di Suela M.
Ristretti Orizzonti, 9 aprile 2015
A proposito della chiusura della Sezione di Alta Sicurezza nella Casa di Reclusione di Padova.
"Mentre coloro che davano l'ordine di trasferire mio padre dormivano sonni tranquilli con i loro figli nelle rispettive camerette, io ero nei treni per viaggiare tutta la notte con chiunque si sedesse di fianco a me ed a mia mamma, ma nessuno si preoccupava del fatto che poteva accaderci di tutto, tanto io ero la figlia di un delinquente".
intervista a Francesco Maisto (Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna)
www.pensiero.it, 9 aprile 2015
La data del 31 marzo 2015 ha segnato la chiusura definitiva gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) luoghi "indegni per un paese civile" e la conseguente entrata in funzione delle Residenze per l'Esecuzione della Misura di Sicurezza (Rems). Siamo arrivati pronti a questo "passaggio" storico?
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 9 aprile 2015
Una sentenza che brucia forte. Ieri la Corte Europea dei diritti umani ha condannato l'Italia per il reato di tortura condotta dallo Stato. Il riferimento è ai fatti di Genova del 2001, ma la condanna è molto più vasta. Dice che abbiamo leggi medievali, che vanno cambiate ma nessuno si decide a cambiarle, ed è sulla base di quelle leggi che non è stato possibile punire i responsabili del massacro di Genova, e -sempre sulla base di quelle leggi - la polizia ha la possibilità di tornare a torturare, e in effetti ci sono stati dopo Genova - Cucchi, Aldovrandi, Bianzino, Uva, Bifolco - molti casi noti di tortura e chissà quanti restati segreti.
di Gianluigi Pellegrino
La Repubblica, 9 aprile 2015
Quale onta peggiore per uno Stato della condanna per aver torturato suoi cittadini? E cos'altro deve accadere per affermare un elementare principio di responsabilità? Quale azienda, quale gruppo sociale lascerebbe ai suoi vertici chi era alla guida del corpo che ha scritto una pagina così vergognosa da procurare la più infamanti delle censure? Per questo il j'accuse di Matteo Orfini verso De Gennaro non dovrebbe destare scalpore. Essendo se mai il minimo sindacale già all'indomani dei terribili fatti di Genova, e tanto più oggi dopo la vergogna nazionale subita con la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
di Filippo Facci
Libero, 9 aprile 2015
La Corte che ci ha condannato per i fatti di Genova aveva censurato il 41 bis. E molti tribunali Usa avevano fatto lo stesso. Se fosse introdotto il reato di tortura allora dovremmo abrogare anche il 41 bis, il cosiddetto carcere duro: come la mettiamo?
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 9 aprile 2015
La tortura è un'infamia, ed è inconcepibile che venga commessa in un paese civile, che peraltro è la patria di Cesare Beccaria. In particolare è intollerabile che esponenti del potere pubblico, abusando delle loro funzioni si accaniscano su persone in condizioni di prigionia o comunque non in grado di difendersi.
Purtroppo, però, da Tangentopoli in poi, si è consentito, con interpretazioni capziose del codice penale, di usare la detenzione preventiva come strumento per ottenere confessioni o delazioni, e questa è la più grave forma di tortura, quella che per prima dovrebbe essere proibita da una legge ben fatta, proprio perché l'uso della tortura, della privazione indebita della libertà personale per costringere gli inquisiti a rinunciare all'elementare diritto alla difesa, un uso ormai diffuso da parte di certe procure, rappresenta una forma di legalizzazione della tortura. Se è giusto punire poliziotti o agenti di custodia che abusano del loro potere, è ancora più urgente riportare la magistratura al rispetto reale dei diritti degli inquisiti, ormai violati sistematicamente.
