Public Policy, 13 marzo 2015
Nei "disparati e disomogenei interventi di riforma del sistema penale, sostanziale e processuale, non è possibile cogliere alcun disegno politicamente coerente e rispondente alle reali esigenze da noi da tempo segnalate. Appaiono inaccettabili le modalità attraverso le quali tali riforme si fanno strada solo in virtù dell'emergere mediatico di singoli casi giudiziari, nella cui eco appare di volta in volta assolutamente imprescindibile abolire o allungare i termini di prescrizione, triplicare le pene edittali di questo o quel reato, abolire o ridurre i mezzi impugnazione".
Così l'Unione Camere penali delibera lo stato di agitazione "sui temi della riforma della prescrizione e del sistema penale processuale e sostanziale, riservandosi le necessarie ulteriori iniziative". Nella delibera, indirizzata alle più alte cariche dello Stato, i penalisti sottolineano come la riforma della prescrizione, "promossa mediaticamente da una serie di indagini sulla corruzione, è stata in un primo momento rappresentata come necessario pendant della riforma dei più gravi reati contro la Pa, e dunque parte di un complessivo disegno di moralizzazione e di ripristino della legalità, per poi mutarsi, sotto l'urto di esplicite e pressanti richieste provenienti dalla magistratura associata, in una esigenza che riguardava indistintamente tutti i reati".
Tale necessità di "allungamento indiscriminato dei termini di prescrizione con riferimento a tutte le fasi processuali - fa notare l'Ucpi - viene rappresentata come oramai insopprimibile e non più procrastinabile, come se la riforma della prescrizione fosse la palingenesi di tutti i mali della giustizia". E in questo contesto, ribadiscono i penalisti, finisce con il prevalere una "sorta di demagogia dell'urgenza che induce il Parlamento e il governo a prendere decisioni improvvide in questa delicatissima materia, sebbene alcun dato statistico segnali la esistenza di una qualche reale emergenza".
Modificare la prescrizione, allungandone indiscriminatamente i termini, "non solo non risolve il problema - spiega ancora l'Ucpi - ma aggrava ulteriormente la patologia in atto. L'ipotizzato allungamento dei termini di prescrizione avrà la evidente conseguenza di allargare sempre più la distanza temporale dal fatto al giudicato, per cui non solo gli imputati, ma anche le persone offese dovranno attendere tempi lunghissimi prima di vedere risolta la propria posizione processuale, con danni umani, psicologici, patrimoniali e di immagine assai rilevanti.
E con riferimento ai fatti di corruzione, secondo le diverse ipotesi di riforma, la sentenza definitiva potrà giungere anche dopo venti anni dal fatto, e dunque dopo che gli autori del fatto saranno divenuti persone totalmente diverse e del tutto estranee al contesto sociale all'interno del quale hanno agito, con l'effetto perverso, in caso di assoluzione, di rovinare irreparabilmente la vita delle persone, se non anche di condizionarne la carriera politica".
E sebbene la Relazione al ddl esordisca con un richiamo esplicito alla "esigenza di recuperare il processo penale ad una durata ragionevole" come "condizione essenziale" e di "tipo oggettivo" dell'attuazione del "giusto processo", le proposte modifiche della prescrizione, si rileva nella delibera, finiscono decisamente con il "mortificare tali declamati obiettivi".
Corriere della Sera, 13 marzo 2015
In dieci anni furti in casa raddoppiati: +127%. Il ministro Alfano su Twitter: "Le pene per i furti in appartamento raddoppiano. Deciso in Cdm. Ora la legge su città sicure". Furto in abitazione, furto con strappo, rapina. Su questi reati, che generano allarme sociale, il governo si appresta a intervenire nei prossimi giorni con un emendamento al testo che riforma il processo penale all'esame della commissione Giustizia della Camera. Giovedì sera, intanto, il Consiglio dei ministri ha dato il via libera sul raddoppio delle pene per i furti negli appartamenti. Ed è proprio il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, a dare l'annuncio via Twitter: "Le pene per i furti in appartamento raddoppiano. Deciso in #Cdm. Ora la legge su #cittàsicure", scrive Alfano.
