di Giuseppe Maria Berruti
La Repubblica, 13 aprile 2015
Qual è la funzione, di una magistratura della modernità? Questa è la domanda oggi. Mentre il riemergere della corruzione suggerisce ancora una volta il carcere. Che anestetizzi il dolore. Ed eviti un ragionamento sulla giurisdizione che cambia. Non spetta ai magistrati dire quali rapporti sociali nasceranno dalla crisi economica globale (L'interconnessione planetaria, come la definisce l'enciclica Caritas in veritate). Ma essi debbono tentare almeno di capire quanto la funzione giudiziaria è esposta alla domanda di cambiamento.
Perché la realtà registra l'insufficienza del meccanismo giudiziario a rispondere alle domande dei cittadini e mette in dubbio la funzione dell'indipendenza. Ma anche una prepotente domanda di giustizia. Si sprecano i richiami alla Costituzione. Di cui viene data una lettura riduttiva, per consegnarle le paure e utilizzarla come memoria, inevitabilmente conservatrice. Invece la Costituzione è una chiave del futuro perché è un patto di vita associata.
Che sconta l'imprevedibilità della storia e predispone regole che conservino la possibilità di affrontare i cambiamenti. Questa è, anche, modernità. Una magistratura che realizzi l'opzione dello Stato a registrare i cambiamenti, ad individuare i vecchi ed i nuovi diritti, adeguando la sua azione verso l'interesse dei cittadini. L'indipendenza della magistratura è strumento della capacità dei processi di affrontare il divenire.
Non è obbiettivo. È mezzo. La crisi dello Stato è una opportunità. Non esistono più la destra e la sinistra che conoscevamo. La politica intende dare risposte migliori al Paese. E le norme costituzionali non vengono considerate invalicabili se il loro superamento serve a soddisfare un bisogno. Ripetere, allora, che una giurisdizione libera è migliore di una giurisdizione controllata anche se meno efficiente, non funziona più.
Occorrono nuove ragioni che sostengano le scelte della Costituzione. Perciò occorre capire come mantenere la fedeltà alla legge e insieme rispondere alle domande di giustizia che cambiano prima che la legge registri i cambiamenti. Non servono le ideologie. La contrapposizione comunisti ed anticomunisti era l'in sé della guerra fredda.
Ma la politica ha chiuso la guerra fredda. La sua liquidità non ha bisogno di una magistratura moderata e di una magistratura progressista che si bilancino. Vuole una magistratura che non imprima inattese velocità all'ordinamento. Nella dimensione statuale classica la sintesi fra incentivazione dello sviluppo economico, diritti della persona e diritti sociali era affidato alle scelte che le maggioranze politiche andavano compiendo, bilanciando utile e giusto.
Tutto questo non c'è più. Manca quella che Natalino Irti chiamava la coestensione tra politica, diritto ed economia, figlia del bilanciamento. Che ha consentito al diritto di governare i fenomeni economici. L'attività economica oggi ha una estensione spaziale che supera quella degli Stati. L'"interconnessione planetaria" ne sconvolge il potere.
Cosicché la minaccia di guerra, si è osservato, non è più costituita da quella di una invasione, ma da quella di una non invasione. Di un abbandono. I marchi che si spostano in India dall'Italia. E trascinano le fabbriche. Ciò che si definisce di delocalizzazione è l'insieme di atti di ostilità verso gli Stati che non mettono a disposizione dei gruppi economici altre facilitazioni e, talvolta, altra eliminazione di diritti.
La concorrenza fra ordinamenti oggi induce gli Stati verso assetti giuridici compiacenti nei confronti dell'investimento di capitali. Non è un caso che, nel nostro Paese, la responsabilità civile dei giudici sia passata oggi, e non a ridosso del referendum di una ventina di anni fa. Eppure nelle società si alimenta una domanda di giustizia sempre più forte. La domanda di diritti individuali originata da bisogni effettivi si alimenta dal costituzionalismo particolare oltre che da testi normativi sovranazionali come la Carta dei diritti dell'uomo, la carta di Nizza, il trattato di Lisbona. Si parla di epoca delle corti. Perché le sentenze delle corti, nella lentezza degli Stati, rispondendo alle domande di giustizia, creano le regole.
