www.rsvn.it, 10 marzo 2015
La segreteria regionale del Sappe, il sindacato autonomia di Polizia Penitenziaria, prende posizione sull'evasione del detenuto algerino dall'Ospedale San Paolo dove era ricoverato per sospetta tubercolosi. "Abbiamo denunciato più volta che il tallone d'Achille per le evasioni è proprio il ricovero ospedaliero o le visite specialistiche che, almeno in Liguria, avvengono senza sicurezza, con i detenuti lasciati anche per ore in luoghi comuni insieme ad altri pazienti", afferma il sindacato.
"È una condizione che praticamente azzera la sicurezza - dichiarano i rappresentanti sindacali - Abbiamo chiesto all'assessore regionale alla Sanità Claudio Montaldo di rivedere tale condizione, valutando la necessità di individuare per la scorta dei detenuti che si recano nei luoghi di cura un percorso o luogo che possa garantire un minimo di sicurezza: fino ad oggi abbiamo ottenuto solo promesse".
Corriere della Sera, 10 marzo 2015
"Quando la porta della felicità si chiude, un'altra si apre, ma tante volte guardiamo così a lungo quella chiusa che non vediamo quella che è stata aperta per noi". Siamo 8 adolescenti che, sicuramente, non possono rendersi conto al 100% della realtà del carcere e della quotidianità vissuta dentro quelle mura ma che considerano le poche righe citate in apertura come il motore di azione del volontariato di Carcere e Territorio.
Vogliamo allora utilizzare la metafora della porta: c'è la porta chiusa che rappresenta il passato, con tutti i suoi errori, con tutte le scelte sbagliate. È la porta che, orami chiusa, può essere solo guardata con la consapevolezza dell'immutabilità di ciò che ci sta dietro. C'è però anche la porta aperta, la porta del futuro, la porta della possibilità, del cambiamento, la porta che può essere oltrepassata e permette qualsiasi cosa.
L'idea vigente oggi, come nel passato, è quella di considerare certi errori come imperdonabili, riparabili solo attraverso una dura pena. Con uno sforzo di apertura mentale si può invece capire che molti di coloro che sono dietro le sbarre, considerano quegli episodi come facenti parte del passato, del mondo della porta chiusa, un mondo che è solo da seppellire.
È possibile che molti siano proiettati in una voglia di cambiamento che implichi una rinascita, una nuova vita ed è questo il fine ultimo della rieducazione, un nuovo modo di "pagare" il proprio conto, una giustizia che è riparativa e che da passiva si trasforma in attiva. Il concetto che secondo noi sta alla base di tutto è "il contemplare la possibilità, prevedere un'opportunità" senza critiche e pregiudizi, senza discriminazioni. Tutti devono avere ed hanno il diritto ad una seconda chance, nel momento in cui vi credono con ogni minima parte di sé e sono consapevoli del fatto che è possibile ricostruirsi una speranza, voltare pagina, riparare ciò che si è rotto: insomma, nel momento in cui si crede a quella porta aperta.
Marta, Anna, Maria, Laura, Federica M., Federica P., Vittoria, Gianluca
Per noi carcerati la porta chiusa può avere molte interpretazioni: la negazione della socialità o, ad esempio, la frustrazione di non essere riusciti nel fatto. Ma teniamo in considerazione qual è la felicità soggettiva di ognuno di noi o, quantomeno, la cosa giusta da fare. Certamente le istituzioni e le leggi indirizzano e purtroppo, spesso e volentieri, impongono uno stile di vita che , quasi sempre, chi predica razzola male. Le porte chiuse danno molto a pensare in quanto per una parte seppur minima di sé, chi vive un'esperienza di carcere, si convince che fuori da qua non avrà più niente a che fare con il delinquere.