Secondo il vice ministro alla Giustizia, Enrico Costa, interpellato sulle misure allo studio del governo per inasprire le sanzioni previste per il furto in abitazione, il furto con strappo e la rapina, "i dati segnalano che reati come i furti in casa sono in forte progressione. Si tratta di reati che non incidono solo sul patrimonio, ma sull'intimità e la serenità delle persone e delle famiglie. È necessario un giro di vite". Costa ricorda i recenti dati Censis che hanno segnalato un aumento record di questo genere di episodi criminali: i furti in casa, più che raddoppiati negli ultimi 10 anni, crescono del 127%. In media, se ne contano 689 al giorno, 29 ogni ora. E solo nell'ultimo anno l'incremento è stato del 5,9%. I detenuti per furto in casa e furto con strappo sono 3.530 (dato 2014), con una crescita del 131,9% sul 2007.
L'effetto, è una sensazione diffusa di insicurezza tra i cittadini. "L'analisi dei numeri - sottolinea ancora Costa - indica che c'è una forte concentrazione delinquenziale su questo genere di delitti e in quest'ambito si registra persino un trend in controtendenza rispetto alla generale diminuzione dei reati. Le norme attualmente in vigore e che intendiamo modificare - osserva infine il vice ministro - consentono un meccanismo di abbattimento delle pene per questo genere di reati, al punto tale che la pena stessa può diventare non effettiva. L'intervento del governo mira quindi a incidere con un giro di vite che renda le pene effettive".
Ansa, 13 marzo 2015
Norme attuali rendono inefficaci sanzioni, dobbiamo cambiarle. "I dati segnalano che reati come i furti in casa sono in forte progressione. Si tratta di reati che non incidono solo sul patrimonio, ma sull'intimità e la serenità delle persone e delle famiglie. È necessario un giro di vite".
È quanto afferma il vice ministro alla Giustizia Enrico Costa interpellato sulle misure allo studio del governo per inasprire le sanzioni previste per il furto in abitazione, il furto con strappo e la rapina. Costa ricorda i recenti dati Censis che hanno segnalato un aumento record di questo genere di delitti: i furti in casa, più che raddoppiati negli ultimi 10 anni, crescono del 127%. In media, se ne contano 689 al giorno, 29 ogni ora. E solo nell'ultimo anno l'incremento è stato del 5,9%. I detenuti per furto in casa e furto con strappo sono 3.530 (dato 2014), con una crescita del 131,9% sul 2007.
L'effetto, è una sensazione diffusa di insicurezza tra i cittadini. "L'analisi dei numeri - sottolinea Costa - indica che c'è una forte concentrazione delinquenziale su questo genere di delitti e in quest'ambito si registra persino un trend in controtendenza rispetto alla generale diminuzione dei reati. Le norme attualmente in vigore e che intendiamo modificare - osserva il vice ministro - consentono un meccanismo di abbattimento delle pene per questo genere di reati, al punto tale che la pena stessa può diventare non effettiva. L'intervento del governo mira quindi a incidere con un giro di vite che renda le pene effettive".
di Enrico Paoli
Libero, 13 marzo 2015
L'importante è non arrendersi. Mai. Anche di fronte all'evidenza dei fatti. E, se necessario, meglio spostare l'asse del ragionamento pur di non restare spiazzati. Se poi si tratti tattica o no, di scelta di campo o meno, poco importa. L'importante e stare in mezzo al campo. E così l'Associazione nazionale magistrati ha deciso di rimettersi in trincea, tornando ad indossare l'elmetto al posto della toga.
"Chi invoca la responsabilità civile dei magistrati" in relazione all'assoluzione del Cavaliere nel caso Ruby "è veramente fuori strada", dice il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli. Insomma, per il sindacato delle toghe i giudici non sbagliano mai, anche quando i fatti dicono il contrario e, soprattutto, non devono pagare mai. Anche quando i soldi dei contribuenti sono stati palesemente spesi male. Per non dire inutilmente. E del tutto evidente che la posizione di Sabelli è una dura replica alla posizione assunta da Forza Italia.
