di Andrea Pugiotto (Ordinario di Diritto costituzionale nell'Università di Ferrara)
Il Manifesto, 11 marzo 2015
Chiudo l'ultimo numero de L'Espresso, dopo aver letto la chilometrica intervista al futuro Sindaco d'Italia ("Per il Governo io ho in testa il modello di una Giunta che funziona con un forte potere di indirizzo del Sindaco"). E riprendo in mano il romanzo che mi tiene compagnia in questi giorni. Eccone alcuni brani.
di Rinaldo Romanelli (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 11 marzo 2015
Sul "Foglio" di ieri Luciano Violante ha posto il tema dei rapporti tra giustizia ed informazione suggerendo in tono scherzoso "ma non troppo", che la vera separazione delle carriere andrebbe fatta tra giornalisti e magistrati, piuttosto che tra giudici e pubblici ministeri.
di Errico Novi
Il Garantista, 11 marzo 2015
Pene più alte anche per il peculato, oggi tocca a tangenti ai giudici, concussione e falso in bilancio. C'è mai stato un patto del Nazareno sulla giustizia? Forse no. È assai probabile però che, con l'addio all'intesa Renzi-Berlusconi sulle riforme istituzionali, arriveranno norme ancora più restrittive sul fronte corruzione. È cambiato il clima e il governo lo sa,. Lo sa pure il ministro della Giustizia Andrea Orlando.
di Daniel Rustici
Il Garantista, 11 marzo 2015
"Il problema non è la responsabilità civile, ma il Consiglio Superiore della Magistratura: dovrebbe intervenire più spesso per punire i giudici ma non lo fa".
Il Csm cominci a fare sul serio il suo lavoro che fino ad oggi ha svolto, per usare un eufemismo, in modo deficitario. Sono stati puniti solo i magistrati fuori dal coro, mai quelli che hanno sbagliato nell'esercizio della professione.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 11 marzo 2015
Venerdì prossimo ci sarà l'udienza conclusiva sulla vicenda di Marcello Lonzi, un detenuto morto quando era in custodia cautelare. Ufficialmente sarebbe morto naturalmente, ma la realtà è un'altra e Maria Ciuffi - la madre di Marcello vuole andare fino in fondo.
Corriere della Sera, 11 marzo 2015
La sentenza, arrivata dopo circa 10 ore di camera di consiglio, conferma quella di assoluzione della Corte di appello di Milano del 18 luglio scorso.
Si chiude il processo Ruby. La sesta sezione penale della Corte di cassazione ha confermato l'assoluzione, che diventa definitiva, di Silvio Berlusconi nel processo Ruby. L'ex premier era imputato di concussione per induzione e prostituzione minorile. Condannato in primo grado a 7 anni, era stato assolto in appello. Tra circa un mese si conosceranno le motivazioni della decisione dei supremi giudici. "Tanta felicità" ha espresso Berlusconi da Arcore, dicendosi pronto a tornare in campo.
La Cassazione ha quindi rigettato il ricorso del procuratore generale di Milano Pietro De Petri e anche il ricorso presentato dal procuratore generale Eduardo Scardaccione. Martedì nel corso dell'udienza il pg della Cassazione aveva chiesto l'annullamento dell'assoluzione sostenendo che "l'episodio nel quale Silvio Berlusconi racconta che Ruby è la nipote di Mubarak è degno di un film di Mel Brooks e tutto il mondo ci ha riso dietro". Ma il difensore di Berlusconi, Franco Coppi, aveva replicato: "La sentenza di assoluzione ammette che ad Arcore si sono svolte cene e prostituzione a pagamento, cosa che la difesa non contesta, ma nella sentenza non si trova la prova di alcuna minaccia implicita o esplicita rivolta a Ostuni", il capo di gabinetto che Berlusconi chiamò per chiedere l'affidamento di Ruby alla consigliera regionale Nicole Minetti. La sentenza, arrivata dopo circa 10 ore di camera di consiglio, è stata pronunciata dal presidente del collegio Nicola Milo e costituisce il superamento di un ultimo scoglio per l'ex presidente del Consiglio verso la piena agibilità politica, anche se l'ex Cavaliere resta fra gli indagati dell'inchiesta "Ruby ter" in corso a Milano per presunta corruzione di testimoni.