Però, nella discussione che è stata innestata dalla condanna comminata dalla Corte europea all'Italia in relazione ai misfatti della caserma Diaz, questo aspetto basilare è stato completamente trascurato. La sudditanza della grande stampa e della politica allo strapotere giudiziario si esprime anche in questo, nel rifiuto ad affrontare una prassi di estorsione di confessioni attraverso l'indebita privazione della libertà personale, solo perché non si può mettere in discussione l'abuso sistematico di potere esercitato da settori specifici della magistratura.
Invece di opporsi a una legge sulla tortura perché potrebbe essere utilizzata per mettere sotto accusa le forze dell'ordine (che quando sbagliano debbono pagare come chiunque) sarebbe forse meglio che i garantisti si battessero per dare una definizione del reato di tortura che comprenda l'uso improprio della carcerazione preventiva, che secondo la legge in vigore dovrebbe essere un atto eccezionale giustificato solo nei casi di rischio di fuga, di reiterazione del reato o di compromissione delle prove, casi che debbono essere provati, non solo ipotizzati. A queste condizioni un provvedimento legislativo ampio e legato alla realtà effettiva dell'uso di forme di coercizione verso i carcerati, compresa quella esercitata dai magistrati che estendono indebitamente l'area della custodia cautelare per premere sugli inquisiti, sarebbe un passo avanti verso una compiuta civiltà giuridica. Altrimenti far volare gli stracci, magari rievocando antiche pulsioni sessantottesche contro la "polizia fascista", diventa una comoda e ingiusta scappatoia per creare nuovi capri espiatori.
di Carmine Gazzanni
www.linkiesta.it, 9 aprile 2015
La Convenzione delle Nazioni unite risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese nel 1988. La storia dell'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento italiano.
Ora non ci sono più dubbi: il blitz della polizia alla scuola Diaz la notte del 21 luglio 2001, durante il G8 di Genova, "deve essere qualificato come tortura". A stabilirlo è stata la Corte europea dei diritti umani che ha accolto il ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, 62enne all'epoca del pestaggio, che gli costò fratture a braccia, gambe e costole, tanto che il referto dei medici genovesi sottolineò "l'indebolimento permanente dell'organo della prensione e della deambulazione".
A distanza di 14 anni da quelle violenze, la Corte ha stabilito che lo Stato italiano dovrà risarcire Cestaro con 45mila euro per danni morali. Ma nella sentenza c'è anche altro. I giudici di Strasburgo hanno condannato l'Italia non solo per quanto commesso nei confronti del manifestante, ma anche perché nella legislazione del nostro Paese manca il reato di tortura. Un grave vulnus, se si considera che la stessa Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali prevede, all'articolo 3, che "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti". Esattamente quanto capitato alla scuola Diaz.
Trent'anni di vuoto
Ed ecco che allora si riaccendono i fari, inevitabilmente, sulla mancanza nell'ordinamento penale italiano del reato di tortura. Un vuoto che grida vendetta. Non fosse altro che la Convenzione delle Nazioni unite a riguardo risale al 1984 ed è stata ratificata dal nostro Paese quattro anni dopo, nel 1988. Fa niente se all'articolo 2 della Convenzione si legga che "ogni Stato parte adotta misure legislative, amministrative, giudiziarie e altre misure efficaci per impedire che atti di tortura siano commessi in qualsiasi territorio sottoposto alla sua giurisdizione". Fa niente, ancora, se sono passati ormai quasi trent'anni da quell'atto senza che nulla sia assolutamente cambiato: il reato di tortura continua a essere un miraggio. A fare il punto sul ritardo del nostro Paese, d'altronde, è stato poco tempo fa lo stesso Centro studi della Camera che annovera, in un dossier, tutti gli atti internazionali - oltre a quello Onu - che si sono occupati della questione. Tutti trattati che stabiliscono, nero su bianco, un punto: nessuno può essere sottoposto a tortura o a trattamenti inumani. Tra gli altri, parliamo della Convenzione di Ginevra del 1949 sul trattamento dei prigionieri di guerra, della già ricordata Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950 (ratificata nel 1955), della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo del 1948, del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici del 1966 (ratificata dal nostro Paese nel 1977), della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea del 2000. E l'Italia?
