, vietata per legge e che ancora persistono, nonostante le numerose condanne della Corte europea di Strasburgo che ne vieta l'uso, fatta eccezione per i regimi carcerari duri, come il 41 bis. L'eliminazione di questa barriera anacronistica rappresenta certamente un vantaggio poiché favorirà, nel futuro, un contatto diretto tra il detenuto e i propri familiari. Nell'immediato, però, comporta ostacoli alle visite: i detenuti e gli internati possono usufruire di sei colloqui al mese, della durata di un'ora ciascuno.
Gli incontri con familiari, conviventi e terze persone sono richiesti attraverso prenotazioni dal detenuto stesso e autorizzati dal direttore del penitenziario. E il sabato è il giorno della settimana in cui si raggiunge il picco massimo di prenotazioni. Sebbene si tratti di un'interruzione temporanea (180 giorni), è stata sufficiente per destare la preoccupazione dei reclusi, i quali si vedono limitare la possibilità di mantenere un rapporto costante con i loro affetti più stretti. Poi, ci sono coniugi e figli dei detenuti, spesso minori, che incontreranno altre difficoltà, come per esempio, conciliare le visita nei giorni feriali con gli impegni lavorativi e scolastici. E infatti la Commissione ministeriale per le questioni penitenziarie, presieduta da Mauro Palma, per quanto riguarda i rapporti delle persone sottoposte a misure restrittive con il proprio mondo affettivo e relazionale, ha previsto già dal 2013 che i colloqui debbano essere organizzati su sei giorni alla settimana, prevedendo almeno due pomeriggi per i minori che vanno a scuola.
E proprio al fine di favorire questa pratica, si sottolinea nel documento, devono essere inclusi anche i giorni festivi. Il fattoquotidiano.it ha interpellato il direttore del carcere di Rebibbia, Mauro Mariani, chiedendogli se fosse una misura necessaria, se non ci fosse un'altra possibilità, senza sospendere questa occasione. "Abbiamo pensato al sabato per accelerare i lavori di ristrutturazione delle sale adibite ai colloqui. Si tratta di un sacrificio chiesto per un periodo limitato". Ma, seppure la decisione sia stata già presa, Mariani al fattoquotidinao.it dichiara anche d'essere pronto a ragionare verso soluzioni alternative: "Se dovessero giungere delle segnalazioni significative da parte dei reclusi, contrari alla scelta dell'Istituto, siamo disposti a rivalutare la decisione".
di Chiara Nardinocchi
La Repubblica, 7 marzo 2015
Un provvedimento annunciato dal ministro Orlando che prevede il pagamento a mercede per i reclusi nelle carceri del milanese occupati nell'accoglienza dei visitatori o come facchini per tutta la durata dell'esposizione. Saranno cento i detenuti che prenderanno parte all'Expo 2015 di Milano, un evento che richiamerà nei sei mesi della sua durata milioni di visitatori. Grazie a un accordo stipulato dal Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria (Prap) di Milano e la società Expo spa, i cento saranno impiegati nell'accoglienza dei visitatori, nei punti informativi o come facchini. Un lavoro che sarà remunerato in base alla legge 354 del 1975 che prevede per i condannati il pagamento a mercede, ovvero inferiore di un terzo rispetto agli standard previsti nei contratti collettivi nazionali. Dei cento 35 provengono dalla casa di reclusione di Opera, 35 da Milano Bollate, 10 dalla Casa Circondariale di Monza, 20 dagli uffici di esecuzione penale esterna di Milano tra persone sottoposte all'affidamento in prova ai servizi sociali.
Prigioni ed Expo. La collaborazione tra il ministero di Giustizia e l'esposizione ha dato vita al programma Le carceri milanesi per Expo che si sviluppa su tre punti. L'assunzione dei cento detenuti è infatti solo il primo passo di un progetto che vuole avvicinare l'opinione pubblica a temi come l'inclusione sociale. La seconda iniziativa, un convegno organizzato dal Prap sull'importanza del lavoro nelle carceri come veicolo di reinserimento per chi torna in libertà avrà luogo all'interno dei padiglioni dell'Expo e vedrà tra i partecipanti anche il ministro della giustizia Andrea Olando.
Alimenti "fatti in carcere". Il progetto iniziale prevedeva l'utilizzo di padiglioni all'interno dell'esposizione dove esibire alcuni prodotti coltivati nelle case circondariali del milanese. Ma per mancanza di fondi da parte del ministero di Giustizia, gli stand saranno allestiti nella casa di reclusione di Milano Bollate, non molto distante dall'area espositiva di Rho dove saranno organizzate visite e saranno presentate e vendute le opere dei detenuti. Inoltre la casa circondariale di Milano "San Vittore" grazie al bando dedicato alle "produzioni carcerarie" del padiglione italiano ospiterà la Libera scuola di cucina.
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