di Fabrizio Boschi
Il Giornale, 9 marzo 2015
Giuseppe Soffiantini, sequestrato nel 1997, fu liberato dopo 237 giorni di prigionia. "Nella vita odio e vendetta non servono. Adesso però la violenza è diventata spaventosa. Con le rapine in villa abbiamo paura anche di stare in casa".
"Bene, abbiamo parlato di molte cose. Ma non ne capisco una: come le è venuta l'idea di tornare a parlare proprio di me?". Un uomo d'altri tempi, mite e gentile, che conserva la pacatezza propria di un uomo perbene. Da un sequestro si torna cambiati. Per sempre. E di questa semplice ma terribile verità Giuseppe Soffiantini appare ancora oggi, mentre spegne le sue 80 candeline, consapevole.
La memoria resta l'unica difesa per riappropriarsi del proprio corpo e della propria storia. È il 17 giugno 1997 quando, allora 62enne, l'imprenditore viene sequestrato nella sua villa di Manerbio, paese di 13mila abitanti a 20 chilometri da Brescia e 30 da Cremona. Sono le 22,30. I rapitori legano e imbavagliano la moglie Adele e la chiudono in un sottoscala. La donna riesce a dare l'allarme solo la mattina successiva. Prima di andarsene con l'ostaggio, i banditi dicono alla donna: "Non ti preoccupare, te lo faremo ritrovare".
Passeranno 237 interminabili giorni. È il 9 febbraio 1998, sono circa le nove di sera quando Adele risente al telefono la voce del marito: "Sono libero, venitemi a prendere". Soffiantini è all'Impruneta, alle porte di Firenze. "Il mio primo pensiero è stato quello di tenere il cuore calmo perché mi batteva talmente forte che avevo paura mi scoppiasse. L'unica cosa che mi preoccupava in quel momento era dire ai miei cari che le lettere che avevo scritto erano state dettate sotto la minaccia delle armi. Avevo paura che ci fossero rimasti male...".
Soffiantini apre la porta della sua bella villa di Manerbio. La stessa dove venne rapito 18 anni fa. Non l'ha mai cambiata. Il primo a fare gli onori di casa è Olly, un labrador tutto feste e coccole. "Mi piace stare qui. Adesso ci vivo solo con mia moglie. Ma prima c'erano anche i miei figli. È una casa in campagna molto comoda, abbiamo anche i polli, con un grande giardino come piace a me. Io amo le piante e stare fra la natura. Pensi che ho tre tipi di querce e molti pini ? precisa compiaciuto - guardi". Si avvicina alla finestra e punta il dito fuori.
È domenica. Oggi non si va in azienda. Ma Soffiantini mantiene la sua solita eleganza. Anche in casa. "Metto sempre giacca e cravatta, in particolare quando vado in ufficio. Ho continuato a fare la mia solita vita diminuendo man mano il mio impegno diretto, ma faccio sempre parte del consiglio di amministrazione - sorride. Ogni mattina affido i compiti da fare al mio giardiniere e poi vado in azienda. Poi pranzo a casa. La famiglia per me è la cosa più importante. La domenica stiamo tutti insieme. Mi riposo un po' e torno al lavoro anche il pomeriggio, a rompere un po' le scatole".
Anche dopo la sua drammatica esperienza, Soffiantini non ha mai smesso di occuparsi della sua azienda di abbigliamento femminile che ha fondato negli anni Sessanta. "Ho vissuto molto intensamente e ho lavorato tanto nella mia vita. Ogni mattina andavo in azienda alle 7, un'ora prima dei miei collaboratori. Giravo l'Italia per vendere i nostri prodotti, ma ho sempre fatto un lavoro che mi piaceva". Seduto nello studio del salotto a leggere i giornali, tanti libri intorno a lui, molte foto in cornici d'argento, innumerevoli ricordi.