Il Ruby ter
Superato indenne lo scoglio della Cassazione, è proprio dal Ruby ter che potrebbero venire i nuovi guai per Berlusconi: stanno infatti emergendo nelle ultime settimane elementi che incrinerebbero il fronte delle ragazze che, secondo l'accusa, sarebbero state retribuite per testimoniare il falso nei processi. I pm milanesi, dopo la missiva dell'ex showgirl dominicana Marysthell Polanco che si è fatta avanti per raccontare dettagli sul caso Ruby, hanno decisa di ascoltarla a verbale. Oltre a Polanco è possibile che anche la sua amica di sempre Aris Espinosa, anche lei presente a molte delle serate a Villa San Martino, possa avere l'intenzione di collaborare con i pm. Nel frattempo, gli investigatori stanno ricavando elementi utili dalle chat trovate sui telefoni sequestrati alle "olgettine", che per evitare il clamore mediatico hanno intanto lasciato il residence di via Olgettina per trasferirsi nella Torre Velasca, vista Duomo. Complessivamente, sono 45 gli indagati, a vario titolo, per corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza, tra cui almeno 21 ragazze.
I fatti al centro del processo
Nel luglio scorso l'Appello aveva ribaltato la sentenza di primo grado assolvendo Berlusconi dall'imputazione di concussione per costrizione "perché il fatto non sussiste" e da quella di prostituzione minorile "perché il fatto non costituisce reato". Nel giugno 2013 invece il tribunale lo aveva condannato a sette anni di reclusione e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici con l'accusa di aver fatto pressioni sulla questura di Milano la notte del 27 maggio 2010, quando era premier, nel tentativo di far rilasciare Karima el Mahroug, detta Ruby, e di occultare la sua presunta relazione con la ragazza, all'epoca minorenne. La Corte d'appello, nelle sue motivazioni, sancì invece che quelle sulla questura furono sì pressioni indebite ma che non avrebbero potuto essere qualificate come concussione e che non era stato dimostrato che Berlusconi fosse consapevole della minore età della ragazza.
Le reazioni
"È un'ottima notizia che risarcisce solo in minima parte tutto quello che ha subito Berlusconi e con lui tutti i moderati italiani in questi anni": così Giovanni Toti, consigliere politico di Forza Italia, commenta la sentenza. "Assolto. E ancora assolto. Ma chi lo risarcisce della sofferenza e dei danni politici di questi anni? #aspettandolacorteeuropea", scrive su Twitter la senatrice Anna Maria Bernini, vicepresidente vicario di Forza Italia a Palazzo Madama.
"La Cassazione ha confermato che il processo Ruby non stava in piedi da nessun punto di vista" dice Fabrizio Cicchitto di Ncd. "È una sentenza che chiude qualsiasi polemica" secondo Franco Coppi, avvocato di Silvio Berlusconi.
Mentre Stefania Prestigiacomo (Fi) parla di "processo farsa, il capogruppo di Fi Renato Brunetta parla di "gioia infinita per decisione Cassazione". E su Twitter scrive: "Berlusconi in campo più forte di prima, con un grande partito alle spalle. Oggi Italia è Paese migliore". "Felice" per l'assoluzione anche Nunzia De Girolamo (Ncd). E c'è chi, come Laura Ravetto, lo ricandida già a "leader di centrodestra moderato e riformista".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 11 marzo 2015
Anni di fumettistica retorica sulla "pistola fumante" hanno (dis)educato alla bizzarra idea che le uniche prove spendibili nei processi, e "legittimate" a fondare una assoluzione o una condanna agli occhi dell'opinione pubblica, siano ormai soltanto o la foto dell'imputato dall'altra parte del mondo nell'istante esatto di un reato altrui, o la sua confessione dal notaio. E invece nei palazzi di giustizia tutti i giorni pesanti condanne o clamorose assoluzioni si basano su processi indiziari, nei quali cioè il ragionamento di una prova logica, che collega dati di fatto acquisiti in maniera certa, può finire per essere persino più difficile da smontare di una prova del Dna o più demolitoria di qualunque spettacolare contro alibi.