Negligenza e corporativismo contro l'introduzione del reato
Per capire cosa si sia fatto nel frattempo in Italia, basti scorrere la marea di leggi presentate negli ultimi anni e nelle ultime legislature. Tutte, manco a dirlo, puntualmente bloccate. Il primo tentativo risale addirittura al 1989. Da allora, secondo quanto risulta consultando la banca dati del Senato, sono stati presentati 87 disegni di legge. Ma, per la stragrande maggioranza di questi, l'esame non è mai nemmeno cominciato. E ancora: molti ddl sono stati soltanto annunciati, alcuni si sono arenati in commissione, altri approvati solo in prima battuta a Montecitorio o a Palazzo Madama per poi morire in silenzio. Sui motivi di tale ostruzionismo Patrizio Gonnella, presidente di "Antigone", una delle associazioni più attive per l'introduzione del reato di tortura, ha le idee chiare. "Questa è una domanda che ci facciamo tutti", dice. "È possibile attribuire, a mio modo di vedere, tale stallo a più responsabilità: per tanto tempo c'è innanzitutto stata una forte pressione, a volte esplicita a volte implicita, delle corporazioni delle forze dell'ordine". Spesso, continua Gonnella, "si è mal interpretato lo spirito stesso della legge ed è passata l'idea, infondata, che si volesse criminalizzare la polizia, cosa ovviamente falsa".
Negli ultimi anni, però, a detta del presidente di "Antigone", il corporativismo ha lasciato posto alla negligenza politica: "Non c'è stata una sola forza politica che ha fatto della questione una battaglia propria e sentita. Spesso, poi, nel dibattito parlamentare, la discussione è stata frenata da politici vicini alle forze dell'ordine o alla magistratura. È capitato ultimamente anche con Di Pietro che con l'Idv ha bocciato anche la proposta d'inchiesta parlamentare sui fatti di Genova e sulla Diaz". Ed è capitato, andando a ritroso, "anche con i Ds".
Il riferimento è al 2006, anno in cui si è arrivati ad un passo dall'approvazione del reato di tortura: la Camera approvò in prima lettura un ddl ma al Senato, proprio per le reticenze di alcuni parlamentari Ds, la già risicata maggioranza non aveva i numeri per l'approvazione e la norma, alla fine, naufragò. Nel corso degli anni, dunque, si è creato "un circolo vizioso per il quale le forze politiche hanno fatto cose che nemmeno le corporazioni delle forze di polizia chiedevano più".
Finalmente una legge. Monca
Ora, però, pare che siamo vicini a una reale introduzione del reato di tortura. Peccato però che, come spesso accade, non è tutto oro quello che luccica. A cominciare dai tempi. Il disegno di legge in questione è stato presentato dal senatore Felice Casson (Pd) il 2 aprile 2013, per poi essere annunciato in seduta il giorno dopo. Da allora è passato quasi un anno prima che si arrivasse ad una sua approvazione a Palazzo Madama (5 marzo 2014). Dopodiché altro stand-by: per circa un anno del ddl non si è saputo praticamente nulla. E così solo dopo un altro anno ancora, il 23 marzo di quest'anno, è stato annunciato l'inizio dei lavori in aula a Montecitorio. Ma non è finita qui. Accanto alla tempistica, come sottolineato ieri anche da Amnesty International, altri dubbi nascono entrando nel merito del testo che, infatti, "presenta delle incongruenze con quanto prescritto dalla Convenzione Onu". A cominciare dal fatto che il ddl introduce sì il reato di tortura ma lo fa restare un reato comune (imputabile dunque a tutti e non ai soli pubblici ufficiali): ogni cittadino, dunque, potrebbe rischiare una condanna per tortura che andrà dai 4 ai 10 anni. E le forze dell'ordine? Per loro pene ridotte se confrontate con quelle di altri Paesi d'Europa: si andrà dai 5 ai 12 anni, mentre in altri Paesi come il Regno Unito si può rischiare anche l'ergastolo. Finita qui? Certo che no. Rispetto alla prima versione è stato anche cancellato un passaggio dell'articolo 5 che avrebbe previsto l'istituzione di un fondo per le vittime di tortura. Come dire: davanti alla spending review, non c'è diritto che tenga.