Subito dopo l'assoluzione della Cassazione i fedelissimi del Cav si erano scatenati: "Chi risarcirà la sofferenza e i danni a Silvio Berlusconi?". E Renato Brunetta, capogruppo alla Camera, più di tutti: "Mi verrebbe da dire, ma non sono un giurista, e adesso azione di responsabilità civile nei confronti di quei magistrati che hanno abusato della legge".
E siccome ora è diventato di gran moda invocare l'intervento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, quando c'è un problema che tocca la propria categoria, o non piace una posizione politica, i vertici dell'Anm saranno ricevuti il prossimo 19 marzo dal capo dello Stato. Erano stati gli stessi rappresentanti del sindacato delle toghe a chiedere un incontro a Mattarella, prima del varo della riforma della responsabilità civile.
Una legge che i giudici considerano "punitiva" nei loro confronti e "dannosa" per i cittadini e sulla cui costituzionalità hanno espresso più di un dubbio. Dubbi rafforzati dall'esito del caso Ruby. "Non intendiamo tirare il capo dello Stato per la giacchetta" hanno assicurato di recente i vertici dell'Anm. A parole, nei fatti lo hanno già fatto. "Non vorrei che si utilizzasse questa assoluzione (il riferimento è al caso Ruby, ndr) in chiave di attacco alla magistratura", dice ancora Sabelli, "sarebbe una cosa profondamente sbagliata".
Sbagliata o giusta che sia, la sensazione è che i magistrati dell'Anm abbiano deciso di usare la sentenza della Cassazione per rilanciare la propria azione politica, andando aldilà dell'effetto Berlusconi. "Auspichiamo non solo tempi brevi ma soprattutto buone riforme", sostiene Sabelli, "qui a forza di tele di Penelope si rischiano compromessi al ribasso, soluzioni di compromesso che non soddisfano".
Il riferimento, in questo caso, è agli interventi in tema di contrasto alla corruzione. In soccorso dei magistrati sindacalizzati si schiera anche il presidente dell'Autorità nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone. "Io non credo affatto che sia stato un errore fare il processo Ruby", afferma il magistrato, "non credo assolutamente che abbia sbagliato la procura di Milano". "Rispetto a polemiche gratuite", ha aggiunto, "voglio dire che questa è la manifestazione vera che la giustizia ha anche la capacità di discernere. Le sentenze possono essere criticate, diventa difficile però quando più che criticare le sentenze si criticano i magistrati".
In mezzo a questo dibattito cala una sentenza della Cassazione che da una mano ai giornalisti. Da oggi infatti la categoria sarà un po' più libera di raccontare gli "scheletri nell'armadio" di chi riceve un incarico politico, anche quando si tratta di magistrati "in carriera" incappati, in passato, in procedimenti penali e disciplinari dai quali sono usciti indenni. Il "nulla osta" viene dalla Cassazione. È stato infatti accolto dalla Suprema Corte il ricorso con il quale l'ex direttore de L'Unità Furio Colombo e la giornalista Sandra Amurri hanno contestato la condanna - inflitta loro dalla Corte di Appello di Roma nel 2010 - a pagare 40 mila euro per risarcimento danni da diffamazione in favore dell'ex magistrato Arcibaldo Miller.
La Repubblica, 13 marzo 2015
La famiglia e la procura di Roma chiedono un nuovo processo. In appello tutti gli imputati sono stati assolti. La Procura generale di Roma e i familiari di Stefano Cucchi, il geometra morto in ospedale una settimana dopo il suo arresto per droga a Roma, hanno depositato il ricorso in Cassazione contro la sentenza con la quale, nell'ottobre scorso, i giudici d'appello hanno assolto sei medici, tre infermieri e tre agenti della polizia penitenziaria.
Il ricorso riguarda solo questi ultimi tre. Tre i ricorsi proposti: uno a firma del Sostituto procuratore generale Mario Remus (che ha sostenuto l'accusa nel processo d'appello); un secondo del padre di Stefano, Giovanni Cucchi; un terzo, della sorella Ilaria anche nella qualità di esercente la potestà genitoriale sui due figli minorenni.
