www.greenstyle.it, 15 aprile 2015
Può sembrare un controsenso, ma 12 gatti strappati alla vita randagia hanno trovato felicità e libertà all'interno di una prigione a Pendelton, negli Stati Uniti. Gli esemplari vivono all'interno della struttura, curati e amati dai detenuti stessi. I locali a loro destinati contemplano la presenza di cucce, cuscini, cestini, tira graffi e passerelle per raggiungere comodamente il soffitto. Gli ospiti della prigione hanno il compito di occuparsi dei felini, di curarli e nutrirli in attesa che trovino una casa e una famiglia definitiva.
Un progetto davvero utile e importante, che supporta emotivamente e fisicamente sia i detenuti che i felini stessi. È quasi ironico che alcuni gatti abbiano ritrovato libertà e amore rinchiusi in una prigione, ma i detenuti si prendono cura di loro con molta passione, trascorrendo del tempo socialmente utile spazzolandoli, nutrendoli e facendoli giocare. Le fusa che elargiscono copiosamente confermano la piacevolezza della situazione, il benessere che riescono a vivere sulla loro pelle in prima persona.
Secondo Michelle Rains, portavoce del carcere, il progetto ha dato ottimi risultati favorendo un'interazione positiva tra animali e esseri umani. I gatti, liberi dalla costrizione delle gabbie del rifugio, trovano ironicamente all'interno della prigione lo spazio e la possibilità per la rinascita. Appaiono più tranquilli e a loro agio. Al contempo, i carcerati hanno la possibilità di sviluppare maggiore sicurezza e calma, oltre alle responsabilità nei confronti di una vita. Elementi molto utili per quando lasceranno il carcere. Il personale, già operativo con un progetto simile con l'ausilio dei cani, spera anche in un aumento delle adozioni dei gatti presenti nella struttura, così da permettere un ricambio e nuove possibilità per altri trovatelli. Come sostiene Charles Baker, un detenuto, l'attività legata alla cura dei felini ha un impatto positivo su tutti i carcerati.
Corriere della Sera, 15 aprile 2015
La polizia egiziana ha il diritto di espellere stranieri omosessuali e di impedire loro l'ingresso in Egitto. Lo ha concluso - come spiega il quotidiano locale Al Ahram - un tribunale civile del Cairo, che ha respinto un ricorso presentato contro la decisione del ministero degli Interni di espellere un cittadino libico accusato dalla polizia di essere omosessuale. L'obiettivo è quello di tutelare l'interesse pubblico, i valori religiosi e sociali e di prevenire la diffusione del vizio e dell'immoralità nella società. L'omosessualità, in Egitto, è perseguita ma non in quanto tale: le persone vengono spesso incriminate in base alle leggi che puniscono dissolutezza o corruzione della morale pubblica. Lo scorso dicembre al Cairo 26 uomini sono stati arrestati durante una retata in un bagno turco dopo che la giornalista Mona Iraqi, nel suo programma televisivo "Al Mostakhbal" sulla rete Alqahira wal Nas, dichiarò che si trattava di un luogo di incontri gay: su Facebook li accusò "di diffondere l'Aids in Egitto". Il mese precedente un tribunale del Cairo aveva condannato a 3 anni alcuni giovani che erano stati arrestati su una barca sul Nilo mentre era in corso quello che è stato definito un matrimonio omosessuale.
Ristretti Orizzonti, 14 aprile 2015
Chiedo un po' di rispetto per quello che è rimasto della mia famiglia
di Francesca Romeo, figlia di Tommaso, che sta per essere trasferito dalla sezione Alta Sicurezza di Padova a quella di Opera.
di Silvia Quaranta
Il Mattino di Padova, 14 aprile 2015
L'amministrazione penitenziaria disponibile a riesaminare il trasferimento di detenuti impegnati in attività riabilitative. Sulla prospettiva di chiudere la sezione Alta sicurezza del carcere Due Palazzi di Padova e di trasferire in altre case di reclusione gli 85 detenuti c'è ancora parecchio da discutere.
www.radicali.it, 14 aprile 2015
"Scomunicato" della Segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini.