Da questa osservazione credo si debba partire. Dalla necessità del giudice che modella la regola del caso concreto. Non mi pare ragionevole immaginare una riaffermazione del potere del diritto sulla economia. Credo però che la spinta da parte di tutti coloro i quali alimentano con le loro domande il diritto delle corti, e cioè la rivendicazione del diritto ad avere diritti sia il motore della storia che reclama l'esistenza di un punto di equilibrio. Che può ancora essere il giudice interprete. Un giudice che costituisca con il processo, cioè con l'applicazione di una regola formale, il suo potere di fare il diritto vivente. E giustifichi la sua indipendenza.
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 13 aprile 2015
Repubblica sabato se l'è presa con noi del Foglio e, sulla scia di un pronunciamento della Cassazione, ha ribadito che la corruzione municipale nei giri cooperativi e politici romani è mafia. Anzi Mafia Capitale. Capital Mafia, una roba con la maiuscola e la centralità statale.
Non importa polemizzare con l'editorialista pistarolo Carlo Bonini, le polemiche tra giornalisti non rivestono grande interesse in sé. Importa riflettere sul funzionamento del circuito o circo mediatico-giudiziario in Italia. Perché la Cassazione è autorevole, e ci si conforma alla sua sentenza, ovvio, quando stabilisce su ricorso che sì, il teorema del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, e dei suoi sostituti che hanno indagato con le intercettazioni a strascico, con procedure rafforzate ed esemplari e spettacolari in virtù dell'ipotesi di associazione mafiosa ex articolo 416 bis, è un buon teorema, un teorema che regge alla prova dell'esperienza, come hanno retto la relatività generale o la meccanica quantistica.
Ma le modeste obiezioni del Foglio sono state superate? Un giornalismo di minoranza che nega l'assunto di una procura e argomenta in modo semplice i suoi dubbi deve essere tacitato senza esame obiettivo delle sue tesi? Non è questa la funzione di un buon giornalismo, senza voler disconoscere la buona fede e l'impulso di giustizia che guida la grancassa dell'informazione generale, che milita con i pm praticamente senza eccezioni.
Un buon giornale guarda la realtà delle cose, e solo in base a intuizione, esperienza, analisi dei fatti, contro-argomentazione, esercizio del dubbio, arriva poi alle sue conclusioni. Specialmente in un caso come questo. Anche i bambini con il loro sguardo ingenuo e innocente, e proprio dall'esame delle intercettazioni, dei capi d'accusa, delle fattispecie di reato, del contesto fattuale e ambientale della cosiddetta "mafia romana" allocata presso una pompa di benzina in mezzo ai cravattari o usurai, sarebbero in grado di capire che qualcosa non funziona.
Non funziona una indagine giudiziaria annunciata a sorpresa, pochi giorni prima delle ordinanze di cattura e dell'elevazione delle accuse, dal suo massimo responsabile, il dottor Pignatone. Non funziona in ogni senso la sede dell'annuncio: un convegno del Partito democratico.
Non funziona la spettacolare convergenza di tutti i giornali o quasi e di tutte le televisioni senza eccezione nel definire il fenomeno secondo una specie di lectio universalis desunta dalle carte e, trattandosi di centinaia di migliaia di pagine, dalla selettiva illustrazione riservata delle carte lungo canali al di fuori di ogni controllo, giorno dopo giorno, capitolo per capitolo. Questi non sono i Pentagon papers, questo è un metodo giustiziere che origina da un potere invasivo dei pm, i quali pensano di poter orientare l'opinione pubblica, e ci riescono ampiamente, in base a un procedimento inquisitorio che si colora subito di politica, di cultura non garantista della giurisdizione, al di fuori di quel che è sempre, in tutti gli altri paesi democratico-liberali del mondo, un conflitto alla pari tra le ragioni dell'accusa e quelle della difesa.
La Cassazione ha dato ragione alla casta togata più influente, quella della Capitale, perché non poteva sollevare lo scandalo di una grande montatura? Non dico questo. Ripeto: le pronunce giudiziarie hanno una loro intrinseca autorevolezza, e si giustificano o si contraddicono mediante altre pronunce giudiziarie. E non mi appello alle diverse opinioni interne alle magistrature, visto che un procuratore della Corte dei conti ha detto chiaro e tondo che lui nella corruzione municipale intorno al Comune di Roma non vede nemmeno l'ombra della mafia.
