Prima Pagina News, 12 marzo 2015
Dopo le rappresentazioni alla Casa Circondariale e, recentemente, al Piccolo Regio di Torino, nell'ambito del convegno "Guardiamoci Dentro" della Compagnia di San Paolo, saranno due luoghi simbolo della città ad ospitare "Ognuno ha la sua legge uguale per tutti" prodotto dal regista Claudio Montagna e dalla Compagnia Teatro e Società. Primo appuntamento sabato 14 marzo all'Aula Magna del palazzo di Giustizia Bruno Caccia di Torino che, in via del tutto eccezionale, apre le porte al format teatrale.
"Ognuno ha la sua legge uguale per tutti" affronta gli interrogativi nati dallo studio della Cattedra di Sociologia del diritto, condotto dal prof. Claudio Sarzotti e dalle prof.sse Cecilia Blengino e Silvia Mondino, che ricostruisce i vissuti di giovani e detenuti sia rispetto al rapporto con la legge e con le conseguenze sanzionatorie della sua violazione, sia con i diversi attori sociali coinvolti in un'azione penalmente rilevante (vittima, forze dell'ordine e autore di reato). Studenti, detenuti ed esperti portano in scena casi concreti e punti di vista differenti avviando una riflessione sul complesso rapporto tra legge e giustizia.
La nostra vita è regolata da norme giuridiche, ma anche sociali, morali o etiche: allora quando giudichiamo, condanniamo, assolviamo oppure scegliamo come comportarci, a quale legge facciamo riferimento? E chi trasgredisce è davvero così "altro"? "Ognuno ha la sua legge uguale per tutti" Sabato 14 marzo 2015 ore 10.00 sarà proposto all'Aula Magna del Palazzo di Giustizia Bruno Caccia di Torino, giovedì 26 marzo 2015 ore 18.00 all'Aula Magna Campus Luigi Einaudi, dell'Università degli Studi di Torino, in occasione della 53ª Giornata Mondiale del Teatro e della 2ª Giornata Nazionale del Teatro in carcere.
Entrambi gli appuntamenti vedranno la partecipazione di un gruppo di detenuti del Padiglione A della Casa Circondariale Lorusso Cutugno e di un gruppo di studenti universitari della Facoltà di Giurisprudenza e degli Istituti di scuola Media Superiore di Torino accompagnati da autorevoli esperti di giustizia.
Intervengono: Gian Franco Burdino Sostituto Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Torino, Silvia Mondino prof.ssa cattedra di Sociologia del Diritto dell'Università degli Studi di Torino, Simone Perelli Giudice della Corte d'Appello, Davide Gamba avvocato. Gli eventi sono gratuiti e aperti al pubblico fino a esaurimento dei posti.
di Vera Schiavazzi
La Repubblica, 12 marzo 2015
La scrittrice torinese porta dietro le sbarre l'iniziativa del Salone del Libro "Adotta uno scrittore": terrà tre lezioni a un gruppo di detenute del carcere delle Vallette "Lorusso e Cotugno". Il linguaggio è un bel problema. Non posso certo cominciare dicendo che leggere ci aiuta a evadere". Margherita Oggero è molto contenta di iniziare, oggi, la prima delle sue tre lezioni in carcere alle detenute che già frequentano la scuola interna. Ma sa di dover fare attenzione ai temi, ai romanzi che consiglierà, a tutte le situazioni reali o fantastiche che potrebbero movimentare troppo la situazione.
Signora Oggero, da dove comincerà?
"Per prima cosa, sono io che devo conoscere la classe, capire quante allieve avrò e quali sono le loro competenze nel parlare e scrivere in italiano. Le nazionalità sono diverse, così come l'età, si va dalle diciottenni alle cinquantenni, con studentesse italiane, rom e di altre nazionalità. E come ogni insegnante, anche per poco tempo, il mio obiettivo sarà quello di stimolare tutti e di non lasciare indietro nessuno. Non so neppure quante persone hanno aderito".
Che cosa può insegnare una scrittrice alle detenute che l'hanno "adottata"?