Dodici le persone che per questa morte, avvenuta nell'ottobre del 2009, sono state processate: sei medici, tre infermieri e tre agenti della penitenziaria. Per l'accusa, Cucchi fu "pestato" nelle celle del tribunale, in ospedale furono ignorate le sue richieste e addirittura abbandonato e lasciato morire di fame e sete. In primo grado, la III Corte d'assise di Roma condannò i medici per omicidio colposo, assolvendo infermieri e agenti. In appello, giudizio ribaltato: tutti gli imputati assolti. Adesso, il deposito dei motivi di ricorso in Cassazione Dal Pg è stata definita, a più riprese, illogica e contraddittoria la sentenza con la quale la Corte d'assise d'appello di Roma ha assolto tutti gli imputati del processo.
Trentuno pagine, tanti allegati, e una schematizzazione degli argomenti, compongono un atto processuale che arriva a una conclusione: la richiesta alla Cassazione di annullare la sentenza d'appello e il rinvio a un altro giudice per un nuovo processo. Per il Pg, in sentenza "sono state scartate valide e probabili ipotesi di aggressione violenta, prospettando una possibile accidentalità dei fatti", nonostante "due delle tre ipotesi avanzate dalla perizia affermino una vera e propria aggressione fisica".
In breve, sarebbe stato "sottostimato il significato, il valore e la gravità delle numerose lesioni sul corpo della vittima, giungendo a indicare l'azione che ha causato le lesioni come una semplice spinta, ed escludendo un'azione aggressiva condotta con maggiore intensità". Altro aspetto del processo sul quale s'incentra la procura generale è quello della causa di morte, sulla quale in sentenza si è ritenuto mancassero certezze.
Tre le obiezioni della procura generale: "V'è da chiedersi in che misura l'asserita mancanza di certezze non dipenda dal comportamento gravemente negligente dei sanitari". Nel ricorso per Cassazione presentato dalla famiglia di Stefano Cucchi solo nei confronti dei tre agenti della polizia penitenziaria assolti in appello dall'accusa di lesioni, si legge: "Difetti capitali nella formulazione dell'imputazione che avrebbe dovuto vedere il fatto qualificato come omicidio preterintenzionale". La famiglia, infatti, non si costituì in appello nei confronti di medici e infermieri, dopo un risarcimento da parte della struttura sanitaria, l'ospedale Pertini, dove Stefano fu ricoverato e nella quale morì.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 13 marzo 2015
Ce lo si poteva aspettare: il partito dei giudici ha lanciato la controffensiva. Non si convince di essere stato clamorosamente sconfitto, e anche un po' sputtanato, dinnanzi al mondo intero. Perché il processo-Ruby si è svolto (per volontà di Bocassini-Bruti-Travaglio-Mauro) dinnanzi al mondo intero.
E non pensa che forse è giunto il momento di riflettere su due o tre problemi che riguardano lo strapotere illegittimo dei Pm (in particolare quello della Procura di Milano, che da oggi è una Procura totalmente delegittimata) e che recentemente sono stati posti sul tappeto dal Presidente Mat-tarella (con qualche prudenza) e dal Papa Francesco con chiarezza e in modo combattivo (ma i giornali se ne sono occupati poco, come era logico). In cosa consiste questa controffensiva? Due mosse. La prima è schierarsi a corpo morto ("perinde ac cadaver" dicevano i vecchi gesuiti) a difesa della Procura di Milano, demolita un po' sprezzantemente dalla Corte d'Appello e poi dalla Cassazione. La seconda è nel chiedere dei risarcimenti, sollecitando il governo a provvedimenti che limitino ancora - anziché ripristinarlo - lo Stato di diritto.
Il primo provvedimento che chiede il partito dei Pm è quello di limitare ancora la prescrizione, in modo da poter allungare ulteriormente i processi, renderli infiniti, e far diventare superflua la condanna o l'assoluzione, perché la pena si sconta col solo fatto di restare sotto accusa magari per vent'anni. I Pm ormai sono convinti di questo: l'indagine deve essere contemporaneamente investigazione e pena, perché questo è l'unico modo per affermare un'etica della giustizia sostanziale, e per punire gli imputati. Poi ci sono altri provvedimenti che consistono nell'aumento delle pene per vari reati. Per la precisione tre tipi di reati: quelli che potrebbe commettere Berlusconi, quelli di mafia e quelli piccoli piccoli della microcriminalità (furti negli appartamenti e rapine).