Mi appello ad altro, ed è quello che dovrebbe interessare chi legge e scrive i giornali, chi confeziona e guarda i telegiornali. Anche la sentenza della Cassazione che "salva" per adesso il processo a venire del dottor Pignatone, e tiene in galera preventiva gli accusati (il che secondo un certo modo di vedere le cose è un caso di tortura), fa dei riconoscimenti in analogia patente con le nostre obiezioni. Non c'è nell'indagine e nei suoi risultati una catena estorsiva e violenta di tipo mafioso. Non ci sono delitti di mafia.
C'è un'aria di malavita e di deviazione dai canoni della legalità, e di corruzione, intestabile al business della carità e dell'assistenza, a istituzioni tipiche di una concezione solidarista della funzione pubblica nel campo del recupero dei carcerati, dell'accoglienza e del volontariato. Accanto a un mare di cose buone o di velleità redentive buoniste, scegliete voi, c'è il sospetto, e molto più che il sospetto, di un coinvolgimento corruttivo di pezzi dell'amministrazione capitolina, singoli funzionari.
Mancano le famiglie, i mandamenti, il linguaggio e le omertà della mafia. Mancano gli arsenali, insomma mancano tutti gli elementi tipici di un crimine organizzato di tipo mafioso. Non tutte le associazioni a delinquere, reato in sé capace di allontanare dalla puntuale registrazione di responsabilità personali nei delitti, e sconosciuto ai codici penali delle grandi democrazie moderne, sono di tipo mafioso. E questa, ricostruita a strascico, meno delle altre.
La verità è che l'informazione massificata e orchestrata secondo un criterio di legalità culturalmente bacato, onnivoro e non procedurale, stravolge la realtà. D'altra parte che c'entra la evocata "solitudine e delegittimazione dei magistrati", sia detto con il massimo rispetto per la vittima togata della sparatoria nel tribunale di Milano, con un paranoico sbandato che colpisce un giovane avvocato, prima, poi un incolpevole commercialista e poi un bravo giudice, facendo morte della sua pazzia? Eppure è questo quel che ideologicamente ci hanno propinato nei giorni scorsi. Fanno quello che vogliono, e la chiamano informazione.
Il Velino, 13 aprile 2015
"Le condizioni di fatiscenza dei locali, ed in particolare dei servizi igienici e delle docce, del carcere di Frosinone, realizzano quella condizione disumana che viola i diritti fondamentali della persona e, di certo, non è ripagabile con la norma licenziata dal Senato che prevede un risarcimento di circa sette euro al giorno. Peraltro, un nuovo padiglione, ancorché completato, non viene utilizzato per la mancanza del collaudo finale ed anche per la carenza di personale.
Vorrei ripetere la mia visita al carcere con quegli esponenti della maggioranza di governo, penso anche alla senatrice Ginetti, che oppongono resistenza alla calendarizzazione del ddl sull'indulto e l'amnistia. Il nostro Paese, democratico, non può essere sordo alle grida di dolore di persone che scontano la pena in tali condizioni". Lo ha dichiarato il senatore di Forza Italia, Ciro Falanga, componente della Commissione Giustizia, a seguito di una visita ispettiva al carcere di Frosinone.
www.trevisotoday.it, 13 aprile 2015
Sottoscritta la convenzione con la Casa Circondariale di Treviso per l'inserimento lavorativo dei detenuti all'interno del Parco del Sile. Raccolta rifiuti lungo il Sile, vigilanza dell'Ente Parco e lavori di manutenzione: questo il contenuto dell'accordo firmato tra la Casa Circoncariale di Treviso e l'Ente Parco del Sile per permettere il reinserimento dei detenuti nell'ambito lavorativo.
La firma è avvenuta nei giorni scorsi a Villa Letizia, sede dell'Ente Parco Naturale Regionale del Fiume Sile, alla presenza del Presidente dell'Ente Parco Nicola Torresan e il Direttore della Casa Circondariale di Treviso Dott. Francesco Massimo che hanno sottoscritto una convenzione di fondamentale importanza per i carcerati di Santa Bona.
L'Ente Parco metterà infatti a disposizione dei detenuti ristretti nella struttura penitenziaria di Treviso l'opportunità di prestare un'attività occupazionale nell'ambito di specifici progetti di pubblica utilità. L'attività prestata da parte dei detenuti sarà a titolo volontario e gratuito, in conformità a quanto disposto dalla legge. È previsto un rimborso simbolico giornaliero a detenuto pari a euro 22,00 comprensivo delle spese per il pranzo e trasporto.