Avvolto dall'affetto di sua moglie, dei suoi sette nipotini e dei tre figli che oggi si occupano di mandare avanti l'attività di famiglia: Paolo, 44 anni, il più giovane, colui che i rapitori avrebbero voluto sequestrare al posto del padre. "Per fortuna all'epoca faceva il servizio militare e quella sera era stanco, così decise di rientrare in caserma un'ora prima del solito. Altrimenti avrebbero preso lui e non me", sospira. Carlo, 54 anni, il più grande, che abita a Brescia e Giordano, 47, a Manerbio. "Tre bravi figlioli".
"Qui ho tutta la mia vita. Ma non è una casa da ricchi. È stata fatta da un geometra, non da un architetto", puntualizza. Negli anni bui dei sequestri, mai avrebbe pensato che sarebbe toccato pure a lui. "Mi dicevo, se dovesse succedere a me morirei ancor prima di essere sequestrato. Ma evidentemente tutti noi abbiamo dentro delle risorse impensabili. Arrivati all'estremo, quando la paura supera tutti i limiti, non abbiamo più paura di niente: tanto è vero che dopo due giorni dal sequestro affrontavo verbalmente i carcerieri chiamandoli bestioni: ?Guardate che voi avrete pure diritto di morte su di me ma non paragonatemi a voi, perché voi siete dei banditi e io sono una brava persona!?".
E il pensiero scivola sui sequestri del terzo millennio, molto diversi per i modi, ma identici per un aspetto. "Il dolore è lo stesso. In quel periodo ci sequestravano a casa nostra, oggi andiamo a farci sequestrare all'estero. Ma è una questione troppo delicata per essere banalizzata così. Non voglio entrare in questi argomenti perché le sofferenze personali e dei familiari sono identiche. Voglio solo dire che nei sequestri di adesso lo Stato italiano si comporta diversamente.
A noi bloccavano i conti correnti, congelavano i beni per non permetterci di pagare il riscatto mentre oggi lo Stato paga tanti e tanti soldi per liberare gli ostaggi. Denaro che serve per armare i terroristi. Per il mio riscatto abbiamo pagato 5 miliardi di lire, soldi che non ho più rivisto, e che sono stati autorizzati otto mesi dopo il sequestro per dare il tempo alla polizia di fare le ricerche. Otto mesi però sono moltissimi. L'unica consolazione è che dopo di me i banditi hanno capito che questo tipo di crimine non conveniva più e gli specialisti del sequestro sono stati tutti catturati".
Orecchie mozzate, vestito di stracci fradici in pieno inverno, senza lavarsi per quasi un anno, come cibo una fetta di lardo e una mela, come rifugio buche nel terreno o tende improvvisate e incatenato. Questo il trattamento riservato a Soffiantini. Ma lui ha deciso di voltare pagina. "L'ho fatto quasi subito, in verità, per istinto di sopravvivenza. Vede, io non ho perdonato quelle bestie per spirito di buonismo. Sarei uno sciocco. L'ho fatto per me, per salvarmi. Ho imparato che nella vita covare sentimenti di odio e di vendetta non serve a niente.
Quello era l'unico modo per liberarmi dalle catene della prigionia. Se non l'avessi fatto mi sentirei sequestrato ancora oggi. La giustizia degli uomini ha fatto il suo corso: Farina è in carcere a vita, altri sono stati condannati a 25, 18 e 12 anni. Qualcuno è già fuori. Uno di loro, Cubeddu, non è neppure mai stato trovato e il basista di Manerbio dopo 8 anni di galera l'ho rivisto in giro per il paese. La giustizia divina farà altrettanto. Per quanto mi riguarda ho voluto prendere le distanze da tutto e tutti".
Malgrado tutto questo Soffiantini oggi ha ancora un po' paura. "Noto una spaventosa recrudescenza della violenza. Non siamo più sicuri nemmeno nelle nostre case. Le rapine, soprattutto ad opera di extracomunitari, sono sempre più frequenti". Come il caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ha sparato a un bandito nomade per salvare una commessa: "Bisogna vedere come sono andate esattamente le cose, ma come si fa a non essere dalla sua parte? Anche io ho un'arma e se dei rapinatori entrassero in casa mia farei lo stesso".