"Che la lettura e la scrittura rappresentano un modo di uscire dallo spazio ristretto dove vivono, con la fantasia e l'immaginazione. Si possono scegliere libri da leggere, e si può iniziare a buttare giù qualche parola, perfino un diario che non deve solo raccontare le giornate ma aggiungerci tutto ciò che avremmo voluto ci fosse, o perfino la vita di una persona diversa da noi. O si può cominciare dai racconti dell'infanzia, o di un animale che hanno avuto. Credo che questo sarà il tema della mia prima lezione di oggi".
E per leggere? Quali libri ha in mente di suggerire?
"Ci sono libri semplici e accattivanti, come quelli di Jack London per chi ama l'avventura. Non proporrei romanzi dell'Ottocento dal periodare difficile e pieno di subordinate. E, siccome le organizzatrici mi hanno proposto di suggerire anche uno tra i miei libri, ho pensato a "Risveglio a Parigi", che racconta la storia di tre donne diverse, una delle quali è una madre single, che parlano d'amore, ciascuna nella propria esperienza, un altro argomento che credo ci possa interessare. Racconterò la trama nella mia seconda lezione, in modo che tutte sappiano di cosa si parla e possano decidere se leggerlo o no".
E nell'ultimo incontro?
"Saranno le studentesse a suggerire i titoli, quelli già letti o quelli ancora da iniziare. Anche in quel caso, dalla storia della trama si può capire se leggere o meno il libro raccontato da un'altra. Io vorrei evitare i temi troppo dolorosi o cupi, le storie di violenza, insomma, tutto quel che non mi pare che possa far funzionare i benefici che la lettura dà alla vita delle persone che leggono, a seconda delle circostanze in cui si trovano. Ecco, è proprio questo che vorrei dire: avere un buon libro e saper usare la penna sono due modi straordinari di sentirsi meglio anche nei momenti più drammatici, di uscire almeno per un'ora dalle proprie angosce, dal disagio o dagli affanni. Non sono sicura di riuscire a spiegarlo a tutte, ma vale la pena provarci".
E gli scritti delle allieve?
"Se loro vorranno, possiamo leggerli in classe, io comunque sarò felice di correggerli
uno ad uno e far sapere loro le mie opinioni anche dopo i tre incontri. È importante trasmettere quale possa essere il ruolo dell'immaginazione quando si scrive".
Perché ha accettato?
"Perché sono molto curiosa e ci tengo a conoscere chi verrà. E perché almeno ogni tanto bisogna provare a spingere qualcun altro a fare le cose che ci piacciono e nelle quali crediamo. Altrimenti, resteranno lettera morta".
www.tenews.it, 12 marzo 2015
Detenuto a Porto Azzurro, è riuscito a conseguire il titolo di studio a dispetto dei limiti imposti dal regime di reclusione. Fondamentale l'appoggio dei volontari del carcere e della Fondazione Livorno. Laurearsi non è facilissimo in condizioni normali, provate a farlo senza poter frequentare le lezioni, senza contatti quotidiani con i docenti e anche senza internet e il traguardo diventa quasi irraggiungibile. Ce l'ha fatta invece Alberto Piras detenuto nel carcere di Porto Azzurro che ha brillantemente concluso il corso di studi in Scienze Giuridiche con la tesi dal titolo "L'esperienza religiosa all'interno dell'istituto penitenziario di Porto Azzurro".
Un percorso difficile quello di Alberto Piras che ha dimostrato, oltre ad una encomiabile tenacia, una profondità culturale di valore assoluto che gli ha consentito di superare tutti i limiti imposti dalla detenzione e di raggiungere un traguardo importante. Piras, naturalmente, non ha fatto tutto da solo, nel suo percorso è stato sostenuto da decine di persone che attraverso l'Associazione volontariato in carcere e la fondazione Livorno, hanno fatto pervenire a Piras tutto quello che poteva servirgli per il suo percorso di studi. L'eccellente risultato è il frutto del progetto "Universazzurro - Universitari in carcere" e gode del patrocinio del Comune di Portoferraio.