La Casa Circondariale di Treviso individuerà tra la popolazione attualmente reclusa e nel rispetto dell'Ordinamento penitenziario un numero massimo di due soggetti da assegnare per un periodo massimo di 6 mesi, rinnovabili previo accordo fra le parti, sulla base delle esigenze lavorative prospettate, alle seguenti attività: raccolta rifiuti lungo le sponde dei Fiume Sile; camminamento, a fini di monitoraggio, lungo le piste ciclo pedonali di proprietà o manutenute dall'Ente, anche assieme al personale addetto alla vigilanza dell'Ente Parco laddove ritenuto necessario e verniciatura, con materiale impregnante, di alcuni tratti di staccionata posta lungo le piste ciclopedonali.
I detenuti ammessi al beneficio dovranno tenere un comportamento adeguato e rispettoso: ogni azione non consona del detenuto ammesso al beneficio verrà segnalato alla Direzione della Casa Circondariale anche attraverso i suoi referenti, e potrà comportare l'immediata revoca dell'ammissione al beneficio stesso. I detenuti svolgeranno la loro attività due giorni alla settimana, nella fascia oraria compresa tra le ore 08,00-12,00 e 14,00-17,00, per un massimo dì 14 ore settimanali. L'attività verrà svolta dai detenuti ammessi al beneficio sulla base di un cronoprogramma mensile che l'Ente Parco fornirà alla direzione dell'Istituto penitenziario di Treviso. L'Ente Parco provvederà infine ad assicurare i detenuti ammessi ai lavori, contro gli infortuni e le malattie professionali nonché riguardo alla responsabilità civile verso terzi, limitatamente al danno arrecato a terzi per colpa lieve nell'espletamento dell'attività a favore dell'Ente Parco.
Ansa, 13 aprile 2015
Torna a Bologna per la seconda edizione "Fuori e Dentro, un altro sguardo sul carcere", rassegna culturale che dà ai cittadini l'opportunità di "affacciarsi" da finestre simboliche sul carcere per vedere cosa c'è dietro le mura.
Dal 15 al 29 aprile in vari spazi cittadini sette appuntamenti - un film, due performance teatrali, due incontri info-formativi e due presentazioni di libri - saranno occasioni pensate ad hoc per guardare il mondo della detenzione e il valore della pena con occhi diversi, superando le barriere della stigmatizzazione, con la convinzione, spiegano i promotori, "che una società che investe sulla riparazione e il reinserimento investe sul benessere e sulla sicurezza di tutti". L'iniziativa è realizzata nell'ambito del progetto "Fuori e dentro. Giustizia riparativa e pena utile", promosso da una rete di associazioni di volontariato, partner istituzionali e di settore che, con il sostegno di Volabo-Centro servizi per il Volontariato di Bologna, ha intrapreso un percorso di confronto e collaborazione sui temi riguardanti la situazione carceraria locale e le sue problematiche, l'impatto sociale della "Giustizia riparativa" e la sensibilizzazione della comunità "per una cultura civica consapevole e attenta".
di Eraldo Affinati
Corriere della Sera, 13 aprile 2015
Quando, nel febbraio del 2008, i fratelli Taviani vinsero l'Orso d'Oro al festival di Berlino con Cesare deve morire, un film al quale avevano partecipato come attori diversi detenuti del carcere di Rebibbia, alcuni tirarono in ballo perfino Cesare Beccaria.
Ecco un modello esemplare di rieducazione del condannato, si disse, citando il grande autore di Dei delitti e delle pene, il cui spirito è stato pienamente raccolto nel dettato costituzionale di questa Repubblica. Dopo solo tre anni Antonio Frasca, il quale nella pellicola ha interpretato il ruolo di Marcantonio, viene trasferito in un altro istituto.
Lo ricordiamo fra i muri grigi, con la veste imperiale gettata sulle spalle, impegnato nella celebre arringa shakespeariana: "Amici romani, concittadini, prestatemi le vostre orecchie; sono venuto a seppellire Cesare, non a tesserne l'elogio. Il male che gli uomini fanno, sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa".
Parole che oggi valgono doppio. Il provvedimento non ha riguardato soltanto lui. Ad aver sloggiato dal penitenziario romano ci sono anche studenti iscritti all'università che stavano facendo un difficile percorso di riqualificazione dietro le sbarre, nonché Gianfranco Polifroni, responsabile dell'orto nel reparto di Alta sicurezza.