"Sabato 11 aprile, al 38esimo giorno di sciopero della fame, ho dovuto sospendere a causa di un ascesso ad un dente che richiedeva - e richiede tuttora - l'assunzione di antibiotici". "Ringrazio Marco Beltrandi della Direzione di Radicali Italiani e Paola Di Folco (Comitato Nazionale) che hanno deciso di sostituirmi (Paola, in particolare, non assume cibo dal giorno di Pasqua). Così come ringrazio Giuseppe Candido che ogni venerdì oltre a non mangiare sospende anche la terapia insulinica e Maurizio Bolognetti che ha deciso di unirsi a me e Marco Pannella (che non beve nemmeno) per 72 ore".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 14 aprile 2015
L'incredibile denuncia della vedova di Carlo Erba, la "terza" vittima: "nessuno mi ha avvisata...". Non parla, o meglio, non si sottopone all'interrogatorio di garanzia. Eppure Claudio Giardiello, autore della strage nel tribunale di Milano, qualcosa al gip la dice, prima di avvalersi formalmente della facoltà di non rispondere: "È troppo lunga... ma vi racconterò tutte le ingiustizie che ho subito".
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 14 aprile 2015
Giornali, Anm e persino il Capo dello Stato non hanno saputo scorgere nei fatti di Milano il segno di una giustizia in crisi profonda. Alla fine è stato inevitabile. Ha prevalso la strumentalizzazione. Favorita, bisogna riconoscere, dalla mielosa acquiescenza della maggioranza dei commentatori dei grandi giornali.
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2015
Coni d'ombra, spiegazioni che non coincidono, rabbia da un lato, dall'altro la legittima necessità di normalizzare. A cinque giorni dalla strage, al tribunale di Milano la tensione non accenna a diminuire.
Come è stata gestita l'emergenza nei minuti successivi alla sparatoria? E così mentre ieri mattina Claudio Giardiello, il 57enne autore del massacro, accusato di omicidio plurimo aggravato dalla premeditazione, tentato omicidio e porto abusivo d'armi, nel carcere di Monza si avvaleva della facoltà di non rispondere, all'interno del Palazzo di Giustizia si è tenuta un'animata assemblea dei lavoratori del tribunale alla quale, come riporta il sito giustiziami.it, hanno partecipato il capo della procura Bruti Liberati e il presidente della Corte d'Appello Giovanni Canzio. Visioni a confronto, dunque.
Per capire, al di là dei movimenti del killer, come è stata gestita l'emergenza. Per Bruti Liberati durante gli attimi successivi agli spari "non si è vissuta nessuna scena di caos e panico". Si associa lo stesso Canzio, confermando la versione ufficiale diffusa già dal pomeriggio del 9 aprile. Ieri, però, hanno parlato i lavoratori, quelli che il palazzo lo frequentano ogni giorno. E qui la storia cambia e non poco.
"Io - ha iniziato un esponente del sindacato della pubblica amministrazione - ho visto tutto un altro film. Ero al piano terra dove c'era il caos totale". Quindi ha aggiunto: "Girava gente armata senza pettorina né distintivo. Solo il buon senso ci ha suggerito di stare negli uffici". Una lavoratrice, invece, ha spiegato come da tempo chieda un piano di evacuazione: "Lo dissi in occasione dell'ultimo terremoto. Sono passati due anni e non c'è ancora nulla".
Sempre secondo questa lavoratrice è necessaria "l'introduzione di altoparlanti nelle aule, visto che il giorno della sparatoria avvenuta poco prima delle 11 l'email dall'ufficio del personale è arrivata alle 11.28 e non tutti hanno potuto leggerla". Oggi, poi, a detta dei lavoratori "il personale non è formato al piano di evacuazione ciascuno di noi, in casi come questo, dovrebbe sapere dove andare, per esempio si dovrebbe sapere come portare fuori un collega che ha delle disabilità. I corsi sull'evacuazione li fanno ai bambini di prima elementare". L'assemblea si è chiusa con la richiesta dei lavoratori di un incontro urgente con il Prefetto e con il presidente del Tribunale. Sul tavolo diverse proposte. La prima: l'installazione di tornelli e di budget elettronici. La sicurezza, insomma, resta il tema. Oggi più di ieri.
Visto che, spiega un magistrato, "già qualche anno fa un gruppo di noi chiese che al settimo piano fossero messe delle vetrate. Ci fu risposto di no, perché il palazzo di giustizia deve essere aperto a tutti". Un sentimento che oggi, dopo la strage, sembra traballare. A Milano come in tutta Italia dove ieri agli ingressi dei vari tribunali si sono registrate code lunghissime. Controlli aumentati, dunque. E molti oggetti sequestrati. Ad Imperia, un avvocato di Torino, come da abitudine, si è presentato all'ingresso con la sua pistola.