Il reato c'è ma non (per ora) non si vede
In effetti, conclude Patrizio Gonnella, "l'optimum sarebbe stato tradurre l'articolo della Convenzione dell'84 dall'inglese all'italiano. Tre minuti di lavoro ed era perfetto". Le associazioni, però, sono convinte che, nonostante tutto, bisogna andare avanti con il testo in discussione, anche perché "il rischio è che se cercassimo la perfezione, daremmo argomenti a chi vuole invece frenare tutto. Oggi è essenziale approvare il miglior testo possibile. Se per ora il miglior testo è questo, va ugualmente bene purché si avvicini alla Convenzione Onu e purché consenta ai giudici di sanzionare comportamenti come quelli della Diaz". Già, perché quello della scuola genovese non è l'unico caso, sebbene il più emblematico. Basti pensare al poco conosciuto caso del carcere di Asti dove, ugualmente, è pendente un ricorso a Strasburgo per le violenze (documentate) dei poliziotti penitenziari sui detenuti. Nessuno dei pubblici ufficiali è stato però condannato. Nelle motivazioni della sentenza il giudice spiega chiaramente le ragioni dell'assoluzione: semplicemente perché il reato di tortura in Italia non esiste. Ancora per poco, si spera.
di Matteo Bartocci
Il Manifesto, 9 aprile 2015
Da oggi l'aula della Camera discute (finalmente) dell'introduzione del reato di tortura nel codice penale. La proposta di legge prevede pene pesanti: la reclusione va da 4 a 10 anni; se poi a torturare è un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio la pena è aggravata da 5 a 12 anni. L'istigazione alla tortura specifica vale solo per pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio. Si raddoppiano i termini di prescrizione; se prima non interviene il processo il reato si estinguerà in 20 anni.
Non si potrà godere di alcuna immunità diplomatica. In più è previsto il divieto assoluto di espulsione o respingimento verso paesi che praticano la tortura e qualsiasi dichiarazione o informazione estorta sotto tortura non sarà utilizzabile in un processo; varranno, però, come prova contro gli imputati di tortura. Ma cosa accade negli altri Paesi europei? Quasi tutti gli stati più importanti, ad eccezione della Germania e dell'Italia, hanno introdotto da tempo forme legislative specifiche contro il reato di tortura.
Francia
In Francia il reato di "tortura o atti di barbarie" è disciplinato dal codice penale. La pena minima è fino a 15 anni senza possibilità di godere di benefici come la sospensione o il frazionamento. La reclusione può arrivare fino 20 anni se commessa su un minore o un disabile fisico o psichico e fino a 30 se il reato è commesso da un genitore, o in maniera abituale nei confronti di una persona vulnerabile per età, malattia o infermità. In caso di morte è previsto l'ergastolo.
Regno Unito
Nel Regno Unito, il Criminal Justice Act del 1988 prevede una pena pari all'ergastolo per chi commette il reato di tortura definito come "il pubblico ufficiale" che nell'esercizio delle sue funzioni "pone in essere azioni tali da procurare ad altri sofferenza fisica o psicologica".