Oggi, come 17 anni fa, mantiene quell'aria serafica di un uomo appagato dalla vita che tanto gli ha dato e tanto gli ha tolto. "Vede, la vita dà e toglie e a 80 anni ci si accorge che è passata in un baleno". Una grande fede l'ha sempre guidato sulla strada giusta, permettendogli di superare quel trauma. Tanti oggetti e tante foto in casa ne sono la testimonianza. Una su tutte quella con Papa Wojtyla: "Una volta mi disse: ringraziamo il Signore, sia tu che io l'abbiamo scampata bella?". Le uniche immagini che restano ben nascoste sono quelle che raccontano quella terribile storia. Sono lì, schiacciate sotto i suoi ottant'anni straordinari.
di Dario Del Porto
La Repubblica, 9 marzo 2015
La barba lunga e bianca, il cellulare all'orecchio: è l'ex boss della camorra di Mondragone Augusto La Torre, oggi collaboratore di giustizia anche se non più sotto protezione, ritratto mentre lascia il carcere di Ferrara per un permesso premio di tre giorni, già terminato.
La foto, postata fu Facebook dal figlio e poi rimossa, ha scatenato aspre polemiche sui social network e anche in alcuni familiari delle vittime di camorra, come l'assessore regionale Daniela Nugnes, cui il clan di Mondragone uccise il padre, che hanno parlato di "beffa" per il permesso a La Torre. Laureatosi in Psicologia durante la detenzione, reo confesso di numerosi delitti fra cui molti omicidi, La Torre è stato protagonista di una controversa collaborazione con la giustizia che va avanti nonostante la revoca del programma di protezione decisa a seguito di un'accusa di estorsione dalla quale è stato assolto.
Ora si è affidato a un legale d'eccezione: l'ex pm di Palermo Antonio Ingroia che, a Repubblica, spiega: "Quella della foto su Facebook è una leggerezza, le polemiche sono esagerate. Comprendo però le reazioni dei familiari delle vittime. La Torre ha scontato un bel pezzo di pena e la sua collaborazione, controversa ma non sul piano dell'attendibilità, ha permesso di processare e arrestare numerosi criminali. Pur dopo aver commesso tanti reati, gli si può consentire un breve permesso, per giunta lontano dal territorio d'origine".
di Marina Valcarenghi
Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2015
Nel cocktail di veleni che un uomo o una donna portano con sé quando escono dal carcere due mi sembrano i principali ingredienti: la rabbia e l'insicurezza. Non sono più detenuti ma nemmeno cittadini a pieno titolo, perché abitano il limbo dei pregiudicati: un banale controllo dei documenti in auto può diventare una perquisizione, in caso di divorzio, anche quando ne hanno titoli e ragioni, è quasi impossibile che ottengano l'affido dei figli, si sentono spesso rifiutare un appartamento in affitto e i nuovi amici e i nuovi fidanzati prendono non di rado le distanze quando vengono a sapere della detenzione.
Per non parlare del lavoro. "Siamo colpevoli per sempre" mi disse un giorno un ex detenuto. Come sorprendersi che ne derivi una rabbia indifferenziata verso tutto e tutti? Allora avere affrontato la vergogna del processo, la condanna, la solitudine del carcere con tutte le sue tremende limitazioni, avere accolto il senso di colpa, allora tutto questo, tutti questi anni, non contano niente? Il debito non si estingue mai?
Solo i potenti non pagano? Forse è anche per questo che la recidiva nel nostro Paese è così alta: la rabbia è in questo caso una cattiva consigliera, ma ormai so che è una recidiva in molti casi indotta proprio da noi, da istituzioni e cittadini. L'insicurezza ha invece origine nella regressione infantile che il sistema carcerario impone: i diritti in prigione sono solo sulla carta, tutto è discrezionale e dipende da variabili sconosciute.