E dopo la sentenza a mezzanotte di ieri in Cassazione dopo quasi 9 ore di camera di consiglio, ci vorrebbe un Jannacci giudiziario per spiegarlo a "quelli che". "Quelli che" nel marzo 2013 c'era da invadere il Tribunale di Milano alla testa di 100 parlamentari pdl capeggiati dall'ex ministro della Giustizia (oggi dell'Interno). "Quelli che" nel febbraio 2011 c'era da far votare solennemente in Parlamento a 315 deputati che al presidente del Consiglio poteva legittimamente risultare che Ruby fosse la nipote di Mubarak.
"Quelli che" nel maggio 2013 c'era da invocare a gran voce il trasferimento del processo a Brescia per "legittimo sospetto" sulla non imparzialità dei giudici milanesi, pretesa ridicolizzata dalla Cassazione. "Quelli che" adesso i pm dovrebbero ripagare i milioni di euro delle intercettazioni, in realtà costate 26.000 euro, quando l'intera inchiesta ne è costata 65.000 (compresi noleggi e interpreti). Ma anche "quelli che", tra le fila di molti magistrati milanesi dopo l'assoluzione in Appello, nell'estate 2014 su alcuni giornali si erano riparati dietro l'anonimato di virgolette non smentite per accusare la giudice della sgradita sentenza di aver assaggiato il frutto avvelenato di uno scambio politico in salsa renziana/berlusconiana.
Da questo punto di vista l'udienza-fiume in Cassazione suona la campana per chi da un processo pretenderebbe la risposta più conforme alle aspettative politico-sociali, o più adesiva al livello di gradimento ritenuto socialmente accettabile per le decisioni giudiziarie di una certa stagione.
Ma suona anche per chi a lungo ha voluto contrabbandare per processo al peccato, per scrutinio di scelte sessuali, e per volontà di degradazione morale degli imputati quello che invece era il fisiologico meccanismo del dibattimento: procedura alla quale ora Berlusconi deve la sua assoluzione per motivi giuridici pur a fronte di fatti storici accertati dai tre gradi di giudizio (l'"abuso della propria qualifica per scopi personali" nella telefonata in Questura), e ieri ammessi persino dai difensori ("Nemmeno noi contestiamo che ad Arcore avvenissero fatti di prostituzione con compensi"; e se l'affido di Ruby in Questura "fu regolare, che poi i poliziotti fossero contenti di aver fatto un favore a Berlusconi, questo ve lo concediamo").
Proprio l'indugiare sugli indici di inconsapevolezza o meno della minore età di Ruby, sulle connotazioni sessuali delle serate o sulle sfumature giuridiche della telefonata notturna del premier alla Questura, non era dunque fissazione di pm e giudici "guardoni", ma accertamento istruttorio inevitabile, fondamentale proprio come discutere di balistica in un processo per omicidio. Dove, spesso, neppure la pistola è mai davvero fumante.
di Carmelo Lopapa
La Repubblica, 11 marzo 2015
"È finita come doveva, un processo che non doveva mai cominciare". Le lacrime bagnano i suoi occhi, c'è Ghedini dall'altro capo del telefono. Nel salotto di Villa San Martino capiscono subito. "Assolto, mi hanno assolto", dice quasi sottovoce e si commuove, Silvio Berlusconi, è quasi mezzanotte. Al suo fianco Francesca Pascale si lancia al collo, gli teneva la mano da ore. Poi Marina, Piersilvio. Ci sono anche i due figli maggiori, come sempre, nelle ore più delicate. E così Maria Rosaria Rossi, la fedelissima ombra.
"È la fine di un incubo, è la fine di un incubo" ripete l'ex Cavaliere come se non credesse alla notizia. "Ma quanto tempo perso per riconoscere la mia innocenza, tutta una montatura, la mia storia sarebbe andata diversamente". Rammarico per "il processo più dannoso: hanno tentato in tutti i modi di infangarmi". Ora dopo ora sembrava un tunnel sempre più buio. Quei giudici chiusi per cinque, sei, sette ore. I pensieri più cupi si impossessano del fortino di Arcore. Le telefonate si fanno sempre più rade.