Spagna
In Spagna il codice penale modula le pene in base all'autore del reato. In via generale la pena va da 6 mesi a due anni. Se a commettere il reato di tortura è un funzionario pubblico la detenzione va da 2 a 6 anni per i fatti gravi e da uno a 3 per fatti meno gravi. In ogni caso è prevista l'inabilitazione assoluta da 8 a 12 anni.
di Paola Zanca
Il Fatto Quotidiano, 9 aprile 2015
Oggi alla Camera il voto sulla legge per il reato di tortura M5S, familiari delle vittime e associazioni denunciano: "così com'è non serve a nulla, sarà impossibile trovare le prove".
L'avvocato Fabio Anselmo scuote la testa piuttosto nervoso: "Oh, io ho la tessera del Pd eh... sia chiaro! Ma questa volta hanno ragione!". Il soggetto sottinteso sono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle. Davanti a lui - diventato il legale "ufficiale" dei morti di Stato - hanno appena annunciato che oggi, se non verrà accolto nessuno dei loro emendamenti, voteranno contro il disegno di legge per l'introduzione del reato di tortura. Il consueto ragionamento sui grillini che troppo vogliono e nulla stringono questa volta vacilla, e l'avvocato Anselmo vuole dire proprio questo quando tira in ballo la sua tessera del Pd. Dice Anselmo che approvare quel testo così com'è sarebbe solo concedere "un alibi" al Paese: "Di fronte a un'altra Diaz potrà dire: 'io la legge l'ho fatta, punire il reato è compito dei magistratì. Ma se una legge sulla tortura consente che escano dalle maglie casi come quello di Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi o Francesco Mastrogiovanni, allora è meglio non averla. Ho paura che questa legge serva solo a levare l'Italia dall'imbarazzo". Ebbene sì, se anche la legge che aspettiamo da 27 anni venisse approvata oggi dalla Camera sull'onda della condanna della Corte di Strasburgo, l'ipotesi di tortura non sarebbe stata contemplata nemmeno in casi eclatanti come quelli elencati dall'avvocato Anselmo.
Né per gli occhi pesti del romano Cucchi, né per le 54 ferite inferte su Aldrovandi in una strada di Ferrara, né per le 90 ore che Mastrogiovanni ha trascorso legato a un letto in un centro di salute mentale a Vallo della Lucania. La ragione sta nella serie di "incisi superflui e pericolosi" che sono stati introdotti nel testo di legge (e che per questo motivo dovrà tornare al Senato): avverbi, frasi e specifiche che trasformano l'accertamento del reato in una missione quasi impossibile.
Li hanno illustrati ieri i deputati M5S Vittorio Ferraresi e Giulia Sarti, accompagnati appunto dall'avvocato Anselmo, dai famigliari delle vittime e dai rappresentanti di Amnesty International e di Antigone. Prima di tutto c'è la parola "intenzionalmente". In pratica, non basta dimostrare che un soggetto ha, attraverso la violenza o la minaccia, inflitto "acute sofferenze fisiche o psichiche" allo scopo di punire, ottenere informazioni, vincere una resistenza. No, bisogna anche provare che nel farlo, il torturatore, ha sentito un "compiacimento personale".
Dice Anselmo: "Presuppone il sadismo. Ma come lo dimostriamo?". Poi c'è la questione della prescrizione. Gli agenti dell'irruzione alla Diaz li ha salvati quella. E forse, sarebbe il caso che su temi così delicati, il reato fosse a lunga conservazione. Succede in molti dei Paesi che, come noi, hanno ratificato la convenzione Onu del '84 che vieta la tortura: hanno istituito un reato "proprio", circoscritto ai pubblici ufficiali (noi no) e lo hanno qualificato come un reato di "lesa umanità" imprescrittibile (noi no). Raccontava ieri Antonio Marchesi, portavoce di Amnesty, che il nostro ordinamento in materia, per esempio, è molto più arretrato rispetto a quello dell'Argentina: così, non abbiamo concesso l'estradizione di alcuni torturatori del regime perché da noi quei reati non erano puniti (e in ogni caso sarebbero stati prescritti).