La motivazione sarebbe legata all'esigenza di "sfollare" l'ambiente della reclusione. Si sa che la burocrazia è cieca e i suoi meccanismi possono mortificare qualsiasi atto di buona volontà. Tuttavia sembra incredibile che un'esperienza virtuosa come quella suddetta possa essere gettata alle ortiche in questo modo. Forse qualcosa ci sfugge. Ma, anche a prescindere dal caso specifico, che tutti speriamo venga riconsiderato, sullo sfondo resta il tema cardine del delitto e della pena. Basta entrare in un carcere per gettare uno sguardo negli abissi della natura umana. Tu magari credi che lì ci siano i reietti della società. Poi fai presto a prendere atto di un'altra evidenza: fra chi sta dentro e chi sta fuori lo scarto a volte è minimo.
Colpisce la potenza umana delle persone recluse, come se la prigionia intensificasse la loro dimensione emotiva: ti vengono sotto gli occhi alla maniera dei dannati dell'Inferno dantesco, schiacciati dal peso dell'errore commesso, perfino quando lo negano. Sono spesso disperati, quasi sapessero di non poter più cambiar vita, incapaci di rispondere "Sì" alla recente esortazione rivolta da Papa Francesco ai criminali. In realtà c'è sempre tempo, ma i percorsi di riabilitazione non si possono fare da soli. L'istituzione pubblica li deve favorire.
www.primopianomolise.it, 13 aprile 2015
Martedì 14 aprile alle 9:30, presso la casa circondariale di Larino, il pianista molisano Simone Sala allieterà i reclusi nella casa circondariale con la sua musica, mentre il detenuto-poeta Francesco Frasca presenterà una raccolta di poesie dal titolo "I segreti dell'anima"
"Tra musica e poesia": appuntamento culturale d'eccezione martedì 14 aprile, alle ore 9:30, in una location del tutto inusuale: il carcere di Larino, che ha accolto la proposta del pianista molisano Simone Sala, di portare la musica nei posti dove non arriva mai. Un momento di condivisione e di gioia, destinato ad un pubblico "speciale" come possono essere i detenuti, oggi molto spesso protagonisti dei tg e dei giornali a causa delle condizioni, a volte davvero al limite del disumano, in cui versano le strutture carcerarie italiane e ovviamente tutti coloro che vi sono rinchiusi. Una mattina all'insegna della buona musica e non solo. L'esibizione di Sala, infatti, farà da cornice alla presentazione di una raccolta di poesie del detenuto-poeta Francesco Luigi Frasca, dal titolo "I segreti dell'anima".
Numerosi gli ospiti: Don Marco Colonna, Don Benito Giorgetta - autore della prefazione della raccolta - la direttrice del carcere Rosa La Ginestra - che ha stilato l'introduzione allo scritto - la dirigente dell'Istituto alberghiero di Termoli Maria Chimisso, l'assessore regionale alle Politiche Sociali Michele Petraroia, l'avvocato Nicola Bonaduce, lo studente del liceo artistico di Termoli Paolo Pio Pilone, che ha tradotto gli scritti del poeta in disegni, tutto il corpo docente dell'Istituto alberghiero, dell'Istituto industriale e della scuola media del carcere e tutti i detenuti degli indirizzi scolastici citati.
di Gianni Vigoroso
www.ottopagine.it, 13 aprile 2015
Il delegato Osapp Sommariva intende investire della grave situazione le massime istituzioni. Sono stati dimessi i due agenti di Polizia Penitenziaria aggrediti in carcere durante una movimentata azione di protesta di un detenuto, il quale dopo aver minacciato il personale in servizio di sorveglianza, si era barricato all'interno della stanza annunciando di darsi fuoco in caso di intervento da parte degli agenti.
All'indomani di quanto accaduto, interviene ancora una volta e con determinazione Ettore Sommariva, delegato regionale dell'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria: "È una gravissima situazione quella che sta attraversando l'Istituto Penitenziario Arianese. Le aggressioni che subiscono i colleghi sono frequenti. Noi diciamo basta e prossimamente questa organizzazione, se non avrà delle risposte alle varie problematiche rappresentate proclamerà lo stato di agitazione nei modi e nelle forme consentite dalla legge." Sommariva ha anche annunciato che informerà in maniera dettagliata, della grave situazione di Ariano il prefetto di Avellino Carlo Sessa.
www.cefaluweb.com, 13 aprile 2015
Venerdi 10 Aprile 2015 alla Casa Circondariale di Termini Imerese conm il poeta Antonio Barracato e il suo gruppo i Narratura di Cefalù e con la collaborazione della poetessa Rosaria Lo Bono si è svolto il recital di poesie dal titolo "La poesia dentro" con la regia dello stesso Barracato. Sono Intervenuti la prof.ssa Santa Franco, le musiche sono state curate da giovanissima Delia Saja . Ha presentato la manifestazione la prof.ssa Miriam Cerami.