Il detenuto può solo fare la "domandina", cioè compilare un modulo con la richiesta: avere un colloquio prolungato, una medicina urgente, parlare con l'educatore... la risposta forse arriverà e forse no. Il detenuto diventa debole e passivo come un minore sotto tutela, sottoposto a un'autorità con cui non si confronta e da cui tutto dipende. Quando uscirà porterà con sé una penosa sensazione di inadeguatezza, come un bambino catapultato in un mondo di adulti.
di Stefania Sorge
Il Centro, 9 marzo 2015
Circa 150 detenuti del carcere di Villa Stanazzo hanno intrapreso, dai primi di marzo, una protesta contro i provvedimenti adottati dall'Ufficio di sorveglianza di Pescara. "Per ristabilire la centralità della legge nel sistema giudiziario e a salvaguardia della nostra dignità", sostengono in una lettera sottoscritta da tutti i detenuti ostativi delle sezioni 1, 2, e 3B e inviata, tra gli altri, al ministero della Giustizia, "abbiamo deciso ciò in quanto in possesso di copie di ordinanze di magistrati di sorveglianza di altri uffici nazionali, Bologna, Roma e Napoli, per citarne alcuni, le cui decisioni favorevoli riflettono e rispettano gli ultimi decreti leggi promulgati in materia di liberazione anticipata speciale e risarcimento del 10%.
Il magistrato di sorveglianza di Pescara, contrariamente e diversamente dai suddetti colleghi, non applica alcun beneficio. L'inammissibilità delle richieste è motivo preponderante e unico nei rigetti che formula, creando in tal modo anche i presupposti della non ricorribilità alla decisione ad organi superiori, quale il tribunale sorveglianza dell'Aquila o la Cassazione.
Per non dire poi che le istanze vengono corrisposte a distanza di mesi e anche di anni. Nelle more di una decisione che il magistrato, se tempestivamente rispondesse, potrebbe dimagrire i termini del fine pena consentendo la scarcerazione, qui a Lanciano", sottolineano, "i detenuti scontano la pena fino all'ultimo giorno di detenzione.
Quando, dopo lunghe attese, è ottenuta la decisione per il beneficio, ovviamente negativa e sfavorevole, per ricorrere non si ha più tempo. Questa situazione ci umilia", continua la lettera, "così risultano inutili anni e anni di percorso tratta mentale e viene inficiato l'operato dell'amministrazione della Casa circondariale, le valutazioni e i pareri dell'area educativa e della direzione".
Senza contare le condizioni disumane in cui sono reclusi i detenuti di Villa Stanazzo. È del 18 febbraio scorso il decreto del tribunale dell'Aquila, uno dei primi in Abruzzo, che condanna il ministero al risarcimento di un detenuto recluso, per 717 giorni, in condizioni "inumane e degradanti" nel carcere di Lanciano.
Come protesta i detenuti hanno intrapreso la battitura giornaliera contro le sbarre delle celle, lo sciopero della spesa del sopravvitto e la rinuncia del vitto giornaliero.
Ansa, 9 marzo 2015
Il simbolo della giornata è la nonnina detenuta di 82 anni: sta scontando la pena nel carcere di Uta e proprio oggi ha festeggiato, insieme alla ricorrenza dedicata alle donne, anche il compleanno.
È una delle venticinque donne ospiti dell'istituto penitenziario alle porte di Cagliari che hanno partecipato ad un incontro con una delegazione femminile nell'ambito del progetto "Un sorriso oltre le sbarre", iniziativa di solidarietà giunta alla sesta edizione. Promossa dall'associazione "Socialismo Diritti Riforme", coordinata da Maria Grazia Caligaris, con la collaborazione della sezione cagliaritana della Fidapa (Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari), presieduta da Silvia Trois, l'iniziativa intende sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla condizione delle donne detenute e delle agenti della Polizia Penitenziaria.