Perché? Chiarissimo il perché, perché sono i reati-tv, capite che intendo dire con reati-tv? Quelli sui quali la Tv si appassiona, si indigna, apre inchieste. Negli ultimi tempi è stata lanciata una campagna forsennata sulla devastante caduta della sicurezza in Italia. Inchieste, denunce, dirette dai posti più strani. Questa caduta della sicurezza però non esiste. I dati dicono che da anni i reati più gravi (soprattutto, guarda caso, i reati mafiosi) sono in crollo.
Calano vertiginosamente omicidi, sequestri, stragi, violenze. È vero che da qualche anno (evidentemente in rapporto alla crisi economica e all'aumento della povertà assoluta e della disperazione) sono in aumento i piccoli furti, e che sul piano dei piccoli furti l'Italia è in testa alle classifiche dei grandi paesi europei insieme alla Gran Bretagna, ma è vero anche che per il furto sono già previste pene fino a 8 anni - che non sono pochissimi - e che tutti gli altri reati che non siano il furto in appartamento sono in caduta libera (comprese le rapine e i furti di automobili) e l'Italia, oggi, è considerato uno dei paesi più sicuri d'Europa (tra i grandi paesi solo la Germania è più sicura).
Da secoli, ormai, lo sviluppo della civiltà comporta una riduzione delle pene e un attenuamento della loro severità. Tranne che nei periodi di involuzione reazionaria e autoritaria, come quando l'Europa fu travolta da un lato dalla barbarie nazista, e dal fascismo, dall'altra dalle spietate dittature comuniste. Ora, qui da noi, questo principio si è arrestato. Ogni giorno i nostri politici decidono di aumentare le pene e di inventare nuovi reati (riciclaggio, omicidio stradale, falsissimo in bilancio, eccetera eccetera).
Perché succede questo? C'è stato un corto circuito nella nostra intellettualità. Questo fatto nessuno vuole prenderlo in considerazione. Fino a vent'anni fa l'intellettualità italiana era in gran parte vicina ai partiti politici, ma manteneva una sua autonomia e soprattutto difendeva il suo diritto al pensiero. Poi, a un certo moneto, si è arresa.
Persi i partiti si è sentita sola, sperduta, impaurita. Si è prostrata dinnanzi ai "Girotondi" (ricordate i girotondi?) e ha iniziato a correre, verso destra o verso sinistra, in direzione del fascismo, del patibolo come simbolo di riscatto dei valori dell'onestà e della legalità. È tremendo dire queste cose. Però, lo sapete tutti, sono la verità. E nessuno osa dire che la persecuzione giudiziaria verso Berlusconi - che non
può essere negata in buonafede - o verso il topino di appartamento, il ladruncolo, siano due facce della stessa medaglia, della voglia di forca, di criminalizzazione dell'altro. Che sia il tuo nemico politico, o che sia il piccolo ladro, il legalista e irrispettoso. Possibile che il governo non se ne accorga? Possibile che non se ne accorgano il Pd e l'Ncd, almeno.
di Enrico Deaglio
Venerdì di Repubblica, 13 marzo 2015
Il 2015 resterà negli annali come l'anno in cui rimettemmo in discussione (non certo per la prima volta) Sa questione della mafia. E dell'antimafia.
Si era cominciato con una bombastica inchiesta. Mafia Capitale, con raffinati rimandi all'opera di Tolkien, secondo cui la vera mafia è a Roma e gira intorno alle cooperative rosse; poi è arrivato l'orrore della scoperta che il giovane paladino siciliano della legalità, ai vertici di Confindustria, tale Antonello Montante, astro nascente della nuova Italia pulita, fattiva, coraggiosa; icona dell'antimafia, come il figlio di Vito Ciancimino,... era indagato per mafia! Ed era nel board di una piuttosto oscura istituzione che si occupa di vendere i beni confiscati alla mafia, ovvero un cespite di decine di miliardi, di cui, però, stranamente nessun governo si interessa.