Agi, 12 marzo 2015
Dieci stranieri condannati a morte in Indonesia per reati in materia di droga saranno giustiziati insieme. Lo ha comunicato il portavoce dell'ufficio del Procuratore generale, Tony Spontana. "Fino a oggi non c'è alcun cambiamento nei piani dell'ufficio di effettuare tutte le esecuzioni contemporaneamente. Si farà quando ogni cosa verrà chiarita, tra marzo e aprile", ha affermato Spontana. Nel gruppo dei detenuti nel braccio della morte ci sono due cittadini australiani e un francese, in attesa delle decisioni sulle loro istanze di clemenze. Per gli australiani la decisione è prevista il 19 marzo, per il francese il 21 marzo.
www.ilpost.it, 12 marzo 2015
Il boicottaggio delle case farmaceutiche contro chi applica la pena di morte sta spingendo gli stati americani a cercare alternative all'iniezione letale.
Lo Utah potrebbe diventare l'unico stato americano a utilizzare la fucilazione per l'esecuzione delle condanne a morte: martedì 10 marzo i senatori dello Utah hanno infatti approvato (con 18 voti a favore e 10 contrari) un progetto di legge che prevede di ricorrere al plotone di esecuzione "se le sostanze non sono in grado di portare avanti la pena di morte", nei casi in cui cioè i farmaci necessari per l'iniezione letale non siano disponibili 30 giorni prima della data fissata per l'esecuzione. Il progetto era già stato approvato alla Camera con 39 sì e 34 no: perché entri in vigore serve solo la firma del governatore Gary Herbert, repubblicano, che non ha ancora detto cosa intende fare.
Il promotore della proposta è il repubblicano Paul Ray, secondo il quale i plotoni di esecuzione "sono un'alternativa umana e veloce alle iniezioni letali". Lo Utah ha vietato la morte per fucilazione nel 2004, anche se i detenuti che erano già stati condannati a morte avevano potuto scegliere la modalità della loro esecuzione. L'ultima condanna a morte per fucilazione è avvenuta nello Utah nel 2010: Ronnie Lee Gardner, 49 anni, decise di essere fucilato nel carcere di Salt Lake City. La fucilazione aveva seguito un preciso rituale: il condannato era stato legato a una sedia, cinque volontari armati si erano posizionati a otto metri di distanza, solo uno di loro con l'arma caricata a salve. Un fazzoletto bianco era stato fissato all'altezza del cuore del detenuto, la testa gli era stata coperta con un cappuccio e poi erano partiti gli spari.
Diversi stati americani stanno cercando delle alternative alle iniezioni letali: una delle sostanze più utilizzate nelle iniezioni letali, il Pentobarbital, sta infatti diventando molto difficile da reperire. Si tratta di un barbiturico che si usa soprattutto per le eutanasie animali, ma anche per quelle umane (per esempio nei Paesi Bassi). Per anni il Pentobarbital è stato usato come componente principale per le iniezioni letali in diversi stati americani.
Quando però la notizia dell'utilizzo della sostanza si è diffusa in Danimarca, dove ha sede il produttore, una campagna stampa ha spinto la società a bloccare tutte le vendite. Trovare sul mercato un fornitore alternativo della sostanza sembra essere complicato a causa del boicottaggio delle case farmaceutiche e gli stati che eseguono condanne a morte hanno cominciato passare a nuove misture che non si sono però rivelate affidabili.
L'esecuzione della condanna a morte di Dennis McGuire in Ohio nel gennaio del 2014, durò per esempio 25 minuti: la sostanza utilizzata fu una mistura di midazolam e idromorfone. La stessa mistura ha causato effetti ancora più evidenti in almeno altre due condanne a morte negli ultimi tempi. In un caso, in Oklahoma, il condannato ha impiegato 43 minuti a morire, scalciando e facendo smorfie di dolore. In Arizona un'altra esecuzione di condanna a morte è durata quasi due ore.
di Carmine Saviano
La Repubblica, 12 marzo 2015
Il messaggio da lanciare è: qui la tortura non esiste. Ma secondo l'ultimo rapporto di Juan Mendez, relatore delle Nazioni Unite sulla tortura e su tutti i "trattamenti degradanti", la realtà è diversa: la tortura è generalizzata: oltre 11 mila casi denunciati dai familiari delle vittime e da organizzazioni umanitarie.