Marchesi è dell'idea che il testo all'esame della Camera sia "tutt'altro che perfetto" ma teme che uno stop sarebbe un'occasione persa: "Non è detto - ricorda - che il tempo che rimane da qui a fine legislatura sia sufficiente a fare una legge migliore".
Un po' la stessa tesi di Luigi Manconi, senatore Pd e presidente dell'associazione A Buon Diritto: "Una legge mediocre è meglio che nessuna legge". Tra gli altri punti che i Cinque Stelle mettono all'indice c'è il fatto che il reato è contemplato solo nell'esercizio delle funzioni (loro chiedono che venga ampliato anche al di fuori). E poi la spiegazione secondo cui "la sofferenza" provata dalla vittima deve essere "ulteriore" rispetto a quella che proverebbe con le "legittime misure privative o limitative di diritti".
Si tratta di ipotesi già contemplate dal codice penale: "Più paletti metti, più specificazioni fai - conclude l'avvocato Anselmo - più sarà faticoso accertare il reato". I Cinque Stelle sono fiduciosi che un compromesso si troverà. Ma l'Ncd di Alfano pare irremovibile. Renzi, provocato sul suo no comment alla sentenza di Strasburgo, ha risposto all'ex disobbediente Luca Casarini: "Quello che dobbiamo dire lo dobbiamo dire in Parlamento con il reato di tortura". Cosa ci sia scritto dentro è un di più.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 9 aprile 2015
Ai due Matteo (Orimi e Renzi), della mattanza di Genova 2001 e della decisione della Corte Europea di condannare la polizia italiana per aver torturato ragazzi inermi, non gliene frega un fico secco. I due Matteo sono esattamente due esponenti della generazione che poco meno di 15 anni fa diede vita al movimento no-global, cioè all'ultimo episodio di ribellione di massa contro il liberismo e probabilmente all'ultima prova di "esistenza in vita" della sinistra (non solo in Italia). I due Matteo - mentre i loro coetanei urlavano a Genova (e poi a Porto Alegre, a Barcellona, a Goteborg e altrove) contro lo strapotere del mercato, e chiedevano giustizia sociale, e si battevano contro la guerra, e poi subivano la ferocia sadica di alcuni reparti della polizia italiana - se ne stavano chiusi negli uffici dei loro partiti, a fare i giovani burocrati e a pensare alla carriera. Ci pensarono bene, alla carriera, dicono i fatti.
Scoprire nel 2015 che Gianni De Gennaro nel 2001 era il capo della polizia italiana è una cosa davvero paradossale. Da ridere. O anche da piangere ovviamente. A seconda che si consideri il cinismo l'anima della commedia o della tragedia.
De Gennaro non ha subito nessuna condanna per la mattanza di Genova, né dai tribunali italiani né da quelli internazionali. Questo non vuol dire che non abbia una responsabilità politica oggettiva: era il capo della polizia e l'immagine della polizia uscì distrutta dalla vicenda genovese e dal modo nel quale essa rimbalzò sulla stampa di tutto il mondo. Uscì distrutto anche il rapporto di fiducia tra polizia e popolo. E il prestigio internazionale dell'Italia subì un colpo micidiale. E dunque sarebbe stato logico presentare il conto a De Gennaro. Ma nessuno glielo presentò: né la destra né la sinistra. Perché? Forse per la semplice ragione che allora Gianni De Gennaro era uno uomo molto potente, e la politica italiana (come del resto il giornalismo) non abbonda di cuor di leone.
La politica italiana ( e anche il giornalismo) azzanna la vittima solo quando è sicura che sia già sconfitta. Oggi De Gennaro non è certo l'uomo potente del primo decennio del duemila, e allora la politica pensa che sia attaccabile. E siccome De Gennaro è considerato un uomo di D'Alema e di Letta, i due Matteo lo vogliono far fuori. Non certo perché gli batta il cuore di dolore per le randellate prese dai ragazzi di Genova, o per le torture a Bolzaneto: semplicemente perché vogliono mettere un uomo loro a Finmecccanica.