Ogni giorno leggiamo cifre, statistiche, allarmi sul nostro Paese ormai regno di corruzione; l'Expo che apre tra poco, sarà l'esposizione della 'ndrangheta vittoriosa o della 'ndrangheta sconfitta? Un'inchiesta ha rivelato che gli atti intimidatori contro ì sindaci italiani (il proiettile, la testa di capretto, la macchina incendiata, queste cose qua) sono passati dagli 870 del 2013 ai 1265 del 2014, per cui prontamente il ministro dell'Interno ha proposto di regalargli una polizza assicurativa. In questo fosco panorama, brilla il gioiello dell'arresto in flagranza dì un'altra icona, il presidente di Confcommercio Palermo, tale Roberto Helg, uno stagionato negoziante in dissesto economico che teneva corsi di legalità - ed imponeva, come fosse routine - esosissimi pizzi ai suoi colleghi.
Che dire? Che Leonardo Sciascia aveva ragione quando diceva che l'antimafia è una professione. E aveva anche ragione il famoso boss corleonese Luciano Liggio, al quale chiesero, "Esiste la mafia?" E lui, pensieroso: "Mah; se esiste l'antimafia, deve esistere anche la mafia...". Certo, di antimafia si muore; ma con l'antimafia si possono fare anche buoni affari, e buone carriere.
Ahi, ahi. Un brutto 2015 si presenta. D'ora in poi quando i pargoli saranno chiamati a studiare legalità, potendo scegliere tra corsi anticorruzione, premi di legalità, firme di protocolli, apertura di sportelli, numeri verdi, codici etici, addii pizzi, stages nelle terre confiscate, marce, sit in, sventolio di agende rosse, un legittimo sospetto si impadronirà di loro. Come quello che ormai assale i genitori quando un prete è troppo gentile all'oratorio.
Però, non tutto il male viene per nuocere. Il buon Roberto Helg, che incassa trentamila euro in contanti e un assegno in bianco da riempire fino alla cifra di 50.000 euro, ci potrebbe spiegare - questa sì sarebbe un'interessante lezione di legalità - come avrebbe fatto ad incassare l'assegno e come avrebbe lavato il contante. E come mai trovasse naturale che il pasticciere Santi Palazzolo (il titolare del famoso negozio di cannoli dentro l'aeroporto di Palermo, in attesa di rinnovo di concessione) non gli chiedesse neppure uno sconto. Questo rimane un mistero.
Adnkronos, 13 marzo 2015
"Come la bella addormentata nel bosco, sembra che un Ministro del Governo Renzi sia stato baciato dal principe e si sia svegliato da un lungo e colpevole sonno. Sarà vero? Seguiranno gli atti conseguenti? Per ora mi limito a considerare salutare il salto sulla sedia che il Guardasigilli avrebbe fatto vedendo i dati Censis sulla criminalità, che vanno esattamente nella direzione di quanto dico io da mesi con comunicati pressoché quotidiani sulla piaga della criminalità in Veneto". Lo dice il Presidente della Regione Luca Zaia, commentando le posizioni del Ministro della Giustizia Andrea Orlando sulla necessità di pene più severe per ladri e rapinatori, alla luce di dati che indicano in forte aumento i furti in casa e le rapine.
"Il risveglio - incalza Zaia - è però lento, perché pene più dure non servono a niente se poi i condannati non le scontano, ed è proprio questo il problema numero uno: in Italia non esiste la certezza della pena. Si impegnino prima di tutto a tenere in galera chi se la merita, costruiscano nuove carceri se quelle che ci sono non bastano - aggiunge Zaia - e dopo ben vengano anche le pene più dure, senza però mai dimenticare un vecchio adagio secondo il quale un paese dalle troppe leggi è un Paese senza legge, praticamente la fotografia dell'Italia".
"Si ricordino anche - prosegue il Governatore - che i delinquenti vanno prima di tutto presi, e allora il Ministro Orlando potrebbe darsi da fare per convincere il collega Alfano a mettere la benzina sulle auto della Polizia, ad assumere i mille idonei che non aspettano altro che di entrare in servizio, ad aprire i cordoni della borsa per dare a tutte le Forze dell'Ordine, tutto quel che serve per difendere la gente".