"Vedrete, vogliono farmi pagare il ritorno alla vita politica attiva" sono le confessioni amare ai pochi fedelissimi sentiti in serata. Non si spiegherebbe diversamente tutto quel tempo chiusi per decidere su un'assoluzione. E invece lo sprazzo di luce nella notte. La telefonata dell'avvocato. Sarà solo la prima, nell'arco di un'ora ne riceve quasi un centinaio - racconta chi è a Villa San Martino - ai cellulari piovano foto di brindisi e festeggiamenti di dirigenti e simpatizzanti in giro per l'Italia. Giovanni Toti chiama da Bruxelles e quasi urla al telefono. "Evvai, ci siano, ci siamo.... Ora cambia tutto, Silvio!".
E ora sì, che il leader di Forza Italia può rimettere la testa su un partito allo sfascio, che proprio ieri mattina è andato ancora più alla deriva, documenti di dissenso, minacce di scissione, gruppi autonomi. "Da questo momento tenetevi pronti, sarà una nuova discesa in campo" dice a tutti al telefono il capo. La campagna per le regionali sarà a tamburo battente. Lì si gioca tutto. Ma resta ancora un macigno. La legge Severino che ne impedisce il ritorno in partita come vorrebbe lui, da candidato, da eleggibile. "Quella legge andrà cambiata, adesso appare ancora più assurda" è uno degli sfoghi nella notte. Ma per quella ci sarà tempo.
Tra i fedelissimi è un tripudio. Giovanni Toti recupera il self control dopo l'entusiasmo: "Ovviamente bene, non ci aspettavamo nulla di diverso visto che questo processo non doveva essere neppure iniziato, è proseguito a dispetto di ogni buon senso, è stato trascinato con dei tempi assolutamente inconsueti per la giustizia italiana fino in cassazione spendendo milioni di euro dei contribuenti per un'indagine priva di senso. Chi risarcirà la democrazia italiana?" Daniela Santanché esulta in diretta tv a Ballarò, "la notizia più bella, l'esito più giusto". E poi tutti Maria Stella Gelmini: "È una gran bella notizia, la vivo con sollievo questa è stata una giornata durissima in cui c'era questa spada di Damocle sulla testa. Provo un gran sollievo per il presidente dal punto di vista politico oggi Berlusconi ha dimostrato di avere il controllo dei gruppi parlamentari, anche se nel merito c'erano posizioni diverse, questa notizia straordinaria ci dà la possibilità di andare avanti con Berlusconi leader perché il presidente rappresenta un punto di riferimento per tutti noi".
Le cose non sono affatto rose e fiori, dentro il partito, ancora meno dentro i gruppi parlamentari. Ma non è questo il momento per la resa dei conti. "Sicuramente la legge Severino non ci ha mai convinti ma adesso è presto per fare una valutazione, la cosa importante è il sollievo e la rinnovata fiducia nella giustizia - continua la Gelmini - Per una volta questa sentenza ci dà fiducia nella giustizia e nel futuro...siamo sempre stati certi dell'innocenza, questo è un fatto importante anche per i rapporti tra politica e magistratura.
Mi auguro che da oggi ci sia un clima più sereno tra politica e giustizia". Il tema del risarcimento inizia a essere battente tra i parlamentari, sarà il refrain da oggi. "Assolto. E ancora assolto. Ma chi lo risarcisce della sofferenza e dei danni politici di questi anni? #aspettandolacorteeuropea" twitta Anna Maria Bernini nella notte. Il Ruby ter resta sullo sfondo, almeno per una notte. Ad Arcore e Roma c'è solo voglia di festeggiare dentro Forza Italia.
di Rosa Maria Di Natale
wisesociety.it, 11 marzo 2015
Le siciliane "L'Arcolaio" e "Sprigioniamo Sapori" che vantano bilanci in attivo, creano occupazione vendendo prodotti della tradizione culinaria locale.
Resistono alla crisi e sopravvivono ai tagli dei finanziamenti pubblici. Sono siciliane doc e una volta tanto sono da esempio per l'impresa del Nord: sono le coop "L'Arcolaio" di Siracusa e "Sprigioniamo sapori" di Ragusa, le uniche cooperative sociali siciliane che impiegano anche detenuti e che, per molto tempo, si sono occupate con successo del servizio mense nelle carceri grazie all'aiuto della Cassa delle ammende. Tanto da diventare, nel corso di pochi anni, imprese autonome a tutti gli effetti con dipendenti e collaboratori.