Nascondere, negare, guardare altrove. Anche se la denuncia arriva sino al pubblico ufficiale. Anche se i segni sul corpo delle vittime sono inequivocabili. Il messaggio da lanciare è uno e uno soltanto: qui la tortura non esiste. Ma secondo l'ultimo rapporto di Juan Mendez, relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e su tutti i "trattamenti degradanti", la realtà è diversa: in Messico la tortura esiste eccome. Oramai generalizzata: oltre 11 mila casi denunciati dai familiari delle vittime e da organizzazioni umanitarie dal 2006 all'aprile del 2014. Una piaga resa ancora più atroce dal clima di generale impunità che circonda le forze militari e quelle di polizia.
Impunità e brutalità. Un documento, quello delle Nazioni Unite, che conferma le preoccupazioni e le denunce che da anni numerose organizzazioni umanitarie rivolgono per la situazione in Messico. "Questo fondamentale ed estremamente duro rapporto di un massimo esperto delle Nazioni Unite sulla tortura evidenzia una cultura dell'impunità e della brutalità sulla quale abbiamo condotto campagne per anni". Ancora: "Il presidente Enrique Peña Nieto non può invocare l'ignoranza su questo tema. Invece, deve accettare e attuare tutte le raccomandazioni disposte nella relazione del relatore speciale", ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International.
L'estorsione di confessioni. E l'esponente di Amnesty illumina anche il contesto in cui viene praticata la tortura. La polizia e l'esercito, infatti, si servirebbero regolarmente di trattamenti inumani per estorcere false informazioni o confessioni a chi è in carcere con l'accusa di contribuire al traffico di stupefacenti. La guerra alla droga coma maschera sotto cui si nascondono veri e propri crimini di stato. "Spesso, le vittime sono costrette a firmare dichiarazioni sotto tortura e in molti casi sono condannate unicamente sulla base di queste affermazioni. Gli esami di medicina legale, quando vengono eseguiti, di solito non sono all'altezza degli standard internazionali", continua la Guevara-Rosas.
La detenzione arraigo. La richiesta che da più parti arriva al governo messicano è quella di applicare fedelmente il Protocollo di Istanbul. Ovvero: consentire, innanzitutto, ai medici legali di effettuare analisi immediate sulle persone che denunciano di essere state torturate. E poi che i tribunali accettino pareri, analisi e conclusioni di esperti indipendenti. Il principio è semplice: solo se la tortura viene documentata può essere individuata e sconfitta. La trasparenza contro l'impunità. E solo le autorità statali possono far sì che vengano mossi i primi passi verso questo monitoraggio costante: a partire dalla nuova regolamentazione della detenzione arraigo, regola che consente di prolungare fino a ottanta giorni il fermo di polizia.
Due casi (tra tanti). Essenziale anche la mobilitazione della comunità internazionale. Negli ultimi mesi Amnesty International ha promosso numerose campagne d'opinione per far conoscere i casi di Angel Colón e Claudia Medina. Colón è stato sottoposto ad asfissia, sottoposto a trattamenti umilianti e picchiato dai soldati mentre era detenuto in una base militare. Dopo la sua denuncia di tortura, ci sono voluti cinque anni per ottenere che venisse sottoposto a un esame adeguato da parte di un esperto indipendente di medicina legale. Claudia Medina, invece, è stata violentata da soldati della marina militare. Le autorità sono state riluttanti a indagare sulle accuse e il governo le ha reso praticamente impossibile accedere ai servizi ufficiali di medicina legale.
I nove punti. Queste le richieste di Amnesty International allo stato messicano: "Far prontamente comparire chiunque sia arrestato davanti al giudice.
- Avviare immediatamente indagini sulle segnalazioni di tortura.
- Predisporre un'immediata e adeguata visita medica dei detenuti.
- Fornire a tutti i detenuti l'accesso al rappresentante legale
- Consentire loro di vedere le rispettive famiglie.
- Tenere i detenuti solo in strutture di detenzione riconosciute.