"Senza bisogno del Censis - conclude Zaia - informo i Ministri competenti che anche oggi le cronache riportano una ventina di nuovi crimini commessi in Veneto. Per oggi risparmio loro l'elenco, sperando che il risveglio della bella addormentata nel bosco prosegua senza intoppi e porti a qualche cosa di concreto. Almeno qui in Veneto siamo stufi di aspettare e subire".
Ansa, 13 marzo 2015
"Sulla chiusura obbligatoria degli ospedali psichiatrici giudiziari la Regione Veneto è in grave ritardo e rischia il commissariamento". Lo dichiara in una nota il consigliere regionale del Pd Claudio Sinigaglia, in riferimento alla legge n. 81 del 30 maggio 2014, che fissa al 31 marzo la chiusura degli Opg.
"Il Veneto - aggiunge - rischia di essere l'unica Regione in Italia a non aver individuato la Rems (Residenza Esecuzione Misure di Sicurezza) provvisoria per ospitare 20 persone ritenute indismissibili, perché socialmente pericolose. Zaia e i suoi sanno benissimo che non ci saranno deroghe e che rischiano appunto il commissariamento".
"In attesa della realizzazione della Rems definitiva prevista a Nogara - conclude, mi chiedo perché nulla nel frattempo sia stato fatto, anche con l'aiuto del terzo settore. Le conseguenze per questo immobilismo sono anche di natura economica, visto che il Veneto dovrà pagare l'inserimento a Reggio Emilia di queste persone, con il relativo aggravio di lavoro per le strutture legate al dipartimento di salute mentale. Quanto ci costerà questo ritardo?".
Dire, 13 marzo 2015
"Vogliamo evitare assolutamente che i detenuti ex 41 bis arrivino tutti in Sardegna perché le conseguenze economiche sarebbero gravissime". Lo dice Anna Maria Busia, consigliere regionale del Centro democratico in Sardegna, intervistata dalla Dire a margine della conferenza stampa a Montecitorio sulla presentazione della mozione per la Sardegna.
"Stiamo facendo di tutto per scongiurare questa cosa, non si può pensare di concentrare 5-600 detenuti particolari in un'unica regione. È una scelta scellerata che non ha fatto questo governo, ma che questo governo deve bloccare". "Nel 2009- ricorda- all'interno del pacchetto sicurezza è stata introdotta una norma che stabilisce che i detenuti speciali ex 41 bis debbano andare nelle zone insulari. A partire da quel momento ci sono stati interventi anche economici perché si creassero bracci speciali nelle carceri sarde".
Uil-Pa lancia allarme per organici a Nuchis
Il Coordinamento regionale della Uilpa penitenziari lancia l'allarme per l'istituto di Nuchis: carenza organica, mancata istituzione del Nucleo traduzione e piantonamenti, sono le criticità maggiormente riscontrate nel corso di una visita effettuata da una delegazione del sindacato composta dai segretari Francesco Piras, Michele Cireddu e Stefano Musino al carcere di Tempio Pausania. La Uil-pa mette in evidenza come all'interno del penitenziario "su 36 ispettori e sovrintendenti previsti dalla pianta organica ministeriale ne sono stati assegnati solo quattro, due per ruolo", con una carenza in organico "pari a 45 unità", che avrebbe portato ad un cumulo di congedi ordinari pari a 56 giorni per agente.
Inoltre il sindacato precisa come nel nuovo carcere, realizzato nella frazione di Nuchis, non sia ancora stato istituito "il Nucleo traduzioni e piantonamenti, questo di fatto determina la soppressione di posti di servizio all'interno delle sezioni per inviare gli agenti a svolgere le traduzioni", un sovraccarico della mole di lavoro che "mette a rischio la sicurezza degli stessi lavoratori". Ma se da una parte la Uilpa rende merito alle capacità del personale (nel 2014 non ci sono stati tentativi di suicidio o atti autolesionistici; sono stati quattro gli episodi di aggressione tra detenuti; cinque deferimenti all'Autorità giudiziaria e 40 i rapporti disciplinari) dall'altro lancia l'allarme sul numero dei detenuti: "La capienza regolamentare è pari a 167 posti ma attualmente sono ristretti 212 detenuti".
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