I loro prodotti sono sugli scaffali di botteghe biologiche o raffinati negozi di specialità regionali. L'Arcolaio produce con il marchio "Dolci evasioni" nato nel 2005, le paste di mandorla con la celebre "pizzuta" di Avola, i panetti per la mandorlata, i biscottini aromatizzati con agrumi veri. "Sprigioniamo sapori", invece, è divenuto un marchio nel 2013 ed è figlio del consorzio "La Città solidale", produce torroni artigianali al miele degli iblei e pistacchi. Delizie di nicchia, vendute molto anche fuori dalla Sicilia.
E ora che il fondo non potrà più sostenere i servizi di mensa in gestione a cooperative di detenuti (delle mense carcerarie italiane, già da gennaio, è tornata ad occuparsi l'amministrazione penitenziaria), le due coop continuano senza sofferenza il loro lavoro.
I numeri delle loro imprese parlano chiaro. Per "Dolci evasioni" lavorano sei detenuti e sette civili, per un fatturato di oltre 500 mila euro. La ricetta? Essere coerenti sino in fondo con la mission sociale e credere a quell' "economia del dono" che ancora molti fanno fatica a comprendere.
Giovanni Romano, presidente de "L'Arcolaio", fa riferimento a tre passaggi indispensabili: "In primo luogo, cercare di trovare nel proprio lavoro delle "coerenze di valori". Per esempio abbiamo scelto di lavorare con Banca Etica, i nostri imballaggi e il packaging sono fabbricati da un'altra coop sociale siciliana - racconta a wisesociety.it - le materie prime arrivano dal biologico della nostra terra o dal commercio equo e solidale, come ad esempio lo zucchero. E questo ci ripaga. Abbiamo anche scelto di ridurre a zero l'impatto ambientale chiedendo di poter usufruire dei forni a pellet e del fotovoltaico: risparmieremo molto e saremo, appunto, coerenti con tutto il resto".
Romano aggiunge che la costruzione di reti reali ha i suoi vantaggi: "È il secondo motivo del nostro successo. Col tempo abbiamo avviato una rete di relazioni attorno a noi, sviluppando una specie di asse di economia di relazione e del dono. Così partecipiamo a molte manifestazioni e i nostri prodotti ricevono simpatia e consenso. Ecco, questi non sono rapporti a fondo perduto, il brand circola a livello nazionale e molto bene". E il terzo punto? "Curare il rapporto con il territorio, anche se per il 90% vendiamo fuori dalla Sicilia. Ma è importante che il carcere venga vissuto come facente parte del territorio. Offriamo la nostra cucina, il nostro cous cous e gli arancini, e poi lavoriamo con Libera, l'associazione contro le mafie. I detenuti cucinano e servono i piatti. Si sentono e sono nuovamente accettati. E lavorano meglio".
"Sprigioniamo sapori" di Ragusa ha invece attivato un progetto di polo alimentare con due detenuti in bassa stagione, e che in alta stagione diventano cinque, più due pasticceri e due cuochi esterni. Con un progetto di giardinaggio, inoltre, formeranno 8 detenuti per 8 mesi, per poi avviare subito dopo una nuova coop. Fatturato: 80 mila euro per il catering, ed altre 80 mila per attività collaterali.
"La nostra economia punta sulla redistribuzione del reddito e del lavoro. La caratteristica delle coop sociali è quella di ridurre al minimo, se non quasi a zero, il profitto personale dell'imprenditore. Nella coop non esistono imprenditori ma soci lavoratori che si distribuiscono il reddito", commenta Aurelio Guccione, presidente del Consorzio ragusano. Che aggiunge: "È il modello della cooperazione sociale in sé che produce buoni risultati. Non è un caso se non abbiamo licenziato quando molte aziende hanno fatto ricorso ad ammortizzatori. Si lavora, si producono beni e servizi traendone un ricavo, un benessere per soci lavoratori". E anche Guccione crede alla rete. "Vuole un esempio concreto? Nel 2014 abbiamo fornito noi i pasti alla Caritas e dunque due mondi dello svantaggio, carcerati e senzatetto, producevano benessere comune. Le imprese del profit dovrebbero comprendere questo. E so che molte si stanno attrezzando".