Ma esiste una parte che invece, dietro quella porta, escogita il modo per non farsi beccare o cerca di capire dove ha sbagliato per essere ora tra queste mura. Piacerebbe anche a me essere più positivo, pensare che tutto quello che ho fatto e sto vivendo, quando esco, possa essere solo un passato e, magari, che mi si aprano strade nuove. Ma come troppo spesso succede, ci hanno cucito addosso un'etichetta da delinquente che non sarà facile togliersi, anche se molti di noi non lo sono in realtà. Resta il fatto che la speranza è l'ultima a morire e visto che un buon consiglio non si nega mai "fate i bravi ragazzi"
Cristian
Ansa, 10 marzo 2015
Detenuti pattuglieranno il Parco naturalistico del Sile per evitare i ripetuti atti vandalici. È quanto prevede la convenzione messa a punto tra i responsabili del Parco e la Casa circondariale di Treviso. L'unico vigilante in servizio, riporta il Gazzettino, verrà "scortato" da due detenuti che lo accompagneranno nelle ispezioni considerate più a rischio. In più agenti della Polizia locale di Treviso, Silea, Roncade, Casier e Casale saliranno a bordo della barca dell'Ente Parco per pattugliare le sponde del fiume.
L'accordo con il carcere, che sarà ufficializzato nei prossimi giorni, prevede che due persone scelte dalla direzione dell'istituto di pena vadano a lavorare per il Parco due giorni a settimana dalle 8 alle 12 e dalle 14 alle 17. Oltre ad accompagnare il vigilante, i detenuti, scelti tra quelli che hanno commesso reati minori, dovranno raccogliere i rifiuti abbandonati lungo il Sile, monitorare le piste ciclopedonali e verniciare alcuni tratti di staccionata.
www.pescaranews.net, 10 marzo 2015
Primo giorno di lavoro, oggi, per il detenuto della Casa circondariale di Pescara, a Montesilvano Colle, nell'ambito del progetto di "giustizia riparativa per l'inserimento lavorativo dei detenuti e il recupero del patrimonio ambientale locale".
Frutto di una convenzione tra il Comune di Montesilvano e il Carcere di Pescara, riattivata anche quest'anno dalla Giunta Maragno con una delibera dello scorso 21 agosto, l'iniziativa ha l'obiettivo di reintegrare i detenuti e offrire loro un'occasione per ripagare il danno arrecato alla collettività attraverso lavori di pubblica utilità.
Il detenuto, individuato dal direttore del carcere, si occuperà di operazioni di piccola pulizia, e di interventi di ripristino e tinteggiatura delle panchine esistenti e della staccionata lungo la passeggiata del belvedere di Montesilvano Colle. Il detenuto svolgerà le sue prestazioni, dal lunedì al sabato, dalle 8:30 alle 12:30, sotto la supervisione di Danilo Palumbo, in qualità di consigliere comunale e di agente di Polizia Penitenziaria.
Nel pomeriggio, invece, il detenuto, che è anche un atleta, si allenerà con il pugile Lorenzo Di Giacomo. Il Comune ha dotato l'incaricato dei dispositivi di protezione individuali per lavorare in sicurezza come previsto dalle normative.
Il detenuto, che resterà sotto la diretta responsabilità del carcere di Pescara, verrà retribuito con una somma di 300 € mensili, che verrà corrisposta alla Casa Circondariale. "L'iniziativa di giustizia riparativa - ha affermato il consigliere Palumbo - è un ottimo strumento per agevolare il reintegro del detenuto nel mondo del lavoro. Allo stesso tempo è anche una buona occasione per operazioni di piccola manutenzione in città e nello specifico nel borgo di Montesilvano Colle".
Corriere dell'Umbria, 10 marzo 2015
L'offerta formativa per gli studenti-detenuti del carcere di Maiano si amplia. Grazie alla sensibilità della Maran Credit Solution, gli alunni dei vari corsi scolastici all'interno dell'istituto penitenziario spoletino, potranno contare su dieci computer.
L'azienda spoletina, infatti, ha accolto la richiesta di donazione formulata dalla direzione del carcere e ha quindi donato i computer necessari ad allestire sale di informatica dove i detenuti avranno l'opportunità di utilizzarli per sviluppare al meglio i rispettivi percorsi scolastici o anche di studio personale. "È una occasione importante questa donazione - scrive in una nota la direzione penitenziaria a capo della quale c'è Luca Sardella - non sia altro che per ricordare quanto sia importante che i detenuti ricevano sostegni di questo tipo, assolutamente utili e indispensabili. Ma non solo. Gesti di questo tipo, costituiscono inoltre esempi di collaborazione e civiltà di grande significato per tutti. È con piacere quindi ringraziare i dirigenti della Maran Credit Solution per la loro disponibilità".