È questo che davvero indigna. L'uso strumentale di una battaglia ideale per accaparrarsi una poltroncina e per chiudere una vendetta. Finché la politica sarà questo, dopo aver perso tutti i suoi contenuti di pensiero e di strategia, finché sarà solo un gioco di società per accaparratori di potere, è impensabile che l'Italia esca dalla crisi. La crisi morale - parola abbastanza insensata ma abusatissima da anni - non è qualche tangente - che sempre c'è stata e sempre ci sarà - ma è la fine delle idealità e la vittoria dei pescecani, la fine della lotta delle idee sostituita dalla lotta degli sgabelli (beh, quello di Finmeccanica non è proprio uno sgabello).
Ai due Matteo non è mai importato nulla del reato di tortura che dovrebbe esistere nel nostro codice dagli anni ottanta (quando loro erano ragazzini) e ancora non esiste. Conoscete qualche iniziativa dei Matteo per accelerare l'iter? O sapete di qualche grido di indignazione perché nelle carceri italiane, dove si vive come in un pollaio, la tortura, quotidiana, continua, è la norma? O vi risulta che si siano pronunciati contro il carcere preventivo usato - abitualmente - per cercare di ottenere confessioni o pentimenti, che è una pratica assolutamente simile alla tortura? No, non avete sentito grida dei due Matteo, né vi risultano loro iniziative. Vogliono la testa di De Gennaro, e basta. È spaventoso il grado di ipocrisia che guida la nostra classe dirigente. È vero che la politica - e il giornalismo - hanno sempre convissuto con un certo grado di ipocrisia. Ma una cosa è usare l'ipocrisia come strumento, una cosa diversa è farne un valore.
E sulla sentenza della Corte Europea su Genova 2001 lo scatenamento dell'ipocrisia è stato impressionante. Anche su un fronte opposto a quello dei Matteo.
Ieri, per esempio, il Fatto quotidiano ha aperto il giornale con un bel titolo a tutta pagina: "La tortura è reato. In Europa". Con una polemica aperta contro il fatto che in Italia con è reato. Applausi al titolo. Poi, però, sommessamente, una domanda: ma il partito dei Pm (al quale, con una modesta approssimazione, associamo il Fatto) ha mai fatto qualcosa per chiedere che fosse introdotto nei codici il reato di tortura?
Non mi pare. Ha chiesto il reato di auto-riciclaggio, l'aumento delle pene per le tangenti, ha chiesto il falso in bilancio, l'omicidio stradale, l'aumento delle prescrizioni. Ha chiesto più intercettazioni, ha chiesto l'abolizione del secondo grado di giudizio. E della tortura quando ha parlato? Mai. E II "Fatto" quando si è preoccupato della tortura? E la politica giudiziaria, in Italia, è stata imposta dal partito dei Pm e dai suoi giornali, o no?
PS. Gianni de Gennaro è una figura molto complessa. È stato un poliziotto eccezionale, forse il più bravo poliziotto del dopoguerra. Insieme al suo amico Falcone ha inferto dei colpi micidiali alla mafia (lui e Falcone sono gli unici ad avere davvero colpito al cuore la mafia). Poi ha fatto molte altre cose che non so giudicare (tra le quali il capo dei servizi segreti) e sicuramente ha svolto malissimo il ruolo di capo della polizia perché, da sola, la macchia di Genova è indelebile (anche se ha avuto il merito di allevare una nidiata di allievi, come manganelli e Pansa, che si sono dimostrati ottimi successori). Personalmente, da giornalista, quando scrivevo sull'Unità e su Liberazione ho chiesto mote volte le dimissioni di De Gennaro. Chiederle oggi, però, francamente, mi pare una cosa un po' ridicola e un po' vigliacca.
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