C'erano, insieme a Trois e Calligaris, anche la consigliera regionale Anna Maria Busia, suor Angela Niccoli, Giuseppina Pani, dell'Area educativa, e Alessandra Uscidda, comandante delle guardie. In occasione dell'appuntamento, ciascuna detenuta ha ricevuto un pacchetto contenente dei prodotti per la cura personale. Si tratta di un kit con spazzolino, dentifricio, bagnoschiuma, crema per il corpo e sapone per l'igiene intima. Nel contenitore, grazie alla solidarietà di farmacie e profumerie, anche campioncini di shampoo, balsamo e altri prodotti per la cura del viso. Sarà inoltre donata una pianta per la sezione femminile della Casa Circondariale.
"La lontananza del centro urbano dell'istituto penitenziario - sottolineano Caligaris e Trois - richiede da parte delle istituzioni una maggiore attenzione e richiama l'opinione pubblica a una più intensa partecipazione alle problematiche della perdita della libertà. Per le nostre associazioni acquista un particolare significato soprattutto in questo momento dell'anno.
La Festa della Donna è infatti un momento anche per riflettere sulla realtà di chi sconta una pena. La condivisione di idee, sentimenti, sensazioni in una mattinata da vivere insieme è un modo per dare significato all'8 marzo senza cadere nella retorica". Tre le donne incontrate anche due rom incinte di sei e tre mesi. Il parere delle detenute su Uta? Hanno raccontato di trovarsi molto bene, anche se qualcuna ha parlato con nostalgia del clima, definito più raccolto, di Buoncammino. Per le recluse in arrivo dei corsi con un progetto portato avanti dalle studentesse del liceo Siotto che presto le incontreranno. Nelle prossime settimane partiranno anche lezioni di cucina e allestimento della tavola.
Ansa, 9 marzo 2015
Sì del consiglio comunale alla mozione per l'impiego di detenuti in lavori di pulizia della città durante i grandi eventi che Torino ospita nel 2015, in particolare l'Ostensione della Sindone. Primo firmatario del documento il capogruppo di Sel Michele Curto. L'assessore all'ambiente Enzo Lavolta ha sottolineato: "nel 2015 vari eventi necessiteranno di interventi straordinari per la cura e la pulizia della città ed è utile avere questo tipo di risorse straordinarie.
Questi lavoratori - ha poi precisato - non svolgeranno attività sostitutive dei lavoratori dell'Amiat (l'azienda pubblica di igiene ambientale, ndr)". È stato approvato anche un ordine del giorno presentato dalla consigliera del Pd Domenica Genesio che invita Governo e Parlamento "a riprendere i progetti di lavoro in carcere nel settore della ristorazione che nella loro sperimentazione - ha sottolineato - hanno permesso di migliorare la qualità della vita in carcere e consentono l'inserimento lavorativo una volta usciti dal carcere".
www.vivereancona.it, 9 marzo 2015
È stato salvato dalla Polizia penitenziaria il detenuto che, venerdì, ha tentato di farla finita tentando di impiccarsi nella sua cella. Attimi di paura a Montacuto.
Ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Montacuto, ad Ancona. Protagonista, venerdì mattina, un detenuto tunisino di 32 anni, che scontava una pena, fino al 2016, per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
Fortunatamente tempestivo l'intervento dei poliziotti penitenziari. Anche se Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria del Sappe ricorda che questo è "l'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria".
Ancora critica la situazione nei carceri locali. "Al 28 febbraio scorso erano - precisa il segretario regionale delle Marche Nicandro Silvestri - detenute a Montacuto 166 persone. Nel penitenziario, negli ultimi dodici mesi del 2014, si sono contati il suicidio di un detenuto, 7 tentati suicidi sventati in tempo dai Baschi Azzurri, 103 episodi di autolesionismo e 36 colluttazioni.
Per fortuna delle Istituzioni, gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - come a Montacuto - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri marchigiane e del Paese tutto".