Una donazione che, dunque, è di grande utilità per tutta l'attività scolastica attiva all'interno dell'istituto di massima sicurezza di Maiano. E un report di Antigone, associazione che opera all'interno del carcere, e piuttosto recente (è del settembre 2014), descrive nel dettaglio quelle che sono le attuali attività didattiche.
Attualmente - come spiega il report - sono attivi i corsi di scuola superiore dell'Istituto d'arte e dell'alberghiero, oltre a classi di scuola elementare e media. Ci sono i corsi di alfabetizzazione, ma anche elementari, medie, 5 anni di superiori, con l'Istituto d'arte di Spoleto che conta più di 50 detenuti partecipanti nei cinque anni. Le aule dove si svolgono le lezioni sono molto ampie e ben attrezzate, e inoltre si svolgono anche altre attività formative e culturali. È attivo anche un laboratorio teatrale.
Ansa, 10 marzo 2015
Il futuro dopo la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, prevista per il 31 marzo, è al centro di un convegno a Bologna con la partecipazione del vicepresidente del Csm Giovanni Legnini. "Oltre gli Opg, prospettive e sfide di un incerto futuro prossimo" è il titolo della giornata del 20 marzo, organizzata nella sala Tassinari di Palazzo D'Accursio da Area Emilia-Romagna, con il patrocinio dell'Anm regionale.
Il convegno sarà presentato alle 9 da Marco Imperato, referente distrettuale Area. Dopo i saluti di Amelia Frascaroli, assessore ai Servizi sociali del Comune di Bologna, spazio alla prolusione di Legnini e a cinque relazioni introdotte e coordinate da Francesco Maisto, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Nel pomeriggio, dalle 15, tavola rotonda con i direttori degli Opg d'Italia, Valeria Calevro (Reggio Emilia), Nunziante Rosania (Barcellona Pozzo di Gotto), Franco Scarpa (Montelupo Fiorentino), Raffaele Liardo (Aversa), Michele Pennino (Napoli), Andrea Pinotti (Castiglione), poi Franco Corleone del coordinamento nazionale garanti dei detenuti, Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e Stefano Cecconi di Stop Opg. Le conclusioni saranno sempre di Maisto.
ww.irpinianews.it, 10 marzo 2015
È arrivata direttamente nelle mani di Papa Francesco una delle bottiglie di vino prodotte dai detenuti della casa di Reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi. A consegnare il dono nell'Aula Nervi sono stati i giovani della cooperativa sociale Il germoglio, che gestisce la tenuta agricola della struttura carceraria altirpina, in occasione dell'udienza concessa sabato 28 febbraio a Confcooperative per i 70 anni dalla sua ricostituzione.
A consegnare simbolicamente al Pontefice la bottiglia di vino "Il Galeotto", etichetta con cui viene commercializzato il vino irpino, è stato il vicepresidente della cooperativa Fiorenzo Vespasiano: "La responsabilità di dover raccontare al Santo Padre ciò che Il germoglio realizza grazie al lavoro dei detenuti del carcere di Sant'Angelo dei Lombardi mi ha fatto sentire piccolo fino a pensare di non potercela fare a reggere il peso di ciò che portavo in dono. In quella bottiglia non vi è solo dell'ottimo vino, ma c'è il lavoro, quello che manca soprattutto al Sud e quello che noi de Il germoglio, giorno dopo giorno e con tanti sacrifici, ci sforziamo di portare avanti. E poi ci sono le le capacità e la voglia di riscatto dei detenuti che non vogliono vedersi rubare la speranza, ma che anzi trovano nel lavoro la loro vera occasione di riscatto umano e sociale".
La storia dei giovani della Cooperativa il Germoglio e del loro impegno nel sociale nasce da lontano ed affonda le radici nel Progetto Policoro sostenuto dalla Conferenza Episcopale Italiana, che ha voluto scommettere sulla capacità dei giovani del Sud di farsi promotori del loro futuro. Prosegue Vespasiano: "Le parole di Papa Francesco, unite ai suoi sguardi, alle sue battute e alla sua straordinaria umiltà, ci hanno fatto volgere la testa e il cuore in avanti: ai tanti sogni ancora da realizzare e alle future responsabilità che siamo chiamati ad affrontare. Parole che abbiamo ascoltato con grande attenzione, soprattutto quando Bergoglio ci ha raccomandato di continuare a perfezionare, a rafforzare e ad aggiornare le buone e solide realtà che abbiamo costruito".