- Abolire la detenzione arraigo.
- Indagare su tutti i sospettati torturatori, indipendentemente dal loro grado.
- Elargire riparazioni alle vittime di tortura.
- Registrare in modo adeguato tutte le detenzioni, trasferimenti e cartelle cliniche".
di Valeria Robecco
Ansa, 12 marzo 2015
Le foto sugli orrori nelle prigioni siriane sbarcano al Palazzo di Vetro dell'Onu: sono scatti shock, che mostrano corpi scheletrici, bruciati dall'acido o da sigarette spente sulla pelle, crani fracassati, genitali brutalmente massacrati, teste deturpate a cui sono stati strappati gli occhi.
La mostra - dal titolo "Caesar Photos: Inside Syrian Authorities Prisons" e sponsorizzata, tra gli altri Paesi, anche dall'Italia - raccoglie una ventina delle 55.000 immagini realizzate tra il 2011 e il 2013 da un fotografo disertore dell'esercito siriano conosciuto con il nome in codice di Caesar in tre carceri nell'area di Damasco. Foto portate clandestinamente fuori dal Paese mediorientale e talmente agghiaccianti che all'ingresso della galleria è stato posto il cartello "Warning: le immagini che seguono possono impressionare".
L'obiettivo della mostra, secondo l'ambasciatore britannico Mark Lyall Grant, è quello di aumentare la consapevolezza sugli abusi dei diritti umani compiuti dalle truppe del presidente Bashar al-Assad. "Mentre il conflitto in Siria entra nel suo quinto anno, ci auguriamo che queste foto serviranno a ricordare l'imperativo di raggiungere una soluzione politica della crisi con la massima urgenza, per porre fine alle sofferenze della popolazione", ha detto Lyall Grant. Alcuni investigatori internazionali di crimini di guerra hanno descritto le immagini come "prove evidenti delle sistematiche torture e uccisioni di massa" nelle carceri siriane. Le foto sono state mostrate ai membri del Consiglio di Sicurezza dell'Onu lo scorso aprile, e il mese successivo Russia e Cina hanno bloccato con il veto una bozza di risoluzione che chiedeva di deferire la situazione in Siria alla Corte penale internazionale per l'eventuale perseguimento dei crimini di guerra e crimini contro l'umanità.
Adnkronos, 12 marzo 2015
"Ho pensato, intanto arrivo a Mosca vivo, poi dirò la verità, che non sono colpevole, in tribunale ma giudice non mi ha dato parola". Zaur Dadaev, il ceceno accusato di aver ucciso Boris Nemtsov lo scorso 27 febbraio nel centro di Mosca, denuncia di essere stato costretto a confessare durante i primi interrogatori in Inguscezia e di averlo fatto per paura, convinto di poter, una volta in tribunale, "dire la verità, che non sono colpevole".
In un colloquio con un giornalista del quotidiano Moskovsky Komsomolets al carcere di Lefortovo dove è detenuto, l'ex vice comandante del battaglione Sever del ministero degli Interni ceceno ha spiegato anche di aver confessato l'assassinio solo perché gli inquirenti che lo interrogavano avevano promesso di rilasciare l'amico ed ex suo subordinato Ruslan Yusupov (di cui fra l'altro non ci sono più notizie da allora) insieme a cui era stato arrestato.
Nemtsov: interrogatori per attivisti che hanno denunciato torture
Il Comitato investigativo russo, incaricato delle indagini sull'omicidio di Boris Nemtsov, ha annunciato che presto convocherà per interrogatori sia la giornalista del Moskovski Komsomolets, Eva Merkachiova, che Andrei Babushkin, membro del Consiglio per i diritti umani presso la presidenza russa, per le loro rivelazioni sul caso dell'oppositore politico ucciso. Sul sito del Comitato investigativo si rende noto che i due - i quali oggi hanno denunciato pubblicamente presunte torture sui detenuti ceceni, finora sospettati di coinvolgimento nel delitto - "saranno presto interrogati per chiarire i motivi che li hanno spinti a interessarsi delle circostanze della causa penale e a pubblicare materiali sui mass media". "Le loro azioni - secondo il Comitato investigativo - possono essere valutate come interferenza nell'attività degli investigatori, con l'obiettivo di ostacolare un'indagine piena e obiettiva".