Questa volta però non ha potuto depositarla al corpo di guardia, ma il procuratore vicario ha disposto che la portasse direttamente al carcere. Molte udienze, poi, sono iniziate in grave ritardo proprio per le perquisizioni a cui sono stati sottoposti anche gli avvocati. A Napoli, ad esempio, la giunta della Camera Penale, riunitasi d'urgenza, ha chiesto al procuratore generale in Corte d'Appello "di revocare ad horas il provvedimento in oggetto oppure di voler adottare le misure che riterrà opportune per garantire un normale svolgimento delle attività giudiziarie". Intanto Milano si prepara per i funerali di Stato. Saranno celebrati domani in Duomo, ma solo per due delle tre vittime.
di Carlo Bonini
La Repubblica, 14 aprile 2015
Per una volta almeno, in un Paese che dimentica sempre e troppo presto, le parole della signora Alberta Brambilla Pisani, madre dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani, vittima della strage nel tribunale di Milano di giovedì scorso, andrebbero mandate a memoria.
Soprattutto, di qui ai prossimi mesi, dovrebbero diventare l'indice, e magari l'hashtag virale, con cui misurare la credibilità degli impegni di Parlamento e governo. E, con loro, la volatilità dello schizofrenico rapporto con il "senso di insicurezza nazionale". Cavalcato a giorni alterni dall'agenda politica e statisticamente riassunto da due dati documentati da questo giornale sabato scorso. Quattro milioni di famiglie italiane hanno nel salotto di casa una pistola o un fucile. In soli sette anni, il numero di licenze di porto d'armi "per uso sportivo" è raddoppiato (187 mila nel 2007, 397.384 nel 2014).
Salvo scoprire, in una mattina di primavera, che una calibro 7,65 è stata rivolta non contro un piattello in volo, ma contro degli esseri umani innocenti. Che quella classificazione - "per uso sportivo" - è dunque solo la spia di una deregulation non dichiarata. Dice la signora Pisani a Repubblica: "Questa tragedia deve servire a qualche cosa, può servire a dire basta a queste armi nelle case e in giro con questa estrema facilità.
Magari la morte di mio figlio, e degli altri, del giudice Ciampi, può servire a salvare anche solo un'altra vita umana. Magari le armi possono essere conservate nel poligono che i tiratori frequentano e basta. Ma quello che è accaduto a Milano non può passare come acqua sulla pietra".
Le parole di questa donna, oltre alla dignità del dolore, denunciano che nei mille causidici distinguo della nostra legislazione, e a valle di ben due riforme (nel 2010 e nel 2013) dell'articolo 35 del Testo unico delle leggi di Pubblica Sicurezza (la norma che fissa i requisiti necessari al rilascio della licenza), l'unico principio di buon senso che non ha sin qui trovato diritto di cittadinanza è proprio quello indicato dalla signora. Che una 7,65 non è una canna da pesca, né una tavola da surf o un paio di sci.
Dunque, che chi fa sport con una pistola, non per questo debba possederla, essendo sufficiente impugnarla solo e soltanto nel poligono che dovrebbe custodirla. Il ministro dell'Interno Angelino Alfano promette ora una "riflessione" e una "decisione". Il che, oltre a impegnarlo insieme al governo, segnala anche un'ammissione.
Anche questa, a suo modo, indicativa. Nel Paese che, non più tardi di due mesi fa, ha messo mano per decreto al codice penale e a quello di procedura penale per rendere più stringenti gli strumenti della magistratura e della polizia giudiziaria nella prevenzione della minaccia islamista, non è dato sapere quante armi legalmente registrate circolino.
Soltanto il 4 maggio prossimo, infatti, scadrà il generoso termine con cui, nel 2013 (2 anni fa), è stato imposto l'obbligo per chiunque si sia ritrovato un'arma in casa - perché ereditata o perché detenuta in forza di un porto d'armi scaduto e non rinnovato - di presentarsi in una questura per denunciarla ovvero per riconsegnarla. È evidente che la vicenda di Claudio Giardiello non può diventare un paradigma sociale o l'epifania di un incipiente Far West.
Ed è altrettanto evidente che un'indagine accerterà in quale delle mille pieghe delle nostre burocrazie della sicurezza si sia prodotta la falla che gli ha consentito di scegliere tempi, luoghi e bersagli della sua psicosi. Ma c'è una verità elementare che non può sfuggire al ministro dell'Interno e al presidente del Consiglio. La comparsa di una pistola, non solo in un film o in un libro, ma anche e soprattutto nella vita reale anticipa solo il momento in cui quella pistola farà fuoco. Almeno una volta.