Di buone pratiche la cooperativa Il germoglio ne ha tante in cantiere: dalla gestione del tenimento agricolo nel carcere alla cantina sociale "Al fresco di Cantina", dalla tipografia "Le Ali di Carta" alla struttura ricettiva "Villa del Seminario". Attività che in occasione dell'ultimo Festival del Volontariato di Lucca, hanno meritato ai giovani santangiolesi il plauso della Presidente della Camera Laura Boldrini, del Ministro del Lavoro Giuliano Poletti e del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, che hanno ascoltato con grande attenzione il racconto dell'impegno che Il Germoglio profonde in particolare per il recupero sociale dei detenuti.
"Oggi, dopo le parole di incoraggiamento del Pontefice - conclude Vespasiano - possiamo affermare con un certo orgoglio che anche Papa Francesco beve "Il Galeotto".
Giornale di Sicilia, 10 marzo 2015
La musica come mezzo per esprimere le proprie emozioni e stati d'animo ma anche come occasione per comprenderne i valori e, magari, scoprire un talento nascosto. C'è tutto questo ma molto altro ancora dietro il progetto "Ip Musica: Musica dentro - Musica fuori" promosso dall'etichetta discografica nissena "Muddy Waters Musica".
Il nuovo appuntamento è per domani quando le tre band Marilù (Andrea Amico, Marco Gioè, Salvo Montante), Carnaby (Giuseppe Racalbuto, Pietro Pelonero, Joseph e Vincent Sandonato) e Zafarà (Sergio Zafarana, Peppe Sferrazza e Salvo Montante) suoneranno al carcere Beccaria di Milano. Oggi, lo stesso concerto si terrà al "Bq de Nott" di Milano a partire dalle 22.
Durante tutti i concerti (dentro e fuori dalle carceri) le emozioni e i commenti saranno colti dal video-maker Salvatore Pellegrino che realizzerà un documentario sull'esperienza vissuta. "Non si tratta soltanto di semplici concerti - hanno spiegato i musicisti coinvolti nel progetto - ma anche di "fotografare" momenti in cui i detenuti parleranno del significato che loro attribuiscono alla musica e quali generi ascoltano" A fine progetto saranno realizzate delle musiche e nuovi testi in collaborazione con il produttore e compositore Aldo Giordano.
Ristretti Orizzonti, 10 marzo 2015
Oggi, martedì 10 marzo, alle ore 11.00 nella Sala Arazzi del Comune viene presentato e sottoscritto l'accordo tra Comune di Verona, Direzione carcere, Tribunale di Sorveglianza - Ufficio di Verona, Coordinamento Progetto Esodo e Garante dei Diritti delle persone private della libertà personale finalizzato a promuovere lavoro, a favore della collettività, da parte di persone in esecuzione penale.
Alla base dell'accordo c'è l'intesa tra Associazione Nazionale Comuni d'Italia (Anci) e Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap), oltre alla legge 354/ 1975 che prevede l'assegnazione a persone detenute di lavori socialmente utili. Il Comune di Verona, con questo impegno, prosegue e amplia l'attività a favore del mondo del carcere soprattutto avvalendosi della collaborazione di quanti, operatori istituzionali ed enti del privato sociale , sono impegnati nel dare all'esecuzione penale il fine stesso della sua istituzione.
Possiamo quindi affermare che questo è un ulteriore passo avanti che le istituzioni compiono rispondendo appieno alle indicazioni che giungono dal Ministero di giustizia, ai richiami del Presidente della Repubblica, del Papa ma, soprattutto, finalizzato a garantire a quanti hanno trasgredito alle regole della convivenza la possibilità di un sicuro reintegro.
Con questa convenzione, che sarà attiva già da questo mese di marzo, il Comune di Verona ha fatto proprie le istanze del Garante offrendo a persone detenute la possibilità di lavori risarcitori ma allo stesso tempo di utilità per i cittadini come la tenuta delle strade del centro, la pulizia dei cartelli stradali e altri compiti che verranno identificati.
di Paolo Colonnello
La Stampa, 10 marzo 2015
Il libro di Rossetti, l'ex manager di Fastweb assolto dopo le accuse: nel frattempo ho perso un figlio. "Io non avevo l'avvocato", (Mondadori, 143 pagine, 18 euro) è un libro che andrebbe caldamente raccomandato nelle scuole di giornalismo e in quelle di formazione dei giovani magistrati. E che, uscendo proprio in questi giorni, piomba come un sasso nello stagno delle polemiche sulla riforma della legge Vassalli per l'inasprimento delle responsabilità civili dei giudici, scuotendo le coscienze e ponendo un'unica, semplicissima domanda: chi paga per la vita di un uomo (e della sua famiglia) travolto da un'inchiesta giudiziaria, dimenticato in carcere e infine assolto?