L'idea di Antonio Barracato è stata di coinvolgere i detenuti della Casa Circondariale allo spettacolo, che hanno preso parte attiva in qualità di poeti, declamando i propri componimenti destando una forte emozione. Tutto ciò è risultato estremamente interessante ed è intervenuto nel locale adibito a teatro un vasto numero di partecipanti. Presenti dal comune di Cefalù l'Assessore Marinaro, il Presidente del Consiglio Antonio Franco e il consigliere Daniele Tumminello. Non sono mancati gli apprezzamenti per l'organizzazione e l'idea dell'evento.
Aki, 13 aprile 2015
Jason Rezaian, il giornalista del Washington Post in carcere in Iran da circa nove mesi, è accusato di spionaggio per aver trasmesso illegalmente dati sensibili sull'economica e l'industria iraniane. Lo riporta l'agenzia di stampa semiufficiale Fars, spiegando che Rezaian dovrà rispondere in Tribunale delle accuse di spionaggio e di azione contrarie alla sicurezza nazionale. Al momento non è stata fissata una data per l'inizio del processo a suo carico. Cittadino americano oltre che iraniano, Rezaian, che è capo dell'ufficio di Teheran del Washington Post, è stato arrestato il 22 luglio scorso.
"Vendere informazioni economiche e industriali nel tempo delle sanzioni è esattamente come vendere cibo al nemico in tempo di guerra", ha scritto la Fars riferendosi alle sanzioni imposte dalla comunità internazionale all'Iran per il suo controverso programma nucleare. Secondo Martin Baron, direttore esecutivo del Washington Post, sono "assurde" le accuse di spionaggio nei confronti di Rezaian. "Sono passati quasi nove mesi dall'arresto di Jason - ha detto. Ora sappiamo da un'agenzia di stampa iraniana che Jason è accusato di spionaggio.
Un'accusa simile è assurda, è il prodotto di un'immaginazione fertile. Ribadiamo i nostri appelli al governo iraniano a rilasciare Jason e, allo stesso tempo, chiediamo al suo avvocato di preparare una difesa vigorosa". Solo di recente è stato nominato un avvocato per Rezaian, Leila Ahsan, che l'ha incontrato nel famigerato carcere di Evin.
Quella arrivata dalla Fars è stata la prima conferma dell'accusa di spionaggio nei confronti di Rezaian e di sua moglie, Yaganeh Salehi. A febbraio un deputato iraniano critico con il presidente Hassan Rohani aveva denunciato che Rezaian era entrato nell'ufficio presidenziale grazie al nipote del capo di Stato. L'agenzia di stampa iraniana ha fatto anche riferimento ad amicizie e rapporti professionali che Rezaian ha con sei giornalisti iraniani e attivisti per i diritti umani che vivono in esilio, la maggior parte negli Stati Uniti.
Uno è Omid Memarian, giornalista che vive a New York e che ha scritto ampiamente e in modo critico rispetto alla detenzione di Rezaian. Secondo Memarian il Tribunale della Rivoluzione sta tentando di mettere in difficoltà Rohani attraverso il nipote. Il fratello di Rezaian, Ali, ha invece detto che gli iraniani dovrebbero essere in "imbarazzo" per questa lunga detenzione. "Dopo nove mesi di detenzione illegale, un'agenzia di stampa semiufficiale, la Fars, ha scritto un lungo articolo su due persone che hanno partecipato al funerale di mio padre in California nel 2011 e che conoscono Jason dal 2006", ha detto.
"Se questo è davvero il motivo per cui Jason sta in carcere da nove mesi, tutti gli iraniani, indipendentemente dal loro paese di residenza o dall'appartenenza politica, dovrebbero essere imbarazzati da questa continua ingiustizia e unirsi alla nostra famiglia, al presidente Obama, al Washington Post, a Muhammad Ali, Noam Chomsky e a gruppi come Reporter senza frontiere, il Committee to Protect Journalists, Amnesty International e alle quasi 400mila persone di 140 paesi che hanno chiesto all'Iran di rilasciare immediatamente Jason", ha concluso.
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