Il Trentino, 9 marzo 2015
Violento episodio nel carcere di Spini di Gardolo. Un detenuto tunisino ieri ha ricevuto la notifica di un'ulteriore ordinanza di custodia cautelare e ha reagito con violenza scagliandosi contro due agenti della polizia penitenziaria. Un episodio che preoccupa e dimostra come dietro le sbarre del nuovo carcere la situazione sia peggiorata. Alcuni mesi sempre a Spini si sono registrati due suicidi e la morte di un giovane detenuto.
Adesso arriva anche questa aggressione. Il sindacato degli agenti penitenziari Sappe è preoccupato: "La situazione resta allarmante nelle nostre carceri. Ieri mattina si è registrata un'aggressione ai danni di due agenti di Polizia Penitenziaria, ad opera di un detenuto di nazionalità tunisina, ristretto per vari reati tra i quali spaccio droga, che li ha improvvisamente colpiti con calci, pugni e sberle. Il fatto è successo durante una normale operazione di notifica di alcuni atti per altri episodi violenti commessi dal carcere.
Parliamo di un soggetto che giusto l'altro ieri era uscito da un isolamento proprio per la sua turbolenza e che, improvvisamente, ha aggredito due poliziotti e sputato su un terzo collega. Eventi del genere sono sempre più all'ordine del giorno e a rimetterci è sempre e solo il personale di Polizia Penitenziaria. Il Sappe esprime solidarietà al personale coinvolto e augura una veloce ripresa e ritorno in servizio. Queste aggressioni sono intollerabili e inaccettabili. Noi non siamo carne da macello ed anche la nostra pazienza ha un limite".
La notizia arriva dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe per voce del segretario generale Donato Capece: "La situazione, a Trento e nelle carceri italiane, resta grave e questo determina difficili, pericolose e stressanti condizioni di lavoro per gli agenti di Polizia Penitenziaria, nonostante vi sia chi non sta in prima linea a contatto con i detenuti ma si affretta sempre a dire che va tutto bene".
Giovanni Vona, segretario nazionale Sappe per il Triveneto, sottolinea le criticità delle carceri italiane e interregionali: "Nei 201 penitenziari del Paese il sovraffollamento resta significativamente alto rispetto ai posti letto reali, quelli davvero disponibili, non quelli che teoricamente si potrebbero rendere disponibili. A Trento, nei dodici mesi del 2014, abbiamo contato il suicidio di 2 detenuti, 6 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria, 17 episodi di autolesionismo e 6 colluttazioni".
Ristretti Orizzonti, 9 marzo 2015
Mercoledì 11 marzo 2015 alla Casa circondariale Dozza di Bologna, Domenico Cella, Presidente dell'Istituto De Gasperi e Ignazio De Francesco, della Piccola Famiglia dell'Annunziata, terranno la lezione: "Il lavoro come valore fondante della Costituzione italiana e come strumento di emancipazione sociale. Focus: la posizione della donna lavoratrice, con particolare riferimento alla situazione dei Paesi arabo-islamici".
Si tratta della sedicesima di un ciclo di ventiquattro lezioni dedicate ai detenuti della Casa Circondariale Dozza di Bologna iscritti ai corsi dell'anno scolastico 2014-2015, nell'ambito del Progetto "Diritti, doveri, solidarietà. La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico", realizzato a seguito dell'Accordo quadro tra la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna e il Centro per l'istruzione degli adulti Cpia Metropolitano di Bologna.
Samuele Govoni
La Nuova Ferrara, 9 marzo 2015
Il Nucleo oggi vola in Germania per il progetto europeo di teatro in carcere A guidare il gruppo il regista Horacio Czertok coordinatore di "Breaking Limits". Se è vero che solo il teatro ti permette di aprire una porta e trovarti davanti all'infinito, allora è altrettanto vero che il teatro consente a un detenuto di "evadere" dal carcere ogni volta che vuole.