Il comunicato spiega, inoltre, che la visita al carcere di Lefortovo - dove i due si sono recati ieri in visita con una delegazioni di attivisti per incontrare tre dei sospetti criminali - era stata organizzata "esclusivamente per chiarire le condizioni della detenzione" di Zaur Dadayev, l'ex poliziotto ceceno e presunto esecutore materiale. A detta di Babushkin, citato da Rbc, non vi è stata alcuna violazione della legge nelle sue dichiarazioni: "Non abbiamo interferito in nulla, abbiamo fatto visita a delle persone e abbiamo visto e raccontato quali azioni illegali sono state condotte nei loro confronti". "Sono accuse assurde e inverosimili - gli ha fatto eco la Merkachiova - che hanno lo scopo di paralizzare il lavoro dei difensori dei diritti umani, affinché non venga loro permesso di entrare in contatto con i detenuti". "In tal caso - ha concluso la giornalista - non si potrà parlare di nessuna indagine onesta".
di Laura Cappon
La Repubblica, 12 marzo 2015
Il racconto di Baher Mohammed, uno dei giornalisti dell'emittente qatariota incarcerati per oltre un anno con l'accusa di spionaggio, ora in attesa di un nuovo processo. Per loro si è mobilitato tutto il mondo dei media internazionali. "È una battaglia più grande di noi, senza informazione non c'è democrazia".
"Non so perché ci abbiano condannato, nelle indagini e in aula non c'è stata nessuna prova o testimonianza contro di noi". Baher Mohammed ha il volto stanco e segnato dai 400 giorni passati in carcere. Assieme al reporter australiano Peter Greste e a Mohammed Fahmy fa parte dello staff di Al Jazeera English arrestato in Egitto nel dicembre del 2013 con l'accusa di "spionaggio e collaborazione con l'organizzazione terroristica dei Fratelli Musulmani".
Per la loro liberazione sono state raccolte centinaia di firme di giornalisti e forte è stata anche la pressione internazionale finché in gennaio la Corte di Cassazione ha annullato la pena tra i 7 e i 10 anni di carcere inflitta ai reporter in primo grado. Ora è libero su cauzione e sta affrontando un nuovo processo mentre Greste è stato estradato in Australia lo scorso primo Febbraio. Lo incontriamo al Cairo.
Le carceri egiziane sono tristemente famose per i numerosi casi di tortura denunciati da diverse organizzazioni per i diritti umani. Come siete stati trattati durante la vostra detenzione?
"Non sono stato torturato ma le condizioni nella prigione di Tora al Cairo erano orribili. In cella ero da solo, dormivo per terra non avevo l'ora d'aria e non avevo accesso all'acqua corrente. La cella era umida, a dicembre faceva molto freddo ed ero costretto a dormire per terra tra gli scarafaggi. Inoltre non mi era permesso di tenere con me libri, quaderni o penne.
Poi sono stato trasferito in un altro penitenziario, in una cella leggermente più grande assieme agli altri due colleghi di Al Jazeera. Qui potevamo uscire nel cortile un'ora al giorno e fare attività fisica ma in realtà l'unico vero privilegio era l'acqua calda. Fahmy credo che dopo tutto questo tempo non sarà più in grado di recuperare completamente l'uso del suo braccio, aveva dei problemi fisici prima di essere arrestato e non gli è stato concesso nemmeno un letto per dormire".
In primo grado l'iter processuale è stato molto lungo e travagliato, come risponde alle accuse che vi sono state attribuite?
"Durante il primo processo abbiamo visto le prove e sentito le testimonianze e non c'era nulla di concreto contro di noi. Eravamo consapevoli di essere stati presi per far sì che il governo ci usasse come esempio per intimidire gli altri giornalisti. Io, per esempio, ho preso 3 anni di pena in più degli altri perché in casa hanno trovato un proiettile portato dalla Libia quando lavoravo come giornalista freelance".