E dunque, la difesa della nostra sicurezza non passa soltanto nel controllo di chi quella pistola ha diritto di impugnarla (non fosse altro per la oggettiva difficoltà di un'indagine psicologica accurata), ma nella restrizione severa dei luoghi in cui può essere custodita, trasportata e utilizzata. Per questo, le parole di quella madre non meritano solo ascolto o riflessione. Meritano una decisione. Rapida. E per una volta semplice.
di Piero Colaprico
La Repubblica, 14 aprile 2015
Parla Katia Roberta Mantovani, l'anno scorso suo marito fu ucciso a Correggio.
"Bisogna far cambiare la legge sul porto d'armi, questa tragedia di Milano me l'ha fatto pensare ancora una volta. E per questo ho chiamato subito la famiglia dell'avvocato Lorenzo Claris Appiani, per dire che condivido la loro richiesta parola per parola".
Signora Katia Roberta Mantovani, un anno fa, d'estate, suo marito Amos Bartolino, primario di oculistica a Correggio, è stato ucciso da un uomo apparentemente sano di mente, che però girava armato, e poi s'è ammazzato anche lui...
"Io sono una casalinga, in cucina uso i coltelli, ma non riesco nemmeno a immaginarmi mentre esco di casa con una lama. Sia da quanto è accaduto a noi, sia da quanto accaduto a Milano, mi sono fatta l'idea che la concessione del porto d'armi sia molto subdola".
Subdola perché?
"Perché ad alcuni viene l'impressione che questa concessione si trasformi nel diritto di girare armato. Senza alcuna remora".
Alcune psicologie difficili si tengono però ben nascoste...
"Se lei conosce il caso dell'uomo che ha ucciso mio marito, sa che si trattava di uno grande e grosso, calvo. In quelle ore, quando mi sentivo dentro l'uragano, sono andata a vedere il profilo Facebook e sono rimasta senza fiato. C'erano le sue foto. Era con i capelli e il pizzetto, era magrissimo. Aveva accanto foto di donne bellissime, di "pupe", quando lui nella quotidianità non aveva nessuno, era divorziato e aveva finito male un'altra relazione. Cioè, si era inventato dal nulla un'altra esistenza parallela. Era rintanato nel mondo virtuale fasullo. Secondo me per rilasciare questi permessi ci vuole uno psicologo, e questo psicologo deve fare un esame vero, tenendo conto anche dei social network e della vita sociale di chi chiede di poter avere un'arma".
Per altro, l'assassino di suo marito era stato guardia giurata, ma faceva l'elettricista e l'istruttore in palestra con i bambini...
"Noi che abbiamo a fianco le vittime, e che forse possiamo parlare a loro nome, questo chiediamo a gran voce. Ma c'è davvero necessità per una persona di girare con un'arma? Che mestiere fai? Chi sei? Qual è la tua necessità pratica ad avere una pistola. Ma, ammesso che ci sia, sei in grado di gestire una situazione in cui si può fare uso delle armi o no? Questa libertà sul tema delle armi da fuoco mi preoccupa moltissimo, e temo che non dipenda nemmeno da una scelta, ma da un pressappochismo che sin qui ha dilagato. Non ho la pretesa di salvare il mondo, ma come hanno detto i familiari dell'avvocato ucciso a Milano, basterebbe salvare qualche vita, quando si può".
Anche lo sparatore a Milano si era allenato al poligono...
"Anche in questo esiste un aspetto subdolo. Se uno si abitua a sparare, se non è perfettamente a posto, può piano pensare che sparare sia una risposta, se non l'unica risposta".
Alcuni di questi killer, una volta scoperti, sembrano far parte della stessa "famiglia", se così si può dire. Persone che danno in escandescenze, petulanti, asfissianti, molesti, successo così anche suo marito, vero?
"Purtroppo è con il senno di poi che si percepiscono alcuni segnali. L'uomo che ha ucciso mio marito non rispettava le scadenze dei lavori, si presentava a ogni ora, era prepotentemente presente. Ma al momento sembrava solo un rompiscatole. Invece aveva una pistola".
- Giustizia: dopo la sentenza di Strasburgo subito Commissione d'inchiesta sul G8 Genova
- Giustizia: assolti 194 dei 202 cittadini arrestati e sbattuti in cella... se questo è un genio
- Giustizia: mille carabinieri in piena notte circondarono il paese di Platì
- Giustizia: l'escalation penale sugli eco-reati produce malagiustizia... parola di pm
- Giustizia: contro la corruzione meno leggi e regolamenti e costi delle procedure più bassi