Agenparl, 11 marzo 2015
Dati e situazione nelle carceri del Friuli Venezia Giulia sono stati presentati in IIIª Commissione - presidente Franco Rotelli (Pd) - nell'audizione del Garante regionale dei diritti della persona, con funzioni di garanzia delle persone private della libertà personale, Pino Roveredo, sulla scorta delle visite, compiute una o due volte al mese dal momento della sua nomina, nei vari istituti di pena.
Sopralluoghi di cui ha riferito a partire dal carcere di massima sicurezza di Tolmezzo, dove dei circa 200 detenuti il 30% sconta l'ergastolo ostativo nella certezza di una pena senza fine e dove sono presenti persone trasferite anche da oltre 800 chilometri di distanza con evidenti problemi per le visite dei congiunti.
Per tutti si pone il problema di poter svolgere una attività lavorativa che - è dimostrato dai dati registrati in altre esperienze - riduce i numeri di chi torna a delinquere. Un forno per la lavorazione del pane era attivo nel carcere di Trieste, 180 detenuti, compresa l'unica sezione femminile del Friuli Venezia Giulia; poi venne chiuso per una protesta del Consorzio dei panettieri che temevano la concorrenza; i macchinari sono nuovi e inutilizzati.
A Udine i detenuti sono 200, mentre pochissimi sono gli ospiti del carcere di Gorizia perché in fase di ristrutturazione; nell'insieme situazioni di vivibilità abbastanza simili in questi capoluoghi, mentre "la nostra vergogna - ha detto Roveredo - è il carcere di Pordenone, che continuerà a esistere perché il progetto del carcere di San Vito è bloccato".
A Pordenone c'è il reparto protetti (autori di atti di violenze sessuali e altri reati): queste persone, prive di sostegno psicologico (a operare c'è una sola psicologa) escono così come sono entrate; questa è una delle mancanze, oltre alla invivibilità dell'edificio che ospita un centinaio di detenuti: qui - ha sottolineato il Garante - il sovraffollamento costa più che altrove per gli spazi davvero ristretti e la carenza delle strutture. Ci eravamo posti l'obiettivo di occuparci anche delle vittime di reato, che soffrono il trauma sul piano sia fisico che psicologico - ha spiegato Roveredo raccontando di essere riuscito, su una decina di casi affrontati, a far incontrare cinque vittime con gli autori del reato.
Altre informazioni fornite alla Commissione riguardano i casi che hanno ottenuto lo stato alternativo alla detenzione, la situazione sanitaria, l'incompatibilità al carcere che riguarda molte persone e che andrebbe affrontata diversamente. Per il Garante è ottimo il rapporto sviluppatosi con i magistrati di sorveglianza, non manca la disponibilità alla creazione di lavori utili per consentire ai detenuti di essere collocati nel mercato del lavoro una volta usciti: ci sono contatti con Confartigianato in tal senso - ha detto annunciando un convegno il 14 aprile prossimo a Trieste con i Garanti e al quale si auspica la presenza del ministro di Grazia e Giustizia. Da parte dei consiglieri diverse domande di approfondimento: Rotelli in merito alle misure alternative e alle possibilità di lavoro al termine della pena; Bagatin (Pd) sul carcere di Pordenone e sulle possibilità di promuovere lavori utili come cucinare per gli stessi detenuti; Codega (Pd) sul carcere di Tolmezzo, sulla vicenda della panetteria interna a Trieste e sull'importanza di un sostegno da parte delle istituzioni, perché al di là di produrre e vendere, l'importante è far imparare un mestiere.
Per Novelli (Fi) alla figura del Garante per le persone private della libertà si dovrebbe affiancare anche quella del Garante delle vittime di reati, perché spesso senza risarcimenti e abbandonate a se stesse; chiarimenti chiesti anche in merito ai tempi di detenzione e come sono suddivisi i detenuti all'interno delle carceri. E infine, anche da Pustetto (Sel) la questione del sovraffollamento, delle condizioni obsolete delle carceri, del lavoro che riduce le possibilità di delinquere nuovamente, la possibilità di affrontare le problematiche con una programmazione diversa da quella statale.
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