Prefato da un giornalista "di sinistra" e non certo tenero con gli scandali nostrani come Massimo Mucchetti, ora presidente della Commissione Industria del Senato; scritto con la collaborazione di un altro giornalista come Sergio Luciano; arricchito da citazioni di Giovanni Falcone, del presidente di Cassazione Giorgio Santacroce e di giuristi, già del Csm, come Giuseppe Di Federico, "Io non avevo l'avvocato" fornisce un elemento di riflessione indispensabile, senza mai una parola di rancore o di rivalsa, alla questione che agita la magistratura raccontando la storia, che purtroppo si ripete con frequenza, di un tragico errore giudiziario. Solleva inoltre l'eterna questione dell'inutilità di un carcere crudele e ottuso che costringe all'ozio e non fornisce alcuno strumento di lavoro e formazione e dunque, di vera riabilitazione e colpisce infine il cinismo distratto dei giornalisti.
Perché questa è la storia, narrata in prima persona, di Mario Rossetti, 50 anni, ex manager Fastweb, laurea in economia e un master ad Harvard, che ha visto la sua vita spezzarsi improvvisamente una mattina piovigginosa del 23 febbraio 2010, quando il Nucleo Valutario della Guardia di Finanza di Roma, suonò alla porta della sua bella casa milanese per una perquisizione cui seguì l'arresto, di fronte allo sconcerto di moglie e tre figli, di 2, 9 e 10 anni: "Troppo piccoli per capire, ma abbastanza grandi per ricordare tutto ancora oggi con grande precisione".
L'inizio di un calvario durato oltre 100 giorni nelle celle di San Vittore prima e Rebibbia dopo (di rara umanità la descrizione dei compagni di cella e del mondo dolente delle prigioni), e proseguito per 8 mesi di arresti domiciliari, prima che una sentenza, di primo grado ma priva di ombre, lo dichiarasse completamente innocente e lo assolvesse da ogni reato. Senza però cancellare il dolore non solo della perdita del proprio status, dei propri beni (sequestrati anche alla moglie) e di un'onorabilità compromessa inesorabilmente dai siti web che ricordano poco e possibilmente il peggio, ma anche del figlio più piccolo, ammalatosi di un tumore incurabile e deceduto giusto un anno fa: "Una scomparsa - scrive Rossetti - forse soltanto coincisa con la violenza, insensata e arbitraria, che si è abbattuta su casa nostra".
È una storia tremenda e in un certo senso epica quella di Mario Rossetti, che senza questo libro avrebbe rischiato di finire nell'oblio di un Paese fin troppo abituato a scandali colossali, tanto da non curarsene quasi e non conoscerne la fine. Nella monumentale sentenza di mille e 800 pagine con cui sono state distribuite a pioggia condanne e (poche) assoluzioni nel processo romano Fastweb Telecom-Sparkle - tra queste quella più nota di Silvio Scaglia, il fondatore del colosso delle fibre ottiche - il nome di Mario Rossetti compare in non più di due pagine per dire che l'ex manager in questa storia non c'entrava niente.
E dunque, andava assolto con formula piena. Due paginette per cancellare 100 giorni di carcere e 8 mesi di arresti domiciliari. Ma è possibile riassumere in poche righe la distruzione e la riabilitazione di una vita? Eppure, Mario Rossetti, un nome che sembra un eponimo dell'italiano medio, è rimasto uno sconosciuto ai più. L'incubo per altro non è ancora finito, dato che la Procura ha impugnato la sentenza e si attende l'esito del processo d'appello. A maggior ragione, la scelta di Rossetti risalta nella coraggiosa imprudenza degli innocenti, che fanno risuonare il loro grido di giustizia più alto di qualsiasi consiglio "strategico" e legale: il silenzio.
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