Horacio Czertok, insieme al Teatro Nucleo, da anni lavora alla Casa Circondariale di Ferrara, accompagnando i detenuti in un percorso che non è solo passatempo, è molto di più: è un insieme di culture, approfondimenti, storie, approcci, studi, scoperte e interazioni. Nel 2013 nasce "Breaking Limits", progetto europeo di teatro in carcere in Europa. Il Teatro Nucleo è coordinatore dell'iniziativa e i partner sono l'azienda Asp di Ferrara - Italia, l'Alarm Theater di Bielfeld (Germania), il Teatro del Norte di Oviedo (Spagna), l'Ures Ter di Pecs (Ungheria), l'Università di Liegi (Belgio) e il Ministero della Giustizia della Turchia.
Oggi Czertok e i suoi partono alla volta di Bielfeld. Qui incontrano i loro colleghi, le istituzioni per scambiarsi pareri, opinioni, impressioni e idee riguardanti l'attività teatrale all'interno dei penitenziari.
Noi della "Nuova" compiremo questo viaggio con loro per raccontarvi da vicino questo "insolito" gemellaggio culturale. Prima di partire però abbiamo intervistato proprio Horacio Czertok per scoprire da lui la nascita, lo svolgimento e il futuro di questo percorso.
Quando e perché è nata la voglia di portare il teatro all'interno del carcere?
"In trent'anni - dice - ho portato il teatro nelle piazze e nei "luoghi senz'anima" di centinaia di città in tre continenti, constatando ovunque entusiastiche e profonde adesioni che andavano oltre le differenze culturali o etniche. Il carcere è l'opposto all'apertura della piazza, dell'estrema libertà immaginabile e praticabile: una mia naturale predisposizione alla contraddizione mi ha portato a pensare che proprio laddove minima è la libertà, massimo è il desiderio per il bene più importante dell'uomo. Il teatro è la massima espressione della libertà e portarlo dentro il carcere avrebbe arricchito tutti: detenuti e teatro, ma anche chi lavora nella struttura e i cittadini tutti. Dopo dieci anni di teatro nel carcere di Ferrara posso dire che così è stato, e che così è tuttora".
Il teatro diventa in un certo senso uno strumento...
"Usiamo il teatro per tante cose: intraprendere un percorso di alfabetizzazione ad esempio o imparare la lingua italiana in modo più dinamico e partecipato. Durante una lettura o un'improvvisazione riemerge la componente ludica e allora l'ostacolo, in questo caso la lingua, non è più una montagna insormontabile ma fa parte del gioco".
Ora a cosa state lavorando?
"Alla Gerusalemme liberata di Torquato Tasso - sorride; difficile no? Bene, più alta è la sfida più ampio è il lavoro; noi la pensiamo così. Nell'opera di Tasso ci sono guerra, religione, ma soprattutto poesia. Le ottave Tassiane sono una sfida, è come scalare una vetta di 5mila metri a mani nude: è difficile, ma noi non semplifichiamo le cose. La poesia è complessa e tramite tale complessità si scavano delle vie nell'anima dei "nostri" detenuti".
Come si svolge l'attività laboratoriale?
"All'Arginone facciamo quattro ore a settimana, suddivise in due giorni. In media ci sono una ventina di partecipanti ma non abbiamo numeri fissi. La Casa Circondariale di Ferrara ha un turnover molto ampio e quindi fare percorsi a lungo termine con i detenuti è difficile, però lavoriamo con tante persone. Cerchiamo di mettere al centro dell'attività il vissuto e le esperienze di ciascuno di noi. Questo non significa che seguiamo una corrente di "teatro biografico", però a volte, mettere in campo sé stessi può essere utile".
Le prospettive future?
"Buone: il coordinamento regionale che abbiamo voluto fondare a Ferrara con il Forum del 2009 e le successive azioni hanno portato dal solo supporto del Comune di Ferrara all'adesione convinta di Regione, Università di Bologna e, soprattutto, Provveditorato all'amministrazione penitenziaria. Le realtà teatrali - chiude - che agiscono nelle carceri in regione crescono ogni anno, sia per volume di attività e sia come qualità di interventi. C'è ancora molto lavoro da fare, ma siamo sempre pronti".
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