La vicinanza di Al Jazeera con i Fratelli Musulmani vi aveva reso un obiettivo per il governo già dopo la deposizione del presidente islamista Morsi nel luglio del 2013. Molti colleghi avevano lasciato il paese, voi avevate allestito una redazione dell'hotel Marriott per ragioni di sicurezza. Perché ha continuato a lavorare con Aje nonostante i rischi?
"Io ho iniziato a lavorare con Aje nell'aprile del 2013 e non ho mai pensato di lasciare anche dopo l'inizio della repressione contro gli ikhwan (nome in arabo dei Fratelli Musulmani, ndr). Per me era un'occasione. Per quanto riguarda il canale, AJE ha sempre rispettato tutti gli standard di obiettività e professionalità con dei colleghi di altissima caratura. Inoltre, quando lavori con dei rischi ottieni molte più informazioni. Quello che mi interessa veramente è il servizio che io do al pubblico non i rischi che corro. E poi l'Egitto è pericoloso per tutti i giornalisti".
Il vostro caso ha suscitato una campagna di sensibilizzazione senza precedenti che ha coinvolto giornalisti da tutto il mondo...
"Sono molto commosso nel vedere il supporto che è arrivato a me, Peter e Mohammed. Non me l'aspettavo e questa è una cosa che va oltre perché è diventata una causa più grande della nostra. Penso a Gandhi, a Mandela, ovviamente non sono come loro, ma noi in questo momento dobbiamo lottare per la libertà di stampa, per quello che crediamo. Tutto ciò è molto importante per noi. Perché senza i media non c'è la democrazia. Senza i professionisti dell'informazione, la gente non potrebbe sapere cosa succede nel mondo non potrebbero esercitare il voto in maniera consapevole".
Il presidente al Sisi ha dichiarato che potrebbe concedere la grazia dopo la fine del nuovo iter processuale. Confida in un intervento del capo di Stato egiziano?
"In prigione devi mettere da parte le aspettative. È normale averle ma in carcere non ci devi pensare perché se non accade quello in cui speravi rischi di rimanere ferito nel profondo. Quindi non mi aspetto nulla, l'unica cosa in cui confido - ma in maniera molto flebile - è il giudizio della Corte di Cassazione che già annullando la sentenza di primo grado sembra aver dimostrato interesse nel nostro caso".
Come vede il suo futuro?
"Noi ora abbiamo il compito di tenere alta l'attenzione sulla violenta repressione che il governo di al Sisi sta portando avanti contro i giornalisti e lottare affinché i giornalisti vengano protetti. In carcere ci sono almeno 9 reporter ma potrebbero essere di più. È il motivo per cui abbiamo deciso di parlare con la stampa nonostante il processo non sia finito. Uno dei progetti a cui tengo di più è un libro scritto a sei mani con Greste e Fahmy. Vogliamo che gli incontri e i dialoghi che abbiamo avuto in carcere con le altre vittime della repressione governativa, cioè i numerosi attivisti di Tahrir arrestati o i leader dei Fratelli Musulmani. L'obiettivo è raccontare da un'altra prospettiva il periodo di transizione seguito alla deposizione del presidente Morsi".
Nova, 12 marzo 2015
Sono stati scarcerati ieri dalle autorità marocchine dopo quasi un anno di carcere i nove disoccupati arrestati lo scorso anno per un blocco ferroviario vicino ad Asila, nel nord del Marocco. Secondo quanto riporta la stampa di Rabat, i sono registrati festeggiamenti tra gli attivisti del movimento "6 aprile" che porta il nome della data nella quale lo scorso anno la polizia ha arrestato nove disoccupati che avevano organizzato un blocco ferroviario con l'accusa di aver bloccato un servizio pubblico. I nove attivisti si trovavano nel carcere di Asila 1 e sono stati condannati dal tribunale locale a 6 mesi di carcere ai quali si erano aggiunti 6 mesi di custodia cautelare già scontati. Il movimento dei disoccupati aveva organizzato lo scorso anno una serie di proteste culminate con un sit-in davanti all'abitazione del premier Abdel Ilah Benkirane.
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